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POLITICA
27 settembre 2014
IL VIRUS DELL'AUTORITA'
Le autorità si credono spesso figure genitoriali e si comportano come tali. Hanno una certa idea del bene e tengono ad inculcarla ai loro sottoposti, che siano d'accordo o no. Pur considerando gli agenti della Polizia Stradale benemeriti per il lavoro duro e pericoloso che svolgono, accade che, in perfetta buona fede, a volte essi possano strafare. L'agente che ferma un automobilista indisciplinato e gli fa un lungo predicozzo vuole atteggiarsi a padre severo e giusto. Purtroppo il suo comportamento significa: "In primo luogo io mai farei quello che hai fatto tu. In secondo luogo quello che hai fatto è una fonte di pericolo per te stesso e per gli altri. In terzo luogo, se ti faccio pagare una contravvenzione, è per il tuo bene". Tutta una serie di insopportabili sciocchezze. 
Il cittadino infatti potrebbe rispondere: "In primo luogo può darsi che tu guidi meglio di me, ma io guadagno quattro o cinque volte più di te. Non facciamo confronti. In secondo luogo, non è il caso che mi spieghi che il mio comportamento è biasimevole; se non lo fosse, non sarebbe sanzionato dallo Stato. E soprattutto nessuno ti ha nominato mio tutore: hai il potere di elevarmi contravvenzione, non di educarmi. Fra l'altro è anche possibile che io non abbia commesso nessun illecito, diversamente non avrei il diritto di far ricorso". Quale poliziotto non andrebbe fuori dalla grazia di Dio, sentendosi fare questo più che ragionevole discorsetto?
Il comportamento dell'agente che si comporta così ha molte scusanti. Fra l'altro i suoi stessi superiori l'invitano ad educare gli utenti della strada. Il fenomeno infatti ha una spiegazione di più vasto ambito: la tendenza umana ad identificarsi con l'autorità che si rappresenta.
I magistrati, in questo campo, sono un caso esemplare. Alcuni non comprendono che le sentenze non le emettono in base ad un loro personale potere, come Salomone, ma quali strumento dello Stato. Spesso hanno la pretesa di "fare giustizia", mentre il loro dovere è soltanto quello di applicare le leggi, quand'anche a loro personalmente sembrassero ingiuste. Credono di essere l'autorità, mentre sono soltanto i rappresentanti dell'autorità, di cui devono umilmente applicare i dettati. I peggiori di loro arrivano addirittura a pensare che il non poter essere contraddetti corrisponda all'avere sempre ragione. Come se non ci fossero migliaia di sentenze di Cassazione che li bocciano severissimamente.
Il magistrato non è il depositario di un "Bene" che deve inculcare ai semplici cittadini come se lui personalmente fosse qualcosa di più. È un impiegato di Stato e moralmente, per usare una terminologia religiosa, un peccatore come gli altri. Ha una sedia più alta di quella dell'imputato, ma può avvenire che l'imputato, come Socrate, abbia una testa più alta dei suoi giudici.
Questa tendenza a identificarsi col Potere Benefico è eterna. Ancora tre secoli fa, in Europa abbiamo avuto l'Inquisizione. In molti Paesi musulmani si punisce l'apostasia con la pena capitale: dal momento che l'abbandono dell'Islàm è per il fedele un'enorme disgrazia, lo Stato fa di tutto per evitargliela. Anche con la minaccia, anche con la morte.
Le democrazie moderne hanno superato questo stadio. Lo Stato laico si accontenta dell'obbedienza dei cittadini sugli argomenti più importanti: è la cosiddetta "esteriorità del diritto". I giuristi intelligenti del resto sanno quanto discusse e discutibili siano le leggi. E tuttavia la vecchia mentalità sopravvive sotterraneamente. I docenti, i carabinieri, i magistrati e le autorità di ogni genere tendono a venerare l'establishment, tanto che ne parlano agli utenti come di qualcosa che anch'essi dovrebbero venerare. Non si accorgono che così si trasformano in ingranaggi del sistema, in sacerdoti del Leviatano, in servitori che vorrebbero trasformare gli altri in servitori dei servitori. 
Il rispetto del cittadino, conquista della civiltà, è tendenzialmente contrario alla natura umana. E infatti il totalitarismo si afferma nei Paesi meno sviluppati. Dunque, per un uomo libero, chiunque sia fornito di un minimo d'autorità è spesso insopportabile: perché costui non considera il suo mestiere semplicemente la fonte del suo reddito, come fanno un dentista o un idraulico, lo considera un'occasione per educare il prossimo e indurlo a conformarsi al suo superiore modello.
Nella nostra amministrazione della giustizia, questa mentalità, da nessuno frenata, ha dato risultati disastrosi. Infatti, sul generale concetto di "Bene" da imporre a chi sgarra, si innestò decenni fa un analogo meccanismo riguardante il "Bene" politico. I "pretori d'assalto" vollero purgare la società senza guardare in faccia a nessuno e per farlo stravolsero le leggi con interpretazioni tendenziose, applicarono una "giurisprudenza progressista" e in una parola sperarono di attuare una rivoluzione dall'alto. Dimostrarono così la loro mancanza di scrupoli. Le loro sentenze non servivano ad applicare la legge ma a far progredire la società nella direzione del "Bene secondo la versione della sinistra". E si servirono di un potere che apparteneva allo Stato, non a loro, per fini che appartenevano a loro e non allo Stato. 
Ciò portò in seguito al delirio di "Mani Pulite". Improvvisamente i magistrati si misero a perseguire reati che prima, per decenni, avevano finto di non vedere. Spesso ottennero la confessione degli accusati con la tortura di una strumentale carcerazione preventiva. Spesso disumanizzarono gli imputati  - che magari, fino al giorno prima, erano stati riveriti da tutti - ostentando per loro un incommensurabile disprezzo. Li riducevano - secondo le parole di Gabriele Cagliari, che si suicidò dopo quattro mesi di carcere - al rango di cani da tirare fuori dalle gabbie quando ne avevano voglia. 
La rivoluzione per via giudiziaria, come tutte le rivoluzioni, fu spesso crudele. A parte i suicidi, furono innumerevoli le carriere politiche spezzate. Il più grande partito d'Italia, centro del potere per quasi mezzo secolo, fu delegittimato e fatto sparire. E quando il previsto trionfo del riverniciato partito comunista fu impedito da Silvio Berlusconi, la furia dei pubblici ministeri si riversò su di lui. Non riuscirono a distruggerlo, ma distrussero, agli occhi di molti, la stima dell'onestà e dell'imparzialità della magistratura.
L'Italia infatti lesse questi fenomeni secondo le convinzioni politiche di ciascuno. La destra - attaccata a testa bassa - si convinse più o meno che "il partito dei giudici" era una sezione staccata del partito comunista. Dunque tutti gli uomini di destra, accusati o condannati, erano innocenti. La sinistra, per lungo tempo risparmiata dalla magistratura, ne dedusse al contrario che i suoi uomini erano persone per bene, mentre tutti gli uomini di destra erano corrotti e delinquenti. Infine, quando recentemente i magistrati, scontenti delle posizioni del grande partito di sinistra, hanno cominciato ad attaccarlo, e Matteo Renzi non li ha trattati da autorità incontestabili (brrr… che paura!), anche gli italiani di sinistra hanno cominciato a capire l'inganno di cui sono stati vittime. Ma di questo inganno, per il fervore con cui hanno applaudito la ghigliottina, sono stati largamente responsabili.
Il risultato è drammatico. Pur non avendo magistrati meno numerosi di altri Paesi, abbiamo una giustizia classificata agli ultimi posti del mondo sviluppato. Pur non avendo magistrati peggiori di quelli di altri Paesi, la loro fama è macchiata da alcune primedonne che cercano d'acquisire visibilità per poi spenderla in politica, sicché l'intera magistratura soffre di un deficit di credibilità. La sacralità altruistica della funzione, cui tanti oscuri magistrati sono devoti, è appannata dal comportamento di alcuni: ma purtroppo tutti insieme i magistrati sono colpevoli di avere impedito ogni provvedimento mirante a distinguere i buoni dai cattivi. Le loro associazioni hanno difeso anche i colleghi incompetenti o negligenti ed una carriera che va avanti per anzianità e non per merito. 
La nostra amministrazione della giustizia non avrebbe bisogno di qualche ritocco, avrebbe bisogno di una severissima rivoluzione meritocratica. Forse bisognerebbe arrivare ad imporre il divieto di pubblicare il nome dei magistrati. Il Pm non è il signor tale, è il Pm e basta. Infine il giudice non dovrebbe essere esentato dal rischio di essere a sua volta giudicato e dovrebbe anzi correrlo più di altri, proprio perché questo rischio egli lo fa correre quotidianamente ai cittadini di cui si occupa. 
Naturalmente non c'è nessuna speranza realistica, in questo senso. Da noi perfino gli uscieri o i bidelli hanno l'alterigia dell'autorità. Anche i gradi di caporale dànno alla testa. E figurarsi l'effetto su quei funzionari che, senza correre nessun rischio, hanno diritto di vita e di morte sui loro concittadini. Infatti il Consiglio Superiore della Magistratura, che dovrebbe punirli, attualmente si occupa soltanto di promozioni e assegnazioni. Per il resto, ego te absolvo. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
27 settembre 2014

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POLITICA
25 luglio 2014
MATTEO RENZI ED ORAZIO COCLITE
Salvo errori, uno dei motivi di contrasto che portarono alla separazione della Chiesa Cattolica dalla Chiesa Greco-Ortodossa fu la questione della barba. I sacerdoti dovevano portare la barba o essere rasati? La questione fu talmente vitale che le due sette non riuscirono a mettersi d’accordo. E infatti ancora oggi i nostri preti secolari sono sbarbati, mentre tutti i popi sono barbuti. Personalmente sarei stato a favore della barba perché toglie il fastidio di doversi radere ogni giorno: ma il motivo della preferenza dimostra che forse soffro di una tanto grave ignoranza, in materia religiosa, da non capire l’importanza dei peli.
Qualcosa di analogo – sempre a causa dell’ignoranza, stavolta politico-economica – si verifica a proposito della battaglia in corso al Senato. Senato sì, Senato no? Senato elettivo, senato non elettivo? Senatori retribuiti o non retribuiti? E qualcosa del genere si ha a proposito della legge elettorale: preferenze sì o no? A che livello scatta il premio di maggioranza? Qual è la soglia per i partiti non coalizzati? Non che le materie non siano importanti: anche doversi sbarbare ogni mattina potrebbe essere una bella seccatura, soprattutto se non si dispone di un rasoio elettrico. Ma di preferenze o di Senato eletto invece che nominato non è ancora riuscito a nutrirsi nessuno. Ecco perché le posizioni gladiatorie e vagamente eroiche (“Qua l’armi!”) di Matteo Renzi ci lasciano interdetti. Il giovane Primo Ministro sembra dire che se passano queste riforme l’Italia è salva, e se non passano o si va ad elezioni, o lui si ritira prima a Caprera e poi all’Escorial.
Non si vuole infierire su un governo che ha già gravissimi problemi soltanto per far votare questi provvedimenti: ma lo sforzo di farli passare per epocali appare eccessivo. Le riforme importanti sono quelle sul lavoro, sulla giustizia, sulla pubblica amministrazione, sul fisco. E se già siamo in guerra sul bicameralismo perfetto -  che molti non sanno nemmeno che cosa sia - figurarsi quando riusciremo a liberalizzare il lavoro, a rimettere in riga i magistrati, a snellire la pubblica amministrazione e a diminuire la pressione fiscale. Non basta dire “campa cavallo”, qua bisognerebbe dire: “è sperabile, caro equino, che tu sia immortale”.
Per giunta, per quanto riguarda il Senato, non è neanche detto che il gioco valga la candela. È vero, il bicameralismo perfetto - cioè la norma per cui per essere vigente una legge deve essere stata approvata nell’identico testo da ambedue le Camere - rallenta di molto la produzione legislativa. Ma è anche vero che noi abbiamo avuto ed abbiamo una strabiliante quantità di leggi, spesso non applicate, che si accavallano, si contraddicono e confondono le idee. Dunque rendere ancor più facile la frenesia legislativa non sembra una buona idea. In secondo luogo, se oggi all’opposizione l’agguato riesce, c’è sempre la possibilità di correggere il testo nell’altro ramo del Parlamento. Domani, senza il Senato, ci sarebbe soltanto la possibilità che il Presidente della Repubblica non firmi la legge e la rinvii per una nuova votazione. Ma la toppa sarebbe peggiore del buco. Infatti, quando il Presidente si avvale di questa facoltà per difendere la coerenza con la Costituzione, siamo nell’ambito della legalità sostanziale. Se invece rinviasse una legge perché la norma introdotta dalla minoranza non gli piace, o per fare un favore alla maggioranza, e comunque per “motivi politici”, e non costituzionali, ciò costituirebbe una prevaricazione. Ma non val la pena di proseguire anche qui la discussione attuale.
Ciò che importa è la constatazione che, sotto l’ombrello che ci ha aperto sulla testa Mario Draghi, l’Italia sembra finanziariamente tranquilla, ma di fatto stiamo peggio di un anno fa. E un anno fa stavamo peggio dell’anno prima. E in quell’anno le cose erano peggiorate rispetto all’anno precedente. In altri termini, o si inverte la direzione di marcia, o l’esito finale è il tracollo. Ecco ciò cui sarebbe bello veder mettere rimedio. Ma non se ne parla. Essenziale è sapere se i nuovi senatori saranno retribuiti o no, e quali competenze avranno in materia di orari di apertura e chiusura dei negozi, sempre che questa sia materia riguardante le regioni.
Intendiamoci, non è che Renzi sia colpevole di non far nulla per salvare realmente l’Italia. Probabilmente non ha – come tutti, del resto – la più pallida idea di ciò che bisognerebbe fare. E soprattutto, se lo sapesse e provasse a metterlo in atto, si scontrerebbe con resistenze rispetto alle quali quelle che vediamo attualmente in Senato sembrano messe cantate. 
Se questa è la realtà, non ci si vengano a spacciare la rissa senatoria, la zuffa sulla legge elettorale o la logomachia sulla barba dei senatori come la battaglia in cui si parrà la nostra nobilitate, e in cui, come sul ponte Sublicio, salveremo la patria.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
25 luglio 2014

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politica interna
12 giugno 2014
L'UMORISMO INVOLONTARIO DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Più volte(1) la Corte Costituzionale è stata criticata per avere emesso sentenze che non rilevavano un puntuale contrasto col dettato della Costituzione ma avevano un chiaro senso politico, arrivando a decisioni fondate su un uso estensivo, per non dire artificioso, dei principi generalissimi della Carta. Ciò si è verificato ancora una volta a proposito della fecondazione eterologa, di cui la Carta non si sogna nemmeno di occuparsi: e l’esame delle motivazioni non fa che confermare le critiche.
  La Consulta giustifica la propria decisione sulla “Legge 40” con alti principi. Il diritto “di diventare genitori e di formare una famiglia che abbia anche dei figli - leggiamo - costituisce espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi”. Suona bene ma non significa niente. Nessuno infatti contesta questo diritto. Come nessuno contesta il diritto di battere il record regionale sui cento metri piani. Ma se uno fisicamente non ce la fa, non è che possa rivolgersi alla Corte Costituzionale per vedersi assegnare il titolo di recordman. E ancor meno la legge può autorizzare, per esercitare il diritto ad essere genitori, a rapire il neonato altrui. Qui non si tratta del “diritto” di avere dei figli, ma della “possibilità” di averli. Cosa che, per milioni di anni e fino ad un tempo molto recente, è dipesa semplicemente dalla fisiologia. Se l’esercizio di un diritto dipende da una capacità personale che non si ha, non si vede in che senso possa interferire l’ordinamento giuridico.
Seconda argomentazione. Il divieto della fecondazione eterologa, per la Corte, rappresentava “una lesione della libertà fondamentale della coppia destinataria della legge 40 di formare una famiglia con dei figli, senza che la sua assolutezza sia giustificata dalle esigenze di tutela del nato”. Lasciato da parte il diritto d’avere figli, qui si parla di assenza di “esigenze di tutela del nato”. Cosa del tutto opinabile. Personalmente siamo d’accordo sulla sostanza della decisione, ma i cattolici potrebbero sostenere che proprio su questo punto inciampa la decisione della Consulta. Infatti il figlio ottenuto con la fecondazione eterologa, non essendo un vero figlio naturale, potrebbe un giorno avere tutti i problemi cui dà luogo l’adozione. Con essa ci sono ragazzi che hanno lo status di figli ma sanno di non esserlo e continuano a chiedersi chi sono i loro veri genitori; se essi li avrebbero amati più o meglio di quelli (falsi) che hanno e se la loro infelicità non dipenda da questo vizio d’origine. Saranno fisime, saranno pregiudizi, saranno problemi inventati, ma per gli interessati sono reali. 
Il grande problema dei genitori adottivi è che rischiano sempre di sentirsi accusare di non essere buoni genitori, “come sarebbero stati quelli naturali”. E i cattolici potrebbero sostenere che la situazione anomala creata dalla fecondazione eterologa mette in pericolo la salute mentale e la serenità del figlio. Ecco le “esigenze di tutela del nato”. Che i credenti  abbiano ragione o torto non è cosa che vada stabilita dalla Consulta, in questo campo deve decidere il popolo sovrano, cioè il Parlamento. La Costituzione dice forse qualcosa, a proposito di fecondazione artificiale, adozione e problemi consimili?
C’è infine un ultimo argomento al quale molte persone saranno sensibili. Ciò che prima in Italia era vietato non lo era all’estero e dunque le coppie abbienti hanno facilmente potuto aggirare il divieto. Ma non tutti potevano permettersi il viaggio e ciò ha prodotto, a parere della Consulta, “un ingiustificato, diverso trattamento delle coppie affette dalla più grave patologia, in base alla capacità economica”. Se questo è ciò che la Consulta intende evitare, domani qualcuno potrà presentarsi dal concessionario della Rolls Royce dicendo: “Per l’automobile che voglio la mia capacità economica mi consente di investire quindicimila euro e non di più, e voi non potete discriminarmi in base alla capacità economica. Dunque datemi una berlina della vostra marca a questo prezzo, diversamente mi rivolgo alla Corte Costituzionale”. 
Scherzi a parte, l’intera vita dei cittadini contiene discriminazioni in base alla capacità economica. Diversamente, o tutti dovrebbero permettersi tutto o nessuno dovrebbe permettersi niente. Neanche nella Cina di Mao si è mai potuta raggiungere una simile uguaglianza. Francamente l’argomento è troppo risibile per essere inserito in una sentenza di Corte Costituzionale. 
La verità è che la Corte Costituzionale voleva legiferare in questo campo e l’ha fatto. Non secondo il diritto, ma secondo convinzioni etico-politiche che si reputa autorizzata ad imporre alla nazione. 
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
11 giugno 2014
(1)http://pardo.ilcannocchiale.it/2014/04/10/il_legislatore_al_palazzo_dell.html ed ancor prima, nel 2010, http://www.lsblog.it/index.php/heri-dicebamus?view=article&id=30067


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CULTURA
10 aprile 2014
IL LEGISLATORE AL PALAZZO DELLA CONSULTA
Forse giusta, l’abolizione della Legge 40, ma doveva operarla il Parlamento
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Il miglior modo di essere credibili, sostenendo una tesi, è quello di dimostrare, preventivamente, che non si ha interesse a sostenerla. Non più tardi di avant’ieri, disapprovando le norme sulla fecondazione assistita, ho scritto: “Ci sono leggi italiane che rispecchiano esclusivamente la dottrina cristiana: pensiamo alle norme sulla fecondazione artificiale, sul suicidio assistito, e un tempo perfino sull’indissolubilità  del matrimonio, che non corrispondono ad esigenze giuridiche ma esclusivamente ad esigenze morali della maggioranza”. Ora la Consulta dichiara anticostituzionale “La Legge 40” ed ecco che sono costretto a difenderla, del tutto disinteressatamente.
Che quella legge sia o no opportuna, dipende dalle opinioni di ciascuno. Personalmente la reputo sbagliata non soltanto perché basta varcare la frontiera per trovare posti in cui è permesso ciò che in Italia è vietato, ma soprattutto perché crea una disparità fra i cittadini abbienti (che possono aggirare quella norma con un viaggio) e i cittadini poveri (che quel viaggio non possono permetterselo). Ma queste argomentazioni, come quelle morali o di altro genere, soltanto il legislatore è qualificato a valutarle. Il Parlamento è l’interprete della volontà del popolo sovrano ed ha anche il potere di emanare leggi che possono apparirci stupide o nocive. È il sistema democratico, piaccia o no. 
Naturalmente, se una legge dicesse che chiunque abbia il cognome che comincia per “B” non può essere eletto deputato, bene farebbe la Consulta ad intervenire: perché sarebbe patentemente violata la Costituzione. Ma crediamo difficile trovare nella nostra Grundgesetz un articolo in cui si parli di fecondazione assistita. Quando leggeremo le motivazioni, ci accorgeremo che per arrivare alla sua decisione la Consulta si è arrampicata sugli specchi con l’interpretazione più estensiva che si possa immaginare. Come già si è visto con la legge detta “Porcellum”, ciò corrisponde purtroppo ad usurpare la funzione del potere legislativo. La Corte Costituzionale non deve cassare le leggi “che non le piacciono”, ma soltanto quelle che sono evidentemente contro la lettera della Costituzione. E ancora cum grano salis. Non è che per realizzare una migliore applicazione del principio di uguaglianza dei cittadini la Corte possa dichiarare incostituzionale indossare la gonna, ordinando che tutti vadano in pantaloni. Non siamo nella Cina di Mao. Eppure stiamo parlando di un articolo, il terzo, in cui si parla effettivamente di uguaglianza: figurarsi quanto fondata sulla Costituzione potrà essere una sentenza che si occupa di una certa pratica medica. 
La realtà è che la Corte Costituzionale a volte ha una giurisprudenza anticostituzionale e viola il principio della separazione dei poteri. Essa non è chiamata a migliorare la legislazione del nostro Paese, ma soltanto a porre rimedio ad errori evidenti e gravi, il cui contrasto col testo fondamentale sia patente. Un’interpretazione fantasiosa - ed estensiva come il migliore elastico di lattice - corrisponde ad un abuso di potere. 
Naturalmente nessuno dubita che i giudici della Corte Costituzionale agiscano a fin di bene. Probabilmente sono stati in buona fede anche quando hanno cassato leggi che favorivano il Presidente del Consiglio. Hanno fatto politica ma – a loro parere – l’hanno fatta nell’interesse del Paese. Il punto è che essi non sono chiamati ad agire nell’interesse del Paese: devono esercitare esclusivamente un controllo di legittimità. Se c’è il sospetto che si sia oltrepassato questo limite diviene opportuno auspicare l’abolizione di questo organo. Non dimentichiamo che se ne è già fatto a meno dal 1948 al 1956 e nessuno ne ha particolarmente sofferto. 
Purtroppo nessuno protesterà a sufficienza, per questa prevaricazione giuridica. Contro ogni evidenza, sopravvive il pregiudizio che i magistrati siano essere sovrumani, privi di passioni e del tutto infallibili. La gente non ha idea dei termini che i giudici d’appello usano a volte a proposito delle sentenze di primo grado, o dei termini che i giudici di Cassazione usano a volte parlando delle sentenze di secondo grado. Se i magistrati fossero infallibili non ci sarebbero tre possibili gradi di giudizio. Ora la Consulta è intervenuta nel libero esercizio del potere legislativo, e il Parlamento, invece idi minacciare di mandarle i carabinieri, come una volta fece Cossiga, si chiede soltanto in che modo dare applicazione alla sentenza della Corte. Scarseggiamo perfino di istinto di conservazione.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 aprile 2014

POLITICA
31 marzo 2014
SHOW DOWN
I rilanci sono finiti, ora "si vede"
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Nel corso dei decenni abbiamo sempre visto un Primo Ministro privo di veri poteri destreggiarsi per tenere insieme la maggioranza e fornire una parvenza di giustificazione per avere tradito le più semplici aspettative dei suoi elettori. In proposito ricordiamo come due eroi della guerra di trincea Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Oggi purtroppo dobbiamo inserire nella lista anche Matteo Renzi. Già nel breve tempo in cui è stato a Palazzo Chigi ha dovuto più volte modificare la rotta e fare ardite piroette per sopravvivere. Ha stabilito scadenze impossibili per le riforme (“una al mese!”) che ovviamente non potevano essere rispettate e si è dovuto contorcere per farle dimenticare. Ma questo non è stato difficilissimo, perché, tanto, nessuno le aveva prese sul serio. Più grave è stato il cedimento al Nuovo Centro Destra quando, per concedere il proprio appoggio alla formazione del governo, esso ha preteso che l’iter della nuova legge elettorale (che rischia di spazzarlo via) fosse cronologicamente subordinato all’approvazione della riforma costituzionale riguardante il Senato e il Titolo V della Costituzione. Renzi ha disinvoltamente ceduto su questo punto e ovviamente Silvio Berlusconi e il suo partito hanno capito che il Ncd ha così ottenuto una scadenza lontanissima, per la legge elettorale. Ammesso che un giorno la si approvi. E infatti Forza Italia è ora disposta, all’occasione, a far cadere questo governo senza troppi rimpianti. Salvo sorprese, Renzi non è più un alleato. Neppure per la legge elettorale. 
Ma qui si inserisce una notevole possibilità. Se – come molti dicono – Renzi è un giocatore di poker, potrebbe aver fatto un calcolo diverso. Riprendiamo la partita dall’inizio. Angelino Alfano dice: “O questo iter cronologico o non vi permettiamo di formare il nuovo governo”. E Renzi ora potrebbe rispondere: “O accettate questo immodificabile disegno di legge per la soppressione del bicameralismo perfetto, o fate cadere il governo e andate a casa subito. Poi vedremo se gli elettori vi premieranno”. Se così fosse, i dirigenti del Ncd avrebbero molto su cui riflettere. È vero che, se si andasse a votare con la legge proporzionale attuale, essi non sparirebbero. Infatti, anche con l’1% dei suffragi, entrerebbero in Parlamento. Ma quanto gli costerebbe la “colpa” di aver fatto cadere un governo che ha il favore degli elettori, quanto meno come speranza che “qualcosa cambi”? 
E tuttavia, se accettassero il ricatto di Renzi, votando la riforma del Senato e subito dopo la nuova legge elettorale, rimarrebbero al governo per qualche mese ancora, ma non avrebbero più la golden share. Renzi potrebbe in qualunque momento congedarli ed andare a nuove elezioni, con una legge che lo favorisce nettamente mentre quasi condanna il Ncd.
Fra tutte queste mosse e contromosse scacchistiche – incluso lo scacco matto – non si è fino ad ora citato un elemento che gli anglofoni chiamano guts (intestini) e noi chiamiamo in un modo più volgare. Per giocare questa partita bisogna avere la forza di correre dei rischi, di “tirare le cuoia” piuttosto che “tirare a campare”. E questo carattere è così lontano dall’esperienza italiana che c’è da temere il peggio. In nome dell’interesse momentaneo tutti gli attori della commedia sono capaci di rinunciare a una buona parte di ciò che hanno sempre affermato come immodificabile e irrinunciabile. Un fulgido esempio di tutto ciò l’abbiamo avuto con il governo Monti, al momento della Riforma Fornero. Si era proclamato che si sarebbe modificato l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori checché ne dicessero i sindacati, contro venti e maree, e poi si è abbassata la testa per non correre rischi. E dire che quello era un governo sostenuto dalla sinistra, dalla destra e dall’opinione pubblica. Fu in quel momento che molti dissero: “Allora non c’è speranza”.
Matteo Renzi ha fatto di tutto per apparire come “uomo di un’altra pasta” e questo è il momento di dimostrarlo: l’economia internazionale gli sta facendo il favore di lasciargli giocare questa partita senza interferire e l’opinione pubblica nazionale gli ha concesso una enorme apertura di credito. Se riesce a vincere questa partita, dominerà la maggioranza, toglierà il pungiglione al Ncd, ritroverà l’alleato Berlusconi (che vedrà mantenuto il patto stretto prima ancora che si formasse il governo) e dominerà il suo partito, costretto a seguirlo come un cane riottoso al guinzaglio. I vantaggi sono enormi, e i rischi, anch’essi enormi, dovrebbero tuttavia essere stati già accettati. Cento volte il giovane sindaco ha detto che lui “ci mette la faccia”, che “o riesce o va a casa”, che “si gioca l’osso del collo”. Ora dovrebbe soltanto essere coerente con sé stesso. Ma di questa coerenza abbiamo perso l’abitudine e ci è rimasta soltanto la curiosità di vedere come andrà a finire.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
31 marzo 2014

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politica interna
3 gennaio 2014
LE TRE PROPOSTE DI RENZI
Matteo Renzi ha proposto agli altri partiti tre modelli di nuova legge elettorale perché essi possano scegliere e si arrivi al varo della nuova normativa. Il messaggio sembra estremamente chiaro: “La legge elettorale riguarda tutti, e deve essere condivisa da tutti. Io vi dimostro che sono in buona fede: infatti non vi impongo una mia soluzione da accettare e basta ma vi offro una scelta; vi dimostro poi che sono disinteressato: infatti qualunque soluzione voi accettiate io sarò d’accordo, purché se ne esca; vi dimostro infine che voglio arrivare ad una conclusione: infatti invece di proporvi infiniti negoziati, vi propongo soluzioni pronte fra cui optare e cui il mio partito si accoderà”. La prima tentazione è quella dell’applauso. Ma è una tentazione che presto si sgonfia. Scopi pubblicitari a parte, quella di Renzi potrebbe essere la mossa in malafede di chi sa di avere a che fare con destinatari anch’essi in malafede. La validità di questa affermazione è dimostrabile in via assolutamente teorica, senza che sia necessario scendere nei particolari dei vari sistemi elettorali.
In primo luogo, è vero che il Proponente offre tre opzioni – che è come dire “Lascio a voi la scelta” – ma i Destinatari possono sempre rispondere che tutte e tre rispondono agli interessi del Proponente, non ai loro. Se ad esempio le proposte sono tutte intese a salvaguardare la governabilità del Paese - e dunque pendono dal lato del maggioritario o del premio di maggioranza - chi ha interesse al proporzionale per non perdere o rischiare di perdere la propria rappresentanza in Parlamento (per esempio un piccolo partito) dirà che le proposte costituiscono tre diversi modi di cucinarlo. Mentre lui non vuole affatto essere cucinato.
Un grande partito può invece dire che la tale proposta gli va bene, naturalmente con la tale e tale applicazione concreta. “Naturalmente?”, salterà su a dire il Proponente. “Chi ha detto che sarà naturalmente così? Io intendevo…” E, si sa, il diavolo si nasconde nei particolari. Dunque le tre proposte sarebbero veramente tali se invece di essere generiche o sommarie (modello 1, 2, 3), fossero specificate fin nei minimi dettagli, come sono le leggi pubblicate nella Gazzetta Ufficiale. Ma neanche questo, di fatto, semplificherebbe le cose. Non soltanto tutti direbbero che sono tre diktat redatti in modo da favorire il Proponente, ma un grande partito direbbe che stavolta il testo va bene, è molto specifico, ma bisogna modificare il tale e tale articolo, il tale e tale comma, e la discussione comincerebbe come prima; mentre i piccoli partiti direbbero che la proposta in oggetto va bene al Pd e agli altri grandi partiti proprio perché li favorisce, mentre viene di fatto esclusa la rappresentanza degli elettori delle formazioni minori.
E con questo si torna alla prima affermazione. È vero, la legge elettorale riguarda tutti. È vero, sarebbe bello che fosse condivisa da tutti. Ma dinanzi ad un deadlock, dinanzi ad un blocco insuperabile, che si fa, si rinuncia o si vota a maggioranza? E se questa seconda soluzione è inevitabile, è inutile stare a parlare di quanto sarebbe bella una legge elettorale condivisa da tutti. Di pura retorica ne abbiamo avuto fin troppa. 
Come si vede, della bella impressione iniziale non rimane quasi nulla. In politica, finché non si toccano gli interessi di nessuno, si può arrivare persino all’unanimità. Se si proponesse in Parlamento una mozione con cui “Si auspica il raggiungimento in Siria di una pace che tenga conto degli interessi di tutti e riporti l’armonia e la concordia nel martoriato Paese”, si potrebbe anche avere il cento per cento dei voti. Chi mai auspica la guerra? E quanto costa, auspicare qualcosa? Se invece si proponesse un corpo di spedizione o un regalo di un miliardo di euro a Damasco, la discussione avrebbe ben altro andamento.
Riguardo alle leggi elettorali non si tratta di bei principi astratti. Ognuno vi legge soltanto le conseguenze per il proprio partito, di cui cerca di fare gli interessi fin dove può. Anche a costo di paralizzare il Paese, se ne è capace. Proprio per queste ragioni, chi da un lato reputa che una nuova legge elettorale sia necessaria (e lo è, soprattutto dopo l’inconsulta decisione della Consulta), e dall’altro ha la forza d’imporla, è bene che si rassegni a farlo. Forse è l’unico modo di uscire dall’impasse.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 gennaio 2014

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POLITICA
6 dicembre 2013
UNA VACCA NERA IN UNA NOTTE NERA
Come previsto, la sentenza della Corte Costituzionale ha scatenato un pandemonio. I “grillini” ad esempio sostengono che sono illegittimi tutti i parlamentari eletti con la legge cassata, e sono illegittime tutte le alte cariche elette da quegli stessi parlamentari. Dicono inoltre che, in base alla decisione della Consulta, si deve ritornare al “Mattarellum”. Altri dicono invece che si ritornerà fatalmente alla proporzionale pura, cioè ad un Parlamento frammentato e ingovernabile, oltre che alla fragilità dei governi della Prima Repubblica. Il Presidente Napolitano, parlando senza necessità, sostiene che questo Parlamento è legittimo e può – anzi deve – varare una nuova legge elettorale che eviti il pericolo di un ritorno alla proporzionale. Alcuni dicono che la sentenza sfavorisce pesantemente Renzi, Grillo e Berlusconi ed imporrà anche in futuro le larghe intese. E si potrebbe continuare. Che c’è di vero, chi ha ragione, chi ha torto?
Non è la risposta che è difficile, è la domanda che è sbagliata. Non c’è una ragione e non c’è un torto. Il caso è analogo all’eterna questione del “governo dei tecnici”. Oggi, di questo fantomatico governo non si parla più, perché l’esperienza fatta con Mario Monti ha vaccinato parecchi: ma l’errore consiste nel credere che la politica sia una tecnica. Cioè che sia “tecnicamente giusto o tecnicamente sbagliato” costruire un grande carcere piuttosto che un ospedale o viceversa. E lo stesso vale quando si parla di tassare una cosa piuttosto che un’altra, una categoria di cittadini piuttosto che un’altra. Queste sono scelte politiche, non tecniche. E le scelte sono per loro natura opinabili.
Lo stesso vale per la legge elettorale. Come ripetuto infinite volte, nessuna di esse è perfetta e per conseguenza la discussione è tendenzialmente infinita: nessuna formula favorisce nello stesso modo tutti gli interessati. Anche per questo, quando si insiste sul concetto che la riforma deve essere “consentita da tutti gli interessati”, si dice forse una sciocchezza. Votando questo genere di legge bisogna rassegnarsi a fare degli scontenti. Diversamente – come è stato nei mesi e negli anni recenti – non si cambia niente.
Un altro dato che forse sarebbe bene non dimenticare è che il modo di utilizzare il risultato delle urne non è così importante come si crede. In fin dei conti, con qualunque sistema chi ha più voti vince e chi ha meno voti perde. Il problema non è dunque quello di trovare una formula non pessima, il problema è che ognuno non vuol cedere nemmeno un pollice del terreno dei suoi interessi. Gli stessi partiti che hanno esigenze analoghe – i grandi da una parte, i piccoli dall’altra – spesso si dilaniano per i dettagli nel modo di sostenere le comuni esigenze. 
Il nostro è un Paese rissoso. Un mondo in cui domina la disistima di tutti per tutti e per conseguenza la paura di tutti di essere “fregati” da tutti. A questo basso livello di moralità media si accoppia – assurdamente – la pretesa della perfezione tecnica e morale, ottenuta con la camicia di forza del diritto. E poiché ogni legge elettorale è come una coperta troppo corta, c’è sempre qualcuno che sale sui merli a strapparsi le vesti, deprecando il crimine commesso: come, non s’è assicurata la governabilità? Come, non s’è assicurata la rappresentatività? Come, si sono esclusi i piccoli partiti? Come, si è data ai piccoli partiti la possibilità di condizionare il governo?
Per comprendere la situazione basta immaginare che ci sia uno signore stimatissimo, molto competente in diritto costituzionale e notoriamente alieno da ogni particolare posizione politica: sarebbe incontestabilmente la persona ideale cui affidare la redazione della nuova legge. Ma il professore sarebbe ideale in teoria, prima che la legge la scriva: subito dopo sarebbe accusato da questo o da quello di essere incompetente, rimbambito, al soldo di qualcuno. Tanto che sarebbe necessario resistere con ogni mezzo al varo di una legge obbrobriosa.
Ormai la gente arriva a non conoscere la favola del lupo e dell’agnello ma la situazione è proprio quella dell’apologo. Ogni volta che qualcuno è sottoposto ad una passione irresistibile, il suo discernimento si azzera. L’agnello non potrà opporre al lupo nessun argomento che lo convinca, perché ciò che l’ha già convinto è la sua fame, la voglia di mangiare l’agnello. È per questo che si è già annoiati a morte - prima ancora che cominci la discussione - da tutto ciò che si dirà, e forse si farà, in materia di legge elettorale.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 dicembre 2013

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15 novembre 2013
LA STABILITA' DEL DISASTRO

Per la “Legge di stabilità” sono stati presentati oltre tremila emendamenti. Contando insieme deputati e senatori, circa tre a testa. E non sei emendamenti a testa dei parlamentari d’opposizione, ma obiezioni che vengono dagli stessi partiti che sostengono il governo. Ciò che corrisponde a dire che la legge non piace a nessuno e neanche a chi dovrebbe votarla. È assurdo? Nient’affatto.
Per motivi squisitamente politici, il governo deve continuamente annunciare “luci in fondo al tunnel”, “primi segnali di ripresa”, e “prossime uscite dalla crisi”. Lo stesso governo deve presentare la legge finanziaria come un’occasione per diminuire la pressione fiscale e nel frattempo – miracolosamente – aumentare le provvidenze per tutti quelli che ne hanno bisogno. E che oggi sono all’incirca sessanta milioni. Questa la facciata.
Dietro la facciata c’è invece una depressione che dura da anni e non accenna a finire; un’economia sempre più asfittica che versa meno soldi all’erario con tasse e imposte, e infine uno Stato che è costretto (o crede di essere costretto), per necessità di bilancio, ad incassare sempre di più. E per questa ragione torna a spremere il limone già spremuto, col rischio di incassare meno di prima (Curva di Laffer) come è già avvenuto col primo aumento dell’Iva. Per giunta, da un lato l’Europa non ci permette di spazzare la polvere sotto il tappeto, aumentando il debito pubblico, dall’altro questo stesso debito pubblico, malgrado ogni sforzo, continua ad aumentare. E allora come mai tutti i parlamentari dichiarano quella legge gravemente sbagliata e da correggere? Come mai tutti sembrano sapere come fare? La risposta è semplice. Se per primo il governo fa certe promesse, non è strano che poi gli si chieda di mantenerle. I parlamentari perderebbero credito agli occhi dei loro elettori, se non si battessero per ottenere non solo ciò che è stato detto possibile, ma ciò che è stato addirittura programmato.
Ci sarebbe da guardare sbalorditi a questo coro di ipocrisie, a questo festival di menzogne, a questo incrociarsi di inganni, se non fosse che, in fondo, ci siamo abituati. L’unica novità è che, con l’Unione Europea, siamo in linea di principio obbligati a tenere conto della realtà: questa nemica giurata della retorica, dunque della nostra politica e – oggi – della nostra economia.
C’è grandezza nel trionfo ma ci può essere grandezza anche nella sconfitta. Carlo I, prima di essere decapitato – era gennaio – disse a chi gli stava accanto: “Se tremo è di freddo, non di paura”. Danton, sulla ghigliottina, disse a Sanson: “Mostra la mia testa al popolo. Ne vale la pena”. E anche senza giungere a questi atti di dignità e coraggio nel momento supremo, c’è grandezza nell’ammettere di avere sbagliato. Nel riconoscere le proprie colpe. Nell’accettare una verità che prima si era negata. È lo schema delle “Confessioni” di S.Agostino (e non di Rousseau).
Enrico Letta, o chi per lui al governo, dovrebbe dunque presentarsi in televisione  e parlare al Paese dicendo: “Nella situazione attuale non possiamo far nulla. L’economia è stagnante e non si vede traccia di una ripresa. Abbiamo soltanto due possibilità. Se dobbiamo rimanere nell’Unione Europea e nell’euro il prezzo è questo”. E giù la giaculatoria delle impose, delle tasse, dei sacrifici. “Se invece usciamo dall’euro e dall’Europa, magari dichiarando il fallimento del Paese e la cessazione dei suoi pagamenti ai creditori, ecco che cosa vi aspetta: inflazione, stratosferico aumento dei prezzi delle merci importate, crisi gravissima per qualche anno, fino a giungere alla ripresa e a un solido riequilibrio del Paese”. E infine l’invito a votare per l’una o per l’altra soluzione, “Senza credere ai demagoghi che vi prometteranno di farvi ottenere gratis un risultato positivo”. Probabilmente sarebbe linciato sul posto già dagli operatori della televisione, ma rimarrebbe nella storia come un gigante della verità. 
La pretesa di galleggiare eternamente nella situazione attuale è inverosimile. Il nostro debito pubblico continua a salire, la nostra depressione sembra non avere fine, il nostro modello economico non è competitivo, le imprese o chiudono o lasciano l’Italia, e tutte le soluzioni proposte (vendita del patrimonio dello Stato, taglio delle spese pubbliche, lotta all’evasione fiscale) sono alla prova dei fatti soltanto consolazioni mitologiche. La catastrofe si può soltanto rinviare.
Ma queste sono le righe di un sognatore. Si vagheggia l’esistenza di qualcuno che sia disposto non solo a non essere applaudito, ma a caricarsi per decenni la colpa di avere detto al Paese le più scomode verità. E forse la colpa di avere salvato l’Italia.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 novembre 2013
P.S. Titolo di stamattina (ore 11,45) del “Corriere della Sera”: Legge stabilità, l’Ue boccia la manovra
L’Italia la modifichi, target lontani -  Progressi limitati sulle riforme strutturali (Quali?).




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13 gennaio 2012
PORCELLUM: E ORA CHE COSA AVVERRA'?

Lo studente di legge che si accosta allo studio del diritto costituzionale affronta con fastidio il capitolo dei sistemi elettorali. La materia è complicata. Mentre gli scopi sono chiari – un Parlamento che corrisponda alla volontà degli elettori e permetta la stabilità governativa – i metodi per arrivarci sono molti, diversi e contraddittori, tanto che alla fine si arriva alla domanda inevitabile: “Ma possibile che non si sia trovato un sistema che risponda a tutti questi scopi e faccia cessare la discussione?” Purtroppo quel sistema non si è trovato e forse non si troverà mai.

La legge elettorale è una coperta troppo corta che non può coprire tutte le richieste. La maggior parte della gente non conosce questo elementare principio e protesta contro le varie leggi come se i parlamentari avessero sbagliato per qualche interesse partigiano e malvagio, mentre potevano votare “la legge perfetta”. Non sanno che la “legge perfetta” non esiste: ignorano in particolare che il tira e molla fra governabilità (che richiede il premio di maggioranza) e rappresentatività (che richiede il proporzionale più o meno puro) non cesserà mai e lascerà sempre scontento qualcuno. Il premio di maggioranza sembra una violenza sui più deboli ma se si rinunzia alla governabilità si ottiene quel disprezzo generale di cui fu oggetto la Quatrième République, fino all’avvento di De Gaulle. Per non parlare dell’Italia con i suoi governi che duravano in media undici mesi.

La legge non può che essere imperfetta e i partiti ne ricavano l’autorizzazione a tirare l’acqua al proprio mulino. Si appellano ai grandi principi ma hanno presente solo il loro interesse.

Il caso dell’Italia dei Valori è esemplare, in questo campo. Col Porcellum, se alle prossime elezioni l’Idv non fosse accettata dal Pd nella coalizione – cosa non impossibile, dopo il comportamento di Di Pietro in questi quattro anni – ci sarebbe il rischio che l’elettorato per dare un “voto utile” riversi i propri consensi sul Pd. E se l’Idv non raggiungesse il 4% farebbe la fine di Rifondazione Comunista. Ecco perché lo sbarramento del 4% e il premio di maggioranza - caratteristiche del Porcellum che tolgono al Pd la necessità di avere la compagnia dei piccoli partiti – sono viste da Di Pietro come il fumo negli occhi. Esse infatti, mentre favoriscono la governabilità, spianano la strada ai grandi partiti i quali possono vincere da soli o con la coalizione da loro scelta. Ciò spiega al passaggio perché, al contrario di ciò che dicono in pubblico, Pd e Pdl hanno tutto l’interesse a mantenere l’attuale legge. Lo stesso Berlusconi l’ha del resto confessato, con la sua abituale, improvvida franchezza, quando ha detto che la legge “non è poi così male”.

Qualche mese fa Di Pietro, che se non è un pozzo di scienza è certo un uomo estremamente furbo, si è detto: “Dal momento che tutti stramaledicono pubblicamente il Porcellum, se promuovo un referendum chi potrà andarmi contro?” E infatti ecco raccolte oltre un milione di firme. Poi è inciampato nella prevedibile giurisprudenza della Corte Costituzionale e ha dato in escandescenze: ha esagerato ma è umanamente comprensibile. Mentre l’Udc ha una lunga tradizione che le permette, volendo, di associarsi sia al Pdl sia al Pd, l’Idv ha disperatamente cercato di incrementare i propri consensi facendo una concorrenza da sinistra, anche sporca, al Pd, e proprio da esso domani potrebbe essere lasciata fuori all’addiaccio. Né potrebbe proporsi come alleata al Pdl. Come c’è scritto sui pali della luce: “Pericolo di morte”. E chi è in pericolo di morte a volte bestemmia, non solo contro il Quirinale.

La bocciatura del referendum non prelude ad un facile accordo fra i partiti sulla nuova legge elettorale. La condanna del Porcellum rimane rituale, per fare contenta la gente, ma per il resto si è in alto mare. Si potrebbero ripristinare le preferenze – questo non costa molto – ma lo sbarramento e il premio di maggioranza convengono troppo ai grandi partiti. Dunque c’è di che essere pessimisti, se si odia il Porcellum. E di che essere ottimisti, se si pensa che, con tutti i suoi difetti, il Porcellum è una buona legge. L’unico neo è che non ha esattamente lo stesso sistema per Camera e Senato: ché, se così fosse, salvo le iniziative di un qualunque Gianfranco Fini o di un dinamitardo pazzo, tutte le legislature durerebbero pacificamente cinque anni. E non sarebbe un male.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 gennaio 2012


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29 ottobre 2011
I BATTISTI DI SINISTRA

L'uomo si distingue dagli animali perché ha la parola, si dice. Questo grandissimo vantaggio – senza il quale la civiltà non si sarebbe sviluppata – ha però i suoi inconvenienti. Il primo è che prendiamo le parole troppo sul serio. Per molti esse non sono mere convenzioni, per cui ciò che noi chiamiamo sedia per i tedeschi è Stuhl, ma elementi inerenti a ciò chedesignano. Al punto che la parola diviene per così dire sostanza. Questo spiega perché presso certi primitivi il nome delle persone è segreto e si usano dei soprannomi. Lo scopo è evidente: se la gente sa che mi chiamo Guido, e maledice Guido, chissà che cosa mi può capitare. Se mi faccio chiamare Aldo, possono maledire Aldo quante volte vogliono, non sono io. Questo pregiudizio non potrebbe esistere se le parole non valessero di per sé.

Purtroppo questa tendenza a lasciarsi suggestionare dalle parole non è solo dei selvaggi. I pubblicitari sanno benissimo che una parte dei consumatori non si fida delle novità e teme di essere avvelenata dall'industria moderna: e allora battezza i propri “biscotti della nonna”, pur fabbricandoli con le stesse tecniche e gli stessi prodotti della linea di biscotti denominati “NewStar”. I consumatori sospettano certo che un nuovo profumo non rende affascinanti in modo irresistibile nei confronti dell'altro sesso, ciò malgrado preferiranno "Incantesimo" all'altro prodotto pubblicizzato come: “Fragranza”. Penseranno anzi: “E ci mancherebbe pure che puzzasse!”

Anche con le ricerche demoscopiche bisogna stare attenti. Non bisogna mai chiedere: “Siete soddisfatti del vostro reddito?”, perché tutti credono che nessuna persona seria è mai ottimista e contenta, e poi, dicendo “sono soddisfatto” temono di star dicendo: “No grazie, non ho bisogno di nessun aumento di stipendio”. Nello stesso modo è inutile chiedere: “State meglio oggi o in passato?”, perché, quand'anche gli interrogati non potessero negare di star meglio, direbbero che: “Un tempo c'era più onestà”, “Un tempo la vita era più autentica”, “Un tempo i politici non erano disonesti e incapaci come oggi”. Those golden days, dicono gli anglosassoni, quegli anni d'oro, sempre imbattibili. Chi facesse questo genere di domande starebbe solo collezionando risposte scontate per dare addosso al governo.

I maestri nel maneggio delle parole sono i religiosi e i politici. Dei primi sarà bene non parlare, per rispetto dei credenti, ma i secondi meritano applausi a scena aperta. Costoro sanno che la gente non legge, è platealmente ignorante anche quando è laureata, e non s'interessa di politica. Dunque non c'è mai da temere che s'informi per sapere come stanno le cose. Ecco perché la demagogia è di lana grossa: non si tratta d'imbrogliare menti sveglie e attente, ma persone che a quel problema dedicano un secondo o poco più e si fermano alla prima parola che incontrano.

In Italia abbiamo avuto un eccezionale esempio di questo atteggiamento nel 1953. Fu proposto un premio di maggioranza per la coalizione che avesse raggiunto il 50% (dicesi cinquanta per cento) dei voti, assegnandole il 65% dei seggi, e la legge, se fosse entrata in vigore ci avrebbe evitato il ridicolo e il malgoverno di quarant'anni di esecutivi effimeri. Ma la sinistra, che da quella legge si vedeva togliere un notevole potere di interdizione, ebbe l'abilità di denominarla “legge truffa” ed essa non passò. Chi potrebbe essere a favore di una truffa?

Col tempo gli italiani non sono diventati più furbi. Poi si è chiesto un paio di volte agli italiani se fossero a favore dell'energia nucleare e la risposta è stata ovvia: “Nucleare? Ma nucleare è stata la bomba di Hiroshima! Dovrei votare per la morte dei miei figli?”

L'ultima prodezza di questi provetti battezzatori di sinistra è di questi giorni. L'Europa e il buon senso hanno richiesto che la si smettesse con l'inamovibilità dei lavoratori superprotetti e illicenziabili (che non sono tutti!) anche quando l'impresa non ha più bisogno di loro, ma i nuovi Giovanni Battista, tutt'altro che vox clamantis in deserto, hanno battezzato le nuove norme “licenziamenti facili” e questo garantirà il successo della loro opposizione. Chi mai potrebbe essere a favore dei licenziamenti facili? La gente si fermerà a quelle due parole e tradurrà il concetto così: "Da domani tutti potranno essere licenziati, anzi forse tutti lo saremo. E i miei figli moriranno di fame". Anathema sit.

I licenziamenti facili non devono passare e non passeranno. Magari passerà l'Italia. A miglior vita.

Gianni Pardo,giannipardo@libero.it , www.DailyBlog.it


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politica interna
1 giugno 2011
Il "PORCELLUM" SERVE AL PD
Molti commentatori, esagerando, parlando di sconfitta del berlusconismo. Bersani, Franceschini ed altri danno prova della loro capacità di sognare pretendendo le dimissioni del governo. Ma altri, non sappiamo se ancora più pessimisti, affermano che abbiamo assistito alla sconfitta del bipolarismo.
Il berlusconismo è un problema secondario rispetto al bipolarismo e dunque sarà bene occuparsi del più importante. Gli scenari politici sono tre.
1. Il brutale sistema maggioritario inglese permette di sopravvivere a due soli partiti. Anche quando c’è un terzo partito che in percentuale di voti è notevole, il two party system fa sì che come rappresentanza parlamentare scompaia o sia ininfluente. Diverrebbe essenziale solo se un giorno riuscisse a battere uno dei due “grandi” (è già avvenuto in passato, se non ricordiamo male). Normalmente questo sistema non consente affatto un’accurata rappresentanza in Parlamento degli orientamenti politici della nazione. Il bipartitismo assicura soltanto una grande stabilità.
2. Nel bipolarismo il mondo politico si divide tendenzialmente in bianco e nero e, salvo eccezioni, il governo è formato dalla coalizione (bianca o nera) che ottiene la maggioranza dei voti. Questo meccanismo è favorito dal premio di maggioranza che toglie importanza ai piccoli partiti.
3. Il sistema proporzionale puro manda in parlamento i rappresentanti anche dell’un per cento degli elettori. In un teorico Paese in cui ci fossero dieci partiti di cui nessuno “scomunicato” (dunque niente bianco e niente nero) il potere apparterrebbe a un gruppo qualunque di quei partiti che ottenesse la fiducia in Parlamento. Questo rispecchierebbe esattamente l’elettorato ma si passerebbe più tempo a negoziare che a governare la nazione. Un partito piccolo che per ipotesi appartiene alla coalizione “bianca” può infatti contribuire a formare una maggioranza con quella “nera” se essa gli offre grandi vantaggi. Giustificherà questo “tradimento” con le più nobili ragioni ideologiche ma in realtà si venderà al migliore offerente.
L’Italia ha vissuto a lungo un “bipolarismo imperfetto”, nel senso che da un lato governava costantemente la Dc, con gli alleati che sceglieva di volta in volta, e dall’altro, almeno formalmente, non governava mai il Pci, “scomunicato” in partenza. Caduta l’Unione Sovietica e caduta la scomunica, il bipolarismo è divenuto perfetto. Da oltre quindici anni abbiamo due coalizioni, una intorno a Berlusconi e l’altra intorno agli eredi del Pci, che sono ambedue andate al governo.
Ora alcuni pensano speranzosi che sconfitto Berlusconi (ammesso che sconfitto sia) si esca anche dal bipolarismo. Dunque bisognerebbe andare al modello 3. Ma questo non pare verosimile e non sarebbe comunque una buona notizia.
In campo politico gli italiani tendono all’intolleranza, al massimalismo e al proprio interesse. I loro partiti sono eco di questa mentalità e tendono al frazionismo: proprio perché non accettano la prevalenza della maggioranza interna o non si rassegnano alla violazione di uno dei piccoli principi che reputano importanti. Di scissione in scissione si arriva ad una tale pluralità di partiti che da un lato non si riesce più a governare (basti pensare alla durata dei governi prima del 1994), dall’altro la politica diviene un mercato delle vacche. Come si può impedire a chi sa di essere l’ago della bilancia di vendere caro il proprio appoggio? Ed ecco che qui prevale la terza caratteristica: la sensibilità all’interesse.
Il sistema proporzionale porta alla corruzione politica e all’ingovernabilità perché corrisponde esattamente alla natura partigiana, faziosa e litigiosa dell’elettorato. Se venisse meno il bipolarismo non ci sarebbe da essere contenti: oggi ci sono due grandi poli d’attrazione (il Pdl e il Pd) e i “piccoli” devono o allinearsi con essi o contentarsi di azioni di disturbo. Sicché il governo, bene o male, può governare. Se invece si cedesse al proporzionale puro, si tornerebbe all’anarchia della Quarta Repubblica francese.
Esiste tuttavia un argine a questa tendenza: ed è, a meno di cambiamenti, la tanto vituperata legge elettorale. Essa assegna un grande premio di maggioranza alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa e questo assicura la stabilità: si veda la situazione di Prodi alla Camera, pur dopo un pareggio nelle urne (differenza di sei decimillesimi). È nell’interesse del Pdl e del Pd che per questa parte la legge non venga toccata. Speriamo che la sinistra, pur maledicendola in pubblico per fare contento l’uditorio, se la tenga ben stretta in concreto: non si sega il ramo su cui si è seduti. E infatti nel biennio prodiano nessuno pensò di cambiarla.
Se poi invece Bersani e i suoi amici parlano seriamente, si avvererà il detto antico secondo cui Giove rende pazzi coloro che vuol perdere. Purtroppo, si può perdere anche l’Italia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
1 giugno 2011

POLITICA
13 agosto 2010
LA SINISTRA: UN GOVERNO PURCHESSIA
Nell’attuale discussione politica c’è una costante: quella delle trattative. Pur di ottenere un governo purchessia - ma senza Berlusconi - si è pronti ad avere Tremonti Primo Ministro? Casini è eventualmente disposto ad allearsi con Di Pietro? E Di Pietro è disposto ad allearsi con Casini, come oggi secondo “Repubblica” l’invita a fare Bersani? E riguardo a Fini? D’accordo, Casini potrebbe allearsi con lui - sono già stati nello stesso raggruppamento - ma Di Pietro? E Fini accetterebbe di sedere gomito a gomito con l’ex pm? E che dire dell’idea di Tonino di imbarcare anche tutta la sinistra oggi extraparlamentare? Naturalmente essa porterebbe dei voti, ma sarebbe disposta a convivere con Fini? e Fini con essa? Il chiasso fa pensare alla piazza di un mercato.
La chiave del momento la fornisce il titolo che Repubblica dà all’intervista a Massimo Donadi, importante esponente dell’Idv (1): “Disposti ad allearci anche col diavolo, pur di liberarci del Cavaliere”. Questo atteggiamento è sbagliato e non per motivi etici o ideologici: è sbagliato perché autolesionistico.
Come hanno detto e ripetuto decine di volte riflessivi uomini di sinistra, l’antiberlusconismo non solo non è una teoria politica ma non produce risultati positivi. Lo dimostra la storia degli ultimi quindici anni. La bandiera di un odio fanatico è allarmante. “La sinistra, pensano gli elettori, non ha il progetto di fare il bene del Paese e non saprebbe come farlo. Ha solo l’idea di far male a Berlusconi. E se tutto quello che sa fare è questo, meglio non votarla”. Sono cose che sanno tutti, anche se non Donadi.
Più interessante è un altro fenomeno: questi generali parlano come se le truppe che li seguono fossero ai loro ordini, Tanto da poter progettare strategie e tattiche: noi attacchiamo da qui, voi attaccate da lì, noi abbiamo tot carri armati, voi ne avete tot, in totale fanno tot. Purtroppo nella realtà non è così. Nel conflitto politico i generali possono dare ordini ma le truppe non sono tenute ad eseguirli.
Molti anni fa i generali socialisti si resero conto che avere due partiti era una stupidaggine. Per ottenere più voti decisero la fusione e il risultato fu opposto, tanto che i due partiti tornarono a separarsi. Né le cose andarono diversamente quando Giancarlo Fini, pressoché in perfetta solitudine, ebbe la grandiosa idea di un rilancio alleandosi con Mario Segni e anche stavolta le truppe non obbedirono. Il risultato disastroso e Fini ebbe la sfacciataggine di rimproverare ai suoi quadri un’operazione che essi avevano soltanto subita.
Oggi forse i generali commettono lo stesso errore. Quanto può essere ragionevolmente sicuro, Fini, che i suoi elettori lo seguiranno, se si alleerà con Di Pietro o, Dio non voglia, con Niki Vendola? E quanti elettori di Niki Vendola lo seguirebbero, se si alleasse con Fini? Inutile dire - come propone Donadi - che si intende costituire un governo di transizione. In Italia nulla è più stabile di ciò che nasce come precario. E poi, finiti i novanta giorni di cui parla Di Pietro, il problema si ripresenterebbe esattamente come prima. Alle elezioni, magari con una diversa legge elettorale, chi dice che Berlusconi non vincerebbe come ha vinto tante volte in passato? E chi dice che gli elettori non sarebbero disgustati da un governo composito, in cui si litiga su tutto? Anche la nuova legge elettorale infatti è un problema: in concreto ci si accorgerebbe che essa non può fare gli interessi di tutti nello stesso modo.
I partiti politici seguono più spesso i loro interessi che i loro ideali, ma gli elettori seguono più spesso i loro ideali che i loro interessi. Anche perché non ne hanno: la politica a loro non offre nulla in concreto, né denaro, né una carica e spesso nemmeno una raccomandazione. Dunque non cambiano facilmente. Non si può dire ad un militante di sinistra: “Vota per Fini perché te lo dico io”. Infatti la risposta dell’altro è: “Fino a ieri tu mi hai detto che è un fascista ed ora io dovrei votare per lui?”
La minoranza farebbe bene a smetterla di volere risolvere i suoi problemi con la mancanza di scrupoli. Ha innanzi tutto bisogno di un programma e di un leader. Al popolo della sinistra bisognerebbe dare uno scopo positivo da perseguire e un generale cui affidarsi con entusiasmo. Oggi invece si vorrebbe un’armata Brancaleone in cui ogni singolo leader e ogni singolo elettore rischiano di decidere per conto proprio.
Invece attualmente l’esercito dell’opposizione conosce solo il nome del generale nemico: Berlusconi. E questo rischia di favorirlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 agosto 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=TCFDP


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POLITICA
11 giugno 2010
INTERCETTAZIONI: UN NON ARTICOLO

Quando su un argomento la discussione diviene appassionata ed acre è buona norma disporre di dati obiettivi, in modo da non essere indotti in errore, in una direzione o nell'altra, dalle convinzioni delle opposte fazioni. Per questo avevo pensato di leggere il disegno di legge sulle intercettazioni recentemente approvato al Senato (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlmess&leg=16&id=484629, cliccando poi su "testo") ma mi sono scoraggiato. Non solo si tratta di un testo di circa 6.500 parole (nove volte più lungo di un mio normale articolo) ma, seguendo i rinvii al codice di procedura penale, si aumenta di molto il numero di parole da leggere e soppesare. È un lavoro per il quale non sono qualificato, sia perché arrugginito come giurista, sia perché convintamente pigro.
Ma non sono il solo. Pochi sono in grado di esprimere opinioni fondate su un esame obiettivo e tecnico delle nuove norme. E certo non si lo si può fare sulla base di ciò che se ne dice in giro: si sentono infatti soprattutto - anzi, quasi esclusivamente - le voci degli interessati, giornalisti e magistrati. E costoro, essendo parte in causa, non sono credibili.
È bene essere estremamente prudenti. Io non devo lasciarmi trascinare dall'indignazione per l'abuso che si è fatto di questo mezzo d'indagine, ma gli altri non dovrebbero trinciare giudizi, o avere una cieca fiducia in quei demagoghi che parlano di bavaglio, di fine della libera informazione e di morte della democrazia. Diversamente mi dimostrino la validità del loro punto di vista. Gli lascio volentieri l'incombenza di studiare il disegno di legge, che per comodità dei volenterosi riporto in calce.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 giugno 2010


Art. 1.
    1. All’articolo 36, comma 1, del codice di procedura penale, dopo la lettera h) è aggiunta la seguente:
        «h-bis) se ha pubblicamente rilasciato dichiarazioni concernenti il procedimento affidatogli».
    2. All’articolo 53 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) al comma 2, nel primo periodo, dopo le parole: «lettere a), b), d), e)» sono inserite le seguenti: «e h-bis), nonché se risulta iscritto nel registro di cui all’articolo 335 per il reato previsto dall’articolo 379-bis del codice penale, in relazione al procedimento assegnatogli, sentito in tale caso il capo dell’ufficio competente ai sensi dell’articolo 11, al fine di valutare la effettiva sussistenza di ragioni oggettive per provvedere alla sostituzione»;
        b) al comma 2, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il procuratore generale procede allo stesso modo se il capo dell’ufficio e il magistrato assegnatario risultano indagati per il reato previsto dall’articolo 379-bis del codice penale, ovvero hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in merito al procedimento.»;
        c) dopo il comma 2 è inserito il seguente:
    «2-bis. Di ogni iscrizione di magistrati nel registro di cui all’articolo 335 per il reato previsto dall’articolo 379-bis del codice penale, il procuratore della Repubblica informa immediatamente il capo dell’ufficio presso cui il magistrato indagato presta servizio ovvero il procuratore generale nell’ipotesi che indagati risultino il capo dell’ufficio e il magistrato assegnatario».
    3. All’articolo 103 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) al comma 5 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il divieto opera anche nel caso di intercettazione eseguita su utenza diversa da quella in uso al difensore o agli altri soggetti incaricati.»;
        b) dopo il comma 5 è inserito il seguente:
    «5-bis. Ferma restando l’eventuale responsabilità penale, costituiscono illecito disciplinare l’annotazione, l’informativa, anche verbale, e l’utilizzazione delle conversazioni o comunicazioni di cui al comma 5».
    4. All’articolo 114, comma 2, del codice di procedura (E' vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare) penale è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Di tali atti è sempre consentita la pubblicazione per riassunto».
    5. All’articolo 114 del codice di procedura penale, dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:
    «2-bis. È vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, della documentazione e degli atti relativi a conversazioni, anche telefoniche, o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche ovvero ai dati riguardanti il traffico telefonico o telematico, anche se non più coperti dal segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare.
    2-ter. È vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, delle richieste e delle ordinanze emesse in materia di misure cautelari. Di tali atti è tuttavia consentita la pubblicazione nel contenuto dopo che la persona sottoposta alle indagini o il suo difensore abbiano avuto conoscenza dell’ordinanza del giudice, fatta eccezione per le parti che riproducono la documentazione e gli atti di cui al comma 2-bis».
    6. Dopo il comma 6-bis dell’articolo 114 del codice di procedura penale è inserito il seguente:
    «6-ter. Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati. Il divieto relativo alle immagini non si applica all’ipotesi di cui all’articolo 147 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del presente codice, nonché quando, ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca, la rappresentazione dell’avvenimento non possa essere separata dall’immagine del magistrato».
    7. All’articolo 114 del codice di procedura penale, il comma 7 è sostituito dal seguente:
    «7. È in ogni caso vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione, degli atti e dei contenuti relativi a conversazioni o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche di cui sia stata ordinata la distruzione ai sensi degli articoli 269 e 271. È altresì vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione, degli atti e dei contenuti relativi a conversazioni o a flussi di comunicazioni telematiche riguardanti fatti, circostanze e persone estranee alle indagini, di cui sia stata disposta l’espunzione ai sensi dell’articolo 268, comma 7-bis».
    8. All’articolo 115 del codice di procedura penale, il comma 2 è sostituito dal seguente:
    «2. Di ogni iscrizione nel registro degli indagati per fatti costituenti reato di violazione del divieto di pubblicazione commessi dalle persone indicate al comma 1, il procuratore della Repubblica procedente informa immediatamente l’organo titolare del potere disciplinare, che nei successivi trenta giorni, ove siano state verificate la gravità del fatto e la sussistenza di elementi di responsabilità, e sentito il presunto autore del fatto, dispone la sospensione cautelare dal servizio o dall’esercizio della professione fino a tre mesi».
    9. Al comma 2 dell’articolo 240 del codice di procedura penale, nel secondo periodo, dopo le parole: «per i documenti formati attraverso la raccolta illegale di informazioni» sono aggiunte le seguenti: «e per i documenti, i supporti e gli atti relativi alle riprese e registrazioni fraudolente di cui all’articolo 616-bis del codice penale, salvi i casi in cui la punibilità è esclusa ai sensi del secondo comma del medesimo articolo».
    10. L’articolo 266 del codice di procedura penale è sostituito dal seguente:
    «Art. 266. - (Limiti di ammissibilità). – 1. L’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche, di altre forme di telecomunicazione, di immagini mediante riprese visive e l’acquisizione della documentazione del traffico delle conversazioni o comunicazioni sono consentite nei procedimenti relativi ai seguenti reati:
        a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4;
        b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4;
        c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;
        d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;
        e) delitti di contrabbando;
        f) reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato, molestia o disturbo delle persone col mezzo del telefono, atti persecutori;
        g) delitti previsti dall’articolo 600-ter, terzo comma, del codice penale, anche se relativi al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1 del medesimo codice.
    2. Negli stessi casi è consentita l’intercettazione di comunicazioni tra presenti solo se vi è fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l’attività criminosa. Tuttavia, qualora dalle indagini svolte emerga che l’intercettazione potrebbe consentire l’acquisizione di elementi fondamentali per l’accertamento del reato per cui si procede o che dall’intercettazione possano emergere indicazioni rilevanti per impedire la commissione di taluno dei reati indicati nel comma 1, e la stessa debba essere eseguita in luoghi diversi da quelli indicati dall’articolo 614 del codice penale, il pubblico ministero, con decreto eventualmente reiterabile ricorrendone i presupposti, dispone le operazioni per non oltre tre giorni, secondo le modalità indicate nell’articolo 267, comma 3-bis».
    11. All’articolo 267 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) il comma 1 è sostituito dai seguenti:
    «1. Il pubblico ministero richiede l’autorizzazione a disporre le operazioni previste dall’articolo 266 al tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente, che decide in composizione collegiale. La richiesta contiene, a pena di inammissibilità, l’assenso scritto del procuratore della Repubblica ovvero del procuratore aggiunto o del magistrato appositamente delegati. L’autorizzazione è data con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile, quando ricorrono congiuntamente i seguenti presupposti:
        a) sussistono gravi indizi di reato;
        b) nei casi di intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche o di altre forme di telecomunicazione, le utenze sono intestate o effettivamente e attualmente in uso a soggetti indagati ovvero sono intestate o effettivamente e attualmente in uso a soggetti diversi che, sulla base di specifici atti di indagine, risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede e sussistono concreti elementi per ritenere che le relative conversazioni o comunicazioni siano attinenti ai medesimi fatti;
        c) nei casi di acquisizione della documentazione del traffico relativo a conversazioni o comunicazioni telefoniche o ad altre forme di telecomunicazione, le utenze sono o sono state intestate o effettivamente in uso a soggetti indagati ovvero a soggetti diversi che, sulla base di specifici atti di indagine, risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede;
        d) nei casi di intercettazioni di immagini mediante riprese visive, i luoghi appartengono a soggetti indagati o sono agli stessi effettivamente e attualmente in uso, ovvero appartengono o sono effettivamente e attualmente in uso a soggetti diversi che, sulla base di specifici atti di indagine, risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede e sussistono concreti elementi per ritenere che le relative condotte siano attinenti ai medesimi fatti;
        e) le operazioni sono assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini.
    1.1 Nel decreto con cui autorizza le operazioni, il tribunale deve, con autonoma valutazione, dare conto dei relativi presupposti, che devono essere espressamente e analiticamente indicati.
    1.2. Il pubblico ministero, insieme con la richiesta di autorizzazione, trasmette al tribunale il fascicolo contenente tutti gli atti di indagine fino a quel momento compiuti.»;
        b) il comma 1-bis è sostituito dal seguente:
    «1-bis. Nella valutazione dei gravi indizi di reato si applicano le disposizioni di cui agli articoli 192, commi 3 e 4, 195, comma 7, e 203.»;
        c) il comma 2 è sostituito dal seguente:
    «2. Nei casi di urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere che dal ritardo possa derivare grave pregiudizio alle indagini, il pubblico ministero dispone le operazioni previste dall’articolo 266 con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile, che va comunicato immediatamente e comunque non oltre tre giorni al tribunale indicato nel comma 1. Il tribunale, entro tre giorni dalla richiesta, decide sulla convalida con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile. Se il decreto del pubblico ministero non viene convalidato nel termine stabilito, le operazioni previste dall’articolo 266 non possono essere proseguite e i risultati di esse non possono essere utilizzati.»;
        d) il comma 3 è sostituito dai seguenti:
    «3. Il decreto del pubblico ministero che dispone l’intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni per un periodo massimo di trenta giorni, anche non continuativi. Il pubblico ministero dà immediata comunicazione al tribunale della sospensione delle operazioni e della loro ripresa. Su richiesta motivata del pubblico ministero, contenente l’indicazione dei risultati acquisiti, la durata delle operazioni può essere prorogata dal tribunale fino a quindici giorni, anche non continuativi. Una ulteriore proroga delle operazioni fino a quindici giorni, anche non continuativi, può essere autorizzata qualora siano emersi nuovi elementi, specificamente indicati nel provvedimento di proroga unitamente ai presupposti di cui al comma 1. Quando, sulla base di specifici atti di indagine, emerge l’esigenza di impedire che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, ovvero che siano commessi altri reati, il pubblico ministero può richiedere nuovamente una proroga delle operazioni fino a quindici giorni, anche non continuativi.
    3-bis. Se dalle indagini emerge che le operazioni di cui all’articolo 266 possono consentire l’acquisizione di elementi fondamentali per l’accertamento del reato per cui si procede o che da esse possono emergere indicazioni rilevanti per impedire la commissione di taluno dei reati indicati nel comma 1 dell’articolo 266, e sono scaduti i termini indicati nel comma 3 del presente articolo, il pubblico ministero, con decreto eventualmente reiterabile ricorrendone i presupposti, dispone le operazioni con le modalità di cui al comma 2, per non oltre tre giorni. In tal caso trasmette al tribunale gli atti rilevanti ai fini della convalida, anche per via telematica.
    3-ter. Quando le operazioni di cui all’articolo 266 sono necessarie per lo svolgimento delle indagini in relazione a delitti di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, l’autorizzazione di cui ai commi precedenti è data se vi sono sufficienti indizi di reato. Nella valutazione dei sufficienti indizi si applica l’articolo 203. La durata delle operazioni non può superare i quaranta giorni, ma può essere prorogata dal tribunale con decreto motivato per periodi successivi di venti giorni, qualora permangano gli stessi presupposti, entro i termini di durata massima delle indagini preliminari. Nei casi di urgenza, alla proroga provvede direttamente il pubblico ministero ai sensi del comma 2. L’intercettazione di comunicazioni tra presenti di cui al comma 2 dell’articolo 266, disposta in un procedimento relativo ai delitti di cui al presente comma, è consentita anche se non vi è motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l’attività criminosa.
    3-quater. Nel decreto di cui al comma 3 il pubblico ministero indica l’ufficiale di polizia giudiziaria responsabile del corretto adempimento delle operazioni, nei casi in cui non vi procede personalmente.»;
        e) al comma 4 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Nei casi di cui al comma 3-ter il pubblico ministero e l’ufficiale di polizia giudiziaria possono farsi coadiuvare da agenti di polizia giudiziaria.»;
        f) il comma 5 è sostituito dal seguente:
    «5. In apposito registro riservato tenuto in ogni procura della Repubblica sono annotati, secondo un ordine cronologico, la data e l’ora di emissione e la data e l’ora di deposito in cancelleria o in segreteria dei decreti che dispongono, autorizzano, convalidano o prorogano le intercettazioni e, per ciascuna intercettazione, l’inizio e il termine delle operazioni».
    12. All’articolo 268 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) i commi 1, 2 e 3 sono sostituiti dai seguenti:
    «1. Le comunicazioni intercettate sono registrate e delle operazioni è redatto verbale. I verbali e i supporti delle registrazioni sono custoditi nell’archivio riservato di cui all’articolo 269.
    2. Il verbale di cui al comma 1 contiene l’indicazione degli estremi del decreto che ha disposto l’intercettazione, la descrizione delle modalità di registrazione, l’annotazione del giorno e dell’ora di inizio e di cessazione dell’intercettazione; nel medesimo verbale sono altresì annotati cronologicamente, per ogni comunicazione intercettata, i riferimenti temporali della comunicazione e quelli relativi all’ascolto, la trascrizione sommaria del contenuto, nonché i nominativi delle persone che hanno provveduto alla loro annotazione.
    3. Le operazioni di registrazione sono compiute per mezzo degli impianti installati nei centri di intercettazione telefonica istituiti presso ogni distretto di corte d’appello. Le operazioni di ascolto sono compiute mediante gli impianti installati presso la competente procura della Repubblica ovvero, previa autorizzazione del pubblico ministero, presso i servizi di polizia giudiziaria delegati per le indagini.»;
        b) dopo il comma 3-bis è inserito il seguente:
    «3-ter. Ai procuratori generali presso la corte d’appello e ai procuratori della Repubblica territorialmente competenti sono attribuiti i poteri di gestione, vigilanza, controllo e ispezione, rispettivamente, dei centri di intercettazione e dei punti di ascolto di cui al comma 3.»;
        c) i commi 4, 5 e 6 sono sostituiti dai seguenti:
    «4. I verbali e le registrazioni sono immediatamente trasmessi al pubblico ministero. Entro cinque giorni dalla conclusione delle operazioni, il pubblico ministero deposita in segreteria i verbali e le registrazioni attinenti al procedimento insieme con i decreti che hanno disposto, autorizzato, convalidato o prorogato l’intercettazione, rimanendovi per il tempo fissato dal pubblico ministero, comunque non inferiore a quindici giorni, salvo che il tribunale, su istanza delle parti, tenuto conto del loro numero nonché del numero e della complessità delle intercettazioni, non riconosca necessaria una proroga.
    5. Se dal deposito può derivare un grave pregiudizio per le indagini, il tribunale autorizza motivatamente il pubblico ministero a ritardarlo non oltre la data di emissione dell’avviso della conclusione delle indagini preliminari.
    6. Ai difensori delle parti è immediatamente dato avviso che, entro il termine di cui ai commi 4 e 5, hanno facoltà di prendere visione dei verbali e dei decreti che hanno disposto, autorizzato, convalidato o prorogato l’intercettazione e di ascoltare le registrazioni ovvero di prendere visione delle videoregistrazioni o cognizione dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche. È vietato il rilascio di copia dei verbali, dei supporti e dei decreti.»;
        d) dopo il comma 6 sono inseriti i seguenti:
    «6-bis. È vietato disporre lo stralcio delle registrazioni e dei verbali attinenti al procedimento prima del deposito previsto dal comma 4.
    6-ter. Scaduto il termine, il pubblico ministero trasmette immediatamente i decreti, i verbali e le registrazioni al tribunale, il quale fissa la data dell’udienza in camera di consiglio per l’acquisizione delle conversazioni o dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche indicati dalle parti, che non appaiono manifestamente irrilevanti, procedendo anche d’ufficio allo stralcio delle registrazioni e dei verbali di cui è vietata l’utilizzazione. Il tribunale decide in camera di consiglio a norma dell’articolo 127.»;
        e) i commi 7 e 8 sono sostituiti dai seguenti:
    «7. Il tribunale, qualora lo ritenga necessario ai fini della decisione da assumere, dispone la trascrizione integrale delle registrazioni acquisite ovvero la stampa in forma intelligibile delle informazioni contenute nei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche acquisite, osservando le forme, i modi e le garanzie previsti per l’espletamento delle perizie. Le trascrizioni o le stampe sono inserite nel fascicolo per il dibattimento.
    7-bis. È sempre vietata la trascrizione delle parti di conversazioni riguardanti esclusivamente fatti, circostanze e persone estranei alle indagini. Il tribunale in ogni caso dispone che i nomi o i riferimenti identificativi di soggetti estranei alle indagini siano espunti dalle trascrizioni delle conversazioni.
    8. I difensori possono estrarre copia delle trascrizioni e fare eseguire la trasposizione delle registrazioni su supporto informatico. In caso di intercettazione di flussi di comunicazioni informatiche o telematiche i difensori possono richiedere copia su idoneo supporto dei flussi intercettati, ovvero copia della stampa prevista dal comma 7».
    13. All’articolo 269 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) il comma 1 è sostituito dal seguente:
    «1. I verbali e i supporti contenenti le registrazioni sono conservati integralmente in un apposito archivio riservato tenuto presso l’ufficio del pubblico ministero che ha disposto l’intercettazione, con divieto di allegazione, anche solo parziale, al fascicolo.»;
        b) al comma 2, primo periodo, dopo le parole: «non più soggetta a impugnazione» sono aggiunte le seguenti: «e delle stesse è disposta la distruzione nelle forme di cui al comma 3»;
        c) ai commi 2 e 3, la parola: «giudice», ovunque ricorre, è sostituita dalla seguente: «tribunale».
    14. All’articolo 270 del codice di procedura penale, il comma 1 è sostituito dal seguente:
    «1. I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali le intercettazioni sono state disposte, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento dei delitti di cui agli articoli 51, commi 3-bis e 3-quater, e 407, comma 2, lettera a), del presente codice, nonché per l’accertamento dei delitti di cui agli articoli 241, 256, 257, 416-ter, 419, 600-ter, secondo comma, e 600-quinquies del codice penale, e non siano state dichiarate inutilizzabili nel procedimento in cui sono state disposte».
    15. All’articolo 271, comma 1, del codice di procedura penale, le parole: «e 268 commi 1 e 3» sono sostituite dalle seguenti: «e 268, commi 1, 3, 5, 6 e 6-bis».
    16. All’articolo 271 del codice di procedura penale, dopo il comma 1 è inserito il seguente:
    «1-bis. I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati qualora, nell’udienza preliminare o nel dibattimento, il fatto risulti diverso e in relazione ad esso non sussistano i limiti di ammissibilità previsti dall’articolo 266».
    17. All’articolo 292 del codice di procedura penale, dopo il comma 2-ter é inserito il seguente:
    «2-quater. Nell’ordinanza le intercettazioni di conversazioni, comunicazioni telefoniche o telematiche possono essere richiamate soltanto nel contenuto e sono inserite in un apposito fascicolo allegato agli atti».
    18. All’articolo 293 del codice di procedura penale, al comma 3 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «In ogni caso i difensori possono prendere visione del contenuto integrale dell’intercettazione, richiamata nell’ordinanza per l’applicazione delle misure».
    19. All’articolo 295, comma 3, del codice di procedura penale, dopo il primo periodo è inserito il seguente: «Non si applica il limite di durata massima delle operazioni previsto nell’articolo 267, comma 3».
    20. All’articolo 329, comma 1, del codice di procedura penale, le parole: «Gli atti d’indagine» sono sostituite dalle seguenti: «Gli atti e le attività d’indagine».
    21. All’articolo 329 del codice di procedura penale, il comma 2 è sostituito dal seguente:
    «2. Quando è necessario per la prosecuzione delle indagini, il pubblico ministero può chiedere al giudice l’autorizzazione alla pubblicazione di singoli atti o di parti di essi. In tal caso gli atti pubblicati sono depositati presso la segreteria del pubblico ministero».
    22. Alla parte seconda, libro V, titolo I, del codice di procedura penale, dopo l’articolo 329 è aggiunto il seguente:
    «Art. 329-bis. - (Obbligo del segreto per le intercettazioni). – 1. I verbali, le registrazioni e i supporti relativi alle conversazioni o ai flussi di comunicazioni informatiche o telematiche custoditi nell’archivio riservato previsto dall’articolo 269, non acquisiti al procedimento, nonché la documentazione comunque ad essi inerente, sono sempre coperti dal segreto.
    2. I documenti che contengono dati inerenti a conversazioni o comunicazioni telefoniche, informatiche o telematiche, illecitamente formati o acquisiti, e i documenti redatti attraverso la raccolta illecita di informazioni, ove non acquisiti al procedimento, sono sempre coperti dal segreto; i medesimi documenti, se acquisiti al procedimento, sono coperti dal segreto fino alla chiusura delle indagini preliminari».
    23. All’articolo 380, comma 2, lettera m), del codice di procedura penale, dopo le parole: «o dalle lettere a), b), c), d),» sono inserite le seguenti: «e), e-bis),».
    24. All’articolo 89 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) il comma 1 è abrogato;
        b) al comma 2, le parole: «I nastri contenenti le registrazioni» sono sostituite dalle seguenti: «I supporti contenenti le registrazioni e i flussi di comunicazioni informatiche o telematiche» e dopo le parole: «previsto dall’articolo 267, comma 5» sono inserite le seguenti: «, nonché il numero che risulta dal registro delle notizie di reato di cui all’articolo 335»;
        c) dopo il comma 2 è aggiunto il seguente:
    «2-bis. Il procuratore della Repubblica designa un funzionario responsabile del servizio di intercettazione, della tenuta del registro riservato delle intercettazioni e dell’archivio riservato nel quale sono custoditi i verbali e i supporti».
    25. All’articolo 129 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) al comma 1, primo periodo, dopo le parole: «dell’imputazione» sono aggiunte le seguenti: «, con espressa menzione degli articoli di legge che si assumono violati, nonché della data e del luogo del fatto»;
        b) il comma 2 è sostituito dal seguente:
    «2. Quando l’azione penale è esercitata nei confronti di un ecclesiastico o di un religioso del culto cattolico, l’informazione è inviata all’autorità ecclesiastica di cui ai commi 2-ter e 2-quater.»;
        c) dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:
    «2-bis. Il pubblico ministero invia l’informazione anche quando taluno dei soggetti indicati nei commi 1 e 2 è stato arrestato o fermato, ovvero quando è stata applicata nei suoi confronti la misura della custodia cautelare; nei casi in cui risulta indagato un ecclesiastico o un religioso del culto cattolico invia, altresì, l’informazione quando è stata applicata nei suoi confronti ogni altra misura cautelare personale, nonché quando procede all’invio dell’informazione di garanzia di cui all’articolo 369 del codice.
    2-ter. Quando risulta indagato o imputato un vescovo diocesano, prelato territoriale, coadiutore, ausiliare, titolare o emerito, o un ordinario di luogo equiparato a un vescovo diocesano, abate di un’abbazia territoriale o sacerdote che, durante la vacanza della sede, svolge l’ufficio di amministratore della diocesi, il pubblico ministero invia l’informazione al cardinale Segretario di Stato.
    2-quater. Quando risulta indagato o imputato un sacerdote secolare o appartenente a un istituto di vita consacrata o a una società di vita apostolica, il pubblico ministero invia l’informazione all’ordinario diocesano nella cui circoscrizione territoriale ha sede la procura della Repubblica competente.»;
        d) il comma 3-bis è abrogato.
    26. All’articolo 147 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, il comma 2 è sostituto dal seguente:
    «2. L’autorizzazione può essere data, anche senza il consenso delle parti, dal presidente della corte d’appello, quando sussiste un interesse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento».
    27. Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) l’articolo 379-bis è sostituito dal seguente:
    «Art. 379-bis. - (Rivelazione illecita di segreti inerenti a un procedimento penale). – Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque rivela indebitamente notizie inerenti ad atti o a documentazione del procedimento penale coperti dal segreto, dei quali è venuto a conoscenza in ragione del proprio ufficio o servizio svolti in un procedimento penale, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, è punito con la reclusione da uno a sei anni.
    Se il fatto è commesso per colpa, la pena è della reclusione fino a un anno.
    Chiunque, dopo avere rilasciato dichiarazioni nel corso delle indagini preliminari, non osserva il divieto imposto dal pubblico ministero ai sensi dell’articolo 391-quinquies del codice di procedura penale è punito con la reclusione fino a un anno.
    Le pene sono aumentate se il fatto concerne comunicazioni di servizio di appartenenti al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza o ai servizi di informazione per la sicurezza.
    Per i reati di cui al presente articolo la competenza è determinata ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale.»;
        b) all’articolo 614, primo comma, le parole: «di privata dimora» sono sostituite dalla seguente: «privato»;
        c) dopo l’articolo 616 è inserito il seguente:
    «Art. 616-bis. - (Riprese e registrazioni fraudolente). – Chiunque fraudolentemente effettua riprese o registrazioni di comunicazioni e conversazioni a cui partecipa, o comunque effettuate in sua presenza, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni se ne fa uso senza il consenso degli interessati.
    La punibilità è esclusa:
        a) quando le riprese o registrazioni di cui al primo comma sono utilizzate nell’ambito di un procedimento innanzi all’autorità amministrativa ovvero giudiziaria ordinaria o amministrativa o nell’ambito di un procedimento volto alla definizione di una controversia;
        b) quando le riprese o registrazioni di cui al primo comma sono effettuate nell’ambito delle attività di difesa della sicurezza dello Stato;
        c) quando le riprese o le registrazioni di cui al primo comma sono effettuate ai fini della attività di cronaca da giornalisti appartenenti all’ordine professionale.
    Il delitto è punibile a querela della persona offesa.»;
        d) all’articolo 617 è aggiunto, in fine, il seguente comma:
    «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque pubblica intercettazioni in violazione dell’articolo 114, comma 7, del codice di procedura penale è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.»;
        e) dopo l’articolo 617-sexies è inserito il seguente:
    «Art. 617-septies. - (Accesso abusivo ad atti del procedimento penale). – Chiunque mediante modalità o attività illecita prende diretta cognizione di atti del procedimento penale coperti dal segreto è punito con la pena della reclusione da uno a tre anni. Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio la pena è della reclusione da due a sei anni.»;
        f) all’articolo 684, le parole: «con l’ammenda da euro 51 a euro 258» sono sostituite dalle seguenti: «con l’ammenda da euro 1.000 a euro 5.000»;
        g) all’articolo 684 sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
    «La stessa pena di cui al primo comma si applica per la violazione dei divieti previsti dall’articolo 114, comma 6-ter, del codice di procedura penale.
    Se il fatto di cui al primo comma riguarda le intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche o di altre forme di telecomunicazione, le immagini mediante riprese visive o l’acquisizione della documentazione del traffico delle conversazioni o comunicazioni stesse, la pena è dell’arresto fino a trenta giorni o dell’ammenda da euro 2.000 a euro 10.000.»;
        h) al libro III, titolo I, capo I, sezione III, paragrafo 1, dopo l’articolo 685 è aggiunto il seguente:
    «Art. 685-bis. - (Omesso controllo in relazione alle operazioni di intercettazione). – Salva la responsabilità dell’autore della pubblicazione e fuori dei casi di concorso, i soggetti di cui agli articoli 268, comma 3-ter, del codice di procedura penale e 89, comma 2-bis, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, che omettono di esercitare il controllo necessario ad impedire l’indebita cognizione di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche, di altre forme di telecomunicazione, di immagini mediante riprese visive e della documentazione del traffico della conversazione o comunicazione stessa di cui all’articolo 266, comma 1, del codice di procedura penale, sono puniti con l’ammenda da euro 500 a euro 1.032».
    28. L’articolo 25-novies (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria) del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dai seguenti:
    «Art. 25-decies. - (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria). – 1. In relazione alla commissione del delitto di cui all’articolo 377-bis del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote.
    Art. 25-undecies. - (Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale). – 1. In relazione alla commissione del reato previsto dall’articolo 617, quarto comma, del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da cento a trecento quote.
    2. In relazione alla commissione del reato previsto dall’articolo 684 del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da cento a duecento quote».
    29. All’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) dopo il terzo comma è inserito il seguente:
    «Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell’articolo 32 del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»;
        b) al quarto comma, dopo le parole: «devono essere pubblicate» sono inserite le seguenti: «, senza commento,»;
        c) dopo il quarto comma è inserito il seguente:
    «Per la stampa non periodica l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cura e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto di rilievo penale. La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata, entro sette giorni dalla richiesta, con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l’ha determinata.»;
        d) al quinto comma, le parole: «trascorso il termine di cui al secondo e terzo comma» sono sostituite dalle seguenti: «trascorso il termine di cui al secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, e sesto comma» e le parole: «in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo e quarto comma» sono sostituite dalle seguenti: «in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, quinto e sesto comma»;
        e) dopo il quinto comma è inserito il seguente:
    «Della stessa procedura può avvalersi l’autore dell’offesa, qualora il direttore responsabile del giornale o del periodico, il responsabile della trasmissione radiofonica, televisiva, o delle trasmissioni informatiche o telematiche, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, non pubblichino la smentita o la rettifica richiesta».
    30. Al titolo I, capo VI, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, dopo l’articolo 90 è aggiunto il seguente:
    «Art. 90-bis. - (Spese di gestione e di amministrazione in materia di intercettazioni telefoniche e ambientali). – 1. Entro il 31 marzo di ogni anno ciascun procuratore della Repubblica trasmette al Ministro della giustizia una relazione sulle spese di gestione e di amministrazione riferite alle intercettazioni telefoniche e ambientali effettuate nell’anno precedente. Ai fini del controllo sulla gestione amministrativa di cui alla legge 14 gennaio 1994, n. 20, la relazione è trasmessa dal Ministro della giustizia al procuratore generale della Corte dei conti».
    31. All’articolo 4 della legge 20 giugno 2003, n. 140, dopo il comma 4 sono aggiunti i seguenti:
    «4-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando l’autorità giudiziaria esegue nei confronti di soggetti diversi da quelli indicati nel comma 1 intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni, ovvero acquisisce tabulati di comunicazioni, allorché da qualsiasi atto di indagine emerga che le operazioni medesime sono comunque finalizzate, anche indirettamente, ad accedere alla sfera delle comunicazioni del parlamentare.
    4-ter. I verbali e i supporti contenenti le operazioni di cui al comma 1 sono inseriti in fascicolo separato e conservati in apposita sezione dell’archivio riservato di cui all’articolo 269, comma 1, del codice di procedura penale».
    32. All’articolo 6 della legge 20 giugno 2003, n. 140, dopo il comma 6 è aggiunto il seguente:
    «6-bis. I verbali e i supporti contenenti le registrazioni di cui al comma 1 sono immediatamente trasmessi al procuratore della Repubblica, che ne dispone l’inserimento in un fascicolo separato, conservato in apposita sezione dell’archivio riservato di cui all’articolo 269, comma 1, del codice di procedura penale. Salvo quanto previsto al comma 1, della loro sussistenza è data riservata comunicazione al parlamentare interessato alla conclusione delle indagini preliminari».
    33. Con decreto del Ministro della giustizia, sentito il Consiglio superiore della magistratura, è stabilito annualmente lo stanziamento complessivo massimo di spesa per il servizio riguardante le operazioni di intercettazione ripartito per ciascun distretto di corte di appello. Il procuratore generale della corte di appello provvede alla ripartizione dello stanziamento tra le singole procure della Repubblica. Il limite di spesa può essere derogato su richiesta del procuratore capo al procuratore generale per comprovate sopravvenute esigenze investigative.
    34. Al fine del contenimento della spesa pubblica per operazioni di intercettazione, con decreto dei Ministri della giustizia, dello sviluppo economico e per la pubblica amministrazione e l’innovazione, da adottare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le tariffe per la fornitura dei servizi connessi all’esecuzione delle operazioni di intercettazione da parte delle società concessionarie di pubblici servizi di telefonia.
    35. All’attuazione del comma 33 si provvede nell’ambito delle risorse previste a legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.
    36. L’articolo 13 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni, è abrogato.
    37. Al codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) all’articolo 139, il comma 5 è sostituito dai seguenti:
    «5. In caso di violazione delle prescrizioni contenute nel codice di deontologia o, comunque, delle disposizioni di cui agli articoli 11 e 137 del presente codice, il Garante può vietare il trattamento o disporne il blocco ai sensi dell’articolo 143, comma 1, lettera c).
    5-bis. Nell’esercizio dei compiti di cui agli articoli 143, comma 1, lettere b) e c), e 154, comma 1, lettere c) e d), il Garante può anche prescrivere, quale misura necessaria a tutela dell’interessato, la pubblicazione o diffusione in una o più testate della decisione che accerta la violazione, per intero o per estratto, ovvero di una dichiarazione riassuntiva della medesima violazione.
    5-ter. Nei casi di cui al comma 5-bis, il Consiglio nazionale e il competente consiglio dell’Ordine dei giornalisti, anche in relazione alla responsabilità disciplinare, nonché, ove lo ritengano, le associazioni rappresentative di editori possono far pervenire documenti e la richiesta di essere sentiti.
    5-quater. La pubblicazione o diffusione di cui al comma 5-bis è effettuata gratuitamente nel termine e secondo le modalità prescritti con la decisione, anche per quanto riguarda la collocazione, le relative caratteristiche anche tipografiche e l’eventuale menzione di parti interessate. Per le modalità e le spese riguardanti la pubblicazione o diffusione disposta su testate diverse da quelle attraverso le quali è stata commessa la violazione, si osservano le disposizioni di cui all’articolo 15 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 2003, n. 284.»;
        b) all’articolo 170, comma 1, dopo le parole: «26, comma 2, 90,» sono inserite le seguenti: «139, comma 5-bis,».
    38. All’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109, dopo la lettera h) è inserita la seguente:
        «h-bis) l’inserimento nella motivazione di un provvedimento giudiziario di circostanze relative a fatti personali di terzi estranei, che non rilevano a fini processuali».
    39. Salvo quanto previsto ai commi 40, 41 e 42, le disposizioni di modifica del codice di procedura penale contenute nella presente legge non si applicano, nei procedimenti pendenti alla data della sua entrata in vigore, alle operazioni di cui all’articolo 266 del codice di procedura penale per le quali è già stato emesso il provvedimento di autorizzazione o di proroga. In tali casi, fatta salva la validità delle operazioni precedentemente disposte, le stesse non possono ulteriormente proseguire, a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, per un tempo superiore alla durata massima stabilita nell’articolo 267 del codice di procedura penale, come modificato dal comma 11 del presente articolo.
    40. Le disposizioni di cui agli articoli 114, 268, comma 7-bis, 329 e 329-bis del codice di procedura penale, nonché le disposizioni di cui agli articoli 129 e 147 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, come modificate o introdotte dal presente articolo, si applicano anche ai procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge.
    41. Le disposizioni di cui all’articolo 267, comma 1, del codice di procedura penale, limitatamente all’attribuzione della competenza al tribunale del capoluogo del distretto e alla composizione collegiale dello stesso, acquistano efficacia decorsi dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge. Fino a tale data continuano a trovare applicazione le disposizioni precedentemente vigenti.
    42. Le disposizioni di cui al comma 3 dell’articolo 268 del codice di procedura penale, come sostituito dal comma 12 del presente articolo, si applicano decorsi tre mesi dalla data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’apposito decreto del Ministro della giustizia che dispone l’entrata in funzione dei centri di intercettazione telefonica di cui al medesimo comma 3 dell’articolo 268. Fino a tale data continuano a trovare applicazione le disposizioni del comma 3 dell’articolo 268 del codice di procedura penale nel testo vigente prima della data di entrata in vigore della presente legge.


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POLITICA
2 febbraio 2010
LA GIUSTIZIA, CANCRO DELLA LEGGE
Il giudice monocratico di Milano, dr.Oscar Magi, ha condannato  gli agenti della Cia per il rapimento del presunto terrorista Abu Omar; ha invece dichiarato il non luogo a procedere per il generale Nicolò Pollari ed altri agenti italiani perché il governo ha opposto il segreto di Stato. I particolari sono sulla Stampa di Torino (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201002articoli/51795girata.asp).
Il magistrato però non si è limitato, come era suo dovere, a motivare le condanne e le assoluzioni: ha aspramente condannato i governi Prodi e Berlusconi, la Corte Costituzionale, il segreto di Stato, la legislazione italiana e infine, solo moralmente ma con molta severità, le persone che la legge ha sottratto al suo giudizio. Tutto questo è aberrante.
Malgrado l’espressione consacrata, nelle aule dei Tribunali non si amministra giustizia: si applica la legge. La differenza non è da poco. La legge è un dato obiettivo, la giustizia un dato soggettivo. Se si amministrasse la giustizia, ogni volta che il giudice trova che la legge sia ingiusta, sarebbe esentato dall’applicarla. Con quali conseguenze è facile immaginare.
La legge scritta è uno scudo contro la giustizia. O più esattamente contro l’opinione che di essa può avere un singolo.  È questa l’esigenza che, già a metà del V Secolo a.C., fece redigere la Legge delle Dodici Tavole. Esse resero prevedibili le sentenze e realizzarono, nei limiti di quel tempo,  la certezza del diritto: un letto di Procuste di cui almeno si conosce la lunghezza.
Il dovere del magistrato, nel processo, è quello di applicare la legge che in astratto prevede il fatto. Nulla di più. Se un’azione gli pare orribile ma non è punibile, deve assolvere; se invece trova che la legge è ingiusta, deve applicarla lo stesso. I commenti, eventualmente, in sede di dottrina e de iure condendo (cioè per modificare le leggi).
È  inammissibile che un giudice, come quello di Milano, manifesti tanto rabbiosamente il proprio disappunto per non aver potuto condannare qualcuno. Fra l’altro lui stesso non dà per certo il reato: scrive infatti che il rapimento fu operato dalla Cia con la "conoscenza e forse la compiacenza" del Sismi. Come se la conoscenza e la compiacenza in sé fossero delitti. Ma questo è solo il prologo. Il giudice condanna la Corte Costituzionale, rea di avere emesso un verdetto che costituisce   "un paradosso logico e giuridico di portata assoluta e preoccupante”, perché ha ammesso il segreto di Stato; poi condanna il segreto di Stato: esso infatti consente che gli imputati “di una gravissima vicenda” possano sottrarsi ad “una corretta valutazione delle loro responsabilità”; e visto che c’è condanna anche la legislazione italiana: il segreto di Stato infatti significa, «in termini molto semplici, ammettere che gli stessi  [colpevoli] possano godere di un’immunità di tipo assoluto a livello processuale e sostanziale; immunità che non sembra essere consentita da nessuna legge di questa Repubblica». Nessuna legge? Se il segreto di Stato è stato opposto, era opponibile. Piuttosto, al dr.Magi non è venuto il sospetto di un qualche eccesso, in una sentenza che condanna la Cia, la Corte Costituzionale, il governo, le leggi italiane e il Parlamento che le fa? Il padreterno, nel dubbio, si starà cercando un avvocato.
Figurarsi come viene trattato il generale Pollari. Questi partecipò “sicuramente” ad “attività di ostacolo e sviamento delle indagini” tanto che per lui “rimane un giudizio morale fortemente negativo”, in quanto agì, tra l’altro, “in qualità di servitore dello Stato”. Va intanto notato di nuovo quel “sicuramente” che significa probabilmente: diversamente si fornirebbero le prove. Ma soprattutto il dr.Magi dimentica di non essere affatto qualificato ad emettere giudizi morali, né positivi, né negativi. Essi sono necessari solo quando si tratti di applicare circostanze attenuanti o aggravanti ma, appunto, in caso di condanna. Se invece un cittadino è sottratto al giudizio, anche in forza di leggi che non piacciono al magistrato, nessuno può giudicarlo né giuridicamente né moralmente.
Inoltre, come osa il dr.Magi rimproverare al generale il suo comportamento di “servitore dello Stato” se questo stesso Stato si è mostrato tanto contento dei suoi servigi da avere opposto il segreto?
Sarebbe bello se si potesse querelare per diffamazione un magistrato. Questa sentenza fa il paio con quella di Andreotti, condannato moralmente visto che non si poteva condannarlo giuridicamente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 febbraio 2010


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