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politica estera
5 novembre 2013
LA TERRA È TONDA E LA GIUSTIZIA È DISCUTIBILE
Per dimostrare la rotondità della Terra, si può – come si diceva ai tempi di Colombo – buscar el levante por el poniente, arrivare ad est andando ad ovest; si può osservare l’ombra che la Terra proietta sulla Luna, durante le eclissi; si può constatare che lo sguardo non può andare oltre l’orizzonte e infine contemplare le fotografie prese dallo spazio. Qualunque dato riguardante questo problema conferma che la Terra è una sfera. Analogamente ogni volta che si considera l’incrocio tra politica e giustizia penale la conclusione è sempre che è meglio tenerle separate. Se stiamo parlando dell’assessore di un piccolo comune, c’è speranza che il Tribunale faccia giustizia. Ma quanto più si sale nella scala gerarchica, tanto meno si può ragionevolmente fidare nell’imparzialità della sentenza. Quando infine si arriva ai parlamentari e ai ministri, la fiducia arriva a livelli prossimi allo zero. 
È per questo che il giurista liberale rimane perplesso, quando si giudica un governante e in particolare un governante sconfitto. Se ha fatto delle cose orribili, ma ha creduto di farle nell’interesse della sua patria, si possono misurare i suoi atti col metro del diritto penale? Nel processo di Norimberga i gerarchi furono accusati anche di avere provocato una “guerra d’aggressione”, e ciò è stupido. Con questo metodo sarebbero stati dei criminali anche Alessandro il Grande, che arrivò fino all’Indo, e Giulio Cesare che conquistò la Gallia. I nazisti di fatto erano colpevoli anche di atti che nulla avevano a che fare col bene della patria e per quello meritavano le più severe condanne. Ma la “guerra d’aggressione” non poteva essere un reato. Senza dire che è difficile perfino identificarla. Può anche lanciarla uno Stato gravissimamente minacciato e in procinto di essere attaccato e cancellato dalla faccia della terra: come avvenne nella Guerra dei Sei Giorni.
Ad un certo livello, politica e diritto penale possono soltanto scontrarsi. La conduzione di uno Stato, soprattutto ma non esclusivamente in materia di politica internazionale, non può essere del tutto soggetta alle normali regole borghesi. Gli interessi in gioco sono troppo importanti perché possano costituire un freno considerazioni di ordine morale o giuridico. 
Ne abbiamo un’ennesima riprova nelle vicende egiziane. Caduto il regime di Mubarak, invece di ricordarsi che questo ruvido militare ha assicurato all’Egitto decenni di pace interna ed esterna, ci si è chiesti se abbia commesso qualche reato, in particolare mantenendo per anni ed anni lo stato d’emergenza. E benché vecchio e malato, si è deciso di processarlo. Cosa grottesca. Ora il caso si ripete col suo successore Mohamed Morsi. Costui è stato eletto Presidente, sulle ali della tanto malintesa “primavera araba”, dopo la fine dell’era Mubarak ed ha governato più male che bene nello stile richiestogli dalla “Fratellanza Musulmana”. Finché non è stato rimosso a furor di popolo ed incarcerato perché non potesse guidare la folla dei suoi seguaci disposta a menar le mani per rimetterlo al potere. Fino a questo punto, tutto bene. Invece è difficile accettare che ora lo si voglia processare – con la possibilità di condannarlo a morte – perché, una volta deposto dai militari, ha incitato i suoi sostenitori a resistere, affrontando con le armi i rappresentanti del nuovo potere. Qui proprio non ci siamo più.
Se un cittadino durante un comizio incita gli astanti ad ammazzare i carabinieri è più che giusto che sia condannato penalmente. Il caso è diverso se un governante si trova a fronteggiare una ribellione e ordina ai suoi gendarmi di sparare sui rivoltosi. Uno Stato ha il diritto di difendersi con la forza contro chi lo attacca. In questo senso Bashar al-Assad non deve rendere conto a nessuno di come conduce la sua battaglia contro gli insorti. Nel caso egiziano il potere è stato assunto dai militari secondo la volontà della maggioranza del popolo, ma è vero che Morsi è stato eletto democraticamente e deposto poco democraticamente. Sicché, in un certo senso, incitando i suoi sostenitori alla controrivoluzione, può farlo in nome del precedente assetto costituzionale. Che poi quell’uomo non sia un fior di democratico occidentale, si sa: ma si può prescindere dalla legalità della sua posizione? 
Se si considera legittimo il governo di militari, Morsi è colpevole; se si considera illegittimo il governo dei militari, Morsi è innocente. E nell’uno come nell’altro caso la verità non può dirla un giudice penale che ha come riferimento il potere in carica. Processare Morsi è una pessima idea. E come ogni osservazione ci riporta alla rotondità della terra, ogni discussione riguardante giustizia e politica ci consiglia di tenerle per quanto è possibile ben separate.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
4 novembre 2013


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permalink | inviato da giannipardo il 5/11/2013 alle 8:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
12 febbraio 2011
MUBARAK SI È DIMESSO: E CON QUESTO?
Mubarak si è dimesso. Esulta la folla egiziana, esulta il Presidente Obama e si festeggia dovunque: nelle cancellerie occidentali, nei talk show, nelle redazioni dei giornali. Non ci si accorge che è un atteggiamento infantile. Solo i bambini credono che sia personalmente quel vigile urbano che gli impedisce di giocare. Solo loro credono che, se lo eliminassero, poi potrebbero giocare a volontà. Gli adulti sanno che la sorte dei Paesi non dipende tanto dai singoli individui quanto dalla società stessa.
Questo errore è quotidianamente commesso anche in Italia. Qui in tanti credono che tutto dipenda da Silvio Berlusconi. Se non ci fosse lui, pensano, la sinistra vincerebbe le elezioni indefinite volte. In realtà, nel 1994 il Cavaliere ha solo capito che gli italiani voterebbero per chiunque sia contro la sinistra, semplicemente perché essa normalmente è minoritaria nel Paese. Ed è quest’ultimo dato, che bisognerebbe modificare.
Gli egiziani hanno concentrato sul nome di Mubarak il loro scontento. Hanno parlato di insufficiente democrazia, di prezzo del pane e non si sa bene di che altro: gli slogan erano soprattutto diretti contro il rais. Ma i problemi fondamentali di quella nazione sono altri. In primo luogo, essa non è in grado di nutrire i suoi abitanti: dunque le importazioni di derrate e gli aiuti sono una parte essenziale della sua economia. E questo non lo modificheranno certo le dimissioni di Mubarak. È vero che una buona parte degli aiuti degli Stati Uniti è costituita da armi, ma è anche vero che, se quelle armi non gliele fornisse Washington, l’Egitto dovrebbe pagarle. E per giunta le esportazioni del Paese sono poca cosa.
Altro elemento essenziale dell’economia è la pace con Israele. La retorica islamista è cattiva consigliera. L’esercito non è più nelle condizioni disastrose dei tempi di Nasser ma in una guerra perderebbe molti più uomini degli israeliani. Inoltre non potrebbe comunque eliminare uno Stato che dispone di armi nucleari: una sola bomba potrebbe uccidere tutti gli abitanti del Cairo.
Si chiede una perfetta democrazia e si dimentica che essa non è il risultato di una sommossa di piazza ma di uno sviluppo di civiltà. Nei Paesi profondamente corrotti si preferisce sempre favorire l’amico che obbedire alla legge. Mubarak ha imposto lo stato d’emergenza per un trentennio ma lo stesso si è sempre votato, magari con qualche irregolarità: e forse non si può ottenere di più.
In Egitto, come in tutti i Paesi musulmani, l’avversario dello Stato è l’integralismo musulmano. Se è vero che, fra le nazioni del Vicino Oriente, questa è la più colta e la più progredita, e se è vero che in una certa misura la sua società è laica, è anche vero che esiste un’organizzazione - la Fratellanza Musulmana - che rappresenta un pericolo. Anche se oggi i suoi esponenti vestono in giacca e cravatta, si sa che sono idealmente collegati all’integralismo, a Hamas  e forse ad Al Qaeda.
L’integralismo musulmano è totalmente contrario alla democrazia perché per esso il sovrano non è il popolo: è la parola del Profeta. La teocrazia è l’unica forma di governo non blasfema. L’unica legge è la sharia. I militari sanno dunque che un’eventuale prevalenza della Brotherhood nelle elezioni andrebbe contrastata con la forza. Non diversamente da quanto è avvenuto in Algeria. La democrazia egiziana, se vuole sopravvivere, ha un limite: si può votare per chiunque ma non per i fanatici musulmani. O almeno si può votare per loro solo finché non rappresentano un pericolo.
Il disastro di un’affermazione della Fratellanza - a parte i riflessi internazionali - non sarebbe frenato dalle sofferenze degli egiziani. Gli integralisti sono indifferenti al bene del popolo. Se dunque cessassero gli aiuti, se si inaridisse il turismo, se i poveri fossero molto più poveri di prima, la cosa non li commuoverebbe: il problema è salvare le anime della gente, non farla stare meglio sulla Terra.
Oggi sappiamo soltanto che Mubarak si è dimesso e la sorte di rais ci interessa ben poco: ma se i militari saranno in grado di contrastare con la forza tendenze distruttive per la nazione potremo dire che, dopo tanto strepito, non sarà successo nulla.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 febbraio 2011

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