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POLITICA
18 novembre 2014
DUE NOTIZIE CHE MANCANO SUI GIORNALI


Treno puntuale non è notizia, treno che deraglia e fa dei morti sì. È la legge del giornalismo. Tuttavia così si corre il rischio di ignorare fatti importanti, anche se non connotati da un evento clamoroso. Dunque a volte è il caso di occuparsi delle non-notizie, e la prima - importante - riguarda lo Stato Islamico. 

Fino a qualche tempo fa si parlava continuamente della sua inarrestabile avanzata. Naturalmente si parlava soprattutto delle atrocità commesse da quell'improvvisato esercito, ma fondamentale appariva il fatto che, malgrado l'orrore, nessuno potesse resistergli. E infatti, quando l'esercito di al-Baghdadi ha attaccato la cittadina di Kobanê, gli scommettitori non avrebbero rischiato un penny sulla sua resistenza. Ed ecco la non-notizia:  non soltanto Kobanê non è caduta, ma non se ne parla più. E non si parla neanche di avanzate fulminanti e di avanguardie di fanatici avvistate nei dintorni di Baghdad. Non che le notizie manchino del tutto. L'ultima è che il boia ha decapitato un imprudente giovanotto che è andato lì per aiutare i malati e si è anche convertito all'Islàm, ma ha mantenuto la colpa di essere americano. Ma proprio il fatto che si parli di ciò dimostra che non vi sono notizie militari, e ciò dura da parecchio tempo. Sarebbe opportuno che i giornali ci dicessero se per caso si sono distratti, mentre lì sta cambiando la geografia politica, o se la resistenza al "califfo" è diventata tanto efficiente da averne frenato lo slancio. Tanto che si delinea un esito finale diverso da quello temuto fino ad oggi. Non sarebbe cosa senza importanza. 

Un secondo non-avvenimento di cui i giornali sembrano non cogliere l'importanza è che, da quando Israele ha lanciato l'operazione Protective Edge, non si è più parlato di razzi sparati dalla Striscia di Gaza per uccidere civili israeliani. Questa calma - che era lo scopo preciso e dichiarato della Protective Edge e che dura da più di tre mesi - era un risultato tutt'altro che scontato. All'inizio, per nove giorni, gli israeliani infatti si limitarono agli attacchi aerei, sperando che ciò bastasse a convincere Hamas a smettere gli atti di guerra. Si temeva infatti, ragionevolmente, che un attacco di terra sarebbe stato costoso in termini di vite umane, in termini economici, in termini d'immagine internazionale e senza la garanzia che si raggiungesse lo scopo. Ma il corso delle operazioni militari dipende anche dal comportamento del nemico. Durante i giorni dei raid aerei Hamas non solo non accennò a cedere, ma aumentò in modo sbalorditivo il lancio di razzi e di colpi di mortaio (alla fine dell'operazione se ne contarono più di 4.500). Dunque l'azione aerea si dimostrò insufficiente e Gerusalemme decise l'attacco di terra. 

La decisione fu presa malvolentieri ma con perfetta logica militare, e cambiò anche lo spirito dell'operazione: se i colpi d'avvertimento non bastavano, bisognava che i colpi effettivi fossero devastanti ed indimenticabili. Non che ciò garantisse il successo (ché proprio per questo si era tanto esitato) ma non si poteva perdere la faccia. E infatti le sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza furono immense. Non tanto perché Israele volesse massacrare dei cittadini inermi: se ciò avesse voluto, i risultati sarebbero stati ben diversi. Ricordiamoci di Dresda. Ma Tsahal, anche per diminuire i propri rischi, ha pressoché volontariamente distrutto un'infinità di alloggi e ogni edificio da cui si è sparato contro i soldati. La lezione è stata straordinariamente dura, tanto che, anche se Hamas ha disperatamente cercato di rifiutare la tregua, alla fine - probabilmente spinta dallo scontento della popolazione - ha dovuto cedere: e così completamente che, tre mesi dopo, non abbiamo più notizia di razzi caduti sul territorio di Israele. 

Questo silenzio, questa calma dimostrano che i razzi non erano l'iniziativa di privati incontrollabili. Se così fosse stato, i lanci non sarebbero cessati. Dunque si conferma che Hamas è responsabile di quei lanci tendenti ad uccidere civili israeliani ed è dunque, tecnicamente, un' "organizzazione "terroristica". Inoltre si ha la dimostrazione della falsità di un pregiudizio occidentale. Nell'epoca del buonismo si pensa che l'autorità non possa nulla, contro il ribellismo: ma ciò è vero soltanto nella misura in cui ci si riferisce ad un potere che limita sé stesso e che, avendo "mala coscienza", per usare un'espressione di Nietzsche, non osa servirsi dei suoi strumenti. Se invece il potere è disposto ad usare sul serio la forza, o se - come nel caso di Israele - è costretto a farlo, il ribellismo di piazza si sgonfia. 

Gerusalemme è costretta, dalla necessità della legittima difesa, alla più concreta Realpolitik, e in questo senso è uno dei pochi Paesi il cui comportamento può essere proficuamente studiato, anche nell'epoca contemporanea, per comprendere le regole eterne della storia. 

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it 

18 novembre 2014


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POLITICA
4 ottobre 2014
LE DECAPITAZIONI DELL'ISIS
Le decapitazioni filmate e pubblicizzate dello Stato Islamico della Siria e del Levante potrebbero non essere quell'affare che hanno immaginato i dirigenti che le hanno ordinate. Un tempo per la pubblicità si credeva nel principio: "Parlate pure male di me, purché parliate di me"; oggi chiunque non sia digiuno della materia conosce la falsità di quell'assunto. Anche a lodare quegli spot disumani dal punto di vista della tecnica di realizzazione, è tutt'altro che sicuro che essi siano utili al committente.
Una pubblicità sbagliata, anche se fa un enorme rumore, può essere un boomerang. Lo Stato Islamico voleva dimostrare la sua risolutezza, la sua spietatezza, la sua fedeltà al messaggio primitivo e combattivo del Settimo Secolo. In realtà ha fatto inorridire il mondo delle persone perbene. A Parigi sono scesi in strada, a manifestare il loro sdegno, migliaia di musulmani. E tuttavia questo è il meno: le esecuzioni hanno fornito l'alibi morale ad una reazione contro l'Isis che certo ha ben altri motivi. Non si fa una guerra per l'orrore di alcuni atti di barbarie o anche di sadismo. E invece qui si è creata una coalizione dentro la quale si vedono insieme gli Stati Uniti e l'Iran, gli Emirati Arabi Uniti (perfino il Qatar, sostenitore di Hamas!) e Bashar al-Assad, i curdi e la Gran Bretagna. Ognuno ha suoi precisi motivi, per annientare quel nuovo Stato, ma tutti sono giustificati da quei video. 
La qualifica di "califfato" - quand'anche abusivamente auto-attribuita - rappresenta, con la sua pretesa di universalità, e dunque per il suo preteso diritto di abbattere ogni altro potere - un pericolo obiettivo per qualunque governo musulmano. Combattendo contro l'Isis, tutti gli Stati si trovano in condizioni di legittima difesa. E in primo luogo appartengono a questo gruppo gli Stati confinanti: la Siria, l'Iraq e l'Iran. La Turchia un po' meno, perché la sua forza militare la mette al riparo da qualunque minaccia proveniente da quella regione. Ma Ankara, Londra o Washington hanno anch'esse interesse che, in un mondo sotto attacco da parte del terrorismo, non si crei un santuario più vicino e più pericoloso di quello di Kabul. 
Tutti i partecipanti a questa partita hanno i loro motivi ma non hanno bisogno di spiegarli o di giustificarli al grande pubblico: il mondo tollera queste alleanze, in qualche caso addirittura innaturali, in nome dell'orrore che è stato capace di suscitare un esercito che decapita degli innocenti. L'Isis ha realizzato la migliore pubblicità possibile a favore di coloro che vogliono distruggerlo. Come disse qualcuno, dopo l'assassinio del duc d'Enghien, "C'est pire qu'un crime, c'est une faute", è peggio d'un crimine, è un errore.
Ci sarebbe inoltre un'ulteriore lezione da trarre da questi episodi. Da quando San Francesco convertì il lupo, nell'Occidente molte brave persone si sono convinte che in fondo i "cattivi" siano dei "buoni" cui non si è saputo parlare nella maniera giusta. Che l'odio nasca da una cattiva informazione. Sicché dicono: "Se noi andiamo a nutrirli, a curare loro e i loro figli, comprenderanno che meritiamo il loro amore. E comunque, anche ad ammettere che quei gruppi umani non meritino i nostri sforzi, che colpa hanno i loro piccoli, ancora innocenti? Andiamo dunque a salvare i loro bambini". 
Tutte sciocchezze. O la storia del lupo di San Francesco è pura leggenda, o Francesco ha avuto la fortuna di incontrare un lupo isolato e strasazio. È inutile strapazzarsi a pensare ai bambini di coloro che ci odiano, se costoro sono poi capaci - come si è visto a Beslan - di uccidere i bambini a decine, perfettamente a sangue freddo. 
L'esecuzione degli "ostaggi" innocenti, soprattutto quando si tratta di membri di organizzazioni umanitarie non governative, come l'ultimo tassista inglese decapitato, dimostra che andare in certi Paesi per fare del bene è un errore. Agli occhi dei locali, o almeno, agli occhi di alcuni dei locali, prima di essere degli angeli soccorritori siamo soltanto degli infedeli da rivendere, dopo averci sequestrati, o da uccidere per farsi pubblicità.  
Ecco perché, all'orrore per la morte di tante persone di buona volontà, si unisce il dispetto all'idea che esse siano anche vittime della loro imprudenza, un po' come quei fumatori dissennati che alla fine la pagano cara.
Tutti ammettono in teoria che la tolleranza parte dall'accettazione delle differenze, ma le differenze bisogna innanzi tutto conoscerle e non negarle. Riguardo a certe regioni e a certi gruppi etnici, particolarmente in certi momenti, l'esperienza consiglia di tenersi alla larga. Ci saranno popolazioni che soffrono, bambini denutriti, epidemie senza medicinali per curarle, ma nessuno può pretendere il diritto di mordere la mano tesa per soccorrere. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
4 ottobre 2014


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POLITICA
16 settembre 2014
L'IRAN PER UNA VOLTA HA RAGIONE
Se c'è una cosa difficile da fare, è dare ragione a chi ci è antipatico, per esempio l'Iran. E figurarsi quando l'antipatia è giustificata da mille motivi: l'Italia è democratica, l'Iran no (infatti discrimina alcune opposizioni prima ancora che si possano presentare alle elezioni). L'Italia è laica, l'Iran è una teocrazia. L'Italia è tollerante, l'Iran non è semplicemente misogino e sessuofobico, arriva ad impiccare i gay perché tali. E tuttavia, se l'Italia dicesse che sei per sei fa trentasette, e l'Iran dicesse che fa trentasei, non potremmo spingere l'antipatia fino a dare torto a Tehran.
L'occasione per esercitare la virtù dell'imparzialità - per quanto umanamente possibile - l'ha fornita l'attuale Conferenza sulla Sicurezza in Iraq. A Parigi "si sono riunite le delegazioni di 25 Paesi più quelle di Onu, Ue e Lega Araba per definire la strategia contro l’offensiva jihadista" dello Stato Islamico, ma non sono stati invitati né l'Iran né la Siria.
 Probabilmente tutto è dipeso dal fatto che l'Iran è anch'esso un Paese musulmano integralista, se pure in versione shiita invece che sunnita, capace di innumerevoli atti di barbarie. Soprattutto di foraggiare ed armare gruppi terroristici, in primo luogo Hamas a Gaza. Quanto alla Siria, dopo che i governi occidentali, con gli Stati Uniti in prima fila, si sono schierati contro Bashar al-Assad perché "dittatore" e leader di una minoranza (quella alawita), è sembrato assurdo schierarsi con lui e sostenerlo contro i ribelli. Fra l'altro, per molti mesi e contro ogni evidenza, si è insistito nel descriverli come freedom fighters contro l'oppressione, senza prestare attenzione al fatto - su cui insistevano i bene informati - che essi erano in larga misura dei jihadisti fanatici e pericolosi. Il seguito della vicenda l'ha ampiamente dimostrato: il famoso Stato Islamico ha cominciato la propria espansione proprio partendo dal nord della Siria. Ma contro il pregiudizio la ragione non vale. 
La realtà è che tanto la Siria quanto l'Iran sono difficilmente difendibili: ma rimarrebbero difficilmente difendibili anche con un altro regime.  Dunque, escluderli è stato evidentemente sbagliato. Per la politica internazionale la guida non è il Catechismo. All'alleato non si richiede un certificato penale immacolato, o la condivisione degli ideali consacrati nella nostra Costituzione: è sufficiente che abbia interessi convergenti con i nostri. Gli Stati Uniti non avevano molti ideali o istituzioni comuni con la Russia di Stalin, e tuttavia ne sostennero con enormi forniture militari lo sforzo contro Hitler. Del capitalismo e del comunismo, della libertà e della dittatura si sarebbe parlato dopo. Se il nemico è comune, bisogna accettare anche l'aiuto del diavolo.
Ecco perché bisogna dare interamente ragione al vice ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdolahian quando ha detto: "Il modo migliore per combattere l’Is e il terrorismo nella regione è quello di aiutare e rafforzare i governi iracheno e siriano, che sono coinvolti in una lotta seria contro il terrorismo". Ed ha aggiunto: "La Repubblica islamica dell’Iran non ha aspettato la formazione di una coalizione internazionale, ha [già] fatto il suo dovere". Privarsi del loro aiuto sarebbe una stupidaggine. Ambedue i Paesi hanno confini in comune col cosiddetto Stato Islamico, e ambedue i Paesi hanno un forte interesse a battere i tagliagole di al-Baghdadi: la Siria per sopravvivere, l'Iran per contrastare l'estremismo sunnita e per sostenere gli sciiti dell'Irak. 
È vero che alla Conferenza sono presenti parecchi Stati arabi che hanno interesse a difendersi contro la pretesa del "califfato universale" di al-Baghdadi: ma fondamentalmente essi sono in grado di fornire un sostegno economico, non militare. E pesano l'assenza e la posizione ambigua di Turchia ed Egitto. Forse la prima vuole conquistarsi la posizione di patria e santuario degli integralisti, e forse il secondo ha avuto troppo recentemente dei gravi problemi con la Fratellanza Musulmana. Ma il tempo chiarirà la loro posizione. Comunque, privarsi di due degli Stati più risoluti a combattere la minaccia comune è geopoliticamente un'assoluta, imperdonabile stupidaggine. Ché se poi questa stupidaggine fosse stata richiesta da Obama, questa sarebbe un'altra argomentazione a favore della sua candidatura a peggiore Presidente della storia degli Stati Uniti. Clemenceau ha detto che la guerra è un affare troppo grave per affidarlo ai generali: figurarsi se lo si può affidare ai chierichetti. 
Rimane solo la speranza che quell'esclusione sia soltanto di facciata. Le grandi potenze potrebbero aver pensato che, proprio perché sia la Siria sia l'Iran hanno interesse a combattere lo Stato Islamico, era inutile invitarli, ché tanto sarebbero stati della partita e l'azione comune si sarebbe potuta concordare sottobanco, salvando la faccia. Ma di una simile ipotesi non sappiamo nulla, e affermarla sarebbe temerario.
C'è solo da sperare che da tante parole e da tanti proclami nasca qualcosa di efficace sul terreno.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 settembre 2014


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POLITICA
26 agosto 2014
LA MOSCA COCCHIERA INCOMPETENTE
Malgrado la stima che si può avere di Franco Venturini, è difficile sfuggire alla sensazione di pressappochismo e d'incompetenza storico-politica che promana dal suo ultimo articolo(1). Dopo avere accennato ai massacri che hanno luogo in Siria e nel nord dell'Iraq, e dopo averne enumerati molti altri, fino a parlare del Mar cinese meridionale, chiede: "E noi, l’Occidente civile e potente, cosa abbiamo fatto per mettere fine allo scempio?" Venturini intanto non spiega perché avremmo avuto il dovere di farlo e soprattutto dimentica quante volte questo stesso Occidente è stato accusato di ingerenza, neocolonialismo, imperialismo. Noi europei "civili e potenti" forse non siamo molto intelligenti, se passiamo il tempo un giorno a batterci il petto per non aver messo rimedio ai mali del mondo, e un giorno a batterci il petto per averci provato.
Venturini critica poi Obama, senza tener conto che è come sparare sulla Croce Rossa, e l'unico che salva è papa Francesco: perché ha denunciato la "Terza Guerra mondiale spezzettata". Perché denunciarla è come risolverla.
In questo disastro globale la soluzione tuttavia ci sarebbe. Scrive il giornalista: "l’Onu va cambiata ben oltre la riforma del Consiglio di sicurezza; "deve esistere un esercito vero alle dipendenze di un Segretario generale vero": "l’Europa deve fare la sua parte non alimentando la retorica su una politica estera comune" ma mediante "una forte avanzata integrazionista". C'è da prendersi la testa fra le mani.
L'"avanzata integrazionista" di cui parla è l'unione politica dell'Ue. Che sarebbe certo una buona cosa: come mai a Bruxelles non ci hanno pensato? In realtà le difficoltà sono tali che non val nemmeno la pena di enumerarle. Ché anzi, a suo tempo, disperando di ottenerla, i ferventi dell'Unione istituirono l'euro con l'idea che esso, provocando qualche problema non diversamente risolvibile, avrebbe obbligato gli Stati ad attuarla. Ed effettivamente quei governanti avevano visto giusto. La moneta ha provocato enormi problemi. Purtroppo l'unione politica ha continuato a presentare problemi ancor più grandi e non si è fatta. Oggi addirittura rischiamo una deflagrazione economica senza che nessuno osi proporla. Al massimo, come fa anche Venturini, la si "promuove". Del resto, chi pensava di bocciarla?
Il peggio tuttavia è il vagheggiamento dell'esercito dell'Onu. Se il buon Dio ce ne inviasse uno composto di Walkirie, e ne affidasse il comando al re Salomone, avremmo l'Onu che Venturini auspica. Ma finché Dio non si scomoderà personalmente, in tanto l'Onu potrebbe avere un "vero" esercito, in quanto ogni Paese inviasse un contingente in uomini e mezzi e poi rinunciasse non solo a comandarlo (e ci rinuncerebbero gli Stati Uniti? Ci rinuncerebbero la Russia o l'Inghilterra?) ma perfino a riprenderselo quand'anche quell'esercito marciasse contro di esso. 
Non basta. Dal momento che il contributo in uomini e mezzi sarebbe proporzionale, poniamo,  alla popolazione, il giorno in cui bisognasse sculacciare la Cina, e la Cina ritirasse il proprio contingente, quanto varrebbe quell'esercito? Chi avanza simili infantili proposte parte dal presupposto che l'Onu combatterebbe solo guerre giuste su cui tutti sarebbero d'accordo. Ma a parte il fatto che certamente non sarebbe dello stesso parere il Paese contro cui muove l'Onu, l'accordo di tutti non c'è mai, perché il giusto e l'ingiusto sono opinabili. 
In realtà non si va in guerra per motivi morali ma perché sono in gioco i massimi interessi di un Paese. E dunque, nel momento in cui l'esercito comune dovesse agire, i suoi contingenti si dividerebbero in tre parti: alcuni Paesi, non avendo interesse nella contesa, ritirerebbero le loro forze; altri combatterebbero per l'Onu, perché così gli conviene, e altri combatterebbero contro, perché così gli conviene. Qualcuno crede che Londra, per obbedire ad un "vero Segretario dell'Onu", manderebbero i suoi uomini a morire combattendo contro gli interessi dell'Inghilterra?
Venturini potrebbe obiettare che, di fatto, l'Onu è già intervenuta fattivamente. Per esempio in Corea. Ed è vero. Ma era l'esercito dell'Onu, quello? Il novanta e più per cento del peso della guerra fu sopportato dagli Stati Uniti, semplicemente perché questi pensavano di avervi interesse.
Un'armata è sempre composta da chi è disposto ad andare in guerra in quell'occasione e per quello scopo. Il Segretario Generale dell'Onu non ha mai comandato agli eserciti, e non comanderà mai agli eserciti più di quanto comandi al sole e alle nuvole. Il sogno di una polizia internazionale onnipotente e super partes va lasciato ai sognatori. E certo non dovrebbe trovar posto in un giornale serio come il "Corriere della Sera". Se serio è.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
25 agosto 2014
 (1)http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_25/grande-caos-l-onu-assente-c59a4fc2-2c17-11e4-9952-cb46fab97a50.shtml


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politica estera
25 agosto 2014
SE L'ISLAM VINCESSE
Mi scuso con i gentili lettori. Il sito è stato inaccessibile per tutta la giornata di ieri. Inaccessibile anche a me. G.P.

Maurizio Molinari, sulla Stampa(1), sostiene che il fanatismo islamico cominciò ad essere attivo avendo soprattutto un'organizzazione centrale (al Qaeda) e una testa (quella di Osama bin Laden). Oggi invece questo fanatismo si è diffuso, è diventato policentrico ed ha la sua base nelle sparse tribù del vasto mondo islamico. Ciò rende molto difficile proseguire una battaglia che potremmo anche non vincere.
Può darsi che questa tesi sia esatta da un capo all'altro. Essa sembra tuttavia non tenere conto di un dato storico: il successo a volte è più facile ottenerlo che amministrarlo. I grandi imperi - si pensi a quello d'Alessandro Magno - sono stati resi fragili dalle loro stesse dimensioni. L'Impero Romano si è sempre dovuto affannare per proteggere le sue frontiere, finché non ne è più stato capace. L'Impero di Mosca è imploso quando aveva raggiunto le sue massime dimensioni. Dopo qualche rovescio non grave ma umiliante, la stessa America di Obama ha deciso  di tirare i remi in barca e di leccarsi le ferite economiche piuttosto che dominare il mondo. E se questo vale per alcune delle più grandi potenze della storia, figurarsi se ci sia da contare su un successo stabile delle tribù islamiche.
Nessuno si nasconde che i terroristi, soprattutto se sostenuti da Stati canaglia, possono fare grandi danni. L'abbiamo imparato l'undici settembre del 2001. Ma essi non possono vincere una guerra. Possono indurre un occupante a "tornarsene a casa sua", come è avvenuto con i francesi in Algeria, ma se è già a casa sua, e non ha dove andare, il terrorismo può soltanto innescare una risposta forte e dura. L'esempio giusto qui è Israele la quale infatti, a forza di barricarsi, è stata capace di far cessare gli attentati sul suo suolo. Per un Paese comparativamente sconfinato come la Francia, o per un Paese circondato da un mare caldo come l'Italia, le difficoltà di controllare le frontiere sarebbero molto più difficili e forse impossibili: ma rimane vero che i terroristi non riuscirebbero mai ad impadronirsene.
Una conquista dell'Europa è assurda sin dal 732 d.C. In realtà gli integralisti islamici avrebbero già enormi difficoltà sullo stesso territorio della Ummah. Chi vince ha diritto al trionfo ma il difficile viene dopo, ed è governare. Ammettendo che questo fantomatico Stato Islamico della Siria e del Levante sunnita  conquistasse una grande parte del Medio Oriente, fatalmente si scontrerebbe con la parte maggioritaria dell'Iraq, che è sciita; contro un agguerrito Iran, patria della Shia, che da sempre tende a pesare molto nella politica dell'Iraq; contro l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che sono, sì, sunniti, ma non per questo disposti a condividere con degli straccioni le ricchezze che ricavano dal loro petrolio. Come se non bastasse,  avendo usato il terrore per ottenere il potere, i conquistatori dovrebbero aspettarsi che la stessa arma sia poi usata contro di loro. Se infine lo Stato Islamico si intestardisse a dichiarare corrotti e traditori i governanti di molti Stati arabi (a cominciare dall'Arabia), ai resistenti non mancherebbero né i finanziamenti né i "santuari". Farsi temere ed odiare non è poi quel grande affare che alcuni pensano. I barbari difesero a lungo le frontiere romane, gli europei dell'Est non vedevano l'ora di rimandare i russi a casa, a calci, dimenticandone per quanto possibile l'esistenza.
L'impotenza internazionale degli arabi nasce tradizionalmente dalle loro eterne divisioni, ma un ulteriore fattore di debolezza è dato dallo stesso integralismo islamico. Quanto più esso è estremista, tanto meno è capace di essere ricco e forte. Può darsi che l'unica cultura necessaria, come diceva il califfo Omar, sia la conoscenza del Corano, ma presto si scopre che Allah ha fatto agli arabi soltanto il dono del petrolio, non quello delle raffinerie o di un esercito efficiente. 
I propositi di molti musulmani fanatici sembrano nascere da sentimenti simili a quelli della volpe che non arrivava all'uva. Sentendosi del tutto incapaci di rincorrere la cultura e la prosperità dell'Occidente, prendono la direzione opposta: non lo studio ma la preghiera; non la ricchezza ma la purezza dei costumi; non la potenza militare ma la mera capacità di rendere la vita difficile al vincitore; non il progresso ma il ritorno all'Islàm delle origini, incluse le conversioni forzate e le stragi; non il riscatto, insomma, ma una fuga nell'ascesi religiosa.
L'Italia non ha una frontiera in comune con questa gente e sembra non comprendere la propria fortuna. La stupidità dei nostri governanti permette a migliaia e migliaia di musulmani - a motivo di una pietà che essi non avrebbero mai per noi - di entrare in Europa. Fino al giorno in cui alcuni di costoro - incolpevolmente, come lo scorpione che punse la rana - morderanno la mano che li ha nutriti. L'abbiamo già visto in Inghilterra e soprattutto in Francia. I nostri figli pagheranno il conto. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 agosto 2014
(1)http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=1


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POLITICA
23 agosto 2014
I CONTRO-CROCIATI
Anche se non si è particolari estimatori di Ernesto Galli Della Loggia - a cominciare dal fastidio di dover indicare qualcuno con quattro parole invece che con due - bisogna riconoscere che il suo articolo "Noi in fuga dalla realtà"(1) è pregevole e largamente condivisibile. Fra le forse troppe domande che pone c'è questa: "Perché si possa parlare di guerra di religione [è necessario] che entrambi gli avversari la proclamino tale, o non basta invece che lo faccia uno solo?" L'editorialista sembra propendere per quest'ultima ipotesi, ma l'affermazione è discutibile. Può darsi addirittura che sia soltanto un avvitamento verbale, come quando certi credenti, discutendo con un ateo, dicono: "Ma in Dio credi anche tu, visto che ne parli". 
Se - per ipotesi - i Paesi occidentali andassero ad attaccare i fanatici dello Stato Islamico della Siria e del Levante (SISL) per convertirli al Cristianesimo, e se quelli si difendessero in nome dell'Islàm, sarebbe sicuramente una guerra di religione. La quale, come dice giustamente Galli Della Loggia, non è affatto una cosa assurda: è soltanto fuori moda in Europa. Se invece gli aggrediti reagissero non per difendere la loro fede ma esclusivamente per non essere invasi, o se gli aggressori cristiani li attaccassero soltanto per motivi politici, non per convertirli, questa non sarebbe una guerra di religione. Quand'anche gli aggrediti si difendessero in nome dell'Islàm. Una guerra di religione richiede che ambedue le parti combattano per la loro fede. È inutile perdere tempo a contestare la ministra Mogherini quando afferma che: "non c’è nessuno scontro di civiltà o guerra di religione". Se qualcuno si sente attaccato è normale che si difenda, senza scomodare la civiltà o la religione.
Galli Della Loggia si chiede poi come mai persone nate e vissute in Paesi occidentali un giorno decidono che la civiltà di questi stessi Paesi è intollerabile e per combatterla vanno ad intrupparsi nel movimento del sedicente Califfo al-Baghdadi. Egli ne discute per riaffermare il valore della parola "civiltà", per ammettere che fra di esse possono esserci scontri e per smentire il relativismo che pareggia tutte le "culture", ma non dà nessuna risposta alla sua stessa domanda. 
La civiltà occidentale è largamente irreligiosa. Sotto l'influenza dell'Illuminismo prima, della scienza poi, e infine dello straordinario sviluppo della tecnologia, ha finito con l'avere una mentalità pragmatica e perfino materialista. La maggior parte degli europei non si strapazza a negare l'anima immortale o la Provvidenza Divina, come faceva Voltaire: si limita ad ignorarle. Sono idee belle ma stravaganti. Nessuno più crede alla metafisica religiosa come si crede all'efficacia degli antibiotici. La stragrande maggioranza delle persone è materialista de facto: cerca di avere delle soddisfazioni, di affermarsi, di guadagnare, di farsi una famiglia, di divertirsi, e in realtà la sua vita - che si conclude fatalmente con una morte che azzera assolutamente tutto - metafisicamente non ha senso. 
Ma tutto ciò, soprattutto in alcuni, non ha eliminato (e come avrebbe potuto?) la molla che ha fatto nascere le religioni e che ancora spinge alcuni a farsi preti o monaci. Mentre dunque la gran massa riesce a non porsi domande, ci sono coloro che a questa mentalità non si rassegnano. "Non può essere che la vita non abbia senso". "Non può essere che tutto sia dominato soltanto dalla legge di causalità ". "Non può essere che io sia così infelice e nessuno mi aiuti".  Ne nasce un'irrefrenabile spinta verso il mistero ("Gli Ufo esistono, sono gli alieni che vengono a farci visita"), verso le verità alternative (l'omeopatia al posto della medicina), verso gli sport pericolosi (il bungee jumping, per sentirsi degli eroi), e infine l'estremismo morale (andare a curare i malati di Ebola o i figli dei terroristi islamici) e la spinta verso la religione. Questa riassume in sé il mistero, la visione alternativa della realtà, il martirio (o almeno l'emarginazione sociale) e soprattutto dà un senso alla vita, che vale più della vita stessa. 
Tutto questo spiega dal lato mediorientale i kamikaze islamici e dal lato europeo la partenza per queste contro-crociate. Fenomeni che non si verificavano nell'Ottocento, quando gli islamici non pensavano minimamente ad allontanarsi dal loro mondo e l'Europa era più cristiana.
Oggi i musulmani poveri che vivono in Occidente sono particolarmente frustrati perché il mondo della loro famiglia è ancora largamente religioso ed essi percepiscono dunque più di altri il contrasto tra loro stessi e un Occidente prospero e sostanzialmente ateo. Si aggrappano dunque a quella Fede che costituisce la loro unica ancora di salvezza, sia come visione della vita, sia come dignità personale, e nel frattempo forniscono un esempio di metafisica ed eroica passione ai filistei disadattati che fabbrica la nostra società, e li trasforma in disponibili martiri e volenterosi  boia.
Per quella Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
22 agosto 2014


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POLITICA
22 agosto 2014
LA GUERRA AL CALIFFATO
La guerra fa parte della specie umana, e non di quella degli sciacalli o dei delfini, che pure sono mammiferi come noi. Ma della specie umana fa parte anche la tendenza a porsi problemi morali e dunque, da sempre, ci chiediamo quale sia la " guerra giusta".
Un po' scherzando e molto sul serio si potrebbe dire che la guerra giusta "è la nostra". Purtroppo, per il nostro avversario la guerra giusta è la sua, e questo dissenso non può essere superato. Un altro criterio - sulla base del fatto che sono sempre i vincitori che scrivono la storia - potrebbe essere il seguente: è giusta la guerra che si vince ed è sbagliata la guerra che si perde. Questo principio - astrattamente assurdo - è tuttavia quello più correntemente applicato. 
La Chiesa Cattolica, salvo errori, giudica giusta la guerra difensiva e altamente ingiusta e dunque immorale la guerra d'aggressione. Purtroppo nella pratica il criterio è labile. Infatti chi ha interesse ad aggredire dichiara spesso di essere stato aggredito. Hitler attaccò la Polonia osando affermare che essa aveva attaccato la Germania. Ma già prima aveva adottato la stessa tecnica il lupo di Fedro nei confronti dell'agnello. 
Il diritto internazionale somiglia ad un vecchietto macilento che discetta in modo erudito dei torti e delle ragioni di alcuni colossi che si affrontano con estrema violenza, senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Esso tuttavia ha elaborato un concetto interessante, quello di casus belli. Per definizione questi episodi sono, se non la ragione vera dei conflitti, almeno la scintilla che fa scoppiare l'incendio e che fa distinguere l'aggressore dall'aggredito. Purtroppo, chi quel casus ha creato, se poi perde la guerra si lamenta del fatto che è stato aggredito. Il suo non era un vero casus belli. La guerra è stata ingiusta. Nel 1967 l'Egitto dichiarò unilateralmente la chiusura dello Stretto di Tiran, vietando alle navi israeliane l'accesso al Mar Rosso, e creò un classico casus belli. Israele reagì distruggendo a terra l'intera aviazione egiziana e vincendo poi la Guerra dei Sei Giorni e naturalmente tutti gli arabi, avendola persa, sostennero che gli israeliani erano stati gli aggressori.
La valutazione morale dell'aggressione si presta a interpretazioni anche quando la cosa ci riguarda. Nel corso del Risorgimento e ancora nel 1915, l'Austria non ci ha certo attaccati. Ma l'Italia voleva alcune regioni e dunque non aggrediva, voleva soltanto "recuperare il suo". Se il giudizio morale sull'aggressione è lasciato all'aggressore, ogni guerra diviene giusta.
Gli integralisti "senza se e senza ma" superano d'un sol balzo tutte le obiezioni. Per loro "ogni guerra è ingiusta". E l'hanno pure scritto nella Costituzione. Purtroppo, anche se è banale ripeterlo, per sposarsi bisogna essere d'accordo, per la guerra basta che la voglia uno. Dunque, volendo essere coerenti essi dovrebbero dire che, in caso di minaccia di invasione da parte del "Califfo" al-Baghdadi, bisognerebbe mettere i cartelli stradali in arabo, per non creargli problemi. Se non la si pensa così, si è per la guerra. 
Secondo l'ambasciatore Sergio Romano, sul "Corriere della Sera" di ieri, bisognerebbe coalizzarsi e andare a fare la guerra allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Sarebbe una guerra giusta? Il nodo di Gordio si scioglie col solito colpo di spada: è giusta la guerra che ci è utile e che contiamo di vincere (questo è essenziale), ingiusta soprattutto quella che potremmo perdere. Naturalmente questo è tutt'altro che un criterio morale, ma dopo tutto l'etica è talmente influenzata dall'interesse che tanto vale darla in ogni caso per acquisita a nostro vantaggio. È la "nostra" guerra e dunque è giusta. Ma bisogna vincerla, altrimenti la distanza fra Piazza Venezia e Piazzale Loreto potrebbe rivelarsi più breve del previsto.
Nel caso dell'intervento contro il "Califfato" si può ragionevolmente pensare che una sua eliminazione sarebbe nell'interesse di tutti. Della Siria, dei curdi, dell'Iraq, dell'Iran, degli occidentali, dei cristiani e, per così dire, della decenza. Inoltre, se i coalizzati fossero molti, e disposti a combattere, come avvenne in occasione dell'invasione del Kuwait, la vittoria sarebbe facilissima. Il problema non è tecnico, si tratta soltanto di volontà politica. Stabilito questo, ci si può dispensare da ogni discussione morale. 
Se la guerra si farà, tutti vorranno essere lodati per avere eliminato una delle brutture più intollerabili dell'era contemporanea. Se non si farà, e se per fortuna da questa decisione non dovessero derivare gravi conseguenze, molti diranno che hanno giustamente evitato una cosa orrenda. 
Purtroppo nessuno conosce il futuro. Soppesando le alternative, mentre da un lato bisognerà sempre ricordare che la guerra è effettivamente una cosa orrenda, dall'altro non bisogna neppure dimenticare che darla vinta all'avversario può avere conseguenze anche peggiori.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 agosto 2014


PER GLI EVENTUALI COMPETENTI IN LINUX
Provo ad installare Ubuntu, non scelgo "Installa Ubuntu" nella versione che cancellerebbe Windows 7, scelgo "altro". Ci sono le varie opzioni: Dimensione , utilizzo ecc. Ma soprattutto: "punto di mount": qual è? /boot? /home/? Un altro?
Quando mi SI chiede se formattare, devo dire sì o no?
Cliccando su Nuova Tabella Partizioni per alcune delle soluzioni sopraddette, (in particolare spazio libero), a sinistra si attivano il + e il - (Change). Si ottiene la finestra "Crea partizione". Quale scegliere? Dimensione 105, per esempio? Partizione primaria o partizione logica? Inizio? Fine? Punto di mount? Formattare sì o no?
Fino ad ora tutti i tentativi, con le varie combinazioni, dànno sempre il risultato della scritta: “Non è stato definito alcun file system di root. Correggere questo problema dal menù di partizionamento”. 
Qualcuno può aiutarmi indicandomi il percorso da seguire, fra tutte queste opzioni?
Ringrazio anticipatamente. 
Gradirei mi si rispondesse al mio indirizzo privato giannipardo@libero.it


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POLITICA
13 agosto 2014
IL MEDIO EVO CONTINUA
L'orrore per i fatti che avvengono nel nord dell'Iraq induce ad amare riflessioni. Mentre i Romani, soprattutto per buon senso politico, si fecero notare per la loro tolleranza riguardo ad usi e costumi dei popoli sottomessi, nell'antichità l'intolleranza fu quasi routine. Probabilmente tutto è sempre dipeso dal fatto che - allora come oggi - credendo che la propria religione sia l'unica giusta e vera, la si vuole imporre agli altri, "per il loro bene". E infatti neanche noi siamo esenti dalla barbarie che oggi pensiamo di rimproverare agli altri. Le esecuzioni di massa per il rifiuto di convertirsi non sono estranee al Cristianesimo. Ne fu protagonista anche quel Carlo Magno che rimane figura eponima dell'Unione Europea. 
Le cose non sono molto cambiate in epoche a noi molto più vicine. I governanti comunisti, non appena credevano di correre il pericolo di essere detronizzati dalla volontà popolare, ricorrevano alla dittatura "per continuare a fare il bene del popolo", e uccidevano gli oppositori. 
Pur essendo convinto delle proprie idee, lo scettico concepisce che il prossimo ne abbia altre; il credente invece non si capacita del dissenso e lo attribuisce a un difetto morale: stupidità e pregiudizio, ignoranza e corruzione. Dal 1994 in poi, coloro che votavano per Berlusconi consideravano i loro avversari dei poveri illusi dell'utopia comunista, mentre questi ultimi reputavano coloro che votavano per il Cavaliere degli imbecilli, degli idioti ipnotizzati dalla televisione, dei corrotti comprati, dei delinquenti comuni. La loro Fede era nettamente più forte. Infatti non sognavano di battere Berlusconi politicamente, volevano che fosse chiuso in galera, applaudivano chi gli lanciava in faccia pezzi di marmo e tifavano per il cancro, sperando che l'uccidesse. 
E tuttavia qualche progresso c'è stato. Salvo occasionali ricadute all'indietro - pensiamo agli orrori della Guerra Civile spagnola, o alla Germania nazista - i popoli civili, grazie ad una diffusa alfabetizzazione ed a costumi resi più miti dalla prosperità, hanno sterilizzato e ritualizzato i loro contrasti. Il campanilismo si traduce in rumorosi incontri di calcio, anche se quelli che hanno la fede più forte poi vengono alle mani, e in campo politico al massimo si rende il nemico irrilevante, si pensi a Gianfranco Fini. Fra gli Stati si litiga, ma si continua a considerare "impensabile" una guerra. 
Purtroppo, il tempo non è passato nello stesso modo per tutti. A partire dall'Umanesimo, l'Europa e le sue propaggini americane hanno a poco a poco ritrovato la cultura e l'arte, e infine inventato la scienza e il progresso. Nel mondo islamico tutto ciò non si è verificato. O per l'avarizia dei luoghi, poco adatti a creare grande ricchezza, o per la tendenza ad abbandonare interamente a Dio il governo della realtà, trascurando anche la scuola, certo è che in maggioranza gli islamici sono rimasti fermi, intellettualmente, a ciò che erano secoli fa. E mentre ancora nell'Ottocento, di fronte ad un'Europa appena un po' più prospera di loro, i musulmani sono stati tranquilli e tolleranti (con gli ebrei, in particolare, più di quanto lo fossero los Reyes Católicos) dopo la Seconda Guerra Mondiale, in coincidenza col vertiginoso progresso economico occidentale, la loro situazione è divenuta innegabilmente umiliante. L'Occidente Cristiano era forte mentre loro erano deboli, l'Occidente era ricco mentre loro erano poveri, l'Occidente era vincente mentre loro erano perdenti. Ciò ha provocato un'insopportabile frustrazione. Un acido e violento risentimento, molto vicino all'odio, che sarebbe stato lieto di tradursi in vittoria militare al seguito di un nuovo Maometto II. Ma questo era chiaramente impossibile, e allora  gli islamici, invece di capire che per secoli erano stati bloccati dalla loro Fede, per ritrovare la loro superiore identità morale si sono aggrappati alla sua purezza del Settimo o dell'Ottavo secolo dopo Cristo. L'Islàm, da sinonimo di tolleranza, è divenuto sinonimo di fanatismo, di terrorismo, di quella strage degli infedeli che vediamo nel cosiddetto Stato Islamico dell'Iraq e del Levante.
Né diverso è ciò che vediamo a Gaza. Gli integralisti di Hamas non assegnano nessun peso alla vita degli infedeli, ché anzi, se sono civili ebrei, è titolo di merito ucciderli. E sempre  in nome della Fede non assegnano nessun valore neanche alla vita dei musulmani. Se, per tentare soltanto di uccidere degli ebrei con dei missili, si provoca la reazione di Israele, e dei musulmani muoiono realmente, il prezzo può benissimo essere pagato. Nel loro Medio Evo, il valore della Fede conta molto più della vita dei fedeli. 
Questi fanatici ci appaiono incomprensibili perché apparteniamo ad epoche storiche diverse: loro sono fermi a mille anni fa. Ecco perché Obama non ha capito niente del mondo islamico. Insieme a molte anime belle dell'Occidente, crede che per dialogare con tutti basti un interprete. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 agosto 2014

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POLITICA
11 agosto 2014
LA LEZIONE DEL MASSACRO
Quando avvengono fatti orrendi, come quelli che si verificano attualmente nel nord dell'Iraq, il lettore di giornali misura la propria impotenza, e quella della Grande Europa, con tutta la sua storia, il suo progresso e i suoi principi morali. Gli stessi Stati Uniti fanno la mossa di inviare alcuni aerei a bombardare i massacratori ma si guardano bene dall'impegnare il loro esercito. Come criticarli? Non soltanto da questo genere di iniziative essi hanno ricavato soltanto morti e rimproveri, ma noi europei non abbiamo neppure mandato un ricognitore. 
La realtà è che non si può far molto, in questi casi. O si occupa il territorio militarmente e a tempo indeterminato - e si è visto con quali risultati in Afghanistan e nello stesso Iraq - oppure si aspetta che si esaurisca il numero delle possibili vittime. A meno che i massacratori non si stanchino prima.
Questi fatti impartiscono testardamente sempre la stessa lezione. Bisogna assolutamente evitare, per quanto possibile, la mescolanza sullo stesso territorio di etnie diverse per religione, per razza o per qualunque elemento che possa costituire possente elemento di identificazione. Già soltanto se non si parla la stessa lingua, come in Belgio, si passa il tempo ad odiarsi dalla mattina alla sera. E se va male, tra "loro" e "noi" è sempre possibile che scoppi una guerra civile. L'abbiamo imparato, nell'epoca contemporanea, a spese della Jugoslavia. Se i serbi si sentono diversi dagli sloveni e questi - ci mancherebbe - dai macedoni, o c'è un potere forte e spietato che li tiene insieme, oppure si arriva allo scontro. L'impero sovietico è stato sconfinato, ai tempi di Stalin, perché nessuno osava fiatare, temendo che diversamente avrebbe fiatato per l'ultima volta. Ma non appena c'è stato un venticello di libertà, ognuno è andato per i fatti suoi. E quando la separazione è incruenta, come nella minuscola Cecoslovacchia, è il massimo della fortuna.
In Iraq sono costretti a convivere sunniti e sciiti, cristiani e musulmani, "arabi" e curdi. Con Saddam Hussein regnava la pace, a volte quella dei cimiteri, con la libertà abbiamo la guerra di tutti contro tutti. Non tutti i popoli sono uguali. Non tutti i popoli sono mescolati e pacifici come gli svizzeri. I quali però spesso sono saggiamente tenuti separati dalle montagne.
Comunque, quando ci si trova in una situazione di etnie miste, bisogna tenere conto della storia. Il fatto che in passato non si siano mai verificati dei massacri, o il fatto di essere "molto civili", non è una garanzia. La notte di San Bartolomeo (una carneficina fra cristiani, val la pena di ricordarlo) ebbe luogo nella civilissima Francia, e il massimo della barbarie lo ha raggiunto la Germania di Kant, di Geothe e di Beethoven, con lo sterminio degli ebrei. Se si è diversi e minoritari, bisogna essere pronti a scappare quando il cielo s'annuvola: molti ebrei tedeschi non si salvarono perché pensavano che non potesse capitargli niente di veramente grave. Oppure bisogna essere pronti a prendere le armi e difendersi. I tedeschi disprezzavano gli ebrei anche perché si lasciavano maltrattare senza reagire. Dopo quei tempi orribili, e dopo la prova generale del Ghetto di Varsavia, il popolo d'Israele ha dichiarato che la caccia all'ebreo non era più gratuita. Gli ebrei hanno imparato sulla loro pelle che anche se non si è fatto del male a nessuno si rischia di essere sterminati soltanto perché diversi. Per questo da un lato oggi Gerusalemme ha il più forte esercito della regione, dall'altro sa di poter contare soltanto su sé stessa. Contro l'odio irragionevole la risposta non è la mano tesa: è riuscire ad uccidere chi vuole ucciderti.
Naturalmente, se il problema è tanto serio che a volte non si riesce ad immaginare una soluzione che non sia una tragedia, si immagini quanto assurdo sarebbe crearselo, se non lo si ha. Eppure è ciò che avviene. Continuando ad importare musulmani, l'Europa sta ponendo le premesse di un futuro, insanabile  contrasto. E dire che abbiamo già visto le prime, serie avvisaglie nelle banlieue parigine. Ma se non è la nostra stessa casa, che brucia, non sentiamo la puzza di bruciato. Il buon senso consiglierebbe di permettere di stabilirsi sul proprio territorio soltanto ad etnie facilmente assimilabili, spagnoli in Italia, olandesi in Germania. Solo questo assicura l'armonia.
In caso di incompatibilità di carattere, meglio la separazione. Dio benedica le frontiere.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
10 agosto 2014


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