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POLITICA
27 settembre 2014
IL VIRUS DELL'AUTORITA'
Le autorità si credono spesso figure genitoriali e si comportano come tali. Hanno una certa idea del bene e tengono ad inculcarla ai loro sottoposti, che siano d'accordo o no. Pur considerando gli agenti della Polizia Stradale benemeriti per il lavoro duro e pericoloso che svolgono, accade che, in perfetta buona fede, a volte essi possano strafare. L'agente che ferma un automobilista indisciplinato e gli fa un lungo predicozzo vuole atteggiarsi a padre severo e giusto. Purtroppo il suo comportamento significa: "In primo luogo io mai farei quello che hai fatto tu. In secondo luogo quello che hai fatto è una fonte di pericolo per te stesso e per gli altri. In terzo luogo, se ti faccio pagare una contravvenzione, è per il tuo bene". Tutta una serie di insopportabili sciocchezze. 
Il cittadino infatti potrebbe rispondere: "In primo luogo può darsi che tu guidi meglio di me, ma io guadagno quattro o cinque volte più di te. Non facciamo confronti. In secondo luogo, non è il caso che mi spieghi che il mio comportamento è biasimevole; se non lo fosse, non sarebbe sanzionato dallo Stato. E soprattutto nessuno ti ha nominato mio tutore: hai il potere di elevarmi contravvenzione, non di educarmi. Fra l'altro è anche possibile che io non abbia commesso nessun illecito, diversamente non avrei il diritto di far ricorso". Quale poliziotto non andrebbe fuori dalla grazia di Dio, sentendosi fare questo più che ragionevole discorsetto?
Il comportamento dell'agente che si comporta così ha molte scusanti. Fra l'altro i suoi stessi superiori l'invitano ad educare gli utenti della strada. Il fenomeno infatti ha una spiegazione di più vasto ambito: la tendenza umana ad identificarsi con l'autorità che si rappresenta.
I magistrati, in questo campo, sono un caso esemplare. Alcuni non comprendono che le sentenze non le emettono in base ad un loro personale potere, come Salomone, ma quali strumento dello Stato. Spesso hanno la pretesa di "fare giustizia", mentre il loro dovere è soltanto quello di applicare le leggi, quand'anche a loro personalmente sembrassero ingiuste. Credono di essere l'autorità, mentre sono soltanto i rappresentanti dell'autorità, di cui devono umilmente applicare i dettati. I peggiori di loro arrivano addirittura a pensare che il non poter essere contraddetti corrisponda all'avere sempre ragione. Come se non ci fossero migliaia di sentenze di Cassazione che li bocciano severissimamente.
Il magistrato non è il depositario di un "Bene" che deve inculcare ai semplici cittadini come se lui personalmente fosse qualcosa di più. È un impiegato di Stato e moralmente, per usare una terminologia religiosa, un peccatore come gli altri. Ha una sedia più alta di quella dell'imputato, ma può avvenire che l'imputato, come Socrate, abbia una testa più alta dei suoi giudici.
Questa tendenza a identificarsi col Potere Benefico è eterna. Ancora tre secoli fa, in Europa abbiamo avuto l'Inquisizione. In molti Paesi musulmani si punisce l'apostasia con la pena capitale: dal momento che l'abbandono dell'Islàm è per il fedele un'enorme disgrazia, lo Stato fa di tutto per evitargliela. Anche con la minaccia, anche con la morte.
Le democrazie moderne hanno superato questo stadio. Lo Stato laico si accontenta dell'obbedienza dei cittadini sugli argomenti più importanti: è la cosiddetta "esteriorità del diritto". I giuristi intelligenti del resto sanno quanto discusse e discutibili siano le leggi. E tuttavia la vecchia mentalità sopravvive sotterraneamente. I docenti, i carabinieri, i magistrati e le autorità di ogni genere tendono a venerare l'establishment, tanto che ne parlano agli utenti come di qualcosa che anch'essi dovrebbero venerare. Non si accorgono che così si trasformano in ingranaggi del sistema, in sacerdoti del Leviatano, in servitori che vorrebbero trasformare gli altri in servitori dei servitori. 
Il rispetto del cittadino, conquista della civiltà, è tendenzialmente contrario alla natura umana. E infatti il totalitarismo si afferma nei Paesi meno sviluppati. Dunque, per un uomo libero, chiunque sia fornito di un minimo d'autorità è spesso insopportabile: perché costui non considera il suo mestiere semplicemente la fonte del suo reddito, come fanno un dentista o un idraulico, lo considera un'occasione per educare il prossimo e indurlo a conformarsi al suo superiore modello.
Nella nostra amministrazione della giustizia, questa mentalità, da nessuno frenata, ha dato risultati disastrosi. Infatti, sul generale concetto di "Bene" da imporre a chi sgarra, si innestò decenni fa un analogo meccanismo riguardante il "Bene" politico. I "pretori d'assalto" vollero purgare la società senza guardare in faccia a nessuno e per farlo stravolsero le leggi con interpretazioni tendenziose, applicarono una "giurisprudenza progressista" e in una parola sperarono di attuare una rivoluzione dall'alto. Dimostrarono così la loro mancanza di scrupoli. Le loro sentenze non servivano ad applicare la legge ma a far progredire la società nella direzione del "Bene secondo la versione della sinistra". E si servirono di un potere che apparteneva allo Stato, non a loro, per fini che appartenevano a loro e non allo Stato. 
Ciò portò in seguito al delirio di "Mani Pulite". Improvvisamente i magistrati si misero a perseguire reati che prima, per decenni, avevano finto di non vedere. Spesso ottennero la confessione degli accusati con la tortura di una strumentale carcerazione preventiva. Spesso disumanizzarono gli imputati  - che magari, fino al giorno prima, erano stati riveriti da tutti - ostentando per loro un incommensurabile disprezzo. Li riducevano - secondo le parole di Gabriele Cagliari, che si suicidò dopo quattro mesi di carcere - al rango di cani da tirare fuori dalle gabbie quando ne avevano voglia. 
La rivoluzione per via giudiziaria, come tutte le rivoluzioni, fu spesso crudele. A parte i suicidi, furono innumerevoli le carriere politiche spezzate. Il più grande partito d'Italia, centro del potere per quasi mezzo secolo, fu delegittimato e fatto sparire. E quando il previsto trionfo del riverniciato partito comunista fu impedito da Silvio Berlusconi, la furia dei pubblici ministeri si riversò su di lui. Non riuscirono a distruggerlo, ma distrussero, agli occhi di molti, la stima dell'onestà e dell'imparzialità della magistratura.
L'Italia infatti lesse questi fenomeni secondo le convinzioni politiche di ciascuno. La destra - attaccata a testa bassa - si convinse più o meno che "il partito dei giudici" era una sezione staccata del partito comunista. Dunque tutti gli uomini di destra, accusati o condannati, erano innocenti. La sinistra, per lungo tempo risparmiata dalla magistratura, ne dedusse al contrario che i suoi uomini erano persone per bene, mentre tutti gli uomini di destra erano corrotti e delinquenti. Infine, quando recentemente i magistrati, scontenti delle posizioni del grande partito di sinistra, hanno cominciato ad attaccarlo, e Matteo Renzi non li ha trattati da autorità incontestabili (brrr… che paura!), anche gli italiani di sinistra hanno cominciato a capire l'inganno di cui sono stati vittime. Ma di questo inganno, per il fervore con cui hanno applaudito la ghigliottina, sono stati largamente responsabili.
Il risultato è drammatico. Pur non avendo magistrati meno numerosi di altri Paesi, abbiamo una giustizia classificata agli ultimi posti del mondo sviluppato. Pur non avendo magistrati peggiori di quelli di altri Paesi, la loro fama è macchiata da alcune primedonne che cercano d'acquisire visibilità per poi spenderla in politica, sicché l'intera magistratura soffre di un deficit di credibilità. La sacralità altruistica della funzione, cui tanti oscuri magistrati sono devoti, è appannata dal comportamento di alcuni: ma purtroppo tutti insieme i magistrati sono colpevoli di avere impedito ogni provvedimento mirante a distinguere i buoni dai cattivi. Le loro associazioni hanno difeso anche i colleghi incompetenti o negligenti ed una carriera che va avanti per anzianità e non per merito. 
La nostra amministrazione della giustizia non avrebbe bisogno di qualche ritocco, avrebbe bisogno di una severissima rivoluzione meritocratica. Forse bisognerebbe arrivare ad imporre il divieto di pubblicare il nome dei magistrati. Il Pm non è il signor tale, è il Pm e basta. Infine il giudice non dovrebbe essere esentato dal rischio di essere a sua volta giudicato e dovrebbe anzi correrlo più di altri, proprio perché questo rischio egli lo fa correre quotidianamente ai cittadini di cui si occupa. 
Naturalmente non c'è nessuna speranza realistica, in questo senso. Da noi perfino gli uscieri o i bidelli hanno l'alterigia dell'autorità. Anche i gradi di caporale dànno alla testa. E figurarsi l'effetto su quei funzionari che, senza correre nessun rischio, hanno diritto di vita e di morte sui loro concittadini. Infatti il Consiglio Superiore della Magistratura, che dovrebbe punirli, attualmente si occupa soltanto di promozioni e assegnazioni. Per il resto, ego te absolvo. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
27 settembre 2014

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POLITICA
10 dicembre 2009
LE PALLE DI BERLUSCONI
Quando si deve fare un titolo di giornale si va a cercare che cosa può attirare il lettore: stavolta tutti si riferiranno a questa frase di Silvio Berlusconi: “Tutti si dicono: dove si trova uno forte e duro con le palle come Silvio Berlusconi?".
Con le palle? È in questo modo volgare che si esprime un Presidente del Consiglio? Che bel mondo, il nostro. Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati, ha usato il termine “stronzo”. Bossi diceva di “avercelo duro”, o qualcosa del genere. Il turpiloquio, in Parlamento e in televisione, non fa più notizia.
Ma le cose gravi sono altre. Il Cavaliere ha detto cose gravissime e quando Fini gli ha ingiunto di chiarire ha replicato: “Non c'è niente da chiarire. Sono stanco delle ipocrisie, tutto qua”. Dunque non siamo di fronte ad uno sfogo o ad un momento di malumore e bisogna chiedersi che cosa implichino e che cosa significhino le sue parole.
Secondo il Cavaliere, in Italia c’è un partito dei giudici che vuole sovvertire il risultato elettorale, vuole esautorare il legislativo e perseguita il Capo del Governo con accuse pretestuose: “Il Parlamento fa le leggi, ma se queste non piacciono al partito dei giudici questo si rivolge alla Corte Costituzionale e la Corte abroga la legge. Stiamo lavorando per cambiare questa situazione anche attraverso una riforma della Costituzione”. La Corte Costituzionale, associata al partito dei giudici, “da organo di garanzia si è trasformata in organo politico. Abrogando il Lodo Alfano ha praticamente detto ai pubblici accusatori: riprendete la caccia all'uomo nei confronti del primo ministro”. I magistrati infatti, alleati di una sinistra che non vince nelle urne, vogliono farla vincere per via giudiziaria.
In che misura Il Cavaliere dice la verità, per quanto lo riguarda personalmente? A questa domanda ha risposto lui stesso quando ha detto: ““Sono stato investito da una serie di 103 procedimenti, 913 giudici si sono interessati di me, 587 visite della polizia giudiziaria e della Guardia di finanza, 2520 udienze: credo che sia il record universale della storia, ma sono stato sempre assolto perché per fortuna è solo una parte dei giudici che sta con la sinistra, mentre i giudici soprattutto del secondo e terzo livello sono giudici veri come negli altri Paesi”. Chi vuole affermare che Berlusconi non sia stato oggetto di persecuzione giudiziaria deve per prima cosa smentire questi numeri. E soprattutto deve dimostrare che siano corrotti i giudici che lo hanno assolto. Infatti, se è un uomo talmente criminale da essere oggetto di 103 procedimenti, e poi viene assolto, o sono infondate le accuse, oppure sono corrotti tutti i giudici che lo hanno assolto. Dilemma mica da ridere. Chiaramente è invece esistita ed esiste un’innegabile persecuzione giudiziaria. Come la trovata di fargli pervenire un avviso di garanzia mentre presiedeva un vertice internazionale per la lotta alla criminalità. Gli italiani oggi non prenderebbero sul serio nemmeno una condanna con fondati motivi.
Per quanto riguarda la Corte Costituzionale, ad ammettere che i rilievi mossi al cosiddetto Lodo Schifani fossero fondati, nel momento in cui il Parlamento, con l’avallo del Presidente della Repubblica, corregge il provvedimento nel senso indicato dalla stessa Consulta, il fatto che questa lo respinga non sembra in linea con una completa serenità di giudizio.
Se questa è la realtà, poco importa che la si denunci con parole poco diplomatiche: importa chiedersi quali sono le conseguenze. Se veramente siamo di fronte ad un tentativo di colpo di Stato attraverso l’ordine giudiziario, se per proteggere il Primo Ministro bisognerà cambiare le nostre istituzioni, è sì o no lecito dire che tutto questo è molto allarmante?
E tuttavia né i magistrati né la sinistra hanno il diritto di protestare: la controparte agisce in condizioni di legittima difesa. Se i magistrati hanno deciso di fare politica andando in tutti i modi contro il governo (“Resistere! Resistere! Resistere!”, diceva un alto magistrato), è strano che alla lunga l’esecutivo e il legislativo reagiscano?
Questa non è una tesi che viene tirata fuori oggi, per difendere Berlusconi contro venti e maree, anche mentre usa un linguaggio volgare. Ecco che cosa scrivevamo in ottobre: “C’è però un caso in cui la favola del re travicello funziona nel modo tradizionale. I magistrati hanno il compito di applicare le leggi, non di fare politica, e tuttavia da un paio di decenni parecchi di loro, alla luce del sole e sfacciatamente, si sono dati a crociate contro i governi non di loro gradimento. Hanno ignorato una divisione dei poteri che non è stata inventata per ragioni di simmetria, ma per evitare che uno dei poteri prevarichi sugli altri. Il giudiziario fra l’altro è il più debole dei tre e sopravvive solo se gli altri due lo rispettano: dunque ha più da perdere e ogni interesse a comportarsi correttamente. Viceversa, nel momento in cui si travalicano le proprie attribuzioni si rischia di ispirare reazioni violente. Giove potrebbe inviare un serpentone capace di limitare la libertà politica e civile dei magistrati. Se solo lo capissero”.
Il timore è che non l’abbiano capito. Anche se la colpa è più delle rane che di Giove, cioè dei magistrati d’assalto, e anche se l’esecutivo si trova in condizioni di legittima difesa, fondamentale è il dispiacere che tutto questo provoca. Il Pci, pure succubo di Mosca, non portò mai il paese sull’orlo della guerra intestina come questi funzionari di Stato che non hanno avuto nulla da temere. Nulla da temere, fino ad oggi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 dicembre 2009

POLITICA
10 giugno 2009
INTERCETTAZIONI
LETTURA CRITICA: D’AVANZO
Spesso in questa sede si sono commentati gli articoli solenni di Eugenio Scalfari o quelli pieni di culturale sussiego di Barbara Spinelli. Stavolta l’oggetto dell’attenzione è D’Avanzo (Repubblica, 10 giugno, “La legge del bavaglio ”).
Giuseppe D’Avanzo commenta oggi il ddl detto “delle intercettazioni” e da principio si tiene sulle generali. Lo definisce una legge “ad personam”: il Cavaliere, scrive, “si muove nel suo interesse. Teme le intercettazioni (non si sa mai, con quel che combina al telefono)”. E poco gli importa che Berlusconi non sia mai stato sorpreso a chiedere “Abbiamo una banca?”: lui sa che teme le intercettazioni.
“Oggi sarà legge il disegno che diminuisce l'efficacia delle investigazioni, cancella il dovere della cronaca, distrugge il diritto del cittadino di essere informato”.  E non favorisce la diffusione dell’afta epizootica solo per distrazione.
“Le investigazioni ne usciranno assottigliate, impoverite”. A suo tempo si sarà detto altrettanto del divieto della tortura: D’Avanzo sarebbe stato un fiero nemico delle iniziative di Voltaire e di Beccaria.
Poi si scende sul piano tecnico. “L'ascolto telefonico, ambientale, telematico da mezzo di ricerca della prova si trasforma in strumento di completamento e rafforzamento di una prova già acquisita. Un optional, per capirci. Un rosario di adempimenti, motivazioni, decisioni collegiali”. Per dimostrare quanto questa obiezione sia infondata, basta ribaltarla ipotizzando che le intercettazioni non siano “strumento di completamento e rafforzamento di una prova già acquisita” ma strumento di curiosità (o di intenzioni malevole) di un magistrato in assenza di qualunque prova e senza un controllo collegiale della loro opportunità.
Senza dire che l’argomentazione è capziosa: la distinzione non deve essere fra “prove” ma fra “indizi di colpevolezza” che esistono o non esistono. E che devono essere molto seri, se si deve violare il diritto costituzionale dei cittadini alla privatezza. Soprattutto non è lecita “la ricerca della prova”, perfino in assenza di una notitia criminis, se di fatto si cercano gli indizi. Al contrario, se esistono fondatissimi sospetti, perché mai il pm dovrebbe temere il controllo collegiale? Qui si vuole solo impedire l’arbitrio del magistrato singolo, magari fazioso.
Ma D’Avanzo si fa forte di una testimonianza: questa legge “vanifica gli sforzi investigativi delle forze dell'ordine e degli uffici di procura, come inutilmente ha avvertito il Consiglio superiore della magistratura”. Egli dimentica che la magistratura non ha competenza, per giudicare le leggi: deve solo applicarle. I commenti dei magistrati valgono quanto quelli degli infermieri che non sono d’accordo con quanto disposto dal chirurgo.
Ma è il momento di passare al massimo lamento. “La nuova legge [sulla stampa] estende il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto anche agli atti non più coperti dal segreto fino alla conclusioni delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare. Prima di questo limite sarà vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione e degli atti delle conversazioni telefoniche anche se non più coperti dal segreto". Con questo sistema, nota D’Avanzo, non si sarebbero potute pubblicare le conversazioni che hanno dimostrato la colpevolezza dei medici di una famigerata clinica. Oppure ciò sarebbe stato possibile ma, “Con i tempi attuali della giustizia italiana, dopo quattro o sei anni”.
E qui il giornalista non si accorge di molte cose. Se le conversazioni fossero suggestive e se poi i giudici assolvessero, alla gente rimarrebbe lo stesso la convinzione della colpevolezza, con grave danno per gli interessati. In secondo luogo, il richiamo ai tempi della giustizia italiana per rinunciare alle garanzie in favore del cittadino è, ancora una volta, un modo per invocare la tortura: la “Repubblica” vorrebbe danneggiare il cittadino, magari innocente, per rendere più facile il lavoro ai magistrati?
Nel resto dell’articolo, D’Avanzo sostanzialmente invoca il diritto di violare la legge sulla stampa incorrendo in pene simboliche, come s’è fatto fino ad oggi. “Naturalmente, scrive infatti, violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa”. Ecco come: non con una pena pecuniaria per i giornalisti, pure prevista (“Ma non è questo che conta davvero, mi pare. Che volete che sia una multa, se si è fatto un lavoro decente?”), ma con una punizione economica inflitta all’editore. Questi subirà una sanzione da 64.500 a 465.000 € e sarà spinto a vigilare perché la legge non sia violata. Ma questo, strilla D’Avanzo, interferisce con la libertà del giornalista! La libertà, traduciamo, di violare la legge senza pagare seriamente pegno. In realtà l’editore non può essere una sorta di ricettatore che, sotto la copertura della libertà di stampa, non che impedire i reati, beneficia degli scoop in termini di copie vendute.
D’Avanzo rende un pessimo servizio all’informazione e alla collettività. Se la legge merita critiche, ed è ben possibile, le sue non valgono nulla. I processi non si fanno sui giornali e gli imputati non sono trastulli per la curiosità della gente. Il giorno in cui gli capitasse, da innocente, di essere stritolato nel tritacarne mediatico, fino a vedere la propria vita distrutta per poi essere assolto in appello, capirebbe molto di più di quello che ha capito fino ad oggi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro motivato parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
10 giugno 2009

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