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politica estera
15 dicembre 2014
ISRAELE INSEGNA STORIA
Benjamin Netanyahu, al meeting di Roma, dovrebbe parlare con Matteo Renzi e con John Kerry, capo della diplomazia americana. Egli ha già preannunciato: "Dirò a Kerry e a Renzi che Israele respinge i tentativi di assalti diplomatici, attraverso decisioni dell'Onu, per costringerci ad un ritiro entro i confini di 47 anni fa". L'Autorità Nazionale Palestinese vorrebbe infatti che l'Onu fissasse una scadenza per quel ritiro. E Netanyahu ha precisato che i nuovi confini porterebbero "estremisti islamici nei sobborghi di Tel Aviv e nel cuore di Gerusalemme".
Il commento deve essere preceduto da un riferimento storico. Ciò che è sentito come assurdo a volte cambia in funzione del tempo o delle diverse società. Oggi, in una commedia ambientata a Manhattan, un personaggio che vede dappertutto delle streghe e vorrebbe condannarle a morte, sarebbe più che eccentrico. Ma se la stessa commedia fosse stata scritta e rappresentata nel XVII secolo non si sarebbe stupito nessuno: perché allora alle streghe credevano tutti, dal popolino alle persone colte.
Viceversa, quella stessa platea che prendeva sul serio le streghe, probabilmente troverebbe ai limiti del grottesco la proposta riguardante i confini di Israele, mentre i nostri contemporanei trovano naturale l'ipotesi che un Paese attaccato da nemici che volevano annientarlo, dopo averli vinti in battaglia rinunci poi alla parte del territorio conquistato che giudica essenziale per la sua difesa. E ciò soltanto perché un'assemblea di rètori glielo chiede. Veramente, il senso dell'assurdo cambia col tempo.
Lo sforzo di capire la storia deve spingere ad elevarsi al di sopra delle convinzioni correnti nel proprio tempo. Nell'antichità, cioè nel momento in cui la schiavitù era universalmente considerata normale, ci sono stati pensatori che l'hanno trovata inumana. In piena guerra di religione, Michel de Montaigne accoglieva nel suo castello, con uguale bonomia, protestanti e cattolici che altrove si scannavano con  entusiasmo. Proprio per queste ragioni dobbiamo sforzarci di immaginare che nel Seicento saremmo stati capaci di mettere in dubbio i poteri delle streghe, come oggi dovremmo ritrovare la capacità di trovare assurda l'idea di una Onu che spera di far prevalere le parole sulle armi, e perfino sulle esigenze di sopravvivenza di un piccolo Paese circondato da nemici.
La considerazione in cui sarà comunque tenuta l'eventuale risoluzione dell'Onu è stupefacente per un altro verso. Se questa solenne istituzione in passato fosse stata capace di grandi azioni, le sue parole (plausibili o non plausibili che esse fossero) sarebbero un fattore di peso nella politica internazionale. Ma da sola essa è stata costantemente un elemento ininfluente. Un semplice forum politico. È riuscita soltanto ad organizzare pressoché inutili missioni di pace, (a cura dei Paesi disposti a mandare dei militari) avendo l'impudenza di ritirarle quando divenivano veramente necessarie, come prima della Guerra dei Sei Giorni. Per il resto, nella politica internazionale ha avuto un peso soltanto quando alcuni governi hanno deciso di impegnarsi in prima persona, come è avvenuto in occasione dell'invasione del Kuwait. In questi casi le risoluzioni dell'Onu hanno avuto efficacia perché si era verificata una convergenza di interessi fra chi parlava e chi era disposto a combattere. Gli Stati Uniti sono quelli che più spesso si sono mossi in prima persona: nel 1950 - naturalmente a nome dell'Onu - corsero in aiuto della Corea del Sud per contenere l'espansionismo militare comunista. Ma se non l'avessero fatto, combattendo un'autentica guerra, la Corea del Nord avrebbe invaso la Corea del Sud malgrado la condanna del Palazzo di Vetro.
All'Onu contro Israele c'è una "maggioranza automatica". Dunque le condanne di Gerusalemme non si contano. Nemmeno quando ha patentemente ragione. Ma tutte quelle risoluzioni sono rimaste lettera morta, perché nessuno ha mai voluto, o potuto, sostenerle con le armi. Le risoluzioni, senza le armi, sono efficaci quanto un'Avemaria contro il terremoto. 
Eppure nessuno impara. Abbiamo costantemente la riprova dell'inutilità e a volte della scorrettezza di quell'organismo, e ciò malgrado gli ingenui ancora l'invocano come se avesse poteri taumaturgici, Mentre in realtà, di suo, non ha nemmeno un corpo di vigili urbani per regolare il traffico.
Viviamo immersi in un mondo di retorica talmente soffocante che non soltanto dimentichiamo che in politica internazionale conta soltanto la forza - in atto o minacciata - ma rimaniamo convinti dell'efficacia delle parole, degli auspici e delle maledizioni, anche quando l'esperienza ci conferma, decennio dopo decennio, che nella Realpolitik esse non contano assolutamente niente.
Israele ha fornito fondatissime giustificazioni per spiegare perché non accetterebbe la risoluzione dell'Onu, e ciò facendo ha sacrificato al nuovo idolo legale. In realtà avrebbe potuto rispondere a viso aperto, come sempre in passato: "Ho vinto la guerra e tutte le condizioni le stabilisco io".
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 dicembre 2014


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POLITICA
18 novembre 2014
DUE NOTIZIE CHE MANCANO SUI GIORNALI


Treno puntuale non è notizia, treno che deraglia e fa dei morti sì. È la legge del giornalismo. Tuttavia così si corre il rischio di ignorare fatti importanti, anche se non connotati da un evento clamoroso. Dunque a volte è il caso di occuparsi delle non-notizie, e la prima - importante - riguarda lo Stato Islamico. 

Fino a qualche tempo fa si parlava continuamente della sua inarrestabile avanzata. Naturalmente si parlava soprattutto delle atrocità commesse da quell'improvvisato esercito, ma fondamentale appariva il fatto che, malgrado l'orrore, nessuno potesse resistergli. E infatti, quando l'esercito di al-Baghdadi ha attaccato la cittadina di Kobanê, gli scommettitori non avrebbero rischiato un penny sulla sua resistenza. Ed ecco la non-notizia:  non soltanto Kobanê non è caduta, ma non se ne parla più. E non si parla neanche di avanzate fulminanti e di avanguardie di fanatici avvistate nei dintorni di Baghdad. Non che le notizie manchino del tutto. L'ultima è che il boia ha decapitato un imprudente giovanotto che è andato lì per aiutare i malati e si è anche convertito all'Islàm, ma ha mantenuto la colpa di essere americano. Ma proprio il fatto che si parli di ciò dimostra che non vi sono notizie militari, e ciò dura da parecchio tempo. Sarebbe opportuno che i giornali ci dicessero se per caso si sono distratti, mentre lì sta cambiando la geografia politica, o se la resistenza al "califfo" è diventata tanto efficiente da averne frenato lo slancio. Tanto che si delinea un esito finale diverso da quello temuto fino ad oggi. Non sarebbe cosa senza importanza. 

Un secondo non-avvenimento di cui i giornali sembrano non cogliere l'importanza è che, da quando Israele ha lanciato l'operazione Protective Edge, non si è più parlato di razzi sparati dalla Striscia di Gaza per uccidere civili israeliani. Questa calma - che era lo scopo preciso e dichiarato della Protective Edge e che dura da più di tre mesi - era un risultato tutt'altro che scontato. All'inizio, per nove giorni, gli israeliani infatti si limitarono agli attacchi aerei, sperando che ciò bastasse a convincere Hamas a smettere gli atti di guerra. Si temeva infatti, ragionevolmente, che un attacco di terra sarebbe stato costoso in termini di vite umane, in termini economici, in termini d'immagine internazionale e senza la garanzia che si raggiungesse lo scopo. Ma il corso delle operazioni militari dipende anche dal comportamento del nemico. Durante i giorni dei raid aerei Hamas non solo non accennò a cedere, ma aumentò in modo sbalorditivo il lancio di razzi e di colpi di mortaio (alla fine dell'operazione se ne contarono più di 4.500). Dunque l'azione aerea si dimostrò insufficiente e Gerusalemme decise l'attacco di terra. 

La decisione fu presa malvolentieri ma con perfetta logica militare, e cambiò anche lo spirito dell'operazione: se i colpi d'avvertimento non bastavano, bisognava che i colpi effettivi fossero devastanti ed indimenticabili. Non che ciò garantisse il successo (ché proprio per questo si era tanto esitato) ma non si poteva perdere la faccia. E infatti le sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza furono immense. Non tanto perché Israele volesse massacrare dei cittadini inermi: se ciò avesse voluto, i risultati sarebbero stati ben diversi. Ricordiamoci di Dresda. Ma Tsahal, anche per diminuire i propri rischi, ha pressoché volontariamente distrutto un'infinità di alloggi e ogni edificio da cui si è sparato contro i soldati. La lezione è stata straordinariamente dura, tanto che, anche se Hamas ha disperatamente cercato di rifiutare la tregua, alla fine - probabilmente spinta dallo scontento della popolazione - ha dovuto cedere: e così completamente che, tre mesi dopo, non abbiamo più notizia di razzi caduti sul territorio di Israele. 

Questo silenzio, questa calma dimostrano che i razzi non erano l'iniziativa di privati incontrollabili. Se così fosse stato, i lanci non sarebbero cessati. Dunque si conferma che Hamas è responsabile di quei lanci tendenti ad uccidere civili israeliani ed è dunque, tecnicamente, un' "organizzazione "terroristica". Inoltre si ha la dimostrazione della falsità di un pregiudizio occidentale. Nell'epoca del buonismo si pensa che l'autorità non possa nulla, contro il ribellismo: ma ciò è vero soltanto nella misura in cui ci si riferisce ad un potere che limita sé stesso e che, avendo "mala coscienza", per usare un'espressione di Nietzsche, non osa servirsi dei suoi strumenti. Se invece il potere è disposto ad usare sul serio la forza, o se - come nel caso di Israele - è costretto a farlo, il ribellismo di piazza si sgonfia. 

Gerusalemme è costretta, dalla necessità della legittima difesa, alla più concreta Realpolitik, e in questo senso è uno dei pochi Paesi il cui comportamento può essere proficuamente studiato, anche nell'epoca contemporanea, per comprendere le regole eterne della storia. 

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it 

18 novembre 2014


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POLITICA
10 settembre 2014
CHI HA VINTO A GAZA
Alla fine di alcuni conflitti, non ci sono dubbi su chi abbia vinto e chi abbia perso: dopo la Terza Guerra Punica, di Cartagine non rimase pietra su pietra. Viceversa già Tucidide annotava, durante la guerra del Peloponneso, che dopo molte battaglie ambedue gli eserciti innalzavano il trofeo, cioè celebravano la vittoria. Nell'epoca moderna, soprattutto per la mitezza del vincitore, qualche dubbio è stato consentito per l'esito dell'intera guerra: da ciò nacque il revanscismo tedesco negli Anni Trenta, la Germania essendo rimasta intatta. L'Italia, addirittura, ha arditamente proclamato d'avere vinto la Seconda Guerra Mondiale. Agli anglo-americani si è arresa, all'evidenza no.
Nel caso dei vari conflitti arabo-israeliani, il problema è costituito dal fatto che i palestinesi reputano di avere vinto se sono morti cento dei loro e due israeliani. I capi di Hamas sono arrivati a sentirsi degli eroi vincenti perché disposti a far morire la popolazione civile pur di continuare a sparare razzi contro Israele. Con una simile bilancia nessuna pesata è affidabile e bisogna basarsi soltanto sui fatti. 
Il primo dato importante è che, da molti giorni a questa parte, i giornali non parlano mai di Gaza. Significa che da essa non è partito neppure un razzo verso Israele. È molto importante che la tregua sia rispettata, soprattutto se si pensa che un'altra tregua è stata prima accettata e poi violata da Hamas. Dunque Hamas non aveva molta voglia di deporre le armi: per settimane ha voluto dimostrare l'assurdo orgoglio di attaccare Israele nel momento stesso in cui faceva subire il peso di una severa punizione alla popolazione inerme ed innocente. Bisogna dunque capire che cosa è cambiato.
Israele si è resa conto che la precedente rappresaglia (Piombo Fuso, 2008-2009), determinata anch'essa dall'insistenza con cui da Gaza partivano razzi contro Israele, non ha impedito la ripresa di quei lanci. Dunque probabilmente stavolta non ha voluto una semplice replica: ha avuto l'intenzione d'impartire una lezione indimenticabile. I media occidentali, proni alla propaganda palestinese, hanno continuato a parlare di bambini morti (dimenticando le rampe dei razzi montate sui condomini) ed hanno ignorato che le estese distruzioni operate dagli israeliani devono essere state veramente impressionanti. Per quanto la popolazione non sia libera di esprimere la propria opinione, la stessa Hamas deve essersi resa conto che la misura era colma. Infatti alle celebrazioni per la "vittoria", se veramente Gaza fosse stata lieta dell'esito del conflitto, la folla sarebbe stata oceanica, mentre alla sfilata sono stati quattro gatti in servizio comandato.
Il secondo dato evidente è che, se Hamas ha accettato la tregua anche senza aver ottenuto nulla di ciò che aveva posto come condizione, è stato perché costretta. La sua sconfitta, evidente, è stata determinata dall'aver perso per strada molti amici. L'Egitto - che con Morsi  sembrava il suo protettore ed il suo entroterra naturale - con al-Sisi è divenuto nettamente ostile. Hamas infatti è un pericolo per ogni stato laico e minacciato dal terrorismo. Per trovare finanziatori, Gaza deve rivolgersi ad amici lontani (il Qatar, in particolare) e per armi all'Iran. Col problema, se l'Egitto non chiude un occhio, di come farle arrivare a Gaza. Tutto è divenuto più difficile.
È stata pure sfavorevole a Gaza la pessima pubblicità che gli integralisti musulmani fanatici le hanno fatto nel nord della Siria e in Iraq. Quello stesso Iran che, pur essendo sciita, era disposto ad aiutare i fanatici sunniti di Gaza quando "lottavano" contro Israele, nel momento in cui essi sono naturalmente alleati o simpatizzanti dell'Isis, sente che il suo primo dovere è quello di fermare l'estremismo sunnita. 
Spingendo Israele alla reazione, Gaza ha ottenuto soltanto migliaia di morti ed ingenti distruzioni che chissà quando potrà riparare. Ha dovuto rinunciare alle condizioni che poneva per accettare la tregua, perché ciò le ha imposto l'Egitto. Ha infine perduto il "diritto" di sparare razzi contro Israele, e dunque attualmente si può stabilire, con ragionevole certezza, che questo round è andato a Gerusalemme.
Del futuro non si può dir nulla. Se il prosieguo dei negoziati sotterranei condurrà ad una sostanziale smilitarizzazione della Striscia ed anche ad una sua apertura al resto del mondo, si sarà raggiunta la pace. Con grande vantaggio dei palestinesi. Se invece, fra qualche tempo, riprenderà il lancio di razzi verso Israele, tutto dipenderà dalla reazione di Gerusalemme. Se sopporterà pazientemente, come ha fatto in passato, potremmo esser ripartiti per un altro giro. Se invece rispondesse pesantemente e subito, il gioco passerebbe in mano ad Hamas, che dovrebbe scegliere se continuare, malgrado le morti e le distruzioni, o tenere al guinzaglio gli innamorati dei razzi che sognano di assassinare civili.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
9 settembre 2014


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POLITICA
20 agosto 2014
SPIEGARE GAZA
Qualcuno ha detto che "tutti hanno diritto al loro quarto d'ora di celebrità". Personalmente aspetto ancora il mio, ma l'ha certo avuto il deputato Di Battista, del M5S, quando ha affermato che con i terroristi si può/si deve dialogare. Sempre che non interrompano la vostra prima frase tagliandovi la gola. In realtà, tentare di dialogare con i fanatici (al massimo, per telefono) è azzardato, ma tentare di capirli - non di giustificarli - può essere utile. E analogo sforzo si può tentare riguardo al comportamento dei palestinesi che, dal 1948, sono soltanto riusciti a rendere ogni giorno più penosa la loro situazione. 
Allora gli abitanti della Cisgiordania (la Palestina è un'espressione geografica) avrebbero potuto avere uno Stato e l'hanno rifiutato pur di non "concederlo" anche agli ebrei. Avrebbero potuto lavorare come frontalieri  nelle loro imprese, con notevole sollievo per la propria economia, ma hanno finito col farsi identificare più come terroristi che come possibili operai. Avrebbero almeno potuto non attaccare Israele, ma hanno tentato in ogni modo di farlo, fino ad esserne separati da una recinzione impenetrabile e - nel caso di Gaza - fino a vivere in un territorio chiuso da ogni lato come una prigione. Eppure, invece di rassegnarsi ad un'evidente sconfitta, da Gaza hanno sparato tanti razzi, contro Israele, da innescare due devastanti reazioni (nel 2008-2009 e oggi). Non hanno seriamente danneggiato gli israeliani, ma hanno gravissimamente danneggiato sé stessi. Ogni aggravamento delle iniziative ostili si è infatti risolto in una loro maggiore sofferenza. Ciò tuttavia non li ha indotti a cambiare linea. Ecco il mistero che sarebbe bello chiarire.
Mi scrive una gentile amica: "Ho vissuto per un anno in Cisgiordania lavorando per i palestinesi, ho molto apprezzato le loro grandi qualità (onestà e solerzia) ma mi ha sempre stupito la loro straordinaria capacità di farsi del male. Ero là quando l'Iraq ha invaso il Kuweit e loro, che ricevevano da quel paese degli aiuti straordinari, hanno tifato per Saddam che aveva sparato dei razzi su Israele. Dall'oggi all'indomani i kuweitiani hanno smesso di sostenerli".
Secondo l'insegnamento di Socrate, nessuno sbaglia volendo sbagliare. Dunque bisognerà cercare una spiegazione che, soggettivamente, ponga i palestinesi dal lato della ragione. I soldati della Prima Guerra Mondiale, che si tagliavano un dito per dire che non potevano più sparare, volevano soltanto non morire in battaglia. Dunque, anche ad ammettere che i palestinesi si comportino in modo oggettivamente autolesionistico, bisogna cercare una spiegazione corrispondente alla ricerca di una utilità.
I palestinesi - soprattutto quelli di Gaza - sopravvivono grazie ai generosi finanziamenti di Stati come il Qatar e, in passato, del Kuwait. Se hanno potuto applaudire Saddam Hussein e manifestare la più totale indifferenza nei confronti del loro benefattore Kuwait aggredito e invaso, è perché reputavano che Israele li danneggiasse più di quanto il Kuwait non li aiutasse. A fronte di questa "verità" fondamentale, che ciò non fosse vero, che avessero bisogno della carità dei kuwaitiani, non contava.
I palestinesi sono poveri, incolti, e oggetto di una martellante propaganda che finisce con l'ingenerare una sorta di paranoia collettiva. Gli si ripete da mane a sera che tutti i loro guai sono causati dagli ebrei. Che questi siano assenti, che se ne stiano volentieri a casa loro, che chiedano soltanto di essere lasciati in pace, che siano militarmente infinitamente più forti, pur essendo un'evidente realtà, non conta. Il massimo bisogno è quello d'avere una spiegazione per il proprio disagio. La possibilità di dare a qualcuno la colpa di tutto. La speranza di risolvere un giorno, d'un sol colpo, tutte le proprie difficoltà, eliminando fisicamente l'odiato nemico. Il Kuwait forniva soldi, l'odio degli ebrei una speranza di riscatto.
Per chiudere a questo punto gli occhi sulla realtà, è necessaria una sconfinata ignoranza accoppiata alla risoluta intenzione di credere non ciò che è evidente ma ciò che è consolante. L'antico meccanismo del capro espiatorio, cioè il rigetto delle proprie colpe su altri, accoppiato con un antisemitismo divenuto il loro stesso sangue, fa sì che i palestinesi si rifiutino di ragionare. Anche quando, a causa di queste idee, si procurano dei guai, di essi dànno la colpa ad Israele: coloro che hanno provocato l'attuale tragedia di Gaza non sono i criminali che hanno sparato centinaia di razzi sperando di fare dei morti nella popolazione civile di Israele, sono gli israeliani che, cercando di farli smettere, hanno attuato una violenta rappresaglia. Come se si potesse sostenere che il torto della violenza è di chi si difende e non di chi della violenza ha preso l'iniziativa. Israele serve egregiamente a spiegare tutti i mali del mondo e tanto basta. Le parole e i fatti urtano contro qualcosa che è più forte di loro: la Fede.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
20 agosto 2014

PER GLI EVENTUALI COMPETENTI IN LINUX
Provo ad installare Ubuntu, non scelgo "Installa Ubuntu" nella versione che cancellerebbe Windows 7, scelgo "altro". Ci sono le varie opzioni: Dimensione , utilizzo ecc. Ma soprattutto: "punto di mount": qual è? /boot? /home/? Un altro?
Quando mi SI chiede se formattare, devo dire sì o no?
Cliccando su Nuova Tabella Partizioni per alcune delle soluzioni sopraddette, (in particolare spazio libero), a sinistra si attivano il + e il - (Change). Si ottiene la finestra "Crea partizione". Quale scegliere? Dimensione 105, per esempio? Partizione primaria o partizione logica? Inizio? Fine? Punto di mount? Formattare sì o no?
Fino ad ora tutti i tentativi, con le varie combinazioni, dànno sempre il risultato della scritta: “Non è stato definito alcun file system di root. Correggere questo problema dal menù di partizionamento”. 
Qualcuno può aiutarmi indicandomi il percorso da seguire, fra tutte queste opzioni?
Ringrazio anticipatamente. 
Gradirei mi si rispondesse al mio indirizzo privato giannipardo@libero.it


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POLITICA
11 agosto 2014
LA LEZIONE DEL MASSACRO
Quando avvengono fatti orrendi, come quelli che si verificano attualmente nel nord dell'Iraq, il lettore di giornali misura la propria impotenza, e quella della Grande Europa, con tutta la sua storia, il suo progresso e i suoi principi morali. Gli stessi Stati Uniti fanno la mossa di inviare alcuni aerei a bombardare i massacratori ma si guardano bene dall'impegnare il loro esercito. Come criticarli? Non soltanto da questo genere di iniziative essi hanno ricavato soltanto morti e rimproveri, ma noi europei non abbiamo neppure mandato un ricognitore. 
La realtà è che non si può far molto, in questi casi. O si occupa il territorio militarmente e a tempo indeterminato - e si è visto con quali risultati in Afghanistan e nello stesso Iraq - oppure si aspetta che si esaurisca il numero delle possibili vittime. A meno che i massacratori non si stanchino prima.
Questi fatti impartiscono testardamente sempre la stessa lezione. Bisogna assolutamente evitare, per quanto possibile, la mescolanza sullo stesso territorio di etnie diverse per religione, per razza o per qualunque elemento che possa costituire possente elemento di identificazione. Già soltanto se non si parla la stessa lingua, come in Belgio, si passa il tempo ad odiarsi dalla mattina alla sera. E se va male, tra "loro" e "noi" è sempre possibile che scoppi una guerra civile. L'abbiamo imparato, nell'epoca contemporanea, a spese della Jugoslavia. Se i serbi si sentono diversi dagli sloveni e questi - ci mancherebbe - dai macedoni, o c'è un potere forte e spietato che li tiene insieme, oppure si arriva allo scontro. L'impero sovietico è stato sconfinato, ai tempi di Stalin, perché nessuno osava fiatare, temendo che diversamente avrebbe fiatato per l'ultima volta. Ma non appena c'è stato un venticello di libertà, ognuno è andato per i fatti suoi. E quando la separazione è incruenta, come nella minuscola Cecoslovacchia, è il massimo della fortuna.
In Iraq sono costretti a convivere sunniti e sciiti, cristiani e musulmani, "arabi" e curdi. Con Saddam Hussein regnava la pace, a volte quella dei cimiteri, con la libertà abbiamo la guerra di tutti contro tutti. Non tutti i popoli sono uguali. Non tutti i popoli sono mescolati e pacifici come gli svizzeri. I quali però spesso sono saggiamente tenuti separati dalle montagne.
Comunque, quando ci si trova in una situazione di etnie miste, bisogna tenere conto della storia. Il fatto che in passato non si siano mai verificati dei massacri, o il fatto di essere "molto civili", non è una garanzia. La notte di San Bartolomeo (una carneficina fra cristiani, val la pena di ricordarlo) ebbe luogo nella civilissima Francia, e il massimo della barbarie lo ha raggiunto la Germania di Kant, di Geothe e di Beethoven, con lo sterminio degli ebrei. Se si è diversi e minoritari, bisogna essere pronti a scappare quando il cielo s'annuvola: molti ebrei tedeschi non si salvarono perché pensavano che non potesse capitargli niente di veramente grave. Oppure bisogna essere pronti a prendere le armi e difendersi. I tedeschi disprezzavano gli ebrei anche perché si lasciavano maltrattare senza reagire. Dopo quei tempi orribili, e dopo la prova generale del Ghetto di Varsavia, il popolo d'Israele ha dichiarato che la caccia all'ebreo non era più gratuita. Gli ebrei hanno imparato sulla loro pelle che anche se non si è fatto del male a nessuno si rischia di essere sterminati soltanto perché diversi. Per questo da un lato oggi Gerusalemme ha il più forte esercito della regione, dall'altro sa di poter contare soltanto su sé stessa. Contro l'odio irragionevole la risposta non è la mano tesa: è riuscire ad uccidere chi vuole ucciderti.
Naturalmente, se il problema è tanto serio che a volte non si riesce ad immaginare una soluzione che non sia una tragedia, si immagini quanto assurdo sarebbe crearselo, se non lo si ha. Eppure è ciò che avviene. Continuando ad importare musulmani, l'Europa sta ponendo le premesse di un futuro, insanabile  contrasto. E dire che abbiamo già visto le prime, serie avvisaglie nelle banlieue parigine. Ma se non è la nostra stessa casa, che brucia, non sentiamo la puzza di bruciato. Il buon senso consiglierebbe di permettere di stabilirsi sul proprio territorio soltanto ad etnie facilmente assimilabili, spagnoli in Italia, olandesi in Germania. Solo questo assicura l'armonia.
In caso di incompatibilità di carattere, meglio la separazione. Dio benedica le frontiere.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
10 agosto 2014


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politica estera
26 luglio 2014
IL SENSO DEL CESSATE IL FUOCO A GAZA
È difficile dare una precisa denominazione all’azione di Israele a Gaza. Poiché però da molte parti si invoca un cessate il fuoco, e il cessate il fuoco si applica alle guerre, usiamo per questa azione le categorie valide per i conflitti armati. 
La guerra ha lo scopo di convincere l’avversario a dare, fare, permettere qualcosa. Insomma piegare la sua volontà. Naturalmente, se l’aggredito è tanto forte da battere l’aggressore, non soltanto non si piegherà, ma potrà richiedere a sua volta qualcosa, a cominciare dal risarcimento dei danni. 
Il cessate il fuoco si ha quando i contendenti reputano di non potere ottenere di più dalla prosecuzione del conflitto. E infatti le condizioni dell’accordo - preludio della pace - sono determinate dalla situazione del momento. Se colui che è sul punto di perdere è ancora in grado di infliggere danni e lutti al futuro vincitore, ambedue i belligeranti possono riconoscere la convenienza di raggiungere un accordo: il vincitore si risparmia qualche perdita ed ottiene ciò cui teneva di più. Il vinto non vede il proprio territorio devastato o il proprio popolo massacrato, ed è meglio di niente. Se invece il vinto non è più assolutamente in grado di arrecare danni, il vincitore può pretendere la resa incondizionata: come gli Alleati con l’Italia e la Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale. 
Per quanto riguarda il dato morale, cioè la determinazione di chi sia l’aggressore e di chi sia l’aggredito, è questione senza importanza. Sia perché gli interessati sostengono sempre la tesi che loro conviene, sia perché, in guerra, ha sempre ragione il vincitore.
Da terzi disinteressati possiamo dire che, anche se le operazioni militari di terra sono state cominciate da Israele, è Gaza che, col lancio di razzi verso la popolazione civile, aveva già ripetutamente compiuto atti di guerra. Gerusalemme agisce in condizioni di legittima difesa e tuttavia si è disturbati vedendo un esercito muovere contro un Paese che sin dal principio è nelle condizioni di una resa incondizionata. Gaza è totalmente incapace di combattere ed è razionalmente inconcepibile che osi provocare chi potrebbe radere al suolo tutte le sue città. 
Se qualcuno reputa che l’idea di bombardare le città, fino a raderle al suolo, sia “barbaro e assurdo”, è bene che si ricordi che è ciò che hanno fatto Inglesi e Americani  in città come Dresda, Hannover, Amburgo. Israele avrebbe potuto far cadere migliaia di missili e di bombe su Gaza City, senza mostrarsi più barbara del governo di Sua Maestà Britannica. Sarebbe stato un modo piuttosto convincente di chiedere di smetterla con i razzi. Israele ha invece optato per un’azione di terra per quanto possibile selettiva e mirata e le vengono rimproverate le sbavature, da chi non nota quanto più civile essa sia rispetto agli Alleati.
Gaza è costretta in  qualunque momento alla resa incondizionata e dunque il cessate il fuoco non può essere frutto di un negoziato. Hamas non ha nulla da offrire. Può soltanto promettere di non attaccare più Israele ma è difficile che Gerusalemme creda alla sua parola. Il cessate il fuoco Israele lo negozierà soltanto con sé stessa, ed esso dipenderà dunque dal riconoscimento di avere raggiunto i propri scopi, oppure dalla constatazione dell’impossibilità di raggiungerli. 
Appare dunque fantastico che Hamas avanzi delle richieste come la liberazione dei prigionieri, l’ampliamento della zona di pesca nel Mediterraneo, o perfino il risarcimento dei danni: queste sono le condizioni di un vincitore, non di un vinto. 
La vicenda fa toccare con mano l’assurdità dell’epoca contemporanea. Hamas fino ad ora ha dimostrato di non avere nessuna considerazione della vita del suo popolo, e valuta i quasi mille morti avuti fino ad ora il prezzo da pagare per una pubblicità positiva. E tuttavia rimarrebbe ancora indifferente se quel numero salisse a diecimila, centomila, un milione di persone? Israele ha la possibilità di provocarlo, quel massacro: che poi è lo stesso massacro di cui Gaza la minaccia. Con quale coraggio Hamas conta tanto sull’opinione pubblica buonista e antisemita, quando si è sempre visto che tutti aiutano i palestinesi a parole, al massimo col denaro, ma non possono farlo militarmente? Se essi potessero vincere posando a vittime, avrebbero vinto da mezzo secolo.
Gli innumerevoli incontri, i fiumi di parole e le frenetiche proposte di negoziati non sono da prendere in considerazione. Israele sta distruggendo ciò che può distruggere dei mezzi per aggredirla, sta dando una sonora batosta a Gaza, a futura memoria, e sta spiegando alla popolazione civile quanto costa sostenere Hamas e cercare di ammazzare degli israeliani innocenti. 
Il resto è bla bla dei giornali.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
25 luglio 2014 


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politica estera
25 aprile 2014
SCOPPIA LA PACE TRA L'OLP E HAMAS
Abu Mazen, a nome dei “Territori Occupati”, e “Hamas” a nome della Strisca di Gaza, si sono accordati per una riconciliazione, per la costituzione di un governo comune e per elezioni congiunte fra qualche tempo. Il risultato, per il momento, è che il governo israeliano ha sospeso i colloqui di pace con l’Olp. Come ha detto Netanyhau, Abu Mazen può avere la pace con Israele o l’accordo con Hamas, ma non tutti e due.
Naturalmente le anime belle nostrane, per riflesso irresistibile, approfitteranno dell’occasione per dare addosso ad Israele. “Come si possono interrompere i negoziati di pace solo perché l’Olp cerca la pace anche con Hamas?”
Il ragionamento è convincente. Infatti è formulato da disinformati per disinformati. Nella realtà, Israele considera Hamas un’organizzazione terroristica i cui adepti hanno lo scopo della sua eliminazione, come già fanno sulle loro carte geografiche. Poiché però, malgrado i loro sforzi, è del tutto imprevedibile che riescano a creare un lago al posto dell’attuale stato sionista, in realtà il loro programma è più modesto: sono disposti ad accontentarsi della soppressione fisica di tutti gli israeliani.
Una cosa va subito sottolineata: queste non sono calunnie. L’eliminazione di Israele è iscritta nello statuto di quell’organizzazione. E poiché non vi è alcuna possibilità che Gaza receda da questi amabili propositi, è ovvio che chi si allea con Hamas ne condivide le finalità. A questo punto Israele, negoziando con un governo di cui Hamas sia magna pars, potrebbe solo scegliere fra le fucilazioni di massa, le camere a gas o, nel caso di un’amnistia riguardante il reato di nazionalità israeliana, il permesso di lasciare il territorio a nuoto.
Questa vicenda è molto triste. Non per Israele, cui i palestinesi potrebbero offrire la pace, non avendo altro da offrire. È triste per i palestinesi. In questo modo essi non otterranno mai, in tempi prevedibili, né l’indipendenza né una larga autonomia amministrativa. Essi continuano a scegliere di continuare una guerra che costantemente si riaccende per loro volontà, e che ogni volta perdono. E fra l’altro sembrano non capire qualcosa di assolutamente elementare. Gli algerini potevano reputare la colonizzazione dannosa o profittevole, ma potevano essere certi che, se gli avessero reso la vita impossibile, i francesi sarebbero rientrati in Francia. Al contrario, gli israeliani non hanno scelta: o vincono o muoiono. E quando il dilemma è questo, se la vittoria è impossibile, è ancora preferibile morire con le armi in pugno. Ne seppero qualcosa i tedeschi, quando si trovarono a reprimere la rivolta del Ghetto di Varsavia.
Non solo dunque oggi è costante il principio per cui “la caccia all’ebreo non è più gratuita”, non solo gli ebrei oggi non sono più quelli, miti e docili, del 1940,  ma da un lato  - ammaestrati dal passato - sono temibili anche a mani nude, dall’altro hanno un esercito e tali armamenti da non avere paura non dei palestinesi, ma di tutti gli arabi messi insieme. Tanto più in quanto la “Umma” ha perso il suo membro principale: quell’Egitto che ha sopportato il massimo peso ed ha pagato il massimo prezzo delle guerre contro Israele. A quanto pare in Palestina, anche se gli ottimati parlano qualche parola d’inglese, nessuno conosce quel proverbio per cui if you can’t beat them, join them.
Questo è un giorno nero per la popolazione palestinese. Il fatto che lo si sia nutrito di odio non impedisce che si possa sentire pietà per un popolo talmente arretrato da seguire i peggiori maestri. Ma non si può aiutare chi non è disposto ad aiutare sé stesso. Non si può aiutare chi, avendo perso una serie di guerre, ha la tracotanza di tentare di imporre le esose condizioni di un vincitore assetato di vendetta. I palestinesi sono al di là di qualunque progetto si possa concepire per aiutarli.
Un’ultima nota riguarda una prevedibile obiezione mossa dalle più sottili delle “anime belle”: “I programmi di Hamas sono soltanto parole, demagogia, retorica. Non corrispondono a niente di realistico. Israele li prende sul serio perché le conviene prenderli sul serio”. Sarebbe un bell’argomento se chi lo fa poi fosse disposto a frequentare qualcuno che va dicendo per ogni dove che conta di ucciderlo. In secondo luogo, anche del “Mein Kampf” si disse che era un’esagerazione, una serie di vaneggiamenti che mai si sarebbero potuti trasformare in propositi concreti. Se le anime belle lo hanno dimenticato, non l’hanno dimenticato a Gerusalemme.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 aprile 2014

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politica estera
9 novembre 2013
IL NEGOZIATO CON L'IRAN
Oggi sono in corso negoziati fra l’Iran e i “Cinque più uno”, cioè i membri di diritto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania. Questi negoziati sono importanti per il nucleare di Tehran, per gli equilibri della regione e per le forniture di petrolio dell’Occidente. È tuttavia particolarmente difficile orientarsi per quanto riguarda le diverse posizioni e i possibili risultati. 
Pur parlando di “nucleare civile”, l’Iran sembra impegnato da molto tempo a procurarsi l’arma atomica. Per giunta, il precedente capo dell’esecutivo, Ahmadinejad, ha ripetutamente e imprudentemente accennato a distruggere Israele. Che sia una figura retorica può darsi: ma, da quando il mondo si è pentito di non aver preso sul serio il Mein Kampf di Hitler, le minacce esagerate hanno smesso di essere inverosimili. A parte ogni considerazione giuridica o morale, da un lato è evidente che, usando l’arma atomica, è facilissimo cancellare dalla faccia della terra un Paese minuscolo  come Israele; dall’altro è altrettanto evidente che la vittima designata, essendo fornita a sua volta dell’arma atomica, prima di soccombere ucciderebbe almeno una ventina di milioni di iraniani. Bastano queste semplici considerazioni per comprendere che l’Occidente desideri colloqui di pace. Poi non si può dimenticare che l’Iran è un importante fornitore di petrolio. L’Occidente vuole la pace, la protezione di Israele, e il petrolio.
Molto meno semplice è capire quali possano essere gli scopi dell’Iran. Di solito, nei rapporti internazioni la stella polare è l’interesse. È sulla base di esso che ogni Paese si muove e proprio per questo è prevedibile. Ciò purtroppo non vale nel caso dell’Iran. Trattandosi di una teocrazia, esso può agire anche per motivi religiosi, e dunque perfino contro il proprio interesse e la propria sopravvivenza. Mao una volta disse che, se una guerra avesse ucciso mezzo miliardo di cinesi, ne sarebbe ancora rimasto mezzo miliardo. Partiamo comunque dalle motivazioni ragionevoli.
Il primo motivo “normale” per il quale l’Iran potrebbe desiderare un negoziato di pace con l’Occidente è la fine delle sanzioni che gli sono state inflitte. Chi le subisce di solito grida sui tetti che non gli hanno neanche fatto il solletico. Nella realtà invece non vede l’ora che siano revocate. L’Iran si è addirittura lamentato che, a causa di esse, i suoi malati non possono avere alcune medicine importanti. E Sergio Romano ha scritto sul Corriere che la fine delle sanzioni offrirebbe a Tehran l’incasso di cinquanta miliardi di dollari, attualmente bloccati.
Il ritorno nel campo dei Paesi “decenti”, per usare un termine anglosassone, permetterebbe inoltre all’Iran sciita di esercitare alla luce del sole quell’influenza politica su tutta la regione che tanto desidera. Ed è precisamente questa la ragione per la quale gli Stati sunniti – Arabia Saudita in testa – vedono questi negoziati come il fumo negli occhi. Temono infatti che l’Iran, oltre a divenire una presenza invadente, potrebbe fomentare sollevazioni nei Paese sunniti dove c’è una minoranza sciita. Tehran diverrebbe una superpotenza regionale, esercitando senza remore la sua influenza sui due Paesi non sunniti, l’Iraq e la Siria, e si garantirebbero anche un accesso al Mediterraneo. È proprio questa la ragione per la quale l’Iran sostiene l’alawita Bashar al-Assad.
Un terzo motivo – il più problematico - è il rapporto con l’atomica. Malgrado i proclami bellicosi di Ahmadinejad, l’Iran potrebbe avere tanto insistito sul nucleare solo come arma di ricatto, per ottenere dei vantaggi in possibili negoziati. Come per decenni ha fatto e fa ancora la Corea del Nord. E dunque, a fronte di consistenti vantaggi, potrebbe persino rinunciarci. È anche possibile che desideri veramente sviluppare l’energia nucleare per usi civili. Ma come esserne sicuri? Perché un Paese che è più capace di estrarre petrolio che di raffinarlo – al punto che importa benzina – dovrebbe procurarsi le centrali atomiche quando sarebbe più semplice dotarsi di raffinerie? Ma soprattutto, quali controlli sarebbero sufficienti per essere certi che questi studi e questi esperimenti non servano in realtà come paravento per dotarsi della bomba atomica, con le prospettive di cui si diceva? Detto in termini brutali: non ci si può fidare della parola degli Ayatollah. E infatti Netanyahu ha già detto che Israele non si sentirà vincolato dagli eventuali risultati del negoziato. 
Gli arabi purtroppo non sono famosi per la loro lealtà. A parte ogni considerazione regionale che potrebbe puzzare di razzismo, ciò dipende anche dalla loro religione. Il buon musulmano ha i massimi obblighi di correttezza nei confronti dei correligionari, ma tali obblighi non ha nei confronti degli infedeli. Con loro può mentire e barare, li può ingannare ed imbrogliare, ché tanto non sono musulmani. È vero che gli iraniani non sono arabi, ma musulmani lo sono eccome: dunque la diffidenza di Israele, che ha visto attentati compiuti da bambini di dodici anni e da donne incinte, terroristi nascosti in ambulanze e soprattutto sequestri di bambini dell’asilo e massacri come quello di Beslan, non è ingiustificata.
L’Iran è una teocrazia e secondo la religione musulmana morire per la causa dell’Islàm è un onore. Una delle proclamate superiorità dei musulmani sui cristiani è che i primi non tengono a risparmiare né la vita altrui, né la propria. Dunque non è impossibile che un governo fanatico e demente attacchi realmente Israele, fino a provocare una rappresaglia apocalittica. Naturalmente la più feroce e sanguinosa delle vendette non compenserebbe né Israele né l’Occidente: dunque è essenziale che non si corra il rischio di permettere un più facile sviluppo sottobanco della bomba atomica. Ma per far ciò un accordo dovrebbe includere la possibilità di controlli tanto illimitati ed accurati, da mettere in discussione la sovranità iraniana. Sarà mai possibile? O si permetterà lo stesso, come teme Gerusalemme, che Tehran continui a sviluppare la bomba atomica? Interrogativi tremendi.
I negoziati sono il miglior modo di risolvere le controversie. Resta da vedere in quali termini. Non ogni accordo fondato sulla buona volontà è per ciò stesso desiderabile. La memoria della Conferenza di Monaco del 1938 non si è ancora spenta.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 novembre 2013


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politica estera
12 marzo 2012
ISRAELE NON DEVE TEMERE L'IRAN
Nei giorni scorsi, in seguito all’uccisione di un capo terrorista nella Striscia di Gaza, i palestinesi hanno reagito lanciando decine e decine di razzi contro il sud d’Israele ma non hanno concluso sostanzialmente nulla. Infatti o i razzi sono caduti in zone disabitate o sono stati intercettati e neutralizzati in volo da un sistema israeliano di missili anti-missile di ultima generazione. 
Su questa arma di difesa israeliana i particolari tecnici, oltre ad essere probabilmente assolutamente segreti, sono al di là della comprensione di coloro che non sono specialisti del ramo. Ma alcuni dati sono facilmente comprensibili già sulla base delle notizie che si possono raccogliere leggendo i giornali. 
Il sistema denominato Iron Dome (“Cupola di ferro”) è capace di intercettare i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza o dal Libano meridionale nel territorio di Israele. Che funzioni si è visto proprio nella recente occasione. I giornali dicono: lanciati all’incirca cento razzi, intercettati circa trenta. Sembra una percentuale del trenta per cento e non è: infatti Iron Dome non abbatte – o non cerca di abbattere – tutto ciò che vola, ma tutto ciò la cui traiettoria balistica fa pensare che potrebbe provocare danni o vittime. Se un razzo è indirizzato verso una zona deserta, il sistema di difesa lo trascura. Dunque è più importante e significativo il fatto che non ci siano state vittime israeliane.
Il particolare più interessante è tuttavia l’ambito di operatività. Si dice che Iron Dome sia capace di intercettare razzi lanciati da una distanza variabile fra 7 e 70 chilometri. La seconda cifra non è importante perché, anche viaggiando a parecchie centinaia di chilometri orari, per percorrere settanta chilometri ci vuole tempo. Ciò che invece lascia sbalorditi sono i sette chilometri: è stupefacente che in pochi secondi si possano calcolare le traiettorie e lanciare i razzi di difesa. I tempi di reazione del sistema sono tanto fulminei che se ne deve dedurre che essi non sono affatto “umani”. Solo un sistema di computer, assolutamente automatizzato, è capace di operare in tempi inconcepibili per un artigliere. 
Stando così le cose, il sistema di difesa deve ispirare considerazioni di ben più vasto ambito e di ben più ampia portata rispetto alle scaramucce innescate da assassini dilettanti. Se si può identificare un piccolo razzo sparato da pochissimi chilometri diviene addirittura infantile abbattere un grande razzo sparato da molte centinaia di chilometri di distanza: cioè dall’Iran. Sulla base di questi dati – e si sarebbe lieti di averne conferma da chi dovesse saperne di più – il problema dell’atomica iraniana assume contorni assolutamente nuovi e diversi. 
In occasione della guerra irakena del 2003, Saddam Hussein lanciò dei missili Scud contro Israele (estranea alla guerra!) nella speranza di fare vittime, di coinvolgerla nel conflitto e di provocare l’intervento di altri Stati musulmani. Gli israeliani invece non reagirono e mantennero i nervi saldi, ma è anche vero che molti di quei missili furono intercettati e distrutti prima che potessero arrivare al suolo. E se questo era già possibile nel 2003, quando il sistema americano “Patriot” era relativamente agli inizi, figurarsi quali progressi abbia fatto la tecnica dieci anni dopo, soprattutto in Israele, che di quella difesa ha una necessità non solo teorica. 
Da questo progresso della difesa anti-missile si può dedurre che, se l’Iran riuscisse ad avere una bomba nucleare operativa, non per questo avrebbe i mezzi per “recapitarla”. Inoltre, dal momento che i missili dovrebbero sorvolare Irak e Giordania, c’è da prendere in considerazione l’ipotesi che essi possano essere abbattuti sul loro suolo o scoppiare sopra le loro teste. Tutto questo, per non parlare della possibile, devastante risposta nucleare israeliana. 
Se poi si volesse far sganciare la bomba da aeroplani, innanzi tutto ci sarebbero i problemi di distanza che attualmente ha Israele quando fa l’ipotesi di andare a bombardare i siti nucleari iraniani; poi gli aerei si troverebbero a fronteggiare sia l’aviazione israeliana sia il suo sistema anti-missile. Un sistema capace di colpire un bersaglio piccolo come un missile palestinese non mancherebbe certo un grande aeroplano.
In queste condizioni, le possibilità di un conflitto israelo-iraniano diminuiscono considerevolmente. I due Paesi sono lontani, Israele potrebbe attaccare l’Iran ma non vi ha interesse, l’Iran amerebbe attaccare Israele ma non ne ha i mezzi.
L’atomica iraniana continuerà dunque a preoccupare soprattutto l’Arabia Saudita, gli altri Stati rivieraschi del Golfo e, naturalmente, gli Stati Uniti, che vedrebbero turbati gli equilibri di potere della regione. Ma la minaccia di sterminio dell’intera popolazione israeliana sembra non essere più all’ordine del giorno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 marzo 2012 


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politica estera
3 settembre 2011
LEGGERE LA CRISI TURCO-ISRAELIANA

L’anno scorso una nave di attivisti turchi, partita dalla Turchia, cercò di forzare il blocco di Gaza. Gli israeliani reagirono, inviando un commando sulla nave, i “pacifisti” li attaccarono in modo così violento (esistono dei filmati) che i militari si difesero e morirono nove turchi. Per indagare sull’incidente le Nazioni Uniti hanno istituito una commissione la quale da un lato ha giudicato eccessiva la reazione israeliana (ed ha per questo chiesto scuse e risarcimenti), dall’altro ha riconosciuto la legittimità del blocco di Gaza ed ha criticato la Turchia per avere permesso a quei fondamentalisti, armati di bastoni e coltelli, di tentare l’impresa.

Il governo israeliano ha volentieri incassato il riconoscimento giuridico delle sue buone ragioni ed ha annunciato che è disposto solo ad esprimere il proprio rammarico per l’accaduto, ma niente di più. Il governo turco invece, adirato per il rapporto – visto che stavolta la maggioranza automatica anti-israeliana all’Onu non ha funzionato come al solito – ha reagito con insolita furia. Ha espulso l’ambasciatore di Gerusalemme, ha bloccato la collaborazione militare con Israele e, ad ogni buon conto, ha dichiarato di non accettare le conclusioni della Commissione Palmer.

Una tempesta. Ma forse una tempesta finta, una “una tragicommedia dove le apparenze sono - per il momento - differenti dalla realtà”, come scrive Vittorio Dan Segre(1). Questa autentica autorità in materia si chiede ancora: “si è dunque giunti alla rottura definitiva fra i due vecchi alleati? Pare di sì ma probabilmente no”. Non solo “I rapporti strategici e militari erano interrotti da tempo” ma “gli scambi commerciali fra i due paesi sono aumentati del 40% e la Turchia compra da Israele gli aerei senza piloti con cui bombarda i curdi”.

Nell’ambito dei rapporti internazionali non si può fare affidamento su ciò che dicono gli statisti. Mentre i cittadini hanno tendenza a prendere sul serio le loro parole, il lavoro dei diplomatici e degli altri governi è quello di interpretarle per distinguere ciò che rappresenta autentica volontà e ciò che è mera propaganda. Correndo naturalmente il rischio di sbagliare. Un esempio storico è la garanzia che aveva dato la Gran Bretagna alla Cecoslovacchia che l’avrebbe difesa dall’aggressività nazista. Ma poi non la difese. Forse Hitler pensò che anche nel caso della Polonia Londra si sarebbe limitata ad abbaiare ed invece quell’iniziativa dette inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

La vera bussola nei rapporti internazionali non sono le parole, sono gli interessi. Essi sono più stabili delle vicende politiche perché dipendono dalla geografia e spesso in particolare dalla geografia economica. Un esempio d’attualità: la Libia ha molto petrolio ma fare una guerra per questo petrolio sarebbe assolutamente stupido. Da un lato, chiunque sia al potere a Tripoli il petrolio non lo regalerà e lo venderà al prezzo di mercato. Dall’altro, chiunque sia al potere a Tripoli avrà tanto interesse a venderlo quanto ne aveva il governo precedente.

Per la Turchia si può pensare che molta parte della sua recente politica dipenda dal suo diminuito peso nella Nato, in quanto è venuta meno la minaccia sovietica e l’interesse statunitense per Ankara. Questo ha allentato i vincoli con l’Occidente. Come se non bastasse, il rifiuto dell’Europa di accogliere la Turchia non solo ne ha ferito l’orgoglio, ma l’ha indotta a volgersi a sud. Invece di essere l’ospite scomodo dell’Europa, vorrebbe divenire il padrone di casa del Vicino Oriente. Fra l’altro, essendo di gran lunga la più grande potenza militare sunnita, ben può fare da contraltare all’Iran sciita in un momento in cui parecchi Paesi guardano con preoccupazione a Tehran. Per attuare questo cambiamento, e mettere la nazione in sintonia con la nuova politica, è necessario dekemalizzare la società nella direzione dell’Islàm. Bisogna proporsi come l’armatissimo campione della comunità sunnita nel Vicino Oriente, in opposizione al campione disarmato, l’Arabia Saudita.

Per far questo, la via più semplice e gratuita è farsi campione dei pregiudizi arabi contro Israele. Gli attacchi sono fatti di parole, non feriscono nessuno e possono dare notevoli frutti in termini di propaganda. Si spiegherebbe così l’avere permesso a quella nave di partire dalla Turchia e l’attuale atteggiamento rodomontesco. Poi, secondo Segre, business as usual. La collaborazione militare e commerciale con Israele è utile ad ambedue e bisognerà soltanto proseguirla senza farsi notare.

Ankara non si muoverà contro Israele, dal punto di vista militare, per molte ragioni. I due Paesi non hanno frontiere comuni. Per la propaganda la presenza di Israele è sempre utile come testa di turco (!). Infine e soprattutto - vale per la Turchia come per chiunque - un Paese minacciato effettivamente di sterminio e in possesso dell’arma atomica è il più temibile che si possa immaginare. Se dovesse perire trascinerebbe a fondo, con sé, molti, molti milioni di cittadini del Paese aggressore. Dai diciassette milioni di abitanti di Tehran a quelli, forse ancora più numerosi, di Istanbul.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

3 settembre 2011

(1)http://www.ilgiornale.it/esteri/la_turchia_rompe_israele_parole/03-09-2011/articolo-id=543422-page=0-comments=1


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POLITICA
7 giugno 2010
NEMO ULTRA CREPIDAM
Se il Papa parla di religione cattolica quello che dice non è contestabile: dal 1870, quando parla ex cathedra, è infallibile. Il dogma non si estende certo ad ogni dichiarazione del Papa e tuttavia anche in questo caso è giusto avere rispetto per le sue parole. Bisogna evitare manifestazioni di scetticismo o ancor peggio di sarcasmo: il Papa non si rivolge ai miscredenti e non pretende di essere applaudito da loro.
Tutto cambia se il Papa esprime delle opinioni in campi diversi dalla religione cattolica. Qui le sue opinioni valgono quanto quelle degli altri e, anche a volerle ritenere più autorevoli di quelle di un qualunque intellettuale, rimangono criticabili. Se il Papa dicesse che "non si arriverà mai alla fusione nucleare", gli scienziati sorriderebbero: può darsi che effettivamente non ci si arrivi, ma dire "mai" è antiscientifico.
Le opinioni del Papa non sono rivestite di particolare autorità in campo politico: sia perché non di sua competenza, sia perché le affermazioni dei leader sono influenzate dalla loro posizione nella vita pubblica. Se sulla situazione economica uno di loro si dichiara estremamente pessimista, e un altro estremamente ottimista, può darsi semplicemente che il primo appartenga alla minoranza e il secondo alla maggioranza. Dunque il Papa va capito, se affronta grandissimi problemi da un punto di vista per così dire metafisico, e li risolve con appelli alla Divina Provvidenza o alla buona volontà degli uomini migliori. Se invece prende posizione distinguendo chi ha ragione e chi ha torto, i buoni dai cattivi, le vittime dagli aggressori, allora si perde ogni timore reverenziale e si è autorizzati a dare sulla voce anche ad un illustre vegliardo come Benedetto XVI.
Le parole che oggi si ritrovano su tutti i giornali (1) non sono precisamente del Papa. Sono, per così dire, da lui avallate: si trovano nell'Instrumentum Laboris, il documento elaborato dagli stessi vescovi dell'area (importante, questo) in vista del Sinodo per il Medio Oriente. Eccole:  "Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l'egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l'equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione". C'è da esser lieti che queste frasi non siano state scritte di suo pugno da Ratzinger: contengono infatti goffaggini e falsità degne della propaganda palestinese.
Il conflitto israelo-palestinese è irrisolto da decenni: ma perché dimenticare chi gli ha dato inizio? E a proposito di "non rispetto del diritto internazionale", chi è che ha aggredito lo Stato vicino? Israele - appena nato da una decisione dell'Onu - o giordani, egiziani, ecc., in violazione di quella stessa decisione dell'Onu? E perché dimenticare chi ha avuto l'iniziativa delle guerre successive? Quando il documento accenna ai "diritti umani", di quali diritti sta parlando? Dove sono scritti? E comunque fa parte dei diritti umani inviare attentatori suicidi in un Paese vicino, allo scopo di fare quante più vittime innocenti è possibile? La domanda è interessante perché questo Israele non l'ha mai fatto, mentre i palestinesi l'hanno fatto talmente a lungo da provocare la costruzione di una recinzione intorno ad Israele. E ancora: chi ha imposto alle popolazioni "una violenza che rischia di gettarle nella disperazione"? Se Israele volesse, potrebbe non imporre la disperazione, ai palestinesi, ma la morte. E invece chiede solo di essere lasciata in pace, di non subire attacchi terroristici o guerre di sterminio.
Poi ci sono le affermazioni secondo cui l'occupazione israeliana è «un'ingiustizia politica imposta ai palestinesi», e il conflitto israelo-palestinese è il «focolaio principale» dei vari conflitti mediorientali. Una falsità dopo l'altra. L'occupazione israeliana ha solo lo scopo di evitare che dal territorio ex-giordano partano azioni di guerra contro Israele, come è avvenuto in passato e come Hamas promette di fare in futuro. Non è un'"ingiustizia politica" imposta ai palestinesi, è una "necessità militare" ed anche "un costo economico" imposto ad Israele. Se solo gli arabi lasciassero in pace gli israeliani, questi ultimi non chiederebbero nulla di meglio che di andarsene dai Territori. E invece s'è visto: non appena hanno lasciato Gaza, i palestinesi ne hanno approfittato per sparare razzi contro Israele. E c'è voluta l'operazione Piombo Fuso per farli smettere.
Infine il conflitto israelo-palestinese non è affatto il focolaio dei conflitti medio-orientali: è solo uno sfogo per la frustrazione degli arabi. Il classico "nemico esterno" per indurre a distogliere gli occhi dai problemi locali.
Francamente, Ratzinger è persona troppo intelligente per dire cose del genere. C'è solo da pensare che quelle affermazioni gli servano politicamente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 giugno 2010
(1) http://www.corriere.it/esteri/10_giugno_06/papa-cipro_3943b908-7142-11df-82e2-00144f02aabe.shtml


POLITICA
6 giugno 2010
ALCUNE NOTE SULLA "RACHEL CORRIE"
La firma. Israele espelle oggi (1) coloro che erano sulla "Rachel Corrie": la nave che si dirigeva - violando le leggi israeliane - verso il porto di Gaza. Le autorità hanno richiesto, per questo rilascio, la sottoscrizione di un documento nel quale i diciannove"affermano di rinunciare a qualsiasi azione legale contro il provvedimento (di espulsione)". Per i distratti, con quella firma, pur di lasciare la prigione, essi affermano di rinunciare a qualunque azione legale contro Israele per i maltrattamenti subiti. In realtà, leggendo bene, si capisce che al contrario gli israeliani hanno preso in considerazione il diritto degli interessati di ricorrere contro il provvedimento di espulsione. La procedura, come è naturale, richiederebbe tempo e per conseguenza, se proprio i diciannove desiderano lasciare immediatamente Israele, devono dichiarare esplicitamente, e per iscritto, di rinunciare a quel diritto. Siamo sicuri che tutti coloro che hanno letto quelle righe le abbiano correttamente interpretate?
L'abbordaggio. Stavolta l'intervento dei marinai israeliani si è svolto senza spargimento di sangue. I pacifisti a bordo della nave irlandese non hanno opposto resistenza e questo significa in primo luogo che se anche i turchi della flottiglia avessero fatto altrettanto, non ci sarebbe stato spargimento di sangue. In secondo luogo (se vogliamo pensar male) si può anche credere che stavolta non c'è stata  resistenza perché la precedente esperienza non è stata incoraggiante: uno sparuto manipolo di soldati è stato in grado di difendersi da una folla inferocita (come si è visto nel filmato) infliggendo perdite e non subendone. Dalla battaglia del Ghetto di Varsavia in poi bisogna ricordare che "la caccia all'ebreo non è più gratuita".
Pare che il premier turco Recep Tayyp Erdogan ipotizzi di "partecipare personalmente a una prossima spedizione, non escludendo il coinvolgimento della Marina turca che potrebbe scortare le imbarcazioni durante la navigazione in acque internazionali". Queste parole di Erdogan dimostrano che Israele ha probabilmente commesso un errore, espellendo immediatamente i cosiddetti pacifisti. Avrebbe dovuto trattenerli, "per indagini" e per reati più o meno fantastici, almeno per due o tre mesi: del resto l'innocente soldato Shalit non è forse detenuto da quattro anni, per la sola colpa di essere israeliano? Dopo quella pausa di riflessione  la loro liberazione sarebbe stata accolta con grida di giubilo. Se invece gli "invasori" sono subito espulsi non pagano pegno e il tentativo di violare la sovranità di Israele risulta gratuito. Erdogan personalmente sarebbe disposto a sedere in una cella con altre cinque o sei persone sei o sette settimane, per poi magari essere prosciolto con tante scuse? Israele dovrebbe prendere qualche lezione dai pm italiani.
Quanto al problema delle acque internazionali, effettivamente lo sbarco dagli elicotteri in quel luogo è stato un errore. Ma è un errore a cui è facile mettere rimedio: basta aspettare che le navi entrino nelle acque territoriali per poi addirittura sequestrarle e tenersele, se il loro viaggio è stato autorizzato dalle autorità da cui dipendono. Con questi sistemi - un soggiorno di qualche settimana a girarsi i pollici e il sequestro delle navi - a molti passerebbe la voglia di queste risibili imprese. E il premier Erdogan non farebbe il gradasso.
Infine la minaccia secondo cui le navi dei pacifisti potrebbero essere scortate dalla flotta turca è chiaramente una fanfaronata. Non che la cosa sia tecnicamente impossibile, ma incrociatori e cacciatorpediniere mai e poi mai entrerebbe nelle acque territoriali israeliane: questa sarebbe una dichiarazione di guerra che un paese serio come la Turchia non firmerebbe mai. Non certo per ragioni di pura retorica. Dunque la flotta ha il diritto di accompagnare i pacifisti dove non serve e dovrebbe poi lasciarli soli lì dove potrebbero scontrarsi con i padroni di casa.
La morale è semplice: non bisogna mai renderla troppo comoda, a chi viola le regole, diversamente le violerà ancora e ancora.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 giugno 2010
(1) http://www.corriere.it/esteri/10_giugno_06/israele-espulsione-pacifisti-rachel-corrie_c5df67ce-7140-11df-82e2-00144f02aabe.shtml

POLITICA
2 giugno 2010
ISRAELE È UNA LADRA
Se ti considerano un ladro, ti conviene rubare.
Questa massima può sembrare discutibile, ma acquista il suo significato quando si pensa alle ragioni per cui non bisogna rubare. Gli spiriti superiori dicono che l’imperativo categorico ce lo vieta; altri ricordano il Settimo Comandamento; i pragmatici infine pensano che non bisogna rubare perché si va incontro ad un mare di guai: nessuno ha fiducia nel ladro, con le conseguenze negative del caso. Si perdono gli amici, nessuno ci lascerebbe soli in una stanza in casa sua (ammesso che ci facesse entrare) e nessuno si metterebbe in società con noi, per qualunque impresa, perché temerebbe di vedersi imbrogliato e derubato. Per non dire che si potrebbe finire in carcere. A farla breve, il galantuomo ha interesse ad essere tale.
Ma proprio questa molla, l’interesse, crea il limite. Se Andrea viene giudicato un ladro, benché la sua condotta sia sempre perfetta, non si capisce perché (sempre eccettuando il caso che si obbedisca all’imperativo categorico o al Settimo Comandamento) non dovrebbe rubare. Non vale dire: “Ma in questo modo una volta o l’altra fornirà agli altri la dimostrazione che è veramente un ladro, perché nella nostra ipotesi gli altri non abbisognano affatto di questa dimostrazione. Loro SANNO che Andrea è un ladro. L’ulteriore conferma sarebbe accolta con indifferenza: come se qualcuno tentasse di spiegare che dopo il mercoledì viene il giovedì. L’unico vantaggio che può ricavare dalla propria situazione chi è giudicato un ladro, sempre e comunque, è che rubi, sempre e comunque.
Il ragionamento non è pirandelliano, ha conseguenze pesantemente concrete. Se la fazione opposta alla nostra, in politica, è animata nei nostri confronti da un invincibile pregiudizio, da una cieca ostilità, dal disprezzo più profondo o dall’odio, addirittura, è inutile cercare il dialogo, proporre accordi e compromessi. L’alternativa è soltanto vincere con la forza o perdere.
Il fossato che in Italia divide centro-destra e centro-sinistra è così profondo che, malgrado le belle parole di Giorgio Napolitano, non esiste nessuna possibilità di accordo, di dialogo, di collaborazione. Neanche su un tema ovvio come salvare i cittadini da un disastro naturale o il Paese dal fallimento. Anche se i capi, privatamente, riconoscessero che il provvedimento preso dalla fazione opposta è opportuno, il loro elettorato non la penserebbe così. Considererebbe un tradimento sostenere “quelli là”. È un dogma, hanno sempre torto. Per conseguenza è sciocco cercare ammorbidimenti, propri o della controparte, ricercare convergenze e un rapporto civile fra i partiti, nell’interesse del Paese. Da noi, chi ha la forza per governare, deve farlo senza mai dare ascolto all’opposizione e senza scrupoli: tanto, che sia colpevole o no, la controparte l’accuserà anche di questo, sempre e comunque.
L’esempio civile appena fornito diviene “selvaggio” se riguarda Israele. Questa democrazia è costantemente accusata di tutto, con eccessi di malafede che raggiungono livelli metafisici. A questo punto, Israele dovrebbe dire che fino ad oggi, per rispetto di se stessa, ha rispettato anche i nemici ed è stata leale. Da domani, dal momento che viene accusata di essere sterminatrice, genocida e nazista, si comporterà esclusivamente nei termini consigliati dal proprio interesse. Se, per esempio, i soldati temeranno che da una casa potrebbero sparare su di loro, si sentiranno autorizzati a distruggerla con una cannonata. Trovato qualcuno che reputano un terrorista, potrebbero ucciderlo sul posto, senza processo. Del resto i palestinesi cercano di ammazzare civili israeliani innocenti. Se infine una nave entrerà nelle acque territoriali sottoposte all’autorità di Israele senza permesso, dopo una breve intimazione il dietrofront la si affonderà.
Questa lezione Gerusalemme avrebbe dovuto impararla quando i palestinesi hanno cercato di contrabbandare armi con le ambulanze della Mezza Luna Rossa. Dopo un episodio del genere, si è autorizzati a sparare col bazooka contro le ambulanze che arrivano troppo veloci al posto di blocco. Così come la prossima volta che una nave cercherà di attraccare a Gaza, si può star certi che gli israeliani non invieranno una decina di soldati ma una decina di cannonate, da lontano. Cosa che, se fossero stati realisti, avrebbero dovuto fare già stavolta.
I Paesi del mondo che cosa potranno dire contro Gerusalemme, che non stiano dicendo già oggi? Gli israeliani sono scesi su una nave fiduciosi di avere a che fare con “pacifisti”, non certo per imporsi con la forza (non sarebbero scesi in dieci o dodici, se così fosse stato!), e si sono visti assalire da gente che voleva ucciderli a bastonate. Morale? Con certa gente non bisogna parlamentare. È talmente dura d’orecchio da sentire solo le cannonate.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 giugno 2010

SOCIETA'
31 maggio 2010
ABELE ATTACCA CAINO
Un articolo può essere bugiardo sin dalle prime due parole. Il Corriere della Sera (1) dando notizia di un grave fatto di cronaca, avvenuto nella notte fra il 30 e il 31 maggio 2010, così scrive: “Assalto israeliano”. È questa la prima falsità: attacca chi prende l’iniziativa. Qui si tratta – citiamo sempre lo stesso articolo – di “una flottiglia di navi appartenenti ad organizzazioni non governative in rotta verso Gaza nel tentativo di forzare il blocco imposto da Tel Aviv nella zona”. Zona che, sia detto per chiarezza, è costituita dalle acque territoriali sotto il legittimo controllo di Gerusalemme.

Se dunque almeno 19 attivisti filo-palestinesi che erano a bordo sono morti, mentre diversi altri, almeno una trentina, sarebbero rimasti feriti” (sempre che questi numeri siano esatti) questo non è dovuto ad un attacco israeliano, ma ad una difesa israeliana: “forzare il blocco” è attività violenta, che non si attua limitandosi a chiedere permesso.

Secondo l'esercito israeliano i militari di Tel Aviv sarebbero stati oggetto di un attacco da parte di armi da fuoco dalle persone presenti sulle navi”. Ma che questo sia vero o falso non ha nessuna importanza:i marinai israeliani agivano in condizioni di legittima difesa delle loro acque.

Fra l’altro, se si considerano le ragioni della sicurezza, la reazione israeliana è stata del tutto comprensibile. Non si trattava infatti di qualche persona e di qualche barca, ma – secondo l’articolo – di parecchie navi (battenti anche bandiera turca o greca) e di più di 700 passeggeri di 40 nazionalità diverse”: come essere sicuri  che su tutte quelle navi non ci fossero armi e altro materiale proibito, come essere sicuri che fra quelle 700 persone non ci fossero terroristi, esperti di esplosivi, ecc.? I palestinesi sono famosi per avere usato anche autoambulanze, per trasportare armi. E comunque, perché mai gli israeliani dovrebbero correre rischi inutili? Se i palestinesi e le organizzazioni “umanitarie” volevano “consegnare 10mila tonnellate di aiuti umanitari” potevano sbarcarle nel porto di Haifa, e Israele avrebbe certamente provveduto a recapitarle agli interessati. Perché entrare dalla finestra, quando c’è la porta? Fra l’altro è proprio finita che le imbarcazioni sono state costrette a dirigersi verso il porto di Ashdod, israeliano.

Naturalmente non si contano e non si conteranno le proteste e gli alti lai. Israele è uno stato nazista, massacratore, ecc. È tanto perfidamente malvagio che osa persino difendersi. Gli attaccanti in fondo si ripromettevano proprio di ottenere questo: far morire persone per ottenere titoli di giornali. È una vecchia storia.

L'obiettivo della spedizione, salpata giovedì dalla Turchia, era rompere l'assedio a Gaza e introdurre materiale. Le autorità israeliane avevano minacciato di utilizzare la forza se i militanti avessero tentato di avvicinarsi alle coste della Striscia di Gaza”. Anzi, secondo La Stampa (2) l’azione era stata “ripetutamente minacciata”, “fin dall’avvento al potere degli islamico radicali di Hamas, nel 2007. Questo significa che l’obiettivo non era principalmente quello di introdurre materiale ma quello di usare la violenza per far giungere a Gaza oggi (dicono) aiuti, domani che cosa?  Armi come attraverso i tunnel che conducono in Egitto?

Che si abbia ragione o torto, si può imporre qualcosa a chi è meno debole. Ma qui tutta la propria forza consiste nel lamentarsi per essere stati respinti, come espressamente minacciato, e gli attaccanti deliberatamente non hanno tenuto conto dell’avvertimento perché volevano avere delle vittime. Dunque non si dovrebbero meravigliare, se ciò che è stato preannunciato si è regolarmente verificato: Israele ha dovuto fare ciò che aveva promesso, loro hanno ottenuto il loro dividendo di pubblicità.

Ma tutto questo non importa e i media parlano all’unanimità di Israele che attacca. Ora sappiamo perché è morto Abele: perché non ha attaccato Caino.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

31 maggio 2010

(1)http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_31/israele-attacca-flottiglia-ong_adb295f8-6c73-11df-b7b4-00144f02aabe.shtml

(2) http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201005articoli/55501girata.asp


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POLITICA
31 maggio 2010
ABELE ATTACCA CAINO
Un articolo può essere bugiardo sin dalle prime due parole. Il Corriere della Sera (1) dando notizia di un grave fatto di cronaca, avvenuto nella notte fra il 30 e il 31 maggio 2010, così scrive: “Assalto israeliano”. È questa la prima falsità: attacca chi prende l’iniziativa. Qui si tratta – citiamo sempre lo stesso articolo – di “una flottiglia di navi appartenenti ad organizzazioni non governative in rotta verso Gaza nel tentativo di forzare il blocco imposto da Tel Aviv nella zona”. Zona che, sia detto per chiarezza, è costituita dalle acque territoriali sotto il legittimo controllo di Gerusalemme.

Se dunque almeno 19 attivisti filo-palestinesi che erano a bordo sono morti, mentre diversi altri, almeno una trentina, sarebbero rimasti feriti” (sempre che questi numeri siano esatti) questo non è dovuto ad un attacco israeliano, ma ad una difesa israeliana: “forzare il blocco” è attività violenta, che non si attua limitandosi a chiedere permesso.

Secondo l'esercito israeliano i militari di Tel Aviv sarebbero stati oggetto di un attacco da parte di armi da fuoco dalle persone presenti sulle navi”. Ma che questo sia vero o falso non ha nessuna importanza:i marinai israeliani agivano in condizioni di legittima difesa delle loro acque.

Fra l’altro, se si considerano le ragioni della sicurezza, la reazione israeliana è stata del tutto comprensibile. Non si trattava infatti di qualche persona e di qualche barca, ma – secondo l’articolo – di parecchie navi (battenti anche bandiera turca o greca) e di più di 700 passeggeri di 40 nazionalità diverse”: come essere sicuri  che su tutte quelle navi non ci fossero armi e altro materiale proibito, come essere sicuri che fra quelle 700 persone non ci fossero terroristi, esperti di esplosivi, ecc.? I palestinesi sono famosi per avere usato anche autoambulanze, per trasportare armi. E comunque, perché mai gli israeliani dovrebbero correre rischi inutili? Se i palestinesi e le organizzazioni “umanitarie” volevano “consegnare 10mila tonnellate di aiuti umanitari” potevano sbarcarle nel porto di Haifa, e Israele avrebbe certamente provveduto a recapitarle agli interessati. Perché entrare dalla finestra, quando c’è la porta? Fra l’altro è proprio finita che le imbarcazioni sono state costrette a dirigersi verso il porto di Ashdod, israeliano.

Naturalmente non si contano e non si conteranno le proteste e gli alti lai. Israele è uno stato nazista, massacratore, ecc. È tanto perfidamente malvagio che osa persino difendersi. Gli attaccanti in fondo si ripromettevano proprio di ottenere questo: far morire persone per ottenere titoli di giornali. È una vecchia storia.

L'obiettivo della spedizione, salpata giovedì dalla Turchia, era rompere l'assedio a Gaza e introdurre materiale. Le autorità israeliane avevano minacciato di utilizzare la forza se i militanti avessero tentato di avvicinarsi alle coste della Striscia di Gaza”. Anzi, secondo La Stampa (2) l’azione era stata “ripetutamente minacciata”, “fin dall’avvento al potere degli islamico radicali di Hamas, nel 2007. Questo significa che l’obiettivo non era principalmente quello di introdurre materiale ma quello di usare la violenza per far giungere a Gaza oggi (dicono) aiuti, domani che cosa?  Armi come attraverso i tunnel che conducono in Egitto?

Che si abbia ragione o torto, si può imporre qualcosa a chi è meno debole. Ma qui tutta la propria forza consiste nel lamentarsi per essere stati respinti, come espressamente minacciato, e gli attaccanti deliberatamente non hanno tenuto conto dell’avvertimento perché volevano avere delle vittime. Dunque non si dovrebbero meravigliare, se ciò che è stato preannunciato si è regolarmente verificato: Israele ha dovuto fare ciò che aveva promesso, loro hanno ottenuto il loro dividendo di pubblicità.

Ma tutto questo non importa e i media parlano all’unanimità di Israele che attacca. Ora sappiamo perché è morto Abele: perché non ha attaccato Caino.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

31 maggio 2010

(1)http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_31/israele-attacca-flottiglia-ong_adb295f8-6c73-11df-b7b4-00144f02aabe.shtml

(2) http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201005articoli/55501girata.asp


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SOCIETA'
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni.  
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”.  
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni. 
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”. 
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
27 aprile 2010
GLI EBREI NON ESISTONO
Gli ebrei appartengono al popolo di Israele. Ma che significa “appartenere”? La comunità, indipendentemente dalla nazionalità, riconosce come proprio membro a) chi è figlio di una donna ebrea e poi, eccezionalmente, b) chi si converte al giudaismo (che non è apostolico). Il postulante dunque sarà riconosciuto come membro della comunità non perché israelita osservante ma solo dopo che avrà superato un apposito esame delle autorità rabbiniche. Non basta, per essere ebrei, avere un padre giudeo ed essere di religione ebraica. Fondamentale ed essenziale è che la comunità fornisca il riconoscimento: gli altri eventuali criteri vanno esclusi. Viceversa rimane ebreo anche colui che rinnega la religione, e diviene ateo e perfino antisemita. Queste formulazioni comportano delle conseguenze.
Se il criterio di appartenenza è il riconoscimento della comunità, l'essere ebrei non è né un fatto religioso né un fatto razziale: è un fatto giuridico. Come la nazionalità. Questa infatti nulla dice sulle caratteristiche di una persona, salvo il fatto che il soggetto è iscritto nella lista dei cittadini. E tuttavia gli israeliti rifiutano con sdegno l’ipotesi dell’“ebreitudine” come nazionalità. Sono talmente convinti che l’appartenenza a questo fantomatico “popolo” sia un fatto, che a loro parere – come si è detto - si rimane ebrei anche se si rifiuta tutto dell'ebraismo. Per essere d’accordo con loro sarebbe però necessario identificare un carattere che, come la razza, sia inerente alla persona al di là della sua volontà.  
Il criterio della nascita non è sufficiente. Esso fornisce da un lato connotati giuridici (si è italiani se figli di italiani) e dall’altro connotati fisici (si è negri se figli di negri). Ma dal momento che nessuno sostiene che gli ebrei abbiano speciali caratteristiche fisiche, quella degli ebrei non è una razza. Sono ebrei anche i falasha, neri di pelle. E per questo verso si è obbligati a tornare al punto di partenza, quello che non piace agli interessati: essere ebrei sarebbe un fatto giuridico come la nazionalità.
Come se non bastasse, la trasmissione della qualità solo per via materna lascia interdetti. Potrebbe infatti trattarsi di un principio che fa riferimento a caratteristiche fisiche e genetiche: sapendo che la madre era sempre sicura mentre il padre non lo era mai (per i romani il padre era “il marito della madre”), gli antichi  potrebbero aver voluto essere sicuri che almeno uno dei due genitori fosse ebreo. E questo riporterebbe alle caratteristiche fisiche, se non che una madre ebrea non trasmette al figlio nulla di diverso rispetto a ciò che trasmettono le altre madri. Il figlio non eredita nulla che non possa trasmettere una madre gentile. Sicché dire che il figlio di una donna ebrea è per ciò stesso ebreo è come se si dicesse che chi ha una madre che ama giocare a scacchi sarà scacchista.
A questo punto non si sa più dove sbattere la testa. Normalmente essere ebrei dovrebbe dipendere soltanto dal professare la religione ebraica, ma gli interessati non sono d’accordo; non li turba l’obiezione che una religione non si eredita; non vedono il connotato “giuridico” della necessità del riconoscimento dei rabbini, in caso di conversione; accettano la possibilità delle conversioni dei gentili, e questo non basta a far loro capire che essere ebrei non è un dato fisico. Non è che un bianco che si converta ad essere negro divenga nero di pelle! Arrivano all’assurdo di ritenere ebreo un ateo figlio di una donna ebrea, mentre non considerano ebreo un ebreo ortodosso nato da padre ebreo e madre gentile. Da capogiro.
Gli israeliti sono convinti che l'"ebreitudine" sia un fatto, non un'opinione, e purtroppo questa idea fa torto alla loro intelligenza. Infatti non è molto diversa da quelle degli antisemiti. Il rabbino che dice all'ebreo ateo "tu sei ancora un ebreo" potrebbe sentirsi rispondere: "E tu sei ancora un imbecille ".
Purtroppo, questa idea del fantomatico “carattere indelebile” è stata a suo tempo condivisa da Hitler. Proprio per questo non bastava la conversione al cristianesimo, per salvarli. Ma quel dittatore, almeno, credeva all’esistenza di una fantomatica "razza ebraica": cioè era coerente con una delle sue fantasie di paranoico.
Benché gli israeliti credano che "essere ebrei" sia qualcosa di oggettivo, in realtà è solo  una convenzione non diversa da quella per cui si porta il nome del padre e non quello della madre. Una convenzione che purtroppo contribuisce, con la loro collaborazione, a discriminarli.
Gli ebrei non esistono. Sono persone assolutamente identiche a tutti noi, solo di religione ebraica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 aprile 2010

POLITICA
14 aprile 2010
NUCLEAR SECURITY SUMMIT

Le armi nucleari sono una realtà dal 1945. In quel momento la scelta fu fra uccidere centinaia di migliaia di innocenti con l’atomica oppure farne morire molti di più con la prosecuzione della guerra: a cominciare dai giapponesi, disposti a combattere tutti fino alla morte.
La decisione, vista con gli occhi della storia, assume tuttavia un altro significato: l’atomica può essere usata se si ritiene che sia il caso di usarla. Ed è abilitato a dare questo giudizio lo stesso governo che detiene la bomba. Se Tehran, pervenuta al possesso dell’arma, reputasse che è un imperativo divino quello di distruggere Israele, quand’anche questo dovesse costare la vita di metà degli iraniani per via dell’inevitabile e crudelissima rappresaglia israeliana, non ci sarebbe modo di frenarla su questa china. E che avverrebbe se dell’atomica venisse in possesso al Qaeda? In questo caso, a fronte del taglio della testa del serpente (New York City, per esempio), non ci sarebbe neppure un paese da annientare per rappresaglia.
Viene in mente la “legge di Murphy”: “se qualcosa può andare storto, lo farà”. Questa regola non è una battuta.  Se un meccanismo ha una probabilità su mille di guastarsi, è chiaro che dopo mille, duemila o tremila volte, fatalmente si guasterà. E l’ipotesi del cattivo uso dell’atomica è rappresentato da una frazione ben diversa e allarmante: non uno su mille ma uno su venti, su trenta, sia pure quaranta: ma, viste le conseguenze, c’è da essere atterriti.
In queste condizioni il problema non è che cosa fare SE qualcuno farà un uso folle dell’atomica, ma che cosa fare QUANDO ciò avverrà. E se, contro la legge di Murphy, c’è un modo per rendere l’ipotesi impossibile.
La bomba atomica in sé non è un pericolo: da sessantacinque anni in qua non ha provocato nessun massacro. Il pericolo è rappresentato dal dito che sta sul grilletto. Per questo, non essendoci necessità di togliere l’atomica a quelli che già l’hanno, la soluzione consiste nell’impedire a qualunque costo che altri se la procurino. Le potenze atomiche dovrebbero concordare di infliggere sanzioni durissime al Paese che provasse a fabbricare quell’arma; non bastando, dovrebbero bombardarlo; invaderlo; distruggere intere città sospettate di costruire l’atomica, magari con una propria atomica. Ma questa tesi fa accapponare la pelle e fa salire alle labbra una folla d’obiezioni.
È evidente che dall’oggi al domani tutti i Paesi non in possesso dell’atomica sarebbero a sovranità limitata: come far accettare questo principio alla Germania o al Giappone, che si vedrebbero in sottordine rispetto al Pakistan? Inoltre l’intervento per “punire” uno Stato potrebbe derivare non dalla effettiva necessità di impedire la proliferazione nucleare, ma essere deciso, in malafede e a freddo, solo nell’interesse dei Paesi atomici. Infine dinanzi all’intervento violento e al grande massacro di innocenti, ci sarebbe una sollevazione dell’opinione pubblica internazionale. E tuttavia queste non sono le maggiori difficoltà.
In teoria si potrebbe giungere ad una formulazione del tipo: “nessun altro si deve procurare l’atomica”, ma in concreto, quando fosse il caso di agire contro un singolo Stato, è difficile ipotizzare una concordia – per non parlare di unanimità – delle potenze interessate. L’intera storia dell’Onu è piena di contraddizioni, dispetti, veti. Una cosa è biasimare, intimare, minacciare, un’altra è mandare un corpo di spedizione a combattere e morire. In questi casi vale sempre il principio “armiamoci e partite”. L’ipotesi della polizia internazionale, prima ancora di essere antidemocratica e contraria all’umanità, è tecnicamente impraticabile.
Meno male, dirà qualcuno. Ma la conclusione è che avremo un Iran che potrebbe lanciare un’atomica su Israele o magari, chissà, passarla sottobanco ad al Qaeda.  In quel momento rimpiangeremmo di non avere impedito in qualunque modo il disastro, quando ancora eravamo in tempo per scongiurare la legge di Murphy.
Questo destino dell’umanità è ben rappresentato, con amaro umorismo, da Jean Giraudoux in “La Guerra di Troia non avrà luogo”. Ettore sa che la guerra sta scoppiando per un motivo futile; sa che provocherà un numero altissimo di morti e distruzioni; cerca in ogni modo di farlo capire a tutti, ma la combinazione fra retorica, stupidità, bei sentimenti, patriottismo e capacità di auto illudersi fanno sì che alla fine la guerra scoppi. Per i begli occhi di Elena.
Beati i vecchi: sono gli unici che hanno parecchie speranze di non verificare personalmente la validità della legge di Murphy.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2010


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POLITICA
18 marzo 2010
LA SPADA DI BRENNO A GERUSALEMME

I Galli avevano ridotto Roma alla fame e si era arrivati ad un negoziato: i barbari avrebbero interrotto l’assedio se adeguatamente compensati in oro. Al momento della pesatura i romani protestarono perché le bilance erano truccate e Brenno, il capo dei Galli, gettò fra i pesi la sua spada gridando: “Vae victis!”, (guai ai vinti!). Intervenne allora Quinto Furio Camillo il quale a sua volta gridò una frase rimasta famosa: “Col ferro, non con l’oro si riscatta Roma!”
L’episodio si presta a discutere il problema palestinese.
In guerra la vittoria dà diritto di vita e di morte sui vinti. Nell’antichità questi potevano considerarsi fortunati se erano venduti come schiavi: l’alternativa poteva infatti essere peggiore. Come spiega con grande buon senso Tucidide, i vincitori spesso si mostravano molto più moderati per impedire che in altre occasioni i difensori preferissero la morte alla sconfitta, rendendo la vittoria molto più difficile. Rimane comunque vero che la moderazione era il risultato non di qualche diritto dei vinti, ma di qualche calcolo dei vincitori. Brenno aveva ragione, dal punto di vista bellico, quando gettava la sua spada fra i pesi della bilancia: affermava infatti il proprio diritto a barare ed eventualmente a prendere non solo l’oro pattuito ma tutto l’oro di Roma.
La situazione conflittuale fra israeliani e palestinesi non è arrivata ad una conclusione pacifica, oltre quarant’anni dopo il 1967, perché si è un po’ smarrito il senso della realtà. Partiamo dunque dalla mentalità antica e allineiamo delle ipotesi.
Gli israeliani vincitori avrebbero potuto uccidere tutti i palestinesi e appropriarsi l’intera Palestina. L’ipotesi è orribile ma è certamente ciò che Hitler avrebbe fatto se ci fosse stata una piccola nazione interamente popolata da ebrei.
Gli israeliani avrebbero potuto annettersi l’intera Palestina, dando agli autoctoni la scelta fra la fuga e il rischio di essere depredati o uccisi. Anche questa ipotesi è orribile, ma è ciò che si è avuto con la successione delle invasioni barbariche.
Gli israeliani avrebbero potuto annettersi l’intera Palestina ed offrire ai palestinesi uno status di iloti. È quello che è sostanzialmente avvenuto col colonialismo. Probabilmente, dal punto di vista economico, i palestinesi avrebbero fatto un affare, ma dal punto di vista politico sarebbe stata una soluzione insostenibile.
In realtà gli israeliani hanno occupato la Cisgiordania esclusivamente per fini di difesa militare. Hanno voluto e vogliono impedire che da quei territori partano nuovi attacchi verso il loro Paese. Per il resto, vorrebbero avere accanto un Paese pacifico – che si chiami Giordania o Palestina – limitato da stringenti regole di neutralità.
Essi hanno ripetutamente offerto ai palestinesi il ritiro delle proprie truppe (del resto già effettuato a Gaza) e il riconoscimento di uno Stato palestinese neutrale. Hanno offerto pace e chiesto pace. I palestinesi, viceversa, richiedono: concessioni territoriali; Gerusalemme come loro capitale; il ritorno dei profughi (volontari, e che fossero volontari lo provano i molti palestinesi rimasti) non nel territorio del nuovo Stato palestinese, ma nella stessa Israele. E forse altro ancora.
Brenno e Camillo sarebbero profondamente stupiti. Chi potrebbe gettare la spada sulla bilancia sono gli israeliani e chi invece fa richieste esose è il vinto. I  palestinesi non hanno un Furio Camillo capace di battere gli israeliani in guerra e tuttavia sono altezzosi come Brenno.
L’assurdità di tutto questo non appare però agli occhi di tutti. Infatti l’amministrazione Obama è ai ferri corti con il governo di Netanyahu perché è stata decisa la costruzione di 1.600 alloggi in uno dei dintorni di Gerusalemme, Ramat Shlomo, che fa parte del territorio annesso dal 1967. I palestinesi sognano debba fare parte della loro capitale e gli americani sostengono il punto di vista del vinto che vuole imporre al vincitore regole riguardo all’uso di una parte del suo territorio. Non solo Brenno deve pesare l’oro con bilance perfette, ma deve anche regalare al vinto quella parte che costui preferisce. Per chi ricorda un po’ di storia c’è di che rimanere stupiti.
Se poi qualcuno pensa che queste lezioni tratte dall’antichità non si adattino alla realtà contemporanea, perché saremmo più civili e più buoni, è bene ricordare che in tutta l’antichità non si è avuto uno sterminio comparabile, per metodicità e numero di vittime, alla Shoah. Francamente, noi moderni non siamo in grado di dare lezioni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 marzo 2010

POLITICA
20 febbraio 2010
ISRAELE ASSASSINA?
Giorni fa un importante capo di Hamas si è recato a Dubai, sotto falso nome. Ciò malgrado, il servizio segreto israeliano, prima ancora che quell’uomo arrivasse, ha inviato una decina d’agenti con un ordine molto semplice: ucciderlo. I membri del commando hanno tenuto d’occhio quell’uomo sin da quando è uscito dall’aeroporto, dandosi il cambio e usando mille travestimenti, fino a prendere una stanza di fronte alla sua, in albergo. Infine, quando una sera il palestinese è rientrato in camera, lo hanno sorpreso e silenziosamente strangolato. Il cadavere è stato trovato il giorno dopo. Il capo del commando del Mossad ha lasciato Dubai un’ora prima dell’omicidio, gli altri subito dopo e i giornali hanno parlato di un lavoro estremamente pulito, assolutamente privo di sbavature e “professionale”. Anche per questo si è pensato al Mossad.
Naturalmente le autorità di Dubai, furenti non tanto per amore dell’uomo che è stato ucciso – i palestinesi non sono simpatici a nessuno, e Hamas men che meno – quanto per la violazione della loro sovranità, hanno chiesto pateticamente l’estradizione del capo del servizio segreto. Fin qui la cronaca.
Indubbiamente nella vicenda si è avuta una violazione della legalità. Il fatto che si sia voluto “fare giustizia”, trattandosi di un terrorista assassino, per molti non costituisce una giustificazione: ma la cosa va precisata.
In uno stato democratico va perseguita la legalità e non la giustizia: infatti la “giustizia” è opinabile - e dunque pericolosa – mentre la “legalità”, pur essendo un letto di Procuste, almeno è obiettiva e prevedibile. Questo principio tuttavia vale all’interno di uno stato democratico e civile: non vale se lo Stato è dittatoriale o se la giustizia e perfino le leggi sono asservite al crimine. Parimenti non è mai valido fra Stati perché fra essi non c’è un giudice superiore, non c’è un gendarme capace di imporsi. In questi casi, sarà ancora doveroso attenersi alla legalità teorica, per esempio quella che riguarda la sovranità dei Paesi, trascurando la giustizia?
Fra gli Stati le frontiere sono sacre; ma è sacra anche la vita dei cittadini. Se dunque dei criminali provenienti dal Paese Blu vanno ad uccidere cittadini del Paese Viola, e poi, tornati a casa, sono protetti dal loro Paese, siamo sicuri che il Paese Viola non abbia il diritto, se ne ha la forza, di punire lui stesso i responsabili di quei crimini?
Il diritto ha la funzione di evitare lo scontro fra i cittadini e per questo lo Stato avoca a sé il monopolio della forza. Ma se il potere non amministra giustizia i cittadini riprendono il loro originario diritto a farsi giustizia da sé: ecco perché nel West tutti andavano armati.
Nello stesso modo, la comunità degli Stati vive in un West in cui non ci sono giudici e non ci sono gendarmi (checché ne dicano gli innamorati di un fantomatico diritto internazionale cogente): il dovere della correttezza reciproca (pacta sunt servanda) si fonda sull’interesse che tutti hanno ad una pacifica convivenza. Da questo nasce l’istituto dell’estradizione: ogni Paese protegge i propri cittadini, ma non quelli che hanno commesso gravi reati altrove. Diversamente, si può verificare ciò che avvenne in Argentina, quando gli israeliani rapirono Adolf Eichmann: violarono una sovranità, certo, ma l’Argentina perché non estradava quel criminale? Un secondo annoso e costante esempio è costituito dai palestinesi che non consegnano certo i terroristi che hanno ucciso innocenti israeliani. Li glorificano, anzi. E il risultato è che molte volte gli israeliani, non avendo alternative legali, hanno compiuto la loro giustizia con precisi connotati di vendetta (“omicidi mirati”). Qualcuno è stato centrato da un missile che ha ridotto in briciole l’auto in cui si trovava, qualcuno è stato ucciso dall’esplosione del proprio cellulare, qualcuno è stato sepolto sotto le macerie dell’intera casa. Per non parlare degli assassini degli atleti di Monaco che il Mossad è andato a cercare in tutto il mondo, uccidendoli fino all’ultimo. Orrendo? Ma non sarebbe orrendo che quegli assassini inumani e inescusabili la facessero franca? Infine - e torniamo all’attualità - c’è chi è stato strangolato a Dubai. Ma Gaza avrebbe consegnato quel terrorista a Gerusalemme? O l’avrebbe fatto Dubai?
La legalità è un supremo valore, in un Paese civile, ma se è iniqua (come le leggi tedesche che ordinavano la Shoah) l’individuo riconquista la propria libertà d’azione originaria. Questo vale anche in campo internazionale quando in modo criminale si comportano Stati interi. In questo caso, se può, chi è vittima di un’offesa esercita la legittima difesa. Dopo l’11.9.2001 gli Stati Uniti chiesero all’Afghanistan la consegna del Mullah Omar, e Kabul rifiutò. Il risultato fu l’invasione dell’Afghanistan.
La sintesi, per gli Stati democratici, è: legalità all’interno, giustizia all’esterno. Il cittadino israeliano, dunque, è obbligato anche moralmente ad obbedire alle leggi; ma lo stesso cittadino deve essere pronto, anche violandole, a difendere se stesso e la Patria se la controparte ha già violato le leggi fondamentali dell’umanità. Diversamente si concederebbe un indebito vantaggio ai criminali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 febbraio 2010


POLITICA
28 gennaio 2010
FASSINO IL RAPPORTEUR
Sulla “Stampa” Piero Fassino - definito “Rapporteur sul Medio Oriente per il Consiglio d’Europa” (i giornali non dispongono di un dizionario per tradurre rapporteur con “relatore”) sostiene che bisognerebbe riavviare i negoziati di pace in Palestina. Egli riassume i punti in discussione (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6896&ID_sezione=&sezione=) e si nota subito che non ci sono contropartite per gli israeliani: si tratta solo di richieste dei palestinesi. Essi vorrebbero Gerusalemme capitale, il blocco totale degli insediamenti e di nuove colonie e il riconoscimento del diritto al ritorno dei rifugiati. Al contrario rifiutano il controllo israeliano dei confini e dello spazio aereo del futuro Stato. Per questa sorveglianza preferirebbero “una forza multinazionale di pace”.
Si dimentica innanzi tutto che questi colloqui di pace dovrebbero concludere una guerra, quella del 1967, che è stata vinta da Israele, non dai palestinesi. Dunque sarebbe naturale che il vincitore ponesse condizioni al vinto, non il contrario. Ma qui siamo nel Vicino Oriente e la logica funziona in un altro modo.
Per quanto riguarda Gerusalemme, gli israeliani l’hanno conquistata con la forza ed è normale che se la tengano come loro esclusiva capitale: fra l’altro, mentre oggi gli arabi possono andare a pregare nella grande moschea, finché la città è stata giordana agli ebrei è stato vietato l’accesso. Dunque gli israeliani concedono ai palestinesi più di quanto i palestinesi non abbiano a suo tempo concesso agli israeliani.
Per quanto riguarda i rifugiati (dai fratelli arabi mantenuti artificialmente in questa condizione per oltre quarant’anni) in primo luogo gli adulti di allora sono per la maggior parte morti; in secondo luogo, dopo tanto tempo sarebbe stato normale che si “accasassero” dovunque siano andati, come hanno fatto tutti i rifugiati del mondo. Per esempio i milioni di tedeschi dell’Est. Infine si può chiedere: perché mai i rifugiati dovrebbero tornare in Israele se già non tornano in Cisgiordania e a Gaza?
In realtà, come ricorda lo stesso Fassino, un ritorno in massa è assurdo. Non solo si tratterebbe di ospiti tutt’altro che graditi – basti ricordare che re Hussein di  Giordania li scacciò a cannonate – ma quei rifugiati rappresenterebbero circa un terzo della popolazione israeliana attuale. Sarebbe come chiedere all’Italia, dall’oggi al domani, di ospitare venti milioni di nuovi cittadini che odiano l’Italia.
Interessante è la richiesta di una “forza multinazionale di pace” per la sorveglianza dei confini e dello spazio aereo del nuovo Stato, dimenticando che nel 1967 tra Israele ed Egitto c’era una forza multinazionale di pace. Poi Nasser, per attaccare Israele senza testimoni, ne chiese il ritiro e prontamente l’ottenne. È strano che, in queste condizioni, Israele non si fidi dell’Onu?
Fassino parla pure della “necessità di riaprire i valichi di accesso” per consentire l’arrivo degli aiuti umanitari. E la domanda ovvia è: perché mai dovrebbe aprire i valichi Israele, sapendo che da quei valichi, in passato, sono arrivati terroristi e kamikaze, e non dovrebbe aprirli l’Egitto, che ha un confine in comune con Gaza? E poi, se i musulmani tengono tanto alla loro inimicizia con Israele, come mai poi desiderano stabilire contatti con loro?
Israele è stata ridotta a non avere nessun interesse alla pace. Costretta dagli Arabi, è arrivata ad assicurare da sé la propria sicurezza: con la recinzione, con la chiusura dei valichi, con ossessivi controlli alle frontiere. Un tempo i palestinesi potevano offrire la pace, oggi Israele la pace se l’è costruita da sé. Ha perfino ottenuto la fine del lancio di razzi partiti da Gaza e, ancora una volta, come? Non invocando il diritto, cui nessuno dà retta, da quelle parti; e neppure attraverso le preghiere, che non hanno avuto alcun esito: solo infliggendo a Gaza una dura punizione materiale e la morte di milletrecento persone. A questo punto la richiesta è divenuta comprensibile. È ragionevole fidarsi di impegni giuridici, avendo a che fare con gente del genere?
Due ultime note. Dice Fassino che “le posizioni islamiche radicali fanno dell’irrisolto conflitto israelo-palestinese una bandiera per la loro azione destabilizzante” e che una pace in quella regione la farebbe venir meno. A parte il fatto che lo statuto di Hamas indica, come soluzione del problema non la pace ma l’eliminazione dello Stato d’Israele, è così difficile farsi una bandiera nuova, quando si ha voglia di attaccare?
A Ramallah, a proposito della possibile pace, dei maggiorenti hanno detto al nostro uomo politico che «il ponte è traballante, ma non ce n’è un altro per attraversare il fiume». Giusto. Solo che i palestinesi in sessant’anni quel fiume non hanno mai voluto attraversarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010
Se volete aggiungere dei commenti, dal momento che su questo blog la cosa è divenuta difficile - per infinite lentezze, a volte tentativi non riusciti - inseriteli su pardonuovo.myblog.it, dove c'è lo stesso testo e, probabilmente, altri commenti. 
POLITICA
27 dicembre 2009
ODIARE PER PRIMI
L’odio ha una caratteristica: chi se lo confessa varca un Rubicone e per questo crede di avere un vantaggio. Dal momento che “odia per primo”, reputa che la controparte non sarà armata di altrettanta animosità e pensa che con la propria mancanza di scrupoli avrà il vantaggio del primo colpo. Ma questo comportamento, se non conduce ad una rapida vittoria, fa sorgere un odio simmetrico e moralmente giustificato nella controparte. Una reazione che a volte può portare ad una punizione durissima: Hiroshima è anche figlia di Pearl Harbour.
Le regole di guerra, contrariamente a quanto pensano gli sciocchi, non nascono dall’amore della legalità ma dall’interesse reciproco. Se noi uccidiamo i prigionieri, il nemico ucciderà i nostri commilitoni catturati. Se si ha la “furbizia” di utilizzare le ambulanze per portare soldati o armi, il risultato inevitabile è che si sparerà contro le ambulanze. E neanche noi potremo trasportare i nostri feriti.
Una vicenda esemplare è quella della Palestina. I palestinesi hanno cercato di battere Israele e, avendo perso le guerre, hanno cercato altre soluzioni: i dirottamenti aerei, il sequestro di un transatlantico, l’assassinio degli atleti, l’intifada e ogni altra forma di lotta sleale, fino ad arrivare ai terroristi suicidi. Sembrava fosse l’ultimo stadio e invece ci si è spinti a far indossare cinture esplosive anche alle donne e ai ragazzi. Col risultato che i controlli sono divenuti implacabili. C’è dovunque un grande numero di blocchi stradali, ci sono due barriere invalicabili, una intorno a Gaza e l’altra intorno ad Israele dove – naturalmente - non si sente più parlare di massacri. Ma nel frattempo i palestinesi hanno perso i vantaggi che derivavano da una pacifica coesistenza con Gerusalemme.
Tutto questo torna in mente, leggendo del fallito attentato di Detroit. Uno studente di ingegneria nigeriano, ricco e di buona famiglia, ha tentato di far cadere un aereo con 276 persone a bordo. Prima i terroristi erano dei poveracci, fanatici e ignoranti, nati in nazioni arretrate; poi per renderli insospettabili si è elevato il livello (si pensi alle Torri Gemelle); poi si sono reclutati cittadini dei Paesi - obiettivo, si pensi alle bombe nella metropolitana di Londra, opera di giovani musulmani nati in Inghilterra e di nazionalità britannica; infine si è arrivati al livello degli studenti di ingegneria, figli di banchieri: e qual è il risultato di tutto questo? Che mentre prima in Occidente ci si sarebbe fatto qualche scrupolo, nel trattare un professionista islamico con la diffidenza e la rudezza riservate ai possibili terroristi, ora non si faranno eccezioni per nessuno. Gli israeliani infatti non ne fanno neppure per le donne incinte o per le ambulanze che trasportano morenti bisognosi di aiuto. Chi semina vento raccoglie tempesta.
È triste che uno sparuto gruppo di islamici criminali – insignificante se se confrontato con l’enorme marea di musulmani pacifici e inoffensivi – insegni all’Occidente l’odio per una grande religione. Le misure antiterrorismo sono sempre più severe e domani, per prudenza, si potrebbero non accettare più, a bordo degli aerei, coloro che avessero la sfortuna di avere un passaporto yemenita, saudita o pakistano. Gli stessi inglesi o francesi di origine musulmana potrebbero essere oggetto di discriminazioni, sia legali sia di fatto. Il terrorismo rischia di ingenerare nel mondo una sorta di razzismo religioso di cui francamente non si sentiva il bisogno. E di cui i musulmani innocenti sarebbero le prime vittime. Una discriminazione che peserebbe anche su quegli occidentali che avessero l’idea di convertirsi all’Islàm, come quel medico militare demente che ha fatto una strage negli Stati Uniti. Domani nessuno aspetterà i primi segnali di pericolo: basterà una fede evidente.
Purtroppo, non è detto che l’incredibile somma di svantaggi freni i fanatici. In Palestina si è insistito a sparare razzi su Ashkelon, sperando di fare vittime civili, finché Gerusalemme non ha perso la pazienza ed ha severamente punito Gaza. A quel punto i terroristi hanno smesso: ma non potevano non cominciare?
Il mondo ha un futuro in cui il sospetto, l’odio e l’ingiustizia avranno uno spazio maggiore, per colpa di chi, odiando per primo, si sarà creduto più furbo degli altri.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 dicembre 2009

POLITICA
21 dicembre 2009
IL PARALLELO INDECENTE: PD-HAMAS
D’Alema ha proposto un qualche accordo con la maggioranza e il risultato è stato una corale levata di scudi. Eppure lo schema era il seguente: noi concediamo qualcosina a Berlusconi, magari solo un’opposizione non fanatica, e lui ci darà questo, e questo, e questo. Basta leggere le parole di Beppe Fioroni, come le riporta il “Corriere”(1): “La spina giustizia fa molto male a Berlusconi e lui non può certo pensare che siamo noi a levargliela. Questo non ce lo può proprio chiedere. Ciò detto, se lui accetta le nostre proposte in materia di riforme (sia quelle sociali che quelle istituzionali) e se lui rinuncia al presidenzialismo, e fa il legittimo impedimento, noi non glielo votiamo, ma non facciamo l'opposizione con la bomba atomica”.
La sintesi è che Silvio Berlusconi dovrebbe nientemeno fare le riforme come le suggerisce il Pd, ottenendo in cambio un’opposizione civile per un singolo provvedimento. Viene da ridere. La maggioranza ha i numeri per approvare qualunque legge, salvo quelle costituzionali, e l’opposizione può essere ostruzionistica ma alla fine la maggioranza prevale sempre. Il Pd dunque non ha molto da offrire ed ecco che le sue pretese divengono stratosferiche: pretende di dettare le riforme – tutte – come se il Pdl fosse in minoranza. Lo schema sembra demenziale e tuttavia non è nuovo. Da oltre sessant’anni il mondo ne ha un altro, sotto gli occhi: in Palestina.
In origine fu offerto uno Stato ciascuno agli ebrei e ai palestinesi ma questi non l’accettarono: scatenarono una guerra e la persero. Israele allargò il proprio territorio e prese Gerusalemme ma questo non piacque ai palestinesi i quali insieme con tutti i loro alleati nel 1967 scatenarono una nuova guerra. Che persero. Passarono dunque da Stato indipendente a “Territorio Occupato”.  Dopo quarant’anni hanno finalmente abbassato le loro pretese? Macché. Avevano dei pendolari che andavano a lavorare in Israele,  ma hanno dato la stura agli attentati e questa fonte di reddito si è inaridita. Avevano comunicazioni con uno Stato più progredito del loro, ma hanno continuato con gli assassini di innocenti e il risultato è stato la recinzione. Hanno perso sia i vantaggi economici che l’arma del terrorismo. Sparavano razzi su Ashdod ma Israele ha bastonato Gaza ed hanno dovuto smettere. Oggi sono alla canna del gas e dopo tutto questo si accontentano dell’indipendenza? No. Vogliono Gerusalemme loro capitale, vogliono il ritorno di milioni di profughi, non chiedono che gli israeliani si ritirino, per dire, dal novanta per cento dei “Territori Occupati”: chiedono che abbandonino la Palestina o si suicidino in massa. Non restituiscono l’unico (innocente) ostaggio israeliano di cui sono in possesso in cambio di parecchie decine di detenuti, vogliono stabilire quali e quanti devono essere i detenuti da scambiare. E via dicendo. Sono tutti così irragionevoli? Certo che no. Ci sono i moderati. Costoro, pur chiedendo tutto ciò che s’è detto, offrono il riconoscimento di Israele e per questo sono additati come traditori della santa causa. Come, riconoscere Israele! Come, permetterle di esistere! Gli uni e gli altri dimenticano però che quello Stato esiste già e loro non hanno nessuna possibilità di costringerlo a fare alcunché. Ci sono persone che non tengono nessun conto della realtà.
Per il Pd avviene qualcosa di analogo. Da un lato la maggioranza ha un margine confortevole, il governo ha l’approvazione del paese, la popolarità di Berlusconi è enorme, dall’altro si crede che offrire “un’opposizione moderata per un singolo provvedimento” sia chissà che concessione e, in compenso, si chiede la luna. Anche qui, naturalmente, chi fa questa proposta è additato come traditore della santa causa.
Paragonare il Pd ai palestinesi è cosa indecente: ma per certi estremisti (e non sono pochi) il parallelo con Hamas è giustificato.
Alcuni scervellati sono così convinti di essere dal lato della ragione, così sicuri che l’avversario è brutto e cattivo, e che, per quanto forte, dovrà necessariamente dichiararsi vinto (anche in cambio di un buffetto sulla guancia), che perdono totalmente la percezione della realtà. In queste condizioni, come a favore dei palestinesi non si è visto nulla di nuovo negli ultimi quarantadue anni, c’è da temere che il Pd rimanga all’opposizione per altri quarant’anni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 dicembre 2009
  http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_20/alema-veltroni-sfogo-attacchi_5d764934-ed40-11de-9ea5-00144f02aabc.shtml


POLITICA
4 novembre 2009
UN WARGAME PER L'IRAN
Qualunque persona di buon senso sa che le soluzioni ai problemi di politica internazionale che si possono inventare parlando con un amico o col barbiere hanno una probabilità su mille di essere valide. Dunque, anche la tattica che sarà qui suggerita, per l’Iran, ha ben poche possibilità di essere ragionevole: viene scritta solo per suscitare le obiezioni di chi è più competente, col risultato che alla fine ne sapremo tutti di più.
Giorni fa si è scritto, con un sentimento di disperazione ma purtroppo  molto realisticamente, che quello dell’Iran è un problema insolubile . Si sono esaminate le diverse opzioni: la distruzione dei siti noti, l’invasione via terra ecc., ma nessuna di esse risolve il problema di un regime fanatico,  dotato della bomba atomica, che proclama di voler distruggere un intero Stato. E soprattutto: per quanto tempo bisognerebbe occupare l’Iran?
La soluzione che qui si propone parte proprio dalle difficoltà che sono state esposte e, per così dire, le trasforma in vantaggi.
In Afghanistan il grande problema è che i talebani si confondono con la popolazione, e per conseguenza gli Stati Uniti e i loro alleati non possono trarre vantaggio dalla loro enorme superiorità quanto ad artiglieria ed aviazione. In Iran invece il problema è quello di eliminare dei siti, ben individuati; e di distruggere prevalentemente cose e non persone. Washington potrebbe dire: sappiamo che nel tale luogo, tot longitudine est, tot latitudine nord, c’è un sito nucleare. Vi diamo due ore di tempo per evacuare tutti coloro che ci lavorano. Se il sito è in una città, sgombrate l’intero quartiere, ché se poi a voi non importa dei vostri cittadini, figuratevi a noi. Sappiate comunque che scadute quelle ore, del sito, che sia in campagna, su un’isola, in una città, non rimarrà pietra su pietra. Dolenti per i danni; dolenti per le eventuali vittime; dolenti per le eventuali fughe di radioattività ma sappiate che, se non rinuncerete ai vostri programmi, distruggeremo uno dopo l’altro tutti i vostri siti nucleari, sia quelli attuali sia quelli che doveste aprire in seguito. Qualunque attività di questo genere sarà come una “richiesta” di distruzione totale.
Purtroppo, se si volesse impedire che l’Iran, per rappresaglia, mini lo stretto di Ormuz, bisognerebbe distruggere l’intera flotta iraniana e qualunque cosa galleggi e possa portare una mina. In seguito si vieterebbe per giunta alle imbarcazioni battenti bandiera iraniana di lasciare i porti. Anche questa punizione terribile dell’Iran (che se la sarebbe cercata) è una cosa che una grande potenza, dotata di grandi mezzi tecnologici, può fare senza sforzo.
Come si vede si tratterebbe di ribaltare contro i suoi autori quella perfida invenzione del Ventesimo Secolo chiamata “guerra asimmetrica”. Stavolta asimmetrica nel senso che l’Occidente infliggerebbe colpi durissimi senza subirne alcuno. Nessuna assicurazione stipulerebbe una polizza sulla vita ai piloti iraniani che osassero levarsi in volo col loro aereo.
Naturalmente gli iraniani potrebbero cercare di portare tutte le fabbriche nel cuore delle montagne. Ma da un lato un buon bombardamento può sigillare le entrate della fabbrica dentro la montagna, dall’altro i drone e gli aerei potrebbero distruggere qualunque mezzo di trasporto che si avvicini a quella montagna, stavolta uccidendo anche gli occupanti dei mezzi. Fra l’altro, se gli americani volessero presidiare quell’entrata con dei paracadutisti bene armati, potrebbero farlo facilmente. Gli iraniani che osassero attaccare gli statunitensi in campo aperto sarebbero sterminati in men che non si dica. Occupare e presidiare un intero, grande paese, è impresa costosissima, impedire che si entri in una montagna si può fare con  l’aiuto dell’aviazione e poche decine di uomini.
Come è ovvio, l’opinione pubblica internazionale protesterebbe: lo fa sempre, e l’Iran avrebbe la solidarietà del blocco dei Paesi anti-Occidente, quella che all’Onu si chiama “maggioranza automatica”. Ma non si fanno omelette senza rompere le uova. O gli Stati Uniti fanno capire che fanno sul serio o, un giorno, potrebbero amaramente pentirsi di avere permesso ad un gruppo di fanatici religiosi di menarli per il naso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 novembre 2009

POLITICA
27 settembre 2009
L'IRAN, OVVERO LA QUADRATURA DEL CERCHIO

L’Iran vuole la bomba atomica, è in grado di fabbricarsela e intende distruggere Israele. Non sorprendentemente, Israele non è d’accordo ed è a sua volta armato di bombe nucleari, più numerose e più progredite di quelle che potrebbe avere l’Iran. Ma mentre l’Iran può distruggere Israele con due o tre bombe, distruggere l’Iran è impossibile, date le sue dimensioni. Tuttavia, in caso di guerra atomica, mentre morirebbero circa cinque milioni di israeliani, potrebbero morire da venti a quaranta milioni di iraniani e gli altri rimanere intossicati. Chi può volere un risultato del genere? Nessuna persona ragionevole. Ma il punto è che qui ci sono in campo anche persone non ragionevoli.
Nella primavera del 1945 Hitler sarebbe stato disposto a lasciar uccidere tutti i tedeschi se questo avesse potuto procurargli la sopravvivenza politica o un’impossibile vittoria. Disprezzava l’intero popolo tedesco, che giudicava vile e imbelle, e pensava, come Caligola, che era un peccato non avesse una sola testa: glie’avrebbe tagliata volentieri. Lui personalmente, però viveva sotto sette metri di cemento armato. Nello stesso modo, il fanatismo islamico, che si fa forte di “non temere la morte, come la temono gli infedeli”, potrebbe imbarcare l’Iran in una guerra in cui, dal punto di vista delle perdite umane, avrebbe largamente la peggio. Ma i capi continuerebbero a predicare dai loro sicuri rifugi. Non c’è da contare sulla loro ragionevolezza.
A questo punto è ovvio: bisognerebbe impedire all’Iran di procurarsi l’armamento atomico. Ma come?
Un’azione militare come quella di Israele nel 1981, quando distrusse l’Osirak, non è possibile. I siti iraniani sono numerosi; non si può essere sicuri di conoscerli tutti; alcuni sono dentro le montagne o sottoterra: dunque sarebbe necessaria un’azione lunga e approfondita, con l’intervento di truppe di terra. Una vera guerra.
Inoltre, non potendo contrastare l’esercito americano, israeliano o ambedue nell’aria, nel mare e sulla terra, l’Iran potrebbe afferrare la giugulare dell’Occidente bloccando lo stretto di Ormuz e tagliando i rifornimenti di petrolio a buona parte del mondo. La cosa sarebbe tecnicamente facile da realizzare disseminando di mine lo stretto. Questa operazione non richiederebbe infatti l’impiego di grandi navi da guerra: basterebbero piccole e numerose imbarcazioni. Poi basterebbe che una sola petroliera saltasse in aria perché nessun altro armatore si sentisse di rischiare. Per giunta, anche a conflitto cessato, il pericolo di qualche mina non rimossa rimarrebbe presente, e la crisi si prolungherebbe per un tempo imprevedibile.
L’unica soluzione militare è la distruzione della flotta iraniana e di tutti i natanti iraniani prima dell’attacco. È facile immaginare quanto questa operazione sarebbe popolare, nel mondo.
E non basta. Ammesso che si riuscisse a distruggere tutte le installazioni atomiche, che cosa bisognerebbe fare? Rimanere lì a tempo indeterminato? Rischiare, una volta partiti, che gli iraniani ricomincino? Per non parlare della reazione delle opinioni pubbliche dinanzi alle migliaia e migliaia di morti che comporta una guerra guerreggiata. L’Italia, solo per sei soldati, ha decretato funerali di Stato.
Si potrebbe sperare di annullare il pericolo dei missili atomici iraniani con uno scudo di missili-antimissile, ma come essere sicuri che non ne sfugga uno che cada su Tel Aviv o Gerusalemme? In quel caso l’incendio mondiale sarebbe inevitabile.
E allora si parla di sanzioni. Queste, come si sa, non hanno una storia gloriosa. Ne ha potuto ridere perfino l’Italia degli Anni Trenta. Oggi la più seria sarebbe il taglio delle forniture di benzina, dal momento che l’Iran, seduto sul petrolio, non è in grado di raffinarlo nelle quantità che gli servono. Ma la Russia tentenna e può fornire a Tehran, via terra, tutto il carburante  necessario. Mosca vuole contenere l’iperpotenza statunitense ma i suoi  moventi non importano: importa che le sanzioni non valgono nulla se non coinvolgono tutti. E oggi non è così.
C’è pure chi spera che, ancora una volta, Israele “faccia il lavoro sporco”. Non solo è già odiata; non solo non ha interessi geostrategici, a parte la propria sopravvivenza, ma sulla base dei discorsi di Ahmadinejad è giustificata dal punto di vista del diritto internazionale. Purtroppo anche questa speranza è vana. Israele, per attaccare l’Iran con l’aviazione, deve sorvolare l’Iraq, e questo coinvolgerebbe gli Stati Uniti nella guerra, volenti o nolenti. Inoltre Israele non potrebbe invadere l’Iran via terra e certo non potrebbe in seguito presidiarlo. Infine non avrebbe sufficienti forze per tenere aperto lo Stretto di Ormuz.
Il futuro, come si vede, è più che preoccupante. Potrebbe divenire roseo se il regime degli ayatollah crollasse e fosse sostituito da un governo ragionevole. Ma quante speranze ci sono che ciò avvenga in tempo?
Oggi è dunque inutile irridere Obama per la sua indecisione e per la fatuità dei suoi sorrisi. Che sia un grande Presidente o un Presidente per ridere, nessuno può risolvere la quadratura del cerchio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
P.S. Per chi fosse interessato, su www.pardo.ilcannocchiale.it, ancora per qualche giorno un forum dal titolo Conversazione Teologica, introdotto da uno scritto dello stesso autore.
27 settembre 2009

POLITICA
29 giugno 2009
LO SCOTTO DELL'IRAN
LO SCOTTO DELL’IRAN
Il problema dell’Iran, della sua bomba atomica, dell’antisemitismo di Ahmadinejad e di chi lo sostiene, rientra in quadro più grande che si riassume in questa domanda: in che modo uno Stato moderno può affrontare una crisi?
Per secoli i governanti hanno avuto dei vantaggi. Da un lato non avevano un’opposizione, dall’altro non esisteva opinione pubblica. Questo faceva sì che gli oppositori fossero uccisi o comunque annientati e che il popolo fosse costretto ad obbedire, senza poter dire la sua. Oggi, nei paesi democratici, non solo esiste un’opposizione ma c’è una pubblica opinione che finisce con l’imporre le proprie scelte. Il caso storico più citato è quello del Vietnam: pare gli Stati Uniti abbiano “perso” la guerra più nei campus della madrepatria che nelle risaie del sud-est asiatico. Quando la pubblica opinione fu risolutamente contraria, a Nixon non rimase che porre un termine alle ostilità.
Il governo democratico è paralizzato dall’ingenerosità e dall’incompetenza della pubblica opinione. Immaginiamo che esista uno Stato, il Demo, costituito dalla fusione di Germania, Francia, Israele, Italia e Spagna. Dinanzi al problema iraniano il Demo decide di agire e contempla i seguenti scenari.
1)    Ingiunge all’Iran di smettere di perseguire il conseguimento dell’arma atomica: inizialmente ha buona stampa ma sa già che il risultato finale sarà una perdita di credibilità. Ecco perché le proteste e le critiche di molti giornali per l’inerzia dei governi democratici sono sciocche. Che questi parlino, gridino o stiano zitti, a Tehran non cambia nulla.
2)    Bombarda i siti iraniani in cui si produce la bomba, ma dal momento che essi sono ben protetti, probabilmente non ottiene lo scopo. Quello che ottiene con certezza è invece la più ferma riprovazione internazionale. Come, la Francia e Israele hanno l’atomica e bombardano un altro Paese solo perché la vuole anch’esso? Come, un’intera coalizione di paesi ricchi va a bombardare un paese povero? Apparirebbero su tutti i giornali le foto delle vittime e in totale la corsa alla bomba continuerebbe. Naturalmente l’Iran, già di suo tendente alla sponsorizzazione del terrorismo, per vendetta spedirebbe terroristi suicidi in tutto l’occidente e le opposizioni e i giornali criticherebbero aspramente i governi. Essi sarebbero infatti responsabili di avere attaccato l’Iran, senza neppure fermarlo.
3)    Considerata l’inefficacia di queste iniziative, il Demo decide di impedire il peggio con una normale guerra preventiva: una spedizione come quella americana in Iraq. Prima ancora di cominciare, ci sarebbero ovviamente infinite proteste di piazza. Poi la guerra comporterebbe spese e morti e in questo caso le opposizioni e i giornali, invece di guardare all’eventuale  vantaggio conseguito, sottolineerebbero da mane a sera che si è commesso un errore imperdonabile. Si è dimenticata la lezione dell’Iraq? E poi, è sufficiente che ci siano diecimila morti per parlare di disastro immane. Per giunta, anche ad ammettere che la guerra si vincesse, ci sarebbe il dopo guerra da amministrare e s’è già visto che a volte è più problematico dello stesso conflitto. No, nessuno perdonerebbe a Demo la guerra d’Iran, quand’anche la vincesse.
4)    A questo punto è evidente che è sbagliato protestare, bombardare l’Iran, o invaderlo: non rimane che l’inazione. Purtroppo anch’essa è criticabile. Se un giorno l’Iran facesse arrivare un’atomica su Israele e quel piccolo Stato si vendicasse con dieci o venti atomiche sulle città iraniane, chi non direbbe che il Dem è stato colpevole della morte di una ventina di milioni di persone? Era facilissimo prevedere ed evitare questa tragedia immane. Tutti sottolineerebbero come le parole di Ahmadinejad non avevano bisogno di speciali interpretazioni. La tempesta era stata avvistata all’orizzonte e non per questo si era avuto il buon senso di evitarla. Ed ora per giunta l’Europa subiva un fall out che avrebbe ucciso o fatto ammalare di cancro chissà quanti bambini.
Ecco la tesi centrale. Uno dei più gravi inconvenienti delle grandi democrazie contemporanee è il fatto che l’opinione pubblica, dovunque, ha dimenticato che le cose hanno un prezzo. Vuole che il Paese non sia aggredito, ma non vuole pagare per gli armamenti; anzi, non ne vuole avere. Vuole le vittorie militari, ma senza che muoia nessuno. Neanche fra i nemici. Vuole che il governo faccia qualcosa ma poi lo critica per averla fatta o semplicemente perché quella cosa ha un costo. In queste condizioni nessuno può dire di governare bene e la tendenza è quella di non fare nulla. Sperando che, al momento delle inevitabili critiche per l’inerzia, queste ricadano su qualcun altro.
Dopo la conferenza di Monaco Churchill disse: Britain and France had to choose between war and dishonor. They chose dishonor. They will have war. La Gran Bretagna e la Francia dovevano scegliere fra la guerra e il disonore. Scelsero il disonore. Avranno la guerra. La storia dimostrò che aveva ragione, ma la storia narra anche il tripudio e il sentimento di sollievo che seguì l’incontro di Monaco. Sembrava si fosse salvata la pace e la felicità.
Che Churchill avesse ragione la storia l’ha detto dopo: ma sul momento ha avuto torto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
I commenti sono graditi.
29 giugno 2009
P.S. Scoop! In questo articolo Berlusconi non è citato neppure una volta!

POLITICA
14 giugno 2009
VINCE AHMADINEJAD
VINCE AHMADINEJAD: LE CONSEGUENZE
La vittoria di Ahmadinejad a Tehran può essere discussa, e lo è in primo luogo da coloro che, in Iran, hanno votato per il suo concorrente; tuttavia il dubbio sulla correttezza della tornata elettorale, considerando la situazione dall’Occidente, non ha nessuna importanza. O veramente Ahmadinejad ha avuto oltre il sessanta per cento dei voti, e dunque rappresenta fedelmente il popolo iraniano, oppure è stato capace di realizzare brogli elettorali di tale portata, da creare uno scarto di ventiquattro punti col suo migliore avversario. In questo caso sarebbe chiaro che ha in mano il potere: elezioni o non elezioni.
In quel Paese del resto, già a monte, le elezioni non sono democratiche: il governo infatti non permette a chiunque di candidarsi e di fare campagna e la competizione è permessa solo fra candidati non ostili alla teocrazia. Nella loro scelta gli iraniani avranno l’occasione di ricordare il detto di Henry Ford che, a proposito della sua Ford T, diceva: “Potete averla di qualunque colore, purché nera”. E chissà che non nasca da questo l’esasperazione di una parte degli iraniani. L’automobile l’avrebbero voluta almeno grigio scuro.
L’Iran va accettato come un dato immodificabile e non ci sarebbe nessun problema se le discutibili politiche della sua classe dirigente - in materia di diritti umani, di diritti delle donne, di giustizia penale, e perfino in campo militare - fossero esclusivamente rivolte all’interno. Purtroppo, l’Iran ha anche una politica estera la quale ha due stelle polari: una religiosa, l’appoggio agli sciiti contro i sunniti, e l’altra, ancor più importante dello scisma religioso, l’appoggio a qualunque attività, anche terroristica, contro Israele e contro gli Stati Uniti.
Anche qui bisogna ridurre il problema all’osso. Per quanto Ahmadinejad o chi per lui spari bordate di parole contro gli Stati Uniti, questi sono troppo lontani, troppo grandi e troppo forti per esserne inquietati. Chi ha realmente motivo di allarmarsi, facendo l’ipotesi di una potenza regionale fanatica in possesso dell’arma atomica, sono gli Stati sunniti, in particolare quelli ricchi e disarmati come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Molto tranquilli non potrebbero sentirsi neppure Stati che vantano un’antica alleanza con l’Iran, come la Siria, o altri, come l’Iraq, con cui s’è avuta una sanguinosissima guerra durata otto anni. Quest’ultimo Stato ha una maggioranza sciita ma, si sa, vicinitas mater discordiarum: la vicinanza fa nascere le discordie.
L’emergere di una potenza militare regionale è allarmante per gli Stati arabi più di quanto non lo sia per Israele. Questo Stato può infatti rispondere alle minacce con uguali minacce, anzi con minacce molto maggiori: l’Iran è molto più popoloso e, se si mette l’insetticida in una stanza chiusa, non costa di più uccidere mille mosche piuttosto che cinquanta.
Il problema è dunque: come possono reagire gli Stati arabi? L’alleanza con un vicino forte e aggressivo si chiama sudditanza. Una loro guerra preventiva è impensabile (politicamente, economicamente, militarmente) e di fatto potrebbero farla solo gli Stati Uniti, con l’appoggio di Israele. Una soluzione sarebbe quella di dotarsi a propria volta di un armamento nucleare, dando luogo ad una proliferazione che – secondo il principio di Murphy – condurrà ad un disastro di proporzioni planetarie. Infine potrebbero stringere alleanze tipo Nato con gli Stati Uniti, ma incontrerebbero due difficoltà: la riluttanza di Washington a farsi trascinare nel teatro mediorientale e l’ostilità della loro stessa piazza, cui essi stessi hanno predicato l’anti-americanismo. Per non parlare di un’impossibile alleanza con Israele.
Obama ha cercato la via del negoziato, perfino mediante affermazioni e richieste che hanno parecchio allarmato Gerusalemme, e forse crede veramente nel potere taumaturgico della parola: certo è che l’Iran lo ha risvegliato dalle sue illusioni. Oggi non gli rimane che prendere atto di avere a che fare con un avversario che crede stoltamente di avere tutte le briscole in mano. Ora dovrà spiegargli che non si sta giocando a carte ma alla sopravvivenza. Bisognerebbe dirgli: “Fai pure tutti i discorsi che vuoi, ma sappi che se fai arrivare una bomba atomica su Tel Aviv, Israele distruggerà tutte le città iraniane e quando gli finiranno le sue bombe noi gliene forniremo altre”. Questo è un discorso che capirebbero anche a Tehran.
Tanto che l’ultimo dubbio è: chi dice che questo discorso, dietro la facciata, non sia già stato fatto?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro motivato parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
14 giugno 2009

CULTURA
13 maggio 2009
DUE POPOLI, DUE STATI
DUE POPOLI, DUE STATI
Il viaggio del Papa in Terrasanta ha riportato sotto i riflettori il problema palestinese. Uno dei luoghi comuni, al riguardo, è che la soluzione sia quella di “due popoli e due Stati”. Anche se – si aggiunge – ci sono parecchi ostacoli: i coloni nei Territori Occupati, il problema dei rifugiati e, soprattutto, il rifiuto degli estremisti palestinesi. Infatti Hamas e gli estremisti islamici non vogliono una parte della regione, la vogliono tutta. Sono pazzi? Forse meno di quanto si pensi.
Lo sarebbero certamente se sognassero, con le loro sole forze, di riuscire militarmente dove non sono riusciti tutti gli Stati arabi coalizzati. Ma forse è ragionevole che rifiutino un’offerta che non viene loro fatta. E facciano finta di chiedere di più.
La tesi sembra ardita ma non è detto che sia infondata.
Uno Stato è tale quando è sovrano, cioè quando ha l’indipendenza legislativa, amministrativa e soprattutto militare. Ebbene: un tale Stato non può essere tollerato da Israele. Gerusalemme può accordare al vicino una totale autonomia ma non potrà mai permettere la vera indipendenza militare, perché di questa indipendenza il nuovo Stato, secondo i suoi attuali programmi, si servirebbe per attaccarlo. Pure se molto debole, la Palestina potrebbe permettere ai suoi alleati – Siria, Egitto, Giordania e corpi di spedizione anche iraniani - di entrare nel proprio territorio per attaccare Israele dalle attuali frontiere. E perché mai Israele dovrebbe mettere a rischio la propria sopravvivenza, perché mai dovrebbe rinunciare al “cuscinetto” costituito dai Territori Occupati?
Nel 1948 i palestinesi si videro offrire uno Stato sovrano e lo rifiutarono. Dissero che non potevano contentarsi di più di metà della Palestina e tentarono – già allora – di “buttare a mare gli ebrei”. Persero e invece di piegarsi al responso delle armi, continuarono a rilanciare per decenni con altre guerre, tutte perse, fino a scrivere nello Statuto di Hamas il programma dell’eliminazione degli ebrei. L’eventuale nuovo Stato dunque sarebbe aggressivo, mentre se oggi Israele può dormire sonni tranquilli è perché i palestinesi sono fermati da una recinzione e perché, da quei Territori, non può venire un esercito dotato di armi pesanti.
In passato i palestinesi non hanno voluto l’indipendenza, oggi non possono più averla. Non hanno soltanto perduto tutte le guerre, hanno perduto anche la pace. Se oggi dicono orgogliosamente che non sono disposti a nessun compromesso, possono farlo gratis: infatti la Palestina, malgrado la sua bandiera e un’incessante retorica di guerra ed odio, è solo un Territorio Occupato. E tale timarrà a tempo indeterminato. Israele infatti non può permettere che si costituisca a pochi metri dalle sue case una minaccia per la propria sopravvivenza. Se i palestinesi, sessant’anni fa, avessero avuto un minimo di buon senso e di tolleranza, il problema non si sarebbe neppure posto: ma è andata com’è andata.
Nelle guerre normali, il vincitore lascia al vinto una limitata autonomia e questo avviene per un tempo relativamente breve. Dopo la Prima Guerra Mondiale le potenze alleate imposero il disarmo alla Germania; quelle della Seconda Guerra Mondiale tennero loro basi militari sul suolo tedesco per decenni e anche l’Italia ebbe le sue limitazioni: per esempio non è un caso se non possediamo portaerei. Ma il tempo e i buoni rapporti smussano gli angoli. Le ostilità si dimenticano e anche i vinti recuperano la loro indipendenza. Trenta o quarant’anni dopo la fine della Guerra, i rapporti fra inglesi e americani da un lato, e italiani e tedeschi dall’altro, erano tutt’altro che nel segno della guerra. Al contrario, trent’anni dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 di pace non si parlava neanche lontanamente. Dal 1978 sono passati altri trent’anni e Hamas sogna di buttare a mare gli israeliani. E allora non c’è speranza: il problema è insolubile.
L’unica via d’uscita sarebbe un atteggiamento pacifico che, alla lunga, rassicurasse Israele. Ma a questo punto non si deve sconfinare nella fantapolitica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
13 maggio 2009


CULTURA
23 febbraio 2009
UNA QUESTIONE FUTILE

UNA QUESTIONE FUTILE

Dei lettori chiedono conto a Sergio Romano, editorialista del “Corriere della Sera”, del suo atteggiamento favorevole al riconoscimento di Hamas, malgrado il suo statuto terroristico, e favorevole a negoziati diretti Israele-Hamas. Romano risponde che quelle dello statuto di Hamas sono parole vane, dalle finalità prevalentemente propagandistiche, vista l’irrealizzabilità del progetto; che l’inclusione di quell’organizzazione fra quelle terroristiche non ha un serio valore di certificazione, perché questo genere di dichiarazioni dipende da negoziati fra i vari paesi e dai loro interessi; che infine è inutile che Israele dichiari di non poter negoziare con Hamas, visto che già lo fa, se pure attraverso la mediazione egiziana. E tanto varrebbe farlo a faccia a faccia.

Romano – pure sottilmente anti-israeliano da sempre – dice stavolta cose indubbiamente vere. Dunque bisogna plaudire alla sua tesi? La risposta è no.

Se è vero che coloro che “non si parlano” “si parlano” di fatto (come i divorziandi, attraverso i loro avvocati), perché farlo ufficialmente? Hamas ha interesse a presentarsi come l’arcinemico di Israele, l’organizzazione che non scenderà a nessun compromesso, che porterà a termine la missione finale, dovesse costare la vita a molti, ecc. e tutto questo per il popolino è incompatibile col dialogo cortese. Dunque Hamas tiene a far sapere che “non parla con Israele”. Israele fa altrettanto, nei riguardi di un’organizzazione effettivamente spregevole e terroristica. Ma dal momento che gli amici si possono scegliere e i nemici no, se bisogna mettersi d’accordo sui termini di una tregua, si è obbligati a comunicare. Poi, che lo si faccia nella stessa stanza, in due stanze separate con un cireneo che fa la spola, o attraverso ambasciate straniere, poco importa.

Ecco perché la questione è sembrata futile. I lettori chiedono: perché parlarsi, se l’altro è un nemico inqualificabile? E la risposta è semplice: perché è inevitabile. Romano allora dice: perché non parlarsi in pubblico, se già lo si fa in privato? E anche qui la risposta è semplice: perché parlarsi in pubblico non converrebbe a nessuno. Dalla necessità alla pubblicità il passaggio non è obbligatorio, diversamente i gabinetti non avrebbero porte.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 febbraio 2009


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