.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
18 novembre 2014
DUE NOTIZIE CHE MANCANO SUI GIORNALI


Treno puntuale non è notizia, treno che deraglia e fa dei morti sì. È la legge del giornalismo. Tuttavia così si corre il rischio di ignorare fatti importanti, anche se non connotati da un evento clamoroso. Dunque a volte è il caso di occuparsi delle non-notizie, e la prima - importante - riguarda lo Stato Islamico. 

Fino a qualche tempo fa si parlava continuamente della sua inarrestabile avanzata. Naturalmente si parlava soprattutto delle atrocità commesse da quell'improvvisato esercito, ma fondamentale appariva il fatto che, malgrado l'orrore, nessuno potesse resistergli. E infatti, quando l'esercito di al-Baghdadi ha attaccato la cittadina di Kobanê, gli scommettitori non avrebbero rischiato un penny sulla sua resistenza. Ed ecco la non-notizia:  non soltanto Kobanê non è caduta, ma non se ne parla più. E non si parla neanche di avanzate fulminanti e di avanguardie di fanatici avvistate nei dintorni di Baghdad. Non che le notizie manchino del tutto. L'ultima è che il boia ha decapitato un imprudente giovanotto che è andato lì per aiutare i malati e si è anche convertito all'Islàm, ma ha mantenuto la colpa di essere americano. Ma proprio il fatto che si parli di ciò dimostra che non vi sono notizie militari, e ciò dura da parecchio tempo. Sarebbe opportuno che i giornali ci dicessero se per caso si sono distratti, mentre lì sta cambiando la geografia politica, o se la resistenza al "califfo" è diventata tanto efficiente da averne frenato lo slancio. Tanto che si delinea un esito finale diverso da quello temuto fino ad oggi. Non sarebbe cosa senza importanza. 

Un secondo non-avvenimento di cui i giornali sembrano non cogliere l'importanza è che, da quando Israele ha lanciato l'operazione Protective Edge, non si è più parlato di razzi sparati dalla Striscia di Gaza per uccidere civili israeliani. Questa calma - che era lo scopo preciso e dichiarato della Protective Edge e che dura da più di tre mesi - era un risultato tutt'altro che scontato. All'inizio, per nove giorni, gli israeliani infatti si limitarono agli attacchi aerei, sperando che ciò bastasse a convincere Hamas a smettere gli atti di guerra. Si temeva infatti, ragionevolmente, che un attacco di terra sarebbe stato costoso in termini di vite umane, in termini economici, in termini d'immagine internazionale e senza la garanzia che si raggiungesse lo scopo. Ma il corso delle operazioni militari dipende anche dal comportamento del nemico. Durante i giorni dei raid aerei Hamas non solo non accennò a cedere, ma aumentò in modo sbalorditivo il lancio di razzi e di colpi di mortaio (alla fine dell'operazione se ne contarono più di 4.500). Dunque l'azione aerea si dimostrò insufficiente e Gerusalemme decise l'attacco di terra. 

La decisione fu presa malvolentieri ma con perfetta logica militare, e cambiò anche lo spirito dell'operazione: se i colpi d'avvertimento non bastavano, bisognava che i colpi effettivi fossero devastanti ed indimenticabili. Non che ciò garantisse il successo (ché proprio per questo si era tanto esitato) ma non si poteva perdere la faccia. E infatti le sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza furono immense. Non tanto perché Israele volesse massacrare dei cittadini inermi: se ciò avesse voluto, i risultati sarebbero stati ben diversi. Ricordiamoci di Dresda. Ma Tsahal, anche per diminuire i propri rischi, ha pressoché volontariamente distrutto un'infinità di alloggi e ogni edificio da cui si è sparato contro i soldati. La lezione è stata straordinariamente dura, tanto che, anche se Hamas ha disperatamente cercato di rifiutare la tregua, alla fine - probabilmente spinta dallo scontento della popolazione - ha dovuto cedere: e così completamente che, tre mesi dopo, non abbiamo più notizia di razzi caduti sul territorio di Israele. 

Questo silenzio, questa calma dimostrano che i razzi non erano l'iniziativa di privati incontrollabili. Se così fosse stato, i lanci non sarebbero cessati. Dunque si conferma che Hamas è responsabile di quei lanci tendenti ad uccidere civili israeliani ed è dunque, tecnicamente, un' "organizzazione "terroristica". Inoltre si ha la dimostrazione della falsità di un pregiudizio occidentale. Nell'epoca del buonismo si pensa che l'autorità non possa nulla, contro il ribellismo: ma ciò è vero soltanto nella misura in cui ci si riferisce ad un potere che limita sé stesso e che, avendo "mala coscienza", per usare un'espressione di Nietzsche, non osa servirsi dei suoi strumenti. Se invece il potere è disposto ad usare sul serio la forza, o se - come nel caso di Israele - è costretto a farlo, il ribellismo di piazza si sgonfia. 

Gerusalemme è costretta, dalla necessità della legittima difesa, alla più concreta Realpolitik, e in questo senso è uno dei pochi Paesi il cui comportamento può essere proficuamente studiato, anche nell'epoca contemporanea, per comprendere le regole eterne della storia. 

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it 

18 novembre 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. isis israele hamas

permalink | inviato da giannipardo il 18/11/2014 alle 13:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
25 aprile 2014
SCOPPIA LA PACE TRA L'OLP E HAMAS
Abu Mazen, a nome dei “Territori Occupati”, e “Hamas” a nome della Strisca di Gaza, si sono accordati per una riconciliazione, per la costituzione di un governo comune e per elezioni congiunte fra qualche tempo. Il risultato, per il momento, è che il governo israeliano ha sospeso i colloqui di pace con l’Olp. Come ha detto Netanyhau, Abu Mazen può avere la pace con Israele o l’accordo con Hamas, ma non tutti e due.
Naturalmente le anime belle nostrane, per riflesso irresistibile, approfitteranno dell’occasione per dare addosso ad Israele. “Come si possono interrompere i negoziati di pace solo perché l’Olp cerca la pace anche con Hamas?”
Il ragionamento è convincente. Infatti è formulato da disinformati per disinformati. Nella realtà, Israele considera Hamas un’organizzazione terroristica i cui adepti hanno lo scopo della sua eliminazione, come già fanno sulle loro carte geografiche. Poiché però, malgrado i loro sforzi, è del tutto imprevedibile che riescano a creare un lago al posto dell’attuale stato sionista, in realtà il loro programma è più modesto: sono disposti ad accontentarsi della soppressione fisica di tutti gli israeliani.
Una cosa va subito sottolineata: queste non sono calunnie. L’eliminazione di Israele è iscritta nello statuto di quell’organizzazione. E poiché non vi è alcuna possibilità che Gaza receda da questi amabili propositi, è ovvio che chi si allea con Hamas ne condivide le finalità. A questo punto Israele, negoziando con un governo di cui Hamas sia magna pars, potrebbe solo scegliere fra le fucilazioni di massa, le camere a gas o, nel caso di un’amnistia riguardante il reato di nazionalità israeliana, il permesso di lasciare il territorio a nuoto.
Questa vicenda è molto triste. Non per Israele, cui i palestinesi potrebbero offrire la pace, non avendo altro da offrire. È triste per i palestinesi. In questo modo essi non otterranno mai, in tempi prevedibili, né l’indipendenza né una larga autonomia amministrativa. Essi continuano a scegliere di continuare una guerra che costantemente si riaccende per loro volontà, e che ogni volta perdono. E fra l’altro sembrano non capire qualcosa di assolutamente elementare. Gli algerini potevano reputare la colonizzazione dannosa o profittevole, ma potevano essere certi che, se gli avessero reso la vita impossibile, i francesi sarebbero rientrati in Francia. Al contrario, gli israeliani non hanno scelta: o vincono o muoiono. E quando il dilemma è questo, se la vittoria è impossibile, è ancora preferibile morire con le armi in pugno. Ne seppero qualcosa i tedeschi, quando si trovarono a reprimere la rivolta del Ghetto di Varsavia.
Non solo dunque oggi è costante il principio per cui “la caccia all’ebreo non è più gratuita”, non solo gli ebrei oggi non sono più quelli, miti e docili, del 1940,  ma da un lato  - ammaestrati dal passato - sono temibili anche a mani nude, dall’altro hanno un esercito e tali armamenti da non avere paura non dei palestinesi, ma di tutti gli arabi messi insieme. Tanto più in quanto la “Umma” ha perso il suo membro principale: quell’Egitto che ha sopportato il massimo peso ed ha pagato il massimo prezzo delle guerre contro Israele. A quanto pare in Palestina, anche se gli ottimati parlano qualche parola d’inglese, nessuno conosce quel proverbio per cui if you can’t beat them, join them.
Questo è un giorno nero per la popolazione palestinese. Il fatto che lo si sia nutrito di odio non impedisce che si possa sentire pietà per un popolo talmente arretrato da seguire i peggiori maestri. Ma non si può aiutare chi non è disposto ad aiutare sé stesso. Non si può aiutare chi, avendo perso una serie di guerre, ha la tracotanza di tentare di imporre le esose condizioni di un vincitore assetato di vendetta. I palestinesi sono al di là di qualunque progetto si possa concepire per aiutarli.
Un’ultima nota riguarda una prevedibile obiezione mossa dalle più sottili delle “anime belle”: “I programmi di Hamas sono soltanto parole, demagogia, retorica. Non corrispondono a niente di realistico. Israele li prende sul serio perché le conviene prenderli sul serio”. Sarebbe un bell’argomento se chi lo fa poi fosse disposto a frequentare qualcuno che va dicendo per ogni dove che conta di ucciderlo. In secondo luogo, anche del “Mein Kampf” si disse che era un’esagerazione, una serie di vaneggiamenti che mai si sarebbero potuti trasformare in propositi concreti. Se le anime belle lo hanno dimenticato, non l’hanno dimenticato a Gerusalemme.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 aprile 2014

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. israele olp hamas

permalink | inviato da giannipardo il 25/4/2014 alle 12:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
15 aprile 2011
ARRIGONI COLPEVOLE
La notizia è agghiacciante (1). Il volontario pacifista Vittorio Arrigoni, che lavorava da tre anni a Gaza con una ong favorevole alla causa palestinese, è stato rapito e ucciso da un gruppo salafita (vicino ad Al Qaeda). Gli è stato rimproverato di “diffondere valori occidentali”. Infatti, riferisce il “Corriere”, “una scritta in arabo in sovraimpressione [che] lo accusava di propagare i vizi dell'Occidente fra i palestinesi”. L’accusa è assurda e tuttavia non infondata.
È inconcepibile accusare qualcuno di diffondere valori perché, nei Paesi democratici, basta dire “non sono d’accordo”. Ma ci sono posti, come Gaza, dove c’è una rincorsa a chi è più islamico. E tutto può apparire in una luce diversa, tanto che l’accusa più fantasiosa può addirittura risultare provata nei fatti.
Arrigoni è un uomo vissuto in un Paese in cui è lecito dire male di tutti e nel frattempo dire bene di un governo straniero – quello di Gaza – che permette che circolino a piede libero terroristi assassini e che si sparino razzi con la speranza di ammazzare civili.  Da noi è lecito contravvenire ai principi della più elementare umanità, pur sostenere i palestinesi di Gaza i quali, non riuscendo a vincere una guerra contro Israele, cercano di ammazzare anche donne e bambini. Per Arrigoni, se “non si ha nessun altro modo per farla prevalere”, una causa “giusta” permette anche questo. E infatti la sinistra alla Asor Rosa, non riuscendo a vincere democraticamente contro Silvio Berlusconi, invoca il colpo di Stato. Ecco i valori occidentali: la libertà di dire cose del genere senza essere arrestati.
Ma ciascuno ha i propri valori. Fra quelli dei palestinesi spiccano l’autoritarismo antidemocratico, l’intolleranza religiosa e l’inumanità. Il povero Arrigoni, che per anni ha trovato ovvia quella tolleranza religiosa e civile, che per anni ha potuto vivere e parlare come ha fatto, anche in Palestina è rimasto perfettamente italiano. Non si è dunque accorto che, mentre le sue mani sventolavano la bandiera palestinese, la sua nazionalità e la sua storia parlavano di un mondo che permette agli Arrigoni ogni sorta di libertà: un mondo in cui imperano i valori occidentali. Si può capire che lo abbiano ucciso.
Deve pure essere permesso riflettere sulla incauta qualifica di pacifista attribuita a qualcuno che, nel momento in cui c’è un conflitto fra due popoli, prende nettamente le parti di uno. Parecchie foto sul Corriere ci mostrano Vittorio mentre sventola bandiere palestinesi e invece un vero pacifista non è partigiano. Naturalmente si ha tutto il diritto di esserlo e in molti, nel 1956, siamo stati risolutamente a favore degli ungheresi e contrari all’Armata Rossa: ma non avremmo preteso la medaglia di pacifisti. Ché anzi a quei carri armati avremmo volentieri sparato cannonate.
Il fatto poi che gli uomini di Hamas abbiano cercato di liberare l’ostaggio non significa che questa organizzazione sia più democratica ed occidentale dei salafiti. Significa soltanto che considera questo gruppo un nemico. Infatti, se Hamas fosse contro il sequestro e la detenzione di innocenti, non tratterrebbe da anni il soldato israeliano Gilat Shalit.
Non sono gli integralisti che non hanno capito Arrigoni, è Arrigoni che non ha capito gli integralisti. Si è comportato come quelle ragazze che si innamorano di stupratori e assassini seriali con l’idea che avranno, sì, ammazzato altre ragazze, ma loro le amerebbero.
Umanamente non si può che essere molto dispiaciuti per questa tragedia. Ma non possiamo esimerci da una certa severità, nei confronti di quest’uomo, come si è severi con chi fa free climbing senza assicurarsi con una corda, con chi ha un incidente senza la cintura allacciata o va in moto senza casco.
Arrigoni è una vittima dei valori che ha propagandato senza saperlo. Né importa che non sia stato assassinato da Hamas ma da un gruppo che si oppone ad Hamas, perché ambedue adottano gli stessi metodi contro quelli che reputano loro nemici. Purtroppo per lui, Vittorio prima ha idealizzato gli estremisti palestinesi, poi li ha incontrati realmente. Non diversamente da come Giuliana Sgrena, nutrita di disprezzo per l’Occidente in generale e l’Italia in particolare, è andata a trovare i terroristi irakeni ed è tornata a casa viva perché l’Occidente in generale e l’Italia in particolare, quando si tratta di salvare un proprio cittadino, non si chiedono se lo meriti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 aprile 2011

(1)http://www.corriere.it/esteri/11_aprile_15/gaza-ucciso-volontario-italiano_2dac6a4e-671f-11e0-82d9-fefb5323b337.shtml


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. hamas salafiti arrigoni

permalink | inviato da giannipardo il 15/4/2011 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni.  
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”.  
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni. 
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”. 
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
21 dicembre 2009
IL PARALLELO INDECENTE: PD-HAMAS
D’Alema ha proposto un qualche accordo con la maggioranza e il risultato è stato una corale levata di scudi. Eppure lo schema era il seguente: noi concediamo qualcosina a Berlusconi, magari solo un’opposizione non fanatica, e lui ci darà questo, e questo, e questo. Basta leggere le parole di Beppe Fioroni, come le riporta il “Corriere”(1): “La spina giustizia fa molto male a Berlusconi e lui non può certo pensare che siamo noi a levargliela. Questo non ce lo può proprio chiedere. Ciò detto, se lui accetta le nostre proposte in materia di riforme (sia quelle sociali che quelle istituzionali) e se lui rinuncia al presidenzialismo, e fa il legittimo impedimento, noi non glielo votiamo, ma non facciamo l'opposizione con la bomba atomica”.
La sintesi è che Silvio Berlusconi dovrebbe nientemeno fare le riforme come le suggerisce il Pd, ottenendo in cambio un’opposizione civile per un singolo provvedimento. Viene da ridere. La maggioranza ha i numeri per approvare qualunque legge, salvo quelle costituzionali, e l’opposizione può essere ostruzionistica ma alla fine la maggioranza prevale sempre. Il Pd dunque non ha molto da offrire ed ecco che le sue pretese divengono stratosferiche: pretende di dettare le riforme – tutte – come se il Pdl fosse in minoranza. Lo schema sembra demenziale e tuttavia non è nuovo. Da oltre sessant’anni il mondo ne ha un altro, sotto gli occhi: in Palestina.
In origine fu offerto uno Stato ciascuno agli ebrei e ai palestinesi ma questi non l’accettarono: scatenarono una guerra e la persero. Israele allargò il proprio territorio e prese Gerusalemme ma questo non piacque ai palestinesi i quali insieme con tutti i loro alleati nel 1967 scatenarono una nuova guerra. Che persero. Passarono dunque da Stato indipendente a “Territorio Occupato”.  Dopo quarant’anni hanno finalmente abbassato le loro pretese? Macché. Avevano dei pendolari che andavano a lavorare in Israele,  ma hanno dato la stura agli attentati e questa fonte di reddito si è inaridita. Avevano comunicazioni con uno Stato più progredito del loro, ma hanno continuato con gli assassini di innocenti e il risultato è stato la recinzione. Hanno perso sia i vantaggi economici che l’arma del terrorismo. Sparavano razzi su Ashdod ma Israele ha bastonato Gaza ed hanno dovuto smettere. Oggi sono alla canna del gas e dopo tutto questo si accontentano dell’indipendenza? No. Vogliono Gerusalemme loro capitale, vogliono il ritorno di milioni di profughi, non chiedono che gli israeliani si ritirino, per dire, dal novanta per cento dei “Territori Occupati”: chiedono che abbandonino la Palestina o si suicidino in massa. Non restituiscono l’unico (innocente) ostaggio israeliano di cui sono in possesso in cambio di parecchie decine di detenuti, vogliono stabilire quali e quanti devono essere i detenuti da scambiare. E via dicendo. Sono tutti così irragionevoli? Certo che no. Ci sono i moderati. Costoro, pur chiedendo tutto ciò che s’è detto, offrono il riconoscimento di Israele e per questo sono additati come traditori della santa causa. Come, riconoscere Israele! Come, permetterle di esistere! Gli uni e gli altri dimenticano però che quello Stato esiste già e loro non hanno nessuna possibilità di costringerlo a fare alcunché. Ci sono persone che non tengono nessun conto della realtà.
Per il Pd avviene qualcosa di analogo. Da un lato la maggioranza ha un margine confortevole, il governo ha l’approvazione del paese, la popolarità di Berlusconi è enorme, dall’altro si crede che offrire “un’opposizione moderata per un singolo provvedimento” sia chissà che concessione e, in compenso, si chiede la luna. Anche qui, naturalmente, chi fa questa proposta è additato come traditore della santa causa.
Paragonare il Pd ai palestinesi è cosa indecente: ma per certi estremisti (e non sono pochi) il parallelo con Hamas è giustificato.
Alcuni scervellati sono così convinti di essere dal lato della ragione, così sicuri che l’avversario è brutto e cattivo, e che, per quanto forte, dovrà necessariamente dichiararsi vinto (anche in cambio di un buffetto sulla guancia), che perdono totalmente la percezione della realtà. In queste condizioni, come a favore dei palestinesi non si è visto nulla di nuovo negli ultimi quarantadue anni, c’è da temere che il Pd rimanga all’opposizione per altri quarant’anni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 dicembre 2009
  http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_20/alema-veltroni-sfogo-attacchi_5d764934-ed40-11de-9ea5-00144f02aabc.shtml


CULTURA
23 febbraio 2009
UNA QUESTIONE FUTILE

UNA QUESTIONE FUTILE

Dei lettori chiedono conto a Sergio Romano, editorialista del “Corriere della Sera”, del suo atteggiamento favorevole al riconoscimento di Hamas, malgrado il suo statuto terroristico, e favorevole a negoziati diretti Israele-Hamas. Romano risponde che quelle dello statuto di Hamas sono parole vane, dalle finalità prevalentemente propagandistiche, vista l’irrealizzabilità del progetto; che l’inclusione di quell’organizzazione fra quelle terroristiche non ha un serio valore di certificazione, perché questo genere di dichiarazioni dipende da negoziati fra i vari paesi e dai loro interessi; che infine è inutile che Israele dichiari di non poter negoziare con Hamas, visto che già lo fa, se pure attraverso la mediazione egiziana. E tanto varrebbe farlo a faccia a faccia.

Romano – pure sottilmente anti-israeliano da sempre – dice stavolta cose indubbiamente vere. Dunque bisogna plaudire alla sua tesi? La risposta è no.

Se è vero che coloro che “non si parlano” “si parlano” di fatto (come i divorziandi, attraverso i loro avvocati), perché farlo ufficialmente? Hamas ha interesse a presentarsi come l’arcinemico di Israele, l’organizzazione che non scenderà a nessun compromesso, che porterà a termine la missione finale, dovesse costare la vita a molti, ecc. e tutto questo per il popolino è incompatibile col dialogo cortese. Dunque Hamas tiene a far sapere che “non parla con Israele”. Israele fa altrettanto, nei riguardi di un’organizzazione effettivamente spregevole e terroristica. Ma dal momento che gli amici si possono scegliere e i nemici no, se bisogna mettersi d’accordo sui termini di una tregua, si è obbligati a comunicare. Poi, che lo si faccia nella stessa stanza, in due stanze separate con un cireneo che fa la spola, o attraverso ambasciate straniere, poco importa.

Ecco perché la questione è sembrata futile. I lettori chiedono: perché parlarsi, se l’altro è un nemico inqualificabile? E la risposta è semplice: perché è inevitabile. Romano allora dice: perché non parlarsi in pubblico, se già lo si fa in privato? E anche qui la risposta è semplice: perché parlarsi in pubblico non converrebbe a nessuno. Dalla necessità alla pubblicità il passaggio non è obbligatorio, diversamente i gabinetti non avrebbero porte.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 febbraio 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. israele hamas romano negoziati

permalink | inviato da giannipardo il 23/2/2009 alle 10:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
22 gennaio 2009
ANCORA CREMONESI

Riporto qui di seguito, per correttezza, un articolo di Lorenzo Cremonesi, di segno opposto a quello commentato precedentemente, per notare due cose: la prima che mentre, secondo lui, alcuni israeliani si sarebbero accaniti contro i beni dei palestinesi, qui, sempre secondo lui, i militanti di Hamas hanno fatto di tutto perché ci fosse il massimo di vittime civili. Ma la seconda cosa è ancora più importante: se si leggesse questa seconda testimonianza soltanto, si avrebbe un quadro; se si fosse letta solo la precedente, se ne sarebbe avuto uno opposto. La verità è che i reportages dei giornalisti non sono fonti affidabili, per la storia. E dunque non vanno citati come la “prova definitiva” delle proprie tesi. Meglio fidarsi del complesso di ciò che sappiamo di Israele, una democrazia, e Hamas, organizzazione terroristica, secondo l’Unione Europea.

GAZA - «Andatevene, andatevene via di qui! Volete che gli israeliani ci uccidano tutti? Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i missili», gridavano in tanti tra gli abitanti della striscia di Gaza ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. I più coraggiosi si erano organizzati e avevano sbarrato le porte di accesso ai loro cortili, inchiodato assi a quelle dei palazzi, bloccato in fretta e furia le scale per i tetti più alti. Ma per lo più la guerriglia non dava ascolto a nessuno. «Traditori. Collaborazionisti di Israele. Spie di Fatah, codardi. I soldati della guerra santa vi puniranno. E in ogni caso morirete tutti, come noi. Combattendo gli ebrei sionisti siamo tutti destinati al paradiso, non siete contenti di morire assieme?». E così, urlando furiosi, abbattevano porte e finestre, si nascondevano ai piani alti, negli orti, usavano le ambulanze, si barricavano vicino a ospedali, scuole, edifici dell’Onu.

In casi estremi sparavano contro chi cercava di bloccare loro la strada per salvare le proprie famiglie, oppure picchiavano selvaggiamente. «I miliziani di Hamas cercavano a bella posta di provocare gli israeliani. Erano spesso ragazzini, 16 o 17 anni, armati di mitra. Non potevano fare nulla contro tank e jet. Sapevano di essere molto più deboli. Ma volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli poi di crimini di guerra», sostiene Abu Issa, 42 anni, abitante nel quartiere di Tel Awa. «Praticamente tutti i palazzi più alti di Gaza che sono stato colpiti dalle bombe israeliane, come lo Dogmoush, Andalous, Jawarah, Siussi e tanti altri avevano sul tetto le rampe lanciarazzi, oppure punti di osservazione di Hamas. Li avevano messi anche vicino al grande deposito Onu poi andato in fiamme E lo stesso vale per i villaggi lungo la linea di frontiera poi più devastati dalla furia folle e punitiva dei sionisti», le fa eco la cugina, Um Abdallah, 48 anni. Usano i soprannomi di famiglia. Ma forniscono dettagli ben circostanziati. E’ stato difficile raccogliere queste testimonianze. In generale qui trionfa la paura di Hamas e imperano i tabù ideologici alimentati da un secolo di guerre con il «nemico sionista».

Chi racconta una versione diversa dalla narrativa imposta dalla «muhamawa» (la resistenza) è automaticamente un «amil», un collaborazionista e rischia la vita. Aiuta però il recente scontro fratricida tra Hamas e Olp. Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile. Quelli locali sono spesso minacciati da Hamas. «Non è un fatto nuovo, in Medio Oriente tra le società arabe manca la tradizione culturale dei diritti umani. Avveniva sotto il regime di Arafat che la stampa venisse perseguitata e censurata. Con Hamas è anche peggio», sostiene Eyad Sarraj, noto psichiatra di Gaza city. E c’è un altro dato che sta emergendo sempre più evidente visitando cliniche, ospedali e le famiglie delle vittime del fuoco israeliano. In verità il loro numero appare molto più basso dei quasi 1.300 morti, oltre a circa 5.000 feriti, riportati dagli uomini di Hamas e ripetuti da ufficiali Onu e della Croce Rossa locale. «I morti potrebbero essere non più di 500 o 600. Per lo più ragazzi tra i 17 e 23 anni reclutati tra le fila di Hamas che li ha mandati letteralmente al massacro», ci dice un medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. Un dato però confermato anche dai giornalisti locali: «Lo abbiamo già segnalato ai capi di Hamas. Perché insistono nel gonfiare le cifre delle vittime? Strano tra l’altro che le organizzazioni non governative, anche occidentali, le riportino senza verifica. Alla fine la verità potrebbe venire a galla. E potrebbe essere come a Jenin nel 2002. Inizialmente si parlò di 1.500 morti. Poi venne fuori che erano solo 54, di cui almeno 45 guerriglieri caduti combattendo».

Come si è giunti a queste cifre? «Prendiano il caso del massacro della famiglia Al Samoun del quartiere di Zeitun. Quando le bombe hanno colpito le loro abitazioni hanno riportato che avevano avuto 31 morti. E così sono stati registrati dagli ufficiali del ministero della Sanità controllato da Hamas. Ma poi, quando i corpi sono stati effettivamente recuperati, la somma totale è raddoppiata a 62 e così sono passati al computo dei bilanci totali», spiega Masoda Al Samoun di 24 anni. E aggiunge un dettaglio interessante: «A confondere le acque ci si erano messe anche le squadre speciali israeliane. I loro uomini erano travestiti da guerriglieri di Hamas, con tanto di bandana verde legata in fronte con la scritta consueta: non c’è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo Profeta. Si intrufolavano nei vicoli per creare caos. A noi è capitato di gridare loro di andarsene, temevamo le rappresaglie. Più tardi abbiamo capito che erano israeliani». E’ sufficiente visitare qualche ospedale per capire che i conti non tornano. Molti letti sono liberi all’Ospedale Europeo di Rafah, uno di quelli che pure dovrebbe essere più coinvolto nelle vittime della «guerra dei tunnel» israeliana. Lo stesso vale per il “Nasser” di Khan Yunis. Solo 5 letti dei 150 dell’Ospedale privato Al-Amal sono occupati. A Gaza city è stato evacuato lo Wafa, costruito con le donazioni «caritative islamiche» di Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo, e bombardato da Israele e fine dicembre. L’istituto è noto per essere una roccaforte di Hamas, qui vennero ricoverati i suoi combattenti feriti nella guerra civile con Fatah nel 2007. Gli altri stavano invece allo Al Quds, a sua volta bombardato la seconda metà settimana di gennaio.

Dice di questo fatto Magah al Rachmah, 25 anni, abitante a poche decine di metri dai quattro grandi palazzi del complesso sanitario oggi seriamente danneggiato. «Gli uomini di Hamas si erano rifugiati soprattutto nel palazzo che ospita gli uffici amministrativi dello Al Quds. Usavano le ambulanze e avevano costretto ambulanzieri e infermieri a togliersi le uniformi con i simboli dei paramedici, così potevano confondersi meglio e sfuggire ai cecchini israeliani». Tutto ciò ha ridotto di parecchio il numero di letti disponibili tra gli istituti sanitari di Gaza. Pure, lo Shifah, il più grande ospedale della città, resta ben lontano dal registrare il tutto esaurito. Sembra fossero invece densamente occupati i suoi sotterranei. «Hamas vi aveva nascosto le celle d’emergenza e la stanza degli interrogatori per i prigionieri di Fatah e del fronte della sinistra laica che erano stato evacuati dalla prigione bombardata di Saraja», dicono i militanti del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. E’ stata una guerra nella guerra questa tra Fatah e Hamas. Le organizzazioni umanitarie locali, per lo più controllate dall’Olp, raccontano di «decine di esecuzioni, casi di tortura, rapimenti nelle ultime tre settimane» perpetrati da Hamas. Uno dei casi più noti è quello di Achmad Shakhura, 47 anni, abitante di Khan Yunis e fratello di Khaled, braccio destro di Mohammad Dahlan (ex capo dei servizi di sicurezza di Yasser Arafat oggi in esilio) che è stato rapito per ordine del capo della polizia segreta locale di Hamas, Abu Abdallah Al Kidra, quindi torturato, gli sarebbe stato strappato l’occhio sinistro, e infine sarebbe stato ucciso il 15 gennaio.

Lorenzo Cremonesi

sfoglia
ottobre        dicembre

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.