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POLITICA
4 giugno 2010
UN TRIONFO SCIENTIFICO ITALIANO
Il "Corriere della Sera" dà notizia di un'iniziativa giudiziaria: sono stati notificati avvisi di garanzia per sette componenti della "Commissione Grandi Rischi" che si riunì "il 31 marzo scorso, 6 giorni prima del terremoto". L'accusa, mossa dalla Procura della Repubblica dell'Aquila, è quella di omicidio colposo, per non avere avvertito la gente dell'imminente terremoto.
Qui si impongono molte virgolette. Dice il Corriere: "Tra gli indagati alcuni vertici della Protezione Civile, dell'Ingv, sismologi di fama mondiale [nostro il corsivo] e tecnici del settore". Senza accorgersi che questo è come dire che il malato è morto "benché curato da un clinico di fama mondiale"! Il reato sarebbe comunque costituito dall'aver "diffuso ottimismo e false rassicurazioni anche attraverso i messaggi di tecnici e amministratori".
In un caso come quello in esame, si ha il reato colposo quando l'evento è dovuto ad "imperizia o negligenza" dell'imputato. Qui la negligenza è esclusa. La Commissione infatti si è occupata del fatto ed ha comunicato le proprie conclusioni. Rimane l'imperizia. La Procura dell'Aquila imputa dunque ai sette accusati di non avere avvertito la gente dell'imminente terremoto, che ha previsto - senza poi dirlo agli interessati - o avrebbe dovuto prevedere.
Il Procuratore Capo dell'Aquila, Alfredo Rossini, è chiaro: "I responsabili sono persone molto qualificate che avrebbero dovuto dare risposte diverse ai cittadini. Non si tratta di un mancato allarme, l'allarme era già venuto dalle scosse di terremoto. Si tratta del mancato avviso che bisognava andarsene dalle case». Traduciamo: era ovvio che il terremoto si sarebbe verificato a brevissimo termine, tanto da dover ingiungere alla gente di evacuare la città.
Ben al di là di ciò che riguarda la città dell'Aquila e la magistratura italiana, questa è una notizia di importanza mondiale. Abbiamo oggi saputo che i terremoti sono prevedibili, sia per quanto riguarda la loro gravità, sia il momento esatto del loro verificarsi, con un'approssimazione di ore. Tutto il resto del mondo  non è in grado di farlo. Le persone muoiono a decine di migliaia sotto le macerie. Tutto questo perché i sismologi - o tutti incompetenti o tutti malvagi - non vogliono avvertirli del pericolo.
La notizia non dovrebbe far parte della cronaca giudiziaria: appartiene di diritto alla sezione scientifica di tutti i giornali del mondo. È dalla più remota antichità che si aspetta questo immane progresso. Se solo ad Haiti avessero avuto sismologi competenti, centinaia di migliaia di persone non sarebbero morte. Ma forse l'accusa della Procura dell'Aquila dipende dalla certezza che la competenza che non hanno ad Haiti all'Aquila dovrebbero averla; anzi ce l'hanno; anzi è talmente banale, che - nelle parole del Procuratore Capo - "non si tratta di mancato allarme, l'allarme era già venuto dalle scosse di terremoto". Ottimismo inescusabile, dunque, quello di questi scienziati. E Rossini ha infatti dichiarato: "Speriamo di arrivare ad un risultato conforme a quello che la gente si aspetta". Non ad un astratto risultato di verità e giustizia, ma al risultato che la gente spera. Questa tuttavia è solo una gaffe, probabilmente. Non possiamo pensare che un magistrato possa dire seriamente qualcosa del genere.
La sua indignazione tuttavia è comprensibile. In fondo la catastrofe l'aveva prevista anche il sindaco Massimo Cialente, il quale dichiara: "Io in quella sera del 31 marzo ero il vaso di coccio che faceva domande, ma ricordo molto bene le parole di Enzo Boschi dell'Ingv: 'ma che volete, all'Aquila prima o poi un terremoto arriva...' " Né c'è da stupirsene. Pare che non solo i sindaci, ma anche i cani e le galline siano in grado di sentire che sta per verificarsi un grande terremoto.
I nomi degli accusati sono riportati dal giornale, ma francamente importano poco. Si può essere dolenti per i guai che costoro dovranno affrontare, ma in realtà si è sopraffatti dalla gioia di essere giunti ad una tecnica che l'orbe terracqueo attendeva da quando esistono case in muratura: la Procura dell'Aquila ci assicura che i terremoti sono prevedibili come magnitudo e come momento (con l'approssimazione massima di qualche ora), al punto che chi non li prevede è un incompetente.
La scienza oggi compie miracoli. Anche di fantasia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 giugno 2010
(1) http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_03/terremoto-abruzzo-indagati_66046824-6f04-11df-bfef-00144f02aabe.shtml

POLITICA
18 gennaio 2010
HAITI E LA DECOLONIZZAZIONE
Un modello può essere qualcosa da imitare o uno schema per spiegare un fenomeno. Haiti è un modello in questo secondo senso. Questo Paese – di cui si riassume la storia - cominciò ad esistere quando alcuni coloni francesi importarono molti schiavi per coltivare la terra; poi, nel 1791, sulla scia della Rivoluzione Francese, vi fu un’insurrezione e Parigi soppresse la schiavitù; in seguito apparve François Dominique Toussaint Louverture, padre della patria, e infine Haiti divenne indipendente: i bianchi furono espropriati e le terre furono date agli schiavi. Da quel momento s’è avuta una serie di scontri – non si sa se bisogna chiamarle guerre civili – una serie di tirannelli e uno Stato disordinato e miserabile. Fra i più poveri, se non il più povero, dell’America latina.
La chiave interpretativa più semplice di questi fatti è forse che i protagonisti della storia non sono tanto i governanti quanto i governati. Gli inglesi che nel 1215 ottennero la Magna Charta non erano colti politologi, erano anzi in maggioranza analfabeti, ma avevano abbastanza spirito di rivolta e di libertà per imporsi a Giovanni Senza Terra. E non si sa perché in questo siano stati tanto diversi dai russi che solo molto, molto recentemente hanno conosciuto la democrazia. In Russia si sono avuti Ivan il Terribile e Stalin, in Gran Bretagna l’Habeas Corpus e i Windsor. E soprattutto tradizioni di libertà tali da essere un esempio per il mondo.
Analogo fenomeno si è avuto in Francia dove, pur in presenza di una monarchia assoluta, non si sono certo avuti biechi fenomeni di tirannia. Montesquieu ha potuto scrivere che il fondamento della monarchia è l’onore inteso come ambizione, desiderio di distinzione, nobiltà, franchezza e cortesia, insomma le virtù del gentiluomo, da parte dei cittadini, mentre il sovrano è tenuto a stabilire leggi certe e a comportarsi onorevolmente. Sembra di sognare ma questo schema ha funzionato. La stessa ventata di follia del Terrore durò poco e la Francia tornò ad essere quella di prima. Viceversa, nelle cosiddette Repubbliche Popolari - quelle che, ispirate dalla Madre Russia, si riempivano la bocca di amore del popolo - l’oppressione non è stata inferiore a quella degli zar.
Non è perché una nazione ha l’indipendenza o una Costituzione scritta che il suo governo è moderato e rispettoso dei governati. L’indipendenza può servire al tiranno (Mugabe) per affamare il proprio popolo senza interferenze esterne e la Costituzione può essere sventolata solo per vantarsene con i giuristi, come in Unione Sovietica. È la civiltà politica che crea un governo democratico. La Cina per molti secoli è stata grande nella filosofia, nel gusto, nella saggezza ma dal punto di vita politico è stata una nazione poco sviluppata. Ferma all’imperatore e ai signori della guerra, l’ultimo dei quali si chiamava Mao Tse Tung. Solo molto recentemente ha raggiunto, attraverso la libertà economica, una migliore civiltà politica e si sta lentamente avviando verso la democrazia.
Se, malgrado una civiltà plurimillenaria, i cinesi non sono ancora arrivati al livello europeo, figurarsi se cinquant’anni fa ci poteva arrivare la maggior parte delle ex-colonie. Ché anzi, a farci caso, erano in condizioni migliori quelle che erano state più profondamente colonizzate, come l’Australia, la Nuova Zelanda o il Sud Africa, il paese più ricco del continente. Questo perché una lunga e approfondita colonizzazione, se pure realizzata per fini di profitto, insegna uno schema di vita associata. Viceversa, l’indipendenza regalata ad una popolazione sottosviluppata può peggiorarne la situazione. Come ha detto qualcuno, “la disgrazia di essere stati colonizzati è inferiore soltanto alla disgrazia di non esserlo stati”.
Ecco perché Haiti è un modello, se pure negativo. È bello che sia stata abolita la schiavitù ed è bello che Port-au-Prince sia diventata indipendente: ma se quei poveri schiavi analfabeti non avevano idea dei diritti e dei doveri dei cittadini, di che cosa fosse uno Stato e di come si produce ricchezza, non era fatale che fossero preda di demagoghi e tiranni?
È normale desiderare libertà democratiche e prosperità, ma non basta avere un’automobile, per andare veloci: bisogna saperla guidare. Prima di accusare sempre e soltanto gli altri, bisogna ricordare che, come diceva Catone, faber est suae quisque fortunae, ognuno è l’artefice della sua sorte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2010

POLITICA
17 gennaio 2010
HAITI E LA CASSA PER IL MEZZOGIORNO
Sul “Corriere della Sera” (16.1.10) è pubblicata una lettera di Victor Uckmar, definito da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Victor_Uckmar) "il più famoso fiscalista e tributarista italiano". Dunque una persona intelligente e un intellettuale della più alta levatura. Ecco il testo: “Rispondiamo con urgenza (ma è già tardi!) all'appello di Haiti, ma recitiamo anche il mea culpa, non essendoci curati—e soprattutto gli Stati Uniti per la vicinanza— di un Paese da sempre in estrema povertà (l'introito maggiore deriva dalla vendita di plasma sanguigno!) che non gli ha consentito le necessarie organizzazioni per affrontare non solo le emergenze, ma anche la vita quotidiana”.
I concetti fondamentali sono tre: 1) bisogna aiutare Haiti; 2) dobbiamo recitare il mea culpa; 3) il nostro disinteresse è la causa del disastro attuale e passato. Su tre affermazioni due e mezzo sono sbagliate. Infatti è vero che il resto dell’umanità ha il dovere di aiutare Haiti: ma bisogna ancora intendersi sul termine “dovere”.
La prendiamo alla lontana. Si potrebbe tradurre il comandamento: “Onora il padre e la madre” con: “Hai il dovere di amare i tuoi genitori”? Forse. Ma sarebbe una traduzione erronea. Chi può imporre ad altri, o perfino a se stesso, di amare? Ecco perché il codice penale (art.570) non punisce l’insufficienza dei sentimenti ma sanziona l’obbligo dell’assistenza familiare (prestazioni essenziali). Naturalmente si può dire, su un altro piano, che si ha il dovere di amare i genitori: ma questo vale nel campo morale e non in quello giuridico. L’invito ha effetto solo su chi è disposto ad accettarlo. E la differenza è fondamentale. Il dovere morale è tale solo per chi lo sente - e dà al beneficiario soltanto un’aspettativa - mentre il dovere giuridico fornisce alla controparte un diritto che può essere reso cogente, per esempio riguardo agli alimenti.
Per quanto riguarda gli aiuti ad Haiti, si tratta di un dovere morale e questo non va dimenticato. Quando gli haitiani, esasperati per la lentezza dei soccorsi, protestano e bloccano le strade con cataste di cadaveri, si sbagliano. L’aiuto che riceveranno, quando arriverà, sarà un regalo e nessuno può protestare per non aver ricevuto velocemente un regalo. Se da un lato è bello che si senta in modo pressante il dovere morale di aiutare chi vive una tragedia, è anche vero che questo non dà alla controparte alcun diritto. Sarebbe bene ricordarlo.
Uckmar vorrebbe anche che recitassimo il mea culpa. Colpa nostra? Colpa nostra se Haiti è una zona sismica e gli edifici non sono antisismici? La tesi è troppo assurda perché valga la pena di confutarla e tuttavia il fiscalista la spiega: tutti siamo colpevoli della estrema povertà di quel piccolo paese. E c’è da rimanere perplessi. L’abbiamo forse depredato? E dire che la maggior parte degli italiani, fino a ieri, non distingueva Haiti da Tahiti!
Uckmar sostiene che ad Haiti quella povertà “non ha consentito le necessarie organizzazioni per affrontare non solo le emergenze, ma anche la vita quotidiana”. Ce ne può dispiacere, ma come avremmo potuto metterci rimedio? Nessuno riesce a salvare nessuno, sarebbe bene non dimenticarlo. Un Paese come l’Italia cerca di sollevare dalla povertà una propria regione e non ci riesce. Se solo fosse possibile, la Calabria somiglierebbe di più al Veneto. La storia del Meridione italiano non insegna dunque nulla?
Se una cosa sappiamo degli aiuti internazionali (quelli di lungo periodo, non quelli per le catastrofi) è che essi finiscono prevalentemente nelle mani sbagliate. La stessa parte che arriva alla popolazione, quella cioè che avrebbe lo scopo d’indurla a  migliorare il proprio livello di vita, viene spesso utilizzata dalla gente come semplice mezzo di sussistenza. Un po’ come se si mangiassero le sementi. I palestinesi ricevono da sempre montagne di aiuti e sono in questo campo un ottimo esempio.
Nel caso di cui si parla oggi, non si può non osservare che sulla stessa isola ci sono da una parte Haiti e dall’altra Santo Domingo. E mentre i dominicani, per ragioni che non conosciamo, sono prosperi, gli haitiani, per ragioni che non conosciamo, sono in miseria. Tutto ciò non nasce da una maledizione biblica - l’isola è unica - ma da un diverso comportamento economico. Non diversamente da come, sulla stessa terra, gli israeliani sono prosperi e gli abitanti di Gaza miserabili. E a proposito, siamo sicuri che la miseria del Sud Italia sia colpa del Nord Italia?
Le baggianate retoriche devono avere un fascino irresistibile, se se ne rendono colpevoli anche celebrità nazionali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 gennaio 2010

POLITICA
16 gennaio 2010
IL PREZZO DELLA VITA AD HAITI
L’istinto di conservazione è qualcosa su cui non si discute. Un’evidenza al di là di ogni dubbio. In un libro di psicologia di decenni fa si cominciava col descrivere la reazione di un unicellulare che, percependo l’esistenza di un acido, si allontanava. Quell’ameba aveva una reazione all’ambiente, interagiva con esso e per questo lo scienziato la metteva, per così dire, a pagina uno del trattato di psicologia.
L’ameba non sbagliava, gli uomini invece sono capaci di sbagliare. Socrate sosteneva che tutti vogliono il bene ma il problema è identificarlo: per lui l’etica era un problema intellettuale e lo stesso potremmo noi dire dell’amore per la vita. Nessun essere vivente  vuole morire ma non si può dire che ogni essere vivente faccia la cosa giusta a questo scopo: per stupidità, per ignoranza, per infantilismo. L’esempio più semplice è che molti continuino a fumare mentre si sa che il fumo provoca facilmente il cancro. E tuttavia fumano anche parecchi medici. E poi ci sono gli alcolisti, i drogati, gli adepti degli sport estremi e perfino coloro che fanno l’amore senza protezione col primo venuto. Gli sciocchi che rischiano la loro integrità fisica non sono rari.
Nei paesi sviluppati, dove la vita sembra facile e sicura, non raramente si chiudono gli occhi sui pericoli. L’atteggiamento infantile è: perché non dovrei spendere questo denaro? Se rimango senza soldi una soluzione troverò. E per i mali più gravi: perché dovrebbe capitare proprio a me? Perché dovrei avere il cancro? Perché questa bella ragazza dovrebbe essere sieropositiva? Perché dovrei sempre pensare al peggio? Quasi che l’ottimismo fosse un’assicurazione. Troppi sperano che la sorte non osi accanirsi contro persone splendide come loro. Troppi non comprendono che la realtà è dominata da un ottuso rapporto causa-effetto.
Nelle classi povere e nei paesi sottosviluppati si ha una ragione in più, per osare: non tanto l’ignoranza dei pericoli quanto una rassegnazione che rende noncuranti dinanzi al proprio destino. Se si trattasse di costruire una casa in una zona sismica, qualunque persona ragionevole adotterebbe seri criteri antisismici. Ma i poveri dicono: “Se dovessimo spendere tutti questi soldi, non potremmo costruire la casa. Dunque la facciamo come capita. Come la facevano i nostri padri e i nostri nonni. Poi, se ci sarà un terremoto, vuol dire che moriremo. Che altro possiamo fare?” Lo stesso vale per gli infortuni sul lavoro, per gli eccessivi impegni economici – il televisore al plasma nel tugurio! - per la sigaretta e perfino per le violazioni di legge.
I poveri sono in parte responsabili delle disgrazie che li affliggono. Se la coppia guadagna a malapena di che non morire, perché mettere al mondo dei figli? Che cosa darà loro da mangiare? Se non ci si può permettere una casa antisismica, perché abbandonare la capanna che, quanto meno, non rovinerebbe a causa di un terremoto?
Tragedie immani come quelle di Haiti stringono il cuore ma è pur vero che lo stesso terremoto in Giappone non avrebbe provocato questo massacro. Un’intera città di milioni di abitanti distrutta non è una disgrazia: è un crimine commesso in danno proprio da centinaia di migliaia di persone.
L’istinto di conservazione dovrebbe lasciarsi aiutare dall’intelligenza. Bisognerebbe smetterla di confidare nella buona stella: infatti non c’è nessuna buona stella. Se la terra trema e gli edifici non sono adeguati, muoiono i vecchi e i bambini, le donne e gli uomini, i buoni e  i cattivi. La buona stella non salva nessuno o salva a caso.
L’istinto di conservazione dovrebbe indurci a curare la nostra salute con la prevenzione; dovrebbe spingerci a regolare la nostra esistenza sulla nostra economia, dovrebbe insegnarci che se noi attribuiamo poco valore alla nostra vita e la mettiamo a rischio, poi non dovremo stupirci se la perdiamo.
Chi gioca ai dadi deve sapere che può anche perdere.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 gennaio 2010

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