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23 maggio 2011
FLAVIA VENTO CONDANNATA MA INNOCENTE
Flavia Vento è una bella donna. Molto bella. Naturalmente non per questo si è obbligati a considerarla fornita di grandi doti intellettuali o a trovarla simpatica. E personalmente abbiamo largamente approfittato di questa libertà. Ma se si è dell’opinione che ella sia stata vittima di un’ingiustizia, bisogna pure difenderla.
Il Corriere della Sera (1) ha riferito che sul suo blog la Vento ha dato della “mignotta” ad un’altra signora e l’ha anche accusata di usare “soldi pubblici per acquistare borse e pellicce”. Poi ha ritirato le frasi ingiuriose ma la vittima non si è placata: l’ha denunciata e in conclusione la Vento è stata condannata a un mese di reclusione, a trecento euro di multa per diffamazione e al risarcimento dei danni.
La prima cosa da dire è che il giudice, condannandola solo per diffamazione, è stato clemente. Non solo qui la diffamazione ci sta tutta ma è evidente il reato di calunnia. Vi è infatti l’attribuzione di un illecito molto grave, peculato o malversazione che sia.
Detto questo, però, può seriamente sostenersi che la Vento è innocente in base ad un principio giuridico che sta scritto a chiare lettere in ogni aula di tribunale: “La legge è uguale per tutti”. La norma non può variare secondo che debba essere applicata ad un cittadino piuttosto che ad un altro e, soprattutto, deve valere per tutti i casi simili.
Se un vigile urbano sospetta un suo amico di essere l’amante della propria moglie non potrà multare solo lui - anche se effettivamente in divieto di sosta - senza multare gli altri automobilisti nella stessa situazione. Perché in questo caso l’applicazione della legge avverrebbe non per le finalità che la legge stessa prevede ma per scopi di vessazione privata. Dal punto di vista amministrativo questo si chiama abuso di potere e l’illecito, come si vede, può essere commesso anche mediante un atto perfettamente legale, compiuto per fini diversi da quelli voluti dalla legge.
Oggettivamente (non soggettivamente, il giudice sarà stato in perfetta buona fede) il caso di Flavia Vento rientra in questa fattispecie. In Italia  e forse nel mondo è invalsa l’idea che, sulla Rete, sia lecito scrivere qualunque cosa. Nei blog, nei forum, nei commenti agli articoli, gli adepti di Internet scambiano insulti cocenti,  sarcasmi elaborati, calunnie gravissime e ne gratificano con la più grande generosità gli interlocutori e tutti i personaggi pubblici.  Se Berlusconi dovesse querelare una persona su cento, fra quelli che lo insultano nei blog, avrebbe bisogno di un battaglione di avvocati. Forse di una compagnia. E il risultato sarebbe in primo luogo lo stupore degli accusati: l’andazzo è stato tollerato per anni e non tutti hanno studiato abbastanza diritto per sapere che nessuna legge in Italia va in desuetudine. Dunque tutti reputano – si direbbe “a ragione” – di esercitare il diritto alla libera espressione del proprio pensiero in una zona franca.
Ecco perché Flavia Vento è innocente. Perché ha creduto di esercitare un diritto, riconosciuto a tutti de facto. O lo Stato persegue tutti i colpevoli dello stesso reato che siano stati querelati o proscioglie quella giovane signora per avere agito nella convinzione di disporre di un’esimente. Nell’art.59 del codice penale è contenuta questa frase: “Se l'agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui”. Come possiamo escludere che la Vento reputasse che esistessero queste circostanze, se così pensano tutti? E se tutti si comportano di conseguenza?
Né importa che quelle frasi abbia scritto sul proprio blog, rendendosi così facilmente identificabile. È noto che le miriadi di persone che si nascondono dietro uno pseudonimo (naturalmente chiamato nickname, perché pseudonimo è parola italiana) sono lo stesso identificabili, quanto meno dal server; e la Polizia Postale non avrebbe difficoltà, a pescarli.
Ma forse la stessa Polizia – è ironico ipotizzarlo - pensa anch’essa che quelli che vomitano insulti e parolacce in fondo esercitano il diritto alla libera manifestazione del pensiero.  Se così possiamo chiamarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
23 maggio 2011

(1)http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_maggio_20/flavia-vento-condannata-per-insulti-blog-190688450579.shtml 
POLITICA
6 maggio 2011
IL DIRITTO DI VEDERE LE FOTO
L’Amministrazione statunitense ha deciso di non rendere pubbliche le foto dell’operazione che ha condotto all’eliminazione di Bin Laden. E a fortiori, immaginiamo, il relativo filmato. Ciò ha provocato una discussione. Molti reputano che il governo americano avrebbe il dovere di non nascondere nulla di quell’azione e che il popolo abbia il diritto di sapere. Ma il popolo ha il diritto di sapere?
Solo i testimoni, interrogati dal giudice, sono tenuti a rivelare i propri fatti personali. Gli stessi imputati hanno il diritto di non rispondere e il diritto di mentire e proprio per questo non prestano giuramento. La frase “il popolo ha diritto di sapere” è falsa. Tolto ciò che pubblica la Gazzetta Ufficiale, non si ha il diritto di sapere niente.
D’altro canto, in regime di democrazia, uno dei presidi essenziali del sistema è la libertà di stampa. I giornali e le televisioni (salvo ciò che prescrive il codice penale in materia di calunnia e di diffamazione) hanno il diritto di pubblicare tutto ciò che riescono a scoprire ma questo non corrisponde al diritto del pubblico di “sapere tutto”. Non bisogna confondere le due cose. I giornali hanno il diritto di cercare le notizie, gli interessati non hanno il dovere di darle. I giornali hanno il diritto di pubblicare notizie e foto, il popolo ha solo il diritto alla libertà di stampa.
Il caso di un governo è diverso, si dice. Se qualcuno si comporta privatamente da vizioso, la cosa riguarda solo lui; se però quel qualcuno si propone alla collettività come un modello di virtù e come una guida affidabile, perde quel diritto alla privatezza.
Anche questa affermazione è sbagliata. Non solo Machiavelli ci ha insegnato che i governanti, se sono modelli di qualcosa, è della mancanza di scrupoli: ma se essi si fossero mai presentati come modelli di virtù, avrebbe più torto il popolo nell’averlo creduto che essi nell’averlo affermato. Mentire in questo campo fa parte della normale tecnica del potere e della politica.
Rimane il “problema della trasparenza”. I cittadini non hanno diritto di sapere tutto ma i governanti hanno il dovere morale di informarli sui fatti di rilevante importanza per la comunità nazionale.
Qui, il concetto centrale è quello di un “dovere morale” che si può non sentire o cui si può opporre uno speculare dovere: quello di dare al popolo solo le notizie che possono essergli utili e tacergli quelle che potrebbero danneggiarlo. Se un carabiniere apprende da un delinquente che c’è un pazzo che intende avvelenare l’acquedotto di Bari, c’è effettivamente un fatto che i giornali potrebbero riferire. Se però la notizia (magari totalmente falsa) fosse pubblicata, il panico in quella città sarebbe enorme e le conseguenze gravissime. Il fatto è talmente negativo da essere previsto dal codice penale: “Art. 656. Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l'ordine pubblico”.
Il “segreto” è imposto anche da casi meno seri. Tutti accogliamo con qualche freddezza la notizia di un’autopsia ma nella realtà ci sono baldi studenti di giurisprudenza che assistendovi svengono. Dunque si reputa “indecente” pubblicare immagini del genere.
Il governo degli Stati Uniti non ha il dovere di comunicare tutte le notizie e tutte le immagini in proprio possesso. In particolare non deve pubblicare quelle che potrebbero danneggiare il Paese. Infine compete al detto governo giudicare se e quali dati è opportuno rendere pubblici. Infatti, se ne derivasse un danno alla nazione, nessuno assolverebbe i governanti per avere obbedito al dovere morale di informare. I più accaniti direbbero, untuosamente: “Sì, ma in questo caso…“
Quand’anche prima avessero proprio loro insistito per la pubblicazione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it

5 maggio 2011

POLITICA
10 dicembre 2010
Gianni Pardo lascia il forum Ok Notizie
Ieri mi hanno scritto gli amministratori del forum per “ricordarmi” alcune regole del forum ed hanno cominciato con le parole: “Gentile utente, stiamo meditando sulla possibilità di assumere una squadra di moderatori con il compito di seguire esclusivamente la sua persona al fine di rendere la sua permanenza su oknotizie la piu' confortevole possibile”. La loro ironia è francamente fuor di luogo. Mi si scrive per minacciarmi il “ban” (“Detto questo la informiamo che non seguiranno ulteriori delucidazioni riguardo il regolamento di oknotizie”) e ci si permette anche di prendermi per i fondelli? Ma con chi credono di avere a che fare? L’ironia è la mia, arma, non loro. E infatti la loro “ironia” sconfina con la sua parente povera: l’irrisione.
Su Ok notizie avrei solo voluto fruire del normale rispetto dovuto ad un uomo perbene e la dirigenza di Ok notizie non me l’ha assicurato. Per  questo la minaccia di “ban” mi aveva lasciato freddo: perché ero già ad un pelo dall’andar via; lo scontro con gli ignoranti e i violenti mi aveva stancato. Ora vedo che sono stati vietati i miei commenti, e non so se corrisponda al “ban”. Certo è che me ne vado.
“Non è consentito innescare flame” e inserire insulti, mi scrivevano. Interessante, parliamone. Ci sono forumisti di sinistra (praticamente tutti) che intervengono a proposito e a sproposito solo per insultare gli altri. Chiunque sia sospettato di votare per il centro-destra  è trattato da servo, leccaculo, disonesto, evasore fiscale, prezzolato, ignorante e qualunque altro insulto venga in mente. Per decine e decine di volte. Ma gli amministratori si sono svegliati per me, inviandomi un commento all’articolo sugli “Odioti”: perché non è lecito trattare da “colpevole di odio fino all’idiozia” chi si comporta così.
Sempre a proposito di “flame”: i personaggi pubblici di centro-destra sono il bersaglio di ogni sorta di contumelie e sono irrisi con i soprannomi più offensivi - anche se spesso sciocchi ed infantili - che si riescano a trovare. Sono free game. Gli si può sparare senza aspettare la stagione della caccia  e questo già nei titoli dei “post”. Non è accendere “flame”, questo? Una volta ho chiesto agli amministratori come tollerassero la cosa - visto che ci sarebbe anche materia per querele - e mi hanno detto che il forum permette la libera espressione delle opinioni. Ebbene: anche questo mio scritto esprime un’opinione. Vedremo se riuscirà a permanere sul forum.
Ma c’è la segnalazione dell’abuso, si dice. Parliamo anche di questo. Se uno lo segnala, o l’insulto rimane lì, oppure è eliminato il giorno dopo e oltre, cioè quando ha ottenuto tutti gli effetti desiderati. E se infine uno, stanco di vedere l’insulto rimanere, risponde, magari con maggiore garbo e stile, il risultato finale, quando si ha, è che siano cancellati ambedue i commenti. Uno si ritrova appaiato ai maleducati e accusato di avere acceso un “flame”.
Per quanto riguarda me personalmente, ho ben capito di avere rappresento un problema. Turbo il quieto vivere dei frequentatori di sinistra. Turbo il pensiero unico dominante. E oggi finalmente convergono la mia volontà di sparire e la volontà di molti frequentatori del forum di vedermi sparire. Così potranno gridare in coro “Abbasso Berlusconi!”
Né so che cosa ci guadagnerà OkNotizie, visto che sono convinto di avere fatto aumentare il successo dei gruppi che ho frequentato. Ma non è affar mio.
Un forum di uomini liberi dovrebbe sanzionare sollecitamente e adeguatamente gli insulti e i “flame” di tutti. Dovrebbe essere aperto, in condizione di parità, alle varie opinioni politiche, con uguali obblighi di urbanità. Diversamente chi lo amministra si dimostra parziale e classicamente “democratico”. Confermando che in certi ambienti non è permesso aprir bocca a chi la pensa diversamente.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
P.S. Ho poi visto che ero stato bandito anche dall'inserimento di testi. Sicché questa risposta non è potuta apparire su quel forum. Ulteriore riprova di democrazia.
POLITICA
26 maggio 2010
L'IRA DELL'ELEFANTE INTERCETTATO
Un giorno faceva particolarmente caldo, nella savana, e tutti gli animali avrebbero voluto beneficiare dell’ombra dell’unico, grande baobab. Sotto le fronde si ripararono dunque gnu, facoceri, leopardi e gazzelle e, visto quanto si stava meglio, lì, la siesta sotto l’albero divenne una sorta di gradevole abitudine. Purtroppo presto non ci fu abbastanza posto per tutti e gli animali furono costretti a tenere consiglio per stabilire un turno.
Bisognava beneficiare dell’ombra in ordine alfabetico, proposero le antilopi, con grandi proteste delle zebre. No, in ordine di grandezza, dissero i bufali. E qui si udirono molte voci contrarie:  dal momento che un bufalo occupava uno spazio in cui sarebbero entrati chissà quante gazzelle di Thomson, bisognava attribuire i metri per specie. Alla fine ci si mise d’accordo su quest’ultima soluzione, escludendo però gli elefanti, le cui dimensioni erano incompatibili con una normale democrazia. La cosa fu votata all’unanimità, con l’eccezione dei pachidermi, naturalmente. Questi prima si opposero con validi argomenti giuridici, poi, visto che non erano ascoltati, persero la pazienza e fecero ruzzolare via a colpi di proboscide tutti quelli che gli si pararono davanti. Incluso un paio di increduli leoni. E così l’ombra del baobab fu tutta per il loro branco.
Nella savana si seppe così che il leone non è “il re della foresta”: in primo luogo perché vive nella savana e poi perché se c’è un re, nella savana, si chiama elefante.
Tutta questa storia è un apologo riguardante la nuova legge sulle intercettazioni. Politici, magistrati e giornalisti si sono divertiti un mondo, con le intercettazioni. Indubbiamente esse sono anche servite a catturare delinquenti – si badi all’“anche” – ma la funzione che oggi fa tanto discutere è stata la possibilità di denunciare scandali, veri o falsi, formulare mille accuse, raccontare infiniti pettegolezzi e infine di dar luogo a continue battaglie politiche. In particolare contro il centro-destra: infatti la maggior parte dei media, dei giornalisti e dei magistrati è di sinistra.
Tutti hanno dimenticato che anche in democrazia il governo, quando è sostenuto da una solida maggioranza, è l’elefante. Esso tollera a lungo – è un erbivoro, infatti, non un carnivoro – ma a tutto c’è un limite. Se i magistrati passano documenti riservati ai giornalisti, se i giornalisti li usano per le loro battaglie politiche (anche contro privati che poi sono assolti, o anche contro terzi innocenti ed estranei), è normale che alla fine l’elefante reagisca con la forza che ha. In questo caso il potere legislativo. Se, per un amore tutt’altro che disinteressato per la “democrazia” si vuole addirittura ribaltare la legge di natura per cui prevale il più forte, si induce quest’ultimo a fare uso del suo nudo potere.
Questo ragionamento trova una dimostrazione elementare considerando che il problema non esisterebbe se i magistrati osservassero il dovere del segreto istruttorio. Essi invece lo violano con impudente regolarità e poi,  dal momento che chi dovrebbe indagare su questo delitto (così lo qualifica il codice) sono loro stessi, avviene che per caso non trovino mai un colpevole. Il comportamento di troppe procure della Repubblica fa pensare al crimine di fellonia: l’infedeltà al potere da cui si dipende e dei cui benefici si vive. Il risultato è che il sovrano alla fine va giustamente in collera e non è detto che la sua spada si limiti ad accarezzare i colpevoli.
Il vero scandalo delle intercettazioni è l’uso esagerato ed immorale che se ne è fatto. Che ciò poi comporti reazioni pesanti e magari esagerate, non stupisce. Anche l’uomo più mite è indotto, in certe condizioni, a profittare dell’esimente della legittima difesa.
Proprio per queste ragioni non ci si sente di sostenere le proteste dei giornalisti e di ascoltare con simpatia le loro grida da vergini violentate a proposito della libertà di stampa. Un Paese in cui i magistrati violano costantemente le leggi non ne può invocare la sacralità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 maggio 2010
P.S. Queste considerazioni sarebbero valide se, nel nostro caso, l’elefante non fosse alto settanta centimetri.

POLITICA
24 maggio 2010
BERTOLDO E LE INTERCETTAZIONI
Una volta chiesero ad una signora senza peli sulla lingua quale fosse il suo parere sulle frequenti liti di una coppia di amici. “Nei panni di lei lascerei lui, disse, e nei panni di lui lascerei lei”. Questo genere di giudizio non è assurdo. Non è detto che fra due litiganti uno debba necessariamente avere ragione e l’altro debba necessariamente avere torto: può anche avvenire che abbiano torto tutti e due. O anche tutti e due ragione, anche se questo secondo caso è più raro.
Questi principi vengono in mente a proposito della rumorosa discussione nazionale sul disegno di legge sulle intercettazioni.
Sul dato di partenza sono tutti d’accordo: si tratta di una violazione del segreto istruttorio, prevista e punita dal codice penale. Ma subito arriva il secondo dato: è vero, questo dice la legge, ma dal momento che non si è riusciti ad applicarla, non avendo mai trovato un solo colpevole, è chiaro che la norma è inadeguata. Il terzo dato, naturalmente, è la virtuosa indignazione di tutti: che senso ha provocare gravi danni di immagine ai terzi, magari innocenti, pubblicando dati raccolti violando la loro privatezza e perfino senza che la cosa abbia utilità per le indagini? È chiaro che bisogna mettere rimedio a questo sconcio.
Da questo punto in poi, non c’è accordo su nulla. I magistrati vogliono avere la libertà di intercettare tutto e tutti (il nostro piccolo Paese intercetta infinitamente di più dei grandi Stati Uniti), spendendo un’iradiddio di denaro pubblico, ed anche la libertà di passare i testi ai giornali, in modo da danneggiare i nemici politici ed acquistare fama nazionale. I giornalisti non soltanto vogliono a loro volta la libertà di danneggiare la controparte politica, ma soprattutto tengono a vendere più giornali, senza pagare pegno. Vogliono dunque che non siano multati i loro editori - perché costoro, colpiti nel portafogli, potrebbero poi limitarli – e non vogliono che gli si applichi né la norma sul segreto istruttorio – fruiscono infatti del diritto di cronaca e in generale della libertà di stampa – né alcuna nuova norma. E urlando fanno finta di battersi per il popolo italiano, per la Dea Giustizia, per la Costituzione e per la Civiltà Occidentale in pericolo.
La maggioranza politica vorrebbe trovare una soluzione che non provochi troppe proteste ma il suo problema è insolubile.
Una volta Bertoldo fu condannato a morte e richiese come grazia soltanto quella di poter scegliere la pianta alla quale l’avrebbero impiccato. La grazia gli fu concessa e lui scelse una pianta di prezzemolo. Magistrati e giornalisti non vogliono questa o quella norma, non vogliono una modifica del testo, qui o là: vogliono che tutto rimanga come prima e criticheranno il governo qualunque norma adotti. Accetterebbero solo una norma che di fatto non modificasse nulla: una pianta di prezzemolo.
In queste condizioni il Pdl ha la scelta fra farsi criticare emanando una norma inutile o farsi stramaledire emanando una norma efficace. Avrà il coraggio di questa seconda soluzione? C’è da dubitarne. Al punto che ci si potrebbe augurare il completo ritiro della proposta. Naturalmente in questo caso la maggioranza sarebbe accusata di stupidità, viltà e ogni altro crimine, e le sarebbero anche imputati i guasti della situazione attuale. Perché, appunto, avrebbe dovuto sanarla. Bastava adottare regole che fossero quadrate e tonde nello stesso tempo, capaci di imporre certi comportamenti senza stabilire nessuna sanzione in caso di inadempienza. Camminando sull’acqua e compiendo  ogni sorta di miracoli.
Forse l’errore è stato concepire che si potesse ottenere qualcosa agendo contro i veri impuniti d’Italia: i magistrati e i giornalisti.
L’unica speranza - che in realtà non è una speranza, è un orrendo timore - è che una volta o l’altra qualche intercettazione squalifichi il più importante leader della sinistra (quando ci sarà), in modo che finalmente quella parte politica capisca qual è il problema e ne voglia finalmente una soluzione. Per legittima difesa si muove chiunque; per amore dei singoli cittadini, degli innocenti e dei calunniati, non si muove nessuno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 maggio 2010


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POLITICA
26 gennaio 2010
LICENZIATO PER IL CROCIFISSO

Il fatto è noto: il Csm, che di solito dà soltanto un buffetto ai magistrati troppo discoli, stavolta ha avuto la mano pesante: un giudice di Camerino, il dr.Luigi Tosti, che si rifiutava di tenere udienza perché nell’aula era appeso un crocifisso, è stato mandato a casa. L’interessato ha annunciato che ricorrerà in ogni sede, perfino europea, e alla fine - ne abbiamo già viste tante - potrebbe anche essere riammesso in magistratura. Non è certo né il primo né l’ultimo il cui comportamento, su quel nobile scranno, sia allarmante. Ma il punto che si deve discutere è un altro.
Anni fa un professore di letteratura francese, per sintetizzare il mondo di Pierre Corneille, diceva che la sua tragedia presenta personaggi illustri che compiono azioni eroiche e serie. La cosa più difficile da spiegare ai liceali era quest’ultimo concetto. Tanto che alla fine la sintesi terra terra era: “Insomma, ne deve valere la pena!” Un’azione eroica di solito mette in pericolo la vita del protagonista o provoca in lui strazianti conflitti di doveri: dunque, se il problema non avesse un grande valore, dall’ammirazione per un’impresa eccezionale si passerebbe facilmente all’irrisione. Chi si suicida per non avere ottenuto un premio come ballerino di cha cha cha è un malato mentale.
Il grande gesto richiede una grande motivazione. Il Polyeucte di Corneille sacrifica la propria vita non per capriccio ma per fedeltà a Dio. Come il Becket di Jean Anouilh (Becket ou l’honneur de Dieu, divenuto in film Becket e il suo re) per la stessa ragione rinnega l’amicizia col re e paga con la morte. Antigone infine si ribella a Creonte - cioè allo Stato - non per vana sfida ma per un imprescindibile dovere di pietas. E con questo si torna al dr.Tosti.
Possiamo comprendere chi preferisce il martirio per una grande ragione ideale, ma l’ateismo non è una religione. Il vero ateo non ha una fede da onorare a qualunque costo e per questo si toglie volentieri le scarpe prima di entrare nella moschea. La sua miscredenza gli fa guardare con uguale indifferenza la mezzaluna e la croce; gli fa apparire sacerdoti, popi, monaci buddisti e mullah musulmani come dei poveri, generosi illusi; una benedizione non gli fa più effetto di una maledizione voodoo e il crocefisso è soltanto un arredo del Tribunale, debitamente inventariato. In materia di religione e di religiosi la sua considerazione è sempre un distaccato rispetto teorico. Nella concretezza, posto dinanzi a gravi rischi, si dichiarerebbe credente, così come Montaigne, illustre scettico, durante le guerre di religione consigliava di rimanere “nella religione dei padri”. Non val la pena di morire a causa delle illusioni altrui. Anche oggi, avendone bisogno, al miscredente non importerebbe affatto sapere se sull’ambulanza c’è una croce o una mezzaluna rossa, così come, riguardo all’aula di giustizia, gli importerebbe soltanto che l’aria sia condizionata e il giudice sano di mente.
Il dr.Tosti non è un vero miscredente. Dà troppa importanza alla religione, per esserlo. Egli non sembra neppure aver condotto una battaglia in favore della libertà o del rispetto delle altrui religioni: soprattutto perché, proprio per questo rispetto, quelle religioni dovrebbero a loro volta rispettare la religione cristiana. C’è da temere che egli abbia lottato a morte per salire su una predella e farsi notare. Per questo preferiamo pensare che il Csm, non che rimuovere un miscredente, abbia rimosso un giudice poco affidabile.
Viviamo in un’epoca malata di “mossa”. I giovani fanno la mossa di essere rivoluzionari ma si lamentano se sono caricati dalla polizia. Gli studenti contestano i professori ma poi vogliono essere promossi; tutti ambiscono alla palma del martirio senza farsi male. E sono felici se quella palma gliela consegnano dinanzi alle telecamere. Infine, se il giudice Tosti è capace di farsi licenziare pur di mantenere questo stolido punto di vista, probabilmente non ha una famiglia da mantenere col suo  lavoro. Perché se la mette in difficoltà per un motivo del genere è a dir poco uno sconsiderato; e se invece fino ad ora ha fatto il giudice per passare il tempo, speriamo sinceramente che nessuno lo rimetta al suo posto.
Al suo posto, fino a nuovo ordine, rimanga il crocefisso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 gennaio 2010

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CULTURA
25 gennaio 2010
VENDOLA: UN VOTO A FAVORE DI BERLUSCONI
Al livello nazionale sembra che la vittoria di Niki Vendola, in Puglia, significhi due cose: la prevalenza di fattori localistici sulle decisioni prese dalla dirigenza del Pd e la sconfitta di quella parte del Pd che, in contrapposizione a Dario Franceschini, Rosy Bindi ed altri “estremisti” interni, fa capo a Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. Essa dimostra inoltre che le cosiddette “primarie” possono essere pericolose per un partito male strutturato, contraddittorio e un po’ anarchico come il Pd. In realtà è probabile che il significato di queste “primarie” vada parecchio oltre.
D’Alema e i suoi amici avrebbero voluto, già con queste elezioni, avviarsi a realizzare un partito moderato, non giustizialista, tendente a sfondare al centro, magari alleandosi con Casini. Fino a riconquistare il governo. La controparte invece si è limitata ancora una volta ad essere arrabbiatamente di sinistra, massimalista, allergica ai compromessi col “male”, cioè con Berlusconi e, in misura minore, con Casini, suo ex alleato. Nella sfida Vendola è stato favorito dalla stima personale che si è guadagnata, ma soprattutto dal fatto di non essere l’uomo di D’Alema e Bersani e dal suo marchio di “politico a sinistra del Pd”, come è “Sinistra e Libertà”.
Qualcuno può dire che questa è una catastrofe per i dalemiani, ma le cose stanno peggio di così: è la catastrofe dell’antiberlusconismo.
Per tre lustri, la galassia di sinistra – comunque si chiamasse, Ulivo, Unione o Pd-Di Pietro – ha avuto come nocciolo della sua politica la guerra a Silvio Berlusconi. Una guerra portata avanti con tutti i mezzi, senza il minimo scrupolo e con l’entusiasmo fanatico di una vera jihad. La parola d’ordine è stata un sostanziale “boia chi molla”. Una qualunque mossa, un qualunque compromesso, un qualunque accordo che avrebbe potuto rappresentare un dialogo con il Diavolo di Arcore, quand’anche fosse stato accettabile, è stato rigettato perché empio a priori: anathema sit. La politica italiana è stata talmente radicalizzata che l’intero elettorato l’ha potuta riassumere nell’essere pro o contro Berlusconi. Cosa non del tutto negativa, per le menti più semplici: è infatti più facile distinguere il bianco dal nero che le sfumature di grigio della realtà.
Alla lunga, ciò che ha fatto felici i più ingenui – coloro per i quali quella distinzione con l’accetta era il massimo che potessero capire – ha finito con il far apparire la sinistra come una setta di assatanati che invece di andare a messa seguono in ginocchio, una volta la settimana, “Annozero”. Il Pd è divenuto una conventicola minoritaria senza nessuna speranza di riconquistare coloro cui non basta, per applaudire, che si sia detto male di Berlusconi.
Alcuni tutto ciò l’hanno capito, nel Pd. Bersani l’ha dimostrato quando, all’indomani della sua elezione a segretario, ha ripetutamente detto: “Il vero antiberlusconiano è quello che riesce a mandare a casa Berlusconi”. Non cioè quello che sputa fiele annacquato come un Franceschini, ma colui che riesce a vincere le elezioni. Cosa che oggi non si vede nemmeno all’orizzonte.
Purtroppo, quella politica demenziale è andata troppo lontano perché si possa frenare, lungo questa china. Anche se Vendola non è ostentatamente antiberlusconiano come Rosy Bindi, anche se non recita quotidiane giaculatorie di odio come Di Pietro, è stato votato perché rimane il massimo che l’estrema sinistra può offrire in Puglia. Per conseguenza, coloro che non leggono troppi giornali, coloro che da anni ed anni si limitano ad annusare l’aria, l’hanno giudicato l’uomo giusto per vincere all’interno della sinistra. E involontariamente, a livello nazionale, l’uomo giusto per dare lunghi anni di successi a Berlusconi.
Il Pd raccoglie ciò che ha seminato e perde consenso mentre l’Idv, che si è fatta un programma degli errori passati della sinistra, ha tendenza ad aumentare i suoi voti piuttosto che a vederli diminuire. Il tutto con l’unica prospettiva di migliorare la situazione personale di Antonio Di Pietro e di rimanere nettamente minoranza nel Paese.
Prosit.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010

POLITICA
18 gennaio 2010
HAITI E LA DECOLONIZZAZIONE
Un modello può essere qualcosa da imitare o uno schema per spiegare un fenomeno. Haiti è un modello in questo secondo senso. Questo Paese – di cui si riassume la storia - cominciò ad esistere quando alcuni coloni francesi importarono molti schiavi per coltivare la terra; poi, nel 1791, sulla scia della Rivoluzione Francese, vi fu un’insurrezione e Parigi soppresse la schiavitù; in seguito apparve François Dominique Toussaint Louverture, padre della patria, e infine Haiti divenne indipendente: i bianchi furono espropriati e le terre furono date agli schiavi. Da quel momento s’è avuta una serie di scontri – non si sa se bisogna chiamarle guerre civili – una serie di tirannelli e uno Stato disordinato e miserabile. Fra i più poveri, se non il più povero, dell’America latina.
La chiave interpretativa più semplice di questi fatti è forse che i protagonisti della storia non sono tanto i governanti quanto i governati. Gli inglesi che nel 1215 ottennero la Magna Charta non erano colti politologi, erano anzi in maggioranza analfabeti, ma avevano abbastanza spirito di rivolta e di libertà per imporsi a Giovanni Senza Terra. E non si sa perché in questo siano stati tanto diversi dai russi che solo molto, molto recentemente hanno conosciuto la democrazia. In Russia si sono avuti Ivan il Terribile e Stalin, in Gran Bretagna l’Habeas Corpus e i Windsor. E soprattutto tradizioni di libertà tali da essere un esempio per il mondo.
Analogo fenomeno si è avuto in Francia dove, pur in presenza di una monarchia assoluta, non si sono certo avuti biechi fenomeni di tirannia. Montesquieu ha potuto scrivere che il fondamento della monarchia è l’onore inteso come ambizione, desiderio di distinzione, nobiltà, franchezza e cortesia, insomma le virtù del gentiluomo, da parte dei cittadini, mentre il sovrano è tenuto a stabilire leggi certe e a comportarsi onorevolmente. Sembra di sognare ma questo schema ha funzionato. La stessa ventata di follia del Terrore durò poco e la Francia tornò ad essere quella di prima. Viceversa, nelle cosiddette Repubbliche Popolari - quelle che, ispirate dalla Madre Russia, si riempivano la bocca di amore del popolo - l’oppressione non è stata inferiore a quella degli zar.
Non è perché una nazione ha l’indipendenza o una Costituzione scritta che il suo governo è moderato e rispettoso dei governati. L’indipendenza può servire al tiranno (Mugabe) per affamare il proprio popolo senza interferenze esterne e la Costituzione può essere sventolata solo per vantarsene con i giuristi, come in Unione Sovietica. È la civiltà politica che crea un governo democratico. La Cina per molti secoli è stata grande nella filosofia, nel gusto, nella saggezza ma dal punto di vita politico è stata una nazione poco sviluppata. Ferma all’imperatore e ai signori della guerra, l’ultimo dei quali si chiamava Mao Tse Tung. Solo molto recentemente ha raggiunto, attraverso la libertà economica, una migliore civiltà politica e si sta lentamente avviando verso la democrazia.
Se, malgrado una civiltà plurimillenaria, i cinesi non sono ancora arrivati al livello europeo, figurarsi se cinquant’anni fa ci poteva arrivare la maggior parte delle ex-colonie. Ché anzi, a farci caso, erano in condizioni migliori quelle che erano state più profondamente colonizzate, come l’Australia, la Nuova Zelanda o il Sud Africa, il paese più ricco del continente. Questo perché una lunga e approfondita colonizzazione, se pure realizzata per fini di profitto, insegna uno schema di vita associata. Viceversa, l’indipendenza regalata ad una popolazione sottosviluppata può peggiorarne la situazione. Come ha detto qualcuno, “la disgrazia di essere stati colonizzati è inferiore soltanto alla disgrazia di non esserlo stati”.
Ecco perché Haiti è un modello, se pure negativo. È bello che sia stata abolita la schiavitù ed è bello che Port-au-Prince sia diventata indipendente: ma se quei poveri schiavi analfabeti non avevano idea dei diritti e dei doveri dei cittadini, di che cosa fosse uno Stato e di come si produce ricchezza, non era fatale che fossero preda di demagoghi e tiranni?
È normale desiderare libertà democratiche e prosperità, ma non basta avere un’automobile, per andare veloci: bisogna saperla guidare. Prima di accusare sempre e soltanto gli altri, bisogna ricordare che, come diceva Catone, faber est suae quisque fortunae, ognuno è l’artefice della sua sorte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2010

POLITICA
22 settembre 2009
NIETZSCHE, QUARANT'ANNI DOPO
“Hai letto qualcosa di Nietzsche?”, mi chiese Marcel.  
Marcel era il lettore francese. Un giovane allampanato, dallo sguardo fisso e quasi vitreo, forse perché fra i primi portava lenti a contatto. A detta di mia moglie era un omosessuale ma io queste diagnosi non ho mai saputo farle: quello che m’interessava era la sua vivacità intellettuale e il suo umorismo a volte dissacrante.
“No. Ma mi hanno detto che forse era un po’ pazzo e un po’ nazista. Francamente…”
“Francamente non ne sai nulla. Ti presto un libro”, concluse lui.
Il risultato fu clamoroso. Scoprii innanzi tutto che, a proposito di Nietzsche, avevo detto delle sciocchezze correnti ma clamorose. Non solo Friedrich (prima d’impazzire) non era affatto pazzo ma il suo eventuale collegamento col nazismo era del tutto abusivo. Caso mai, da attribuire alle manipolazioni della sorella, dopo la sua morte intellettuale. Per non dire che tra la rozzezza di un Hitler e i culmini di genio di Nietzsche c’era la stessa distanza che corre tra la Terra e Alpha Centauri.
Quella lettura ebbe effetti permanenti, su di me.
Nella mia vita ci sono due libri che hanno provocato una svolta. Il primo fu la riduzione in cinque tomi della Summa Theologica di San Tommaso, effettuata da un tale padre Fanfani S.J., che a sedici anni mi suscitò tante di quelle perplessità logiche (cui i teologi interpellati non seppero rispondere) da farmi perdere la fede. Il secondo fu questo Gai Savoir, in cui venni a contatto con una mentalità che cambiò la mia.
Dopo tanti anni i miei ricordi possono essere sfocati e chiedo dunque scusa per le eventuali imprecisioni, ma Nietzsche mi rivelò un verità fondamentale: che non basta che qualcosa sia creduto vero dall’intera umanità perché sia effettivamente vero. Fino a quel momento, umilmente, pensavo con Protagora che l’uomo è la misura di tutte le cose: è l’umanità intera che stabilisce che cosa è bene e che cosa è male, che cosa è logico e che cosa è illogico. Se dunque qualcosa di ciò che era universalmente accettato mi pareva sbagliato, la prima conclusione che dovevo trarne era che avessi torto io. Il filosofo invece mi fece notare che l’umanità intera può pensare qualcosa non perché vero, ma perché va nell’interesse della specie. Una verità strumentale, non riconosciuta in quanto dimostrata ma in quanto favorisce la sopravvivenza dell’umanità. E questo dà conto di gran parte, se non di tutta, la morale.
Per quanto riguarda la logica, ricordo ancora la sua critica al principio di identità, sia con riguardo alla sua origine sia con riguardo alla sua validità. Provo a ricordarla.
L’uomo primitivo che vide un suo amico sbranato da un orso, la volta seguente in cui incontrò una di quelle bestie scappò a gambe levate. Aveva stabilito il principio secondo cui quella bestia, chiamata orso, o qualunque altra bestia che gli fosse apparsa un orso, era pericolosa, mentre in realtà aveva effettuato un salto logico dalla somiglianza all’identità e dalla colpa di uno alla convinzione che tutti gli orsi sono assassini. Questo, diceva Nietzsche, è stato molto utile all’umanità: gli uomini hanno imparato ad evitare i pericoli senza perdere il tempo per esaminarli molto accuratamente, magari perdendo l’occasione di salvarsi. Ma dal punto di vista logico la frase “un orso è un orso” è valida solo linguisticamente. Nella realtà, per dire che quello che stiamo vedendo è un orso dovremmo avere una competenza che spesso non abbiamo. E poi la verità è che nessun orso è uguale ad un altro orso. Magari ce n’è uno mansueto: ma chi si sente di correre il rischio?
Questi pochi esempi servono a mostrare come, andando avanti nella lettura di quel libro, io avessi la sensazione di veder lavato dalle incrostazioni e rimesso a nuovo il mio cervello. Inoltre fui spinto ad osare l’inosabile, intellettualmente, a causa della fulminante sfida nietzschiana: “Fin dove osi pensare?”
Poi, certo, scoprii anche un Nietzsche molto discutibile, quasi delirante (“Ecce Homo”), un Nietzsche vagamente poetico e profetico (“Così parlò Zarathustra”) ed altro ancora, ma a me non importava: quello che avevo ricavato da Die Fröliche Wissenschaft, in francese Le Gai Savoir, in italiano La Gaia Scienza, era un patrimonio immenso, cui mi sono abbeverato per il resto della vita: la libertà di pensiero. E infatti lo stesso Nietzsche ha scritto questo formidabile invito: “Se vuoi seguirmi, séguiti”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 settembre 2009

POLITICA
13 agosto 2009
IL GOVERNO CHE SI MERITA
Pierluigi Battista, in un articolo grondante indignazione, parla dei crimini contro gli oppositori, e anche contro l’umanità, perpetrati da dittature che dimostrano di non avere nulla da temere dalla comunità internazionale. Battista è uno dei giornalisti più equilibrati che l’Italia possegga ma in questo caso si avrebbe voglia di rispondergli con una sola parola inglese: “Nonsense”.  Un modo esotico per dire: “sciocchezze!”
Il rispetto del singolo, e soprattutto del singolo oppositore, da parte dello Stato è uno dei massimi portati della civiltà. Prova ne sia che di esso si è avuta traccia solo in Inghilterra, quando ancora in Francia, perfino nel XVIII Secolo, il re poteva emettere lettres de cachet e fare imprigionare chiunque. È vero che non ne conseguivano torture o pene di morte, ma è anche vero che la Francia non era, già allora, né la Russia di Stalin né l’Arabia Saudita o l’Iran. E il XVIII Secolo è appena ieri, nella storia.
Battista dovrebbe sapere che non sono né le istituzioni né i paesi stranieri, quelli che possono imporre ad una determinata nazione quegli atteggiamenti civili per cui l’individuo può manifestare il proprio pensiero senza preoccupazioni. È al contrario proprio questo stadio di civiltà che conduce alle istituzioni democratiche. Gli italiani protesterebbero, se Berlusconi facesse chiudere Repubblica, ed è questo che permette a quel giornale d’insultarlo impunemente tutti i giorni, non un dimenticato articolo della Costituzione.
La realtà è che ogni Paese al proprio interno può fare quello che vuole e nessuno può impedirglielo; poi, che la mentalità internazionale – scottata dalle precedenti esperienze - è oggi assolutamente contraria agli interventi esterni per ragioni umanitarie. L’intero mondo ha biasimato Bush per avere rovesciato uno dei peggiori tiranni della storia: dunque tutta l’indignazione per l’inerzia dei Paesi democratici cade nel vuoto e suona come retorica. Gli stranieri, a cominciare da quella lettrice francese dell’università di Tehran, non devono immischiarsi negli affari interni dei paesi dittatoriali. Chi non è contento di come vanno le cose in un determinato posto, vada via. In silenzio.
Ma c’è qualcosa di ancora più serio e grave di tutto ciò che s’è detto fin qui. Se in Arabia Saudita alle donne non è permesso guidare l’automobile, o uscire di casa da sole, è perché questo è reputato giusto dalla maggior parte dei sauditi. Quando Stalin è morto, ci sono state migliaia di persone che hanno pianto in piazza. Lo stesso Iran è il paese che non ha sopportato lo scià modernista e tendenzialmente laico e si tiene ora, da più o meno un trentennio, una teocrazia oscurantista, oppressiva e proclive ad infliggere la pena di morte in piazza. Perché dunque voler salvare l’Iran? Non ce lo chiede e non ne ha nessun bisogno. Al massimo, dobbiamo salvare noi stessi dalla sua aggressività.
L’umanità occidentale è vittima dell’incapacità di concepire una mentalità diversa dalla propria. Noi siamo per la libertà di stampa e ci sembra assurdo che altrove non sia permessa. Siamo per una legislazione penale moderata e ci stupiamo della facilità con cui in Cina si infligge la pena di morte. Siamo per governi liberamente eletti e facili da abbattere, e ci stupiamo dell’eternità al potere di Fidel Castro o Gheddafi. Dovremmo invece pensare o che ai cubani Castro piaccia oppure che non abbiano la forza di rovesciarlo. E in questo secondo caso c’è da temere che, tolto un tiranno, se ne abbia un altro.
Molti forse non ricordano quel banale e cinico detto per cui ogni popolo ha il governo che merita. È inutile, come sembra fare Battista, rimpiangere l’ “esportazione della democrazia” o comunque una reazione credibile ed efficace dell’Occidente. Non ha senso scrivere che essa “è l’appuntamento che il presidente Obama e le democrazie europee non possono più mancare”. Altroché se possono mancarlo: non possono che mancarlo.
La famosa favola del Re Travicello ha un significato eterno. I popoli ingenui e moralisti, quelli che tendono all’assoluto meglio per punire l’assoluto male, e ascoltano tribuni come Di Pietro, si consegnano spesso all’assoluta dittatura. Sono solo i pragmatici disincantati come gli inglesi quelli che possono permettersi una democrazia che dura secoli.
La lettrice francese processata a Tehran ha sbagliato piazza. Se proprio aveva qualcosa da dire, doveva dirla a Hyde Park Corner.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 agosto 2009
http://www.corriere.it/editoriali/09_agosto_12/pierluigi_battista_l_impunita_dei_regimi_a8baa1be-86fd-11de-a53e-00144f02aabc.shtml

ECONOMIA
11 aprile 2009
C'È DI PEGGIO

C’È DI PEGGIO

Chi, come i giornalisti e i politici, ha il dovere di leggere i giornali; chi, come i pensionati, ha il tempo per farlo; chi, come la tribù internettiana, può leggerne di ogni sorta, anche stranieri, finisce con l’avere una ben triste opinione di quei mezzi d’informazione. Accumula nel tempo una tale esperienza di notizie travisate e smentite, di testi tendenziosi, di smarronate culturali, di superficialità diffusa e perfino di stupefacente ignoranza linguistica, da non avere una grande opinione della stampa.

Il passaggio successivo o, se si vuole, la tentazione successiva, è l’idea di regolamentare l’attività informativa. Si pensa a rendere più difficile l’accesso alla professione, a limitare la libertà di pubblicazione, a punire più severamente chi pubblica notizie riservate o attenta all’onore altrui. Tutte cose che, di primo acchito, sembrano logiche ed opportune. Ma è meglio pensarci due volte.

La stampa ha qualcosa in comune con l’economia. Sia l’una sia l’altra sono capaci di commettere grandi errori e per questo l’ipotesi finale è quella di affidarne l’intera vita allo Stato.  È ciò che avviene nelle autocrazie comuniste. L’idea di partenza non è neppure disprezzabile: se, lasciate a sé stesse, quelle due attività incorrono in tanti sbagli e provocano tanti guasti, perché non guidarle, per il bene comune? E tuttavia questa è una pessima soluzione. Non ci si pone infatti una semplice domanda: ci sono delle controindicazioni?

L’esperienza ha dimostrato che l’eliminazione dell’economia libera conduce alla miseria del socialismo reale e l’eliminazione della libertà di stampa conduce alla dittatura. I giornali, se pure con mille limiti e mille inesattezze, fanno da megafono agli umori del paese e ne rendono noti i mali. Per questo essi sono il presupposto delle elezioni libere. O il presupposto della rivoluzione, quando quelle non sono permesse. La stampa libera sta al paese come gli anticorpi stanno alla fisiologia umana: senza di essa la malattia non incontrerebbe ostacoli.

A questo bisognerebbe pensare durante le grandi crisi economiche e quando, leggendo la stampa, si ha l’occasione di indignarsi. L’economia e la stampa libere hanno un solo, grandissimo merito: non sono economia di Stato e non sono stampa di regime. Non valgono tanto per ciò che sono quanto perché non sono peggiori di quello che sono.

Se si leggono molti giornali, alla fine ci si farà un’idea sufficientemente esatta di ciò che è avvenuto; si riusciranno a distinguere i giornalisti seri da quelli tendenziosi o passionali; si riconosceranno perfino quelli che scrivono in buona lingua e quelli che scrivono male. Nello stesso modo, un’economia libera è capace di provocare gravi crisi, di tanto in tanto, e d’imporre occasionalmente ai singoli il dramma della disoccupazione, ma il risultato totale è che il paese è prospero. Negli anni Sessanta, un inglese senza lavoro viveva largamente meglio di un operaio sovietico: anche perché l’economia libera moderna non è affatto il campo del “capitalismo selvaggio” di cui parlano i sognatori.

A tutti coloro che hanno tendenza all’utopia da un lato e al disgusto moralistico dall’altro, va detto che bisogna tenersi strette sia la stampa com’è che l’economia com’è. Bisogna rinunciare ad ogni sogno di miglioramento perché troppo spesso s’è visto che in questi campi il medico è capace di provocare disastri più gravi di quelli che avrebbe provocato la malattia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

11 aprile 2009

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