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POLITICA
23 dicembre 2014
NAPOLITANO SBAGLIA INDIRIZZO
I principi che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso parlando al Consiglio Superiore della Magistratura sono ispirati alla morale più seria e al più alto senso delle istituzioni. Raramente si sono viste affermazioni meno contestabili. Anche chi non ha mai avuto un'eccessiva simpatia per questo anziano signore, non può che genuflettersi dinanzi alla verità, chiunque la dica. 
Ecco i punti salienti. Le tensioni fra magistratura e politica non hanno giovato a nessuno. La giustizia va riformata, soprattutto mettendo rimedio alla sua lentezza. Bisogna evitare i protagonismi e le iniziative accusatorie azzardate. I magistrati non hanno la missione di salvare il Paese. Una giustizia efficiente sarebbe utile anche alla ripresa economica. Le innovazioni normative non vanno adottate per rispondere all'emotività nazionale: bisogna avere regole certe e stabili. 
Dunque, nessuna critica? Non esattamente. Le affermazioni balorde o inesatte offendono l'intelligenza, ma le verità di Monsieur de La Palice, se non hanno lo scopo di far ridere, sono inutili e noiose. Non serve a niente deprecare le malattie. O si tenta di guarirle, o non val la pena di parlarne. È questo, l'errore di Giorgio Napolitano. Innanzi tutto, il programma di cambiamento da lui delineato è di tali vaste proporzioni, da costituire un'impresa pressoché impossibile. Senza dire che poi bisognerebbe vedere come verrebbe attuato, praticamente: si sa che il diavolo si nasconde nei particolari. Ma soprattutto in Italia nessuno ha il dovere di obbedire al Presidente della Repubblica. I magistrati possono ascoltarlo, compunti, ed anche applaudirlo, perché quello che dice lascia il tempo che trova. E possono farlo anche coloro contro cui egli si scaglia: i battifiacca, quelli che vorrebbero rivoltare l'Italia come un calzino, quelli che si credono in dovere di moralizzare la società, quelli che contrastano ogni innovazione e quelli che auspicano le riforme più azzardate e liberticide. I miscredenti non hanno nessun interesse a contestare la Messa Cantata.
 Ma non è l'unico errore del Presidente: è sbagliato anche l'indirizzo. È vero, molti magistrati hanno le colpe indicate, ma non potrebbero permettersi i comportamenti che sono stati stigmatizzati se non fossero sostenuti dall'opinione pubblica e dalla pubblicistica nazionale. Gli italiani continuano ad illudersi che i magistrati siano semidei infallibili, impermeabili alle passioni e agli interessi dei normali cittadini, ed è per questo che sognano una classe di Arcangeli vendicatori che, sempre risiedendo stabilmente al di sopra delle parti, stronchino il malaffare nazionale, buttando mezzo Paese in galera, in modo che l'altra metà risorga purificata e corra incontro al sol dell'avvenire. Per questo nobile scopo partono dalla presunzione che anche gli innocenti, soprattutto se non di sinistra, siano colpevoli e tollera che i giudici non paghino mai per i loro errori. Il pregiudizio della loro infallibilità prevale sula storia dei loro marchiani errori, e sui danni da essi provocati a carico di accusati di trasparente innocenza. I medici sono costantemente nel mirino, e non gli si perdona la minima sbavatura: che dire allora dell'infinito processo a carico di Giulio Andreotti, nato dal pregiudizio e costato enormemente all'immagine internazionale del Paese, allo Stato e all'interessato? Né si possono dimenticare la condanna di Enzo Tortora, soltanto sulla base delle parole di un gaglioffo, e l'assurda persecuzione giudiziaria a carico di Berlusconi. 
Naturalmente esistono anche molti magistrati eccellenti, ma non è a loro che si rivolgeva il Presidente Napolitano. E tuttavia, è forse mai nata nel Paese una vera protesta per gli eccessi di alcuni dei peggiori? In generale l'idea del popolo è che gli assolti fossero comunque colpevoli: "Mio figlio è stato ammazzato per la seconda volta", si duole la madre della vittima. E intende  non che la giustizia non sia stata capace di trovare il colpevole, ma che l'assolto era comunque colpevole. 
La nostra pubblica opinione ricorda la folla riunita intorno al palco di Place de la Révolution per veder rotolare le teste nel paniere. Non si invoca una giustizia civile rapida, ma una giustizia penale sommaria, tanto più da applaudire quanto più sangue fa schizzare la mannaia. In queste condizioni, come evitare che gli accusatori si sentano incaricati della missione divina di una giustizia rivoluzionaria permanente? E li fermeranno forse le parole di Napolitano?
 I magistrati sono solo indirettamente i destinatari del messaggio. Bisognerebbe parlare al Paese e invocare un Termidoro che non arriva mai. Ma forse non si otterrebbe proprio nulla. È questo il Paese che sembriamo volere. È questa la giustizia che, fiancheggiato da partiti e giornali, il popolo non soltanto tollera, ma sostiene.
Formalmente,  il capo dell'ordine giudiziario è il Presidente della Repubblica; sostanzialmente, e nell'immaginario comune, è quel tale Sanson che, in Place de la Révolution, tirava la corda che liberava la mannaia della ghigliottina. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 dicembre 2014

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18 maggio 2014
IL POTERE CORRUTTORE DELLA TOGA
Perché il pm rischia la salute mentale
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Lord Acton è famoso per queste parole immortali, pronunciate nel 1887: “Power tends to corrupt, and absolute power corrupts absolutely”, il potere tende a corrompere [chi lo detiene], e il potere assoluto corrompe assolutamente”. Il XX Secolo, con la sua mentalità scientifica, ha fornito la prova sperimentale dell’affermazione. Nel 1971, la Stanford University attuò un esperimento rimasto indimenticabile. Nelle cantine dell’ateneo si creò una finta prigione e ventiquattro studenti volontari furono divisi (a caso) in prigionieri e guardie. Presto queste ultime cominciarono ad essere violente, a commettere abusi, fino alla tortura psicologica, mentre fra i prigionieri alcuni si prestavano a divenire “kapò”. Insomma l’esperimento rischiò di sfuggire al controllo e fu interrotto dopo soltanto sei giorni. Rimase dimostrato che la “parte in commedia” prevale sul carattere dell’individuo. Se i ruoli fossero stati assegnati in modo opposto, “i carcerati maltrattati”, sarebbero stati “le guardie crudeli”. Si tratta dunque di una caratteristica degli esseri umani. 
Il massimo del pericolo si ha naturalmente se mettiamo insieme la tendenza umana all’abuso del potere (lord Acton) e un potere senza controllo (Stanford). Infatti la guardia carceraria professionale rischia il procedimento disciplinare e poi quello penale dinanzi ad un giudice terzo, mentre Caligola, non essendo sottoposto ad alcun controllo, proprio per questo arrivò, secondo Svetonio, ad inimmaginabili abusi e indimenticabili crudeltà.
Il controllo, purtroppo, non sempre è possibile. A volte perché la materia appare troppo insignificante. La maestra elementare, che ha potere su venti o trenta bambini, può dunque manifestare le proprie simpatie o antipatie, attribuire lodi o biasimi sproporzionati a meriti e demeriti, e nessuno potrà seriamente sanzionarla. Analogamente il professore di liceo potrà imporre senza contraddittorio le proprie idee in storia e in politica e agli alunni non converrà correre il rischio di un’imparabile vendetta. Questo esercizio di un potere minimo, in una stanza con alcuni ragazzi, rende la professione di insegnante pericolosa per l’equilibrio mentale. Dalle scuole materne fino all’università. Come sa chi abbia frequentato queste benemerite istituzioni fino alla laurea.
Ma a scuola dopo tutto si va avanti. Il caso più grave è quello di un potere istituzionalmente privo di controllo, come quello degli inquirenti nell’amministrazione della giustizia. Qui la persona del possibile controllato e la persona del possibile controllore in ultima istanza coincidono: In Italia l’inquirente non soltanto è un collega del giudicante, con cui può scambiare le funzioni, lo è anche di quello che deve approvare le sue decisioni durante l’istruttoria. Stabilendo un vincolo di solidarietà forse involontario, certo ineliminabile. 
La procedura ne risulta inquinata. Per cominciare, l’inquirente può scegliere quali reati perseguire e quali no. La famosa “obbligatorietà dell’azione penale”  corrisponde a lasciare al magistrato la decisione sui reati da dichiarare “impossibili da perseguire” per mancanza di tempo e risorse, e quelli sui quali magari accanirsi. Ha inoltre la libertà di scegliere l’imputazione. Poi può tenere l’accusato in carcere o no. A volte a lungo. E se questi ricorre agli organi di controllo, si vede spesso sbattere la porta in faccia. Lui è il seccatore “presunto colpevole”, mentre l’inquirente “è un collega che magari stavolta ha un po’ esagerato, ma è capitato anche a noi. Se ci mettiamo a farci la guerra …”
In queste condizioni la prevaricazione è semplicemente inevitabile. Se un magistrato ha un potere assoluto e non ne abusa, semplicemente non è umano. Come ha detto lord Acton e come hanno dimostrato alla Stanford University.
Ubriachi di telefilm americani, in Italia, abbiamo costretto il magistrato dell’accusa a sedere al livello degli avvocati della difesa, ma si è cambiata la scenografia senza cambiare il testo del dramma. E i guasti che qui si denunciano non sono colpa dei singoli inquirenti. Se mettessimo gli accusati al loro posto forse commetterebbero esattamente gli stessi abusi. È il sistema che bisogna cambiare, con avvocati dell’accusa che non siano affatto colleghi dei giudicanti e che non abbiano il potere di decidere la carcerazione o no. E bisognerebbe inoltre smetterla con la finzione dell’obbligatorietà dell’azione penale: o si depenalizzano i reati meno importanti, o i reati da perseguire sono decisi dall’esecutivo, ogni anno. Non se ne può lasciare la discrezionalità al singolo. 
Infine bisognerebbe stabilire una sorta di docimasia statistica: gli inquirenti le cui imputazioni sono state seguite da un numero eccessivo di assoluzioni, i giudicanti le cui sentenze sono state troppo spesso e pesantemente riformate, dovrebbero non fare carriera. Che facciano danni piuttosto ai bassi che agli alti livelli.
Bisognerebbe insomma vagheggiare meno una giustizia utopica e badare di più a una cosa antica e sacra come l’Habeas Corpus.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 maggio 2014


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POLITICA
2 maggio 2014
GLI APPLAUSI AI POLIZIOTTI OMICIDI

Prima che condannati, i fenomeni vanno capiti

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Capire tutto corrisponde a perdonare tutto, afferma un detto francese. Manon è completamente vero. Si può forse capire che un Adolf Eichmann, stante la suamediocre personalità, consideri un incarico burocratico qualunque, da eseguirepuntigliosamente, quello di occuparsi dello sterminio di milioni di ebrei. Mala “banalità del male” - di cui parlò Hannah Arendt assistendo alsuo processo - non è una scusante e non rende assurda lavendetta dei sopravvissuti. Il giudice deve cercare di capire l’accusato alpunto da pensare che, al suo posto, forse avrebbe fatto la stessa cosa. Ma per concludere:“In questo caso oggi condannerei anche me stesso”.

L’equivalenza comprendere=perdonare non funziona, e ancor meno funzional’equivalenza condannare=comprendere. Al congresso del Sindacato Autonomo diPolizia i presenti hanno tributato una lunga ovazione di solidarietà agliagenti condannati ad anni di carcere per la morte di un arrestato per usoeccessivo della forza. Ciò ha provocato una tempesta di reazioni indignate, compresequelle del Ministro dell’Interno e del Presidente della Repubblica.  La condanna dunque è certa; lo è altrettantola comprensione?

La prima indicazione che si può ricavare dall’episodio è l’esasperazionedei poliziotti, i quali si sentono abbandonati da quello stesso Stato che sonochiamati a servire. Temono che esso sia tenero con i manifestanti violenti alpunto da volerli assolvere con ogni possibile scusa, anche quando cercano diammazzare gli uomini in divisa, mentre rivede senza sconti le bucce di questiultimi.

Non importa in che misura gli agenti di P.S. abbiano ragione o torto.Chi comanda i soldati deve convincerli della propria competenza e del rispetto chesente per loro: solo così ne otterrà il massimo rendimento. Se invece i fantipensano che il Capo sia un imbecille che li manda a morire per niente, siarriverà agli ammutinamenti della Prima Guerra Mondiale. Il paragone non èazzardato. I poliziotti antisommossa somigliano più a dei soldati che a dei carabinierialla ricerca di ladri. Nella polizia c’è una componente politica e militare chenel caso italiano mostra tutto il suo degrado.

Più importante è però l’occasione dell’episodio. Se i poliziottiavessero ritenuto i loro colleghi biechi assassini o anche semplicemente dei sadiciindifferenti alla vita dei cittadini, probabilmente non li avrebberoapplauditi. Da colleghi avrebbero avuto per loro una comprensione maggiore di quelladei normali cittadini ma non sarebbero arrivati all’ovazione. Invece, di tuttaevidenza, li reputano condannati da innocenti: a quanto pare, la parola deimagistrati ormai non è credibile neanche quando è consacrata in una sentenzaper omicidio. E questo fa spavento. La sfiducia nella magistratura si è insinuataanche in un corpo che con essa lavora a stretto contatto di gomito. Ciò è angosciantesia perché quella diffidenza potrebbe essere stata originata da esperienzematurate professionalmente, sia perché dalla collaborazione della forzapubblica con l’amministrazione della giustizia dipende la sicurezza dellanazione.

Da qui ci si avventura in ipotesi che non è possibile dimostrare.Forse  le vistose simpatie sinistrorse diuna parte della magistratura hanno spinto i poliziotti a pensare che dinanzi algiudice godano più simpatie di loro gli emarginati, i rivoluzionari e iviolenti. Ciò avrebbe indotto gli uomini che rischiano l’integrità fisica perservire lo Stato a sentirsi traditi e a non essere più sicuri della buona fede dicoloro che dovrebbero sostenerli.

Un secondo elemento che rientra nelle ipotesi indimostrabili è lavicenda di Silvio Berlusconi. Se da quando è entrato in politica egli avesseavuto tre processi e due condanne, la situazione sarebbe normale. Se invece laGuardia di Finanza è stata inviata a rovistare per circa cinquecento voltenelle carte delle sue imprese e il Cavaliere ha avuto qualcosa come quarantatréprocessi, l’intento persecutorio è chiaro. Né risolleva l’immagine deifunzionari in toga il fatto che, salvo che nell’ultimo processo, Berlusconi nonsia mai stato condannato.

Quello che importa ai cittadini – e anche i poliziotti sono cittadini - èche la gragnola di accuse - per la maggior parte infondate, come scritto nellesentenze - prova ad usura la capacità di intento politico in chi le ha mosse. Ese dei magistrati sono capaci di agire per motivi politici, perché nonpotrebbero aver agito per motivi politici anche quelli che hanno condannato icolleghi?

Probabilmente questa opinione è del tutto infondata, ma nel momento incui si parla di sentimenti popolari poco importa. Il fatto che in Italia sipensi che ci siano state e ci siano troppe contiguità tra politica e giustiziaè un danno incommensurabile. Molto più importante degli applausi nel congressodel Sap. Il termometro non è responsabile della febbre. Proprio non sappiamofra quanti anni la magistratura riuscirà a riemergere dal baratro in cuil’hanno precipitata alcuni suoi membri che volevano salvare il Paese.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

1 maggio 2014

POLITICA
28 gennaio 2014
LE DUE VERITA' SU SCAIOLA
Come si sa l’ex ministro Claudio Scaiola è stato assolto da ogni accusa per la famosa vicenda della casa di fronte al Colosseo. Egli sosteneva di averla pagata 600 o 700.000 euro, credendo di fare un affare, mentre l’innegabile differenza col prezzo reale (fino 1.600€ o giù di lì), era stata pagata da qualcun altro, “a sua insaputa”, come riassunsero i giornali. Il ridicolo della faccenda, e lo scandalo conseguente, lo travolsero, tanto che dovette dimettersi. Ora, a quasi quattro anni di distanza, Scaiola – che avrebbe potuto essere assolto per prescrizione, come del resto è avvenuto per il costruttore Anemone, quello che ha pagato la differenza – è stato assolto nel merito, perché il magistrato ha ritenuto che le prove della sua innocenza erano talmente evidenti da non dover ricorrere all’estinzione del procedimento dovuta al semplice passaggio del tempo. In altre parole, è come se il giudice avesse detto: “Se tu fossi colpevole, dovrei assolverti per prescrizione. Se io fossi in dubbio sulla tua colpevolezza, dovrei ancora assolverti per prescrizione. Ma dal momento che dalle carte ricavo l’assoluta certezza che tu sei innocente, mi premuro di eliminare ogni ombra sulla tua onorabilità, assolvendoti nel merito”.
Ne siamo lieti per l’ex ministro. Preferiamo un colpevole assolto che un innocente condannato. Ma Giuliano Ferrara, in un articolo sul “Foglio” di oggi, va oltre, e chiede scusa a Scaiola “senza glossa” (cioè senza cercare attenuanti per sé) in base al principio che non bisognerebbe mai dare per colpevole qualcuno fino a sentenza definitiva. In questa occasione, confessa Ferrara, il Foglio si è comportato come altri giornali, e di questo ora si duole. La prima impressione è entusiasticamente positiva. Il principio è giusto, l’atteggiamento di chi chiede scusa è nobile, e bisogna darne atto a Ferrara e al suo giornale. Ma ciò non impedisce che abbiano torto.
Tutto dipende dalla differenza fra la verità storica e la verità giudiziaria. Se Tizio è accusato e condannato per omicidio, e poi salta fuori una prova scientifica ed inoppugnabile della sua innocenza, per esempio un alibi incontestabile, bisognerà chiedergli scusa. La verità storica è a suo favore. Se invece un Tizio è condannato oppure assolto per motivi giuridici validissimi ma meno chiari, si avrà una verità giudiziaria. E che questa verità sia discutibile è dimostrato dalla possibile differenza dei verdetti di primo, secondo e a volte terzo grado di giudizio. Se così non fosse, non si capirebbe come la verità storica e scientifica del primo grado, consacrata in una condanna, divenga poi la verità storica e scientifica di un’innocenza consacrata in un’assoluzione.
Tutto questo per dire che, mentre tutto faceva apparire Scaiola colpevole di fare il finto tonto, era lecito pensare che fosse malgrado tutto innocente, e mentre oggi un giudice convintissimo della sua innocenza lo assolve, è ancora lecito reputarlo colpevole. Non solo la verità giudiziaria non è “la verità”, ma ogni volta che una sentenza riguarda un politico, o incrocia comunque la politica, il dubbio sulla corrispondenza tra verità giudiziaria e verità storica diviene addirittura un dovere. Ed è infatti questa la ragione per la quale milioni di italiani non fanno il minimo caso alle condanne inflitte a Berlusconi ed anzi ne ricavano soltanto una cattiva opinione della magistratura. Come considerare “verità” storiche verdetti inficiati da tanti dubbi e da tante anomalie perfino tecniche?
Ecco perché Ferrara non dovrebbe chiedere scusa a Scaiola. O, almeno, dovrebbe chiedergli scusa del proprio errore di giudizio, se oggi reputa che quel politico sia stato innocente: ma avrebbe torto se dicesse che, prima di manifestare la propria opinione sul giornale, avrebbe dovuto aspettare la decisione del magistrato. Perché, ciò facendo, rilascerebbe un’indebita patente di credibilità “storica” alla magistratura. E questo non andrebbe mai fatto: per rispetto della storia e per rispetto della verità.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
28 gennaio 2014



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POLITICA
2 dicembre 2013
DIFESA DEI POLITICI ITALIANI
Se uno causa due, e due causa tre, e tre causa quattro, può dirsi che quattro è stato causato da uno. Si chiama catena causale e si applica anche alla storia. 
Gli italiani sono rancorosi. Spesso lo sono a torto, ma figurarsi quando hanno ragione. È evidente che l’estromissione di Berlusconi dal Parlamento potrebbe provocare problemi al presente e al futuro. Lo scrive Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera”(1): “Solo una combinazione di mancanza di senso storico e di miopìa politica, di incapacità di guardare al di là del proprio naso può fare pensare che non avrà effetti di lungo termine sulla democrazia italiana il fatto che un leader che ha rappresentato e rappresenta milioni di elettori sia stato messo fuori gioco per via giudiziaria anziché politica. Solo la suddetta combinazione può far pensare che non si tratti di un fatto che segnerà il nostro futuro, scaverà nelle coscienze, alimenterà rancori che si perpetueranno nel tempo”. E questo è l’effetto finale, il numero quattro.
“Ma – dirà qualcuno – se Berlusconi  è colpevole di un reato che comporta la decadenza dalla vita politica, dei problemi di cui parla Panebianco è colpevole lui stesso”. Ragionamento fallace. Quando l’amministrazione della giustizia interferisce con l’attività politica, esiste sempre il sospetto che l’uomo politico possa essere stato assolto anche se colpevole, o condannato anche se innocente. Chi di noi è sicuro che sia giustificata la detenzione della signora Timoshenko? Proprio per questo, sin dai tempi della Rivoluzione Francese, si sono sottratti i politici al  giudizio dei magistrati, quanto meno per il periodo in cui rivestono la carica di rappresentanti del popolo. Diversamente come avrebbero potuto i rivoluzionari, tutti appartenenti al Terzo Stato, resistere ad un establishment che apparteneva tutto ai nobili e ai loro amici? E infatti anche la nostra costituzione, pure scritta sotto l’influenza dei comunisti di Togliatti, all’articolo 68 prevedeva tali guarentigie, che per estromettere Francesco Moranino, comunista pluriomicida condannato all’ergastolo, ci vollero lunghi e inauditi sforzi. 
Purtroppo, che la tutela dei parlamentari non sia intesa a favorire dei delinquenti ma il funzionamento della democrazia, non è concetto che la gente capisca. È ferma all’idea infantile di un magistrato avulso dalla realtà, privo di idee politiche e perfino di passioni, della cui obiettività ci si può fidare ad occhi chiusi. Per questo, quando ci fu l’insulsa tempesta di Mani Pulite, la gente considerò come un intralcio l’autorizzazione a procedere e desiderò che i magistrati potessero perseguire chiunque senza l’autorizzazione di nessuno. Ed ecco il numero tre della nostra catena causale.
Naturalmente dei politici competenti avrebbero dovuto resistere a questa richiesta: non nel proprio interesse ma nell’interesse della separazione e dell’equilibrio dei poteri. Avrebbero dovuto prevedere che, nel caso la magistratura avesse esagerato, perseguendo un politico molto popolare e innocente, o anche molto popolare e colpevole (impossibile stabilirlo),  avrebbero rischiato gravi conseguenze sociali. La legittimazione e la libertà d’azione politica in democrazia la dà il voto popolare, non il giudizio di un magistrato: è l’essenza stessa del sistema. Ma i nostri politici erano troppo ignoranti, troppo proni alla demagogia,  troppo pronti ad essere più giustizialisti dei giustizialisti. E quelli di sinistra per giunta erano ragionevolmente convinti che i magistrati amici avrebbero colpito solo la controparte. E tutti insieme non capirono che stavano per assassinare il sistema. Dopo avere proclamato per decenni, prima e dopo di allora, che la nostra Costituzione è la più bella del mondo, tanto da rifiutarsi di toccarla quando si tratta di rendere il Paese più governabile, l’hanno toccata entusiasticamente quando si è trattato di peggiorarla, abolendo di fatto l’art.68. E questo è il numero due della catena causale.
Ma andiamo al numero uno, alla causa prima: come mai i nostri politici furono così ignoranti, così sciocchi, così miopi, così imprevidenti? La ragione è semplice: si comportarono come si sarebbero comportati gli altri italiani. La tendenza nazionale è infatti alla superficialità emotiva. Dal momento che è stato articolo di fede che il fascismo è il “male assoluto”, si è adottato il principio che tutto ciò che il fascismo ha fatto è sbagliato. Il fascismo ha tentato di governare? Dunque governare è sbagliato, e Craxi è stato accusato di “decisionismo”. Come se decidere non fosse il mestiere del Presidente del Consiglio. Il fascismo ha imposto il militarismo (anche se d’operetta)? E noi saremmo stati disarmati e pacifisti. Il Paese ha subito una dittatura? E allora il Parlamento sarà prono ai desideri della piazza. Anche quando la piazza sbaglia. Dunque quei parlamentari in un certo questo senso sono innocenti perché si comportarono come si sarebbero comportati gli altri italiani. 
La nostra unica fortuna è che, fra gli altri difetti, non abbiamo quello del coraggio. Per questo eviteremo la rivoluzione.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
1 dicembre 2013
(1) http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_01/circoli-viziosi-reti-perdute-84d5ccf2-5a5b-11e3-97bf-d821047c7ece.shtml

politica interna
4 febbraio 2012
I GIUDICI NON HANNO FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA

C’è un dato interessante, nella paura che hanno i giudici di dover rispondere personalmente degli errori commessi per dolo o colpa grave. Cioè o perché hanno volontariamente violato i loro doveri, o perché li hanno violati per crassa ignoranza. Ma non è pensabile che qualcuno pretenda il diritto di non pagare per mancanze così gravi, fra l’altro pensando che tali mancanze sarebbero giudicate da magistrati superiori, onesti e competenti. E allora sorge il sospetto che i giudici in realtàtemono, da innocenti, di essere chiamati dai colleghi a pagare per colpe inesistenti. Cioè non hanno fiducia nella magistratura.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


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politica interna
20 luglio 2011
LO SCANDALO MURDOCH IN ITALIA
Nella Rassegna Stampa di Radioradicale, Massimo Bordin, a proposito dello scandalo di News of the World, ha rifiutato il parallelo con la pubblicazione delle intercettazioni in Italia. In Inghilterra le intercettazioni erano totalmente illegali, da noi sono disposte da un magistrato, conformemente alla legge. Argomentazione giustissima ma non conclusiva.
La giustizia è un ideale irraggiungibile ma anche la legge è solo umana. Ed è tanto naturalmente imperfetta che può essere illegale applicarla: se lo Stato conferisce ad un pubblico ufficiale un certo potere, si attende che quel potere egli lo eserciti per lo scopo istituzionale. Se invece, pur operando conformemente alla legge, egli lo utilizza ad esempio per danneggiare il proprio nemico, si ha quello che in diritto amministrativo si chiama “eccesso di potere”.
L’istituto è di derivazione francese: “Le détournement de pouvoir consiste en une utilisation par une autorité publique de ses pouvoirs à des fins autres que celle pour laquelle ces pouvoirs lui ont été confiés” : “L’eccesso (sviamento) di potere consiste nell’uso da parte di un’autorità pubblica dei suoi potere per fini diversi da quello per il quale questi poteri gli sono stati conferiti”. Questa definizione è perfettamente valida anche in italiano.
In Italia il caso si verifica oggettivamente proprio per quanto riguarda le intercettazioni. Quando diciamo “oggettivamente” intendiamo che il risultato negativo non è colpa di questo o di quel magistrato nella tale o tal’altra inchiesta: diciamo che il numero spropositato delle intercettazioni, il loro uso a volte discutibile, il coinvolgimento di troppe persone estranee al caso giudiziario, la pubblicazione di queste stesse intercettazioni in modo irregolare (quando ancora dovrebbero essere segrete) o regolare configurano un illecito. Certamente amministrativo, forse penale. La quantità bruta degli ascolti è da sola sufficiente per questa affermazione. Ecco una semplice prova: nessuno può impedire o vietare ad un operaio di ammalarsi, per un giorno, ma se normalmente c’è una media di otto assenti per malattia, e questi otto divengono trentaquattro il giorno in cui la nazionale di calcio italiana gioca una semifinale, è irragionevole pensare che una buona percentuale di quelle malattie sia finta? Non si può puntare il dito contro questo o quell’operaio, che potrebbero benissimo star effettivamente male, ma contro i trentaquattro nell’insieme sì.
Vale anche per i magistrati. Né si può dire, come fanno molti, che le intercettazioni a valanga sono necessarie per trovare e colpire i colpevoli: perché se ne dedurrebbe che negli altri Paesi, dove questo scandalo non esiste, i magistrati e la polizia hanno rinunciato a perseguire il crimine. E non ci risulta.
In realtà, per quanto riguarda le intercettazioni, qualcuno ha parlato di “pesca a strascico”: cioè della volontà di intercettare una tale quantità di persone da essere praticamente certi che nella rete rimanga impigliato qualcuno dei pesci cui si mirava. E se poi proprio non si dovesse avere nulla di penalmente rilevante da addebitargli, se ne potrebbe ancora distruggere l’immagine rivelando particolari intimi della sua vita o perfino, semplicemente, l’uso di un linguaggio scurrile. Un imprenditore fu crocifisso perché rideva promettendosi bei contratti dal terremoto e Scajola a suo tempo dovette dimettersi per avere definito “rompicoglioni” la vittima di un attentato. E certo non lo fece da un banco della Camera dei Deputati. Solo che il “privato” in Italia non è più tale. Forse, per essere tranquilli, bisognerebbe usare il bagno degli amici.
L’osservazione di Bordin non è condivisibile. Se in Inghilterra l’illecito lo hanno compiuto i giornalisti e coloro che si sono fatti corrompere per intercettare illegalmente il prossimo, in Italia l’illecito (sperabilmente, ma non certamente, solo amministrativo) lo compiono i magistrati: non tutti, naturalmente. Noi non sappiamo quali, come nel caso degli operai che rimangono a casa per vedere la partita: ma il marcio c’è. Basterebbe la voglia di ricavarne visibilità nazionale.
Anche se l’origine del fenomeno nei due Paesi è diversa, in entrambi i casi si tratta di un illecito e in entrambi i casi il danno, per gli innocenti, è lo stesso. Che poi gli italiani si siano abituati a questo genere di interferenza nella vita privata per fini di gossip giornalistico o, peggio, di lotta politica, è un fatto. Ma questo rende solo più grave la situazione italiana rispetto a quella inglese: lo scandalo, come il dolore, può costituire un incentivo alla cura.
E neppure vale dire, come fanno molti, che i politici dovrebbero essere inappuntabili e immacolati anche quando pensano di non essere ascoltati. Innanzi tutto perché, storicamente, si sa che i politici sono meno morali, non più morali, dei cittadini normali. E poi perché la Costituzione stabilisce l’uguaglianza di tutti dinanzi alla legge: non considera i politici una specie inferiore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
20 luglio 2011


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POLITICA
2 marzo 2010
IL CSM, IL BUE E L'ASINO
La prima commissione  del Consiglio Superiore della Magistratura ha collezionato per sei mesi dichiarazioni di Silvio Berlusconi ed ora ha stilato una bozza con cui, secondo “la Repubblica”(1), chiede che finiscano “attacchi e tentativi di delegittimare la magistratura”. La bozza conclude “l'esame della pratica a tutela della magistratura aperta dopo le continue dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi”. Una volta limato e corretto, il testo sarà portato all’esame del plenum e il comitato di presidenza del Csm deciderà sui tempi della discussione.
Nessuno si faccia ingannare da questa terminologia aulica, quasi che si stessero seguendo, con il massimo scrupolo e la massima serietà, le regole di un iter consacrato nei sacri testi. L’iniziativa è assurda per molti motivi ed anzi è tutta fuffa. La risoluzione non sarà più seria di quella di un condominio di Voghera che condannasse la repressione del dissenso in Iran. Con la differenza che nessuna norma vieta ad un condominio di esprimere la propria simpatia per i pinguini imperatore o la propria ostilità per l’aglio nelle salsicce, mentre il Csm ha dei compiti nettamente precisati dalla legge.
L’art.105 della Costituzione - cui i magistrati tengono tanto da portarsela sottobraccio in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario - stabilisce infatti che: “Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinati nei riguardi di magistrati”. C’è forse scritto che il Csm rappresenta la magistratura nei confronti dei poteri dello Stato? C’è forse scritto che sta ad esso difendere l’onorabilità dei magistrati nel loro complesso? C’è forse scritto che può occuparsi di tutto, in particolare della politica del governo o dei futuri progetti di riforma? Il Csm non è né il sindacato dei giudici, né l’organo di tutela della magistratura, né il portavoce dell’ordine giudiziario e quando si occupa di politica viola quella Costituzione che i magistrati amano esibire in pubblico.
In passato, per questo abuso dei suoi poteri e della pazienza dell’esecutivo, il Csm è stato severissimamente bacchettato dall’allora Presidente della Repubblica (e del Csm) Francesco Cossiga. Il Consiglio voleva introdurre nell’odg una censura al governo e Cossiga intimò la cancellazione dell’argomento, minacciando in caso contrario di far intervenire i carabinieri ed di far sgombrare il palazzo con la forza. Ed effettivamente i carabinieri si schierarono sin dalle sei del mattino dinanzi al Palazzo dei Marescialli. Se si crede che qui si stia esagerando, si leggano le parole dello stesso interessato (2). Si noti che nessuno ha mai accusato l’estroso Presidente per questo intervento più che risoluto. Perché in realtà fu lui che impedì un malvezzo che in seguito è purtroppo divenuto abitudine.
Disponendosi a censurare Silvio Berlusconi, il Csm viola la Costituzione per un altro verso. L’art.68 dispone infatti che “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. Se così non fosse, Di Pietro, a forza di condanne per diffamazione, sarebbe in galera da anni. Dunque l’iniziativa è inane e vagamente ridicola.
Il terzo ed ultimo elemento è linguistico. Che diamine significa “delegittimazione”? Molti credono che se esiste una parola, esiste anche la cosa designata da quella parola e non sempre è così. Diversamente esisterebbero la chimera, l’unicorno, il flogisto o, per essere moderni, l’elettrosmog. La parola non si rinviene nel Devoto-Oli del 1979 e dunque l’umanità ha potuto farne a meno fino a trent’anni fa. Lo Zingarelli del 1995 definisce così il lemma: delegittimare, “privare di legittimità, sottrarre la legittimazione a esercitare una funzione o un potere”. E in che senso Berlusconi delegittimerebbe la magistratura? Le ha forse impedito di esercitare le sue funzioni o di usare dei suoi poteri? Egli si è limitato a criticarla e a dichiarare alcune sue azioni “illegittime”, nel senso di non conformi alle leggi. Se si vuole un esempio, si pensi all’odg che il Csm si appresta a varare per criticarlo.
Siamo al classico caso del bue che dà del cornuto all’asino. Il Csm viola la Costituzione e poi viene a parlare agli altri di delegittimazione. Se anche il Premier avesse detto dei magistrati le cose assurdamente offensive che Di Pietro ha detto di lui, non sarebbe stato più punibile di quanto lo sia Di Pietro. L’art.68 dichiara legittime tutte le opinioni espresse da un politico, mentre l’art.105 dichiara non conforme alla legge qualunque attività del Csm che non sia quella di occuparsi di nomine, trasferimenti e procedimenti disciplinari riguardanti i magistrati.
Infine se per “delegittimare” si intende – definizione nostra – “dichiarare che qualcuno non è degno di esercitare le funzioni e i poteri di cui la legge lo ha rivestito”, la prima cosa da fare, per evitare che qualcuno lo pensi, è comportarsi in maniera ineccepibile, cominciando col rispettare la Costituzione.

 (1)http://www.repubblica.it/politica/2010/03/02/news/la_prima_comissione_del_csm_a_berlusconi_basta_attacchi_alla_magistratura-2479226/
(2) http://archiviostorico.corriere.it/2008/gennaio/21/Cossiga_Napolitano_Csm_non_avalli_co_9_080121135.shtml

POLITICA
23 gennaio 2010
IL PROCESSO LUNGO
Recita un vecchio detto che tutti parliamo di ammazzare il tempo e in realtà è il tempo che, una volta o l’altra, ammazza noi: noi, i nostri problemi e le nostre responsabilità. “Mors omnia solvit”, dicevano impietosamente i latini: la morte scioglie tutto. Questa è la voce della saggezza. Noi al contrario abbiamo tendenza a vivere come se fossimo immortali, a prendere troppo sul serio i problemi mentre in realtà – ecco un altro proverbio – tout passe, tout lasse, tout casse, tutto passa, tutto stanca, tutto si rompe. Col tempo molti drammi si risolvono da soli.
In Italia si parla di Berlusconi come se fosse eterno; invece, malgrado i suoi capelli accuratamente tinti e quasi artificiali, è già anziano e come tutte le persone molto attive e molto vigorose potrebbe spegnersi di botto, come una lampadina. Non gli stiamo augurando niente di male; stiamo solo dicendo che, nell’equazione politica contemporanea, non si tiene abbastanza conto del fattore tempo: sia per quanto riguarda gli uomini, sia per quanto riguarda i problemi.
I punti sono i seguenti: riuscirà Berlusconi ad arrivare alla fine della legislatura? Riusciranno i giudici a condannarlo in un qualunque processo? E poi, essendo ovvio che nessun processo supererà l’esame della Cassazione prima del 2013, che influenza avrebbe un’eventuale condanna? E che avverrà dopo? Il tempo – il vero processo lungo - sembra avere le risposte.
La legislatura, salvo strani imprevisti, durerà fino al suo termine naturale e quel giorno il Cavaliere avrà settantasette anni. Oggi si ha il buon gusto di morire piuttosto tardi ma non per questo quell’età può essere definita giovanile: dunque si può essere obbligati a “lasciare” qualunque carica per sopravvenuta assenza a tempo indeterminato oppure, essendo accettabilmente in salute, si può decidere di passare la mano. Berlusconi potrebbe contentarsi delle pagine di storia già scritte e limitarsi a fare campagna elettorale per qualcun altro. Il mestiere di king maker, cioè di eminenza grigia dell’intero Paese, non è da buttar via. Se oggi molti accusano il Pdl di essere un’accolita di servi che obbedisce al capo, che cosa impedirebbe a questi servi di continuare ad obbedirgli quando egli sedesse a Palazzo Grazioli invece che a Palazzo Chigi?
Ci sono però i processi, diranno alcuni. Bisogna tenerne conto. Ché anzi proprio per questo si sono versati fiumi di saliva parlando di lodi, processi brevi, immunità. I magistrati potrebbero abbattere il governo con le sentenze! Vana speranza.  Non va dimenticato che il Parlamento potrebbe tagliare loro le unghie; che dei giudici potrebbero assolvere Berlusconi da tutte le accuse (che disastro, per le toghe rosse!) e soprattutto che, con i normali tempi della giustizia italiana, nessun processo riuscirà mai ad avere il vaglio della Cassazione prima del 2013.
Il fattore tempo ha la sua importanza per un altro verso. Se D’Alema fosse accusato di concussione, sarebbe una grande notizia e tutti i giornali se ne occuperebbero con strepito. Sarebbe uomo che morde cane. Ma le accuse a Berlusconi sono andate troppo lontano e durano da troppo tempo: ormai sono cane che morde uomo. Anche da condannato, l’uomo di Arcore potrebbe continuare a governare serenamente. Checché ne pensino gli ingenui giustizialisti, non esiste solo il dato giudiziario: esiste anche il dato politico e sociale. La maggioranza degli italiani non prende più sul serio i magistrati e sarebbe disposta a confermare la propria fiducia al Cavaliere domani, dopodomani e anche il giorno dopo. I giornali di sinistra strillerebbero come indemoniati, direbbero che l’Italia è governata da un delinquente pregiudicato e Berlusconi potrebbe sorriderne: il popolo l’ha assolto una volta per tutte. In nessun Paese la storia è determinata dai magistrati.
Il riassunto è che ci stiamo occupando troppo di problemi insignificanti. Dopo il 2013 o avremo un Berlusconi che non vuole lasciare la trincea, oppure, più probabilmente, un Berlusconi king maker o infine un Berlusconi che si ritira a vita privata a godersi la pace (temporanea o eterna). Oggi ci accapigliamo su una questione giudiziaria che il tempo e l’opinione pubblica prevalente hanno già risolto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 gennaio 2010
Vi prego, se intendete farlo, di inserire i vostri commenti non su questo blog, che da qualche settimana funziona male - per inserirlo bisogna aspettare a lungo, provarci più volte, capita persino che uno perda quello che ha scritto - ma sul blog www.pardonuovo.myblog.it, che funziona bene. Finirà che - con la gentile collaborazione degli amici - renderemo l'altro blog principale e questo blog secondario.

POLITICA
1 gennaio 2010
LE NEVROSI DI GRUPPO ITALIANE

Un individuo che ha un comportamento abnorme è nevrotico. Se è tanto geloso della moglie da impedirle di uscire di casa, a meno d’essere accompagnata da un membro della famiglia di sesso maschile; se è tanto geloso da vietarle di parlare con uomini o di farsi visitare da un medico; se è tanto geloso da non permettere a nessuno di guardarla in faccia, in Europa è considerato un pazzo. I cittadini dell’Arabia Saudita che si comportano così invece non sono nevrotici e nessuno di loro accetterebbe l’ipotesi d’essere un demente. Sono piuttosto gli Europei ad essere immorali.
L’orizzonte mentale e comportamentale di ogni individuo è il gruppo nel quale vive. Lo standard sociale è molto spesso l’unico metro del vero e del falso.
Questo concetto si rivela utile anche per capire l’origine di fenomeni che coinvolgono milioni di persone. Se alcuni hanno un’idea paranoica comune possono facilmente suggestionare un nuovo arrivato, soprattutto se la strada è spianata da un pregiudizio favorevole: per esempio la tendenza a trovare un capro espiatorio. Il singolo entra in contatto con degli antisemiti e quella che fino a quel momento era stata un’ipotesi saltuaria diviene una certezza: “Lo dicono tutti”; “Se loro ne sono così sicuri, è perché hanno studiato il problema meglio di me”. “E poi sto tanto bene con loro, non possono che avere ragione”. Così il gruppo si ingrossa e fa valanga.
Un altro esempio lo forniscono le Crociate. Per secoli, prima e dopo, la Cristianità si è occupata solo marginalmente dei “Luoghi Santi”. In quegli anni, invece, per migliaia e migliaia di persone divenne indispensabile ed impellente liberare la Palestina dagli infedeli. Chi avesse chiesto con aria ingenua: “Ma che ve ne importa? Vale la pena di fare una guerra, per questo?”, sarebbe stato guardato come un empio e un eretico.
Né la modernità ci ha resi più savi. Una trentina d’anni fa, dovunque ci fossero contratti pubblici si dovevano pagare tangenti ai partiti. Percentuali e coefficienti erano canonici e prestabiliti. “E qualcuno non denuncia tutto questo?”, chiedeva il solito ingenuo. Ma sarebbe stato inutile: le azioni giudiziarie erano regolarmente insabbiate e il guastafeste da quel momento non otteneva più un contratto. Tutti ormai trovavano questo stato di cose normale: i partiti ne vivevano, i magistrati soffrivano di cateratta bilaterale e i cittadini mettevano quelle somme nella colonna dei costi.
Poi, un giorno, cominciando da un certo Mario Chiesa, si scoprì che tutto questo era illecito. Centinaia di magistrati, miracolati da Santa Lucia, improvvisamente si misero ad inseguire e sbattere in galera migliaia di imprenditori e politici, azzerando interi partiti (ma non tutti). Gli italiani si spellavano le mani ad applaudirli. Giudicavano assolutamente inammissibile ciò che fino a quel momento avevano ammesso, insopportabile che ciò che avevano sopportato, illecito ciò che avevano giudicato normale e spregevoli criminali quegli stessi politici che prima avevano avvicinato col cappello in mano e della cui amicizia si erano vantati. La nevrosi collettiva aveva cambiato di segno. Quegli stessi magistrati che fino a un anno prima non si erano accorti di nulla erano ora considerati cavalieri dell’ideale ed incoraggiati ad essere perfino crudeli con gli accusati.
Questo genere di fenomeni sociali può provocare una sorta di sbigottimento. Lo spaesamento, lo smarrimento vagamente fantastico di chi, non essendo suggestionabile, vede un’intera folla che ammira gli abiti nuovi dell’imperatore in mutande. Questo stato d’animo può assalirci sentendo il coro di quelli che sostengono che la Resistenza (quella che avrebbe in maggioranza voluto Stalin al potere) ha creato i valori democratici delle rivoluzioni americana e francese. Come anche il coro di quelli che si sentono nobilmente spietati – piccoli Robespierre  - nel condannare Craxi senza attenuanti e rimpiangendo di non averlo potuto vedere in galera. Un coro che poi ha deviato la propria animosità su Berlusconi, trasformandola in odio cieco, ben più acido ed implacabile di quello riservato a banditi come Vallanzasca o assassine di innocenti come Anna Maria Franzoni. E soprattutto un odio ben più inestinguibile di quello sentito per mandanti di omicidi come Adriano Sofri: Berlusconi è un criminale impunito, un pendaglio da forca, Sofri una vittima del sistema, e al peggio uno che sbagliò. Lo penso io, lo pensano milioni di persone, lo certifica tutti i giorni “la Repubblica”: come potrebbe non essere vero?
Uno ripensa alla morale sessuale dell’Arabia Saudita, alle Crociate, ai Valori della Resistenza, a cento di queste cose e conclude: ma non vuole proprio suonare, la sveglia? Quando uscirò da questi incubi?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1 gennaio 2010

POLITICA
30 dicembre 2009
I GRANDI POLITICI DEVONO DARE L'ESEMPIO

Se un incompetente afferma qualcosa di assurdo, non val la pena di contestarlo. È inutile che un chirurgo discuta di tecnica operatoria con un ragioniere. Ma se si discute di politica – un campo nel quale tutti sono chiamati ad operare, col voto, e nel quale quasi tutti si considerano competenti – è difficile evitare la diatriba: il chirurgo può trovarsi costretto a discutere di operazioni a cuore aperto col ragioniere. Questo soprattutto in Italia, dove un’idea sbagliata può divenire grande corrente di pensiero e perfino partito politico.
Una delle affermazioni più sorprendenti, che si ritrova nelle righe dei migliori giornali e sulla bocca di persone di cultura, riguarda la moralità della politica. Il cosiddetto giustizialismo. Molti sostengono che “i governanti dovrebbero dare il buon esempio”. Se sgarrano anche di un minimo, devono lasciare il potere e magari essere sbattuti in galera come gli altri e peggio degli altri. Ciò che si può tollerare nell’ignoto cittadino non si può tollerare in un ministro.
La tesi non è solo infondata: fa a pugni col buon senso e rappresenta un totale capovolgimento di ciò che insegnano l’esperienza storica e la realtà presente. Al riguardo è bene leggere ciò che ha scritto in una pagina famosa Benedetto Croce il quale, a differenza del sottoscritto, si può permettere di dare del cretino a tanta gente che si crede moralmente superiore. Segue il testo.
Gianni Pardo

 
Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa della «onestà» nella vita politica. L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica.
Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, ha per breve tempo fatto salire al potere in quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine.
E' strano (cioè, non è strano, quando si tengano presenti le spiegazioni psicologiche offerte di sopra) che laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatorie, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura.
«Ma che cosa è, dunque, l’onestà politica» - si domanderà. L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze. «È questo soltanto? E non dovrà essere egli uomo, per ogni rispetto, incensurabile e stimabile? E la politica potrà essere esercitata da uomini in altri riguardi poco pregevoli?». Obiezione volgare, di quel tale volgo, descritto di sopra. Perché è evidente che le pecche che possa eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo tenderanno in proprio in quelle sfere, ma non già nella politica. Colà lo condanneremo scienziato ignorante, uomo vizioso, cattivo marito, cattivo padre, e simili; a modo stesso che censuriamo, in un poeta giocatore e dissoluto e adultero, il giocatore, il dissoluto e l’adultero, ma non la sua poesia, che è la parte pura della sua anima, e quella in cui di volta in volta si redime.
Si narra del Fox dedito alla crapula e alle dissolutezze, che, poi che fu venuto in fama e grandezza di oratore parlamentare e di capopartito, tentò di mettere regola nella sua vita privata, di diventar morigerato, di astenersi dal frequentare cattivi luoghi; ed ecco che sentì illanguidirsi la vena, infiacchirsi l’energia lottatrice, e non ritrovò quelle forze se non quando tornò alle sue consuetudini.
Che cosa farci? Deplorare, tutt’al più, una così infelice costituzione fisiologica e psicologica, che per operare aveva bisogno di quegli eccitanti o di quegli sfoghi; ma con questo non si è detto nulla contro l’opera politica che il Fox compiè, e, se egli giovò al suo paese, l’Inghilterra ben gli fece largo nella politica, quantunque i padri di famiglia con pari prudenza gli avrebbero dovuto negare le loro figliuole in ispose.
«Ma no (si continuerà obiettando), noi non ci diamo pensiero solo di ciò, ossia della vita privata; ma di quella disonestà privata che corrompe la stessa opera politica, e fa che un uomo politicamente abile tradisca il suo partito o la sua patria; e per questo richiediamo che egli sia anche privatamente ossia integralmente onesto» - Senonché non si riflette che un uomo dotato di genio o capacità politica si lascia corrompere in ogni altra cosa, ma non in quella, perché in quella è la sua passione, il suo amore, la sua gloria, il fine sostanziale della sua vita. Allo stesso modo che il poeta, per vizioso e dissoluto che sia, se è poeta, transigerà su tutto ma non sulla poesia, e non si acconcerà a scrivere brutti versi. Il Mirabeau prendeva bensì danaro dalla corte, ma, servendosi del danaro per i suoi bisogni particolari, si serviva della corte, e insieme dell’Assemblea nazionale, per cercare di attuare in Francia la sua idea di una monarchia costituzionale di tipo inglese, di uno Stato non assolutistico e non demagogico. Vero è che questa disarmonia tra vita propriamente politica e la restante vita pratica non può spingersi tropp’oltre, perché, se non altro, la cattiva reputazione, prodotta dalla seconda, rioperando sulla prima, le frappone poi ostacoli, come il Mirabeau, sospirando, confessava, o l’ipocrisia morale degli avversari può valersene da un’arma avvelenata, come nel caso del Parnell. Ma questo è un altro discorso.
«E se, nonostante l’impulso del suo genio, nonostante l’amore per la propria arte, soggiacerà ai suoi cattivi istinti e farà cattiva politica?».
Allora, il presente discorso è finito, perché siamo rientrati nel caso in cui la disonestà coincide con la cattiva politica, con l’incapacità politica, da qualunque lontano motivo sia prodotta, virtuoso o vizioso, e in qualunque forma si presenti, cioè come incapacità abitudinaria e connaturata, o incapacità intermittente e accidentale. Può, altresì, il poeta geniale, talvolta, per compiacenza o a prezzo, comporre versi senza ispirazione e adulatori; senonché, in quel caso non è più poeta.
Benedetto Croce
 
POLITICA
9 dicembre 2009
UNA NOTA BREVISSIMA
UNA NOTA BREVISSIMA per chiedere una risposta agli antiberlusconiani.
Essi dicono, di Sivlio Berlusconi: “Si faccia processare, invece di difendersi dal processo!”, e questa frase ne implica un’altra: “Se è colpevole, è giusto che sia condannato, se è innocente la sua innocenza sarà proclamata dai giudici”. Cioè implica la fiducia nella magistratura.
Nella realtà, Berlusconi non ha più nessuna fiducia nei magistrati e gli italiani, continuando a votarlo e ad avere fiducia in lui, dimostrano di condividere la sua sfiducia.
Conclusione: che cos’è più grave, il fatto che Berlusconi meriterebbe una qualche condanna o il fatto che la magistratura abbia perso la stima degli italiani? E a che cosa bisognerebbe mettere rimedio, in primo luogo?
G.P.

POLITICA
27 novembre 2009
IL SILENZIO DEL RE
Nel Decimo Capitolo del capolavoro di Antoine de Saint Exupéry, il Petit Prince vola da un pianeta all’altro e in uno incontra un re - re di nulla e di nessuno, sia detto di passaggio - il quale gli spiega la propria filosofia, in materia di esercizio del potere:
“ - Se io ordinassi a un generale di volare da un fiore all’altro alla maniera di una farfalla, o di scrivere una tragedia, o di tramutarsi in uccello marino, e se il generale non eseguisse l’ordine ricevuto, di chi sarebbe la colpa, sua o mia?
- Sarebbe vostra”, disse con fermezza il Piccolo Principe.
- Esatto. Bisogna esigere da ognuno ciò che ognuno può dare, riprese il re. L’autorità riposa innanzi tutto sulla ragione. Se ordini al tuo popolo d’andarsi a gettare in mare, farà la rivoluzione. Io ho il diritto di esigere l’obbedienza perché i miei ordini sono ragionevoli”. E infatti nel corso dell’incontro ordina continuamente al Piccolo Principe di fare ciò che il Piccolo Principe ha già fatto o ha voglia di fare.
Questo episodio torna in mente sentendo ciò che ha detto ai giornalisti il Presidente della Repubblica , dopo averli convocati per comunicazioni urgenti. Un governo liberamente eletto dei cittadini – egli ha affermato - ha il diritto e il dovere di rimanere in carica e la magistratura non dovrebbe interferire nell’attività del potere legislativo. Ecco il suo perentorio invito: “Quanti appartengono alla istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione”. Un dovere che è semplicemente evidente. Dunque le sue parole avrebbero un senso se poi egli potesse imporre alla magistratura di comportarsi in questo modo. Dal momento che questo potere non l’ha, e dal momento che da anni ed anni i giudici tirano diritto per la loro strada, Napolitano perché non adotta la filosofia del re di Saint Exupéry? A che scopo ordinare ai generali di trasformarsi in farfalle? Magari non dovrebbe ordinare ai magistrati di buttare in galera Berlusconi (anche se questo invito sarebbe da loro e da “Repubblica” accolto con entusiasmo) ma potrebbe almeno star zitto. Per la dignità della suprema carica.
Qualcuno a questo punto dice che Giorgio Napolitano ha fatto bene: dopo avere tante volte bacchettato il governo e, allusivamente, lo stesso Cavaliere, ha riequilibrato i piatti della bilancia. Ma anche qui si può chiedere perplessi: non è che per caso ad affermazioni imprudenti si contrappongano altre affermazioni imprudenti? Un errore non ne controbilancia un altro.
Molti non amano l’idea che il Presidente sia semplicemente il notaio della Repubblica ma dimenticano che la Carta Costituzionale ne fa un altissimo funzionario di cui ci si accorge pressoché solo nel momento in cui scioglie le camere o conferisce l’incarico ad un nuovo Primo Ministro. Il resto del tempo le firme che mette sono (e devono essere) puramente amministrative e lo stesso potere di esternazione è previsto con messaggi alle camere: rari e solenni come encicliche. Il fatto che attualmente il Presidente della Repubblica parli così spesso, sapendo che i giornalisti si precipiteranno a trasformare le sue parole in titoloni di giornali, è deprecabile. E per evitarlo dovrebbe, appunto, parlare solo della pioggia e del bel tempo. Da un lato infatti egli non è super partes – nessun uomo lo è – dall’altro non ha il potere d’imporre la propria volontà. E se l’avesse, anche ad imporre le cose più ovvie e doverose, alla fine sarebbe criticato come qualunque politico.
I Presidenti della Repubblica italiana parlano troppo. In molti non abbiamo dimenticato il fastidioso e predicatorio presenzialismo di Sandro Pertini. Napolitano sarà pure in buona fede, tenterà di agire solo nell’interesse del Paese, ma sarebbe bello se si rendesse conto che il suo primo dovere è quello di essere il fedele custode della Costituzione: e che questa gli impone di essere “assente e muto” come lo fu il primo Cossiga.
Prediche inutili. Il risultato è che il personaggio della favola, che doveva essere ridicolo, ha molto buon senso, mentre non tutti i re della realtà ne dimostrano altrettanto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 novembre 2009

POLITICA
30 ottobre 2009
ANM: IL DIFETTO È NEL MANICO
Un articolo del “Corriere della Sera” dà conto delle reazioni della magistratura all’attuale temperie politica. Il presidente del sindacato delle toghe Luca Palamara riassume: “diciamo no a riforme punitive contro la Magistratura”, e  tra queste riforme cita quella sulla separazione delle carriere, quella del Csm o quella sulla revisione dell'obbligatorietà dell'azione penale. Una riforma dell’amministrazione della giustizia è certo necessaria, ammette poi. E conclude magnanimo: l'Associazione Nazionale Magistrati “non dice sempre no”.
Ci siamo talmente abituati a questo florilegio di dichiarazioni e proteste da non vedere più l'errore di fondo. Per spiegarlo, ricorreremo ad un parallelo del tutto improprio come ambiente ma giuridicamente corretto e pertinente.
Immaginiamo che sorga una vertenza tra un protettore di prostitute e le sue “lavoratrici”. È adeguata la somma che quel signore pretende, o è eccessiva? E la protezione che le passeggiatrici ricevono corrisponde alle loro aspettative? È in relazione a quello che pagano? La discussione ha tutta l'aria di una vertenza economica o sindacale e tuttavia è surreale: il problema infatti non è il quantum della protezione, ma se si abbia o no il diritto di sfruttare la prostituzione. E visto che non lo si ha, l’unica cosa che bisogna chiedersi è: perché il protettore non è stato arrestato?
Anche per quanto riguarda l'Anm - e i magistrati in generale – il problema non è se le loro proteste, riguardo ai provvedimenti del legislativo o dell'esecutivo, siano fondate o no, ma se i magistrati abbiano o no il diritto di esprimerle.
In un grande film del 1961, “Vincitori e vinti”, un giudice dell’epoca nazista è processato, dopo la guerra, per avere applicato delle leggi eugenetiche o razziali. Con sorpresa degli spettatori, benché dal film risulti che il giudice non ha fatto che il proprio dovere nei confronti dello Stato, l'imputato è condannato. La morale è che, di fronte a certi abomini legali, il giudice ha il dovere di dimettersi. Tesi notevole di un film notevole e infatti indimenticato. Esso però non insegna a disobbedire alle leggi, in certi casi: insegna a farsi da parte. Se i magistrati italiani non sono d'accordo con le leggi dello Stato, nessuno li obbliga ad applicarle: è sufficiente che lascino la magistratura. Che poi siano disposti a farlo per la separazione delle carriere o per una diversa modulazione dell'obbligatorietà dell'azione penale, sarebbe cosa che ci sorprenderebbe al di là di ciò che riusciamo ad esprimere.
La verità è che i magistrati si credono investiti del potere di giudicare le leggi non soltanto nel momento della loro applicazione – e di questo abbiamo avuto esempi impressionanti – ma perfino nel momento della loro gestazione. Come se le leggi, invece di essere dello Stato, fossero cosa loro. Ecco perché sono scandalose le parole di Palamara quando concede che l'Anm “non dice sempre di no”. In primo luogo perché implicitamente – excusatio non petita, accusatio manifesta – ammette che si possa fare l'ipotesi di un'opposizione costante e preconcetta dell'Anm nei confronti del governo; in secondo luogo perché non sembra minimamente accorgersi che l'Anm – a termini di Costituzione e in quanto rappresentante eventuale dei magistrati – manca assolutamente del potere di dire di sì o di no.
Non sarebbe male se la riforma della giustizia, quale che sia, insegnasse ai magistrati a stare al loro posto. Essi possono protestare in quanto cittadini, ma fuori dall'orario di lavoro,  fuori dai Tribunali e senza avere la toga sulle spalle. Il fatto che essi, per giudicare l'azione del legislativo, convochino e tengano riunioni nei locali sacri alla giustizia, e non alla politica, è un evidente abuso che va represso.
Sono cittadini come gli altri, nessuno lo nega, ma bisognerebbe vietare a loro, come alle forze dell'ordine e come all'esercito, il diritto di sciopero e di iscrizione ai partiti politici. Ci sono funzioni dello Stato che non deve essere possibile identificare con fazioni. La giustizia, l'ordine pubblico e la difesa della Patria non hanno e non devono avere colore politico: e non si deve neppure poter sospettare che l'abbiano.
Per la politica, fino a farcene fare indigestione, basta e avanza il Parlamento
 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 ottobre 2009
 
POLITICA
18 ottobre 2009
LE RIFORME CONDIVISE


Si parla di riforme della Costituzione e alcuni, come Gianfranco Fini, “auspicano” riforme condivise. Il verbo auspicare è truffaldino. Chi auspica non si attiva affatto per ottenere qualcosa, anzi  non la prevede neppure: guarda il volo degli uccelli (come gli auspici) e spera che essi predicano che le cose vadano in un certo modo. In un certo senso, auspicare è meno di sperare: perché la speranza, almeno, è del soggetto, mentre l’auspicio riguarda la sorte che è imprevedibile e dipende dal Fato.

Questo verbo conferisce tuttavia una sorta di superiore dignità a ciò che si dichiara desiderabile. Ogni sorta di alta autorità - Il Presidente della Repubblica, i Presidenti delle Camere, il Papa - non fa che auspicare e con questo dà la sensazione, alla collettività, di avere fatto la propria parte. In realtà non ha fatto niente e il problema. che non è quello di auspicare o no, rimane integro: è desiderabile, una certa cosa? Se sì, che cosa si può fare per ottenerla?

Per quanto riguarda le riforme costituzionali condivise, alla prima domanda (sono desiderabili?) sarebbe facile rispondere sì se tutti desiderassero le stesse cose; se invece si desiderano cose diverse, la condivisione non è possibile. Non si può ragionevolmente chiedere alla controparte di contribuire a fare qualcosa che le è sgradita. Tutto ciò posto, in un momento come quello attuale in cui qualunque consenso ad una proposta della maggioranza è visto come un tradimento, parlare di riforme condivise è farsi vento con il fiato. Se si vuole riformare qualche parte della Costituzione non rimane che farlo con la propria maggioranza. Poi, dal momento che la minoranza si precipiterebbe a promuovere il referendum abrogativo – come ha già fatto con successo una volta – tutto il problema si ridurrebbe alla campagna elettorale per quel referendum.

Non si tratta dunque di sapere se le riforme saranno condivise ma solo di sapere chi condurrà la migliore campagna di informazione, quando il popolo dovrà approvarle. Soprattutto tenendo presente che la gente non è competente di diritto costituzionale e ridurrà la questione ad interrogativi brutali e perfino fuorvianti. La riforma della giustizia per esempio potrebbe essere ridotta a questo quesito: “Volete che Berlusconi non sia condannato per i crimini che ha commesso e che i giudici debbano decidere sempre come vuole lui?” È ovvio che chi riuscisse a far credere che questo sia il problema indurrebbe chiunque a votare no. Voterei no anch’io, se fossi capace di credere una simile balla. Il problema consiste dunque nel dovere di spiegare di che si tratta, in modo da convincere della bontà dei propri argomenti chiunque non sia già convinto di dover in ogni caso “votare per Berlusconi” oppure “votare contro Berlusconi”.

In democrazia il comunicare è quasi più importante del fare. Se si fanno ben conoscere le difficoltà che incontra il governo, la gente apprezzerà il poco che è riuscito a fare; se non si sa illustrare la situazione reale, anche a fare cento, si rimprovererà al governo di non avere fatto centouno.

Tutto ciò induce alla tristezza. La democrazia rimane il miglior regime possibile ma è doloroso constatare come, dal momento che comanda la massa, si possa dipendere da chi riesce a presentarle un progetto – qualunque progetto! - nel modo più suggestivo: magari fino a condurre ad un disastro nazionale. La spedizione di Sicilia di Alcibiade apparve, prima che cominciasse, come una gioiosa avventura da cui tutti sarebbero tornati incolumi e ricchi. In realtà, dopo una tragica serie di rovesci e disastri, si concluse con la morte o la schiavitù di tutti i conquistatori. Atene dovette pentirsi amaramente di quell’iniziativa. Con animo non diverso applaudivano Hitler le folle di Monaco e di Norimberga: anche loro, suggestionate dal genio propagandistico di Göbbels, immaginavano un radioso futuro di prosperità e potenza. E tuttavia, invece di condannare Göbbels, bisogna imparare a fare meglio di lui e per scopi utili al Paese.

La bontà della riforma della nostra Costituzione dipenderà dal valore dei giuristi che la progetteranno, la sua approvazione dipenderà non dalla condivisione con la minoranza ma dalla pubblicità che si saprà fare alle modificazioni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 ottobre 2009

 


POLITICA
12 ottobre 2009
BERLUSCONI E IL RE TRAVICELLO
Fedro riprende da Esopo la favola del re travicello: Giove aveva dato alle rane, come re, un pezzo di legno e quelle chiesero un sovrano più attivo: il padre degli dei inviò allora un serpentone che fece strage di quegli anfibi[1].

La vecchia favola risulta significativa ancora oggi, ma bisogna ribaltarla. L’Europa ha sofferto, nel secolo scorso, di un “serpentone” chiamato Hitler e di un “serpentone” non meno feroce chiamato Stalin. Il risultato è stato che nei decenni seguenti, ed anche oggi, si è affermata l’idea che l’unico re accettabile sia fatto di legno. Si è democratici – e questo è certo un bene – ma si ha l’idea che chiunque sia un po’ più alto o un po’ più grosso degli altri rappresenti un pericolo. E questo perfino quando ha fatto il bene della nazione come nessun altro: basta pensare a Charles De Gaulle. Oggi è un monumento nazionale, ma a sinistra, a suo tempo, l’ostilità nei suoi confronti fu irrefrenabile. Tutti erano pronti a chiamarlo monarca e dittatore.

Una persona surdimensionata suscita animosità. Questa è una costante della storia che afflisse già Pericle: uno che, diremo sorridendo, ebbe anche problemi per i suoi rapporti con una donna. Invece bisognerebbe guardare all’azione politica. Se in Spagna durante la guerra civile si fosse ipotizzato un uomo capace d’imporre la riconciliazione, dopo il lungo fratricidio, ci si sarebbe prosternati dinanzi all’ara di Giove per richiederne l’invio. Ma dopo che Francisco Franco l’ebbe realizzata, e dopo che ebbe salvato a stento il suo Paese dalla Seconda Guerra Mondiale, lo si ricoperse  d’ingiurie perché col tempo era svanito l’orrore del massacro. L’autocrate aveva le sue colpe, ma queste non avrebbero dovuto far dimenticare i suoi meriti.

La tirannide è spesso figlia dell’anarchia ma l’anarchia è spesso l’ideale di chi ha sofferto la tirannia. Infatti oggi fra i Paesi più fanaticamente democratici ci sono quelli che maggiormente hanno dovuto soffrire l’oppressione di un padrone; mentre i Paesi che non ne hanno sofferto, pur pronti a stigmatizzare personaggi come Pinochet, sono meno estremisti: la Gran Bretagna è ancora monarchica e gli Stati Uniti hanno un rispettatissimo “re elettivo”.

Chi ha conosciuto il serpentone lo vede in chiunque spicchi sul grigiore della massa: ecco perché la stampa internazionale è così acida nei confronti di Berlusconi e lo vede come un Perón meneghino. Reputano l’Italia meno solida dei loro Paesi e percepiscono in questo capitano di ventura il pericoloso carisma del conquistatore. Silvio è l’uomo che sa farsi re. A questa ragione di antipatia viscerale si aggiunge il fatto che sia partito da zero: si perdona più facilmente ad Alessandro figlio di Filippo che al figlio di Letizia Ramorino, visto come uno screanzato parvenu anche dopo che aveva soggiogato l’Europa. Berlusconi inoltre, non che adottare la felpata ipocrisia del potere tradizionale, si lascia andare a giocose ed inammissibili intemperanze che ne rivelano la natura popolaresca. Per questo, gli esponenti della sinistra e i giornalisti loro caudatari tendono a disprezzarlo. In teoria si prosternano dinanzi al popolo, ma quando lo incontrano a faccia a faccia arricciano il naso. Garibaldi va bene se regala mezza Italia ma rimane lo stesso infrequentabile.

C’è però un caso in cui la favola del re travicello funziona nel modo tradizionale. I magistrati hanno il compito di applicare le leggi, non di fare politica, e tuttavia da un paio di decenni parecchi di loro, alla luce del sole e sfacciatamente, si sono dati a crociate contro i governi non di loro gradimento. Hanno ignorato una divisione dei poteri che non è stata inventata per ragioni di simmetria, ma per evitare che uno dei poteri prevarichi sugli altri. Il giudiziario fra l’altro è il più debole dei tre e sopravvive solo se gli altri due lo rispettano: dunque ha più da perdere e ogni interesse a comportarsi correttamente. Viceversa, nel momento in cui si travalicano le proprie attribuzioni si rischia di ispirare reazioni violente. Giove potrebbe inviare un serpentone capace di limitare la libertà politica e civile dei magistrati. Se solo lo capissero.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

11 ottobre 2009



[1] Eccone la parte essenziale. Segue traduzione di G.Pardo

Postquam immoderata libertas Atheniensium mores corrupit et licentia legum frenum solvit, Pisistratus tyrannus arcem occupavit. Tum Atheniensibus tristem servitutem flentibus, non quod tyrannus crudelis esset, sed quia civibus dominationi insuetis omne onus grave erat, Aesopus hanc fabulam narravit. “Olim ranae errantes liberae in paludibus magno cum clamore ab Iove petiverunt regem ut dissolutos mores vi compesceret. Pater deorum risit atque ranis dedit tigillum, quod magno strepitu in stagnum cecidit. Dum ranae, metu perterritae, in limo latent, una tacite e stagno caput protulit et, explorato rege, cunctas evocavit. Aliae ranae, timore deposito, supra lignum insiluerunt et inutile tigillum omni contumelia laeserunt, postea ad Iovem nonnullas miserunt ut alium regem peterent. Tum Iuppiter misit horribilem hydrum, qui ingentem ranarum caedem fecit. Frustra miserae ranae per totam paludem currebant ut mortem vitarent; denique furtim ad Iovem Mercurium miserunt petiturum ut ille rursus infelices adiuvaret. Tunc contra deorum rex dixit:" Quia noluistis vestrum bonum ferre, nunc malum vestrum perferte!".

Dopo che una smodata libertà aveva corrotto i costumi degli ateniesi ed aveva annullato il freno delle leggi, Pisistrato occupò l’acropoli. Fu allora che Esopo narrò agli ateniesi piangenti sul triste servaggio - non perché colui fosse un crudele tiranno, ma perché qualunque peso era troppo pesante per loro che non c’erano abituati – questa favola: “Una volta le rane, che erravano libere nelle paludi chiesero con grande clamore a Giove un re, affinché reprimesse con la forza i costumi dissoluti.  Il padre degli dei rise e diede alle rane un travicello, che cadde nello stagno con grande strepito. Mentre le rane, terrorizzate dalla paura, si nascondevano nel fango, una di loro, senza far rumore tirò fuori la testa dallo stagno e, avendo esplorato il re, chiamò tutte le altre. Le altre rane, smesso ogni timore, saltarono sul travicello e lo offesero con ogni sorta d’ingiuria, e poi inviarono a Giove alcune di loro affinché chiedessero un nuovo re. Allora Giove mandò loro un orribile serpentone che fece una grande strage delle rane. Invano le poverette correvano per tutta la palude per evitare la morte; infine di nascosto spedirono a Giove Mercurio affinché di nuovo venisse in aiuto alle infelici. Ma allora il re degli dei disse. “Dal momento che non avete voluto sopportare il vostro bene, ora sopportare fino alla fine il vostro male”.

 


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CULTURA
21 aprile 2009
LA CARRIERA

Fare carriera, sempre difficile, a volte sgradevole.



LA CARRIERA

Chiunque abbia frequentato le aule della giustizia penale sa che in quel mondo si incontrato quattro categorie di persone.

Ad un’estremità gli imputati, gentaglia di cui tutti si devono professionalmente occupare e tuttavia tenuti a distanza, quasi avessero natura non del tutto umana. Né i testimoni sono molto migliori.

All’altra estremità i giudici sono invece sovrumani. Hanno la serenità annoiata di chi ha dalla sua la cultura, l’intelligenza e soprattutto la forza, tanto che sentono di avere il diritto, forse il dovere, di trattare tutti con imperativa alterigia. Un semplice accenno alla comune natura di cittadini sarebbe offensivo.

La terza categoria è costituita dagli avvocati. Costoro da un lato hanno tendenza a trattare gli imputati come i giudici, dall’altro a trattare gli stessi giudici con un ossequio esagerato che nasconde, male, la diffidenza e il disprezzo che sentono per loro.

La quarta categoria è costituita dagli invisibili. Invisibili sono i carabinieri, il pubblico, il cancelliere e tutti coloro che hanno il dovere di far dimenticare la loro presenza.

Un tempo ho cercato, senza successo, di divenire penalista e per anni ho frequentato quelle aule, senza tuttavia riuscire a sentirmi parte di quel mondo. Vivevo l’esperienza fastidiosa di chi assiste ad una rappresentazione teatrale di basso livello. Mentre il grande attore riesce a farci credere che lui sia Amleto, Principe di Danimarca, il guitto è un ragioniere che dice parole che appartengono a qualcun altro. Assurdità.

Tutto suonava falso. Dei giudici si conosceva la miseria umana e non raramente culturale. Degli avvocati la retorica, il narcisismo ingenuo, la rapacità. Gli imputati erano effettivamente disprezzabili, come è normale sia chiunque violi le leggi: e tuttavia personalmente mi chiedevo se, avendo avuto gli stessi genitori dei giudici, sarebbero stati seduti su quelle panche. Così com’erano, però, si rimaneva indignati dinanzi alla loro capacità di mentire sfacciatamente. La pistola? L’ho trovata per terra. Per paura erano umili dinanzi ai giudici mentre erano sicuramente arroganti, e magari violenti, con i più deboli di loro.

Solo i Carabinieri sembravano veri ed umani: ma mi addolorava la loro fiducia, tanto evidente quanto assurda, nei magistrati e nella giustizia.

È triste, essere inseriti in un mondo di cui non si condivide nulla. Io non appartenevo né al gruppo dominante né ai suoi nemici. La giustizia mi appariva una necessità vagamente disgustosa. Senza la repressione, la società sarebbe una giungla in cui gli onesti avrebbero la peggio, come senza nettezza urbana e senza fogne sarebbe invivibile. Ma chi andrebbe a passeggio nelle fogne?

Il distacco che sentivo in quei giorni era foriero di una constatazione più generale: troppe persone prendono sul serio la divisa che indossano. Soprattutto se sulla manica hanno i gradi di caporale.

Divenuto professore, il primo anno incontrai una  divisa con dentro un preside: un ometto grasso, alto un metro e mezzo, che avrebbe preteso di comandare tutti a bacchetta. Anche quando dava ordini da asilo infantile. Una volta, per intimidirmi e farmi capire che avrei dovuto obbedirgli, mi disse che, secondo la carriera ministeriale, nell’esercito sarebbe stato, non so più, generale di brigata o generale di divisione. “E lei, mi chiese, che grado avrebbe avuto?” Sbatté contro la mia risposta sorridente: “Io sono stato riformato”.

Non sono mai riuscito a percepire gli scalini delle gerarchie. Forse per questo non sono poi riuscito a salirli: non ho mai saputo dove mettere i piedi. Oppure è avvenuto che, all’idea di fare carriera, mi sia ricordato del generale di brigata e l’orrore mi abbia vinto.

Pare che Einstein, entrando negli Stati Uniti, sia stato richiesto di scrivere sulla scheda la sua razza. E abbia scritto: “umana”. Nello stesso modo, c’è chi, dovendo precisare il proprio posto nella società, ha tendenza a scrivere semplicemente: “uomo”. Qualifica oltre la quale non si può andare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, su questo testo, mi farete piacere.

21 aprile 2009



CULTURA
17 dicembre 2008
NESSUNA QUESTIONE MORALE NEL PD

NESSUNA QUESTIONE MORALE NEL PD

La “questione morale” che sta investendo il Pd è spesso trattata come un fenomeno di origine sconosciuta. Mentre un tempo i politici di sinistra erano onesti e incorruttibili improvvisamente si sarebbero messi tutti a rubare. Per conseguenza, prima la magistratura non li toccava perché erano modelli di virtù, ora è costretta a stangarli come meritano.  Quadro realistico? Per niente.

Natura non facit saltus, diceva Linneo. Non è possibile che un grande gruppo di persone sia tutto onesto o tutto disonesto, e neppure che cambi con un saltus. È verosimile che, a destra come a sinistra, ci siano politici onesti e politici disonesti, e non può esistere dunque una specifica e nuova questione morale che riguardi solo il Pd.

Questo dice la ragionevolezza. Purtroppo, non è quello che hanno detto il Pci, il Pds, l’Ulivo, l’Unione, il Pd e tutti i partiti di sinistra. Per decenni essi hanno insistito sul punto che gli altri erano cattivi e loro buoni, gli altri immorali e loro morali. L’idea che si possa sottoporre  a condanna giuridico-morale un intero gruppo politico ha il marchio inconfondibile della sinistra. Essa ha a lungo creduto di poterne approfittare. E se oggi questa tesi certamente assurda le si ritorce contro, non può protestare: è la sua idea.

Rimane solo da spiegare come mai mentre prima i magistrati, dopo avere eliminato la Dc e il Psi, colpivano solo a destra, improvvisamente si siano accorti che esistono dei “mariuoli” anche a sinistra. Maria Paola Merloni, ministro ombra del Pd, sostiene: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”. Vero, non vero? Non è quello che importa. Interessante è il riconoscimento che i giudici hanno avuto un partito di riferimento, cosa che a sinistra ci si era affannati a negare per decenni.

Che i giudici danneggino il maggiore partito di centro-sinistra, non potrebbe, in linea teorica, che fare piacere a chi non vota per quella coalizione. Ma poiché è orribile che si cerchi di vincere gettando in galera l’avversario, se pure per interposta toga, la conclusione da trarre è di genere diverso.

Non è ammissibile che la politica sia determinata dalla magistratura. Questo ordine non è espressione del popolo e il suo potere non deriva da esso. Ogni suo intervento in politica non solo non è democratico, è addirittura eversivo. È contrario alla divisione dei poteri e ai principi fondamentali dello Stato. L’immunità parlamentare, che si è fatto l’errore di abolire, nasceva dall’esigenza di impedire certi straripamenti. L’imperdonabile errore commesso dalla sinistra per tanti anni, nel non capire la ratio di quella norma, è stato il frutto di un egoismo gretto e miope. Chi a suo tempo lanciò la diversità morale non sapeva di innescare una bomba a tempo. Il “partito degli onesti”, giacobini ingenui ma pericolosi come i dipietristi, deve naturalmente fare parte del folklore. La politica è una cosa troppo seria per lasciarla ai moralisti.

Oggi sarebbe il momento ideale perché tutti i partiti capiscano che bisogna rimettere i magistrati requirenti al loro posto, adottando serissimi provvedimenti disciplinari a carico di chi, prima, avrebbe dovuto indagare sui disonesti (anche di sinistra) e non l’ha fatto, e su chi oggi sta indagando e magari gettando in galera politici su cui non grava nessun serio sospetto. Solo perché la moda è diventata quella di dare addosso al Pd.

Coloro che hanno così a lungo invocato l’intervento dei magistrati per combattere il malaffare della fazione avversa dovrebbero capire che il malaffare in quanto tale non è caratteristico di nessuno e che l’intervento dei magistrati non è neutrale. Se il popolo delega la politica ai giudici, rinuncia al suo proprio potere, cioè alla democrazia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 dicembre 2008


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