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politica estera
25 agosto 2014
SE L'ISLAM VINCESSE
Mi scuso con i gentili lettori. Il sito è stato inaccessibile per tutta la giornata di ieri. Inaccessibile anche a me. G.P.

Maurizio Molinari, sulla Stampa(1), sostiene che il fanatismo islamico cominciò ad essere attivo avendo soprattutto un'organizzazione centrale (al Qaeda) e una testa (quella di Osama bin Laden). Oggi invece questo fanatismo si è diffuso, è diventato policentrico ed ha la sua base nelle sparse tribù del vasto mondo islamico. Ciò rende molto difficile proseguire una battaglia che potremmo anche non vincere.
Può darsi che questa tesi sia esatta da un capo all'altro. Essa sembra tuttavia non tenere conto di un dato storico: il successo a volte è più facile ottenerlo che amministrarlo. I grandi imperi - si pensi a quello d'Alessandro Magno - sono stati resi fragili dalle loro stesse dimensioni. L'Impero Romano si è sempre dovuto affannare per proteggere le sue frontiere, finché non ne è più stato capace. L'Impero di Mosca è imploso quando aveva raggiunto le sue massime dimensioni. Dopo qualche rovescio non grave ma umiliante, la stessa America di Obama ha deciso  di tirare i remi in barca e di leccarsi le ferite economiche piuttosto che dominare il mondo. E se questo vale per alcune delle più grandi potenze della storia, figurarsi se ci sia da contare su un successo stabile delle tribù islamiche.
Nessuno si nasconde che i terroristi, soprattutto se sostenuti da Stati canaglia, possono fare grandi danni. L'abbiamo imparato l'undici settembre del 2001. Ma essi non possono vincere una guerra. Possono indurre un occupante a "tornarsene a casa sua", come è avvenuto con i francesi in Algeria, ma se è già a casa sua, e non ha dove andare, il terrorismo può soltanto innescare una risposta forte e dura. L'esempio giusto qui è Israele la quale infatti, a forza di barricarsi, è stata capace di far cessare gli attentati sul suo suolo. Per un Paese comparativamente sconfinato come la Francia, o per un Paese circondato da un mare caldo come l'Italia, le difficoltà di controllare le frontiere sarebbero molto più difficili e forse impossibili: ma rimane vero che i terroristi non riuscirebbero mai ad impadronirsene.
Una conquista dell'Europa è assurda sin dal 732 d.C. In realtà gli integralisti islamici avrebbero già enormi difficoltà sullo stesso territorio della Ummah. Chi vince ha diritto al trionfo ma il difficile viene dopo, ed è governare. Ammettendo che questo fantomatico Stato Islamico della Siria e del Levante sunnita  conquistasse una grande parte del Medio Oriente, fatalmente si scontrerebbe con la parte maggioritaria dell'Iraq, che è sciita; contro un agguerrito Iran, patria della Shia, che da sempre tende a pesare molto nella politica dell'Iraq; contro l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che sono, sì, sunniti, ma non per questo disposti a condividere con degli straccioni le ricchezze che ricavano dal loro petrolio. Come se non bastasse,  avendo usato il terrore per ottenere il potere, i conquistatori dovrebbero aspettarsi che la stessa arma sia poi usata contro di loro. Se infine lo Stato Islamico si intestardisse a dichiarare corrotti e traditori i governanti di molti Stati arabi (a cominciare dall'Arabia), ai resistenti non mancherebbero né i finanziamenti né i "santuari". Farsi temere ed odiare non è poi quel grande affare che alcuni pensano. I barbari difesero a lungo le frontiere romane, gli europei dell'Est non vedevano l'ora di rimandare i russi a casa, a calci, dimenticandone per quanto possibile l'esistenza.
L'impotenza internazionale degli arabi nasce tradizionalmente dalle loro eterne divisioni, ma un ulteriore fattore di debolezza è dato dallo stesso integralismo islamico. Quanto più esso è estremista, tanto meno è capace di essere ricco e forte. Può darsi che l'unica cultura necessaria, come diceva il califfo Omar, sia la conoscenza del Corano, ma presto si scopre che Allah ha fatto agli arabi soltanto il dono del petrolio, non quello delle raffinerie o di un esercito efficiente. 
I propositi di molti musulmani fanatici sembrano nascere da sentimenti simili a quelli della volpe che non arrivava all'uva. Sentendosi del tutto incapaci di rincorrere la cultura e la prosperità dell'Occidente, prendono la direzione opposta: non lo studio ma la preghiera; non la ricchezza ma la purezza dei costumi; non la potenza militare ma la mera capacità di rendere la vita difficile al vincitore; non il progresso ma il ritorno all'Islàm delle origini, incluse le conversioni forzate e le stragi; non il riscatto, insomma, ma una fuga nell'ascesi religiosa.
L'Italia non ha una frontiera in comune con questa gente e sembra non comprendere la propria fortuna. La stupidità dei nostri governanti permette a migliaia e migliaia di musulmani - a motivo di una pietà che essi non avrebbero mai per noi - di entrare in Europa. Fino al giorno in cui alcuni di costoro - incolpevolmente, come lo scorpione che punse la rana - morderanno la mano che li ha nutriti. L'abbiamo già visto in Inghilterra e soprattutto in Francia. I nostri figli pagheranno il conto. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 agosto 2014
(1)http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=1


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POLITICA
13 agosto 2014
IL MEDIO EVO CONTINUA
L'orrore per i fatti che avvengono nel nord dell'Iraq induce ad amare riflessioni. Mentre i Romani, soprattutto per buon senso politico, si fecero notare per la loro tolleranza riguardo ad usi e costumi dei popoli sottomessi, nell'antichità l'intolleranza fu quasi routine. Probabilmente tutto è sempre dipeso dal fatto che - allora come oggi - credendo che la propria religione sia l'unica giusta e vera, la si vuole imporre agli altri, "per il loro bene". E infatti neanche noi siamo esenti dalla barbarie che oggi pensiamo di rimproverare agli altri. Le esecuzioni di massa per il rifiuto di convertirsi non sono estranee al Cristianesimo. Ne fu protagonista anche quel Carlo Magno che rimane figura eponima dell'Unione Europea. 
Le cose non sono molto cambiate in epoche a noi molto più vicine. I governanti comunisti, non appena credevano di correre il pericolo di essere detronizzati dalla volontà popolare, ricorrevano alla dittatura "per continuare a fare il bene del popolo", e uccidevano gli oppositori. 
Pur essendo convinto delle proprie idee, lo scettico concepisce che il prossimo ne abbia altre; il credente invece non si capacita del dissenso e lo attribuisce a un difetto morale: stupidità e pregiudizio, ignoranza e corruzione. Dal 1994 in poi, coloro che votavano per Berlusconi consideravano i loro avversari dei poveri illusi dell'utopia comunista, mentre questi ultimi reputavano coloro che votavano per il Cavaliere degli imbecilli, degli idioti ipnotizzati dalla televisione, dei corrotti comprati, dei delinquenti comuni. La loro Fede era nettamente più forte. Infatti non sognavano di battere Berlusconi politicamente, volevano che fosse chiuso in galera, applaudivano chi gli lanciava in faccia pezzi di marmo e tifavano per il cancro, sperando che l'uccidesse. 
E tuttavia qualche progresso c'è stato. Salvo occasionali ricadute all'indietro - pensiamo agli orrori della Guerra Civile spagnola, o alla Germania nazista - i popoli civili, grazie ad una diffusa alfabetizzazione ed a costumi resi più miti dalla prosperità, hanno sterilizzato e ritualizzato i loro contrasti. Il campanilismo si traduce in rumorosi incontri di calcio, anche se quelli che hanno la fede più forte poi vengono alle mani, e in campo politico al massimo si rende il nemico irrilevante, si pensi a Gianfranco Fini. Fra gli Stati si litiga, ma si continua a considerare "impensabile" una guerra. 
Purtroppo, il tempo non è passato nello stesso modo per tutti. A partire dall'Umanesimo, l'Europa e le sue propaggini americane hanno a poco a poco ritrovato la cultura e l'arte, e infine inventato la scienza e il progresso. Nel mondo islamico tutto ciò non si è verificato. O per l'avarizia dei luoghi, poco adatti a creare grande ricchezza, o per la tendenza ad abbandonare interamente a Dio il governo della realtà, trascurando anche la scuola, certo è che in maggioranza gli islamici sono rimasti fermi, intellettualmente, a ciò che erano secoli fa. E mentre ancora nell'Ottocento, di fronte ad un'Europa appena un po' più prospera di loro, i musulmani sono stati tranquilli e tolleranti (con gli ebrei, in particolare, più di quanto lo fossero los Reyes Católicos) dopo la Seconda Guerra Mondiale, in coincidenza col vertiginoso progresso economico occidentale, la loro situazione è divenuta innegabilmente umiliante. L'Occidente Cristiano era forte mentre loro erano deboli, l'Occidente era ricco mentre loro erano poveri, l'Occidente era vincente mentre loro erano perdenti. Ciò ha provocato un'insopportabile frustrazione. Un acido e violento risentimento, molto vicino all'odio, che sarebbe stato lieto di tradursi in vittoria militare al seguito di un nuovo Maometto II. Ma questo era chiaramente impossibile, e allora  gli islamici, invece di capire che per secoli erano stati bloccati dalla loro Fede, per ritrovare la loro superiore identità morale si sono aggrappati alla sua purezza del Settimo o dell'Ottavo secolo dopo Cristo. L'Islàm, da sinonimo di tolleranza, è divenuto sinonimo di fanatismo, di terrorismo, di quella strage degli infedeli che vediamo nel cosiddetto Stato Islamico dell'Iraq e del Levante.
Né diverso è ciò che vediamo a Gaza. Gli integralisti di Hamas non assegnano nessun peso alla vita degli infedeli, ché anzi, se sono civili ebrei, è titolo di merito ucciderli. E sempre  in nome della Fede non assegnano nessun valore neanche alla vita dei musulmani. Se, per tentare soltanto di uccidere degli ebrei con dei missili, si provoca la reazione di Israele, e dei musulmani muoiono realmente, il prezzo può benissimo essere pagato. Nel loro Medio Evo, il valore della Fede conta molto più della vita dei fedeli. 
Questi fanatici ci appaiono incomprensibili perché apparteniamo ad epoche storiche diverse: loro sono fermi a mille anni fa. Ecco perché Obama non ha capito niente del mondo islamico. Insieme a molte anime belle dell'Occidente, crede che per dialogare con tutti basti un interprete. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 agosto 2014

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CULTURA
3 luglio 2014
PERCHÉ NON C'INTENDIAMO CON GLI ISLAMICI
L’orizzonte di ogni essere vivente è costituito dalla sua personale esperienza. I pesci abissali non possono che immaginare un mondo liquido, i leoni credono che l’unico cibo sia la carne e gli esseri umani interpretano tutto in chiave umana: dal momento che, a causa della loro superiore intelligenza, sono in grado di concepire i concetti di scopo, di prima, di dopo, di bene, di male, attribuiscono queste categorie all’intera realtà. Lo gnu, mentre sfugge alla leonessa, non le chiede perché l’insegua e voglia ucciderlo. Se invece un uomo si sente maltrattato da un altro uomo, gliene chiede conto. E a forza di concepire ogni attività come tendente ad uno scopo, vorrebbe sapere perché piova o perché non piova, perché ci sia una pestilenza o perché il raccolto un anno sia buono e un anno cattivo. E dal momento che la realtà è troppo complessa per le sue capacità, di tutto dà a sé stesso un’interpretazione antropomorfica e immaginaria.
Per i più primitivi, la spiegazione è pluralistica ma intellettualmente sterile. L’animismo, prestando una personalità vagamente divina ad ogni fenomeno, tralascia di chiedersi il “perché” del tutto. Viceversa i popoli tendenti alla riflessione logica sono in generale arrivati ad unificare il mondo delle divinità, organizzandolo in modo piramidale - ci sono molti dei ma uno di loro è il più importante e domina tutti gli altri (Giove) - oppure, più radicalmente, affermando che c’è un solo Dio (ebraismo, islamismo). Questo Dio unico – forma metafisica e onnipotente di un’individualità umana, come ha mostrato Feuerbach – ha creato il mondo e poi l’amministra con paterno interesse, premiando i buoni e punendo i cattivi. Anche se è incapace di contrastare tutto il male, tanto che, per molte religioni, accanto al più forte dio buono v’è un meno forte ma ineliminabile dio cattivo. Noi stessi abbiamo Satana.
Questa  spiegazione, essendo perfettamente in linea con la nostra mentalità, ci soddisfa pienamente. Purtroppo però l’interpretazione teologica del mondo non soltanto non ci aiuta a meglio orientarci in esso ma costituisce un ostacolo per la sua effettiva conoscenza. Se si reputa che la peste sia stata inviata o almeno permessa da Dio – visto che nulla può sfuggire alla sua volontà – l’unica difesa è la preghiera e l’espiazione. Se invece si reputa che essa sia il risultato di cause fisiche e biologiche, è con  rimedi fisici e biologici che può essere contrastata. E di fatto si è visto che finché si prega non si guarisce, mentre se la scienza fa dei progressi si possono opporre ad un male fisico risposte altrettanto fisiche e soprattutto efficaci.
Ciò spiega il muro d’incomprensione che separa l’Occidente dall’universo islamico. Da noi si è avuta una rivoluzione scientifica che tende a dare del mondo una spiegazione fondata sull’osservazione e sull’esperimento, mentre da loro si è accettata in modo così rigoroso l’interpretazione teologica della realtà che non si reputa utile indagare ulteriormente. Come disse il califfo Omar, distruggendo la biblioteca di Alessandria, se tutti quei libri erano in contrasto col Corano erano nocivi, e se erano in accordo erano inutili. Se tutto dipende dalla volontà di Dio - che l’uomo non può contrastare - è inutile cercare di usare la scienza per modificare la realtà. Se ciò fosse utile, lo farebbe Dio stesso. E se non lo fa, forse non è utile ed è bene che le cose vadano come vanno. Tesi che, dal punto di vista della coerenza, è perfetta e incontestabile. 
Probabilmente – ma qui siamo alle ipotesi – la causa ultima è una diversa mentalità. Mentre l’islamismo, religione orientale, tende a riportare tutto ad un unico potere (il tiranno in Terra, Dio in cielo), il mondo occidentale è tendente alla pluralità. I greci sentivano il bisogno della libertà in politica e di una spiegazione dei singoli fenomeni, avendo così un dio per il mare, uno per il sole, uno per la guerra. Spiegavano tutti i fenomeni naturali con la mitologia ma quell’insieme di favole è anche un’interpretazione della realtà. La scienza ha poi dato risposte diverse e migliori, ma le domande le avevano già poste i greci. E queste domande gli islamici forse non se le pongono nemmeno oggi.
Non si vogliono esprimere giudizi di valore. Anzi, ammettendo che Dio abbia creato il mondo e continui ad occuparsene, come sostengono la religione ebraica e quella cristiana, la posizione islamica è la più logica e la più coerente. Ma l’Occidente, con un atteggiamento religioso molto più “tiepido”, e perfino con la sua miscredenza, s’è in concreto procurato una vita molto più prospera e godibile.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
2 luglio 2014


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SOCIETA'
2 luglio 2014
VIETATO IL BURKA. COL MAL DI PANCIA
La Corte europea dei diritti umani ha dato il via libera al provvedimento francese che vieta di indossare il burka. La legge "non viola il diritto alla libertà di religione né quello al rispetto della vita privata". Essa "persegue lo scopo legittimo di proteggere i diritti e le libertà altrui e di assicurare il rispetto dei minimi requisiti del vivere insieme", checché significhi questa aulica asserzione. E giù notevoli sanzioni.
La norma francese è del tutto ragionevole e corrisponde agli standard sociali occidentali. In Italia per esempio la legge di Pubblica Sicurezza, salvo che a carnevale, vieta  di andare in giro con maschere o di coprirsi comunque il viso in modo da essere “travisati”, cioè irriconoscibili. Da noi, per vietare il burka, non sarebbe neppure necessaria una nuova legge.
Purtroppo, come diceva Nietzsche, il miglior modo di danneggiare una tesi è quello di difenderla con cattivi argomenti: ed è ciò che fa la Corte di Strasburgo. Ecco le motivazioni: la nuova disposizione "non viola il diritto alla libertà di religione né quello al rispetto della vita privata"; inoltre in Occidente siamo abituati a guardare in faccia il nostro interlocutore e "il volto gioca un ruolo importante nelle interazioni sociali". Il burka dunque può “mettere in questione in modo sostanziale la possibilità di avere delle interazioni sociali aperte". E infatti la Corte si guarda bene dall’invocare le più ovvie ragioni di pubblica sicurezza, cioè la riconoscibilità di chi circola per le strade, perché questo scopo, a suo dire, si poteva ottenere permettendo il burka ed imponendo nel contempo l’obbligo di mostrare il viso in caso di controllo di identità. 
Raramente si sono messe insieme tante sciocchezze. 
1. È inutile dire che il divieto del burka non violi la libertà di religione. Tale tipo d’abbigliamento non è previsto dal Corano, ma se i credenti di una determinata fede reputano che quel mantello sia un obbligo religioso imprescindibile per la donna onesta, e una legge vieta di adempierlo, è inutile girarci attorno: si viola la libertà di religione. È come se in un’isola del pacifico si imponesse alle turiste cristiane di ogni età d’andare in giro nude perché tale è la costumanza locale. Il punto in realtà è un altro: non è scritto da nessuna parte che non si possa violare la libertà di religione altrui. Se avessimo come immigranti degli Aztechi, gli permetteremmo forse i sacrifici umani? E del resto, perché preoccuparsi tanto? I musulmani, nei loro Paesi, non si fanno scrupoli, se devono imporci le regole della loro religione. Basti pensare all’Arabia Saudita.
2. In secondo luogo, checché scrivano i giudici di Strasburgo, la legge non rispetta la vita privata. Ma le leggi lo fanno continuamente. Non si può vivere della prostituzione della moglie; non si possono dare false generalità agli agenti di polizia; è vietato non denunziare all’anagrafe il figlio appena nato (sanzioni pesantissime); non si può guidare contromano; non si può dare del cretino ad un magistrato in udienza, anche se è effettivamente cretino. La lista non finisce mai. Ovvio che le leggi interferiscano con le nostre vite private, sono fatte apposta per quello. E le norme sull’abbigliamento sono assolutamente il meno. Del resto a tutti, da sempre, è vietato circolare nudi.
3. La teoria secondo cui il volto scoperto fa parte delle nostre costumanze sociali e un viso coperto “metterebbe in questione in modo sostanziale la possibilità di avere delle interazioni sociali aperte" è una pura balordaggine. Se l’esigenza di guardare in faccia l’interlocutore fosse veramente imprescindibile, bisognerebbe vietare anche il telefono. In realtà la ragione più semplice per vietare il burka è proprio quella che viene negata: quel velo non dà certezza dell’identità. Mentre al telefono dopo tutto posso buttar giù la cornetta, di presenza è ben diverso. Dentro quel sacco non si può sapere nemmeno se ci sia un uomo o una donna. Né vale dire che si potrebbe imporre il dovere di rivelarsi a richiesta degli agenti di polizia. Il cittadino non può dire al rapinatore: “Si tolga il burka, voglio vederla in faccia”, perché l’altro potrebbe rispondere: “Prima mi dimostri lei che è un ufficiale di polizia giudiziaria, e comunque intanto favorisca il portafogli”.
Era tanto difficile dire: “Questo tipo di abbigliamento, come qualunque altro che non consenta l’identificazione di una persona, è vietato”? E che bisogno c’era di giustificarsi, di chiedere scusa, e quasi di dimostrare che, pur prendendo un provvedimento giusto, si ha schlechtes Gewissen, mala coscienza? È proprio vero che quando una civiltà non crede più in sé stessa ha evidentemente imboccato la via della sua fine.
È il caso dell’Europa.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
1 luglio 2014


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POLITICA
13 febbraio 2011
IL SIGNIFICATO DELLA RIVOLTA
È innegabile che in questi mesi c’è stato un contagioso vento di rivoluzione nei Paesi arabi. Non solo in Tunisia, Algeria ed Egitto, ma persino in Giordania e in Yemen. Che cosa vogliono, i manifestanti? Pane e libertà. E in primo luogo l’eliminazione dell’uomo che rappresenta il potere.
Una ventata di rivoluzioni fa inevitabilmente pensare al 1848. Ma i nostri avi non chiedevano qualcosa di vago, come il pane: chiedevano l’applicazione dei principi della Rivoluzione Francese, la modernizzazione del Paese, una maggiore libertà che facesse rivivere e trionfare quella spinta che si era creduto di annullare con la Restaurazione. La monarchia sì, ma costituzionale; e la fine di un mondo bigotto e conservatore. In poche parole, i rivoluzionari del Quarantotto avevano idee politiche. Anche se molte delle “rivoluzioni” non approdarono a gran che, certamente in quell’anno la storia subì una drammatica accelerazione. Del resto, proprio allora fu pubblicato il Manifesto di Marx.
Nei Paesi arabi tutto questo non è possibile. Da un lato la mentalità islamica spinge a subire il dominio di un oppressore, dall’altro il livello culturale è estremamente basso: in un anno si traducono più libri in greco che in tutti i paesi islamici riuniti. Come dire che un piccolo popolo che noi consideriamo uno dei fanalini di coda dell’Europa, legge quanto tutte quelle moltitudini messe insieme. Non è un caso se l’unica democrazia reale del Bacino del Mediterraneo sia Israele.
Nella rivolta egiziana quali sono state le richieste della folla? In primo luogo che Mubarak se ne andasse. Uno degli slogan era: “Go out. Just do it”. “Vattene. E basta”. E questo non è che sia molto intelligente. Perché se il quasi dittatore avesse fatto cose sbagliate, proprio quelle cose dovevano essergli rimproverate. Diversamente, chi garantisce agli egiziani che il nuovo uomo forte che dovesse emergere si comporterà diversamente?
Si è forse chiesto un maggiore spazio per gli integralisti musulmani? Neppure questo. Non solo dicono che la Fratellanza Musulmana sia in perdita di velocità, ma gli stessi esponenti del movimento hanno teso a presentarsi come moderati, come un semplice partito politico guidato da dirigenti in giacca e cravatta, senza barba o al massimo con barbette europee. Probabilmente perché sapevano che la grande massa del popolo li guarda con sospetto e una loro eccessiva visibilità avrebbe danneggiato la rivolta.
Poi i rivoltosi, al Cairo come a Tunisi, hanno chiesto “pane”. Se con questo si chiedeva un miglioramento dell’economia in genere, si chiedeva la Luna. In troppi Paesi del mondo (anche in Italia) si crede che il governo possa migliorare la situazione produttiva mentre è vero che può modificarla, ma solo in peggio. La prova l’ha data l’Unione Sovietica: lì lo Stato aveva in mano tutta l’economia. La ricchezza di un Paese nasce dalla sua libertà e dall’industriosità dei suoi cittadini. È ricco un Paese privo di tutto come l’Olanda, che deve addirittura rubare il suo stesso territorio al mare, mentre è povero un Paese che ha tutte le migliori risorse come il Congo.
Se invece si parlava effettivamente del prodotto della panificazione, è noto che questo cibo - salvo che nelle carceri e nelle caserme - non è mai distribuito dallo Stato. Dunque se uno Stato volesse tenere ad un determinato livello il prezzo di questa derrata, potrebbe farlo soltanto dando sussidi ai produttori e imponendo maggiori tasse sulla popolazione. In fin dei conti pagherebbe sempre il consumatore. L’unico sistema per far sì che il prezzo del pane sia basso è quello di produrlo a basso costo, con un’agricoltura meccanizzata ed estensiva come avviene negli Stati Uniti. Ma in Egitto questo non è possibile. A parte l’arretratezza tecnologica del Paese, mancano letteralmente i campi da coltivare. L’Egitto, ha detto Erodoto, è un “dono del Nilo”, nel senso che si può vivere lungo le sponde di quel grande fiume ma il resto è deserto. Dunque il grano è in larga misura importato al prezzo delle commodities quotate in Borsa, e in parte (forse) regalato dagli Stati Uniti. Gli egiziani non dovrebbero stupirsi del prezzo del pane ma della sua esistenza nei negozi.
La vera tragedia delle nazioni musulmane del Bacino del Mediterraneo è una straripante sovrappopolazione, rispetto alle risorse del territorio. Nascono troppi bambini. Troppi giovani sono disoccupati. Troppe famiglie sono disperate. E a tutto ciò non porrà rimedio l’allontanamento di un uomo.
Le folle islamiche non si sono rivoltate per ottenere qualcosa. Del resto non sapevano nemmeno che cosa avrebbero dovuto chiedere. Si sono rivoltate contro una situazione economicamente difficile. Chiedere pane corrisponde a dire “siamo infelici”. Ma la rivolta li renderà felici?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 febbraio 2011


POLITICA
19 ottobre 2009
ISLAMISMO A SCUOLA

Ci sono proposte che in un primo momento suscitano come risposta: “Perché no?” Poi, riflettendoci, si scoprono tante difficoltà - anche tecniche - che ci si chiede come si sia potuto rispondere in quel modo, da prima. Questo avviene anche a proposito dell’idea, ventilata da Gianfranco Fini, di un’ora d’insegnamento della religione islamica nelle scuole.

1)     Ammesso che si votasse una simile legge, come trovare un insegnante per ogni scuola? Infatti in Italia non ci sono abbastanza dotti islamici - o comunque persone sufficientemente qualificate - da poter insegnare la loro religione in tutte le scuole. Incluse le Medie di montagna.

2)     Dal momento che questi docenti si aggiungerebbero – non si sostituirebbero – agli insegnanti della religione cristiana, chi li pagherebbe?

3)     In Italia, come conseguenza dei concordati dell’Italia con la Santa Sede, l’insegnante di religione è cattolico, e viene nominato mediante procedure stabilite con le autorità ecclesiastiche. Nel mondo islamico non c’è un clero organizzato e non c’è un’autorità centrale con cui concordare checchessia. Come selezionare i docenti?

4)     Quel mondo è diviso in due fazioni abbastanza ostili l’una all’altra e dunque, per non parlare delle sette minori, bisognerebbe insegnare l’Islàm sunnita o l’Islàm sciita? Si può star sicuri che un sunnita non accetterebbe mai che suo figlio o sua figlia fossero “indottrinati” da un eretico sciita, e viceversa. Per questo è bene che l’insegnamento della religione sia privato.

5)     Quali verifiche potrebbe attuare, lo Stato italiano, per assicurarsi che l’insegnamento sia esclusivamente religioso e non politico o, ancor peggio, terroristico?

6)     Molti già non sono contenti che s’insegni il Cristianesimo e, per evitare problemi, dicono che non bisognerebbe insegnare una religione ma religioni, al plurale. “Storia e dottrina comparata delle grandi religioni”, ecco un bel nome. Ma anche questo fa sorgere difficoltà. Infatti…

7)     Chiunque sia in grado di insegnare nozioni di religione è certamente interessato a questo argomento e dunque, fatalmente, insegnerebbe la dottrina di una religione a scapito (e diffamazione) delle altre. Magari non sempre coscientemente o in malafede, ma inevitabilmente. E se infine fosse agnostico o ateo, e si dichiarasse neutrale fra le religioni, finirebbe con l’insegnare l’agnosticismo o l’ateismo: anche con un semplice sorriso mentre spiega certe credenze. Questo significa che l’insegnamento della religione corrisponde necessariamente e, si ripete, inevitabilmente ad indottrinamento. Al contatto con questa materia si finisce inevitabilmente con l’essere pro o contro, e col manifestarlo.

La scuola deve formare e informare, non indottrinare. Per far questo è necessario che non insegni né religione né politica. Già l’insegnamento della storia e della filosofia, che così da vicino tallonano la religione e la politica, è pericoloso: prova ne sia che quando, nei licei, il collegio dei professori deve approvare i testi per l’insegnamento di queste materie, scoppiano liti furibonde. Perché ognuno sa che l’adozione di un certo testo piuttosto che un altro corrisponde ad una diversa visione del mondo e nessuno accetta facilmente che se ne insegni una diversa dalla propria.

Dell’insegnamento della storia e della filosofia non si può fare a meno e si sopportano questi inconvenienti. L’insegnamento della religione invece non è del tutto necessario ed è meglio lasciarlo all’iniziativa privata. Fra l’altro spesso le religioni, in particolare l’Islàm, si proclamano depositarie della Verità con la maiuscola e questo è un primo passo nella direzione dell’intolleranza.

Eventualmente, per la religione come dato culturale,  si potrebbe creare e consigliare un libro di storia delle religioni, in cui ogni sezione – proporzionale come numero di pagine al numero di fedeli nel mondo - fosse scritta da un competente approvato di quella materia. Quanto all’ateismo, che qualcuno incongruamente assimila ad una fede, rimarrebbe di competenza del corso di filosofia, in quanto l’esistenza di Dio, dal punto di vista culturale, è un problema filosofico.

Se infine non si riuscisse a pubblicare un simile libro antologico di storia delle religioni, poco male: meglio nessuna informazione che l’indottrinamento di Stato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

19 ottobre 2009

 



POLITICA
16 agosto 2009
IL BURKINI

Nei dintorni di Parigi è stato proibito ad una donna l’accesso ad una piscina perché indossava, invece di un normale costume da bagno, un “burkini”, cioè un indumento che copre tutto il corpo salvo il viso, le mani e i piedi. La musulmana si è rivolta alla polizia e il responsabile della piscina si è giustificato con “norme di igiene”. Sembra di sognare.
In primo luogo, si è sorpresi perché le questioni d’abbigliamento, nel nostro mondo, sono veramente insolite. Da noi ognuno può uscire come vuole. Solo ogni tanto si sente la notizia di qualche sindaco che cerca di proibire il bikini fuori dalla spiaggia e il risultato, in chi legge la notizia, è un leggero fastidio: “Che gliene importa, di come vanno vestite le villeggianti?” Nella nostra civiltà, per quanto riguarda le donne, si reputa inappropriato che si lascino scoperti i capezzoli e la parte bassa del pube: per il resto, libertà completa. Addirittura, nei campi dei nudisti, non ci sono neppure queste pressoché ipocrite limitazioni.
La verità è che certi problemi nascono per reazione. Forse la moglie avrebbe sopportato la partita di calcio del marito, in tv, se prima lui non le avesse detto che la soap opera è “volgare”. A questo punto lei s’è ricordata che anche il calcio è volgare e non certo intellettuale. Nello stesso modo, quel proprietario di piscina non avrebbe scoperto l’intolleranza vestimentaria – a Parigi, poi, un tempo l’unico posto in cui si potevano vedere belle donne a seno nudo! – se in Occidente non avessimo incominciato ad assaggiare l’intolleranza islamica. Da noi si scherza sulla Sacra Famiglia da tempo immemorabile ed ecco succede un putiferio per un paio di innocenti vignette danesi in cui si parla di Islam. Da noi si tollerano i comportamenti più diversi e qualcuno viene a dirci che siamo una società di immorali. Nelle nostre aule scolastiche c’è un arredo cui non bada nessuno, il crocifisso, e vengono a dirci che questo offende i musulmani, mentre noi non dobbiamo essere offesi da una folla di musulmani che toccano terra con la fronte in Piazza del Duomo, a Milano.
Il contatto con la civiltà islamica non ci sta solo provocando dei problemi, nel Terzo Millennio, ci sta letteralmente peggiorando. Se ci si sente in dovere di proclamare la parità fra donna e uomo, la parità è incompleta. Se siamo costretti a riaffermare il nostro diritto di scherzare su qualunque cosa, di vestirci come vogliamo, di mangiare ciò che preferiamo e di mettere dietro la cattedra qualunque simbolo ci piaccia, è segno che questi diritti sono in pericolo. È segno che stiamo tornando al momento in cui essi erano ancora una novità. E la reazione di quel proprietario di piscina si spiega come un riflesso di legittima difesa. Come se avesse detto: “Le mie clienti, anche praticamente nude, sono delle persone per bene. E il vostro burkini non le renderebbe più fedeli ai mariti, eventualmente: per toglierlo, non ci vuole molto più tempo di quanto ce ne voglia per togliersi il bikini. Fate il bagno nel Golfo Persico, se volete farlo col cappotto”.
C’è chi vieta il burkini e c’è chi, in nome di un rispetto suicida delle altrui usanze, vorrebbe che l’Occidente si inclinasse rispettoso dinanzi ad ogni diversità, incluse l’infibulazione e la poligamia. Per costoro, ogni difesa della nostra civiltà è un errore. In realtà l’errore è permettere che altri ci metta in condizione di doverci difendere. A chi piacerebbe essere costretto a dimostrare che la propria moglie non è una prostituta?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 agosto 2009


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