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POLITICA
12 dicembre 2014
ABBECEDARIO ECONOMICO, DALLA MONETA A KEYNES
1. È possibile lo scambio senza moneta? Evidentemente sì. Sembra una banalità ribadirlo, ma c'è gente convinta che la moneta sia sempre esistita. Non solo storicamente prima della moneta c'è stato il baratto, ma lo scambio senza moneta esiste ancora oggi. Si immaginino due signore che vanno a comprare delle camicette e, una volta che le hanno pagate, si accorgono che ognuna avrebbe voluto comprare quella dell'altra, e se le scambiano. In questo caso si ha scambio senza moneta, ancora oggi.
2. L'utilità dello scambio. L'esempio delle camicette è utile per ricordare un altro concetto economico. In ogni libero scambio la somma delle utilità non è pari a zero. Le due signore, cedendo la propria camicetta, pensano di guadagnarci, dal momento che piace loro di più l'altra: ed è effettivamente così. Si chiama utilità dello scambio. Se qualcuno compra un telefonino per cento euro è segno che per lui il telefonino vale più di cento euro, altrimenti si terrebbe la banconota. E per il venditore è l'inverso. I cento euro rappresentano il punto d'incontro delle due valutazioni. 
3. La moneta-merce. La moneta è nata per sopperire agli inconvenienti derivanti dal baratto (che non saranno qui elencati). In un primo momento è stata costituita da una merce pressoché standard e gradita da tutti. In una società agricolo-pastorale, l'oggetto gradito praticamente a tutti era una pecora. Ciò ha fatto sì che la pecora (da cui pecunia) divenisse l'unità di misura. Purtroppo era indivisibile (non si poteva pagare con mezza pecora), priva di una qualità standard, ecc. In altri casi infatti è stato usato il sale (da cui salario), e soprattutto i metalli, di qualità standard, indefinitamente divisibili e, nel caso dell'oro, incorruttibili. Questo tipo di valuta è stato designato moneta-merce, in quanto esso non rappresenta un valore, ha un valore. Una pecora è una pecora.
4. Le funzioni della moneta. Utilizzando lo schema dell'oro (classica moneta-merce) se ne possono identificare tre funzioni principali. Ammettiamo si dica che un dato oggetto valga tre monete. Tre monete come quell'altro oggetto. Dunque la moneta può essere usata come misura del valore (in questo specifico caso valore di equivalenza, tre monete). Naturalmente, se non ci si limita a valutare, ma effettivamente si ha lo scambio tra l'oggetto e le tre monete, si può dire che la moneta ha la funzione di intermediazione dello scambio (pagamento). Infine, se qualcuno le monete d'oro di cui è giunto in possesso non le usa per comprare qualcosa, e rinvia questo atto ad un momento successivo, si ha il risparmio. 
5. La moneta-merce rende l'inflazione quasi impossibile. Una nota non inutile è che, con la moneta-merce, l'inflazione è quasi impossibile. Certo, può variare il valore delle merce-moneta (nel nostro esempio l'oro) come conseguenza della quantità di metallo immessa nel mercato dalle miniere o - come è avvenuto - in conseguenza di un evento eccezionale, come la scoperta dell'America. Ma sono fatti rari e comunque di ampiezza limitata. Con la circolazione aurea l'inflazione della Repubblica di Weimar - o più recentemente quella della Turchia - sarebbero state impossibili. 
6. La cartamoneta e l'inflazione. La moneta-merce fa parte del passato. Saltando il periodo della moneta convertibile (presentando le banconote alla Banca Centrale si poteva ottenere in cambio oro) passiamo alla moneta cartacea. In questo caso la moneta in sé non vale nulla, ma le tre funzioni prima accennate (par.4) rimangono lo stesso. Con una limitazione: il valore della banconota cambia se se ne immette più o meno in circolazione. In particolare, se se ne immette troppa, si ha l'inflazione e diminuisce il suo potere d'acquisto. Con la cartamoneta il risparmio diveene aleatorio. Chi ha messo da parte cento grammi d'oro avrà sempre e comunque cento grammi d'oro. Invece, se c'è inflazione, per esempio del 10%, le cento banconote messe da parte, pur senza che nessuno le abbia toccate, è come se fossero divenute novanta, come potere d'acquisto, 
7. Il corso forzoso. Questo difetto è tanto grave da costituire la spiegazione del perché la moneta è a "corso forzoso". Lo Stato, quando stampa cartamoneta, impone a tutti di accettarla in pagamento, tanto che, se il creditore la rifiuta, il debitore è liberato dal suo dovere (art.1209 del Codice Civile). Mentre, si ricordi, la moneta-merce vive del proprio valore, e non è necessario imporne la circolazione. Anche se a volte i re dichiaravano che la loro moneta d'oro pesava, poniamo, dieci grammi, e poi ce ne mettevano nove. Ma si sa, a volte lo Stato è un falsario che punisce gli altri falsari.
8. Il finanziamento dello Stato. Per esercitare le sue innumerevoli funzioni, lo Stato dispone di due principali fonti di finanziamento: il denaro ottenuto dai cittadini con le imposte e le tasse, e quello stampato "a fronte di niente" (contante immesso nel mercato ed emissione di Bot e Btp). La differenza fra i due tipi di moneta che lo Stato spende è fondamentale. I tributi pagati dai cittadini corrispondono ad utilità da essi prodotte e conferite allo Stato, mentre nel caso del denaro inflazionario (cioè che lo Stato spende pur non avendolo incassato con i tributi) queste utilità non sono state prodotte. La prima fonte (i tributi) corrisponde a "crediti" dei cittadini, ottenuti col loro lavoro, che essi versano allo Stato e che lo Stato poi eroga a loro vantaggio con beni e servizi. Questo è il sistema onesto. Invece con le banconote " nuove", lo Stato pretende (attraverso i suoi beneficiari) beni e servizi solo in virtù del corso forzoso della carta che stampa. Il denaro inflazionario è qualcosa di simile al furto, in quanto lo Stato ottiene (o regala) beni e servizi senza dar nulla a sua volta.
Lo Stato, quando è padrone della sua moneta, può stampare "denaro a fronte di niente" pressoché indefinitamente. Può così anche pagare stipendi per posti di lavoro inutili, per sostenere imprese decotte, per realizzare lavori pubblici magari inutili o lasciati a metà. Naturalmente, in una certa misura quel quantum di moneta in più può essere assorbito dalla società se si ha un aumento della ricchezza prodotta dalla nazione, e in parte ritorna allo Stato come maggiore gettito fiscale, ma normalmente, soprattutto se la pratica dura a lungo, si crea inflazione. Cioè lo Stato effettua spese sottraendo a tutti i cittadini una fettina del loro potere d'acquisto. Infatti, aumentando il denaro circolante, ne risulta un aumento generalizzato dei prezzi e dunque una diminuzione del potere d'acquisto del denaro detenuto dai cittadini. 
 9. L'inflazione. Qualcuno ha definito l'inflazione un " aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo di tempo, che genera una diminuzione del potere d'acquisto della moneta". La formula trascura di menzionare la causa del fenomeno. È come se si definisse l'incendio doloso quel fatto "per il quale si ha un tale aumento della temperatura da provocare la distruzione di un edificio", omettendo di parlare di chi ha appiccato il fuoco. È vero che l'aumento dei prezzi provoca la diminuzione del potere d'acquisto della moneta; ed è anche vero che diminuendo il potere d'acquisto della moneta si possono acquistare meno beni e servizi (infatti i prezzi sono divenuti troppo alti, per chi dispone della moneta ottenuta prima dell'inflazione) ma si trascura in modo circolare di dire che cosa ha provocato quell'aumento dei prezzi e quella diminuzione del potere d'acquisto. Chi ha appiccato l'incendio è l'aumento del denaro circolante stampato "a fronte di niente". Non per un aumento del gettito tributario (per esempio dell'Iva), oppure corrispondente ad un aumento della ricchezza reale prodotta dal sistema, ma semplicemente cartamoneta inserita nel circuito in forza del fatto che lo Stato dispone della zecca.
Non si parla dell'inflazione da eccesso di domanda o da aumento dei costi di produzione perché, di solito, si tratta di fenomeni soltanto settoriali, come la richiesta di candele (che ne fa aumentare il prezzo) in vista di un blackout elettrico.
10. Sintesi del pensiero di Keynes. È ovvio che, trattandosi di un economista e di una teoria molti discussi, le critiche che seguono non sono "scienza economica" ma l'opinione dello scrivente, il quale sottolinea tuttavia che non si discute tanto la teoria in sé (tecnica congiunturale) quanto l'uso improprio che se ne è fatto (deficit spending di lungo periodo).
John Maynard Keynes ha molto influenzato il mondo economico nel XX Secolo ed ancora oggi è quasi considerato un profeta incontestabile. La sua teoria è che l'economia non è in grado di prosperare da sola ed ha bisogno della guida dello Stato. Con questa affermazione contraddice naturalmente l'economia classica, la quale crede all'autoregolazione del mercato. Inoltre teorizza che in momenti di crisi economica e disoccupazione lo Stato deve inserire nel sistema forti somme di denaro (che semplicemente stampa) sotto forma di aumenti salariali (consumi), grandi lavori pubblici (investimenti), sussidi alle imprese in difficoltà, in particolare banche, in modo che i cittadini, avendo più denaro da spendere, consumino di più. E come conseguenza, per rispondere a questo aumentato consumo, le imprese producano di più, assumano di più, sicché in totale l'economia della nazione ne risulta rilanciata. Poiché questa teoria insiste sui consumi, si dice che è fondata sulla domanda totale (aggregata) di beni e servizi.
11.1. Critiche alla teoria. Lo Statalismo. La prima idea discutibile è che lo Stato debba dirigere l'economia del Paese. Se fosse vero, il massimo risultato si sarebbe dovuto ottenere là dove lo Stato ha avuto un controllo totale: e invece non risulta affatto che l'Unione Sovietica fosse economicamente prospera. Ciò malgrado, questa convinzione  riguardante l'incapacità della "mano invisibile" di Adam Smith di raddrizzare gli errori del mercato (per via di autoregolazione) per decenni è apparsa come un articolo di fede. E se tale è, basterà rispondere che è lecito avere la fede opposta, e preferire ancora oggi la "mano invisibile" di Adam Smith. Del resto, lo stesso Keynes, poco prima di morire, nel 1946, disse ad Henry Clay, un professore consigliere della Banca d'Inghilterra: "Mi accorgo di contare sempre più, per la soluzione dei nostri problemi, sulla mano invisibile che ho provato ad espellere dal pensiero economico venti anni fa".
Per contestare l'idea che lo Stato possa con i suoi interventi determinare la prosperità di un Paese, basta inoltre chiedersi: se si inviasse la signora Merkel a governare il Burundi, quel Paese in breve tempo sarebbe prospero come la Germania?  Il meridione d'Italia non è il Burundi, ed ha lo stesso governo della Lombardia:  come va che, dall'Unità d'Italia, lo Stato che secondo Keynes è tanto bravo a guidare l'economia non è riuscito né a industrializzarlo né a rilanciarlo? È tanto azzardato pensare che il successo dell'economia dipenda più dal mercato che dalla dirigenza?
11,2. Critiche alla teoria. L'inflazione. Come si sa, l'intervento inflattivo dello Stato, che spende il denaro che non ha, è effettuato con la speranza (multiplier effect) di superare un momento di stasi economica. Nessuna persona sana di mente infatti può concepire di vivere eternamente a credito, cioè con lo Stato che si procura il denaro stampandolo ed emettendo titoli di Stato, Bot e Btp). Nessuna persona sana di mente può immaginare di creare inflazione all'infinito, perché si corre verso l'abisso: la Germania ha conosciuto questo genere di disastro ai tempi della Repubblica di Weimar, e non l'ha mai dimenticato, come si vede anche dalla sua attuale politica economica. Purtroppo, una immensa folla di sprovveduti ha frainteso la teoria di Keynes e chiede sempre più soldi allo Stato. Come se stampare fogli di carta corrispondesse a creare ricchezza che si può distribuire. 
11.3. Un esempio del pensiero keynesiano. Say sosteneva che, in caso di rallentamento dell'economia, i lavoratori sarebbero stati disposti ad accettare un abbassamento dei loro salari, pur di invogliare i datori di lavoro ad assumerli. Keynes pensa invece (teoria della price stickness) che ciò non avvenga. Anche se disoccupati, i lavoratori non accettano salari inferiori, e per questo deve intervenire lo Stato. L'affermazione, anche ad essere vera, non dipende dalla falsità della teoria di Say, ma dal fatto che quei disoccupati, benché tali,  continuano a mangiare. Dunque è chiaro: o ricevono un contributo di disoccupazione, o qualcun altro in famiglia guadagna a sufficienza per tutti. Se l'alternativa fosse veramente la fame, la teoria di Say ritroverebbe tutt'intera la sua validità. Si può non essere d'accordo con la "invisible hand" di Adam Smith, ma se le si impedisce d'agire poi non se ne può negare la validità. Essa funziona se i sindacati non falsano il mercato con un cartello dei dipendenti e se lo Stato non è troppo generoso con i disoccupati. La difesa degli alti salari si giustificherebbe se essi fossero artificialmente bassi, a causa dell'avidità dei datori di lavoro; ma se per caso essi fossero economicamente insostenibili, l'intervento dello Stato creerebbe soltanto una distorsione economica, e dunque una diseconomia. Quanto al fatto che qualcuno potrebbe sostenere che i lavoratori non accettano salari più bassi in quanto con essi non potrebbero vivere, l'assunto è dimostrato falso dal fatto che, non accettandoli, dimostrano di poter vivere senza. La realtà è che, in questi casi, essi aspettano che lo Stato li aiuti. 
Che Keynes non abbia pensato a tutto questo rende perplessi riguardo al suo senso del reale.
12. La validità astratta della teoria. Ma non bisogna essere programmaticamente pessimisti. La manovra keynesiana può avere successo? Certamente sì. Se è correttamente applicata. Se cioè attuata nella situazione di un rallentamento puramente congiunturale, al buon momento, e con i giusti mezzi. Ma tutto ciò è difficile da identificare. Sicché il problema è che, prima di applicarla, non si può essere sicuri che questa speranza di raddrizzamento si realizzi, mentre sono sicuri gli alti costi da pagare. Né, contrariamente a quanto spesso si sente dire in giro,  si può citare, come un successo della teoria, l'uscita dalla crisi americana del '29, col New Deal rooseveltiano: perché il magnum opus di Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money è stato pubblicato nel 1936. Alcuni dei provvedimenti di Roosevelt appaiono in linea con le teorie di Keynes, ma si trattava, appunto, di superare una congiuntura, come in occasione del salvataggio delle banche.
Il punto più importante della teoria è infatti che, contrariamente a quanto molta gente ha finito col pensare, la manovra keynesiana è congiunturale, non strutturale. Che sia strutturale - e cioè che si possa continuare indefinitamente a spendere più di quanto si incassa - è del resto impossibile. Come è impossibile il moto perpetuo, l'indefinito successo della Catena di S.Antonio, e che si possa sempre vivere a credito. Purtroppo, storicamente, in Italia si è creduto che il deficit spending (il denaro speso dallo Stato a fronte di niente) fosse il Pozzo di San Patrizio a cui sarebbe stato stupido non attingere spensieratamente. È così si è creato quel debito pubblico che ci ha portati sull'orlo del fallimento. Un fallimento che non è neppure detto riusciremo ad evitare. Nel frattempo, continuiamo a pagare circa ottanta miliardi di interessi l'anno, senza nessuna speranza di rimborsare il capitale. L'unica possibilità sarà, un giorno, quella di fare marameo ai creditori. Ma al prezzo di una crisi indimenticabile.
13. Conclusione su Keynes. La teoria di Keynes, secondo cui lo Stato può rilanciare occupazione e produzione con l'immissione di molto circolante a fronte di niente, in modo da creare la domanda e conseguentemente l'aumento della produzione, può darsi che sia esatta astrattamente, ma è difficile sapere quando, come, e per quanto tempo applicarla. E infatti non sempre riesce. Inoltre ha causato danni perché, per come è stata intesa da molti Stati, si è tradotta in una montagna di debito pubblico dai possibili esiti catastrofici. E poiché in economia contano i risultati, le teorie di Keynes sono oggi guardate con grande sospetto. Malgrado la più grave crisi che si ricordi, e malgrado le grandi pressioni che ricevono, le autorità europee si guardano bene dall'applicarle. 
Purtroppo nel frattempo non applicano nessun'altra soluzione e si naviga sottocosta, col rischio di sbattere lo stesso sugli scogli.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 dicembre 2014


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POLITICA
20 settembre 2014
LA MONETA A FRONTE DI NIENTE
Finché la cartamoneta è stata convertibile, il denaro è stato una merce universalmente accettata. Infatti la cartamoneta era "pagabile a vista al portatore",  cioè trasformabile nel suo equivalente in oro. Quando poi è divenuta inconvertibile (per il dollaro nel 1971, per gli altri Paesi molto prima) ha circolato all'interno perché imposta dallo Stato (corso forzoso) e all'estero, quando accettata, perché garantita dalla ricchezza del Paese emittente. 
Ciò ha avuto notevoli conseguenze. Quando la moneta è convertibile, lo Stato non ne può emettere più di quanta ne garantiscano le riserve auree. Se ciò malgrado ne emette di più, il primo detentore che si presenta otterrà la conversione, ma gli ultimi rimarranno certamente scoperti proprio perché - come detto - si è emessa più moneta di quanto ne coprisse la garanzia dell'oro. Proprio questa fu la ragione per la quale, nel 1971, non fu tanto Nixon che decise di abolire la convertibilità del dollaro quanto il fatto che De Gaulle chiese la conversione in oro dei dollari detenuti dalla Francia. Washington capì che, se altri l'avessero fatto, gli Stati Uniti avrebbero dovuto dichiarare fallimento. La svalutazione rispetto all'oro fu immediata.
Da allora, il dollaro ha continuato a costituire la valuta internazionale di riferimento ma la sua situazione è peggiorata: non soltanto ci sono nel mondo molti più dollari di quanti ce ne fossero un tempo; non soltanto non sono garantiti dall'oro nemmeno per una percentuale, ma ce ne sono molti di più di quante merci potrebbero comprare negli Stati Uniti. Ciò che mantiene il sistema in equilibrio è il fatto che non tutti i detentori di dollari si precipitano contemporaneamente a comprare beni negli Stati Uniti. Quel denaro, almeno per il momento, sembra ancora "buono" e quelli che non lo usano si contentano del fatto che potrebbero farlo. Lo stesso schema vale per tutti gli altri grandi Paesi, dal Giappone all'eurozona.
Il sistema è in equilibrio, ma un equilibrio che non è né morale né stabile. In Italia, pagando gli interessi sul debito con denaro estorto ai contribuenti (circa settanta miliardi l'anno) si ingrassano i detentori stranieri (30%) e italiani (70%), dando a chi ha a spese di chi non ha.
E c'è di peggio: dal momento che il debito pubblico aumenta costantemente e si allontana sempre più da ciò che il Paese può offrire ai detentori dei suoi titoli, il giorno in cui volessero trasformarli in beni, si realizza una gigantesca catena di S.Antonio internazionale. Finché nessuno si allarma, si va avanti con soddisfazione di tutti. Quando il primo si chiederà se per caso non abbia in mano carta straccia, tutti si precipiteranno a comprare beni, sarà la catastrofe. E ci sarà anche l'effetto domino, perché quello che è vero per il primo Paese è vero per gli altri; inclusi gli Stati Uniti che, pur essendo grandi e potenti, sono già tecnicamente, come tutti, in stato d'insolvenza. L'inflazione, troppo a lungo rimandata, sarà mostruosa.
Attualmente la situazione è la seguente. Non essendo limitati dall'obbligo della copertura in oro, gli Stati hanno emesso molta più moneta di quanta ricchezza abbiano prodotto, e questa moneta in eccedenza è "a fronte di niente". Se improvvisamente essa fosse immessa nella circolazione, produrrebbe inflazione, cioè riporterebbe la moneta al suo vero valore rispetto alla ricchezza del Paese, con enormi perdite per i detentori di circolante e per i creditori. Ma di fatto, almeno attualmente, la "moneta a fronte di niente" non è messa in circolazione e l'inflazione - che c'è - non è operante. I detentori si accontentano della possibilità di spendere in futuro. Poiché però la quantità di denaro "a fronte di niente" continua ad aumentare, arriverà fatalmente il momento in cui la gente si accorgerà che in cassa ha carta straccia e cercherà di trasformarla in beni: allora l'inflazione cesserà di essere virtuale e diverrà attuale. 
È probabilmente per ritardare questo giorno del giudizio che la Germania punta i piedi tanto recisamente, ogni volta che si parla di immettere liquidità nel mercato. Per quanto necessario possa apparire questo provvedimento, esso infatti farebbe avvicinare il momento dell'inevitabile crisi finale.  E poiché per la Germania, almeno per ora, non va poi così male, ecco che frena. Nel frattempo, se il denaro è divenuto una finzione, la Bce può offrirlo al tasso dello 0,15% perché deve coprire soltanto le spese di stampa.
Avere creato tanto denaro "a fronte di niente" è come aver venduto l'anima al diavolo. Non si sa quando, ma il giorno dello show down l'economia si farà avanti a reclamare un molto doloroso ritorno alla realtà.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 settembre 2014

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ECONOMIA
8 novembre 2013
L'INFLAZIONE POTENZIALE
Che cosa sia l'inflazione è facile spiegarlo. Immaginiamo che sul mercato ci siano soltanto cento beni uguali e che la gente disponga di cento fiorini in tutto. Un bene costa un fiorino. Poi il re regala alla gente altri cento fiorini, ma poiché i beni sono ancora cento, per comprarne uno saranno necessari due fiorini. Si chiama inflazione. Naturalmente, se i fiorini fossero d'oro, la loro quantità non potrebbe aumentare o diminuire facilmente, perché l'oro non si crea e non si distrugge. Ma se quella che circola è cartamoneta, lo Stato può a suo piacere aumentarne la quantità.
   Alla decisione dello Stato possono tuttavia conseguire effetti diversi, secondo come si comporta la popolazione. Se la gente il denaro nuovo lo spende, i prezzi fatalmente aumenteranno: e questa è l’inflazione “attuale”. Se al contrario la gente, invece di spendere il denaro in più, lo mette da parte sotto forma di risparmio, questo denaro, non essendo speso e non entrando in circolo, non produce inflazione: più esattamente, l’inflazione sarà “potenziale”.
Il risparmio nasce dalla certezza di potere un giorno utilizzare quei soldi, ottenendo la stessa quantità di beni che si otterrebbero oggi. Se oggi si mettono da parte duecentomila euro, pensando in seguito di comprare una casa, è chiaro che si conta sul fatto che in quel momento duecentomila euro saranno sufficienti per comprarla. Il tempo comporta una certa svalutazione della moneta, ma di solito questa svalutazione è compensata dagli interessi del capitale risparmiato, se lo si investe, e comunque tanto la svalutazione normale quanto gli interessi giocano su piccole percentuali. Nessuno invece metterebbe da parte centomila euro sapendo di potere contare in futuro su un potere d’acquisto di cinquanta soltanto. 
Normalmente il risparmio rimane congelato finché si conta su un potere d’acquisto invariato, ma bisogna pure immaginare che cosa avviene quando si comincia a dubitare di questa possibilità futura.  Qualcuno  si dice: “Ho un risparmio, ma dopodomani questo denaro potrebbe non procurarmi più ciò che mi procurerebbe oggi. E allora tanto vale che lo spenda, subito”. E se questo lo pensa soltanto uno, non avviene nulla; se lo pensano tutti si rovescia sul mercato la massa dell’intero risparmio, trasformando l’inflazione da potenziale in attuale. È in quel momento che si comprende come il risparmio possa essere in realtà “denaro a fronte di nulla”. Nel caso di un Paese il cui debito pubblico supera i 2.030 miliardi di euro, come l’Italia - e si ricordi che il governo è sulla graticola per trovare un paio di miliardi per tappare il buco dell’Imu - staremmo parlando di una tragedia dinanzi alla quale la mente si smarrisce come quando si parla dei confini dell’universo.
Tuttavia, c’è un elemento di preoccupazione in più. Quando lo scatenarsi dell’inflazione potenziale porta al default un singolo Paese, come è avvenuto in Argentina, gli altri possono assistere con calma al suo dramma: Lucrezio ha accennato alla  segreta soddisfazione di coloro che assistono, dalla terra, agli sforzi di chi, in mare, lotta per la sua vita. Il guaio è che il problema non riguarda soltanto noi. Gli Stati Uniti e il Giappone hanno un debito stratosferico. In tutta l’Europa i Paesi hanno già raggiunto percentuali intorno all’80% di debito pubblico e la stessa Germania ne ha uno del 60%. Fra i Paesi in preda ad un’enorme inflazione potenziale ci sono i più importanti del pianeta, e se l’inflazione potenziale improvvisamente si attivasse, si precipiterebbe sul mondo una massa di cartamoneta che economicamente lo distruggerebbe. 
E qui è il caso di sorridere degli sforzi della Germania per non svalutare l’euro. Se si verificasse il disastro ipotizzato, altro che vincoli di Maastricht: la fantasia non è sufficiente per prevedere ciò che ne conseguirebbe. Si renderebbe necessario un riallineamento di tutte le valute mondiali, con un’enorme svalutazione delle monete più forti. L’aggiustamento sarebbe sbalorditivo fra un Paese come la Grecia (debito pubblico intorno al 160% del pil) e un Paese dalla moneta sottostimata come la Cina. Di quanto dovrebbe essere svalutata la nuova dracma rispetto al nuovo yuan? Ogni Paese, a seconda della sua situazione, dovrebbe riposizionarsi rispetto a tutti gli altri. Forse si può lasciare ai competenti il compito di sviluppare le conseguenze di questo possibile fenomeno economico, ammesso che ne siano capaci: il singolo può solo sperare, come nelle guerre mondiali, di uscirne vivo.  
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 novembre 2013


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ECONOMIA
23 marzo 2012
LA SVALUTAZIONE INTERNA. UNA BUONA IDEA?
Un grande cero non a san Gennaro ma a Davide Giacalone. In un articolo (“Famolo alla greca”, www.davidegiacalone.it) ha fornito una spiegazione della politica economica del governo Monti che forse non era chiara a tutti. Scrive infatti il giornalista: “[l’Italia] non potendo svalutare verso l’esterno lo fa verso l’interno. Non potendo svalutare la moneta si svaluta il tenore di vita.”
Parole brillantissime. Ma vediamo prima che significa svalutare.
Se Tizio guadagna mille scudi ogni mese, ogni mese può comprare beni e servizi per il controvalore di mille scudi. Ma se viene immessa in circolo moneta a fronte della quale non c’è stato un aumento della ricchezza prodotta, ammettendo che Tizio ora guadagni millecento scudi, questi millecento scudi potranno lo stesso comprare beni e servizi equivalenti a quelli di prima: perché la moneta si è svalutata e beni e servizi non sono aumentati. Questa è l’inflazione.
Fin quando c’è stata la lira, lo Stato la svalutava nei mercati valutari esteri, col risultato di riequilibrarne il valore: si rendevano più cari i beni stranieri venduti in Italia e meno cari i beni italiani venduti all’estero. Una boccata d’ossigeno per le fabbriche e gli esportatori nazionali.
Purtroppo aderendo all’euro l’Italia si è preclusa questa possibilità: non può più svalutare la propria moneta perché, appunto, essa non è più la sua moneta. E se tuttavia nel mercato interno si è avuta un’inflazione, come si può rimediare? 
Qui arriva la teoria di Giacalone. Se il cittadino ha millecento scudi da spendere, mentre dovrebbe averne mille (cioè quelli che corrispondono alla ricchezza realmente prodotta), la soluzione, non potendo essere la svalutazione, è che lo Stato gli tolga cento scudi dalla tasca. Con una tassazione bestiale. 
Bisogna tuttavia stare attenti alle parole. Con la svalutazione, la moneta che prima valeva cento, nel mondo novanta. Con l’aumento della pressione fiscale, nel mercato interno, la moneta che valeva cento vale ancora cento, ma i cittadini che avevano cento euro ora ne hanno novanta, perché dieci hanno dovuto darli allo Stato. E se la tassazione colpisce praticamente tutti nello stesso modo (basti pensare al prezzo della benzina) l’operazione - quanto meno per i suoi effetti - somiglia ad una svalutazione della moneta che invece di essere “esterna” è “interna”. 
Invece di spendere nel mercato interno più euro (svalutati) per comprare le stesse cose di prima, ora si ha meno moneta da spendere e si rivaluta l’euro: cioè lo si spende meno facilmente. In altre parole, la gente consuma meno.
L’operazione ha dato dei frutti. Il differenziale di rendimento fra i titoli italiani e quelli tedeschi è calato e la nazione non sembra in gravissimo pericolo. Ciò malgrado è dubbio che questa “svalutazione interna” sia stata un affare. Innanzi tutto un aumento generalizzato della pressione fiscale provoca più sofferenze a chi era già in difficoltà. Il ricco forse non comprerà una nuova grossa automobile, ma il povero forse non comprerà la carne. Inoltre il calo generalizzato della domanda di beni produce una diminuzione della produzione di ricchezza. Si chiama recessione. 
La soluzione avrebbe forse dovuto essere un’altra. Votare leggi audaci nella direzione delle liberalizzazioni (inclusa quella del mercato del lavoro, da “cinesizzare”), in modo aumentasse di molto la produzione di ricchezza. Questo aumento dell’offerta di beni avrebbe prodotto il calo del loro prezzo, fino ad innescare un circuito virtuoso di boom economico. Insomma non bisognerebbe dire al cittadino “risparmia!”, ma “divertiti, consuma, compra!”, in modo da dare lavoro a chi offre questi servizi e questi beni. Nel frattempo lo Stato, invece di atteggiarsi a mamma, dovrebbe non fare nulla che non sia suo stretto e preciso dovere, tagliare drammaticamente le proprie spese, alienare una parte del suo patrimonio e razionalizzare i suoi servizi fino a renderli poco costosi.
Naturalmente, nel primo momento, per effettuare questa svolta, sarebbe necessario avere la garanzia di un generoso finanziamento congiunturale dell’Europa e un governo capace di imporre impressionanti mutamenti del sistema produttivo. Nella realtà invece abbiamo un’Europa dominata dalla mentalità sparagnina e punitiva della Germania e un’Italia visceralmente conservatrice, tendenzialmente incapace di correggere gli errori più macroscopici. Bersani e la Cgil fanno paura anche nel momento in cui non hanno più dove andare. In queste condizioni non abbiamo molte speranze. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 marzo 2012


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POLITICA
8 maggio 2010
LA PECORA DELL'HOMO SAPIENS
Partendo dalla crisi greca, si può vedere il problema in un ambito più generale, per capire che cosa porta gli Stati ad una situazione di fallimento o di rivoluzione.
In origine, immediatamente dopo il baratto, il denaro è stato costituito da un bene che tutti accettavano in pagamento, per esempio del bestiame: pecus in latino, da cui pecora e pecunia. Ma un animale può essere giovane o vecchio, in buona salute o malato, e dunque è meglio usare qualcosa di incorruttibile e stabile: l’oro, per esempio; o il sale, nei posti in cui scarseggia, come il centro dell’Africa. In tutti questi casi, chi “compra” un bene ne offre in cambio un altro: la pecora, il sale, l’oro e non si è lontani dal baratto. Col progresso tuttavia, i commerci non potevano svolgersi scambiando un metallo prezioso e pagando in contanti. Non c’era abbastanza oro ed era anche necessario il credito. Dunque nacquero la cartamoneta e le banche. La banconota, anche se non sembra, è in un certo senso un titolo di credito: “Questo foglietto dimostra che ho prestato ad altri un bene o un servizio ed ora sono creditore di un bene o di un servizio”. Ma – ecco uno dei problemi – quel documento rimane malgrado tutto un pezzo di carta. E la cosa non è priva di conseguenze.
Come si sa, nei casino non si puntano banconote ma solo gettoni. Perché? Perché se la gente si rendesse conto di quanto sta rischiando starebbe più attenta e il casino guadagnerebbe meno. Qualcosa del genere avviene con la moneta. Gli Stati, dal momento che si tratta di carta, possono avere la tentazione di non badare ai rischi e alle perdite. E quando i nodi fatalmente vengono al pettine i governi possono reagire in vari modi. Possono ripianare i deficit con la fiscalità, ma di solito questa strada è già talmente battuta che un ulteriore incremento della pressione potrebbe provocare malcontento e, al limite, una rivoluzione; oppure possono cavarsela deprezzando la moneta: dal momento che la stampano loro, ne possono stampare un po’ di più. Con l’inflazione lo Stato ruba una parte del valore della moneta detenuta dai cittadini. Naturalmente c’è anche la possibilità di contrarre debiti, che sul momento fa felici tutti: lo Stato infatti manda il conto ai cittadini di domani. O, nel caso del debito pubblico italiano, ai loro discendenti.
Con l’avvento dell’euro, le cose sono cambiate. Gli Stati non hanno più il potere di creare inflazione, perché non possono immettere più liquidità nel sistema; la leva fiscale è impopolare e sostanzialmente esaurita: rimane solo la possibilità di contrarre debiti (emettendo dei titoli pubblici). Ma i mutui sono possibili finché i creditori sono certi che il debitore onorerà le scadenze. Se invece sorge il dubbio, si chiudono i rubinetti. Da un lato lo Stato non ottiene più prestiti, dall’altro i precedenti prestiti arrivano a scadenza. A questo punto esso può sospendere i rimborsi, cioè fallire, come è avvenuto in Argentina.
Come si vede, tutto nasce dal fatto che l’uomo è un animale più visivo ed affettivo che razionale. Mentre in origine il denaro rappresentava un credito per una prestazione già eseguita, col tempo, dal punto di vista emotivo, è divenuto un pezzo di carta. Da questo nasce la tentazione dei falsari: dai poveracci che hanno una tipografia clandestina agli  Stati che creano inflazione o debito pubblico. Si dimentica che alla fine arriva sempre il conto: mi hai promesso una pecora, dammela. E se uno la pecora l’ha mangiata? Il fatto è che i governanti sperano sempre che il problema sia affrontato da altri, quando loro non saranno più al potere.
Il difetto è strutturale. Dipende dalla naturale instabilità della democrazia. Un potere che sia inamovibile o quasi si pone il problema della situazione fra cinque o dieci anni, invece un potere fragile si pone il problema di sopravvivere ancora un po’. E se per ottenere consenso deve “comprarlo” contraendo debiti, non si fa scrupoli. Non a caso il debito pubblico italiano è nato in un tempo in cui i governi in media non duravano nemmeno un anno.
Ci sono dei rimedi, a tutto questo? Da un lato i governi non dovrebbero mai contrarre debiti, dall’altro, nel caso, il popolo ne dovrebbe pagare il fio quanto più amaramente è possibile: in modo che si ricordi di diffidare dei demagoghi “generosi”. Ma sembra una speranza vana.
Forse l’uomo non è così sapiens come dicono.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 maggio 2010

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