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politica interna
20 luglio 2011
LO SCANDALO MURDOCH IN ITALIA
Nella Rassegna Stampa di Radioradicale, Massimo Bordin, a proposito dello scandalo di News of the World, ha rifiutato il parallelo con la pubblicazione delle intercettazioni in Italia. In Inghilterra le intercettazioni erano totalmente illegali, da noi sono disposte da un magistrato, conformemente alla legge. Argomentazione giustissima ma non conclusiva.
La giustizia è un ideale irraggiungibile ma anche la legge è solo umana. Ed è tanto naturalmente imperfetta che può essere illegale applicarla: se lo Stato conferisce ad un pubblico ufficiale un certo potere, si attende che quel potere egli lo eserciti per lo scopo istituzionale. Se invece, pur operando conformemente alla legge, egli lo utilizza ad esempio per danneggiare il proprio nemico, si ha quello che in diritto amministrativo si chiama “eccesso di potere”.
L’istituto è di derivazione francese: “Le détournement de pouvoir consiste en une utilisation par une autorité publique de ses pouvoirs à des fins autres que celle pour laquelle ces pouvoirs lui ont été confiés” : “L’eccesso (sviamento) di potere consiste nell’uso da parte di un’autorità pubblica dei suoi potere per fini diversi da quello per il quale questi poteri gli sono stati conferiti”. Questa definizione è perfettamente valida anche in italiano.
In Italia il caso si verifica oggettivamente proprio per quanto riguarda le intercettazioni. Quando diciamo “oggettivamente” intendiamo che il risultato negativo non è colpa di questo o di quel magistrato nella tale o tal’altra inchiesta: diciamo che il numero spropositato delle intercettazioni, il loro uso a volte discutibile, il coinvolgimento di troppe persone estranee al caso giudiziario, la pubblicazione di queste stesse intercettazioni in modo irregolare (quando ancora dovrebbero essere segrete) o regolare configurano un illecito. Certamente amministrativo, forse penale. La quantità bruta degli ascolti è da sola sufficiente per questa affermazione. Ecco una semplice prova: nessuno può impedire o vietare ad un operaio di ammalarsi, per un giorno, ma se normalmente c’è una media di otto assenti per malattia, e questi otto divengono trentaquattro il giorno in cui la nazionale di calcio italiana gioca una semifinale, è irragionevole pensare che una buona percentuale di quelle malattie sia finta? Non si può puntare il dito contro questo o quell’operaio, che potrebbero benissimo star effettivamente male, ma contro i trentaquattro nell’insieme sì.
Vale anche per i magistrati. Né si può dire, come fanno molti, che le intercettazioni a valanga sono necessarie per trovare e colpire i colpevoli: perché se ne dedurrebbe che negli altri Paesi, dove questo scandalo non esiste, i magistrati e la polizia hanno rinunciato a perseguire il crimine. E non ci risulta.
In realtà, per quanto riguarda le intercettazioni, qualcuno ha parlato di “pesca a strascico”: cioè della volontà di intercettare una tale quantità di persone da essere praticamente certi che nella rete rimanga impigliato qualcuno dei pesci cui si mirava. E se poi proprio non si dovesse avere nulla di penalmente rilevante da addebitargli, se ne potrebbe ancora distruggere l’immagine rivelando particolari intimi della sua vita o perfino, semplicemente, l’uso di un linguaggio scurrile. Un imprenditore fu crocifisso perché rideva promettendosi bei contratti dal terremoto e Scajola a suo tempo dovette dimettersi per avere definito “rompicoglioni” la vittima di un attentato. E certo non lo fece da un banco della Camera dei Deputati. Solo che il “privato” in Italia non è più tale. Forse, per essere tranquilli, bisognerebbe usare il bagno degli amici.
L’osservazione di Bordin non è condivisibile. Se in Inghilterra l’illecito lo hanno compiuto i giornalisti e coloro che si sono fatti corrompere per intercettare illegalmente il prossimo, in Italia l’illecito (sperabilmente, ma non certamente, solo amministrativo) lo compiono i magistrati: non tutti, naturalmente. Noi non sappiamo quali, come nel caso degli operai che rimangono a casa per vedere la partita: ma il marcio c’è. Basterebbe la voglia di ricavarne visibilità nazionale.
Anche se l’origine del fenomeno nei due Paesi è diversa, in entrambi i casi si tratta di un illecito e in entrambi i casi il danno, per gli innocenti, è lo stesso. Che poi gli italiani si siano abituati a questo genere di interferenza nella vita privata per fini di gossip giornalistico o, peggio, di lotta politica, è un fatto. Ma questo rende solo più grave la situazione italiana rispetto a quella inglese: lo scandalo, come il dolore, può costituire un incentivo alla cura.
E neppure vale dire, come fanno molti, che i politici dovrebbero essere inappuntabili e immacolati anche quando pensano di non essere ascoltati. Innanzi tutto perché, storicamente, si sa che i politici sono meno morali, non più morali, dei cittadini normali. E poi perché la Costituzione stabilisce l’uguaglianza di tutti dinanzi alla legge: non considera i politici una specie inferiore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
20 luglio 2011


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26 giugno 2011
IL POPOLO NON HA IL DIRITTO DI SAPERE TUTTO
L’uguaglianza dei cittadini è un mito che, inteso male, si potrebbe trasformare in letto di Procuste. Naturalmente nessuno l’intende così ma è ovvio che il principio va interpretato: il povero e il ricco devono essere giudicati e condannati nello stesso modo, se uccidono, ma non è giusto che il grande tenore e l’attrezzista siano retribuiti nella stessa misura; è giusto che ciascuno si occupi della propria sicurezza ma non è giusto che un magistrato minacciato dalla mafia debba pagare la sua scorta; è giusto che tutti abbiano il biglietto, al cinema, ma non è giusto che i poliziotti che entrano per sedare una rissa si fermino al botteghino. La parità di trattamento è giusta, ma bisogna sempre chiedersi riguardo a quali cittadini e riguardo a che cosa.
Nei secoli recenti si è parlato di uguaglianza a partire dalla Rivoluzione Francese. Allora i nobili erano esentati dalle tasse ed erano giudicati da tribunali a loro dedicati e si è reagito a questa ingiustizia in difesa dei più umili. Purtroppo qualunque principio, se lo si spinge troppo lontano, produce risultati negativi: e infatti oggi in Italia si pretende che il potente sia trattato peggio dell’umile.
Silvio Berlusconi è stato perseguitato come nessun altro imprenditore: se fosse stato il delinquente che dicono le Procure, in quindici anni l’avrebbero condannato cento volte. Un altro esempio di eccesso è la revoca dell’immunità parlamentare. Si è dimenticato che essa non è stata stabilita come privilegio dei deputati del Terzo Stato ma come loro protezione dagli abusi delle classi dominanti. E della magistratura loro alleata. Infine siamo alla discriminazione in quanto alla privatezza. Molti sono arrivati a dire che il popolo ha il diritto di “sapere tutto”! E questo è assurdo. Non si ha affatto il diritto di sapere ciò che si dicono due persone in privato. La stessa Chiesa, stabilendo il segreto della confessione, ha sancito il principio: “Lo dico solo a te”. Che poi sia: “Solo a te, in quanto ministro di Dio” è secondario. Dio non rivelerà mai ciò che è stato detto.
La nostra Costituzione da parte sua (art.15) statuisce che: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. E viceversa attualmente, nei media e nelle conversazioni private, circola lo strano principio secondo cui: “Il popolo ha diritto di sapere tutto”. Un politico dell’Idvf oggi ha avuto l’incoscienza di bestemmiare con queste parole: “I politici devono avere una privacy molto ridotta”. Senza capire che al massimo devono essere disposti a sopportare di essere fotografati più spesso.
In realtà, secondo la Costituzione, secondo il Codice Penale, nessuno ha il diritto di sapere se il suo vicino ha un’amante; nessuno ha il diritto di leggere la sua corrispondenza; nessuno ha il diritto di origliare alla sua porta. Ma ecco che questi sciocchi, questi fanatici, questi  Girolamo Savonarola d’accatto, vorrebbero negare questa privatezza a chi è Sottosegretario, a chi è Senatore, a chi è Ministro. Ecco il ribaltamento. Si passa dalla disuguaglianza a sfavore del popolo alla disuguaglianza a sfavore dei potenti. Come se due ingiustizie facessero una giustizia.
Ma è difficile ragionare con una parte del Paese dagli occhi iniettati di sangue e con la bava alla bocca. Questi anarchici da Ginnasio, questi  politologi da bettola vorrebbero che mentre tutti devono avere diritto alla loro privata immoralità, lo stesso diritto non l’abbiano gli uomini pubblici: questi dovrebbero essere trasparenti come il cristallo e irreprensibili come trappisti. Ciò contro la più banale esperienza storica: quella che fece dire a Bismarck che è meglio non chiedere come si fanno le salsicce e la politica. In queste condizioni tutti, non solo i politici, saremmo pressoché dei pendagli da forca.
Il popolo non ha diritto di sapere nulla di ciò che deve rimanere segreto. Chi lascia filtrare le intercettazioni (verbo più corrente: “passa”) intende danneggiare qualcuno. Non è il popolo che ha diritto di sapere, sono alcuni magistrati che usano del loro potere per andare contro una parte politica. E i giornali gli tengono il sacco.
Il Parlamento non ha solo il diritto, ha il dovere di proteggere lo Stato da queste intrusioni. Deve mettere il morso a chi crede, essendo un magistrato, che l’Italia abbia deposto ai suoi piedi tutti i poteri. Inclusi quelli del tiranno Dionisio di Siracusa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
26 giugno 2011



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POLITICA
9 luglio 2010
L'ASSURDO SCIOPERO DELLA STAMPA
Oggi i giornali non sono in edicola per protestare contro la “legge sulle intercettazioni”. Come la stragrande maggioranza dei nostri connazionali, siamo troppo pigri per leggere il progetto di legge e - a fortiori - la miriade di emendamenti che sono proposti da ogni parte, soprattutto dalla minoranza. Questa, in realtà, quella legge non vorrebbe affatto correggerla: vorrebbe eliminarla. Bisognerà dunque rassegnarsi ad un riassunto tagliato con l’accetta.
Il governo vuol votare una legge che impedisca l’eccesso di intercettazioni (la piccola Italia ne ha infinitamente più degli Stati Uniti) e la pubblicazione di quelle che sono lesive della privatezza dei cittadini. Se alcune intercettazioni sono penalmente rilevanti (e dunque necessariamente pubbliche perché pubblico è il dibattimento penale) vuole  che esse possano essere riportate sui giornali a partire da una certa data, in linea col codice di procedura penale.
La minoranza, i giornali (quasi tutti), i magistrati e gran parte dell’opinione pubblica (soprattutto quella che grida) sostengono invece che: 1) La limitazione delle intercettazioni limita anche le possibilità di identificare e punire i colpevoli; 2) I limiti alla pubblicazione delle intercettazioni, anche quando sono coperte dal  (regolarmente violato) segreto istruttorio, vanno contro la libertà dei stampa che - Fini dixit - non è mai sufficiente.
Ambedue queste argomentazioni sono inconsistenti ed anzi assurde.
Se l’unico criterio per giudicare un’attività di repressione fosse l’efficacia, perché mai si è abolita la tortura? Un uomo sul cavalletto, al quale viene inflitto qualche tratto di corda, è molto più propenso a dire la verità di un signore comodamente seduto accanto al suo avvocato. Chi sostiene la tesi che bisognerebbe intercettare a tutto spiano, violando l’articolo 15 della Costituzione, dovrebbe dichiararsi per il passaporto interno, come in Unione Sovietica, per la censura sulla posta, per la soppressione di tutti i partiti che il governo reputa nocivi alla nazione e soprattutto, lo si ripete, per la tortura, efficacissimo strumento investigativo. Deve dichiararsi per il comunismo sovietico.
Quanto alla seconda argomentazione, non è migliore. I giornalisti - forti della sacrosanta libertà di stampa - rivendicano il diritto di pubblicare notizie coperte dal segreto. Questo somiglia alla ricettazione: qualcun altro commette il reato (violazione del segreto istruttorio) ed io ne approfitto. Anzi, somiglia all’atteggiamento del ragazzino di tredici anni che ruba perché sa di non essere imputabile. Si può capire che profitti di questo diritto: ma che se ne vanti come di una benemerenza, appellandosi ai più alti ideali, francamente no.
La palma dell’argomentazione peggiore va tuttavia a Gianfranco Fini. Se “la libertà di stampa non è mai sufficiente”, bisognerebbe abolire l’art.595 del Codice Penale, 2° cpv il quale (scioccamente? antidemocraticamente?) reputa il reato di diffamazione più grave (e commina una pena minima di sei mesi di carcere) se esso è commesso a mezzo stampa.
Né varrebbe dire “naturalmente si parla di libertà di stampa nel rispetto della legge”, perché il problema delle intercettazioni è nato proprio dal fatto che non è stata rispettata - e non si rispetta - la legge sulla segretezza del segreto istruttorio. E allora?
Allora è chiaro che su questo argomento c’è troppa demagogia e ipocrisia, per poterne parlare serenamente. È opportuno che chi non è un penalista o un parlamentare impegnato nello studio approfondito della questione si astenga dallo sparare condanne o assoluzioni definitive e incontestabili. Piuttosto che identificare un colpevole politico e condannarlo senza appello è più probabile che siano colpevoli un po’ tutti, ma soprattutto magistrati e giornalisti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 luglio 2010


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POLITICA
2 luglio 2010
NAPOLITANO IL DISCOLO
Se in un giorno d’estate, alle tre del pomeriggio, un bambino scende in cortile e si mette a giocare facendo un gran baccano, i devoti della pennichella protesteranno con i genitori e questi richiameranno il figlio. Se invece, sperando che il fastidio finisca, nessuno dice nulla, e il bambino fa baccano ogni pomeriggio per un settimana o più, alla fine, quando protesteranno, i condomini si sentiranno rispondere: “Ma che volete? Ora un bambino non può più neppure giocare? Il cortile appartiene a tutti, no?” Un abuso che si tollera diviene presto un diritto.
In Italia, da molti mesi ormai, il Presidente della Repubblica è considerato una sorta di terzo livello del potere legislativo. Si crede che, per divenire tale, una legge deve essere approvata dalla Camera dei Deputati, dal Senato e dal Presidente della Repubblica. Questi infatti potrà rimandarla indietro alle “altre due” camere, o perché non gli piace o perché, in quanto “seconda Consulta”, non gli sembra costituzionale.
Tutto ciò è semplicemente abnorme: ma dal momento che il bambino fa baccano ormai da molte settimane, pare abbia il diritto di farlo.
Secondo la Carta, il PdR può inviare messaggi alle camere - e questo deve avvenire raramente - e può rinviare le leggi per un’ulteriore lettura. Ma anche questo potere va esercitato con moderazione: infatti, se irritato, il legislativo potrebbe riapprovare tutte le leggi tali e quali, costringendo il Presidente a firmarle e ridicolizzandolo.
Invece Giorgio Napolitano, magari con le migliori intenzioni, parla tutti i giorni, commenta la politica, risponde ai giornali e di fatto conversa con una sinistra - in particolare il costituzionalista Antonio Di Pietro - che gli chiede di non firmare mai alcuna legge dell’attuale maggioranza.
Ora infine si è andati oltre: il Presidente non si limita a lesinare la sua firma alle leggi ma si lamenta di non essere stato “ascoltato”, nella loro formulazione. Preventivamente addirittura. L’ha detto a proposito della manovra finanziaria e a proposito della legge sulle intercettazioni. Ha formulato un giudizio politico negativo - mentre a termini di Costituzione egli è un’autorità istituzionalmente al di sopra delle parti - ed ha di fatto preannunciato che la rinvierà. Se non è un abuso giuridico, è certo un comportamento irrituale ed inopportuno. Chi non lo capisse, invece di leggere (non “rileggere”, è ovvio) la Costituzione, potrebbe limitarsi a chiedersi: l’Italia come giudicherebbe un Presidente che si comportasse così e si chiamasse Silvio Berlusconi? Come mai in quel caso sessanta milioni di costituzionalisti si accorgerebbero dello straripamento di quella carica, e oggi non se ne accorge nessuno?
La legge sulle intercettazioni - che Napolitano già condanna - per alcuni è legge liberticida, per altri un pannicello caldo. E infatti non importa. Quello che importa è che essa è stata fortemente voluta da tutto il centro-destra (che l’aveva inserita nel programma votato dagli italiani) non per interessi personali - per esempio Berlusconi non è stato vittima di alcuna intercettazione compromettente - ma per proteggere i normali cittadini. Soprattutto quelli innocenti di ogni reato e che tuttavia possono essere ridicolizzati o addirittura svergognati sui giornali.
Ai giornalisti di costoro non interessa nulla. La notizia, se sapida e pruriginosa, fa vendere i giornali e tanto basta. Alla sinistra interessa soltanto fare casino contro il governo. È invece grave che il popolo non sia scandalizzato. Che non capisca che si tratta di applicare la norma costituzionale sulla riservatezza. Che si tratta di proteggere gli uomini senza volto e gli innocenti, non i politici o i “colpevoli”. Non dovrebbe essere difficile da capire. C’è forse qualcuno che non usi il turpiloquio? E sarebbe contento, costui, di veder pubblicare le proprie telefonate?
Gli ingenui da un lato credono che, rivelando tutto, si moralizzerà il Paese, dall’altro sperano di spassarsela a spese degli altri. Si sa, è divertente vedere come grida e come si contorce un uomo torturato in pubblico. E che sia colpevole o innocente non lo fa contorcere e gridare diversamente.
Sarebbe bene rinunciare alla contestata legge con la seguente motivazione: “Tenetevi questi magistrati che infrangono la legge violando il segreto d’ufficio; tenetevi questi giornalisti senza scrupoli; tenetevi la vostra stessa mentalità da selvaggi. Finiti i mondiali di calcio, se proprio volete, ghigliottineremo i condannati in pubblico”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 luglio 2010


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POLITICA
18 giugno 2010
BERLUSCONI PUO' FARE FELICI TUTTI
In questi giorni l'attualità rischia di provocare il disgusto. I fatti dimostrano nella maniera più plateale che di ovvio non esiste nulla. Che non esiste un metodo per avere ragione di chi è sciocco o in malafede. Soprattutto se costui ha deciso in anticipo che vi darà torto, quand'anche diciate che in estate fa caldo e in inverno fa freddo.
Abbiamo sotto gli occhi tre esempi. Il primo riguarda la manovra economica che, a detta di tutti, anche di uomini della minoranza è assolutamente necessaria: solo che dovrebbe essere realizzata in modo che non tolga un euro a nessuno. Né al centro né alla periferia, né ai molti né ai pochi, né alle regioni né ai ministeri, assolutamente a nessuno. Nemmeno all'opera lirica. L'unica manovra "giusta" è nessuna manovra. Ma dal momento che essa è indispensabile, si ricomincia da capo: la manovra s'ha da fare e se il governo non la fa è composto da una manica d'incapaci.
Il caso di Pomigliano d'Arco è altrettanto esemplare. Si può capire la posizione della Fiom, dal momento che i suoi dirigenti sono dei fanatici e non rischiano la paga: ma non mancano moltissimi difensori disinteressati del veterosindacato. Mentre la casa brucia, costoro si sgolano come dementi per il puro piacere di discutere se bisogna chiamare i pompieri col cellulare o col telefono fisso. E soprattutto se regolare lo sciopero sia conforme alla Costituzione, dimenticando che non si è mai fatta una legge organica che precisasse quanto stabilito dall'art.39 (il diritto di sciopero si esercita "nell'ambito delle leggi che lo regolano").
Infine ci sono le infinite diatribe riguardanti il disegno di legge sulle intercettazioni. In passato si è esagerato, si sono coinvolti e rovinati anche degli innocenti, e a parere di tutti sarebbe giusto mettere un po' d'ordine nella materia. Ma, sempre a parere di tutti, la nuova legge non deve cambiare nulla. Se cambia qualcosa, se veramente essa punisce chi sgarra, è la fine del mondo: per questo se ne discute da mesi e mesi e per questo se ne discuterà ancora, fino a non farne niente. L'unica buona legge è nessuna legge.
Il caso è interessante per la sua monumentale ipocrisia. Le intercettazioni, in numero spropositato  sono passate per anni dai magistrati ai giornalisti e regolarmente pubblicate, in violazione delle leggi vigenti. E quelli che dalla mattina alla sera gridano sui tetti in difesa della legalità di questa illegalità non si preoccupano. Il fatto è che alle intercettazioni sono interessate tre categorie di persone: i giornalisti, i magistrati e i politici.
I primi ci tengono perché con esse possono vendere più copie, soprattutto se i testi sono pruriginosi. Naturalmente, invece di parlare dei loro interessi di bottega, si appellano al diritto dei cittadini d'essere informati; e piacerebbe moltissimo sapere se rimarrebbero dello stesso parere, nel caso fosse scritto su tutti i giornali d'Italia che le loro mogli gli stanno mettendo le corna. Eppure è una notizia come un'altra, no?
I magistrati tengono alle intercettazioni perché con le inchieste a volte ottengono una notorietà nazionale, che magari monetizzano in un seggio in Parlamento, e poi perché in questo modo assumono un sostanziale controllo dell'intero Paese: se tutti sono intercettati, tutti possono essere colpiti. A casa nostra tutti ci mettiamo in mutande.
Naturalmente sia i giornalisti sia magistrati dicono che le intercettazioni sono intangibili perché servono a combattere la criminalità. Dal che si deduce che altrove, dove tutte queste intercettazioni non ci sono, la criminalità non si combatte. E infatti tutti conosciamo la differenza di legalità fra il territorio di Reggio Calabria e quello di Basilea.
La terza categoria interessata alle intercettazioni è quella dei politici. Non solo essi hanno degli alleati nei magistrati e nei giornalisti - prevalentemente di sinistra - ma sono anche capaci, nel caso che lo "scandalo" riguardi un nemico, di gridarlo sui tetti tanto a lungo da far credere che sia un crimine da forca. Mentre se si tratta di un amico, ci passano sopra disinvoltamente. Si pensi alle vicende pugliesi.
La difesa dei propri interessi è normale ma è difficile sopportare che si cerchi di camuffarla da difesa della legalità e della democrazia. Qui si toccano i vertici dell'ipocrisia. Né si può ragionevolmente credere agli scrupoli di Gianfranco Fini.
Il disegno di legge è stato concepito per proteggere il cittadino comune e poi gli stessi colpevoli, finché non si arrivi al processo: ma del cittadino imputato, o amico dell'imputato, non interessa niente a nessuno. Nemmeno al resto degli italiani. Costoro capirebbero al volo la necessità della privatezza se la cosa li riguardasse personalmente. Invece osano dire: "Io non ho niente da nascondere", dimenticando che l'on.Scaiola si è dovuto dimettere da ministro, la prima volta, per avere parlato in modo irrituale di un morto illustre. Quanti possono dire che non usano parolacce, in privato? E soprattutto, come ha detto qualcuno, la trasparenza totale è un'esigenza dei regimi totalitari. In essi chi vuole un po' di privatezza è già per questo sospetto di controrivoluzione.
Silvio Berlusconi potrebbe fare felici tutti non facendo nessuna manovra, invitando la Fiat a starsene in Polonia e permettendo che si sia tutti intercettati. Se è questo, che vogliono gli italiani!
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 giugno 2010


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POLITICA
11 giugno 2010
INTERCETTAZIONI: UN NON ARTICOLO

Quando su un argomento la discussione diviene appassionata ed acre è buona norma disporre di dati obiettivi, in modo da non essere indotti in errore, in una direzione o nell'altra, dalle convinzioni delle opposte fazioni. Per questo avevo pensato di leggere il disegno di legge sulle intercettazioni recentemente approvato al Senato (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlmess&leg=16&id=484629, cliccando poi su "testo") ma mi sono scoraggiato. Non solo si tratta di un testo di circa 6.500 parole (nove volte più lungo di un mio normale articolo) ma, seguendo i rinvii al codice di procedura penale, si aumenta di molto il numero di parole da leggere e soppesare. È un lavoro per il quale non sono qualificato, sia perché arrugginito come giurista, sia perché convintamente pigro.
Ma non sono il solo. Pochi sono in grado di esprimere opinioni fondate su un esame obiettivo e tecnico delle nuove norme. E certo non si lo si può fare sulla base di ciò che se ne dice in giro: si sentono infatti soprattutto - anzi, quasi esclusivamente - le voci degli interessati, giornalisti e magistrati. E costoro, essendo parte in causa, non sono credibili.
È bene essere estremamente prudenti. Io non devo lasciarmi trascinare dall'indignazione per l'abuso che si è fatto di questo mezzo d'indagine, ma gli altri non dovrebbero trinciare giudizi, o avere una cieca fiducia in quei demagoghi che parlano di bavaglio, di fine della libera informazione e di morte della democrazia. Diversamente mi dimostrino la validità del loro punto di vista. Gli lascio volentieri l'incombenza di studiare il disegno di legge, che per comodità dei volenterosi riporto in calce.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 giugno 2010


Art. 1.
    1. All’articolo 36, comma 1, del codice di procedura penale, dopo la lettera h) è aggiunta la seguente:
        «h-bis) se ha pubblicamente rilasciato dichiarazioni concernenti il procedimento affidatogli».
    2. All’articolo 53 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) al comma 2, nel primo periodo, dopo le parole: «lettere a), b), d), e)» sono inserite le seguenti: «e h-bis), nonché se risulta iscritto nel registro di cui all’articolo 335 per il reato previsto dall’articolo 379-bis del codice penale, in relazione al procedimento assegnatogli, sentito in tale caso il capo dell’ufficio competente ai sensi dell’articolo 11, al fine di valutare la effettiva sussistenza di ragioni oggettive per provvedere alla sostituzione»;
        b) al comma 2, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il procuratore generale procede allo stesso modo se il capo dell’ufficio e il magistrato assegnatario risultano indagati per il reato previsto dall’articolo 379-bis del codice penale, ovvero hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in merito al procedimento.»;
        c) dopo il comma 2 è inserito il seguente:
    «2-bis. Di ogni iscrizione di magistrati nel registro di cui all’articolo 335 per il reato previsto dall’articolo 379-bis del codice penale, il procuratore della Repubblica informa immediatamente il capo dell’ufficio presso cui il magistrato indagato presta servizio ovvero il procuratore generale nell’ipotesi che indagati risultino il capo dell’ufficio e il magistrato assegnatario».
    3. All’articolo 103 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) al comma 5 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il divieto opera anche nel caso di intercettazione eseguita su utenza diversa da quella in uso al difensore o agli altri soggetti incaricati.»;
        b) dopo il comma 5 è inserito il seguente:
    «5-bis. Ferma restando l’eventuale responsabilità penale, costituiscono illecito disciplinare l’annotazione, l’informativa, anche verbale, e l’utilizzazione delle conversazioni o comunicazioni di cui al comma 5».
    4. All’articolo 114, comma 2, del codice di procedura (E' vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare) penale è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Di tali atti è sempre consentita la pubblicazione per riassunto».
    5. All’articolo 114 del codice di procedura penale, dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:
    «2-bis. È vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, della documentazione e degli atti relativi a conversazioni, anche telefoniche, o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche ovvero ai dati riguardanti il traffico telefonico o telematico, anche se non più coperti dal segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare.
    2-ter. È vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, delle richieste e delle ordinanze emesse in materia di misure cautelari. Di tali atti è tuttavia consentita la pubblicazione nel contenuto dopo che la persona sottoposta alle indagini o il suo difensore abbiano avuto conoscenza dell’ordinanza del giudice, fatta eccezione per le parti che riproducono la documentazione e gli atti di cui al comma 2-bis».
    6. Dopo il comma 6-bis dell’articolo 114 del codice di procedura penale è inserito il seguente:
    «6-ter. Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati. Il divieto relativo alle immagini non si applica all’ipotesi di cui all’articolo 147 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del presente codice, nonché quando, ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca, la rappresentazione dell’avvenimento non possa essere separata dall’immagine del magistrato».
    7. All’articolo 114 del codice di procedura penale, il comma 7 è sostituito dal seguente:
    «7. È in ogni caso vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione, degli atti e dei contenuti relativi a conversazioni o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche di cui sia stata ordinata la distruzione ai sensi degli articoli 269 e 271. È altresì vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione, degli atti e dei contenuti relativi a conversazioni o a flussi di comunicazioni telematiche riguardanti fatti, circostanze e persone estranee alle indagini, di cui sia stata disposta l’espunzione ai sensi dell’articolo 268, comma 7-bis».
    8. All’articolo 115 del codice di procedura penale, il comma 2 è sostituito dal seguente:
    «2. Di ogni iscrizione nel registro degli indagati per fatti costituenti reato di violazione del divieto di pubblicazione commessi dalle persone indicate al comma 1, il procuratore della Repubblica procedente informa immediatamente l’organo titolare del potere disciplinare, che nei successivi trenta giorni, ove siano state verificate la gravità del fatto e la sussistenza di elementi di responsabilità, e sentito il presunto autore del fatto, dispone la sospensione cautelare dal servizio o dall’esercizio della professione fino a tre mesi».
    9. Al comma 2 dell’articolo 240 del codice di procedura penale, nel secondo periodo, dopo le parole: «per i documenti formati attraverso la raccolta illegale di informazioni» sono aggiunte le seguenti: «e per i documenti, i supporti e gli atti relativi alle riprese e registrazioni fraudolente di cui all’articolo 616-bis del codice penale, salvi i casi in cui la punibilità è esclusa ai sensi del secondo comma del medesimo articolo».
    10. L’articolo 266 del codice di procedura penale è sostituito dal seguente:
    «Art. 266. - (Limiti di ammissibilità). – 1. L’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche, di altre forme di telecomunicazione, di immagini mediante riprese visive e l’acquisizione della documentazione del traffico delle conversazioni o comunicazioni sono consentite nei procedimenti relativi ai seguenti reati:
        a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4;
        b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4;
        c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;
        d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;
        e) delitti di contrabbando;
        f) reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato, molestia o disturbo delle persone col mezzo del telefono, atti persecutori;
        g) delitti previsti dall’articolo 600-ter, terzo comma, del codice penale, anche se relativi al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1 del medesimo codice.
    2. Negli stessi casi è consentita l’intercettazione di comunicazioni tra presenti solo se vi è fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l’attività criminosa. Tuttavia, qualora dalle indagini svolte emerga che l’intercettazione potrebbe consentire l’acquisizione di elementi fondamentali per l’accertamento del reato per cui si procede o che dall’intercettazione possano emergere indicazioni rilevanti per impedire la commissione di taluno dei reati indicati nel comma 1, e la stessa debba essere eseguita in luoghi diversi da quelli indicati dall’articolo 614 del codice penale, il pubblico ministero, con decreto eventualmente reiterabile ricorrendone i presupposti, dispone le operazioni per non oltre tre giorni, secondo le modalità indicate nell’articolo 267, comma 3-bis».
    11. All’articolo 267 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) il comma 1 è sostituito dai seguenti:
    «1. Il pubblico ministero richiede l’autorizzazione a disporre le operazioni previste dall’articolo 266 al tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente, che decide in composizione collegiale. La richiesta contiene, a pena di inammissibilità, l’assenso scritto del procuratore della Repubblica ovvero del procuratore aggiunto o del magistrato appositamente delegati. L’autorizzazione è data con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile, quando ricorrono congiuntamente i seguenti presupposti:
        a) sussistono gravi indizi di reato;
        b) nei casi di intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche o di altre forme di telecomunicazione, le utenze sono intestate o effettivamente e attualmente in uso a soggetti indagati ovvero sono intestate o effettivamente e attualmente in uso a soggetti diversi che, sulla base di specifici atti di indagine, risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede e sussistono concreti elementi per ritenere che le relative conversazioni o comunicazioni siano attinenti ai medesimi fatti;
        c) nei casi di acquisizione della documentazione del traffico relativo a conversazioni o comunicazioni telefoniche o ad altre forme di telecomunicazione, le utenze sono o sono state intestate o effettivamente in uso a soggetti indagati ovvero a soggetti diversi che, sulla base di specifici atti di indagine, risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede;
        d) nei casi di intercettazioni di immagini mediante riprese visive, i luoghi appartengono a soggetti indagati o sono agli stessi effettivamente e attualmente in uso, ovvero appartengono o sono effettivamente e attualmente in uso a soggetti diversi che, sulla base di specifici atti di indagine, risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede e sussistono concreti elementi per ritenere che le relative condotte siano attinenti ai medesimi fatti;
        e) le operazioni sono assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini.
    1.1 Nel decreto con cui autorizza le operazioni, il tribunale deve, con autonoma valutazione, dare conto dei relativi presupposti, che devono essere espressamente e analiticamente indicati.
    1.2. Il pubblico ministero, insieme con la richiesta di autorizzazione, trasmette al tribunale il fascicolo contenente tutti gli atti di indagine fino a quel momento compiuti.»;
        b) il comma 1-bis è sostituito dal seguente:
    «1-bis. Nella valutazione dei gravi indizi di reato si applicano le disposizioni di cui agli articoli 192, commi 3 e 4, 195, comma 7, e 203.»;
        c) il comma 2 è sostituito dal seguente:
    «2. Nei casi di urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere che dal ritardo possa derivare grave pregiudizio alle indagini, il pubblico ministero dispone le operazioni previste dall’articolo 266 con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile, che va comunicato immediatamente e comunque non oltre tre giorni al tribunale indicato nel comma 1. Il tribunale, entro tre giorni dalla richiesta, decide sulla convalida con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile. Se il decreto del pubblico ministero non viene convalidato nel termine stabilito, le operazioni previste dall’articolo 266 non possono essere proseguite e i risultati di esse non possono essere utilizzati.»;
        d) il comma 3 è sostituito dai seguenti:
    «3. Il decreto del pubblico ministero che dispone l’intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni per un periodo massimo di trenta giorni, anche non continuativi. Il pubblico ministero dà immediata comunicazione al tribunale della sospensione delle operazioni e della loro ripresa. Su richiesta motivata del pubblico ministero, contenente l’indicazione dei risultati acquisiti, la durata delle operazioni può essere prorogata dal tribunale fino a quindici giorni, anche non continuativi. Una ulteriore proroga delle operazioni fino a quindici giorni, anche non continuativi, può essere autorizzata qualora siano emersi nuovi elementi, specificamente indicati nel provvedimento di proroga unitamente ai presupposti di cui al comma 1. Quando, sulla base di specifici atti di indagine, emerge l’esigenza di impedire che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, ovvero che siano commessi altri reati, il pubblico ministero può richiedere nuovamente una proroga delle operazioni fino a quindici giorni, anche non continuativi.
    3-bis. Se dalle indagini emerge che le operazioni di cui all’articolo 266 possono consentire l’acquisizione di elementi fondamentali per l’accertamento del reato per cui si procede o che da esse possono emergere indicazioni rilevanti per impedire la commissione di taluno dei reati indicati nel comma 1 dell’articolo 266, e sono scaduti i termini indicati nel comma 3 del presente articolo, il pubblico ministero, con decreto eventualmente reiterabile ricorrendone i presupposti, dispone le operazioni con le modalità di cui al comma 2, per non oltre tre giorni. In tal caso trasmette al tribunale gli atti rilevanti ai fini della convalida, anche per via telematica.
    3-ter. Quando le operazioni di cui all’articolo 266 sono necessarie per lo svolgimento delle indagini in relazione a delitti di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, l’autorizzazione di cui ai commi precedenti è data se vi sono sufficienti indizi di reato. Nella valutazione dei sufficienti indizi si applica l’articolo 203. La durata delle operazioni non può superare i quaranta giorni, ma può essere prorogata dal tribunale con decreto motivato per periodi successivi di venti giorni, qualora permangano gli stessi presupposti, entro i termini di durata massima delle indagini preliminari. Nei casi di urgenza, alla proroga provvede direttamente il pubblico ministero ai sensi del comma 2. L’intercettazione di comunicazioni tra presenti di cui al comma 2 dell’articolo 266, disposta in un procedimento relativo ai delitti di cui al presente comma, è consentita anche se non vi è motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l’attività criminosa.
    3-quater. Nel decreto di cui al comma 3 il pubblico ministero indica l’ufficiale di polizia giudiziaria responsabile del corretto adempimento delle operazioni, nei casi in cui non vi procede personalmente.»;
        e) al comma 4 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Nei casi di cui al comma 3-ter il pubblico ministero e l’ufficiale di polizia giudiziaria possono farsi coadiuvare da agenti di polizia giudiziaria.»;
        f) il comma 5 è sostituito dal seguente:
    «5. In apposito registro riservato tenuto in ogni procura della Repubblica sono annotati, secondo un ordine cronologico, la data e l’ora di emissione e la data e l’ora di deposito in cancelleria o in segreteria dei decreti che dispongono, autorizzano, convalidano o prorogano le intercettazioni e, per ciascuna intercettazione, l’inizio e il termine delle operazioni».
    12. All’articolo 268 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) i commi 1, 2 e 3 sono sostituiti dai seguenti:
    «1. Le comunicazioni intercettate sono registrate e delle operazioni è redatto verbale. I verbali e i supporti delle registrazioni sono custoditi nell’archivio riservato di cui all’articolo 269.
    2. Il verbale di cui al comma 1 contiene l’indicazione degli estremi del decreto che ha disposto l’intercettazione, la descrizione delle modalità di registrazione, l’annotazione del giorno e dell’ora di inizio e di cessazione dell’intercettazione; nel medesimo verbale sono altresì annotati cronologicamente, per ogni comunicazione intercettata, i riferimenti temporali della comunicazione e quelli relativi all’ascolto, la trascrizione sommaria del contenuto, nonché i nominativi delle persone che hanno provveduto alla loro annotazione.
    3. Le operazioni di registrazione sono compiute per mezzo degli impianti installati nei centri di intercettazione telefonica istituiti presso ogni distretto di corte d’appello. Le operazioni di ascolto sono compiute mediante gli impianti installati presso la competente procura della Repubblica ovvero, previa autorizzazione del pubblico ministero, presso i servizi di polizia giudiziaria delegati per le indagini.»;
        b) dopo il comma 3-bis è inserito il seguente:
    «3-ter. Ai procuratori generali presso la corte d’appello e ai procuratori della Repubblica territorialmente competenti sono attribuiti i poteri di gestione, vigilanza, controllo e ispezione, rispettivamente, dei centri di intercettazione e dei punti di ascolto di cui al comma 3.»;
        c) i commi 4, 5 e 6 sono sostituiti dai seguenti:
    «4. I verbali e le registrazioni sono immediatamente trasmessi al pubblico ministero. Entro cinque giorni dalla conclusione delle operazioni, il pubblico ministero deposita in segreteria i verbali e le registrazioni attinenti al procedimento insieme con i decreti che hanno disposto, autorizzato, convalidato o prorogato l’intercettazione, rimanendovi per il tempo fissato dal pubblico ministero, comunque non inferiore a quindici giorni, salvo che il tribunale, su istanza delle parti, tenuto conto del loro numero nonché del numero e della complessità delle intercettazioni, non riconosca necessaria una proroga.
    5. Se dal deposito può derivare un grave pregiudizio per le indagini, il tribunale autorizza motivatamente il pubblico ministero a ritardarlo non oltre la data di emissione dell’avviso della conclusione delle indagini preliminari.
    6. Ai difensori delle parti è immediatamente dato avviso che, entro il termine di cui ai commi 4 e 5, hanno facoltà di prendere visione dei verbali e dei decreti che hanno disposto, autorizzato, convalidato o prorogato l’intercettazione e di ascoltare le registrazioni ovvero di prendere visione delle videoregistrazioni o cognizione dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche. È vietato il rilascio di copia dei verbali, dei supporti e dei decreti.»;
        d) dopo il comma 6 sono inseriti i seguenti:
    «6-bis. È vietato disporre lo stralcio delle registrazioni e dei verbali attinenti al procedimento prima del deposito previsto dal comma 4.
    6-ter. Scaduto il termine, il pubblico ministero trasmette immediatamente i decreti, i verbali e le registrazioni al tribunale, il quale fissa la data dell’udienza in camera di consiglio per l’acquisizione delle conversazioni o dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche indicati dalle parti, che non appaiono manifestamente irrilevanti, procedendo anche d’ufficio allo stralcio delle registrazioni e dei verbali di cui è vietata l’utilizzazione. Il tribunale decide in camera di consiglio a norma dell’articolo 127.»;
        e) i commi 7 e 8 sono sostituiti dai seguenti:
    «7. Il tribunale, qualora lo ritenga necessario ai fini della decisione da assumere, dispone la trascrizione integrale delle registrazioni acquisite ovvero la stampa in forma intelligibile delle informazioni contenute nei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche acquisite, osservando le forme, i modi e le garanzie previsti per l’espletamento delle perizie. Le trascrizioni o le stampe sono inserite nel fascicolo per il dibattimento.
    7-bis. È sempre vietata la trascrizione delle parti di conversazioni riguardanti esclusivamente fatti, circostanze e persone estranei alle indagini. Il tribunale in ogni caso dispone che i nomi o i riferimenti identificativi di soggetti estranei alle indagini siano espunti dalle trascrizioni delle conversazioni.
    8. I difensori possono estrarre copia delle trascrizioni e fare eseguire la trasposizione delle registrazioni su supporto informatico. In caso di intercettazione di flussi di comunicazioni informatiche o telematiche i difensori possono richiedere copia su idoneo supporto dei flussi intercettati, ovvero copia della stampa prevista dal comma 7».
    13. All’articolo 269 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) il comma 1 è sostituito dal seguente:
    «1. I verbali e i supporti contenenti le registrazioni sono conservati integralmente in un apposito archivio riservato tenuto presso l’ufficio del pubblico ministero che ha disposto l’intercettazione, con divieto di allegazione, anche solo parziale, al fascicolo.»;
        b) al comma 2, primo periodo, dopo le parole: «non più soggetta a impugnazione» sono aggiunte le seguenti: «e delle stesse è disposta la distruzione nelle forme di cui al comma 3»;
        c) ai commi 2 e 3, la parola: «giudice», ovunque ricorre, è sostituita dalla seguente: «tribunale».
    14. All’articolo 270 del codice di procedura penale, il comma 1 è sostituito dal seguente:
    «1. I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali le intercettazioni sono state disposte, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento dei delitti di cui agli articoli 51, commi 3-bis e 3-quater, e 407, comma 2, lettera a), del presente codice, nonché per l’accertamento dei delitti di cui agli articoli 241, 256, 257, 416-ter, 419, 600-ter, secondo comma, e 600-quinquies del codice penale, e non siano state dichiarate inutilizzabili nel procedimento in cui sono state disposte».
    15. All’articolo 271, comma 1, del codice di procedura penale, le parole: «e 268 commi 1 e 3» sono sostituite dalle seguenti: «e 268, commi 1, 3, 5, 6 e 6-bis».
    16. All’articolo 271 del codice di procedura penale, dopo il comma 1 è inserito il seguente:
    «1-bis. I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati qualora, nell’udienza preliminare o nel dibattimento, il fatto risulti diverso e in relazione ad esso non sussistano i limiti di ammissibilità previsti dall’articolo 266».
    17. All’articolo 292 del codice di procedura penale, dopo il comma 2-ter é inserito il seguente:
    «2-quater. Nell’ordinanza le intercettazioni di conversazioni, comunicazioni telefoniche o telematiche possono essere richiamate soltanto nel contenuto e sono inserite in un apposito fascicolo allegato agli atti».
    18. All’articolo 293 del codice di procedura penale, al comma 3 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «In ogni caso i difensori possono prendere visione del contenuto integrale dell’intercettazione, richiamata nell’ordinanza per l’applicazione delle misure».
    19. All’articolo 295, comma 3, del codice di procedura penale, dopo il primo periodo è inserito il seguente: «Non si applica il limite di durata massima delle operazioni previsto nell’articolo 267, comma 3».
    20. All’articolo 329, comma 1, del codice di procedura penale, le parole: «Gli atti d’indagine» sono sostituite dalle seguenti: «Gli atti e le attività d’indagine».
    21. All’articolo 329 del codice di procedura penale, il comma 2 è sostituito dal seguente:
    «2. Quando è necessario per la prosecuzione delle indagini, il pubblico ministero può chiedere al giudice l’autorizzazione alla pubblicazione di singoli atti o di parti di essi. In tal caso gli atti pubblicati sono depositati presso la segreteria del pubblico ministero».
    22. Alla parte seconda, libro V, titolo I, del codice di procedura penale, dopo l’articolo 329 è aggiunto il seguente:
    «Art. 329-bis. - (Obbligo del segreto per le intercettazioni). – 1. I verbali, le registrazioni e i supporti relativi alle conversazioni o ai flussi di comunicazioni informatiche o telematiche custoditi nell’archivio riservato previsto dall’articolo 269, non acquisiti al procedimento, nonché la documentazione comunque ad essi inerente, sono sempre coperti dal segreto.
    2. I documenti che contengono dati inerenti a conversazioni o comunicazioni telefoniche, informatiche o telematiche, illecitamente formati o acquisiti, e i documenti redatti attraverso la raccolta illecita di informazioni, ove non acquisiti al procedimento, sono sempre coperti dal segreto; i medesimi documenti, se acquisiti al procedimento, sono coperti dal segreto fino alla chiusura delle indagini preliminari».
    23. All’articolo 380, comma 2, lettera m), del codice di procedura penale, dopo le parole: «o dalle lettere a), b), c), d),» sono inserite le seguenti: «e), e-bis),».
    24. All’articolo 89 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) il comma 1 è abrogato;
        b) al comma 2, le parole: «I nastri contenenti le registrazioni» sono sostituite dalle seguenti: «I supporti contenenti le registrazioni e i flussi di comunicazioni informatiche o telematiche» e dopo le parole: «previsto dall’articolo 267, comma 5» sono inserite le seguenti: «, nonché il numero che risulta dal registro delle notizie di reato di cui all’articolo 335»;
        c) dopo il comma 2 è aggiunto il seguente:
    «2-bis. Il procuratore della Repubblica designa un funzionario responsabile del servizio di intercettazione, della tenuta del registro riservato delle intercettazioni e dell’archivio riservato nel quale sono custoditi i verbali e i supporti».
    25. All’articolo 129 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) al comma 1, primo periodo, dopo le parole: «dell’imputazione» sono aggiunte le seguenti: «, con espressa menzione degli articoli di legge che si assumono violati, nonché della data e del luogo del fatto»;
        b) il comma 2 è sostituito dal seguente:
    «2. Quando l’azione penale è esercitata nei confronti di un ecclesiastico o di un religioso del culto cattolico, l’informazione è inviata all’autorità ecclesiastica di cui ai commi 2-ter e 2-quater.»;
        c) dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:
    «2-bis. Il pubblico ministero invia l’informazione anche quando taluno dei soggetti indicati nei commi 1 e 2 è stato arrestato o fermato, ovvero quando è stata applicata nei suoi confronti la misura della custodia cautelare; nei casi in cui risulta indagato un ecclesiastico o un religioso del culto cattolico invia, altresì, l’informazione quando è stata applicata nei suoi confronti ogni altra misura cautelare personale, nonché quando procede all’invio dell’informazione di garanzia di cui all’articolo 369 del codice.
    2-ter. Quando risulta indagato o imputato un vescovo diocesano, prelato territoriale, coadiutore, ausiliare, titolare o emerito, o un ordinario di luogo equiparato a un vescovo diocesano, abate di un’abbazia territoriale o sacerdote che, durante la vacanza della sede, svolge l’ufficio di amministratore della diocesi, il pubblico ministero invia l’informazione al cardinale Segretario di Stato.
    2-quater. Quando risulta indagato o imputato un sacerdote secolare o appartenente a un istituto di vita consacrata o a una società di vita apostolica, il pubblico ministero invia l’informazione all’ordinario diocesano nella cui circoscrizione territoriale ha sede la procura della Repubblica competente.»;
        d) il comma 3-bis è abrogato.
    26. All’articolo 147 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, il comma 2 è sostituto dal seguente:
    «2. L’autorizzazione può essere data, anche senza il consenso delle parti, dal presidente della corte d’appello, quando sussiste un interesse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento».
    27. Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) l’articolo 379-bis è sostituito dal seguente:
    «Art. 379-bis. - (Rivelazione illecita di segreti inerenti a un procedimento penale). – Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque rivela indebitamente notizie inerenti ad atti o a documentazione del procedimento penale coperti dal segreto, dei quali è venuto a conoscenza in ragione del proprio ufficio o servizio svolti in un procedimento penale, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, è punito con la reclusione da uno a sei anni.
    Se il fatto è commesso per colpa, la pena è della reclusione fino a un anno.
    Chiunque, dopo avere rilasciato dichiarazioni nel corso delle indagini preliminari, non osserva il divieto imposto dal pubblico ministero ai sensi dell’articolo 391-quinquies del codice di procedura penale è punito con la reclusione fino a un anno.
    Le pene sono aumentate se il fatto concerne comunicazioni di servizio di appartenenti al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza o ai servizi di informazione per la sicurezza.
    Per i reati di cui al presente articolo la competenza è determinata ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale.»;
        b) all’articolo 614, primo comma, le parole: «di privata dimora» sono sostituite dalla seguente: «privato»;
        c) dopo l’articolo 616 è inserito il seguente:
    «Art. 616-bis. - (Riprese e registrazioni fraudolente). – Chiunque fraudolentemente effettua riprese o registrazioni di comunicazioni e conversazioni a cui partecipa, o comunque effettuate in sua presenza, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni se ne fa uso senza il consenso degli interessati.
    La punibilità è esclusa:
        a) quando le riprese o registrazioni di cui al primo comma sono utilizzate nell’ambito di un procedimento innanzi all’autorità amministrativa ovvero giudiziaria ordinaria o amministrativa o nell’ambito di un procedimento volto alla definizione di una controversia;
        b) quando le riprese o registrazioni di cui al primo comma sono effettuate nell’ambito delle attività di difesa della sicurezza dello Stato;
        c) quando le riprese o le registrazioni di cui al primo comma sono effettuate ai fini della attività di cronaca da giornalisti appartenenti all’ordine professionale.
    Il delitto è punibile a querela della persona offesa.»;
        d) all’articolo 617 è aggiunto, in fine, il seguente comma:
    «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque pubblica intercettazioni in violazione dell’articolo 114, comma 7, del codice di procedura penale è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.»;
        e) dopo l’articolo 617-sexies è inserito il seguente:
    «Art. 617-septies. - (Accesso abusivo ad atti del procedimento penale). – Chiunque mediante modalità o attività illecita prende diretta cognizione di atti del procedimento penale coperti dal segreto è punito con la pena della reclusione da uno a tre anni. Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio la pena è della reclusione da due a sei anni.»;
        f) all’articolo 684, le parole: «con l’ammenda da euro 51 a euro 258» sono sostituite dalle seguenti: «con l’ammenda da euro 1.000 a euro 5.000»;
        g) all’articolo 684 sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
    «La stessa pena di cui al primo comma si applica per la violazione dei divieti previsti dall’articolo 114, comma 6-ter, del codice di procedura penale.
    Se il fatto di cui al primo comma riguarda le intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche o di altre forme di telecomunicazione, le immagini mediante riprese visive o l’acquisizione della documentazione del traffico delle conversazioni o comunicazioni stesse, la pena è dell’arresto fino a trenta giorni o dell’ammenda da euro 2.000 a euro 10.000.»;
        h) al libro III, titolo I, capo I, sezione III, paragrafo 1, dopo l’articolo 685 è aggiunto il seguente:
    «Art. 685-bis. - (Omesso controllo in relazione alle operazioni di intercettazione). – Salva la responsabilità dell’autore della pubblicazione e fuori dei casi di concorso, i soggetti di cui agli articoli 268, comma 3-ter, del codice di procedura penale e 89, comma 2-bis, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, che omettono di esercitare il controllo necessario ad impedire l’indebita cognizione di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche, di altre forme di telecomunicazione, di immagini mediante riprese visive e della documentazione del traffico della conversazione o comunicazione stessa di cui all’articolo 266, comma 1, del codice di procedura penale, sono puniti con l’ammenda da euro 500 a euro 1.032».
    28. L’articolo 25-novies (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria) del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dai seguenti:
    «Art. 25-decies. - (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria). – 1. In relazione alla commissione del delitto di cui all’articolo 377-bis del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote.
    Art. 25-undecies. - (Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale). – 1. In relazione alla commissione del reato previsto dall’articolo 617, quarto comma, del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da cento a trecento quote.
    2. In relazione alla commissione del reato previsto dall’articolo 684 del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da cento a duecento quote».
    29. All’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) dopo il terzo comma è inserito il seguente:
    «Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell’articolo 32 del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»;
        b) al quarto comma, dopo le parole: «devono essere pubblicate» sono inserite le seguenti: «, senza commento,»;
        c) dopo il quarto comma è inserito il seguente:
    «Per la stampa non periodica l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cura e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto di rilievo penale. La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata, entro sette giorni dalla richiesta, con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l’ha determinata.»;
        d) al quinto comma, le parole: «trascorso il termine di cui al secondo e terzo comma» sono sostituite dalle seguenti: «trascorso il termine di cui al secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, e sesto comma» e le parole: «in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo e quarto comma» sono sostituite dalle seguenti: «in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, quinto e sesto comma»;
        e) dopo il quinto comma è inserito il seguente:
    «Della stessa procedura può avvalersi l’autore dell’offesa, qualora il direttore responsabile del giornale o del periodico, il responsabile della trasmissione radiofonica, televisiva, o delle trasmissioni informatiche o telematiche, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, non pubblichino la smentita o la rettifica richiesta».
    30. Al titolo I, capo VI, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, dopo l’articolo 90 è aggiunto il seguente:
    «Art. 90-bis. - (Spese di gestione e di amministrazione in materia di intercettazioni telefoniche e ambientali). – 1. Entro il 31 marzo di ogni anno ciascun procuratore della Repubblica trasmette al Ministro della giustizia una relazione sulle spese di gestione e di amministrazione riferite alle intercettazioni telefoniche e ambientali effettuate nell’anno precedente. Ai fini del controllo sulla gestione amministrativa di cui alla legge 14 gennaio 1994, n. 20, la relazione è trasmessa dal Ministro della giustizia al procuratore generale della Corte dei conti».
    31. All’articolo 4 della legge 20 giugno 2003, n. 140, dopo il comma 4 sono aggiunti i seguenti:
    «4-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando l’autorità giudiziaria esegue nei confronti di soggetti diversi da quelli indicati nel comma 1 intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni, ovvero acquisisce tabulati di comunicazioni, allorché da qualsiasi atto di indagine emerga che le operazioni medesime sono comunque finalizzate, anche indirettamente, ad accedere alla sfera delle comunicazioni del parlamentare.
    4-ter. I verbali e i supporti contenenti le operazioni di cui al comma 1 sono inseriti in fascicolo separato e conservati in apposita sezione dell’archivio riservato di cui all’articolo 269, comma 1, del codice di procedura penale».
    32. All’articolo 6 della legge 20 giugno 2003, n. 140, dopo il comma 6 è aggiunto il seguente:
    «6-bis. I verbali e i supporti contenenti le registrazioni di cui al comma 1 sono immediatamente trasmessi al procuratore della Repubblica, che ne dispone l’inserimento in un fascicolo separato, conservato in apposita sezione dell’archivio riservato di cui all’articolo 269, comma 1, del codice di procedura penale. Salvo quanto previsto al comma 1, della loro sussistenza è data riservata comunicazione al parlamentare interessato alla conclusione delle indagini preliminari».
    33. Con decreto del Ministro della giustizia, sentito il Consiglio superiore della magistratura, è stabilito annualmente lo stanziamento complessivo massimo di spesa per il servizio riguardante le operazioni di intercettazione ripartito per ciascun distretto di corte di appello. Il procuratore generale della corte di appello provvede alla ripartizione dello stanziamento tra le singole procure della Repubblica. Il limite di spesa può essere derogato su richiesta del procuratore capo al procuratore generale per comprovate sopravvenute esigenze investigative.
    34. Al fine del contenimento della spesa pubblica per operazioni di intercettazione, con decreto dei Ministri della giustizia, dello sviluppo economico e per la pubblica amministrazione e l’innovazione, da adottare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le tariffe per la fornitura dei servizi connessi all’esecuzione delle operazioni di intercettazione da parte delle società concessionarie di pubblici servizi di telefonia.
    35. All’attuazione del comma 33 si provvede nell’ambito delle risorse previste a legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.
    36. L’articolo 13 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni, è abrogato.
    37. Al codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) all’articolo 139, il comma 5 è sostituito dai seguenti:
    «5. In caso di violazione delle prescrizioni contenute nel codice di deontologia o, comunque, delle disposizioni di cui agli articoli 11 e 137 del presente codice, il Garante può vietare il trattamento o disporne il blocco ai sensi dell’articolo 143, comma 1, lettera c).
    5-bis. Nell’esercizio dei compiti di cui agli articoli 143, comma 1, lettere b) e c), e 154, comma 1, lettere c) e d), il Garante può anche prescrivere, quale misura necessaria a tutela dell’interessato, la pubblicazione o diffusione in una o più testate della decisione che accerta la violazione, per intero o per estratto, ovvero di una dichiarazione riassuntiva della medesima violazione.
    5-ter. Nei casi di cui al comma 5-bis, il Consiglio nazionale e il competente consiglio dell’Ordine dei giornalisti, anche in relazione alla responsabilità disciplinare, nonché, ove lo ritengano, le associazioni rappresentative di editori possono far pervenire documenti e la richiesta di essere sentiti.
    5-quater. La pubblicazione o diffusione di cui al comma 5-bis è effettuata gratuitamente nel termine e secondo le modalità prescritti con la decisione, anche per quanto riguarda la collocazione, le relative caratteristiche anche tipografiche e l’eventuale menzione di parti interessate. Per le modalità e le spese riguardanti la pubblicazione o diffusione disposta su testate diverse da quelle attraverso le quali è stata commessa la violazione, si osservano le disposizioni di cui all’articolo 15 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 2003, n. 284.»;
        b) all’articolo 170, comma 1, dopo le parole: «26, comma 2, 90,» sono inserite le seguenti: «139, comma 5-bis,».
    38. All’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109, dopo la lettera h) è inserita la seguente:
        «h-bis) l’inserimento nella motivazione di un provvedimento giudiziario di circostanze relative a fatti personali di terzi estranei, che non rilevano a fini processuali».
    39. Salvo quanto previsto ai commi 40, 41 e 42, le disposizioni di modifica del codice di procedura penale contenute nella presente legge non si applicano, nei procedimenti pendenti alla data della sua entrata in vigore, alle operazioni di cui all’articolo 266 del codice di procedura penale per le quali è già stato emesso il provvedimento di autorizzazione o di proroga. In tali casi, fatta salva la validità delle operazioni precedentemente disposte, le stesse non possono ulteriormente proseguire, a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, per un tempo superiore alla durata massima stabilita nell’articolo 267 del codice di procedura penale, come modificato dal comma 11 del presente articolo.
    40. Le disposizioni di cui agli articoli 114, 268, comma 7-bis, 329 e 329-bis del codice di procedura penale, nonché le disposizioni di cui agli articoli 129 e 147 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, come modificate o introdotte dal presente articolo, si applicano anche ai procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge.
    41. Le disposizioni di cui all’articolo 267, comma 1, del codice di procedura penale, limitatamente all’attribuzione della competenza al tribunale del capoluogo del distretto e alla composizione collegiale dello stesso, acquistano efficacia decorsi dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge. Fino a tale data continuano a trovare applicazione le disposizioni precedentemente vigenti.
    42. Le disposizioni di cui al comma 3 dell’articolo 268 del codice di procedura penale, come sostituito dal comma 12 del presente articolo, si applicano decorsi tre mesi dalla data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’apposito decreto del Ministro della giustizia che dispone l’entrata in funzione dei centri di intercettazione telefonica di cui al medesimo comma 3 dell’articolo 268. Fino a tale data continuano a trovare applicazione le disposizioni del comma 3 dell’articolo 268 del codice di procedura penale nel testo vigente prima della data di entrata in vigore della presente legge.


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POLITICA
26 maggio 2010
L'IRA DELL'ELEFANTE INTERCETTATO
Un giorno faceva particolarmente caldo, nella savana, e tutti gli animali avrebbero voluto beneficiare dell’ombra dell’unico, grande baobab. Sotto le fronde si ripararono dunque gnu, facoceri, leopardi e gazzelle e, visto quanto si stava meglio, lì, la siesta sotto l’albero divenne una sorta di gradevole abitudine. Purtroppo presto non ci fu abbastanza posto per tutti e gli animali furono costretti a tenere consiglio per stabilire un turno.
Bisognava beneficiare dell’ombra in ordine alfabetico, proposero le antilopi, con grandi proteste delle zebre. No, in ordine di grandezza, dissero i bufali. E qui si udirono molte voci contrarie:  dal momento che un bufalo occupava uno spazio in cui sarebbero entrati chissà quante gazzelle di Thomson, bisognava attribuire i metri per specie. Alla fine ci si mise d’accordo su quest’ultima soluzione, escludendo però gli elefanti, le cui dimensioni erano incompatibili con una normale democrazia. La cosa fu votata all’unanimità, con l’eccezione dei pachidermi, naturalmente. Questi prima si opposero con validi argomenti giuridici, poi, visto che non erano ascoltati, persero la pazienza e fecero ruzzolare via a colpi di proboscide tutti quelli che gli si pararono davanti. Incluso un paio di increduli leoni. E così l’ombra del baobab fu tutta per il loro branco.
Nella savana si seppe così che il leone non è “il re della foresta”: in primo luogo perché vive nella savana e poi perché se c’è un re, nella savana, si chiama elefante.
Tutta questa storia è un apologo riguardante la nuova legge sulle intercettazioni. Politici, magistrati e giornalisti si sono divertiti un mondo, con le intercettazioni. Indubbiamente esse sono anche servite a catturare delinquenti – si badi all’“anche” – ma la funzione che oggi fa tanto discutere è stata la possibilità di denunciare scandali, veri o falsi, formulare mille accuse, raccontare infiniti pettegolezzi e infine di dar luogo a continue battaglie politiche. In particolare contro il centro-destra: infatti la maggior parte dei media, dei giornalisti e dei magistrati è di sinistra.
Tutti hanno dimenticato che anche in democrazia il governo, quando è sostenuto da una solida maggioranza, è l’elefante. Esso tollera a lungo – è un erbivoro, infatti, non un carnivoro – ma a tutto c’è un limite. Se i magistrati passano documenti riservati ai giornalisti, se i giornalisti li usano per le loro battaglie politiche (anche contro privati che poi sono assolti, o anche contro terzi innocenti ed estranei), è normale che alla fine l’elefante reagisca con la forza che ha. In questo caso il potere legislativo. Se, per un amore tutt’altro che disinteressato per la “democrazia” si vuole addirittura ribaltare la legge di natura per cui prevale il più forte, si induce quest’ultimo a fare uso del suo nudo potere.
Questo ragionamento trova una dimostrazione elementare considerando che il problema non esisterebbe se i magistrati osservassero il dovere del segreto istruttorio. Essi invece lo violano con impudente regolarità e poi,  dal momento che chi dovrebbe indagare su questo delitto (così lo qualifica il codice) sono loro stessi, avviene che per caso non trovino mai un colpevole. Il comportamento di troppe procure della Repubblica fa pensare al crimine di fellonia: l’infedeltà al potere da cui si dipende e dei cui benefici si vive. Il risultato è che il sovrano alla fine va giustamente in collera e non è detto che la sua spada si limiti ad accarezzare i colpevoli.
Il vero scandalo delle intercettazioni è l’uso esagerato ed immorale che se ne è fatto. Che ciò poi comporti reazioni pesanti e magari esagerate, non stupisce. Anche l’uomo più mite è indotto, in certe condizioni, a profittare dell’esimente della legittima difesa.
Proprio per queste ragioni non ci si sente di sostenere le proteste dei giornalisti e di ascoltare con simpatia le loro grida da vergini violentate a proposito della libertà di stampa. Un Paese in cui i magistrati violano costantemente le leggi non ne può invocare la sacralità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 maggio 2010
P.S. Queste considerazioni sarebbero valide se, nel nostro caso, l’elefante non fosse alto settanta centimetri.

POLITICA
24 maggio 2010
BERTOLDO E LE INTERCETTAZIONI
Una volta chiesero ad una signora senza peli sulla lingua quale fosse il suo parere sulle frequenti liti di una coppia di amici. “Nei panni di lei lascerei lui, disse, e nei panni di lui lascerei lei”. Questo genere di giudizio non è assurdo. Non è detto che fra due litiganti uno debba necessariamente avere ragione e l’altro debba necessariamente avere torto: può anche avvenire che abbiano torto tutti e due. O anche tutti e due ragione, anche se questo secondo caso è più raro.
Questi principi vengono in mente a proposito della rumorosa discussione nazionale sul disegno di legge sulle intercettazioni.
Sul dato di partenza sono tutti d’accordo: si tratta di una violazione del segreto istruttorio, prevista e punita dal codice penale. Ma subito arriva il secondo dato: è vero, questo dice la legge, ma dal momento che non si è riusciti ad applicarla, non avendo mai trovato un solo colpevole, è chiaro che la norma è inadeguata. Il terzo dato, naturalmente, è la virtuosa indignazione di tutti: che senso ha provocare gravi danni di immagine ai terzi, magari innocenti, pubblicando dati raccolti violando la loro privatezza e perfino senza che la cosa abbia utilità per le indagini? È chiaro che bisogna mettere rimedio a questo sconcio.
Da questo punto in poi, non c’è accordo su nulla. I magistrati vogliono avere la libertà di intercettare tutto e tutti (il nostro piccolo Paese intercetta infinitamente di più dei grandi Stati Uniti), spendendo un’iradiddio di denaro pubblico, ed anche la libertà di passare i testi ai giornali, in modo da danneggiare i nemici politici ed acquistare fama nazionale. I giornalisti non soltanto vogliono a loro volta la libertà di danneggiare la controparte politica, ma soprattutto tengono a vendere più giornali, senza pagare pegno. Vogliono dunque che non siano multati i loro editori - perché costoro, colpiti nel portafogli, potrebbero poi limitarli – e non vogliono che gli si applichi né la norma sul segreto istruttorio – fruiscono infatti del diritto di cronaca e in generale della libertà di stampa – né alcuna nuova norma. E urlando fanno finta di battersi per il popolo italiano, per la Dea Giustizia, per la Costituzione e per la Civiltà Occidentale in pericolo.
La maggioranza politica vorrebbe trovare una soluzione che non provochi troppe proteste ma il suo problema è insolubile.
Una volta Bertoldo fu condannato a morte e richiese come grazia soltanto quella di poter scegliere la pianta alla quale l’avrebbero impiccato. La grazia gli fu concessa e lui scelse una pianta di prezzemolo. Magistrati e giornalisti non vogliono questa o quella norma, non vogliono una modifica del testo, qui o là: vogliono che tutto rimanga come prima e criticheranno il governo qualunque norma adotti. Accetterebbero solo una norma che di fatto non modificasse nulla: una pianta di prezzemolo.
In queste condizioni il Pdl ha la scelta fra farsi criticare emanando una norma inutile o farsi stramaledire emanando una norma efficace. Avrà il coraggio di questa seconda soluzione? C’è da dubitarne. Al punto che ci si potrebbe augurare il completo ritiro della proposta. Naturalmente in questo caso la maggioranza sarebbe accusata di stupidità, viltà e ogni altro crimine, e le sarebbero anche imputati i guasti della situazione attuale. Perché, appunto, avrebbe dovuto sanarla. Bastava adottare regole che fossero quadrate e tonde nello stesso tempo, capaci di imporre certi comportamenti senza stabilire nessuna sanzione in caso di inadempienza. Camminando sull’acqua e compiendo  ogni sorta di miracoli.
Forse l’errore è stato concepire che si potesse ottenere qualcosa agendo contro i veri impuniti d’Italia: i magistrati e i giornalisti.
L’unica speranza - che in realtà non è una speranza, è un orrendo timore - è che una volta o l’altra qualche intercettazione squalifichi il più importante leader della sinistra (quando ci sarà), in modo che finalmente quella parte politica capisca qual è il problema e ne voglia finalmente una soluzione. Per legittima difesa si muove chiunque; per amore dei singoli cittadini, degli innocenti e dei calunniati, non si muove nessuno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 maggio 2010


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POLITICA
6 aprile 2010
INTERCETTAZIONI, INDIZI E PROVE
Riguardo alla nuova legge sulle intercettazioni, esiste una controversia riguardo a ciò che deve giustificarle. Pare siano richiesti seri indizi di colpevolezza e i giustizialisti obiettano: se esistessero seri indizi, a che servirebbero le intercettazioni? Se ci sono già le prove, non serve a nulla cercarle. Ciò che nessuno obietta è che il termine “indizi” non corrisponde alla parola “prove”.
Il primo aiuto, per distinguere i due concetti, si può chiedere a quei testi che registrano il significato che i parlanti dànno a quelle parole. Per i Devoto-Oli del 1979, un indizio è un “elemento sufficiente a fornire un orientamento soggettivamente od oggettivamente valido”. Un prova, viceversa, è “5. Argomento o documento atto a dimostrare la validità di un’affermazione o la realtà di un fatto”. L’indizio dice “potrebbe essere così”, la prova dice “è così”. La distinzione è netta.
Il difficile è stabilire quando le circostanze autorizzano la prima affermazione e quando autorizzano la seconda. Riguardo al famoso delitto di Cogne, gli innocentisti dicono: è vero, non si è trovato chi altri potrebbe aver commesso il delitto ma questo è solo un indizio. Abbiamo una “prova” (ecco la famosa parola) che Anna Maria Franzoni sia l’assassina? I colpevolisti dicono: se risulta indubitabile che nessun altro può aver commesso il delitto, abbiamo per esclusione la prova che ella lo ha commesso. E infatti i giudici l’hanno condannata ad anni di carcere. Insomma, si può chiamare semplice indizio la prova che non ci convince e prova il solido indizio che ci convince.  La vera distinzione è nell’opinione di chi deve decidere: ecco perché è stata futile la diatriba fra “evidenti indizi” e “indizi” soltanto: è sempre il magistrato destinatario della norma che stabilisce se questi indizi ci sono o no.
Per quanto riguarda le intercettazioni, è tutta questione di buon senso e moderazione. Se i magistrati mettessero sotto controllo coloro dei cui reati hanno già la prova, sprecherebbero i soldi dello Stato e violerebbero la privatezza dei cittadini. Se mettessero sotto controllo coloro che pensano potrebbero aver commesso dei reati o, ancora peggio, coloro che sperano di scoprire in fallo, oltre a sprecare i soldi dello Stato – perché il numero delle intercettazioni in questo caso sale in maniera demenziale – violerebbero il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini.
È facile fornire un esempio. Il ministero che più facilmente si presta alla corruzione è quello dei Lavori Pubblici e per questo i magistrati potrebbero voler tenere costantemente sotto controllo tutti quelli che ci hanno a che fare. Ma questo sarebbe anche contro l’art.3 della Costituzione: i cittadini sono tutti uguali dinanzi alla legge. anche quando sono persone importanti e anche quando sono ministri. Un tempo questa era quasi una garanzia di impunità, oggi rischia di essere una garanzia di persecuzione.
Le possibili soluzioni del problema sono due: una giuridica (su cui si conta poco) e una economica. Per la prima basterebbe dire che bisogna autorizzare le intercettazioni in presenza di indizi, bacchettando poi severamente i magistrati che dovessero disporle in assenza di solide ragioni. Per la seconda bisognerebbe dire ai magistrati: lo Stato vi consente di spendere questa somma e non più. Fate le intercettazioni che volete, poche brevi o molte lunghe, a modo vostro, ma questo è il limite. Né ci sarebbe da stupirsi. Nessuno può pretendere di agire senza nessun limite di spesa, diversamente il Ministro della Difesa potrebbe pretendere tre nuove portaerei con duecento caccia-bombardieri di ultima generazione e il Ministro dell’Educazione potrebbe chiedere un computer per ogni studente delle superiori.
Ma questa discussione non serve a niente. Non è un problema di idee chiare e neppure di risparmiare i soldi dell’erario. La sostanza è che la maggioranza vuole essere lasciata in pace e l’opposizione vuole darle addosso in ogni caso. Magari con l’aiuto di magistrati amici.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 aprile 2010

POLITICA
10 giugno 2009
INTERCETTAZIONI
LETTURA CRITICA: D’AVANZO
Spesso in questa sede si sono commentati gli articoli solenni di Eugenio Scalfari o quelli pieni di culturale sussiego di Barbara Spinelli. Stavolta l’oggetto dell’attenzione è D’Avanzo (Repubblica, 10 giugno, “La legge del bavaglio ”).
Giuseppe D’Avanzo commenta oggi il ddl detto “delle intercettazioni” e da principio si tiene sulle generali. Lo definisce una legge “ad personam”: il Cavaliere, scrive, “si muove nel suo interesse. Teme le intercettazioni (non si sa mai, con quel che combina al telefono)”. E poco gli importa che Berlusconi non sia mai stato sorpreso a chiedere “Abbiamo una banca?”: lui sa che teme le intercettazioni.
“Oggi sarà legge il disegno che diminuisce l'efficacia delle investigazioni, cancella il dovere della cronaca, distrugge il diritto del cittadino di essere informato”.  E non favorisce la diffusione dell’afta epizootica solo per distrazione.
“Le investigazioni ne usciranno assottigliate, impoverite”. A suo tempo si sarà detto altrettanto del divieto della tortura: D’Avanzo sarebbe stato un fiero nemico delle iniziative di Voltaire e di Beccaria.
Poi si scende sul piano tecnico. “L'ascolto telefonico, ambientale, telematico da mezzo di ricerca della prova si trasforma in strumento di completamento e rafforzamento di una prova già acquisita. Un optional, per capirci. Un rosario di adempimenti, motivazioni, decisioni collegiali”. Per dimostrare quanto questa obiezione sia infondata, basta ribaltarla ipotizzando che le intercettazioni non siano “strumento di completamento e rafforzamento di una prova già acquisita” ma strumento di curiosità (o di intenzioni malevole) di un magistrato in assenza di qualunque prova e senza un controllo collegiale della loro opportunità.
Senza dire che l’argomentazione è capziosa: la distinzione non deve essere fra “prove” ma fra “indizi di colpevolezza” che esistono o non esistono. E che devono essere molto seri, se si deve violare il diritto costituzionale dei cittadini alla privatezza. Soprattutto non è lecita “la ricerca della prova”, perfino in assenza di una notitia criminis, se di fatto si cercano gli indizi. Al contrario, se esistono fondatissimi sospetti, perché mai il pm dovrebbe temere il controllo collegiale? Qui si vuole solo impedire l’arbitrio del magistrato singolo, magari fazioso.
Ma D’Avanzo si fa forte di una testimonianza: questa legge “vanifica gli sforzi investigativi delle forze dell'ordine e degli uffici di procura, come inutilmente ha avvertito il Consiglio superiore della magistratura”. Egli dimentica che la magistratura non ha competenza, per giudicare le leggi: deve solo applicarle. I commenti dei magistrati valgono quanto quelli degli infermieri che non sono d’accordo con quanto disposto dal chirurgo.
Ma è il momento di passare al massimo lamento. “La nuova legge [sulla stampa] estende il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto anche agli atti non più coperti dal segreto fino alla conclusioni delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare. Prima di questo limite sarà vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione e degli atti delle conversazioni telefoniche anche se non più coperti dal segreto". Con questo sistema, nota D’Avanzo, non si sarebbero potute pubblicare le conversazioni che hanno dimostrato la colpevolezza dei medici di una famigerata clinica. Oppure ciò sarebbe stato possibile ma, “Con i tempi attuali della giustizia italiana, dopo quattro o sei anni”.
E qui il giornalista non si accorge di molte cose. Se le conversazioni fossero suggestive e se poi i giudici assolvessero, alla gente rimarrebbe lo stesso la convinzione della colpevolezza, con grave danno per gli interessati. In secondo luogo, il richiamo ai tempi della giustizia italiana per rinunciare alle garanzie in favore del cittadino è, ancora una volta, un modo per invocare la tortura: la “Repubblica” vorrebbe danneggiare il cittadino, magari innocente, per rendere più facile il lavoro ai magistrati?
Nel resto dell’articolo, D’Avanzo sostanzialmente invoca il diritto di violare la legge sulla stampa incorrendo in pene simboliche, come s’è fatto fino ad oggi. “Naturalmente, scrive infatti, violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa”. Ecco come: non con una pena pecuniaria per i giornalisti, pure prevista (“Ma non è questo che conta davvero, mi pare. Che volete che sia una multa, se si è fatto un lavoro decente?”), ma con una punizione economica inflitta all’editore. Questi subirà una sanzione da 64.500 a 465.000 € e sarà spinto a vigilare perché la legge non sia violata. Ma questo, strilla D’Avanzo, interferisce con la libertà del giornalista! La libertà, traduciamo, di violare la legge senza pagare seriamente pegno. In realtà l’editore non può essere una sorta di ricettatore che, sotto la copertura della libertà di stampa, non che impedire i reati, beneficia degli scoop in termini di copie vendute.
D’Avanzo rende un pessimo servizio all’informazione e alla collettività. Se la legge merita critiche, ed è ben possibile, le sue non valgono nulla. I processi non si fanno sui giornali e gli imputati non sono trastulli per la curiosità della gente. Il giorno in cui gli capitasse, da innocente, di essere stritolato nel tritacarne mediatico, fino a vedere la propria vita distrutta per poi essere assolto in appello, capirebbe molto di più di quello che ha capito fino ad oggi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro motivato parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
10 giugno 2009

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