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POLITICA
17 settembre 2009
LE SOVVENZIONI ALL'ARTE
Uno Stato che si rispetti favorisce le opere d’arte, le sostiene economicamente e a volte le commissiona. Il Partenone non è stato costruito per l’iniziativa di un ricco cittadino, ma a spese della città di Atene: tanto è vero che alla fine Pericle e Fidia ebbero problemi con l’accusa di peculato. Anche i grandi monumenti romani, il Colosseo, gli archi di trionfo, le terme di Caracalla furono costruiti con soldi pubblici. Se la stessa  Firenze ha conosciuto un’epoca d’oro, dal punto di vista artistico, è perché essa era da un lato molto prospera economicamente, ma dall’altro era guidata da autocrati sensibili all’arte e capaci di pagare grandi somme. Né diversamente è andata con la Roma rinascimentale dei Papi. Per tutto questo, sembra naturale che anche oggi lo Stato sborsi grandi somme per sostenere i teatri lirici, il cinema, e perfino molti giornali. E tuttavia, qualche obiezione si può sollevare.
La democrazia è un tipo di regime relativamente recente. Dopo la breve stagione della Grecia classica, per secoli la regola è stata l’autocrazia. Se dunque un imperatore decideva di costruire la Domus Aurea, non è che dovesse ottenere il consenso dei senatori. Nerone aveva il potere e lo usava, sia pure spendendo i soldi dello Stato, e non è che il popolo dovesse essere d’accordo. Nel mondo contemporaneo, invece, chi governa non ha il potere di spendere a suo piacimento: il popolo è acutamente cosciente che quelli sono soldi suoi, pagati con tasse e imposte, e vuole che gliene se ne renda conto. Ma è possibile rendere conto, degli investimenti nell’arte?
Il governante come può essere sicuro di spendere bene quel denaro? Se l’opera che risulta dalla sovvenzione è buona, il popolo ne darà il merito all’artista, se è cattiva ne getterà il biasimo sul governo che l’ha commissionata, “sprecando il denaro dei contribuenti”. Ma appunto: chi può sapere in anticipo se un’opera d’arte riuscirà o no?
C’è poi una seconda obiezione di notevole spessore. Un tempo, quando chi sovvenzionava aveva ogni potere, era considerato naturale che i sovvenzionati facessero di tutto per piacergli. In regime di democrazia, invece, se gli artisti cercano di far piacere al potere sono considerati spregevoli dall’opposizione e dagli intellettuali, se cercano di andare contro il potere è il potere stesso che è considerato sciocco e spregevole: perché paga chi ne dice male.
È un fatto che l’arte è gracile per natura e dunque sembra giusto sostenerla. Ma la soluzione più semplice è che lo Stato favorisca l’arte nell’unico modo che non ha controindicazioni: non le imponga fardelli, la sollevi il più che sia possibile dal peso di tasse e imposte. Con un’IVA bassissima su tutti i prodotti connessi alla cultura e all’arte (libri, spettacoli, produzione di film, ecc.), per esempio, ma senza mai dare un soldo ad alcuno. L’arte deve sopravvivere perché apprezzata dai destinatari. Detto brutalmente: deve piacere al pubblico e, se al pubblico non piace, è giusto che affondi.
Qualche rigo a parte meritano i teatri lirici. Questi, francamente, non solo fanno solo archeologia musicale (e non potrebbero fare altro, vista la qualità della produzione da quasi un secolo in qua) ma costano troppo e servono un numero troppo piccolo di cittadini. Forse bisognerebbe aiutarli, certo non svenarsi per loro.
I greci trasformarono le rappresentazioni teatrali in concorsi in cui votavano gli spettatori e il risultato sono le opere di Sofocle. Mentre in Italia si sovvenziona un’industria cinematografica in cui spesso i film seguono ideologie non condivise dalla maggioranza dei cittadini, non piacciono agli spettatori, costano più di quanto incassano e costituiscono uno spreco di denaro pubblico.
La libertà d’espressione non include il diritto di vedersi fornire un megafono. Quello, ognuno se lo deve procurare da sé.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 settembre 2009

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