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POLITICA
26 ottobre 2014
REYHANEH DIFFICILMENTE INNOCENTE

Una giovane donna iraniana, Reyhaneh Jabbari, è stata impiccata a Tehran perché nel 2007, quando aveva diciannove anni, ha pugnalato a morte l'uomo che - secondo quanto da lei affermato, e secondo i giornali occidentali - aveva tentato di violentarla. Che l'abbia effettivamente violentata non lo dice nemmeno la stessa donna, ma riguardo a tutta la vicenda - anche se la notizia ha provocato scandalo ed orrore un po' in tutto il mondo - non dobbiamo dimenticare che disponiamo di ben pochi elementi oggettivi. 

In Italia, Paese tendenzialmente pagano (non abbiamo avuto la Riforma perché non abbiamo mai preso sul serio la religione), l'Iran, Paese a regime teocratico, può essere giudicato soltanto come espressione di una mentalità arcaica, illiberale, selvaggia. Ed effettivamente abbiamo letto che lì si condannano a morte gli omosessuali in quanto tali, si infliggono pene gravissime per ragioni religiose (che nessuno provi ad insultare Maometto), si obbligano tutte le donne a seguire norme islamiche per l'abbigliamento (anche se nel Corano non se n'è mai parlato), tanto che il regime degli Ayatollah è riuscito a far rimpiangere caldamente lo Shah. Questi almeno, se pure con metodi talvolta fin troppo ruvidi, avrebbe voluto rendere la sua nazione più laica e più moderna.

Come se non bastasse, gli anni di Ahmadinejad hanno dato all'Iran il volto dell'estremismo, dell'intolleranza, della minaccia e del più feroce e stupido antisemitismo. Insomma, non c'è nessuna ragione per dire bene dell'Iran quale si presenta attualmente.

Per quanto riguarda la giovane Reyhaneh Jabbari, lascia sgomenti il fatto che sia stata giustiziata: sia per la sua età, sia perché ha potuto rappresentarsi questo tragico momento per ben sette anni, sia per la modalità dell'esecuzione. L'impiccagione non è un supplizio particolarmente crudele, se ben eseguito: ma come si fa ad essere sicuri della competenza del boia iraniano?

Questa lunga premessa serve tuttavia ad evitare gli equivoci. Si può essere contro la pena di morte a prescindere, soprattutto quando si tratta di un omicidio non particolarmente grave, non premeditato e non realizzato con modalità crudeli. Dunque si può essere ragionevolmente sicuri che in qualunque Paese civile, inclusi quelli che hanno la pena di morte, Reyhaneh non sarebbe stata giustiziata.  Ma molta gente, se trova il condannato amabile, ha tendenza a considerarlo a priori innocente: e questo è un errore. 

Nel famoso film "Un posto al sole", del 1951, il protagonista, un estremamente affascinante Montgomery Clift, si innamora di una Elizabeth Taylor di sfolgorante bellezza, e per liberarsi della moglie l'uccide. Si ha il processo e, benché lo spettatore non riesca a vietarsi di sperare che non vada troppo male al protagonista, il reo è condannato a morte. Non per niente il film è tratto da un romanzo dal titolo: "Una tragedia americana". Il personaggio di Clift ha ucciso la moglie con premeditazione e la massima pena, secondo il codice, l'ha meritata.

Nel caso della Jabbari la simpatia che si vorrebbe sentire per lei è disturbata da alcuni elementi. Innanzi tutto i giornali riferiscono che, a causa di quel tentativo di stupro, e non stupro consumato, ella ha pugnalato l'aggressore alla schiena. La stessa veridicità del fatto è messa in dubbio dalla famiglia della vittima. Questa  si era dichiarata disposta a salvare la vita della donna se ella avesse dichiarato che quel tentativo non c'era stato. Ma lei ha rifiutato, preferendo affrontare la forca. Questo particolare dimostra che nella vicenda è anche entrato il fattore onorabilità: il figlio della vittima voleva ad ogni costo che fosse riabilitata la memoria del padre, la colpevole voleva ad ogni costo far apparire giustificato (per legittima difesa) il suo omicidio. Ma tutto ciò è secondario rispetto all'ineludibile particolare dell'accoltellamento alla schiena.

Mentre un accoltellamento al petto, o comunque sulla parte anteriore del corpo, può far pensare alla colluttazione con un aggressore, un accoltellamento alla schiena esclude l'esimente della legittima difesa. Si è costretti a pensare ad una vendetta per la quale va attribuita alla rea l'attenuante di avere agito in preda all'ira per il fatto ingiusto altrui. Ma omicidio volontario rimane. E tutto ciò non va detto a difesa della giustizia iraniana, di cui non conosciamo il livello, ma per il dovere che abbiamo riguardo al nostro stesso senso critico e alla nostra serenità di giudizio.

Naturalmente ciò non cambia la realtà di una condanna a morte eccessiva: ma trattare la giovane Jabbari da innocente sembra azzardato.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

25 ottobre 2014


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POLITICA
16 settembre 2014
L'IRAN PER UNA VOLTA HA RAGIONE
Se c'è una cosa difficile da fare, è dare ragione a chi ci è antipatico, per esempio l'Iran. E figurarsi quando l'antipatia è giustificata da mille motivi: l'Italia è democratica, l'Iran no (infatti discrimina alcune opposizioni prima ancora che si possano presentare alle elezioni). L'Italia è laica, l'Iran è una teocrazia. L'Italia è tollerante, l'Iran non è semplicemente misogino e sessuofobico, arriva ad impiccare i gay perché tali. E tuttavia, se l'Italia dicesse che sei per sei fa trentasette, e l'Iran dicesse che fa trentasei, non potremmo spingere l'antipatia fino a dare torto a Tehran.
L'occasione per esercitare la virtù dell'imparzialità - per quanto umanamente possibile - l'ha fornita l'attuale Conferenza sulla Sicurezza in Iraq. A Parigi "si sono riunite le delegazioni di 25 Paesi più quelle di Onu, Ue e Lega Araba per definire la strategia contro l’offensiva jihadista" dello Stato Islamico, ma non sono stati invitati né l'Iran né la Siria.
 Probabilmente tutto è dipeso dal fatto che l'Iran è anch'esso un Paese musulmano integralista, se pure in versione shiita invece che sunnita, capace di innumerevoli atti di barbarie. Soprattutto di foraggiare ed armare gruppi terroristici, in primo luogo Hamas a Gaza. Quanto alla Siria, dopo che i governi occidentali, con gli Stati Uniti in prima fila, si sono schierati contro Bashar al-Assad perché "dittatore" e leader di una minoranza (quella alawita), è sembrato assurdo schierarsi con lui e sostenerlo contro i ribelli. Fra l'altro, per molti mesi e contro ogni evidenza, si è insistito nel descriverli come freedom fighters contro l'oppressione, senza prestare attenzione al fatto - su cui insistevano i bene informati - che essi erano in larga misura dei jihadisti fanatici e pericolosi. Il seguito della vicenda l'ha ampiamente dimostrato: il famoso Stato Islamico ha cominciato la propria espansione proprio partendo dal nord della Siria. Ma contro il pregiudizio la ragione non vale. 
La realtà è che tanto la Siria quanto l'Iran sono difficilmente difendibili: ma rimarrebbero difficilmente difendibili anche con un altro regime.  Dunque, escluderli è stato evidentemente sbagliato. Per la politica internazionale la guida non è il Catechismo. All'alleato non si richiede un certificato penale immacolato, o la condivisione degli ideali consacrati nella nostra Costituzione: è sufficiente che abbia interessi convergenti con i nostri. Gli Stati Uniti non avevano molti ideali o istituzioni comuni con la Russia di Stalin, e tuttavia ne sostennero con enormi forniture militari lo sforzo contro Hitler. Del capitalismo e del comunismo, della libertà e della dittatura si sarebbe parlato dopo. Se il nemico è comune, bisogna accettare anche l'aiuto del diavolo.
Ecco perché bisogna dare interamente ragione al vice ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdolahian quando ha detto: "Il modo migliore per combattere l’Is e il terrorismo nella regione è quello di aiutare e rafforzare i governi iracheno e siriano, che sono coinvolti in una lotta seria contro il terrorismo". Ed ha aggiunto: "La Repubblica islamica dell’Iran non ha aspettato la formazione di una coalizione internazionale, ha [già] fatto il suo dovere". Privarsi del loro aiuto sarebbe una stupidaggine. Ambedue i Paesi hanno confini in comune col cosiddetto Stato Islamico, e ambedue i Paesi hanno un forte interesse a battere i tagliagole di al-Baghdadi: la Siria per sopravvivere, l'Iran per contrastare l'estremismo sunnita e per sostenere gli sciiti dell'Irak. 
È vero che alla Conferenza sono presenti parecchi Stati arabi che hanno interesse a difendersi contro la pretesa del "califfato universale" di al-Baghdadi: ma fondamentalmente essi sono in grado di fornire un sostegno economico, non militare. E pesano l'assenza e la posizione ambigua di Turchia ed Egitto. Forse la prima vuole conquistarsi la posizione di patria e santuario degli integralisti, e forse il secondo ha avuto troppo recentemente dei gravi problemi con la Fratellanza Musulmana. Ma il tempo chiarirà la loro posizione. Comunque, privarsi di due degli Stati più risoluti a combattere la minaccia comune è geopoliticamente un'assoluta, imperdonabile stupidaggine. Ché se poi questa stupidaggine fosse stata richiesta da Obama, questa sarebbe un'altra argomentazione a favore della sua candidatura a peggiore Presidente della storia degli Stati Uniti. Clemenceau ha detto che la guerra è un affare troppo grave per affidarlo ai generali: figurarsi se lo si può affidare ai chierichetti. 
Rimane solo la speranza che quell'esclusione sia soltanto di facciata. Le grandi potenze potrebbero aver pensato che, proprio perché sia la Siria sia l'Iran hanno interesse a combattere lo Stato Islamico, era inutile invitarli, ché tanto sarebbero stati della partita e l'azione comune si sarebbe potuta concordare sottobanco, salvando la faccia. Ma di una simile ipotesi non sappiamo nulla, e affermarla sarebbe temerario.
C'è solo da sperare che da tante parole e da tanti proclami nasca qualcosa di efficace sul terreno.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 settembre 2014


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politica estera
6 luglio 2014
IL NUCLEARE IRANIANO
Un articolo del Segretario di Stato John Kerry
Il 20 luglio, il termine ultimo per negoziare un accordo generale sul programma nucleare iraniano, si sta avvicinando rapidamente.  Durante tutto il tempo, questi negoziati hanno riguardato una scelta dei leader dell’Iran. Essi possono essere d’accordo sui passi necessari per assicurare al mondo che il programma nucleare del loro Paese sarà esclusivamente pacifico e non sarà usato per costruire un’arma, oppure possono sprecare una storica occasione di por termine all’isolamento economico e diplomatico dell’Iran e di migliorare le vite del loro popolo. La diplomazia e la responsabilità del potere sono caratterizzate da passi difficili, ma questo non dovrebbe essere uno di loro. I funzionari iraniani hanno affermato  ripetutamente e senza ambiguità che essi non hanno intenzione di costruire un’arma atomica e che le loro attività nucleari tendono esclusivamente a rispondere a bisogni civili. Assumendo che ciò sia vero, non è un’affermazione difficile da provare. 
Gli Stati Uniti e i loro partner hanno dimostrato all’Iran quanto siano seri. Durante i negoziati per raggiungere il Piano Congiunto d’Azione noi abbiamo teso la mano agli iraniani e li abbiamo incontrati direttamente per capire che cosa gli iraniani desiderano dal loro programma nucleare. Insieme con i nostri partner internazionali, abbiamo contribuito a creare una soluzione che permetterebbe all’Iran di avere un programma nazionale esclusivamente per scopi pacifici. Ed abbiamo dimostrato che eravamo flessibili, offrendo uno sgravio finanziario. Lungo tutti questi negoziati, i negoziatori iraniani sono stati seri. L’Iran ha anche smentito le aspettative di alcuni tenendo fede agli obblighi assunti col Piano Congiunto d’Azione, la qual cosa ci ha concesso tempo e spazio perché dei negoziati di ambito generale potessero procedere. Specificamente, l’Iran ha eliminato le sue scorte di uranio arricchito ad alti livelli, ha limitato la sua capacità di arricchimento non installando o non facendo partire ulteriori centrifughe, si è astenuto dall’effettuare ulteriori passi nelle sue capacità di arricchimento di reattori di acqua pesante, e ha permesso nuove e più frequenti ispezioni. In cambio di ciò, l’Unione Europea e le grandi potenze più una (5+1) hanno fornito un limitato sgravio finanziario all’Iran, anche se l’architettura delle sanzioni internazionali e la grande maggioranza delle stesse sanzioni sono rimaste fermamente al loro posto. 
Ora l’Iran deve scegliere. Durante i negoziati di ambito generale, il mondo non ha chiesto all’Iran nulla di più che sostenere le proprie parole con azioni concrete e verificabili. Lungo molti dei recenti mesi, abbiamo proposto una serie di misure ragionevoli, verificabili e facilmente realizzabili, che da un lato avrebbero assicurato che l’Iran non può ottenere un’arma nucleare e che il suo programma è limitato a scopi pacifici; dall’altro, che in cambio all’Iran sarebbe stato concesso un graduale sollievo dalle sanzioni collegate al nucleare. Che cosa sceglierà l’Iran? Malgrado molti mesi di discussioni, ancora non lo sappiamo. Certo sappiamo che esistono sostanziali discrepanze fra ciò che i negoziatori iraniani dicono di essere disposti a fare, e ciò che essi fanno per raggiungere l’accordo di ambito generale.  Sappiamo che al loro ottimismo ufficiale, riguardo al possibile risultato finale di questi negoziati, non hanno corrisposto, fino ad oggi, le posizioni che hanno chiaramente espresso dietro le porte chiuse.
Queste discrepanze non sono provocate da richieste eccessive da parte nostra. Al contrario, i negoziatori degli Stati Uniti e dei 5+1 hanno ascoltato con molta attenzione le domande e le preoccupazioni dell’Iran ed hanno mostrato fin dove possibile la flessibilità compatibile con i nostri scopi fondamentali in questi negoziati. Abbiamo lavorato molto da vicino con l’Iran per stabilire un percorso  per un programma che corrisponde a tutti i requisiti per scopi pacifici e civili.
Rimane una discrepanza, comunque, fra l’intento professato dall’Iran, riguardo al suo programma nucleare e,  ad oggi, il contenuto attuale di quel programma. Il dislivello fra ciò che l’Iran dice e ciò che ha fatto rende evidente perché questi negoziati sono necessari e perché, per cominciare, la comunità internazionale si è trovata d’accordo nell’imporre sanzioni.
La pretesa dell’Iran che il mondo dovrebbe semplicemente fidarsi delle sue parole ignora il fatto che l’Agenzia per l’Energia Atomica ha riferito che dal 2002 ci sono state dozzine di sue violazioni degli obblighi internazionali di non- proliferazione, a cominciare dall’inizio degli anni Ottanta. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha risposto adottando quattro risoluzioni ai sensi del Capitolo VII. Esigendo che l’Iran compisse i passi necessari per mettere rimedio a tali violazioni. Questi argomenti non possono essere messi da parte; ad essi gli iraniani devono porre rimedio  se è vero che si deve raggiungere una soluzione di ambito generale. Queste non sono le attese di nessun Paese in particolare ma della comunità delle nazioni. Per concedere che le sanzioni siano tolte il mondo sta semplicemente chiedendo all’Iran di dimostrare che le sue attività nucleari sono ciò che esso dichiara che esse sono.
Nove mesi fa, il Presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, ha scritto nel Post che “La politica internazionale non è più un gioco a somma zero ma un’arena multidimensionale dove la cooperazione e la competizione spesso si verificano simultaneamente… ci si aspetta che i leader del mondo siano le guide nel trasformare le minacce in occasioni”. È stato in questo spirito che il Presidente Obama ha impegnato gli Stati Uniti  nell’esplorazione della possibilità di una soluzione negoziata dello stallo nucleare iraniano. Ci siamo impegnati in questo processo negoziale perché pensavamo che avesse una reale possibilità di successo. E ancora ce l’ha, ma il tempo sta per finire.
Se l’Iran è capace di adottare queste scelte, vi saranno esiti positivi per il popolo iraniano e per la sua economia. L’Iran  potrà usare il suo notevole know-how scientifico per la cooperazione internazionale nel campo del nucleare civile. Le imprese potrebbero tornare in Iran, portando posti di lavoro, i capitali di cui c’è tanto bisogno e molti altri beni e servizi. L’Iran potrebbe avere un maggiore accesso al sistema finanziario internazionale. Il risultato sarebbe un’economia iraniana che comincia a crescere ad un ritmo significativo e sostenibile, facendo largamente progredire il livello di vita della popolazione iraniana. Se l’Iran non è disposto a far ciò, le sanzioni internazionali si aggraveranno e si approfondirà l’isolamento dell’Iran.
I nostri negoziatori lavoreranno costantemente, a Vienna, da ora al 20 luglio. Bisognerà forse fare una maggiore pressione sui tempi. Ma nessun prolungamento è possibile a meno che non ci sia l’accordo di tutte le parti, e gli Stati Uniti e i loro partner non consentiranno un prolungamento solo per permettere ai negoziati di trascinarsi ulteriormente. L’Iran deve mostrare un’autentica disponibilità a rispondere alle legittime preoccupazioni della comunità internazionale, nel tempo che rimane.
In questo mondo turbato non si ha spesso la fortuna che emerga la possibilità di raggiungere pacificamente un accordo che risponda alle necessità essenziali e pubblicamente proclamate da tutte le parti, di far sì che il mondo sia più sicuro, che si allentino le tensioni regionali e si permetta una maggiore prosperità. Abbiamo una simile occasione e uno storico successo è possibile. È una questione non di possibilità ma di volontà politica e di provare le proprie intenzioni. È una questione di scelte. Speriamo che tutti scelgano con saggezza.
(Traduzione di Gianni Pardo)
 (1)http://www.washingtonpost.com/opinions/iranian-nuclear-deal-still-is-possible-but-time-is-running-out/2014/06/30/8510fbe2-0091-11e4-8fd0-3a663dfa68ac_story.html?wpisrc=nl_headlines

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politica estera
9 novembre 2013
IL NEGOZIATO CON L'IRAN
Oggi sono in corso negoziati fra l’Iran e i “Cinque più uno”, cioè i membri di diritto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania. Questi negoziati sono importanti per il nucleare di Tehran, per gli equilibri della regione e per le forniture di petrolio dell’Occidente. È tuttavia particolarmente difficile orientarsi per quanto riguarda le diverse posizioni e i possibili risultati. 
Pur parlando di “nucleare civile”, l’Iran sembra impegnato da molto tempo a procurarsi l’arma atomica. Per giunta, il precedente capo dell’esecutivo, Ahmadinejad, ha ripetutamente e imprudentemente accennato a distruggere Israele. Che sia una figura retorica può darsi: ma, da quando il mondo si è pentito di non aver preso sul serio il Mein Kampf di Hitler, le minacce esagerate hanno smesso di essere inverosimili. A parte ogni considerazione giuridica o morale, da un lato è evidente che, usando l’arma atomica, è facilissimo cancellare dalla faccia della terra un Paese minuscolo  come Israele; dall’altro è altrettanto evidente che la vittima designata, essendo fornita a sua volta dell’arma atomica, prima di soccombere ucciderebbe almeno una ventina di milioni di iraniani. Bastano queste semplici considerazioni per comprendere che l’Occidente desideri colloqui di pace. Poi non si può dimenticare che l’Iran è un importante fornitore di petrolio. L’Occidente vuole la pace, la protezione di Israele, e il petrolio.
Molto meno semplice è capire quali possano essere gli scopi dell’Iran. Di solito, nei rapporti internazioni la stella polare è l’interesse. È sulla base di esso che ogni Paese si muove e proprio per questo è prevedibile. Ciò purtroppo non vale nel caso dell’Iran. Trattandosi di una teocrazia, esso può agire anche per motivi religiosi, e dunque perfino contro il proprio interesse e la propria sopravvivenza. Mao una volta disse che, se una guerra avesse ucciso mezzo miliardo di cinesi, ne sarebbe ancora rimasto mezzo miliardo. Partiamo comunque dalle motivazioni ragionevoli.
Il primo motivo “normale” per il quale l’Iran potrebbe desiderare un negoziato di pace con l’Occidente è la fine delle sanzioni che gli sono state inflitte. Chi le subisce di solito grida sui tetti che non gli hanno neanche fatto il solletico. Nella realtà invece non vede l’ora che siano revocate. L’Iran si è addirittura lamentato che, a causa di esse, i suoi malati non possono avere alcune medicine importanti. E Sergio Romano ha scritto sul Corriere che la fine delle sanzioni offrirebbe a Tehran l’incasso di cinquanta miliardi di dollari, attualmente bloccati.
Il ritorno nel campo dei Paesi “decenti”, per usare un termine anglosassone, permetterebbe inoltre all’Iran sciita di esercitare alla luce del sole quell’influenza politica su tutta la regione che tanto desidera. Ed è precisamente questa la ragione per la quale gli Stati sunniti – Arabia Saudita in testa – vedono questi negoziati come il fumo negli occhi. Temono infatti che l’Iran, oltre a divenire una presenza invadente, potrebbe fomentare sollevazioni nei Paese sunniti dove c’è una minoranza sciita. Tehran diverrebbe una superpotenza regionale, esercitando senza remore la sua influenza sui due Paesi non sunniti, l’Iraq e la Siria, e si garantirebbero anche un accesso al Mediterraneo. È proprio questa la ragione per la quale l’Iran sostiene l’alawita Bashar al-Assad.
Un terzo motivo – il più problematico - è il rapporto con l’atomica. Malgrado i proclami bellicosi di Ahmadinejad, l’Iran potrebbe avere tanto insistito sul nucleare solo come arma di ricatto, per ottenere dei vantaggi in possibili negoziati. Come per decenni ha fatto e fa ancora la Corea del Nord. E dunque, a fronte di consistenti vantaggi, potrebbe persino rinunciarci. È anche possibile che desideri veramente sviluppare l’energia nucleare per usi civili. Ma come esserne sicuri? Perché un Paese che è più capace di estrarre petrolio che di raffinarlo – al punto che importa benzina – dovrebbe procurarsi le centrali atomiche quando sarebbe più semplice dotarsi di raffinerie? Ma soprattutto, quali controlli sarebbero sufficienti per essere certi che questi studi e questi esperimenti non servano in realtà come paravento per dotarsi della bomba atomica, con le prospettive di cui si diceva? Detto in termini brutali: non ci si può fidare della parola degli Ayatollah. E infatti Netanyahu ha già detto che Israele non si sentirà vincolato dagli eventuali risultati del negoziato. 
Gli arabi purtroppo non sono famosi per la loro lealtà. A parte ogni considerazione regionale che potrebbe puzzare di razzismo, ciò dipende anche dalla loro religione. Il buon musulmano ha i massimi obblighi di correttezza nei confronti dei correligionari, ma tali obblighi non ha nei confronti degli infedeli. Con loro può mentire e barare, li può ingannare ed imbrogliare, ché tanto non sono musulmani. È vero che gli iraniani non sono arabi, ma musulmani lo sono eccome: dunque la diffidenza di Israele, che ha visto attentati compiuti da bambini di dodici anni e da donne incinte, terroristi nascosti in ambulanze e soprattutto sequestri di bambini dell’asilo e massacri come quello di Beslan, non è ingiustificata.
L’Iran è una teocrazia e secondo la religione musulmana morire per la causa dell’Islàm è un onore. Una delle proclamate superiorità dei musulmani sui cristiani è che i primi non tengono a risparmiare né la vita altrui, né la propria. Dunque non è impossibile che un governo fanatico e demente attacchi realmente Israele, fino a provocare una rappresaglia apocalittica. Naturalmente la più feroce e sanguinosa delle vendette non compenserebbe né Israele né l’Occidente: dunque è essenziale che non si corra il rischio di permettere un più facile sviluppo sottobanco della bomba atomica. Ma per far ciò un accordo dovrebbe includere la possibilità di controlli tanto illimitati ed accurati, da mettere in discussione la sovranità iraniana. Sarà mai possibile? O si permetterà lo stesso, come teme Gerusalemme, che Tehran continui a sviluppare la bomba atomica? Interrogativi tremendi.
I negoziati sono il miglior modo di risolvere le controversie. Resta da vedere in quali termini. Non ogni accordo fondato sulla buona volontà è per ciò stesso desiderabile. La memoria della Conferenza di Monaco del 1938 non si è ancora spenta.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 novembre 2013


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politica estera
12 marzo 2012
ISRAELE NON DEVE TEMERE L'IRAN
Nei giorni scorsi, in seguito all’uccisione di un capo terrorista nella Striscia di Gaza, i palestinesi hanno reagito lanciando decine e decine di razzi contro il sud d’Israele ma non hanno concluso sostanzialmente nulla. Infatti o i razzi sono caduti in zone disabitate o sono stati intercettati e neutralizzati in volo da un sistema israeliano di missili anti-missile di ultima generazione. 
Su questa arma di difesa israeliana i particolari tecnici, oltre ad essere probabilmente assolutamente segreti, sono al di là della comprensione di coloro che non sono specialisti del ramo. Ma alcuni dati sono facilmente comprensibili già sulla base delle notizie che si possono raccogliere leggendo i giornali. 
Il sistema denominato Iron Dome (“Cupola di ferro”) è capace di intercettare i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza o dal Libano meridionale nel territorio di Israele. Che funzioni si è visto proprio nella recente occasione. I giornali dicono: lanciati all’incirca cento razzi, intercettati circa trenta. Sembra una percentuale del trenta per cento e non è: infatti Iron Dome non abbatte – o non cerca di abbattere – tutto ciò che vola, ma tutto ciò la cui traiettoria balistica fa pensare che potrebbe provocare danni o vittime. Se un razzo è indirizzato verso una zona deserta, il sistema di difesa lo trascura. Dunque è più importante e significativo il fatto che non ci siano state vittime israeliane.
Il particolare più interessante è tuttavia l’ambito di operatività. Si dice che Iron Dome sia capace di intercettare razzi lanciati da una distanza variabile fra 7 e 70 chilometri. La seconda cifra non è importante perché, anche viaggiando a parecchie centinaia di chilometri orari, per percorrere settanta chilometri ci vuole tempo. Ciò che invece lascia sbalorditi sono i sette chilometri: è stupefacente che in pochi secondi si possano calcolare le traiettorie e lanciare i razzi di difesa. I tempi di reazione del sistema sono tanto fulminei che se ne deve dedurre che essi non sono affatto “umani”. Solo un sistema di computer, assolutamente automatizzato, è capace di operare in tempi inconcepibili per un artigliere. 
Stando così le cose, il sistema di difesa deve ispirare considerazioni di ben più vasto ambito e di ben più ampia portata rispetto alle scaramucce innescate da assassini dilettanti. Se si può identificare un piccolo razzo sparato da pochissimi chilometri diviene addirittura infantile abbattere un grande razzo sparato da molte centinaia di chilometri di distanza: cioè dall’Iran. Sulla base di questi dati – e si sarebbe lieti di averne conferma da chi dovesse saperne di più – il problema dell’atomica iraniana assume contorni assolutamente nuovi e diversi. 
In occasione della guerra irakena del 2003, Saddam Hussein lanciò dei missili Scud contro Israele (estranea alla guerra!) nella speranza di fare vittime, di coinvolgerla nel conflitto e di provocare l’intervento di altri Stati musulmani. Gli israeliani invece non reagirono e mantennero i nervi saldi, ma è anche vero che molti di quei missili furono intercettati e distrutti prima che potessero arrivare al suolo. E se questo era già possibile nel 2003, quando il sistema americano “Patriot” era relativamente agli inizi, figurarsi quali progressi abbia fatto la tecnica dieci anni dopo, soprattutto in Israele, che di quella difesa ha una necessità non solo teorica. 
Da questo progresso della difesa anti-missile si può dedurre che, se l’Iran riuscisse ad avere una bomba nucleare operativa, non per questo avrebbe i mezzi per “recapitarla”. Inoltre, dal momento che i missili dovrebbero sorvolare Irak e Giordania, c’è da prendere in considerazione l’ipotesi che essi possano essere abbattuti sul loro suolo o scoppiare sopra le loro teste. Tutto questo, per non parlare della possibile, devastante risposta nucleare israeliana. 
Se poi si volesse far sganciare la bomba da aeroplani, innanzi tutto ci sarebbero i problemi di distanza che attualmente ha Israele quando fa l’ipotesi di andare a bombardare i siti nucleari iraniani; poi gli aerei si troverebbero a fronteggiare sia l’aviazione israeliana sia il suo sistema anti-missile. Un sistema capace di colpire un bersaglio piccolo come un missile palestinese non mancherebbe certo un grande aeroplano.
In queste condizioni, le possibilità di un conflitto israelo-iraniano diminuiscono considerevolmente. I due Paesi sono lontani, Israele potrebbe attaccare l’Iran ma non vi ha interesse, l’Iran amerebbe attaccare Israele ma non ne ha i mezzi.
L’atomica iraniana continuerà dunque a preoccupare soprattutto l’Arabia Saudita, gli altri Stati rivieraschi del Golfo e, naturalmente, gli Stati Uniti, che vedrebbero turbati gli equilibri di potere della regione. Ma la minaccia di sterminio dell’intera popolazione israeliana sembra non essere più all’ordine del giorno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 marzo 2012 


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politica estera
30 dicembre 2011
L'IRAN INSISTE NELLE SMARGIASSATE

Il Corriere della Sera riporta questa notizia:

“ L'Iran ha annunciato che lancerà missili di lungo raggio sabato durante un'esercitazione navale nel Golfo. Lo scrive l'agenzia semiufficiale Fars. ‘La marina iraniana effettuerà test su diversi tipi di missili, compresi quelli a lungo raggio, nel Golfo Persico’, ha detto il comandante della Marina Mahmud Mussavi ”.

Le esercitazioni sono normalmente prove pratiche per verificare che le truppe, i marinai, gli aviatori abbiano ben compreso il loro compito in caso di conflitto. Ma quando le esercitazioni hanno luogo in particolari momenti – per esempio a ridosso di una frontiera contesa o, come oggi, in un tratto di mare che potrebbe essere lo scenario di uno scontro – assumono il significato se non di una minaccia, di un preciso avvertimento: “Sappi che all’occasione sono capace di fare questo e questo”.

Tuttavia, nel caso specifico, la mossa iraniana fa pensare ad un intento di propaganda a fini interni. Dal momento che in campo missilistico, e comunque dell’alta tecnologia, gli Stati Uniti sono al sommo della catena, è estremamente improbabile che un lancio di missili, a corto o lungo raggio, possa fare loro la minima impressione. E ancor meno probabile è che li intimidisca. Sicché è ragionevole pensare che Ahmadihejad voglia soltanto far credere agli iraniani che il suo governo non teme nessuno ed è addirittura pronto a passare all’attacco: mentre in realtà sa benissimo come stanno le cose e sa che gli Stati Uniti, per far conoscere la loro forza sul mare, non hanno bisogno di andare a fare delle esercitazioni sotto il naso di nessuno. Dunque la notizia non ha importanza: è solo un po’ di propaganda.

Ma l’imprevisto è una delle componenti costanti della storia. Helmuth von Moltke diceva: “Preparate tutti gli scenari alternativi nei minimi particolari. Sappiate però che dovrete combattere in quello a cui non avete pensato”. Dunque gli iraniani faranno bene a sparare i loro missili quanto più lontano è possibile dalle navi americane. Perché se per disgrazia uno di loro colpisse un’unità statunitense, probabilmente della flotta iraniana non rimarrebbe a galla neppure una nave. Gli americani potrebbero affermare (in buona o in malafede) che l’annuncio dell’esercitazione era servito solo per evitare di metterli sulla difensiva mentre in realtà Tehran aveva l’intenzione di provocare uno scontro navale, e ne potrebbero approfittare per infliggere a Tehran una lezione che non rischierebbe di dimenticare facilmente. Avrebbero solo il problema di dimostrare che la loro flotta è stata aggredita e non ha preso l’iniziativa. Cosa per la quale potrebbe essere utile la documentazione fornita dai satelliti, soprattutto in una zona in cui la probabilità di nuvole è molto bassa.

È una delle caratteristiche dei governi “forti” e ideologicamente molto motivati quella di incorrere in un fatale errore prospettico: quello di credere che le panzane che si raccontano al popolo si trasformino in verità. Ma nel caso di Ahmadinejad è probabile che, pur essendo molto antipatico, non sia uno stupido: dunque eviterà accuratamente di provocare la reazione americana. Salvo errori od omissioni sparerà il suo mortaretto e domenica nessuno ne parlerà più.  Il problema, come si sa, sarebbero le mine, se le disseminassero: allora sì saremmo alla guerra. I missili navali sono l’ultima delle preoccupazioni americane.

Gianni Pardo,giannipardo@libero.it

30 dicembre 2011

 


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POLITICA
14 aprile 2010
NUCLEAR SECURITY SUMMIT

Le armi nucleari sono una realtà dal 1945. In quel momento la scelta fu fra uccidere centinaia di migliaia di innocenti con l’atomica oppure farne morire molti di più con la prosecuzione della guerra: a cominciare dai giapponesi, disposti a combattere tutti fino alla morte.
La decisione, vista con gli occhi della storia, assume tuttavia un altro significato: l’atomica può essere usata se si ritiene che sia il caso di usarla. Ed è abilitato a dare questo giudizio lo stesso governo che detiene la bomba. Se Tehran, pervenuta al possesso dell’arma, reputasse che è un imperativo divino quello di distruggere Israele, quand’anche questo dovesse costare la vita di metà degli iraniani per via dell’inevitabile e crudelissima rappresaglia israeliana, non ci sarebbe modo di frenarla su questa china. E che avverrebbe se dell’atomica venisse in possesso al Qaeda? In questo caso, a fronte del taglio della testa del serpente (New York City, per esempio), non ci sarebbe neppure un paese da annientare per rappresaglia.
Viene in mente la “legge di Murphy”: “se qualcosa può andare storto, lo farà”. Questa regola non è una battuta.  Se un meccanismo ha una probabilità su mille di guastarsi, è chiaro che dopo mille, duemila o tremila volte, fatalmente si guasterà. E l’ipotesi del cattivo uso dell’atomica è rappresentato da una frazione ben diversa e allarmante: non uno su mille ma uno su venti, su trenta, sia pure quaranta: ma, viste le conseguenze, c’è da essere atterriti.
In queste condizioni il problema non è che cosa fare SE qualcuno farà un uso folle dell’atomica, ma che cosa fare QUANDO ciò avverrà. E se, contro la legge di Murphy, c’è un modo per rendere l’ipotesi impossibile.
La bomba atomica in sé non è un pericolo: da sessantacinque anni in qua non ha provocato nessun massacro. Il pericolo è rappresentato dal dito che sta sul grilletto. Per questo, non essendoci necessità di togliere l’atomica a quelli che già l’hanno, la soluzione consiste nell’impedire a qualunque costo che altri se la procurino. Le potenze atomiche dovrebbero concordare di infliggere sanzioni durissime al Paese che provasse a fabbricare quell’arma; non bastando, dovrebbero bombardarlo; invaderlo; distruggere intere città sospettate di costruire l’atomica, magari con una propria atomica. Ma questa tesi fa accapponare la pelle e fa salire alle labbra una folla d’obiezioni.
È evidente che dall’oggi al domani tutti i Paesi non in possesso dell’atomica sarebbero a sovranità limitata: come far accettare questo principio alla Germania o al Giappone, che si vedrebbero in sottordine rispetto al Pakistan? Inoltre l’intervento per “punire” uno Stato potrebbe derivare non dalla effettiva necessità di impedire la proliferazione nucleare, ma essere deciso, in malafede e a freddo, solo nell’interesse dei Paesi atomici. Infine dinanzi all’intervento violento e al grande massacro di innocenti, ci sarebbe una sollevazione dell’opinione pubblica internazionale. E tuttavia queste non sono le maggiori difficoltà.
In teoria si potrebbe giungere ad una formulazione del tipo: “nessun altro si deve procurare l’atomica”, ma in concreto, quando fosse il caso di agire contro un singolo Stato, è difficile ipotizzare una concordia – per non parlare di unanimità – delle potenze interessate. L’intera storia dell’Onu è piena di contraddizioni, dispetti, veti. Una cosa è biasimare, intimare, minacciare, un’altra è mandare un corpo di spedizione a combattere e morire. In questi casi vale sempre il principio “armiamoci e partite”. L’ipotesi della polizia internazionale, prima ancora di essere antidemocratica e contraria all’umanità, è tecnicamente impraticabile.
Meno male, dirà qualcuno. Ma la conclusione è che avremo un Iran che potrebbe lanciare un’atomica su Israele o magari, chissà, passarla sottobanco ad al Qaeda.  In quel momento rimpiangeremmo di non avere impedito in qualunque modo il disastro, quando ancora eravamo in tempo per scongiurare la legge di Murphy.
Questo destino dell’umanità è ben rappresentato, con amaro umorismo, da Jean Giraudoux in “La Guerra di Troia non avrà luogo”. Ettore sa che la guerra sta scoppiando per un motivo futile; sa che provocherà un numero altissimo di morti e distruzioni; cerca in ogni modo di farlo capire a tutti, ma la combinazione fra retorica, stupidità, bei sentimenti, patriottismo e capacità di auto illudersi fanno sì che alla fine la guerra scoppi. Per i begli occhi di Elena.
Beati i vecchi: sono gli unici che hanno parecchie speranze di non verificare personalmente la validità della legge di Murphy.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2010


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POLITICA
22 febbraio 2010
OBAMA SBATTE CONTRO LA REALTA'
La parabola discendente di Barack Hussein Obama si presta a considerazioni che vanno oltre l’interessato.
Tutti gli Stati hanno dei problemi. Alcuni di essi sono immutabili perché dipendono dalla geografia: per esempio l’accesso ai mari caldi per la Russia; altri si possono risolvere ma solo a prezzo di grandi sacrifici: per esempio la rinuncia all’Algérie Française; altri infine sfociano in una guerra che è impossibile vincere e che tuttavia è necessario combattere: i Parti per i Romani, il terrorismo per gli statunitensi. E infatti una notevole parte dell’impopolarità di George W.Bush derivò dalla stanchezza del popolo americano dinanzi a due guerre, quella dell’Iraq e quella dell’Afghanistan. Molti pensavano che in primo luogo era stato un errore cominciarle, tutti comunque rimproveravano all’Amministrazione di non sapere come uscirne.
In questi casi il popolo comincia a sognare l’intervento di un uomo superiore: più risoluto, più saggio, più illuminato. Qualcuno capace di fare ciò che non sa fare l’imbecille che siede alla Casa Bianca. È cavalcando questo malcontento che Obama è stato trionfalmente eletto. Purtroppo i dati di fatto della geopolitica e le necessità della guerra al terrorismo (per esempio la prigione di Guantánamo) sono testardi: non si lasciano impressionare né da bei sorrisi né da grandi ideali. Dunque il nuovo Presidente è stato costretto, in questo come nei rimanenti settori, a confermare pressoché al cento per cento la politica dell’Amministrazione precedente. E ciò ha deluso i moltissimi americani che hanno votato per lui.
Dinanzi al calo dei sondaggi, e anche per non apparire come un bugiardo e un imbonitore, Obama ha disperatamente cercato di mantenere alcune delle promesse fatte. Ma gli è andata malissimo. Con un umile sorriso si è presentato in Europa per lanciare quella politica del dialogo e del multilateralismo che pare Bush avesse trascurato, e non ha ottenuto niente;  è stato conciliante con la Cina, perfino tacendo dei diritti umani, e in totale è solo riuscito ad irritare profondamente quel grande Paese; ha cercato di favorire il processo di pace in Palestina e nessuno gli ha dato ascolto; ha teso la mano all’Iran e ne ha ricevuto insulti e minacce; quando infine ha cercato di mantenere, almeno in Patria, una grande promessa, quella della riforma sanitaria, le cose si sono messe male e a quanto sembra dovrà rinunciarci. In questi mesi i democratici hanno perso due governatori e quel preziosissimo seggio al Senato che gli dava libertà di manovra. Né migliori prospettive ci sono per le elezioni di mid term.
Obama più che un cinico demagogo è forse un ingenuo idealista. Magari ha creduto veramente che, con l’aiuto di Dio, sarebbe riuscito a fare miracoli: ma i miracoli non li fa nessuno e attualmente egli sembra perfino sfortunato. È bene che non sogni un secondo mandato.
Tutta la vicenda offre una serie di insegnamenti. Non bisogna credere facilmente che il problema insolubile per un politico sia poi facile per un altro politico. Il famoso cambiamento non sempre è possibile e soprattutto non sempre, quando è possibile, costituisce un miglioramento. Questo principio andrebbe ripetuto fino alla noia ai molti che chiedono “un nuovo modo di fare politica”, “un cambiamento di rotta”, una “discontinuità”  e altre spelacchiate e fumose palingenesi. Finché si rimarrà sul vago – e si parlerà di “Change” come faceva Obama – ci staremo facendo vento con le parole. Né più serio è che si indichino solo i fini – ad esempio una diminuzione delle imposte e un miglioramento dei servizi – perché di sognare siamo capaci tutti.
Chi propone un cambiamento dovrebbe esattamente specificare che cosa intende ottenere, con quali modalità e a spese di chi. Non appena si scende sul concreto, infatti, molti entusiasmi si spengono. Qualunque riforma lede infatti interessi consolidati, tanto che, se si potesse promettere la vita eterna, si provocherebbe uno sciopero dei becchini, futuri disoccupati.
La situazione dell’America non è colpa né di Bush né di Obama. Il nostro è un mondo imperfetto. Se gli statunitensi sono delusi, è perché sono stati capaci di illudersi. La democrazia permette l’impero della parola, della demagogia, del sogno: lo stato d’animo dominante ad Atene prima della spedizione in Sicilia. Se poi la realtà azzera i sogni, non per questo bisogna dir male della democrazia. È il meno peggio che l’umanità sia riuscita ad inventare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 febbraio 2010
POLITICA
4 novembre 2009
UN WARGAME PER L'IRAN
Qualunque persona di buon senso sa che le soluzioni ai problemi di politica internazionale che si possono inventare parlando con un amico o col barbiere hanno una probabilità su mille di essere valide. Dunque, anche la tattica che sarà qui suggerita, per l’Iran, ha ben poche possibilità di essere ragionevole: viene scritta solo per suscitare le obiezioni di chi è più competente, col risultato che alla fine ne sapremo tutti di più.
Giorni fa si è scritto, con un sentimento di disperazione ma purtroppo  molto realisticamente, che quello dell’Iran è un problema insolubile . Si sono esaminate le diverse opzioni: la distruzione dei siti noti, l’invasione via terra ecc., ma nessuna di esse risolve il problema di un regime fanatico,  dotato della bomba atomica, che proclama di voler distruggere un intero Stato. E soprattutto: per quanto tempo bisognerebbe occupare l’Iran?
La soluzione che qui si propone parte proprio dalle difficoltà che sono state esposte e, per così dire, le trasforma in vantaggi.
In Afghanistan il grande problema è che i talebani si confondono con la popolazione, e per conseguenza gli Stati Uniti e i loro alleati non possono trarre vantaggio dalla loro enorme superiorità quanto ad artiglieria ed aviazione. In Iran invece il problema è quello di eliminare dei siti, ben individuati; e di distruggere prevalentemente cose e non persone. Washington potrebbe dire: sappiamo che nel tale luogo, tot longitudine est, tot latitudine nord, c’è un sito nucleare. Vi diamo due ore di tempo per evacuare tutti coloro che ci lavorano. Se il sito è in una città, sgombrate l’intero quartiere, ché se poi a voi non importa dei vostri cittadini, figuratevi a noi. Sappiate comunque che scadute quelle ore, del sito, che sia in campagna, su un’isola, in una città, non rimarrà pietra su pietra. Dolenti per i danni; dolenti per le eventuali vittime; dolenti per le eventuali fughe di radioattività ma sappiate che, se non rinuncerete ai vostri programmi, distruggeremo uno dopo l’altro tutti i vostri siti nucleari, sia quelli attuali sia quelli che doveste aprire in seguito. Qualunque attività di questo genere sarà come una “richiesta” di distruzione totale.
Purtroppo, se si volesse impedire che l’Iran, per rappresaglia, mini lo stretto di Ormuz, bisognerebbe distruggere l’intera flotta iraniana e qualunque cosa galleggi e possa portare una mina. In seguito si vieterebbe per giunta alle imbarcazioni battenti bandiera iraniana di lasciare i porti. Anche questa punizione terribile dell’Iran (che se la sarebbe cercata) è una cosa che una grande potenza, dotata di grandi mezzi tecnologici, può fare senza sforzo.
Come si vede si tratterebbe di ribaltare contro i suoi autori quella perfida invenzione del Ventesimo Secolo chiamata “guerra asimmetrica”. Stavolta asimmetrica nel senso che l’Occidente infliggerebbe colpi durissimi senza subirne alcuno. Nessuna assicurazione stipulerebbe una polizza sulla vita ai piloti iraniani che osassero levarsi in volo col loro aereo.
Naturalmente gli iraniani potrebbero cercare di portare tutte le fabbriche nel cuore delle montagne. Ma da un lato un buon bombardamento può sigillare le entrate della fabbrica dentro la montagna, dall’altro i drone e gli aerei potrebbero distruggere qualunque mezzo di trasporto che si avvicini a quella montagna, stavolta uccidendo anche gli occupanti dei mezzi. Fra l’altro, se gli americani volessero presidiare quell’entrata con dei paracadutisti bene armati, potrebbero farlo facilmente. Gli iraniani che osassero attaccare gli statunitensi in campo aperto sarebbero sterminati in men che non si dica. Occupare e presidiare un intero, grande paese, è impresa costosissima, impedire che si entri in una montagna si può fare con  l’aiuto dell’aviazione e poche decine di uomini.
Come è ovvio, l’opinione pubblica internazionale protesterebbe: lo fa sempre, e l’Iran avrebbe la solidarietà del blocco dei Paesi anti-Occidente, quella che all’Onu si chiama “maggioranza automatica”. Ma non si fanno omelette senza rompere le uova. O gli Stati Uniti fanno capire che fanno sul serio o, un giorno, potrebbero amaramente pentirsi di avere permesso ad un gruppo di fanatici religiosi di menarli per il naso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 novembre 2009

POLITICA
27 settembre 2009
L'IRAN, OVVERO LA QUADRATURA DEL CERCHIO

L’Iran vuole la bomba atomica, è in grado di fabbricarsela e intende distruggere Israele. Non sorprendentemente, Israele non è d’accordo ed è a sua volta armato di bombe nucleari, più numerose e più progredite di quelle che potrebbe avere l’Iran. Ma mentre l’Iran può distruggere Israele con due o tre bombe, distruggere l’Iran è impossibile, date le sue dimensioni. Tuttavia, in caso di guerra atomica, mentre morirebbero circa cinque milioni di israeliani, potrebbero morire da venti a quaranta milioni di iraniani e gli altri rimanere intossicati. Chi può volere un risultato del genere? Nessuna persona ragionevole. Ma il punto è che qui ci sono in campo anche persone non ragionevoli.
Nella primavera del 1945 Hitler sarebbe stato disposto a lasciar uccidere tutti i tedeschi se questo avesse potuto procurargli la sopravvivenza politica o un’impossibile vittoria. Disprezzava l’intero popolo tedesco, che giudicava vile e imbelle, e pensava, come Caligola, che era un peccato non avesse una sola testa: glie’avrebbe tagliata volentieri. Lui personalmente, però viveva sotto sette metri di cemento armato. Nello stesso modo, il fanatismo islamico, che si fa forte di “non temere la morte, come la temono gli infedeli”, potrebbe imbarcare l’Iran in una guerra in cui, dal punto di vista delle perdite umane, avrebbe largamente la peggio. Ma i capi continuerebbero a predicare dai loro sicuri rifugi. Non c’è da contare sulla loro ragionevolezza.
A questo punto è ovvio: bisognerebbe impedire all’Iran di procurarsi l’armamento atomico. Ma come?
Un’azione militare come quella di Israele nel 1981, quando distrusse l’Osirak, non è possibile. I siti iraniani sono numerosi; non si può essere sicuri di conoscerli tutti; alcuni sono dentro le montagne o sottoterra: dunque sarebbe necessaria un’azione lunga e approfondita, con l’intervento di truppe di terra. Una vera guerra.
Inoltre, non potendo contrastare l’esercito americano, israeliano o ambedue nell’aria, nel mare e sulla terra, l’Iran potrebbe afferrare la giugulare dell’Occidente bloccando lo stretto di Ormuz e tagliando i rifornimenti di petrolio a buona parte del mondo. La cosa sarebbe tecnicamente facile da realizzare disseminando di mine lo stretto. Questa operazione non richiederebbe infatti l’impiego di grandi navi da guerra: basterebbero piccole e numerose imbarcazioni. Poi basterebbe che una sola petroliera saltasse in aria perché nessun altro armatore si sentisse di rischiare. Per giunta, anche a conflitto cessato, il pericolo di qualche mina non rimossa rimarrebbe presente, e la crisi si prolungherebbe per un tempo imprevedibile.
L’unica soluzione militare è la distruzione della flotta iraniana e di tutti i natanti iraniani prima dell’attacco. È facile immaginare quanto questa operazione sarebbe popolare, nel mondo.
E non basta. Ammesso che si riuscisse a distruggere tutte le installazioni atomiche, che cosa bisognerebbe fare? Rimanere lì a tempo indeterminato? Rischiare, una volta partiti, che gli iraniani ricomincino? Per non parlare della reazione delle opinioni pubbliche dinanzi alle migliaia e migliaia di morti che comporta una guerra guerreggiata. L’Italia, solo per sei soldati, ha decretato funerali di Stato.
Si potrebbe sperare di annullare il pericolo dei missili atomici iraniani con uno scudo di missili-antimissile, ma come essere sicuri che non ne sfugga uno che cada su Tel Aviv o Gerusalemme? In quel caso l’incendio mondiale sarebbe inevitabile.
E allora si parla di sanzioni. Queste, come si sa, non hanno una storia gloriosa. Ne ha potuto ridere perfino l’Italia degli Anni Trenta. Oggi la più seria sarebbe il taglio delle forniture di benzina, dal momento che l’Iran, seduto sul petrolio, non è in grado di raffinarlo nelle quantità che gli servono. Ma la Russia tentenna e può fornire a Tehran, via terra, tutto il carburante  necessario. Mosca vuole contenere l’iperpotenza statunitense ma i suoi  moventi non importano: importa che le sanzioni non valgono nulla se non coinvolgono tutti. E oggi non è così.
C’è pure chi spera che, ancora una volta, Israele “faccia il lavoro sporco”. Non solo è già odiata; non solo non ha interessi geostrategici, a parte la propria sopravvivenza, ma sulla base dei discorsi di Ahmadinejad è giustificata dal punto di vista del diritto internazionale. Purtroppo anche questa speranza è vana. Israele, per attaccare l’Iran con l’aviazione, deve sorvolare l’Iraq, e questo coinvolgerebbe gli Stati Uniti nella guerra, volenti o nolenti. Inoltre Israele non potrebbe invadere l’Iran via terra e certo non potrebbe in seguito presidiarlo. Infine non avrebbe sufficienti forze per tenere aperto lo Stretto di Ormuz.
Il futuro, come si vede, è più che preoccupante. Potrebbe divenire roseo se il regime degli ayatollah crollasse e fosse sostituito da un governo ragionevole. Ma quante speranze ci sono che ciò avvenga in tempo?
Oggi è dunque inutile irridere Obama per la sua indecisione e per la fatuità dei suoi sorrisi. Che sia un grande Presidente o un Presidente per ridere, nessuno può risolvere la quadratura del cerchio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
P.S. Per chi fosse interessato, su www.pardo.ilcannocchiale.it, ancora per qualche giorno un forum dal titolo Conversazione Teologica, introdotto da uno scritto dello stesso autore.
27 settembre 2009

POLITICA
24 agosto 2009
MINOSSE FA IL GIORNALISTA

Barbara Spinelli accoppia, ad una notevole prosopopea che si vorrebbe altamente culturale, una superficialità di giudizio impressionante. Questo ci ha indotto più di una volta a prenderla un po’ in giro e anche gli articoli recenti   ne fornirebbero l’occasione: ma ci si può chiedere se non si stia sparando sulla Croce Rossa. Forse è più utile allargare il discorso al mondo dei giornali.
La politica è l’arte delle scelte. Perfino un dittatore che governa nel proprio esclusivo e personale interesse deve chiedersi in qual modo potrà massimizzare le utilità e ridurre costi e rischi. Per questo si circonda di consiglieri i quali gli sono tanto più utili quanto più sono liberi di dire il loro parere. Nel caso della democrazia, la discussione è per così dire universale. Le scelte della maggioranza sono commentate ogni giorno dall’intera nazione, in piazza, nei giornali, nelle radio, nelle televisioni, e infine ricevono la loro valutazione conclusiva in occasione delle elezioni politiche. Se non ci fosse la possibilità di denunciare le malefatte e gli errori del governo, e se specularmente non ci fosse la possibilità di dimostrare che non si tratta di malefatte ma di ottimi provvedimenti, se cioè non ci fosse la libertà di parola, i cittadini non potrebbero formarsi un’opinione. Per questo essa è uno dei pilastri fondamentali della democrazia.
Purtroppo, questo fondamentale diritto non distingue la critica fondata dalla critica infondata, la denuncia coraggiosa dalle calunnie, l’argomentazione intelligente dall’argomentazione demagogica e pretestuosa. E dal momento che il governo, se potesse, dichiarerebbe sciocche o calunniose tutte le accuse, è obbligatorio tollerare anche quelle che sciocche e calunniose sono veramente. C’è la libertà di parola, e c’è fatalmente la parola in libertà.
Alla lunga tuttavia il grande pubblico finisce con l’avere un minimo di senso critico. Impara che non bisogna prendere sul serio tutto quello che si dice in un comizio di paese, in un giornaletto di provincia o in un talk show. Viceversa deve stare attento quando parlano i grandi politici – e in questo fa benissimo – e quando parlano i grandi giornalisti – anche se in questo secondo caso sbaglia pesantemente. Questi ultimi infatti sono poco affidabili: non hanno alcuna responsabilità e non sono mai chiamati a rispondere di ciò che hanno scritto. Se consigliano al governo di fare una sciocchezza, e quello non la fa, il consiglio è dimenticato. Se invece il consiglio è seguito, fanno presto a dire che la responsabilità non era loro e anzi spiegheranno che non volevano dire ciò che hanno detto. Lo Scalfari di turno cade sempre in piedi.
Questa impunità dà alla testa e i giornalisti si lasciano andare a giudizi tanto severi quanto sbrigativi: Bush è un cretino, Sarkozy un presuntuoso, Putin un delinquente, Obama un dilettante, la Merkel una madre di famiglia che farebbe bene a tornare ai suoi fornelli. Poi, si esprimono sempre come se loro avessero saputo in anticipo quello che è poi avvenuto. Fanno anzi capire che l’avrebbe capito chiunque. Chiunque ma, vedi caso, non loro stessi qualche mese prima.
In questo senso gli articoli di Barbara Spinelli sono esemplari. La signora tratta da sciocchi e ciechi i governanti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Germania e degli altri paesi europei.  Questi imbecilli non hanno capito niente dell’Iraq, dell’Afghanistan, di niente. Non l’hanno neppure studiato i Paesi in cui intendevano intervenire ed hanno solo commesso errori. Tanto che lei sembra non capacitarsi che si possa essere tanto stupidi. Non la sfiora l’ipotesi che stia giudicando altezzosamente il meglio dell’umanità. Non immagina che qualcuno, sbalordito, potrebbe chiederle: “Ma tu, chi diavolo sei?” La signora non ha di queste preoccupazioni e del resto non ne hanno né Giorgio Bocca, né Michele Santoro, né Eugenio Scalfari né tutti coloro che trattano il Globo terracqueo come un ragazzino discolo da prendere a scappellotti. Credono che il silenzio di George W.Bush, invece di dimostrare che essi non esistono, nel mondo, sia un’ammissione di colpa.
Se i grandi hanno commesso e commettono errori, pur disponendo di eccellenti consiglieri e di dati non in possesso del primo venuto, niente e nessuno dimostra che i soloni dei giornali non li avrebbero commessi. Non è perché il barbiere ci dà ragione che siamo i più grandi politologi del mondo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 agosto 2009

POLITICA
29 giugno 2009
LO SCOTTO DELL'IRAN
LO SCOTTO DELL’IRAN
Il problema dell’Iran, della sua bomba atomica, dell’antisemitismo di Ahmadinejad e di chi lo sostiene, rientra in quadro più grande che si riassume in questa domanda: in che modo uno Stato moderno può affrontare una crisi?
Per secoli i governanti hanno avuto dei vantaggi. Da un lato non avevano un’opposizione, dall’altro non esisteva opinione pubblica. Questo faceva sì che gli oppositori fossero uccisi o comunque annientati e che il popolo fosse costretto ad obbedire, senza poter dire la sua. Oggi, nei paesi democratici, non solo esiste un’opposizione ma c’è una pubblica opinione che finisce con l’imporre le proprie scelte. Il caso storico più citato è quello del Vietnam: pare gli Stati Uniti abbiano “perso” la guerra più nei campus della madrepatria che nelle risaie del sud-est asiatico. Quando la pubblica opinione fu risolutamente contraria, a Nixon non rimase che porre un termine alle ostilità.
Il governo democratico è paralizzato dall’ingenerosità e dall’incompetenza della pubblica opinione. Immaginiamo che esista uno Stato, il Demo, costituito dalla fusione di Germania, Francia, Israele, Italia e Spagna. Dinanzi al problema iraniano il Demo decide di agire e contempla i seguenti scenari.
1)    Ingiunge all’Iran di smettere di perseguire il conseguimento dell’arma atomica: inizialmente ha buona stampa ma sa già che il risultato finale sarà una perdita di credibilità. Ecco perché le proteste e le critiche di molti giornali per l’inerzia dei governi democratici sono sciocche. Che questi parlino, gridino o stiano zitti, a Tehran non cambia nulla.
2)    Bombarda i siti iraniani in cui si produce la bomba, ma dal momento che essi sono ben protetti, probabilmente non ottiene lo scopo. Quello che ottiene con certezza è invece la più ferma riprovazione internazionale. Come, la Francia e Israele hanno l’atomica e bombardano un altro Paese solo perché la vuole anch’esso? Come, un’intera coalizione di paesi ricchi va a bombardare un paese povero? Apparirebbero su tutti i giornali le foto delle vittime e in totale la corsa alla bomba continuerebbe. Naturalmente l’Iran, già di suo tendente alla sponsorizzazione del terrorismo, per vendetta spedirebbe terroristi suicidi in tutto l’occidente e le opposizioni e i giornali criticherebbero aspramente i governi. Essi sarebbero infatti responsabili di avere attaccato l’Iran, senza neppure fermarlo.
3)    Considerata l’inefficacia di queste iniziative, il Demo decide di impedire il peggio con una normale guerra preventiva: una spedizione come quella americana in Iraq. Prima ancora di cominciare, ci sarebbero ovviamente infinite proteste di piazza. Poi la guerra comporterebbe spese e morti e in questo caso le opposizioni e i giornali, invece di guardare all’eventuale  vantaggio conseguito, sottolineerebbero da mane a sera che si è commesso un errore imperdonabile. Si è dimenticata la lezione dell’Iraq? E poi, è sufficiente che ci siano diecimila morti per parlare di disastro immane. Per giunta, anche ad ammettere che la guerra si vincesse, ci sarebbe il dopo guerra da amministrare e s’è già visto che a volte è più problematico dello stesso conflitto. No, nessuno perdonerebbe a Demo la guerra d’Iran, quand’anche la vincesse.
4)    A questo punto è evidente che è sbagliato protestare, bombardare l’Iran, o invaderlo: non rimane che l’inazione. Purtroppo anch’essa è criticabile. Se un giorno l’Iran facesse arrivare un’atomica su Israele e quel piccolo Stato si vendicasse con dieci o venti atomiche sulle città iraniane, chi non direbbe che il Dem è stato colpevole della morte di una ventina di milioni di persone? Era facilissimo prevedere ed evitare questa tragedia immane. Tutti sottolineerebbero come le parole di Ahmadinejad non avevano bisogno di speciali interpretazioni. La tempesta era stata avvistata all’orizzonte e non per questo si era avuto il buon senso di evitarla. Ed ora per giunta l’Europa subiva un fall out che avrebbe ucciso o fatto ammalare di cancro chissà quanti bambini.
Ecco la tesi centrale. Uno dei più gravi inconvenienti delle grandi democrazie contemporanee è il fatto che l’opinione pubblica, dovunque, ha dimenticato che le cose hanno un prezzo. Vuole che il Paese non sia aggredito, ma non vuole pagare per gli armamenti; anzi, non ne vuole avere. Vuole le vittorie militari, ma senza che muoia nessuno. Neanche fra i nemici. Vuole che il governo faccia qualcosa ma poi lo critica per averla fatta o semplicemente perché quella cosa ha un costo. In queste condizioni nessuno può dire di governare bene e la tendenza è quella di non fare nulla. Sperando che, al momento delle inevitabili critiche per l’inerzia, queste ricadano su qualcun altro.
Dopo la conferenza di Monaco Churchill disse: Britain and France had to choose between war and dishonor. They chose dishonor. They will have war. La Gran Bretagna e la Francia dovevano scegliere fra la guerra e il disonore. Scelsero il disonore. Avranno la guerra. La storia dimostrò che aveva ragione, ma la storia narra anche il tripudio e il sentimento di sollievo che seguì l’incontro di Monaco. Sembrava si fosse salvata la pace e la felicità.
Che Churchill avesse ragione la storia l’ha detto dopo: ma sul momento ha avuto torto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
I commenti sono graditi.
29 giugno 2009
P.S. Scoop! In questo articolo Berlusconi non è citato neppure una volta!

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