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3 aprile 2011
LA SOLUZIONE PER GLI IMMIGRATI
Gli spettatori decretano il successo di un film quando si immedesimano con il protagonista e trionfano con lui. Come il cinema, la politica si nutre di consenso e in essa trionfa la demagogia: l’elettore deve essere convinto che il suo partito sia quello dei “buoni”, mentre gli avversari sono tutti cattivi. Per questo, qualunque opposizione dichiara pessimo qualunque provvedimento di qualunque maggioranza. Se non può dirne male, griderà che si poteva fare di meglio. Gli altri devono in ogni modo rimanere “i cattivi”.
Il fenomeno tocca il suo culmine quando un problema è insolubile: non nel senso che ci si proponga l’impossibile – dare uno stipendio a tutti senza che nessuno lavori – ma nel senso che qualunque soluzione si presta a critiche severissime. L’esempio l’abbiamo sotto gli occhi.
Non si possono respingere i barconi di immigranti a cannonate: lo vieta la legge del mare e il codice penale. Anzi è obbligatorio soccorrerli.
Non si possono mettere in galera tutti gli immigranti clandestini in quanto tali (come avviene in altri Paesi) perché l’opinione pubblica è contraria a questo provvedimento.
Non si possono respingere gli immigranti al Paese di partenza perché molti di loro sono privi di documenti e dunque non si saprebbe a quale Paese rinviarli.
Non si possono respingere tutti gli immigranti perché alcuni potrebbero avere il diritto di richiedere asilo politico.
Alcuni nostri concittadini, particolarmente buoni, considerano che l’asilo politico andrebbe concesso anche a chi vuole venire a vivere in Italia per ragioni economiche.
Mentre però in teoria si dice questo, in pratica nessuno vuole gli immigranti in casa propria e tutti invitano il governo a “metterli altrove”. Ora, a parte che questo “altrove” non esiste – l’Italia ha trecentomila chilometri quadrati di territorio e non più – dal momento che i clandestini non possono essere arrestati o detenuti in quanto tali, è perfino una lite sterile: il governo li mette a Mineo o a Manduria e il giorno dopo sono a Milano o a Ventimiglia. E la gente si lamenta, a Mineo e Manduria come a Ventimiglia.
Inoltre non avendo, almeno nel primo periodo, né un lavoro né risorse, i clandestini sono effettivamente pericolosi perché, pur di sostentarsi, possono essere indotti a delinquere.
È vero che essi sono utili perché sono disposti a fare  molti lavori che ormai gli italiani rifiutano ma si crea il problema, anche morale, del lavoro nero. Molti infatti non si fanno scrupolo di sfruttare questi poveracci. Anche se è vero che, dovendo pagarli a prezzo pieno, probabilmente chiuderebbero bottega. Una guerra fra poveri che s’è vista in Calabria.
Purtroppo gli immigranti musulmani, anche dopo che si sono integrati dal punto di vista economico, e anche quando hanno fatto venire il resto della loro famiglia, rimangono dei “diversi”. Non solo la religione si rivela un ostacolo insormontabile (anche alla seconda o alla terza generazione) ma di fatto essi covano un inestinguibile rancore nei confronti del Paese che li ospita: si è visto nelle banlieue francesi e si è visto nel Regno Unito.
Si potrebbe continuare ma già a questo punto si vede che sono risolutamente a favore dell’accoglienza tutti quelli che non hanno a che fare con gli immigranti (e sono molti), e sono risolutamente contrari tutti quelli che devono occuparsi in concreto dei problemi che questa immigrazione crea (e sono molti anche loro).
In questo film mancano i buoni, perché, se si tenta di risolvere il problema dal punto di vista giuridico, la soluzione non piace dal punto di vista morale; se si tenta di risolvere il problema dal punto di vista morale, la soluzione non piace dal punto di vista economico; se si tenta di risolvere il problema dal punto di vista economico… La coperta è troppo corta e il lato che rimane scoperto dichiara tutti gli altri sciocchi e malvagi.
Seguendo i migliori principi giuridici, economici e soprattutto morali, tutti propongono soluzioni che danneggiano gli altri: non loro, e neppure quelli che loro proteggono.
In queste condizioni, il gioco dell’opposizione è fin troppo facile. Uno potrebbe sognare di sfidarla: dicano i suoi dirigenti che cosa fare. Purtroppo sappiamo la risposta: “fornire ad ogni immigrante una casa arredata gratuita e un impiego da duemila euro al mese”. Con quali soldi? Per questa domanda l’opposizione ha molte risposte: “Basta ricuperare l’evasione fiscale”; “Basta far pagare le tasse ai ricchi”; o perfino: “Berlusconi è ricco, che paghi lui”.
Nessun happy end. Questo è un film in cui il protagonista non può vincere.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 aprile 2011

POLITICA
11 gennaio 2010
ROSARNO, ALABAMA

Per i fatti avvenuti a Rosarno è interessante chiedersi se non vi sia una spiegazione che va oltre il singolo incidente che li ha scatenati. Tutto infatti potrebbe dipendere da diversità e generalizzazione.
Finché un gruppo è omogeneo, un singolo che reputa di avere subito delle malefatte da un altro singolo le pone a suo carico: “Mi doveva pagare e non mi ha pagato, questo delinquente”. Quando invece c’è un gruppo che si distingue dalla generalità (diversità), si ha tendenza ad attribuire al gruppo da cui proviene l’avversario tutta o parte della responsabilità (generalizzazione). “Non mi ha pagato, si vede che è un delinquente come tutti i romeni”. “Non mi ha pagato, ora capisco perché tutti odiano gli ebrei”. “Non mi ha pagato, è un imbroglione e un bugiardo come tutti i maghrebini”. Queste animosità provocano un contraccolpo: il gruppo che si sente discriminato si costituisce in clan per meglio difendersi o perfino per attaccare. È la storia di Little Italy a New York e del gangsterismo italiano a Chicago.
Le frizioni causate dalla convivenza fra gruppi etnologicamente diversi sono tuttavia più o meno grandi secondo le proporzioni del gruppo minore. Se la percentuale è insignificante, da un lato i meno cercano di conformarsi ai più, e i più, avendo pochi contatti con i meno, non hanno pregiudizi universalmente condivisi; se invece i due gruppi sono numericamente vicini, anche ad essere di pari livello di civiltà, ed anche ad avere una lunga storia comune, si creano notevoli problemi: il migliore esempio è il Belgio. La Svizzera sfugge a questo destino perché le comunità sono spesso separate da alte montagne.
Qualcuno ha detto che la percentuale critica per l’insorgere di problemi “razziali” è l’8%. Probabilmente a Rosarno, durante il periodo dei lavori stagionali, si è andati oltre questa percentuale. E il risultato si è visto.
La diversità può venir meno con l’assimilazione. Delle decine di migliaia di emigranti italiani e spagnoli in Francia, oggi – salvo che nei cognomi – non si trova traccia: perché essi, a partire dalla seconda generazione, si integrano perfettamente. Non hanno nessuna difficoltà per il colore della pelle, per la lingua (trattandosi di idiomi neolatini), per la religione, e si perdono nel gruppo maggioritario. Se viceversa ci sono resistenze fortissime dovute per esempio alla diversa religione, l’assimilazione può richiedere secoli o non avvenire mai. Gli esempi sono purtroppo notissimi.
Naturalmente una differenza ineliminabile è quella della pelle. Già un maghrebino sarà guardato con sospetto (è un uomo di colore o per caso è un siciliano di colorito scuro?), ma per un nero veramente nero non ci sono dubbi: si tratta di una diversità che non verrà mai meno. E quando ci sono gruppi numerosi irrimediabilmente distinti, l’uno dominante, l’altro sottoposto perché svantaggiato come lingua, come cultura, come condizioni economiche, si apre una voragine. Tra “loro” e “noi” si crea una separazione tanto netta da somigliare al razzismo più cupo. Sarà un meccanismo inumano, ma è purtroppo un meccanismo costante.
Dopo che gli italiani hanno condannato severissimamente (e con ragione) il razzismo degli Stati dell’Unione, ecco che gli stessi fenomeni, inclusa la caccia al negro, li abbiamo avuti a Rosarno, Alabama.
Questa esperienza ci dovrebbe insegnare a non sentirci tanto migliori degli altri, a non giudicarli troppo severamente. Non sappiamo se, posti nelle loro condizioni, non ci comporteremmo come loro e peggio di loro. In secondo luogo, per ragioni di pura prudenza, dovremmo evitare se possibile la formazione di un gruppo allogeno e soprattutto di un gruppo diverso e non assimilabile. La Francia ha sbagliato, ad aprire largamente le porte ai maghrebini: e ha avuto occasione di pentirsene. Ecco perché noi faremmo male ad aprire le porte a immigranti di colore. Costoro non sono più cattivi degli altri e probabilmente – opinione personale – sono migliori dei maghrebini: ma ogni volta che si supera una certa soglia percentuale, anche localmente, si creano tensioni. È avvenuto a Milano con i cinesi, e dire che essi non hanno la fama di violenti o di fanatici religiosi.
Tutto questo non è politicamente corretto, ma sarebbe bello se, invece di condannare la rappresentazione della realtà, la si riconoscesse. E se ne tenesse conto anche nell’interesse dei gruppi allogeni minoritari: questi infatti, se sono inseriti nell’ambiente sbagliato, rischiano una vita d’inferno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 gennaio 2010

POLITICA
21 settembre 2009
MOLLICHINA
L’Onu all’Italia: stop ai “respingimenti”. In Libia condizioni di concessione di asilo politico e di detenzione inaccettabili. Ma la Libia non presiedeva la Commissione Onu per i diritti umani? La Commissione Onu. Onu!

G.P

POLITICA
23 agosto 2009
BOSSI SCHIAFFEGGIA LA CHIESA

Quando si tratta di Bossi – e a più forte ragione quando si parla di Di Pietro – è facile essere imbarazzati. Quand’anche avessero ragione su un dato argomento, la rozzezza dei due politici provoca immancabilmente conati di fuga: e tuttavia bisogna resistere. Il vecchio detto che insegna: Amicus Plato, magis amica veritas (Platone è un amico, ma amo di più la verità), deve funzionare quand’anche si trattasse di un Plato Inimicus.
L’ultima polemica di cui sono pieni i giornali – anche perché non c’è molto altro di cui parlare – è la reazione del Senatùr alle critiche dei prelati riguardanti la tragedia degli emigranti nel Mediterraneo. I fatti sono noti. Pur parlando in generale, la Chiesa ha accusato ripetutamente – fino a paragoni assurdi con la Shoah – tutti i governi occidentali e intanto il più vicino: quello di Roma. Ha parlato di “offesa all’umanità”, di “rispettare sempre i diritti (quali?) dei migranti, senza chiudersi all'egoismo», di “un senso di egoismo per cui non si vuole condividere con lo straniero ciò che si ha” (Monsignor Vegliò). Infine il vescovo di Mazara del Vallo è arrivato a dire che: «Le sparate a salve di Bossi sono solo per i suoi seguaci e non per chi come noi vuole risolvere la situazione”. Le sparate? E se Bossi avesse parlato delle sparate di certi vescovi? Invece si è limitato a dire - nientemeno, stavolta il Senatùr è stato più moderato di un prelato - «Quelle dei vescovi sono parole con poco senso».
Tornando sul terreno della realtà, la Chiesa dimentica che: 1) lo Stato italiano è quello che è subito intervenuto, salvando i sopravvissuti, non appena ha avuto notizia del problema; 2) lo Stato italiano, anche mediante gli accordi con la Libia, cerca di impedire che dei disperati si mettano in pericolo su imbarcazioni di fortuna per affrontare l’alto mare; 3) infine che è troppo facile dare ai governi occidentali la colpa dei mali del mondo: questa è solo la versione moderna e teologica dell’antico “piove, governo ladro!” Un atteggiamento sostanzialmente volgare quanto quello di Bossi quando – a proposito di egoismo ed altruismo - risponde per le rime con queste parole: «Che le porte le apra il Vaticano che ha il reato di immigrazione; che dia lui il buon esempio”.
A questo punto i giornali  - soprattutto i giornali di una sinistra che ha completamente perduto il contatto con il popolo – annunciano che “Bossi attacca il Vaticano”, “Bossi attacca la Chiesa”, e chiudono gli occhi sul fatto che – per una volta! – l’Italia ha reagito in condizioni di legittima difesa. Il governo è l’aggredito, non l’aggressore.
Nel film “La Calda notte dell’ispettore Tibbs” c’è una scena indimenticabile. Il poliziotto nero, calato dal nord nel sud ancora razzista, dice ad un maggiorente qualcosa cui quello reagisce dandogli uno schiaffo: solo che Tibbs, il nero, lo schiaffo glielo restituisce a strettissimo giro di posta. Il bianco è peggio che offeso o indignato: è sbalordito, al di là di ogni concepibile reazione. Per lui un bianco poteva schiaffeggiare un nero, ma il fenomeno reciproco non l’aveva mai preso in considerazione. Nello stesso modo se la Chiesa non vuole essere criticata, anche pesantemente e anche volgarmente, non critichi e non attacchi gli altri, anche pesantemente e anche volgarmente. Se no, rischia lo schiaffo del poliziotto nero. O pretende il diritto di criticare gli altri mentre gli nega il diritto di rispondere? Se è così, è chiaro che da questa parte delle Alpi non è ancora arrivata la lezione di Lutero.
Bossi reagisce rozzamente ma non ingiustificatamente. Se il Vaticano, molto piccolo, non può far molto, per gli emigranti, perché critica Malta, che è molto piccola? E se invece, prima di accusare gli altri di inumanità, facesse ospitare due emigranti in ogni parrocchia italiana, quanti ne soccorrerebbe?
Rimane l’ipotesi – orrenda, secondo i giornali – che i cinque sopravvissuti siano incriminati per immigrazione clandestina. Al riguardo chi si indigna dimostra la propria ignoranza di diritto. Se un padre di famiglia provoca un incidente stradale in cui muore suo figlio, forse che non ne soffrirà? E forse che la magistratura, solo per questo, si asterrà dal condannarlo per omicidio colposo? L’avere sofferto non è una discriminante. Purtroppo, si direbbe che il diritto e il buon senso non pesano nulla, in certi giornali. E a volte, nemmeno nelle chiese.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 agosto 2009

CULTURA
10 maggio 2009
IL RESPINGIMENTO
IL RESPINGIMENTO
Il governo, dando esecuzione agli accordi con la Libia, ha messo in atto i “respingimenti” previsti da norme internazionali ed utilizzati - a detta di Piero Fassino - anche dal governo Prodi sulla frontiera est. Tuttavia ha ottenuto tutta una serie di reazioni negative, sul piano morale e sul piano giuridico. Hanno protestato l’opposizione, l’Onu, la Chiesa e soprattutto i giornali di sinistra. Ma il governo ha riscosso, se pure a bassa voce, il plauso della stragrande maggioranza degli italiani e si pone il problema di un giudizio equilibrato.
Prima di proseguire bisogna sgombrare il campo da un equivoco. È stato detto (falsamente) che il provvedimento delle autorità italiane va contro la Costituzione (oltre che contro gli impegni internazionali, l’umanità e perfino il regolamento del Rotary) perché non permette di distinguere gli immigrati clandestini dai richiedenti asilo politico. In realtà la Costituzione (art.10) stabilisce che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. E questo significa in primo luogo che l’Italia può stabilire le condizioni per l’esercizio di questo diritto – per esempio la non clandestinità – e in secondo luogo che lo straniero deve essere in Italia: se il respingimento ha luogo dalle acque internazionali verso il porto di provenienza, l’Italia non c’entra per niente, né con l’immigrazione né con l’asilo politico.
Ecco perché il pianto greco sulle condizioni degli emigranti respinti in Libia è sorprendente: l’Italia può forse farsi carico di come la Libia, un paese sovrano, tratta i somali, gli ivoriani, i senegalesi che sono sul suo territorio? E allora perché non dovremmo occuparci di come il Sudan tratta i suoi stessi cittadini del Darfur, di come la Cina tratta i tibetani, o le varie tribù africane trattano i prigionieri fatti in occasione di scontri con altre tribù? Se ne fossimo capaci saremmo più efficaci, da soli, dell’intera Onu.
Ma la ragione del contrasto fra le reazioni degli italiani di buon senso e quelle delle anime belle è semplice: coloro che sono per l’accoglienza, la tolleranza, l’indulgenza, di solito non hanno nessun problema con gli immigrati. Il loro mondo - le case in cui vivono, i quartieri che frequentano, gli ambienti in cui si muovono – non incrocia mai il mondo degli immigrati. Se invece avessero come vicini di casa dei maghrebini rumorosi, se le prostitute invadessero i marciapiedi sotto casa loro, se fossero stati borseggiati da ragazzini rom, o – Dio guardi! – una ragazza di loro conoscenza fosse stata stuprata da clandestini, dall’oggi al domani  diverrebbero più intolleranti di quelli che prima avevano sprezzantemente definito razzisti.
Negli anni della grande migrazione interna italiana, a Torino un calabrese o un siciliano erano considerati dei selvaggi. La commessa di Alessandria che si fosse fidanzata con un ingegnere di Siracusa avrebbe dato un dispiacere al parentado. Fu il periodo in cui una casa era in locazione, “meridionali esclusi”. È vero però che il nord di quei lavoratori aveva bisogno ed è vero che, dopo qualche decennio, quei meridionali – o i loro figli – si sono perfettamente integrati. I problemi sono dunque due: l’Italia ha bisogno di questi immigrati? E questi immigrati, col tempo, si integreranno?
Alla prima domanda molti rispondono sì, ma questa risposta non è affatto in contrasto con un’immigrazione programmata e regolata. Se si ha bisogno di un panettiere, basterebbe assumere un panettiere sudanese che si è iscritto come tale al consolato italiano. Arriverebbe in aereo, non correrebbe il rischio di morire nel Mediterraneo e avrebbe un lavoro regolare.
Alla seconda domanda, si deve rispondere sì o no secondo la provenienza. Gli immigranti polacchi o rumeni alla seconda generazione saranno italiani, mentre gli immigranti musulmani non si integreranno mai. Lo dimostra l’esperienza francese e, più recentemente, l’esperienza inglese: chi non ne ha notizia si informi. Dunque è proprio questo flusso che bisognerebbe bloccare, non per disprezzo o per odio: è semplicemente che non bisogna importare persone che neppure decenni dopo si sentiranno a proprio agio da noi o ci permetteranno di essere a nostro agio con loro. In questo quadro, a lungo termine il blocco dell’immigrazione da sud è perfettamente giustificato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
10 maggio 2009

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