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POLITICA
23 luglio 2011
FINI ANDAVA COMBATTENDO ED ERA MORTO

Settimane fa, dalle colonne di “Affaritaliani”, qualcuno ci ha accusati di ossessione anti-finiana. Invece stiamo bene, grazie. È solo che la curiosità sul comportamento di Gianfranco Fini è un inesauribile rovello. Una incompressibile voglia di comprendere l’incomprensibile, di trovare un filo razionale in un progetto che appare demenziale. Infatti, non essendo il Presidente della Camera uno stupido, il non capirlo ci fa dubitare, prima che della sua, della nostra intelligenza. Dunque non trascuriamo nessuna occasione di chiarimento, essendo pronti a riconoscere, con un sospiro di sollievo: “Ci eravamo sbagliati, finalmente abbiamo capito!”

Purtroppo, fino ad oggi ci siamo dovuti contentare della vecchia constatazione secondo la quale il comportamento umano non è guidato esclusivamente dall’intelligenza: so così fosse, gli psicoanalisti sarebbero tutti disoccupati.

Nel suo intervento alla “convention” del Terzo Polo, Fini ieri ha detto che “dar vita ad alleanze coatte rischiava di imprigionare le energie più sane della società e di cancellare una vera democrazia dell'alternanza di cui il Paese ha bisogno”. Le alleanze coatte erano costituite dalla fondazione del Pdl.  Perché questa avrebbe dovuto avere quei catastrofici effetti non è spiegato. Innanzi tutto le alleanze non erano coatte: prova ne sia che Casini ha rifiutato. Poi non è detto che fossero “le energie più sane”: prova ne sia che fra quelle “energie” c’erano anche Bocchino, Granata e lui stesso, Fini. E poi, perché il Pdl dovrebbe cancellare una democrazia dell’alternanza, se oggi tutti – incluso lui, Fini – dicono che questo governo è morto e bisognerebbe farne un altro, di segno opposto, domani? Se questo è possibile, l’alternanza è possibile anche in presenza del Pdl.

Dice Fini: tutto questo Casini l’aveva capito prima. Lui no. O lui non l’ha capito, e dove sarebbe finita, quell’intelligenza di cui poco fa gli davamo atto?, oppure ha accettato di entrare nel Pdl perché gli è stata promessa la poltrona di Presidente della Camera, cui tiene al punto di mancare alla parola data. Dunque è meglio che non dia lezioni.

Il leader del Fli ha poi auspicato che sia archiviato un “bipolarismo primitivo”, anche se questo non significa “cancellare una democrazia dell'alternanza basata su valori condivisi”. Che cosa significhi tutto questo (a partire dall’aggettivo “primitivo”) altri lo capirà meglio di noi.

Comunque, secondo l’articolo(1) del Sole 24 ore che riporta questo intervento, il progetto di Fini e Casini sarebbe quello di un’alleanza con la Lega capeggiata da Roberto Maroni: “La maggioranza indichi un nuovo premier e il Terzo polo, in questo caso, non si tirerà indietro”. Vediamo se abbiamo capito bene: sia Fini sia Casini sarebbero disposti ad allearsi con il Pdl purché il primo ministro non fosse Berlusconi. Il vecchio principio “ttb”, tutti tranne Berlusconi. È politica, questa? Come diceva Eleanor Roosevelt, “grandi menti parlando di idee, menti mediocri parlano di fatti, menti piccole parlano di persone”.

Ma a tutto concedere, anche accettando questa politica di ripicche e risentimenti da cantanti liriche, i due esponenti del Terzo Polo sembrano dimenticare che Berlusconi non è centrale del Pdl per virtù dello Spirito Santo ma perché i voti se li è conquistati. È lì perché gli elettori ce l’hanno mandato. E ora con quale diritto (stavamo per dire senso del reale) Fini e Casini possono dirgli: “Scostati ché ci vogliamo sedere sulla tua sedia”? Fra l’altro, se ci riuscissero, otterrebbero qualcosa di contrario a ciò che hanno voluto gli elettori.

La verità è che questi sono leader vecchio modello. Di quel genere che reputava che la politica cominciasse il giorno dopo lo spoglio delle schede. Una volta che il popolo si era espresso, si poteva anche andare contro la sua volontà. Bastava organizzare la giusta congiura di palazzo.

Naturalmente siamo abbastanza realisti (cinici?) per non scandalizzarci. In politica chi vince poi si vede dare ragione. Se dunque il progetto finiano fosse fattibile, diremmo: “Perché no?” Ma nella realtà quante probabilità ci sono che Maroni riesca a sfilare il partito dalle mani di Bossi? E quante probabilità ci sono che intenda farlo? E il giorno in cui volesse fare un governo contro il Pdl con chi si alleerebbe, dal momento che il Terzo Polo da solo non basta certo? Col Pd? E il Pd accetterebbe Fini? E Casini rischierebbe di andare (da solo, in quanto non seguito dai suoi elettori) con l’estrema sinistra?

Non è questa l’occasione in cui potremo esclamare: “Finalmente abbiamo capito!” Per oggi ci sembra che il Nostro non si sia reso conto di ciò che gli è successo. Come scriveva Francesco Berni: “E come avvien quand'uno è riscaldato, Che le ferite per allor non sente, Così colui, del colpo non accorto, Andava combattendo ed era morto”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
23 luglio 2011

http://komunistelli.oknotizie.virgilio.it/go.php?us=61b51add4de11e6e


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POLITICA
16 dicembre 2009
LA GIUNGA DEL CYBERSPACE
Oggi si parla di porre un freno agli eccessi del cyberspace, soprattutto quando questi eccessi si scontrano col codice penale: apologia di reato, istigazione a delinquere, ingiuria, diffamazione, offese al Presidente della Repubblica e il resto. Chi frequenta i forum e legge i commenti dei lettori agli articoli, si abitua ad un diluvio di parolacce, a continue manifestazioni di aggressività e vicendevole disprezzo. Oltre che, naturalmente, a esplosioni di odio delirante per Berlusconi.
 Da un certo punto di vista, la discussione è oziosa. Il codice penale prevede già i reati e basterebbe identificare i colpevoli per punirli. Anche se non è facile, perché è come per gli eccessi di velocità: si sa qual era l’automobile ma è difficile sapere chi era al volante. Prima ancora di vedere se qualche provvedimento particolare sia adottabile, può però essere interessante chiedersi il perché del fenomeno.
Nella piazza virtuale il frequentissimo malvezzo della violenza verbale dipende dal fatto che si è anonimi e si può scrivere ciò che si vuole. Come certi screanzati scrivono sozzerie nei gabinetti esclusivamente perché si può chiudere la porta, l’impunità rivela il peggio di tutti. Non è Internet che rende la gente violenta e volgare: è la gente che è violenta e volgare, anche se di solito cerca di non mostrarlo.
Il mondo del web si apparenta per questo ad una seduta di psicoanalisi. Se - almeno una volta - si chiedeva al cliente di sdraiarsi e parlare senza neppure vedere l’analista, era perché lo si invitava ad esprimersi “come se fosse solo”. Dunque confessando a se stesso i suoi peggiori pensieri. È con gli occhi chiusi e fingendo di essere soli che si può dire “vorrei tanto che mia madre morisse”. Nei rimanenti casi, anche ad essere figli di Medea, queste sono parole da non usare.
La blogosfera, prima di essere un problema tecnico o giuridico, è un problema sociale: è un’occasione per vedere di quante ipocrisie è fatta la vita corrente. Molti non vorrebbero soltanto mandar via chi giudicano antipatico o nocivo per i loro interessi: vorrebbero ucciderlo. Di Berlusconi si dirà magari che “la sua politica è discutibile”, che “sta danneggiando l’Italia”, ma quello che si pensa è: quel dannato cancro perché non l’ha ucciso, qualche anno fa? Il problema dunque, prima di essere giuridico, è psicologico ed etico. Molti non capiscono che le “ipocrisie” sono il lubrificante dei rapporti umani. Se si salutasse il vicino con le parole “Vai al diavolo, pezzo d’imbecille” i condomìni sarebbero ancor più litigiosi di quanto non siano e i pronto soccorso ancor più indaffarati.
È vero che ognuno dovrebbe confessarsi i propri peggiori pensieri: la verità è catartica. Ma dopo bisognerebbe anche dirsi che desiderare la morte del prossimo e il resto sono indici di un allarmante rancore verso la vita. Sono sintomi di frustrazione e di squilibrio mentale. Se scrivo “uccidiamo Berlusconi”, prima ancora di temere l’imputazione di istigazione a delinquere mi dovrei chiedere: sono sano di mente?
Sul piano pratico, sembra comunque giusto che alla blogosfera sia imposto lo stesso limite che si impone ad una discussione in piazza. Se uno sconosciuto dà del cretino ad un altro sconosciuto, quest’ultimo ha il diritto di querelarlo per ingiurie: e non si vede perché questo non debba essere possibile se l’ingiuria è stata inviata via e-mail. La deduzione più interessante del fenomeno rimane però il fatto che la realtà è molto meno decente e perbene di quanto si amerebbe credere. I maleducati, i violenti, i provocatori, i fanatici, i delinquenti verbali non sono mostri: sono persone che nella vita reale nessuno sospetterebbe di essere capaci di tanto. Nella loro vita personale non scriverebbero certo parolacce sui muri del loro tinello ma sono, perfino inconsciamente, wolves in lamb’s clothing: lupi vestiti da agnelli. Per questo non bisogna stupirsi di quei fenomeni di criminalità che, salendo lungo la piramide, possono arrivare alla Shoah. Quando Hobbes diceva che l’uomo è un lupo per l’uomo calunniava i lupi: questi non si ammazzano mai reciprocamente.
Non è grave il modo in cui gli uomini si esprimono su Internet, è grave che l’umanità, avendone la possibilità, si dimostri veramente stupida e veramente spaventosa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 dicembre 2009

CULTURA
10 maggio 2009
IL RESPINGIMENTO
IL RESPINGIMENTO
Il governo, dando esecuzione agli accordi con la Libia, ha messo in atto i “respingimenti” previsti da norme internazionali ed utilizzati - a detta di Piero Fassino - anche dal governo Prodi sulla frontiera est. Tuttavia ha ottenuto tutta una serie di reazioni negative, sul piano morale e sul piano giuridico. Hanno protestato l’opposizione, l’Onu, la Chiesa e soprattutto i giornali di sinistra. Ma il governo ha riscosso, se pure a bassa voce, il plauso della stragrande maggioranza degli italiani e si pone il problema di un giudizio equilibrato.
Prima di proseguire bisogna sgombrare il campo da un equivoco. È stato detto (falsamente) che il provvedimento delle autorità italiane va contro la Costituzione (oltre che contro gli impegni internazionali, l’umanità e perfino il regolamento del Rotary) perché non permette di distinguere gli immigrati clandestini dai richiedenti asilo politico. In realtà la Costituzione (art.10) stabilisce che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. E questo significa in primo luogo che l’Italia può stabilire le condizioni per l’esercizio di questo diritto – per esempio la non clandestinità – e in secondo luogo che lo straniero deve essere in Italia: se il respingimento ha luogo dalle acque internazionali verso il porto di provenienza, l’Italia non c’entra per niente, né con l’immigrazione né con l’asilo politico.
Ecco perché il pianto greco sulle condizioni degli emigranti respinti in Libia è sorprendente: l’Italia può forse farsi carico di come la Libia, un paese sovrano, tratta i somali, gli ivoriani, i senegalesi che sono sul suo territorio? E allora perché non dovremmo occuparci di come il Sudan tratta i suoi stessi cittadini del Darfur, di come la Cina tratta i tibetani, o le varie tribù africane trattano i prigionieri fatti in occasione di scontri con altre tribù? Se ne fossimo capaci saremmo più efficaci, da soli, dell’intera Onu.
Ma la ragione del contrasto fra le reazioni degli italiani di buon senso e quelle delle anime belle è semplice: coloro che sono per l’accoglienza, la tolleranza, l’indulgenza, di solito non hanno nessun problema con gli immigrati. Il loro mondo - le case in cui vivono, i quartieri che frequentano, gli ambienti in cui si muovono – non incrocia mai il mondo degli immigrati. Se invece avessero come vicini di casa dei maghrebini rumorosi, se le prostitute invadessero i marciapiedi sotto casa loro, se fossero stati borseggiati da ragazzini rom, o – Dio guardi! – una ragazza di loro conoscenza fosse stata stuprata da clandestini, dall’oggi al domani  diverrebbero più intolleranti di quelli che prima avevano sprezzantemente definito razzisti.
Negli anni della grande migrazione interna italiana, a Torino un calabrese o un siciliano erano considerati dei selvaggi. La commessa di Alessandria che si fosse fidanzata con un ingegnere di Siracusa avrebbe dato un dispiacere al parentado. Fu il periodo in cui una casa era in locazione, “meridionali esclusi”. È vero però che il nord di quei lavoratori aveva bisogno ed è vero che, dopo qualche decennio, quei meridionali – o i loro figli – si sono perfettamente integrati. I problemi sono dunque due: l’Italia ha bisogno di questi immigrati? E questi immigrati, col tempo, si integreranno?
Alla prima domanda molti rispondono sì, ma questa risposta non è affatto in contrasto con un’immigrazione programmata e regolata. Se si ha bisogno di un panettiere, basterebbe assumere un panettiere sudanese che si è iscritto come tale al consolato italiano. Arriverebbe in aereo, non correrebbe il rischio di morire nel Mediterraneo e avrebbe un lavoro regolare.
Alla seconda domanda, si deve rispondere sì o no secondo la provenienza. Gli immigranti polacchi o rumeni alla seconda generazione saranno italiani, mentre gli immigranti musulmani non si integreranno mai. Lo dimostra l’esperienza francese e, più recentemente, l’esperienza inglese: chi non ne ha notizia si informi. Dunque è proprio questo flusso che bisognerebbe bloccare, non per disprezzo o per odio: è semplicemente che non bisogna importare persone che neppure decenni dopo si sentiranno a proprio agio da noi o ci permetteranno di essere a nostro agio con loro. In questo quadro, a lungo termine il blocco dell’immigrazione da sud è perfettamente giustificato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
10 maggio 2009

CULTURA
8 maggio 2009
EMIGRANTI, PIRATI, RICATTATORI
EMIGRANTI, PIRATI, RICATTATORI
L’operazione navale con cui le motovedette italiane hanno riportato 277 emigranti sulle coste libiche, da cui erano partiti, ha avuto grandi consensi da parte della maggioranza degli italiani e ha fatto levare grandi proteste da sinistra. Da sinistra e da parte di quegli organismi, come l’Onu, che personalmente non fanno niente ma sanno sempre quello che dovrebbero fare gli altri. Quale può essere l’atteggiamento di una persona razionale e tuttavia non insensibile alle ragioni dell’umanità?
Il problema ha un ambito generale. Se qualcuno ha sete, non ha che da bere acqua. Se viceversa ha il cancro, la chemioterapia ha pesantissime controindicazioni e per giunta non sempre contrasta adeguatamente la malattia. Ciò malgrado, chi si asterrebbe dal curarsi con la chemio, solo perché si perdono i capelli e si hanno parecchi altri malanni?
Un rimedio non cessa di essere consigliabile solo perché ha anche conseguenze sgradevoli: la sua positività dipende infatti da un bilanciamento tra vantaggi e svantaggi. Proprio per questo è sciocco stare a sottolineare lungamente i lati spiacevoli: o si dimostra che essi prevalgono sui benefici oppure si può smettere di parlarne.
Nel caso degli emigranti rimandati in Libia, è vero, si frustrano le speranze di centinaia di poveracci; è vero, qualcuno sfugge a regimi infami e vorrebbe chiedere asilo politico (ma pare possa farlo anche presso le autorità italiane in Libia); è vero, in Libia queste persone potrebbero essere trattate malissimo e magari essere rimandate a morire nel deserto. Ma se questa politica italiana fosse mantenuta, il flusso degli emigranti dall’Africa verso l’Italia cesserebbe, e non ci sarebbe più nessuno rimandato in Libia, nessun emigrante frustrato, nessun emigrante mandato a morire nel deserto. La sofferenza di quei 227 e di quegli altri che dovessero mettersi in mare in queste settimane sarebbe un alto prezzo da pagare, ma da pagare per evitare che altri emigranti muoiano in mare a centinaia, come è avvenuto, o che vengano a vivere una vita di stenti, quando non di criminalità, in Italia.
Non è l’unico caso in cui la pietà e la moderazione fanno incancrenire il problema. Se non si cedesse ai ricattatori, i primi ricattati pagherebbero un prezzo altissimo ma la pratica criminale cesserebbe. Infatti mancherebbe il profitto che ne è la molla. Fra l’altro, non va dimenticato che a volte il ricattato paga e non per questo evita il male minacciato, inclusa l’uccisione dell’ostaggio.
Né diversamente vanno le cose per i pirati al largo del Corno d’Africa. Anche qui, si fanno mille discorsi per non adottare la politica più semplice: basterebbe sparare dall’alto delle navi sui barchini dei pirati e tutto finirebbe dall’oggi al domani. Pratica dura, magari eccessiva verso dei ladri del mare che tuttavia non vengono per uccidere? Sarà, ma questo sistema farebbe cessare la pirateria, mentre gli attuali rimedi sono inefficaci.
E poi, non sono gli stessi pirati che hanno minacciato di uccidere i marinai, se il riscatto non è pagato? O se, Dio liberi, qualcuno avesse in mente di intervenire nelle loro basi?
C’è naturalmente da preoccuparsi della vita degli innocenti marinai già in loro mano. Ma anche a questo riguardo è facile osservare che, se si fosse reagito con questa durezza sin dalla prima volta, quei pochi marinai – anche se è doloroso dirlo - sarebbero stati solo una controindicazione: innanzi tutto non è detto che, mancando il profitto, i pirati avrebbero messo ad esecuzione la loro minaccia, e, comunque, dopo non ci sarebbero stati altri arrembaggi. Se invece si è molli, il numero dei marinai prigionieri dei predoni aumenta, come è di fatti aumentato, e nulla assicura che una volta o l’altra non ci sia un massacro.
Quando, per non pagare un piccolo prezzo, se ne paga poi uno più grande, non si dimostra buon senso. Ma questa è una qualità di cui l’epoca contemporanea non sembra abbondare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

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