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SOCIETA'
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni.  
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”.  
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni. 
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”. 
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

CULTURA
1 gennaio 2009
GAZA NON È IL PROBLEMA

GAZA NON È IL PROBLEMA

Oggi i media si occupano di Gaza ma esiste un problema ancora più grande: il Libano meridionale. È una bomba che potrebbe esplodere da un giorno all’altro, provocando molti più danni. Mentre a Gaza c’è un’enorme quantità di palestinesi pronti a compiere atti di terrorismo ma incapaci di agire - sia perché mancano di armi pesanti e non possono riceverne, sia perché non possono uscire dalla Striscia  - nel Libano meridionale ci sono meno fanatici ma in compenso essi sono liberamente armati dalla Siria e dall’Iran. Il governo di Beirut non osa toccarli. Da Gaza si possono temere attacchi terroristici, dal Libano una guerra.

Qui si vede quanto vana sia stata l’iniziativa italiana di creare un corpo di osservatori da inviare in quel paese. I nostri soldati, e quelli degli altri paesi che collaborano in questa spedizione, non hanno – o non esercitano – né il potere di controllare efficacemente il territorio né quello di impedire che in esso si predispongano le armi e le strutture per attaccare Israele. In tempo di pace questi soldati fanno una sorta di villeggiatura, in tempo di guerra dovranno scappare via come lepri per evitare di essere massacrati nel fuoco incrociato. Ma questo è secondario: si è sempre saputo che l’intervento era puramente cosmetico.

Se gli Hezbollah si sono fino ad ora astenuti dall’inviare missili in territorio israeliano non è stato perché c’erano soldati europei, ma perché Israele li ha colpiti molto duramente, checché ne dica la propaganda, e perché un secondo attacco uguale al precedente sarebbe suicida. Essi si muoveranno quando l’aggressione sarà meglio organizzata. E infatti proprio in questi giorni l’esercito libanese ha trovato otto razzi ("Katiuscia" e "Grad"), dalla gittata massima di 20 chilometri, nascosti a cinque chilometri dalla frontiera e puntati verso Israele .

L’uso dei missili ha una sua precisa spiegazione. In uno scontro campale, di Hezbollah e dell’intero Libano Israele farebbe un solo boccone. Viceversa, sparando razzi e facendo vittime civili, Hezbollah conseguirebbe un grande successo: come tutti i paesi democratici Gerusalemme è sensibilissima alla sicurezza dei propri cittadini, i quali non perdonerebbero certo a Tsahal di non averli saputi proteggere. E tuttavia, non c’è modo di difendersi da missili che piovono dal cielo e sparati così da vicino da non consentire preavviso. Questi dati fanno già capire quello che potrebbe avvenire.

Il “partito di Dio”, armato dalla Siria e soprattutto dall’Iran, potrebbe scatenare una tempesta di missili sulle città israeliane, con lo scopo di fare quante più vittime civili sia possibile. Israele, non potendo fermare quei razzi, risponderebbe con la stessa moneta. Non potendo colpire gli Hezbollah (chi sono, gli Hezbollah? Dove stanno?), colpirebbe Beirut e le altre grandi città in maniera devastante. Prima le infrastrutture, poi, se le proprie vittime civili fossero veramente numerose, potrebbe a sua volta fare volontariamente migliaia di vittime civili. Farebbe pagare carissimo, ai libanesi, l’errore di aver lasciato mano libera ai terroristi sul proprio territorio. E qui si pone un problema di diritto internazionale: sarebbe giustificata, la risposta di Israele?  Soprattutto tenendo conto che Hezbollah non teme né la morte dei propri uomini né, ovviamente, quella di tutti i cittadini libanesi?

Il governo di un Paese non è quello che si proclama tale (per esempio un “governo in esilio”) ma quello che ha l’effettivo controllo del territorio. Se dei ribelli riescono a dominare uno Stato non sono più “banditi”, “rivoltosi” o “rivoluzionari”: sono il legittimo governo. Ex facto oritur ius, il diritto nasce dal fatto. È questa la rgione per cui la Gran Bretagna, con decenni di anticipo su altri paesi, riconobbe la Cina di Mao Tse Tung: perché Mao aveva il controllo del territorio.

Nel caso del Libano, esiste un “governo” a Beirut ma esso non ha il controllo del territorio. Se l’avesse, non permetterebbe né le intrusioni della Siria né la rischiosissima attività di Hezbollah. Dunque, quanto meno in senso militare, il governo del Paese ce l’ha il “partito di Dio”. E se esso attacca un altro paese, è il Libano stesso che è in guerra con Israele. E questo Stato ha dunque il diritto di rispondere ad eventuali attacchi stragisti con altri attacchi stragisti. Americani ed Inglesi hanno distrutto le città tedesche dopo che i tedeschi avevano attaccato Londra o Conventry col preciso interno di uccidere cittadini britannici. Ormai da decenni a Gerusalemme si dice che “la caccia all’ebreo non è più gratis”. Per giunta, mentre Libano e Siria non hanno la forza di distruggere Israele, Israele può senza sforzo radere al suolo tutte le città più importanti di ambedue i paesi. Senza neanche usare l’atomica.

Non è facile spiegare come mai un “governo” come quello libanese possa essere disposto a correre questi rischi. Forse pensa che ogni giorno di pace in più è un giorno di vita in più. Forse in Medio Oriente la logica e la ragionevolezza sono assenti da decenni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

1 gennaio 2009


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