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POLITICA
5 novembre 2014
L'IMMORALITA' DELL'IMPRENDITORE CHE DELOCALIZZA
Georg Jellinek è spesso ricordato per la sua teoria del diritto inteso come "minimo etico". Per esempio, i figli hanno il dovere di amare i genitori, ma se non li amano non c'è molto che si possa fare. Viceversa, se i genitori stanno morendo di fame e i figli non si curano di nutrirli, non soltanto dal punto di vista etico la cosa è orribile, ma la legge può imporre il versamento degli "alimenti". Il massimo dell'etica (per esempio amare il prossimo) non può far parte delle prescrizioni giuridiche, il minimo dell'etica - per esempio non uccidere, non rubare e pagare i debiti - può essere sanzionato. 
Questa teoria ha purtroppo una base sociologica. Ciò che farà parte del minimo etico in una data società può non farne parte in un'altra. E tuttavia - salvo credere ad un diritto naturale i cui contenuti sono comunque troppo esigui per costituire un ordinamento giuridico - questo è un difetto ineliminabile. Un secondo limite è che, se si pone la base del diritto nella morale, se pure "minima", per ciò stesso si giunge ad imporre a tutti una concezione morale che non è di tutti. Non dimentichiamo che certe società islamiche considerano un delitto l'omosessualità. Purtroppo le persone che hanno una forte spinta etica, per giunta conforme alle idee della maggioranza, hanno spesso la decisa volontà d'imporre a tutti la loro morale. Reputano addirittura, dal momento che quella regola per loro è incontestabilmente giusta, di far così il bene delle persone che opprimono.  E anche questo è un difetto ineliminabile.
Quale che siano la natura e l'origine del diritto, rimane fermo che esso incontra un limite invalicabile nella sua concreta attuabilità. Non si può imporre che il cittadino pensi o non pensi certe cose. Si può imporre che non ne parli. Si può persino imporre che affermi cose che non crede, come avveniva sotto Stalin: ma che effettivamente pensi o non pensi certe cose non può imporlo nessuno. Queste banali considerazioni hanno delle conseguenze interessanti.
Quando un'impresa chiude o si trasferisce all'estero, è frequente sentir condannare moralmente gli imprenditori. Essi dovrebbero sentire il dovere di mantenere il lavoro in Italia; di pagare le tasse nel Paese che gli ha dato i natali; di non far perdere il salario a dipendenti che, dal momento della chiusura, non sapranno come nutrire la propria famiglia. Tutti abbiamo sentito mille volte questi discorsi. Ma è necessario porsi questa semplice domanda: il rimprovero nasce da considerazioni riguardanti il minimo etico, e conseguentemente il diritto?
Se non fa parte del minimo etico, il rimprovero diviene letteratura. Sarebbe come rimproverare ad un intellettuale la vita sedentaria: un intervento del diritto sarebbe assurdo. Se invece il comportamento dell'imprenditore che delocalizza viola il minimo etico, il problema diviene: è possibile sanzionarlo? Che cosa può fare il diritto, che cosa può fare lo Stato contro l'imprenditore che chiude, l'imprenditore che trasferisce l'impresa, quello che fallisce o, per completare il quadro, il capitalista che non investe il proprio denaro nell'impresa e l'imprenditore che non la fonda?
Purtroppo la realtà dice che in tutti questi casi lo Stato è impotente. Non può minacciare nulla a chi fallisce ed ha già subito il massimo danno. Potrebbe sequestrare tutte le attrezzature ma ciò corrisponderebbe a trattare più severamente l'imprenditore che ha provato ad operare rispetto a quello che, terrorizzato da tali possibili norme, se italiano fugge via, se straniero gira alla larga. Né lo Stato può sostituirsi all'imprenditore per poi amministrare l'impresa, perché se il padrone chiude, si può star certi che lo Stato non saprebbe far di meglio. Potrebbe soltanto perderci il denaro dei contribuenti (avendolo) pur di tenere attiva l'impresa.
La conclusione è che il rimprovero - così corrente nei talk show - riguardante l'imprenditore che chiude per qualsivoglia ragione non è giuridico, perché la legge che dovrebbe impedire questo "male" non è applicabile. Inoltre non fa neppure parte del minimo etico. Infatti attivarsi volontariamente in favore della collettività (il caso teorico di operai o di imprenditori che lavorano senza guadagnare) fa parte del livello più alto dell'etica. Tanto che, a chi formula quei rimproveri, si potrebbe chiedere se egli si senta di lanciare la prima pietra e se possa ragionevolmente affermare di avere sempre agito secondo i dettami dell'etica più raffinata e del massimo altruismo.
Quel massimo altruismo in base al quale un imprenditore dovrebbe continuare ad operare in perdita.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
4 novembre 2014


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POLITICA
6 settembre 2014
IL REGALO INUTILE DELLA BCE
I giornali ci informano che Mario Draghi, capo della Banca Centrale Europea, ha portato i tassi d'interesse allo 0,05%: dunque "il costo del denaro" (per le banche) è quasi inesistente. Inoltre la Bce si prepara a rilevare dei "pacchetti" in cui le singole banche avranno raccolto i crediti per il denaro concesso alle imprese e alle famiglie. Tutto bellissimo. Ma a chi non è un economista professionale rimane la libertà di fare i conti con le dita.
Il denaro è una gran cosa, meglio averlo che non averlo. Senza di esso non si fa quasi niente. E tuttavia è necessaria una distinzione. Se si va al ristorante, e si paga il conto, è un po' come se uno quel denaro lo "mangiasse" e dunque è un bene di consumo. Se invece si comprano le uova dal produttore e si vanno a vendere al mercato, il denaro non serve ad essere "consumato" ma ad attuare un'operazione lucrativa: in questo caso si chiama "capitale". Il denaro speso per consumi è essenziale perché diversamente nessuna impresa produce e fa profitti, il denaro capitale invece serve soltanto se si intende intraprendere. Ed proprio questo che rende dubbiosi rispetto ai provvedimenti della Banca Centrale.
Innanzi tutto c'è il dubbio che le banche ritirino denaro non per prestarlo alle imprese o alle famiglie ma per comprare esse stesse titoli di Stato. Con un rendimento del 3% (tutte le cifre hanno soltanto valore d'esempio), sottratto lo 0,05% da pagare alla Bce, si ha un ricavato del 2,95% per la semplice fatica di girarsi i pollici. 
Ma fingiamo di essere ingenui. Facciamo che il tasso d'interesse della Bce sia zero e che le banche se ne servano per concedere mutui a tassi bassissimi, dato che già un 4% sarebbe per loro un 4% netto. Mentre se il tasso della Bce fosse del 5%, per ottenere lo stesso 4% le banche dovrebbero praticare un tasso del 9%. Dunque, abbassando il tasso d'interesse della Bce, il denaro dovrebbe costare meno, a imprese e famiglie. In realtà i prestiti saranno concessi soltanto a coloro che dànno garanzie di rimborso, e Dio sa quanto siano divenute prudenti le banche. Che pratichino un interesse del 4, del 9 o del 20%, se il mutuo non è rimborsato è una catastrofe del 100% più le spese. 
Ed inoltre, se le banche, incoraggiate dalla Bce, divenissero generose e i prestiti inclusi nei "pacchetti" poi non fossero rimborsati, chi si accollerebbe la perdita? Qua si amerebbe saperne di più.
Ma c'è una perplessità ben più importante. Chi crea un'impresa mira al profitto. Ammettiamo che questo profitto sia del 10%, che per lanciare l'impresa sia necessario un capitale e che questo capitale lo si possa ottenere al 6%: l'imprenditore fonderà l'impresa se il 4% di profitto gli è sufficiente. Ovviamente, se ottenesse il denaro al 16%, l'imprenditore aprirebbe lo stesso l'impresa, se il profitto sperato fosse al 20%. Ciò significa che il costo del denaro, da solo, significa poco: è un parametro che va collegato ai ricavi. Se il costo del denaro fosse zero, ma anche il profitto sperato fosse zero, l'imprenditore non fonderebbe l'impresa; perché poi il capitale dovrebbe restituirlo senza averci guadagnato niente. Invece l'impresa non soltanto deve guadagnare, ma guadagnare abbastanza per rimediare anche a qualche imprevisto negativo.
Un basso costo del denaro rivitalizza le imprese marginali. Quelle che prima rischiavano di chiudere e ora, con quel piccolo guadagno in più, possono sperare di sopravvivere. Ma l'economia di un Paese non si regge sulle imprese marginali. Se la sensazione è che, chiunque apra una merceria in provincia di Matera, finirà con l'essere sommerso di spese e tasse, nessuno si muoverà. È quello che avviene in Italia. Il problema non è finanziario, è produttivo. Un'impresa non vive del suo capitale, vive dei suoi profitti. E se non li ha, o non apre o chiude o va all'estero. Se non c'è la prospettiva del guadagno, le sirene delle banche con le banconote in mano non incantano nessuno. 
Non si è capito e non si vuole capire che l'Italia si salverà quando sarà lecito fare profitti e al limite arricchirsi. Se l'impresa è considerata dal fisco il pozzo di San Patrizio, si provocherà una crisi senza soluzione. La pecora bisogna tosarla, non ucciderla. L'Italia invece ha la bava alla bocca contro i capitalisti affamatori del popolo e il risultato è quello che vediamo. Matteo Renzi, con i suoi ottanta euro, ha parlato spudoratamente di "operazione di ridistribuzione della ricchezza". Ora prepariamoci a ridistribuire la miseria.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 settembre 2014

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