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giannipardo1@gmail.com
POLITICA
18 gennaio 2010
HAITI E LA DECOLONIZZAZIONE
Un modello può essere qualcosa da imitare o uno schema per spiegare un fenomeno. Haiti è un modello in questo secondo senso. Questo Paese – di cui si riassume la storia - cominciò ad esistere quando alcuni coloni francesi importarono molti schiavi per coltivare la terra; poi, nel 1791, sulla scia della Rivoluzione Francese, vi fu un’insurrezione e Parigi soppresse la schiavitù; in seguito apparve François Dominique Toussaint Louverture, padre della patria, e infine Haiti divenne indipendente: i bianchi furono espropriati e le terre furono date agli schiavi. Da quel momento s’è avuta una serie di scontri – non si sa se bisogna chiamarle guerre civili – una serie di tirannelli e uno Stato disordinato e miserabile. Fra i più poveri, se non il più povero, dell’America latina.
La chiave interpretativa più semplice di questi fatti è forse che i protagonisti della storia non sono tanto i governanti quanto i governati. Gli inglesi che nel 1215 ottennero la Magna Charta non erano colti politologi, erano anzi in maggioranza analfabeti, ma avevano abbastanza spirito di rivolta e di libertà per imporsi a Giovanni Senza Terra. E non si sa perché in questo siano stati tanto diversi dai russi che solo molto, molto recentemente hanno conosciuto la democrazia. In Russia si sono avuti Ivan il Terribile e Stalin, in Gran Bretagna l’Habeas Corpus e i Windsor. E soprattutto tradizioni di libertà tali da essere un esempio per il mondo.
Analogo fenomeno si è avuto in Francia dove, pur in presenza di una monarchia assoluta, non si sono certo avuti biechi fenomeni di tirannia. Montesquieu ha potuto scrivere che il fondamento della monarchia è l’onore inteso come ambizione, desiderio di distinzione, nobiltà, franchezza e cortesia, insomma le virtù del gentiluomo, da parte dei cittadini, mentre il sovrano è tenuto a stabilire leggi certe e a comportarsi onorevolmente. Sembra di sognare ma questo schema ha funzionato. La stessa ventata di follia del Terrore durò poco e la Francia tornò ad essere quella di prima. Viceversa, nelle cosiddette Repubbliche Popolari - quelle che, ispirate dalla Madre Russia, si riempivano la bocca di amore del popolo - l’oppressione non è stata inferiore a quella degli zar.
Non è perché una nazione ha l’indipendenza o una Costituzione scritta che il suo governo è moderato e rispettoso dei governati. L’indipendenza può servire al tiranno (Mugabe) per affamare il proprio popolo senza interferenze esterne e la Costituzione può essere sventolata solo per vantarsene con i giuristi, come in Unione Sovietica. È la civiltà politica che crea un governo democratico. La Cina per molti secoli è stata grande nella filosofia, nel gusto, nella saggezza ma dal punto di vita politico è stata una nazione poco sviluppata. Ferma all’imperatore e ai signori della guerra, l’ultimo dei quali si chiamava Mao Tse Tung. Solo molto recentemente ha raggiunto, attraverso la libertà economica, una migliore civiltà politica e si sta lentamente avviando verso la democrazia.
Se, malgrado una civiltà plurimillenaria, i cinesi non sono ancora arrivati al livello europeo, figurarsi se cinquant’anni fa ci poteva arrivare la maggior parte delle ex-colonie. Ché anzi, a farci caso, erano in condizioni migliori quelle che erano state più profondamente colonizzate, come l’Australia, la Nuova Zelanda o il Sud Africa, il paese più ricco del continente. Questo perché una lunga e approfondita colonizzazione, se pure realizzata per fini di profitto, insegna uno schema di vita associata. Viceversa, l’indipendenza regalata ad una popolazione sottosviluppata può peggiorarne la situazione. Come ha detto qualcuno, “la disgrazia di essere stati colonizzati è inferiore soltanto alla disgrazia di non esserlo stati”.
Ecco perché Haiti è un modello, se pure negativo. È bello che sia stata abolita la schiavitù ed è bello che Port-au-Prince sia diventata indipendente: ma se quei poveri schiavi analfabeti non avevano idea dei diritti e dei doveri dei cittadini, di che cosa fosse uno Stato e di come si produce ricchezza, non era fatale che fossero preda di demagoghi e tiranni?
È normale desiderare libertà democratiche e prosperità, ma non basta avere un’automobile, per andare veloci: bisogna saperla guidare. Prima di accusare sempre e soltanto gli altri, bisogna ricordare che, come diceva Catone, faber est suae quisque fortunae, ognuno è l’artefice della sua sorte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2010

POLITICA
22 settembre 2009
NIETZSCHE, QUARANT'ANNI DOPO
“Hai letto qualcosa di Nietzsche?”, mi chiese Marcel.  
Marcel era il lettore francese. Un giovane allampanato, dallo sguardo fisso e quasi vitreo, forse perché fra i primi portava lenti a contatto. A detta di mia moglie era un omosessuale ma io queste diagnosi non ho mai saputo farle: quello che m’interessava era la sua vivacità intellettuale e il suo umorismo a volte dissacrante.
“No. Ma mi hanno detto che forse era un po’ pazzo e un po’ nazista. Francamente…”
“Francamente non ne sai nulla. Ti presto un libro”, concluse lui.
Il risultato fu clamoroso. Scoprii innanzi tutto che, a proposito di Nietzsche, avevo detto delle sciocchezze correnti ma clamorose. Non solo Friedrich (prima d’impazzire) non era affatto pazzo ma il suo eventuale collegamento col nazismo era del tutto abusivo. Caso mai, da attribuire alle manipolazioni della sorella, dopo la sua morte intellettuale. Per non dire che tra la rozzezza di un Hitler e i culmini di genio di Nietzsche c’era la stessa distanza che corre tra la Terra e Alpha Centauri.
Quella lettura ebbe effetti permanenti, su di me.
Nella mia vita ci sono due libri che hanno provocato una svolta. Il primo fu la riduzione in cinque tomi della Summa Theologica di San Tommaso, effettuata da un tale padre Fanfani S.J., che a sedici anni mi suscitò tante di quelle perplessità logiche (cui i teologi interpellati non seppero rispondere) da farmi perdere la fede. Il secondo fu questo Gai Savoir, in cui venni a contatto con una mentalità che cambiò la mia.
Dopo tanti anni i miei ricordi possono essere sfocati e chiedo dunque scusa per le eventuali imprecisioni, ma Nietzsche mi rivelò un verità fondamentale: che non basta che qualcosa sia creduto vero dall’intera umanità perché sia effettivamente vero. Fino a quel momento, umilmente, pensavo con Protagora che l’uomo è la misura di tutte le cose: è l’umanità intera che stabilisce che cosa è bene e che cosa è male, che cosa è logico e che cosa è illogico. Se dunque qualcosa di ciò che era universalmente accettato mi pareva sbagliato, la prima conclusione che dovevo trarne era che avessi torto io. Il filosofo invece mi fece notare che l’umanità intera può pensare qualcosa non perché vero, ma perché va nell’interesse della specie. Una verità strumentale, non riconosciuta in quanto dimostrata ma in quanto favorisce la sopravvivenza dell’umanità. E questo dà conto di gran parte, se non di tutta, la morale.
Per quanto riguarda la logica, ricordo ancora la sua critica al principio di identità, sia con riguardo alla sua origine sia con riguardo alla sua validità. Provo a ricordarla.
L’uomo primitivo che vide un suo amico sbranato da un orso, la volta seguente in cui incontrò una di quelle bestie scappò a gambe levate. Aveva stabilito il principio secondo cui quella bestia, chiamata orso, o qualunque altra bestia che gli fosse apparsa un orso, era pericolosa, mentre in realtà aveva effettuato un salto logico dalla somiglianza all’identità e dalla colpa di uno alla convinzione che tutti gli orsi sono assassini. Questo, diceva Nietzsche, è stato molto utile all’umanità: gli uomini hanno imparato ad evitare i pericoli senza perdere il tempo per esaminarli molto accuratamente, magari perdendo l’occasione di salvarsi. Ma dal punto di vista logico la frase “un orso è un orso” è valida solo linguisticamente. Nella realtà, per dire che quello che stiamo vedendo è un orso dovremmo avere una competenza che spesso non abbiamo. E poi la verità è che nessun orso è uguale ad un altro orso. Magari ce n’è uno mansueto: ma chi si sente di correre il rischio?
Questi pochi esempi servono a mostrare come, andando avanti nella lettura di quel libro, io avessi la sensazione di veder lavato dalle incrostazioni e rimesso a nuovo il mio cervello. Inoltre fui spinto ad osare l’inosabile, intellettualmente, a causa della fulminante sfida nietzschiana: “Fin dove osi pensare?”
Poi, certo, scoprii anche un Nietzsche molto discutibile, quasi delirante (“Ecce Homo”), un Nietzsche vagamente poetico e profetico (“Così parlò Zarathustra”) ed altro ancora, ma a me non importava: quello che avevo ricavato da Die Fröliche Wissenschaft, in francese Le Gai Savoir, in italiano La Gaia Scienza, era un patrimonio immenso, cui mi sono abbeverato per il resto della vita: la libertà di pensiero. E infatti lo stesso Nietzsche ha scritto questo formidabile invito: “Se vuoi seguirmi, séguiti”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 settembre 2009

CULTURA
13 maggio 2009
DUE POPOLI, DUE STATI
DUE POPOLI, DUE STATI
Il viaggio del Papa in Terrasanta ha riportato sotto i riflettori il problema palestinese. Uno dei luoghi comuni, al riguardo, è che la soluzione sia quella di “due popoli e due Stati”. Anche se – si aggiunge – ci sono parecchi ostacoli: i coloni nei Territori Occupati, il problema dei rifugiati e, soprattutto, il rifiuto degli estremisti palestinesi. Infatti Hamas e gli estremisti islamici non vogliono una parte della regione, la vogliono tutta. Sono pazzi? Forse meno di quanto si pensi.
Lo sarebbero certamente se sognassero, con le loro sole forze, di riuscire militarmente dove non sono riusciti tutti gli Stati arabi coalizzati. Ma forse è ragionevole che rifiutino un’offerta che non viene loro fatta. E facciano finta di chiedere di più.
La tesi sembra ardita ma non è detto che sia infondata.
Uno Stato è tale quando è sovrano, cioè quando ha l’indipendenza legislativa, amministrativa e soprattutto militare. Ebbene: un tale Stato non può essere tollerato da Israele. Gerusalemme può accordare al vicino una totale autonomia ma non potrà mai permettere la vera indipendenza militare, perché di questa indipendenza il nuovo Stato, secondo i suoi attuali programmi, si servirebbe per attaccarlo. Pure se molto debole, la Palestina potrebbe permettere ai suoi alleati – Siria, Egitto, Giordania e corpi di spedizione anche iraniani - di entrare nel proprio territorio per attaccare Israele dalle attuali frontiere. E perché mai Israele dovrebbe mettere a rischio la propria sopravvivenza, perché mai dovrebbe rinunciare al “cuscinetto” costituito dai Territori Occupati?
Nel 1948 i palestinesi si videro offrire uno Stato sovrano e lo rifiutarono. Dissero che non potevano contentarsi di più di metà della Palestina e tentarono – già allora – di “buttare a mare gli ebrei”. Persero e invece di piegarsi al responso delle armi, continuarono a rilanciare per decenni con altre guerre, tutte perse, fino a scrivere nello Statuto di Hamas il programma dell’eliminazione degli ebrei. L’eventuale nuovo Stato dunque sarebbe aggressivo, mentre se oggi Israele può dormire sonni tranquilli è perché i palestinesi sono fermati da una recinzione e perché, da quei Territori, non può venire un esercito dotato di armi pesanti.
In passato i palestinesi non hanno voluto l’indipendenza, oggi non possono più averla. Non hanno soltanto perduto tutte le guerre, hanno perduto anche la pace. Se oggi dicono orgogliosamente che non sono disposti a nessun compromesso, possono farlo gratis: infatti la Palestina, malgrado la sua bandiera e un’incessante retorica di guerra ed odio, è solo un Territorio Occupato. E tale timarrà a tempo indeterminato. Israele infatti non può permettere che si costituisca a pochi metri dalle sue case una minaccia per la propria sopravvivenza. Se i palestinesi, sessant’anni fa, avessero avuto un minimo di buon senso e di tolleranza, il problema non si sarebbe neppure posto: ma è andata com’è andata.
Nelle guerre normali, il vincitore lascia al vinto una limitata autonomia e questo avviene per un tempo relativamente breve. Dopo la Prima Guerra Mondiale le potenze alleate imposero il disarmo alla Germania; quelle della Seconda Guerra Mondiale tennero loro basi militari sul suolo tedesco per decenni e anche l’Italia ebbe le sue limitazioni: per esempio non è un caso se non possediamo portaerei. Ma il tempo e i buoni rapporti smussano gli angoli. Le ostilità si dimenticano e anche i vinti recuperano la loro indipendenza. Trenta o quarant’anni dopo la fine della Guerra, i rapporti fra inglesi e americani da un lato, e italiani e tedeschi dall’altro, erano tutt’altro che nel segno della guerra. Al contrario, trent’anni dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 di pace non si parlava neanche lontanamente. Dal 1978 sono passati altri trent’anni e Hamas sogna di buttare a mare gli israeliani. E allora non c’è speranza: il problema è insolubile.
L’unica via d’uscita sarebbe un atteggiamento pacifico che, alla lunga, rassicurasse Israele. Ma a questo punto non si deve sconfinare nella fantapolitica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
13 maggio 2009


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