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POLITICA
23 agosto 2009
BOSSI SCHIAFFEGGIA LA CHIESA

Quando si tratta di Bossi – e a più forte ragione quando si parla di Di Pietro – è facile essere imbarazzati. Quand’anche avessero ragione su un dato argomento, la rozzezza dei due politici provoca immancabilmente conati di fuga: e tuttavia bisogna resistere. Il vecchio detto che insegna: Amicus Plato, magis amica veritas (Platone è un amico, ma amo di più la verità), deve funzionare quand’anche si trattasse di un Plato Inimicus.
L’ultima polemica di cui sono pieni i giornali – anche perché non c’è molto altro di cui parlare – è la reazione del Senatùr alle critiche dei prelati riguardanti la tragedia degli emigranti nel Mediterraneo. I fatti sono noti. Pur parlando in generale, la Chiesa ha accusato ripetutamente – fino a paragoni assurdi con la Shoah – tutti i governi occidentali e intanto il più vicino: quello di Roma. Ha parlato di “offesa all’umanità”, di “rispettare sempre i diritti (quali?) dei migranti, senza chiudersi all'egoismo», di “un senso di egoismo per cui non si vuole condividere con lo straniero ciò che si ha” (Monsignor Vegliò). Infine il vescovo di Mazara del Vallo è arrivato a dire che: «Le sparate a salve di Bossi sono solo per i suoi seguaci e non per chi come noi vuole risolvere la situazione”. Le sparate? E se Bossi avesse parlato delle sparate di certi vescovi? Invece si è limitato a dire - nientemeno, stavolta il Senatùr è stato più moderato di un prelato - «Quelle dei vescovi sono parole con poco senso».
Tornando sul terreno della realtà, la Chiesa dimentica che: 1) lo Stato italiano è quello che è subito intervenuto, salvando i sopravvissuti, non appena ha avuto notizia del problema; 2) lo Stato italiano, anche mediante gli accordi con la Libia, cerca di impedire che dei disperati si mettano in pericolo su imbarcazioni di fortuna per affrontare l’alto mare; 3) infine che è troppo facile dare ai governi occidentali la colpa dei mali del mondo: questa è solo la versione moderna e teologica dell’antico “piove, governo ladro!” Un atteggiamento sostanzialmente volgare quanto quello di Bossi quando – a proposito di egoismo ed altruismo - risponde per le rime con queste parole: «Che le porte le apra il Vaticano che ha il reato di immigrazione; che dia lui il buon esempio”.
A questo punto i giornali  - soprattutto i giornali di una sinistra che ha completamente perduto il contatto con il popolo – annunciano che “Bossi attacca il Vaticano”, “Bossi attacca la Chiesa”, e chiudono gli occhi sul fatto che – per una volta! – l’Italia ha reagito in condizioni di legittima difesa. Il governo è l’aggredito, non l’aggressore.
Nel film “La Calda notte dell’ispettore Tibbs” c’è una scena indimenticabile. Il poliziotto nero, calato dal nord nel sud ancora razzista, dice ad un maggiorente qualcosa cui quello reagisce dandogli uno schiaffo: solo che Tibbs, il nero, lo schiaffo glielo restituisce a strettissimo giro di posta. Il bianco è peggio che offeso o indignato: è sbalordito, al di là di ogni concepibile reazione. Per lui un bianco poteva schiaffeggiare un nero, ma il fenomeno reciproco non l’aveva mai preso in considerazione. Nello stesso modo se la Chiesa non vuole essere criticata, anche pesantemente e anche volgarmente, non critichi e non attacchi gli altri, anche pesantemente e anche volgarmente. Se no, rischia lo schiaffo del poliziotto nero. O pretende il diritto di criticare gli altri mentre gli nega il diritto di rispondere? Se è così, è chiaro che da questa parte delle Alpi non è ancora arrivata la lezione di Lutero.
Bossi reagisce rozzamente ma non ingiustificatamente. Se il Vaticano, molto piccolo, non può far molto, per gli emigranti, perché critica Malta, che è molto piccola? E se invece, prima di accusare gli altri di inumanità, facesse ospitare due emigranti in ogni parrocchia italiana, quanti ne soccorrerebbe?
Rimane l’ipotesi – orrenda, secondo i giornali – che i cinque sopravvissuti siano incriminati per immigrazione clandestina. Al riguardo chi si indigna dimostra la propria ignoranza di diritto. Se un padre di famiglia provoca un incidente stradale in cui muore suo figlio, forse che non ne soffrirà? E forse che la magistratura, solo per questo, si asterrà dal condannarlo per omicidio colposo? L’avere sofferto non è una discriminante. Purtroppo, si direbbe che il diritto e il buon senso non pesano nulla, in certi giornali. E a volte, nemmeno nelle chiese.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 agosto 2009

CULTURA
10 maggio 2009
IL RESPINGIMENTO
IL RESPINGIMENTO
Il governo, dando esecuzione agli accordi con la Libia, ha messo in atto i “respingimenti” previsti da norme internazionali ed utilizzati - a detta di Piero Fassino - anche dal governo Prodi sulla frontiera est. Tuttavia ha ottenuto tutta una serie di reazioni negative, sul piano morale e sul piano giuridico. Hanno protestato l’opposizione, l’Onu, la Chiesa e soprattutto i giornali di sinistra. Ma il governo ha riscosso, se pure a bassa voce, il plauso della stragrande maggioranza degli italiani e si pone il problema di un giudizio equilibrato.
Prima di proseguire bisogna sgombrare il campo da un equivoco. È stato detto (falsamente) che il provvedimento delle autorità italiane va contro la Costituzione (oltre che contro gli impegni internazionali, l’umanità e perfino il regolamento del Rotary) perché non permette di distinguere gli immigrati clandestini dai richiedenti asilo politico. In realtà la Costituzione (art.10) stabilisce che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. E questo significa in primo luogo che l’Italia può stabilire le condizioni per l’esercizio di questo diritto – per esempio la non clandestinità – e in secondo luogo che lo straniero deve essere in Italia: se il respingimento ha luogo dalle acque internazionali verso il porto di provenienza, l’Italia non c’entra per niente, né con l’immigrazione né con l’asilo politico.
Ecco perché il pianto greco sulle condizioni degli emigranti respinti in Libia è sorprendente: l’Italia può forse farsi carico di come la Libia, un paese sovrano, tratta i somali, gli ivoriani, i senegalesi che sono sul suo territorio? E allora perché non dovremmo occuparci di come il Sudan tratta i suoi stessi cittadini del Darfur, di come la Cina tratta i tibetani, o le varie tribù africane trattano i prigionieri fatti in occasione di scontri con altre tribù? Se ne fossimo capaci saremmo più efficaci, da soli, dell’intera Onu.
Ma la ragione del contrasto fra le reazioni degli italiani di buon senso e quelle delle anime belle è semplice: coloro che sono per l’accoglienza, la tolleranza, l’indulgenza, di solito non hanno nessun problema con gli immigrati. Il loro mondo - le case in cui vivono, i quartieri che frequentano, gli ambienti in cui si muovono – non incrocia mai il mondo degli immigrati. Se invece avessero come vicini di casa dei maghrebini rumorosi, se le prostitute invadessero i marciapiedi sotto casa loro, se fossero stati borseggiati da ragazzini rom, o – Dio guardi! – una ragazza di loro conoscenza fosse stata stuprata da clandestini, dall’oggi al domani  diverrebbero più intolleranti di quelli che prima avevano sprezzantemente definito razzisti.
Negli anni della grande migrazione interna italiana, a Torino un calabrese o un siciliano erano considerati dei selvaggi. La commessa di Alessandria che si fosse fidanzata con un ingegnere di Siracusa avrebbe dato un dispiacere al parentado. Fu il periodo in cui una casa era in locazione, “meridionali esclusi”. È vero però che il nord di quei lavoratori aveva bisogno ed è vero che, dopo qualche decennio, quei meridionali – o i loro figli – si sono perfettamente integrati. I problemi sono dunque due: l’Italia ha bisogno di questi immigrati? E questi immigrati, col tempo, si integreranno?
Alla prima domanda molti rispondono sì, ma questa risposta non è affatto in contrasto con un’immigrazione programmata e regolata. Se si ha bisogno di un panettiere, basterebbe assumere un panettiere sudanese che si è iscritto come tale al consolato italiano. Arriverebbe in aereo, non correrebbe il rischio di morire nel Mediterraneo e avrebbe un lavoro regolare.
Alla seconda domanda, si deve rispondere sì o no secondo la provenienza. Gli immigranti polacchi o rumeni alla seconda generazione saranno italiani, mentre gli immigranti musulmani non si integreranno mai. Lo dimostra l’esperienza francese e, più recentemente, l’esperienza inglese: chi non ne ha notizia si informi. Dunque è proprio questo flusso che bisognerebbe bloccare, non per disprezzo o per odio: è semplicemente che non bisogna importare persone che neppure decenni dopo si sentiranno a proprio agio da noi o ci permetteranno di essere a nostro agio con loro. In questo quadro, a lungo termine il blocco dell’immigrazione da sud è perfettamente giustificato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
10 maggio 2009

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