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POLITICA
15 settembre 2014
LA SECESSIONE DELLA SCOZIA
Riguardo alla minacciata secessione della Scozia, c'è una considerazione che sovrasta le possibili conseguenze per la Gran Bretagna e perfino per gli altri movimenti indipendentisti: il problema delle dimensioni degli Stati.
In natura, grosso significa forte. La gente parla dell'inimicizia fra cani e gatti: di fatto i cani possono vedere i gatti come prede mentre i gatti non se lo sognano nemmeno, di vedere come prede i cani. Perché sono più grossi. Del resto, i cani che sono aggressivi con i gatti lo sarebbero anche con le tigri? 
Per quanto riguarda gli Stati, il problema si configura in modo diverso in tempo di pace e in tempo di guerra. In tempo di pace le grandi dimensioni hanno importanza per le economie di scala, per l'ampiezza del mercato interno e per il sostegno alle zone più povere da parte delle più ricche. Ché anzi, è proprio quest'ultima la ragione per la quale la Catalogna o la "Padania" sognano l'indipendenza: pensano con qualche ragione che, separate dal resto del Paese, sarebbero più ricche e pagherebbero meno tasse. E corrispondentemente sarebbe veramente sciocca una Calabria che sognasse l'indipendenza. L'idea di una secessione è spesso comprensibile dal punto di vista economico ma lo è molto meno dal punto di vista della sicurezza. 
Parlare di questo argomento in un'Europa che vive in pace da quasi settant'anni appare a molti sorprendente. La guerra, si pensa, è una cosa che appartiene ai libri di storia. Una cosa da selvaggi. Anche chi reputa la Germania all'origine dei nostri guai economici non sogna per questo di dichiararle guerra, neanche con degli alleati. Siamo persone civili. A massimo alziamo la voce, non le mani.
Questo punto di vista è del tutto erroneo. Attualmente non è imminente o probabile nessuna guerra ma, essendo essa una delle caratteristiche della specie umana (come lo è delle formiche) non la si esorcizza con l'ottimismo. È fatale che prima o poi ricompaia  e allora, dal punto di vista militare, le dimensioni contano. Se l'Iraq invade il Kuwait, gli Stati Uniti possono concepire il piano di bacchettare Saddam Hussein e fargli sputare l'osso. Ma se oggi la Russia invadesse l'Ucraina, chi prenderebbe le armi per difendere Kiev? Diremmo tutti che l'azione di Mosca è immorale, inqualificabile, criminale, ma non andremmo oltre le parole. L'orso russo è molto grosso. 
Chi parla di secessione o d'indipendenza, lo fa considerando che non ci saranno più guerre. In realtà, quando il cielo si annuvola, un Paese grande si chiede che cosa gli convenga fare, mentre un Paese piccolo, se attaccato, può soltanto arrendersi o sperare che un alleato potente lo difenda. Ma a sua volta questo alleato interverrà militarmente soltanto se gli conviene.
Nel caso della Scozia, il pericolo di un'invasione è remoto, perché quella regione non è ricca, non ha vicini (a parte l'Inghilterra) e comunque può contare sul fatto che Londra, gelosa della sua insularità, interverrebbe nel proprio interesse. Ma se la Sicilia fosse indipendente - condizione che vagheggiava dopo la Seconda Guerra Mondiale - in caso di attacco, l'Italia si mobiliterebbe per difenderla? C'è da dubitarne. Essa costa più di quanto non renda e non è strategica per la difesa della penisola.
La storia fornisce conferme. Secondo le alleanze, nel 1939, quando la Germania invase la Cecoslovacchia, le potenze occidentali sarebbero dovute intervenire in difesa di Praga. Ma non lo fecero. Non erano in ballo loro interessi vitali e, sperando che il dittatore di Berlino si sarebbe contentato di quella preda, preferirono mancare di parola. Perfino quando Hitler invase la Polonia la Francia non lo attaccò, si limitò alla "drôle de guerre" (la strana guerra) rintanandosi dietro la Linea Maginot. Tutti speravano che il temporale si scatenasse su altri.
Da qualunque punto si parta, si arriva sempre alla stessa conclusione: quando si tratta di difesa, cioè di guerra, cioè di morire, ognuno pensa a sé stesso e i piccoli non hanno speranza. In altri termini, è per amore di Edinburgo e di Milano che si deve essere per l'integrità della Gran Bretagna o dell'Italia. La piccola Svizzera, pur avendo dei vicini civili, è armata fino ai denti. Israele non ha questa fortuna e infatti, oltre ad avere un fortissimo esercito, si è anche dotata della bomba atomica: a chi ti minaccia di sterminio è necessario rispondere con una minaccia parimenti credibile.
Ma siamo in tempo di pace, e nessuno, mentre si rosola sotto il sole d'estate, crede alla tormenta.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 settembre 2014

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POLITICA
22 agosto 2014
LA GUERRA AL CALIFFATO
La guerra fa parte della specie umana, e non di quella degli sciacalli o dei delfini, che pure sono mammiferi come noi. Ma della specie umana fa parte anche la tendenza a porsi problemi morali e dunque, da sempre, ci chiediamo quale sia la " guerra giusta".
Un po' scherzando e molto sul serio si potrebbe dire che la guerra giusta "è la nostra". Purtroppo, per il nostro avversario la guerra giusta è la sua, e questo dissenso non può essere superato. Un altro criterio - sulla base del fatto che sono sempre i vincitori che scrivono la storia - potrebbe essere il seguente: è giusta la guerra che si vince ed è sbagliata la guerra che si perde. Questo principio - astrattamente assurdo - è tuttavia quello più correntemente applicato. 
La Chiesa Cattolica, salvo errori, giudica giusta la guerra difensiva e altamente ingiusta e dunque immorale la guerra d'aggressione. Purtroppo nella pratica il criterio è labile. Infatti chi ha interesse ad aggredire dichiara spesso di essere stato aggredito. Hitler attaccò la Polonia osando affermare che essa aveva attaccato la Germania. Ma già prima aveva adottato la stessa tecnica il lupo di Fedro nei confronti dell'agnello. 
Il diritto internazionale somiglia ad un vecchietto macilento che discetta in modo erudito dei torti e delle ragioni di alcuni colossi che si affrontano con estrema violenza, senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Esso tuttavia ha elaborato un concetto interessante, quello di casus belli. Per definizione questi episodi sono, se non la ragione vera dei conflitti, almeno la scintilla che fa scoppiare l'incendio e che fa distinguere l'aggressore dall'aggredito. Purtroppo, chi quel casus ha creato, se poi perde la guerra si lamenta del fatto che è stato aggredito. Il suo non era un vero casus belli. La guerra è stata ingiusta. Nel 1967 l'Egitto dichiarò unilateralmente la chiusura dello Stretto di Tiran, vietando alle navi israeliane l'accesso al Mar Rosso, e creò un classico casus belli. Israele reagì distruggendo a terra l'intera aviazione egiziana e vincendo poi la Guerra dei Sei Giorni e naturalmente tutti gli arabi, avendola persa, sostennero che gli israeliani erano stati gli aggressori.
La valutazione morale dell'aggressione si presta a interpretazioni anche quando la cosa ci riguarda. Nel corso del Risorgimento e ancora nel 1915, l'Austria non ci ha certo attaccati. Ma l'Italia voleva alcune regioni e dunque non aggrediva, voleva soltanto "recuperare il suo". Se il giudizio morale sull'aggressione è lasciato all'aggressore, ogni guerra diviene giusta.
Gli integralisti "senza se e senza ma" superano d'un sol balzo tutte le obiezioni. Per loro "ogni guerra è ingiusta". E l'hanno pure scritto nella Costituzione. Purtroppo, anche se è banale ripeterlo, per sposarsi bisogna essere d'accordo, per la guerra basta che la voglia uno. Dunque, volendo essere coerenti essi dovrebbero dire che, in caso di minaccia di invasione da parte del "Califfo" al-Baghdadi, bisognerebbe mettere i cartelli stradali in arabo, per non creargli problemi. Se non la si pensa così, si è per la guerra. 
Secondo l'ambasciatore Sergio Romano, sul "Corriere della Sera" di ieri, bisognerebbe coalizzarsi e andare a fare la guerra allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Sarebbe una guerra giusta? Il nodo di Gordio si scioglie col solito colpo di spada: è giusta la guerra che ci è utile e che contiamo di vincere (questo è essenziale), ingiusta soprattutto quella che potremmo perdere. Naturalmente questo è tutt'altro che un criterio morale, ma dopo tutto l'etica è talmente influenzata dall'interesse che tanto vale darla in ogni caso per acquisita a nostro vantaggio. È la "nostra" guerra e dunque è giusta. Ma bisogna vincerla, altrimenti la distanza fra Piazza Venezia e Piazzale Loreto potrebbe rivelarsi più breve del previsto.
Nel caso dell'intervento contro il "Califfato" si può ragionevolmente pensare che una sua eliminazione sarebbe nell'interesse di tutti. Della Siria, dei curdi, dell'Iraq, dell'Iran, degli occidentali, dei cristiani e, per così dire, della decenza. Inoltre, se i coalizzati fossero molti, e disposti a combattere, come avvenne in occasione dell'invasione del Kuwait, la vittoria sarebbe facilissima. Il problema non è tecnico, si tratta soltanto di volontà politica. Stabilito questo, ci si può dispensare da ogni discussione morale. 
Se la guerra si farà, tutti vorranno essere lodati per avere eliminato una delle brutture più intollerabili dell'era contemporanea. Se non si farà, e se per fortuna da questa decisione non dovessero derivare gravi conseguenze, molti diranno che hanno giustamente evitato una cosa orrenda. 
Purtroppo nessuno conosce il futuro. Soppesando le alternative, mentre da un lato bisognerà sempre ricordare che la guerra è effettivamente una cosa orrenda, dall'altro non bisogna neppure dimenticare che darla vinta all'avversario può avere conseguenze anche peggiori.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 agosto 2014


PER GLI EVENTUALI COMPETENTI IN LINUX
Provo ad installare Ubuntu, non scelgo "Installa Ubuntu" nella versione che cancellerebbe Windows 7, scelgo "altro". Ci sono le varie opzioni: Dimensione , utilizzo ecc. Ma soprattutto: "punto di mount": qual è? /boot? /home/? Un altro?
Quando mi SI chiede se formattare, devo dire sì o no?
Cliccando su Nuova Tabella Partizioni per alcune delle soluzioni sopraddette, (in particolare spazio libero), a sinistra si attivano il + e il - (Change). Si ottiene la finestra "Crea partizione". Quale scegliere? Dimensione 105, per esempio? Partizione primaria o partizione logica? Inizio? Fine? Punto di mount? Formattare sì o no?
Fino ad ora tutti i tentativi, con le varie combinazioni, dànno sempre il risultato della scritta: “Non è stato definito alcun file system di root. Correggere questo problema dal menù di partizionamento”. 
Qualcuno può aiutarmi indicandomi il percorso da seguire, fra tutte queste opzioni?
Ringrazio anticipatamente. 
Gradirei mi si rispondesse al mio indirizzo privato giannipardo@libero.it


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politica estera
30 luglio 2014
LE REGOLE DELLA VERA GUERRA


Nel numero del 29 luglio di "Stratfor", George Friedman comincia il suo articolo con le parole: "We have long argued that the Arab-Israeli conflict is inherently insoluble", abbiamo a lungo sostenuto che il conflitto arabo-israeliano è intrinsecamente insolubile. Anche se la tesi è attenuata dal fatto che, giustamente, il grande politologo non reputa eterna nessuna situazione. La Francia e l'Inghilterra si sono a lungo affrontate ma quello scontro è finito da molto tempo. Friedman dunque attualmente constata uno stallo, ma accredita il futuro di soluzioni inattese e più probabilmente favorevoli ai palestinesi che agli israeliani. Infatti costoro ben difficilmente potranno essere più forti e più in sicurezza di quanto siano oggi. 
La tesi è ragionevole ma forse non tiene conto di un importante fattore. Il modo di considerare la guerra è profondamente cambiato con la Seconda Guerra Mondiale. Fino ad allora, non solo si è combattuto come si era sempre fatto, cioè accettando la morte di molti dei propri soldati e soprattutto lo sterminio dei soldati nemici, ma si è inaugurato un nuovo tipo di conflitto: la guerra totale, quella che coinvolge la popolazione civile. Allora nessuno si fece scrupolo di usarla. Anche se Hitler, oltre agli impressionanti bombardamenti aerei su Londra, Coventry ed altre città, usò le V1 e le V2, il massimo delle vittime lo fecero gli Alleati, radendo al suolo buona parte delle principali città tedesche.
Prima la guerra si svolgeva in campagna - e campagna è perfino sinonimo di guerra - poi si è svolta in città; prima si tendeva a piegare la volontà del nemico, poi ad eliminarlo dalla faccia della terra (i tedeschi riguardo agli ebrei) oppure a renderlo schiavo (il programma per i russi). Nel caso che il nemico resistesse troppo, per fiaccarne la volontà si sterminavano civili innocenti a decine di migliaia, come  fecero gli Alleati in Germania. Infine le bombe di Hiroshima e Nagasaki dissero chiaramente: "O vi arrendete o vi uccideremo tutti. A centomila alla volta".
Naturalmente tutto questo è stato orribile. Al punto che, finita la Seconda Guerra Mondiale, si è riproposto ed esagerato lo scenario pacifista del primo dopoguerra. Mai più guerra, mai più massacri di civili. Gli Stati, invece di combattersi, devono riunirsi nell'Onu. E se proprio c'è da fare una guerra, che sia la meno cruenta, anzi, la più gentile possibile. 
Ciò ha fatto sì che le grandi potenze, quando hanno ritenuto di non poterne fare a meno, abbiano combattuto "con un braccio legato dietro la schiena". Cercando cioè di non fare troppe vittime fra i nemici, militari o civili, e cercando anche di non perdere uno solo dei propri soldati: ciò si è visto in particolare durante l'invasione dell'Iraq. Le guerre sono state combattute tanto di malavoglia che ci si è sostanzialmente impegnati a non versare sangue. Se gli americani avessero bombardato Hanoi come hanno bombardato Berlino, oggi quella città sarebbe moderna, anonima e insapora come Hannover o Dresda.
Oggi si dà per scontato che chi entra in guerra, condizionato dal proprio stesso livello di civiltà, lo fa imponendo a sé stesso molte limitazioni. Anche se alcuni musulmani non si sono fatti scrupolo di usare scudi umani sperando che siano massacrati, di sequestrare aerei civili, di uccidere atleti innocenti a Monaco di Baviera, di sterminare civili ignari con attentati terroristici, arrivando fino all'orrore dell'Undici Settembre, le potenze occidentali sentono il dovere di non commettere quelle che oggi sono considerate atrocità. Ed anche gli israeliani seguono queste regole. A smentire le calunnie degli antisemiti basterebbe dire che se essi bombardassero Gaza City come gli inglesi hanno bombardato Dresda, in quella città i morti si avvicinerebbero al milione.
Oggi Friedman ha ragione, ma forse ha torto per il futuro. Se la situazione degli israeliani peggiorasse - o per una loro perdita di potenza, o per un aumento di potenza dei palestinesi e soci - non è detto che l'esito sarebbe la loro sconfitta e la loro cacciata dalla Palestina. Innanzi tutto perché non avrebbero dove andare. Poi perché Hamas e gli altri non desiderano che se ne vadano, li vogliono sterminare. E dal momento che la loro alternativa, nel caso di una vera guerra, è tra vittoria e morte, c'è da temere che al bisogno si ricorderanno che sono stati loro stessi a legarsi un braccio dietro la schiena. Quel giorno - vista la tecnologia di cui dispongono - gli arabi che li circondano potrebbero accorgersi che fino ad oggi Gerusalemme ha soltanto scherzato. 
È questo il particolare di cui Friedman sembra non aver tenuto conto. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
29 luglio 2014 (1)George Friedman, Stratfor Gaming Israel and Palestine, Geopolitical Weekly, TUESDAY, JULY 29, 2014


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POLITICA
17 luglio 2014
FARE LA GUERRA GIUSTA

 Robert Kagan ha scritto sul Washington Post(1) un pregevole articolo nel quale sostiene che gli Stati Uniti sono stati impegnati in moltissimi conflitti armati, dal 1898 in poi, e perfino con maggiore frequenza di prima negli ultimi lustri. E si chiede se abbiano usato troppo spesso la forza o se non l’abbiano usata abbastanza. O anche se non l’abbiano usata troppo poco (primi anni della Seconda Guerra Mondiale, ad esempio) per poi usarla perfino troppo generosamente dopo. Insomma ci sarebbe un effetto “pendolo” tra l’inazione e l’attivismo. Né si può dire che il pacifismo assicuri la pace, ché anzi, a volte, il non aver agito prima, quando la minaccia era piccola, ha costretto gli Stati Uniti ad agire poi con molto maggiore sforzo e maggiore spesa. Oggi tutti giudicano la guerra in Iraq un errore, ma a suo tempo, ricorda Kagan, essa fu votata da settantasette senatori su cento, anche democratici. Non si può affermare a priori che l’uso della forza sia un errore. Come disse George Schultz quando era Segretario di Stato, “La forza e la diplomazia vanno sempre insieme… La dura realtà è che la diplomazia non sostenuta dalla forza è inefficace”.
Anche la conclusione di Kagan è da segnalare: “La questione oggi è di trovare il giusto equilibrio fra quando usare la forza e quando non usarla. Possiamo senza rischi assumere che la risposta sta da qualche parte fra sempre e mai”.  
L’articolo è certo interessante ma lascia l’insoddisfazione di un banchetto in cui, da un piatto all’altro, ci saremmo aspettati sempre qualcosa di migliore. Tutte le incertezze di cui parla il grande editorialista, tutti gli errori di giudizio degli uomini di Stato, tutti i riferimenti storici non forniscono infatti indicazioni per il futuro. Inutile dire a qualcuno: “Fai la cosa giusta”, perché in questo modo gli si lascia soltanto l’intera responsabilità dell’eventuale errore. Chi agisce - o non agisce - pensa sempre di fare la cosa giusta. Il problema fa tornare alla mente il vecchio detto: “Allah, dammi la forza di sopportare i mali contro cui non posso lottare, Allah, dammi la forza di lottare contro i mali contro cui posso vincere, Allah, dammi la saggezza di distinguerli”. Ed è proprio questo il punto.
Il passato non fornisce indicazioni univoche rispetto al futuro. La stessa riuscita azione audace dell’uno, se non ha successo può divenire la prova dell’avventatezza di un altro: e tutti sapranno spiegare perché già da prima si sarebbe dovuto capire che i due casi erano differenti. La misura della difficoltà di identificare “la cosa giusta” per il futuro è data già dalla difficoltà di identificare “la cosa giusta” per il passato. In campo storico le discussioni a volte sono vivaci come se si trattasse di avvenimenti recenti: quale fu la principale causa della caduta dell’impero Romano? Che cosa avrebbe potuto salvarlo, qual era “la cosa giusta” da fare? Il Terrore fu una necessità o una crudele follia?
La valutazione del passato è opinabile. Di una guerra andata male si può sempre dire che la situazione sarebbe ancora peggiore se non la si fosse combattuta, come si può dichiarare inammissibile inerzia un non intervento, se le conseguenze sono tragiche. Benché il trattato di pace glielo consentisse, la Francia, ancora piena di orrore per la Prima Guerra Mondiale, non intervenne nella Ruhr per frenare il riarmo tedesco: e ciò, invece di assicurarle la pace, le procurò l’invasione tedesca e quattro anni di servaggio. Il pacifismo generò la guerra. E tuttavia, parlandone al futuro, non sarebbe stato chiamato warmonger, guerrafondaio, e coralmente stramaledetto, chi allora avesse insistito per vedere l’esercito francese varcare la frontiera con la Germania?
Siamo abituati a giudicare i fatti del passato dalle loro conseguenze evidenti, ma dimentichiamo troppo spesso che, sul momento, chi agiva le conseguenze non le immaginava neppure. Ironizziamo sull’Invencible Armada, ma chi può dire se l’hanno battuta gli inglesi o la tempesta? E quale sarebbe stato il risultato dello scontro, senza la tempesta? Nutriti da migliaia di film americani in cui il solo parlare spagnolo rendeva ridicoli, siamo tutti pronti a ironizzare su quell’impresa. Invece i contemporanei, prima che il maltempo della Manica ci mettesse lo zampino, non l’avranno certo pensata così. Anche i giapponesi non hanno mai dimenticato di essere stati salvati da un forte vento, che ha dato il nome ai kamikaze.
L’articolo di Kagan è inutile, a meno che non ne traiamo una lezione di tolleranza nei confronti di chi deve decidere. Non è detto che altri avrebbero fatto meglio. E molto – come diceva Machiavelli – dipende dalla fortuna.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
17 luglio 2014

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(1)http://www.washingtonpost.com/opinions/robert-kagan-us-needs-a-discussion-on-when-not-whether-to-use-force/2014/07/15/f8bcf116-0b65-11e4-8341-b8072b1e7348_story.html


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CULTURA
26 luglio 2011
DIAGNOSI DIFFERENZIALE DEL TERRORISMO
In medicina la diagnosi differenziale è il procedimento che serve a distinguere due malattie che potrebbero essere scambiate l’una per l’altra. Analogamente, per definire il terrorismo, sia in tempo di guerra che in tempo di pace, dovremmo trovare ciò che lo differenzia dagli altri atti violenti.
A parere di chi scrive, il terrorismo ha ambedue queste caratteristiche:
1)    non ha lo scopo di ottenere un risultato concreto, come sarebbe l’impossessarsi di un carro armato del nemico uccidendo il suo equipaggio, ma quello di incutere terrore nei “nemici” mediante la diffusione della notizia. Ricerca cioè un effetto psicologico e pubblicitario. Come dicevano i Brigatisti Rossi, colpirne uno per educarne cento;
2)    la tecnica della sua azione è quella dell’agguato: l’obiettivo deve essere ignaro e possibilmente disarmato. Caso classico: i civili in una discoteca o in una pizzeria.
I dati identificativi sono lo scopo e la tecnica. Dal primo requisito si deduce che non si può parlare di terrorismo a proposito della Terreur rivoluzionaria (che sembra abbia dato il nome al fenomeno) perché, pure se essa inviava ai cittadini il messaggio di quanto pericoloso fosse opporsi alla Révolution, ciò non faceva con la tecnica dell’agguato. La sua repressione era feroce ma non indiscriminata e di solito si celebrava un simulacro di processi. Il fatto che poi si usasse troppo facilmente la ghigliottina (o perfino le noyade) non toglie che si trattava comunque di una giurisdizione formalmente legale.
Analogo discorso può farsi per il massacro dei Catari in Francia o dei Kulaki in Russia. In questi casi non si è avuta un’azione dimostrativa, tendente alla suggestione, ma un deliberato sterminio: cioè un’azione concreta. E questo vale anche per Hitler: il Führer tendeva all’eliminazione di tutti gli ebrei, non a suscitare il terrore. Prova ne sia che ha tenuto severamente segreta la Endlösung e fino all’ultimo momento moltissime vittime erano convinte di andare a fare una doccia collettiva.
Sicuramente terroristi sono stati invece gli attentatori delle Brigate Rosse in Italia o della Banda Baader-Meinhof in Germania. Per non parlare dei fanatici assassini musulmani. Qui si hanno i due elementi: da un lato le vittime ignare e disarmate, dall’altro lo scopo del terrore e della pubblicità. Infatti gli attacchi sono stati pressoché costantemente seguiti da comunicati e rivendicazioni.
Più problematico appare il caso di un attacco a militari. Questi sono ignari di quell’agguato in particolare ma sono armati e sanno, se occupanti, di essere sotto tiro. Azioni di questo genere se ne trovano anche nella remota antichità: per esempio gli attacchi degli Zeloti ai romani. E tuttavia bisogna distinguere due diverse fattispecie. Se gli attaccanti sono in divisa si tratta di un’azione di kommando, normale in tempo di guerra. Se viceversa gli attaccanti non sono in divisa, bisogna distinguere: se essi tendono ad uno scopo concreto, si tratta di azione di guerra, anche se gli autori, ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, sono lo stesso passibili di fucilazione immediata. Se viceversa essi hanno solo lo scopo di indurre il terrore nei commilitoni degli uccisi, si tratta di terrorismo. In ambedue questi ultimi due casi nasce il diritto alla rappresaglia.
Si può sentire rispetto per chi ama talmente un’idea da essere disposto a sacrificarle la propria vita e certo il terrorista suicida è meno spregevole di chi fa detonare una bomba a distanza o manda gli altri a morire. Ma tutto questo è secondario per la definizione di terrorismo: il fatto che gli attentatori si credano moralmente giustificati, o addirittura degli eroi e dei martiri, non cambia la loro qualificazione. Il colpevole ha il diritto di dire: “Credo di avere una mia giustificazione, per essere un terrorista”, ma non può negare di esserlo.
Se il terrorismo è qualificato dallo scopo psicologico e dalla tecnica dell’agguato contro vittime ignare si comprende perché qui non ci si occupi delle ideologie che hanno dato luogo al massimo numero di atti di terrorismo: fanatismo religioso, fanatismo politico, razzismo, anarchismo o quello che sia. A nostro parere nessuna ideologia giustifica il deliberato massacro di innocenti ignari.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
26 luglio 2011

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politica interna
28 aprile 2011
L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA. E IL BUON SENSO
In Italia c’è la moda di idolatrare la Costituzione Italiana quasi fosse stata ispirata dallo Spirito Santo. O direttamente dettata sul Sinai a un Mosé antifascista. È invece lecito considerarla pericolosa: soprattutto nelle parti più generali. Abbiamo scritto in passato che l’art.3 (uguaglianza di tutti i cittadini) autorizzerebbe la Corte Costituzionale ad abolire la distinzione tra i gabinetti per gli uomini e gabinetti per le donne. Infatti, dove si ferma l’uguaglianza?
L’accenno alla Corte Costituzionale non è casuale. Se infatti una legge demenziale - come quella ipotizzata – è votata dal Parlamento, di quella legge deputati e senatori devono poi rispondere ai loro elettori. Se invece il provvedimento nasce da una decisione della Corte – organo non eletto e che si vorrebbe non politico – quale strumento si ha, per difendersi da una follia?
Né si tratta di un caso teorico. Le decisioni della Consulta, a proposito dei referendum, dei “lodi Alfano” e di tante altre materie, lasciano più che perplessi. Si tratta infatti di decisioni politiche con l’alibi del puro diritto, senza che poi i quindici magistrati debbano risponderne al Sovrano, cioè al popolo.
Un caso in cui la Costituzione e quel Supremo Organo che ne è il Profeta potrebbero far danni è l’art.11. Esso recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Lasciando ai costituzionalisti il compito di scrivere interi trattati su queste poche righe, se ne possono evidenziare i punti essenziali. L’Italia ripudia la guerra d’aggressione: ma nessuno Stato mai ha confessato d’aver dato inizio ad una guerra d’aggressione! Roma conquistò un immenso Impero “per difendersi”. Niente di diverso ha fatto la Russia, soprattutto perché priva di confini naturali. Perfino Hitler - un vero aggressore, se mai ce n’è stato uno - si aggrappò al concetto di Lebensraum, spazio vitale: insomma attaccò la Cecoslovacchia e la Polonia per sopravvivere. Per questa parte la formulazione è dunque inutile: se l’Italia è pacifica, non aggredirà mai nessuno, anche se non fosse scritto nella Costituzione; e se aggressiva fosse, direbbe che quella non è una guerra d’aggressione. E comunque la Corte potrebbe dichiarare “incostituzionale” una guerra che il Parlamento considera “difensiva”.
“Come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”. E a chi mai potrebbe venire una simile idea? La guerra può servire a procurarsi delle risorse, ad allargare i propri confini, ad eliminare una minaccia, a moltissimi scopi, ma mai ad uno scopo “ideale” – se pure negativo – come offendere la libertà altrui. Se oggi già si dichiara assurda l’idea di esportare la democrazia (cioè di regalarla, la libertà), figurarsi quanto assurda sarebbe l’idea di far morire alcuni dei propri soldati pur di andare a dar fastidio ad un altro popolo.
La rinuncia alla guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” non è meno discutibile. Innanzi tutto, se siamo aggrediti, non possiamo che difenderci. Con la guerra. Se poi si volesse che il senso di quelle parole sia che la guerra si può evitare col negoziato, si direbbe cosa giustissima, se soltanto si potesse essere certi che, sempre e comunque, la trattativa avrà successo. Ma così non è. E allora? Se l’imperativo di non far guerra non prevedesse eccezioni, l’Italia sarebbe soccombente in qualunque negoziato: infatti qualunque controparte saprebbe in anticipo che, in caso di rottura, noi non ricorreremmo alla forza.
Il resto dell’articolo ipotizza una polizia internazionale, capace di assicurare la pace. Ma questa polizia non esiste. L’Onu non ha un esercito. E quando questo esercito si trova, c’è sempre il sospetto che chi è disposto a fornirlo abbia interesse a farlo. Se gli Stati Uniti non avessero voluto contenere l’espansionismo comunista, chi avrebbe impedito alla Corea del Nord di annettersi la Corea del Sud? Un esercito Onu può non essere disponibile per una causa giusta e può essere disponibile per una causa che una delle parti reputa ingiusta. Chi ci assicura che il Palazzo di Vetro sia infallibile? Già oggi Gheddafi può dire che una Risoluzione dell’Onu consente l’aggressione immotivata al suo Paese, con lo scopo di un regime change che non fa parte della Carta. Siamo sicuri che intervenire in una guerra civile sia conforme agli ideali delle Nazioni Unite? E chi dice che gli insorti non si riveleranno peggiori del Colonnello?
Il ripudio della guerra senza condizioni, se applicato alla lettera, corrisponderebbe alla castrazione del Paese. Il riferimento all’Onu, d’altra parte, è tutt’altro che tranquillizzante. Oggi quell’Organizzazione vuole rimuovere, e all’occasione uccidere, Gheddafi, tempo fa ha affidato alla Libia dello stesso Gheddafi la Presidenza della Commissione per i Diritti dell’Uomo. Da decenni rivede le bucce del comportamento di Israele per dare soddisfazione alla “maggioranza automatica” (notoriamente composta da nazioni antidemocratiche) e chiude gli occhi sulle aggressioni mortali subite da quel piccolo Paese.
Insomma, che l’Italia faccia o non faccia guerre. Ma ci risparmi l’ipocrisia della Costituzione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
28 aprile 2011

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POLITICA
17 agosto 2010
GLI U.S.A. DEVONO SCUSARSI PER HIROSHIMA?
Gli U.S.A. si devono scusare per Hiròshima? Il problema è posto da più parti come conseguenza dell’orrore suscitato dagli effetti della bomba atomica sulla popolazione civile. Questo orrore non dipende dal numero dei morti: il solo bombardamento di Dresda ne ha provocato di più. Non dipende dal fatto che le vittime siano state uccise in una frazione di secondo, ché anzi questo è più pietoso di ciò che hanno sofferto gli ebrei nel Ghetto di Varsavia o nei campi di sterminio: dipende dal panico - terrore magico-religioso - ispirato dal fatto che l’uomo possa, schiacciando un bottone, annientare un’intera città. Simili ai grandi tragici greci, ci chiediamo se l’uomo abbia il diritto di far concorrenza agli dei; se abbia il diritto di strappare il fulmine di mano a Zeus.
Il tempo di guerra per noi europei risale a oltre sessantacinque anni fa. È dunque comprensibile che molti non sappiano più che cosa sia. Né li soccorre lo studio della storia, visto che a questa fatica ben pochi si sottopongono. Oggi si parla di guerra come si può parlare della disfida di Barletta o della Secchia Rapita: per sentito dire e come esercizio letterario.
La guerra è una delle cose più orribili che si possano concepire. È una vergognosa caratteristica della nostra specie, che condividiamo con le formiche. Stramaledirla non serve a niente. Non riusciremo mai a trattenere il fiato per un’ora, come i capodogli; non riusciremo mai ad essere una società affettuosa, soccorrevole e mite come quella degli sciacalli; non riusciremo mai ad evitare la guerra: per noi la violenza intraspecifica è normale. Noi ci uccidiamo vicendevolmente e a volte organizziamo con entusiasmo grandiosi stermini di decine di milioni di morti.
Per secoli, la guerra ha avuto lo scopo di battere un esercito fino ad indurre il nemico ad arrendersi o ad accettare le condizioni di pace. Per quanto barbaro, lo scontro è avvenuto in campagna (e campagna significa infatti “ciclo di operazioni militari”), mentre i civili rimanevano a casa. Con l’aviazione e con la moderna tecnologia le cose sono cambiate. Quel gentiluomo di Hitler ha avuto la brillante idea di indurre la Gran Bretagna alla resa o all’accordo non battendola in battaglia ma terrorizzando e ammazzando un gran numero di civili. Ci ha provato a Coventry e ci ha provato a Londra, con i bombardamenti e con i primi missili. Ma oltre che un crimine contro l’umanità è stato un pessimo calcolo. Non solo l’Inghilterra non si è arresa, ma ha poi restituito la pariglia con gli interessi ad Amburgo, a Colonia, a Dresda, dovunque, fin quasi a fare della Germania tabula rasa. Si è passati dalla guerra in campagna, contro i militari, alla guerra in città contro i civili. Uccidendone decine, centinaia di migliaia.
Non ci si può stupire di Hiròshima. Il mezzo con cui si uccide è secondario rispetto alla volontà di uccidere. Se gli Stati Uniti si devono scusare di qualcosa, è di appartenere a questa umanità.
Un secondo elemento da tenere presente è la logica della guerra. In tempo di pace l’idea di uccidere una persona per salvarne due o tre, o anche dieci, è orrenda. In tempo di guerra invece è normale uccidere cento persone per salvarne una, se i cento sono nemici e l’uno è un commilitone. Gli americani erano compatrioti di quel generale Patton il quale diceva realisticamente ai suoi soldati che non erano lì per morire per la Patria, ma per far sì che i bastardi dell’altra parte morissero per la loro Patria.
Questo principio fu importante nel caso di Hiròshima. La mentalità del Giappone, civili inclusi, era che tutti avevano il dovere di morire invece di arrendersi: i kamikaze sono relativamente stati pochi ma come loro la pensavano tutti. Chi avesse osato obiettare sarebbe stato bollato come vile. In queste condizioni la conquista del Giappone sarebbe costata un enorme numero di soldati e lo sterminio pressoché totale dei giapponesi. Mentre al contrario gli americani volevano tornare a casa vivi. La bomba di Hiròshima fu un messaggio: “È meglio che vi arrendiate. Voi siete disposti a morire per l’Imperatore ma noi potremmo uccidervi tutti senza perdere un uomo”. E perché fosse chiaro il messaggio fu ripetuto a Nagasaki.
Finalmente Hiro Hito, disattendendo i consigli di molti, ordinò la resa. Ai più alti livelli, alla sola idea di sopravvivere alla sconfitta, alcuni si suicidarono: ma la resa fu un affare per tutti. Quanti americani, senza quella bomba, sarebbero morti? Quante centinaia di migliaia di giapponesi si salvarono, se pure a spese di un medievale onore? Del resto i loro capi, così sensibili alla dignità, come mai l’avevano piegata al vile e proditorio agguato di Pearl Harbour?
Non c’è da scusarsi per Hiròshima o Nagasaki, per l’inutile massacro di Stalingrado, per le decine di migliaia di persone bruciate vive a Dresda, per l’inutile Prima Guerra Mondiale, o per tutte le guerre che l’umanità ha combattuto dai tempi di Ramsete. C’è da scusarsi di essere tanto più selvaggi dei coccodrilli i quali, almeno, non si ammazzano fra loro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 agosto 2010



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POLITICA
4 novembre 2009
UN WARGAME PER L'IRAN
Qualunque persona di buon senso sa che le soluzioni ai problemi di politica internazionale che si possono inventare parlando con un amico o col barbiere hanno una probabilità su mille di essere valide. Dunque, anche la tattica che sarà qui suggerita, per l’Iran, ha ben poche possibilità di essere ragionevole: viene scritta solo per suscitare le obiezioni di chi è più competente, col risultato che alla fine ne sapremo tutti di più.
Giorni fa si è scritto, con un sentimento di disperazione ma purtroppo  molto realisticamente, che quello dell’Iran è un problema insolubile . Si sono esaminate le diverse opzioni: la distruzione dei siti noti, l’invasione via terra ecc., ma nessuna di esse risolve il problema di un regime fanatico,  dotato della bomba atomica, che proclama di voler distruggere un intero Stato. E soprattutto: per quanto tempo bisognerebbe occupare l’Iran?
La soluzione che qui si propone parte proprio dalle difficoltà che sono state esposte e, per così dire, le trasforma in vantaggi.
In Afghanistan il grande problema è che i talebani si confondono con la popolazione, e per conseguenza gli Stati Uniti e i loro alleati non possono trarre vantaggio dalla loro enorme superiorità quanto ad artiglieria ed aviazione. In Iran invece il problema è quello di eliminare dei siti, ben individuati; e di distruggere prevalentemente cose e non persone. Washington potrebbe dire: sappiamo che nel tale luogo, tot longitudine est, tot latitudine nord, c’è un sito nucleare. Vi diamo due ore di tempo per evacuare tutti coloro che ci lavorano. Se il sito è in una città, sgombrate l’intero quartiere, ché se poi a voi non importa dei vostri cittadini, figuratevi a noi. Sappiate comunque che scadute quelle ore, del sito, che sia in campagna, su un’isola, in una città, non rimarrà pietra su pietra. Dolenti per i danni; dolenti per le eventuali vittime; dolenti per le eventuali fughe di radioattività ma sappiate che, se non rinuncerete ai vostri programmi, distruggeremo uno dopo l’altro tutti i vostri siti nucleari, sia quelli attuali sia quelli che doveste aprire in seguito. Qualunque attività di questo genere sarà come una “richiesta” di distruzione totale.
Purtroppo, se si volesse impedire che l’Iran, per rappresaglia, mini lo stretto di Ormuz, bisognerebbe distruggere l’intera flotta iraniana e qualunque cosa galleggi e possa portare una mina. In seguito si vieterebbe per giunta alle imbarcazioni battenti bandiera iraniana di lasciare i porti. Anche questa punizione terribile dell’Iran (che se la sarebbe cercata) è una cosa che una grande potenza, dotata di grandi mezzi tecnologici, può fare senza sforzo.
Come si vede si tratterebbe di ribaltare contro i suoi autori quella perfida invenzione del Ventesimo Secolo chiamata “guerra asimmetrica”. Stavolta asimmetrica nel senso che l’Occidente infliggerebbe colpi durissimi senza subirne alcuno. Nessuna assicurazione stipulerebbe una polizza sulla vita ai piloti iraniani che osassero levarsi in volo col loro aereo.
Naturalmente gli iraniani potrebbero cercare di portare tutte le fabbriche nel cuore delle montagne. Ma da un lato un buon bombardamento può sigillare le entrate della fabbrica dentro la montagna, dall’altro i drone e gli aerei potrebbero distruggere qualunque mezzo di trasporto che si avvicini a quella montagna, stavolta uccidendo anche gli occupanti dei mezzi. Fra l’altro, se gli americani volessero presidiare quell’entrata con dei paracadutisti bene armati, potrebbero farlo facilmente. Gli iraniani che osassero attaccare gli statunitensi in campo aperto sarebbero sterminati in men che non si dica. Occupare e presidiare un intero, grande paese, è impresa costosissima, impedire che si entri in una montagna si può fare con  l’aiuto dell’aviazione e poche decine di uomini.
Come è ovvio, l’opinione pubblica internazionale protesterebbe: lo fa sempre, e l’Iran avrebbe la solidarietà del blocco dei Paesi anti-Occidente, quella che all’Onu si chiama “maggioranza automatica”. Ma non si fanno omelette senza rompere le uova. O gli Stati Uniti fanno capire che fanno sul serio o, un giorno, potrebbero amaramente pentirsi di avere permesso ad un gruppo di fanatici religiosi di menarli per il naso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 novembre 2009

POLITICA
21 ottobre 2009
TREGUA, PACE E GIUSTIZIA
     Un lungo articolo di Daniel Pipes[1] sostiene che Israele non otterrà mai la pace con le concessioni ma conseguendo una vittoria. Yitzhak Rabin diceva che la pace si fa con i nemici ma – precisa Pipes – con i nemici vinti: la vittoria non ha alternative. Questa tesi è interessante per una riflessione più generale.

La nostra epoca è lodevolmente pacifica e, per così dire, “compromissoria”. Di fronte a qualunque contrasto il primo imperativo non è quello di dar ragione a chi ha ragione, ma quello di giungere ad un accordo tenendo conto degli interessi di chi ha torto. Se un poveraccio disoccupato rubasse un milione di euro, e fosse scoperto prima ancora che avesse speso quel denaro, giustizia vorrebbe che il denaro fosse interamente restituito al legittimo proprietario. Di fatto, secondo la mentalità corrente, sarebbe giusto che la maggior parte di quel denaro tornasse al ricco, ma una parte rimanesse al disoccupato, perché in stato di necessità; perché ha una famiglia; perché è la prima volta che ruba; perché, soprattutto, il dogma è che la ragione non sta mai tutta da una parte. In che modo è divenuto ricco, quel tale? Quanto ha pagato d’imposte? Le ha pagate tutte? Ed è giusto che ci sia da un lato chi è ricco e dall’altro chi non ha abbastanza da mangiare?

Questo tipo di ragionamento è assurdo. Se il bisogno scusasse, tutti si dichiarerebbero in bisogno. Il disoccupato deve essere aiutato dallo Stato, non può pretendere di derubare un privato. Inoltre, chi dice che il disoccupato non sia tale perché licenziato come ladro dall’impresa presso cui lavorava? Ipotesi perversa? E non è perverso chiedersi in che modo si è arricchito il derubato?

Analogo è il vangelo dei sindacati. Se il banconista licenziato vieta ai clienti di entrare nel bar, siamo di fronte a un reato. Se invece trecento dipendenti occupano una grande azienda, si chiama azione sindacale e per essa tutti esprimono comprensione. Bisogna concedere qualcosa ai quei lavoratori, indipendentemente dal fatto che abbiano ragione o torto.

È triste che questa mentalità imperi anche in ambito internazionale. La nostra epoca ama la tregua più della pace e la pace più della giustizia. Sosteneva una volta Luttwak che nell’ex-Jugoslavia il problema sarebbe rimasto eterno se non si fosse permesso ad un gruppo etnico di sterminarne un altro o almeno di scacciarlo da un dato territorio. A prescindere dal dato giuridico e a prescindere dalle esigenze di umanità, in passato si è raggiunta una pace stabile quando una parte è riuscita a schiacciare completamente l’altra. Gli esempi sono infiniti, aggiungiamo. Nel 1918 la Germania guglielmina perse l’Alsazia-Lorena ma il Paese non fu devastato: da questo nacque il revanscismo. Il Terzo Reich subì invece un disastro completo e crudele e il risultato è stato che la Germania non solo non ha più parlato di riavere l’Alsazia-Lorena ma ha rinunziato senza fiatare a grandi territori a est e persino a Königsberg.

La tesi di Luttwak può far saltare sulla sedia ma essa è vera de facto ed è orrendo che funzioni anche quando chi aggredisce ha torto e chi è aggredito ha ragione. Per questo è inaccettabile che si vieti a chi ha ragione di conseguire una vittoria totale e stabile. La pace è sicura solo quando lo sconfitto sa di non avere possibilità di rivincita. Se invece, come avviene, si ama più la tregua che la pace, e si fa di tutto perché intanto si cessi di sparare, chi stava perdendo da quel momento pensa a una seconda manche.

La regola è semplice: si deve sperare che l’aggredito sia veramente tale e non un aggressore che si maschera da aggredito, ma poi, se si vuole la pace, gli si deve permettere di vincere veramente la guerra.

Oggi l’amore della realtà (che è la stessa per il banconista e per i trecento lavoratori) e l’amore della giustizia (per cui l’aggredito deve avere il diritto di difendersi) è insufficiente. Si ha tendenza a sognare e predicare tonnellate di alta moralità, col rischio che questa nobiltà sia pagata da chi ha ragione. Senza dire che il prolungarsi di un conflitto alla lunga è pagato più duramente anche da chi ha torto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 ottobre 2009



[1] http://www.danielpipes.org/7653/peace-process-or-war-process


POLITICA
29 settembre 2009
LA GUERRA NEL TERZO MILLENNIO
Anni dopo avere abbattuto il regime dei talebani, gli americani combattono nell’Afghanistan una guerra asimmetrica e in essa sono coinvolti corpi di spedizione di altri Paesi. I giornali forniscono notizie, ma esse hanno una strana caratteristica: fanno sapere se un soldato inglese o americano è rimasto ucciso, riferiscono del minimo incidente in cui rimanga magari solo lievemente ferito un italiano, per non dire che cosa succede se ne muoiono sei, ma non dicono mai nulla delle perdite inflitte al nemico.
La propaganda bellica tradizionale in passato è stata di segno completamente opposto. A sentire i bollettini di guerra, le nostre gloriose truppe non indietreggiavano mai, al massimo si “riposizionavano su più adeguate linee di intervento”; non avevano mai perdite, se non “insignificanti”; nel frattempo le perdite inflitte al nemico erano sempre “pesanti”, ”gravissime”, oggi si sarebbe detto “devastanti”. Come mai questo drastico cambiamento?
Tutto dipende dalla considerazione della guerra. Un tempo essa era un fenomeno ricorrente e inevitabile come un’epidemia. Una volta cominciata, era ovvio che consistesse nell’uccidere la massima quantità di nemici, in modo che si piegassero ai nostri voleri. Oggi invece i principi sono diversi. In primo luogo, la guerra è un male quand’anche si facesse per legittima difesa: e per cominciare non bisogna chiamarla col suo nome. Si tratta sempre di un “intervento umanitario”, del “ristabilimento del diritto violato” (per esempio la prima guerra irakena per liberare il Kuwait), di una “esportazione della democrazia”, di un “sostegno  ad un regime ancora debole, in un paese in via di normalizzazione”, ecc. Tanto che quando il povero D’Alema si trovò ad inviare aerei da combattimento nei Balcani, dovette contorcersi nei modi più ridicoli per dare l’impressione che i nostri caccia-bombardieri andassero sulla Serbia per turismo.
Poi, se malgrado tutto il grande pubblico ha l’impressione che il proprio Paese stia combattendo una guerra, bisogna insistere sul punto che si va lì per aprire ospedali da campo, per proteggere e sostenere la popolazione civile e soprattutto per dare caramelle ai bambini. Le nostre truppe – pure efficientissime – le armi le portano solo perché lo impone il regolamento, ma certo non contano di usarle. Preferirebbero morire loro stessi. La prova è che ogni tanto un nostro soldato rimane ferito, ma non leggiamo mai che abbia sparato ed ucciso qualcuno. Ohibò, signora mia, li ha forse presi per assassini?
Nel frattempo la controparte, molto più seria e molto più ligia alla tradizione, parla di costanti successi e non ammette mai perdite. Sicché l’impressione totale e convergente è che gli occidentali stiano perdendo la guerra (qualunque guerra) e che sono nel Paese del momento – oggi l’Afghanistan – solo per fare da bersaglio. A questo punto si comprendono benissimo le invocazioni dei pacifisti: se questa è la situazione, che si aspetta per “riportare i nostri ragazzi a casa”?
In realtà bisognerebbe ritirarsi dall’Afghanistan, come da qualunque altro teatro di guerra, se si perde la speranza della vittoria, ma non perché sono morti alcuni soldati: può dispiacere, anche immensamente, ma è questo che avviene in guerra. E non bisogna dimenticare che anche i nostri hanno ucciso dei nemici.
È in casi come questi che ci si rende conto del gran tempo che è passato da quando il generale Patton diceva ai suoi soldati: “Now I want you to remember that no bastard ever won a war by dying for his country. You won it by making the other poor dumb bastard die for his country. Men, all this stuff you've heard about America not wanting to fight, wanting to stay out of the war, is a lot of horse dung. Americans traditionally love to fight”. “Ora voglio che ricordiate che nessun figlio di puttana ha mai vinto una guerra morendo per la sua Patria. Voi l’avete vinta facendo sì che l’altro povero e sciocco figlio di puttana morisse per la SUA patria. Uomini, tutta questa roba che avete sentito riguardo al fatto che l’America non vuole battersi, che voglia stare fuori dalla guerra, è un mucchio di merda di cavallo. Gli americani tradizionalmente amano la lotta”. E cita giustamente l’amore per il vincente negli sport. Concludendo: “I wouldn't give a hoot in Hell for a man who lost and laughed. That's why Americans have never lost and will never lose a war”. “Per me non vale nemmeno un soldo bucato all’inferno un uomo che abbia perduto e rida. Ecco perché gli americani non hanno mai perso e mai perderanno una guerra”. Parole molto diverse da quelle oggi di moda, anche in America. Forse eccessive. Ma sono le parole di un popolo che ha ancora un futuro, mentre ci si può chiedere se l’abbia l’Europa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Per chi legge l’inglese, ecco il testo del discorso di Patton, del 1944.
Now I want you to remember that no bastard ever won a war by dying for his country. You won it by making the other poor dumb bastard die for his country. Men, all this stuff you've heard about America not wanting to fight, wanting to stay out of the war, is a lot of horse dung. Americans traditionally love to fight. All real Americans, love the sting of battle. When you were kids, you all admired the champion marble shooter, the fastest runner, the big league ball players, the toughest boxers ... Americans love a winner and will not tolerate a loser. Americans play to win all the time. I wouldn't give a hoot in Hell for a man who lost and laughed. That's why Americans have never lost and will never lose a war. Because the very thought of losing is hateful to Americans. Now, an army is a team. It lives, eats, sleeps, fights as a team. This individuality stuff is a bunch of crap. The Bilious bastards who wrote that stuff about individuality for the Saturday Evening Post, don't know anything more about real battle than they do about fornicating. Now we have the finest food and equipment, the best spirit, and the best men in the world. You know ... My God, I actually pity those poor bastards we're going up against. My God, I do. We're not just going to shoot the bastards, we're going to cut out their living guts and use them to grease the treads of our tanks. We're going to murder those lousy Hun bastards by the bushel. Now some of you boys, I know, are wondering whether or not you'll chicken out under fire. Don't worry about it. I can assure you that you'll all do your duty. The Nazis are the enemy. Wade into them. Spill their blood, shoot them in the belly. When you put your hand into a bunch of goo, that a moment before was your best friends face, you'll know what to do. Now there's another thing I want you to remember. I don't want to get any messages saying that we are holding our position. We're not holding anything, we'll let the Hun do that. We are advancing constantly, and we're not interested in holding onto anything except the enemy. We're going to hold onto him by the nose, and we're going to kick him in the ass. We're going to kick the hell out of him all the time, and we're going to go through him like crap through a goose. Now, there's one thing that you men will be able to say when you get back home, and you may thank God for it. Thirty years from now when you're sitting around your fireside with your grandson on your knee, and he asks you, What did you do in the great World War Two? You won't have to say, Well, I shoveled shit in Louisiana. Alright now, you sons of bitches, you know how I feel. I will be proud to lead you wonderful guys into battle anytime, anywhere. That's all.
General George S. Patton, Jr.


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POLITICA
27 settembre 2009
L'IRAN, OVVERO LA QUADRATURA DEL CERCHIO

L’Iran vuole la bomba atomica, è in grado di fabbricarsela e intende distruggere Israele. Non sorprendentemente, Israele non è d’accordo ed è a sua volta armato di bombe nucleari, più numerose e più progredite di quelle che potrebbe avere l’Iran. Ma mentre l’Iran può distruggere Israele con due o tre bombe, distruggere l’Iran è impossibile, date le sue dimensioni. Tuttavia, in caso di guerra atomica, mentre morirebbero circa cinque milioni di israeliani, potrebbero morire da venti a quaranta milioni di iraniani e gli altri rimanere intossicati. Chi può volere un risultato del genere? Nessuna persona ragionevole. Ma il punto è che qui ci sono in campo anche persone non ragionevoli.
Nella primavera del 1945 Hitler sarebbe stato disposto a lasciar uccidere tutti i tedeschi se questo avesse potuto procurargli la sopravvivenza politica o un’impossibile vittoria. Disprezzava l’intero popolo tedesco, che giudicava vile e imbelle, e pensava, come Caligola, che era un peccato non avesse una sola testa: glie’avrebbe tagliata volentieri. Lui personalmente, però viveva sotto sette metri di cemento armato. Nello stesso modo, il fanatismo islamico, che si fa forte di “non temere la morte, come la temono gli infedeli”, potrebbe imbarcare l’Iran in una guerra in cui, dal punto di vista delle perdite umane, avrebbe largamente la peggio. Ma i capi continuerebbero a predicare dai loro sicuri rifugi. Non c’è da contare sulla loro ragionevolezza.
A questo punto è ovvio: bisognerebbe impedire all’Iran di procurarsi l’armamento atomico. Ma come?
Un’azione militare come quella di Israele nel 1981, quando distrusse l’Osirak, non è possibile. I siti iraniani sono numerosi; non si può essere sicuri di conoscerli tutti; alcuni sono dentro le montagne o sottoterra: dunque sarebbe necessaria un’azione lunga e approfondita, con l’intervento di truppe di terra. Una vera guerra.
Inoltre, non potendo contrastare l’esercito americano, israeliano o ambedue nell’aria, nel mare e sulla terra, l’Iran potrebbe afferrare la giugulare dell’Occidente bloccando lo stretto di Ormuz e tagliando i rifornimenti di petrolio a buona parte del mondo. La cosa sarebbe tecnicamente facile da realizzare disseminando di mine lo stretto. Questa operazione non richiederebbe infatti l’impiego di grandi navi da guerra: basterebbero piccole e numerose imbarcazioni. Poi basterebbe che una sola petroliera saltasse in aria perché nessun altro armatore si sentisse di rischiare. Per giunta, anche a conflitto cessato, il pericolo di qualche mina non rimossa rimarrebbe presente, e la crisi si prolungherebbe per un tempo imprevedibile.
L’unica soluzione militare è la distruzione della flotta iraniana e di tutti i natanti iraniani prima dell’attacco. È facile immaginare quanto questa operazione sarebbe popolare, nel mondo.
E non basta. Ammesso che si riuscisse a distruggere tutte le installazioni atomiche, che cosa bisognerebbe fare? Rimanere lì a tempo indeterminato? Rischiare, una volta partiti, che gli iraniani ricomincino? Per non parlare della reazione delle opinioni pubbliche dinanzi alle migliaia e migliaia di morti che comporta una guerra guerreggiata. L’Italia, solo per sei soldati, ha decretato funerali di Stato.
Si potrebbe sperare di annullare il pericolo dei missili atomici iraniani con uno scudo di missili-antimissile, ma come essere sicuri che non ne sfugga uno che cada su Tel Aviv o Gerusalemme? In quel caso l’incendio mondiale sarebbe inevitabile.
E allora si parla di sanzioni. Queste, come si sa, non hanno una storia gloriosa. Ne ha potuto ridere perfino l’Italia degli Anni Trenta. Oggi la più seria sarebbe il taglio delle forniture di benzina, dal momento che l’Iran, seduto sul petrolio, non è in grado di raffinarlo nelle quantità che gli servono. Ma la Russia tentenna e può fornire a Tehran, via terra, tutto il carburante  necessario. Mosca vuole contenere l’iperpotenza statunitense ma i suoi  moventi non importano: importa che le sanzioni non valgono nulla se non coinvolgono tutti. E oggi non è così.
C’è pure chi spera che, ancora una volta, Israele “faccia il lavoro sporco”. Non solo è già odiata; non solo non ha interessi geostrategici, a parte la propria sopravvivenza, ma sulla base dei discorsi di Ahmadinejad è giustificata dal punto di vista del diritto internazionale. Purtroppo anche questa speranza è vana. Israele, per attaccare l’Iran con l’aviazione, deve sorvolare l’Iraq, e questo coinvolgerebbe gli Stati Uniti nella guerra, volenti o nolenti. Inoltre Israele non potrebbe invadere l’Iran via terra e certo non potrebbe in seguito presidiarlo. Infine non avrebbe sufficienti forze per tenere aperto lo Stretto di Ormuz.
Il futuro, come si vede, è più che preoccupante. Potrebbe divenire roseo se il regime degli ayatollah crollasse e fosse sostituito da un governo ragionevole. Ma quante speranze ci sono che ciò avvenga in tempo?
Oggi è dunque inutile irridere Obama per la sua indecisione e per la fatuità dei suoi sorrisi. Che sia un grande Presidente o un Presidente per ridere, nessuno può risolvere la quadratura del cerchio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
P.S. Per chi fosse interessato, su www.pardo.ilcannocchiale.it, ancora per qualche giorno un forum dal titolo Conversazione Teologica, introdotto da uno scritto dello stesso autore.
27 settembre 2009

POLITICA
25 settembre 2009
MORIRE PER KABUL?

Molte persone si chiedono seriamente se sia il caso di mandare i nostri soldati in Afghanistan ma questa domanda non può avere risposta.
Il problema se valga la pena di combattere una guerra si risolve da sé se la Patria è aggredita: in questo caso la scelta dello scontro è stata assunta da un altro Paese. Di solito, se c’è una possibilità di difesa – una possibilità che non aveva la Cecoslovacchia nel 1968 – tutti capiscono la necessità della guerra. Se invece non vi è attualmente un’aggressione e un governo intraprende l’azione bellica in quanto la reputa un costo minore rispetto ad uno scontro più lontano nel tempo, i dubbi spesso sono molto più grandi.
Nell’antichità Roma s’ingrandì – un po’ come la Russia nei secoli recenti – per il timore di essere aggredita: ogni volta conquistava un nuovo territorio per spostare più lontano la frontiera da cui poteva venire l’aggressione.
Tutto questo è talmente vero che la distinzione fra guerra di aggressione e guerra difensiva diviene labile. L’aggressore può sempre pretendere di star agendo per fini difensivi futuri. Per non parlare di Hitler che arrivò ad inscenare una finta aggressione di militari polacchi (in realtà soldati tedeschi travestiti), che furono gloriosamente uccisi dai commilitoni della Wehrmacht. A proposito: Wehrmacht uguale “forza di difesa”.
Un caso opposto s’è avuto nel 1967, quando Nasser compì tutti gli atti che chiaramente preludevano all’attacco di Israele. L’Egitto diede anche luogo a quelli che vengono chiamati “casus belli”, cioè azioni che autorizzano la controparte a considerarsi militarmente aggredita. Ciò malgrado, quando l’esercito egiziano non aveva sparato nemmeno un colpo di cannone, fu invece Israele che, con azione fulminea, annientò letteralmente l’aviazione egiziana al suolo, procurandosi il dominio dei cieli in quello scacchiere. L’iniziativa militare fu benedetta, dal punto di vista di Gerusalemme, che poi vinse la guerra a mani basse. Perché aspettare la prima mossa dell’altro, se lo scontro è inevitabile e voluto dall’aggressore? Soprattutto se si può fruire del fattore sorpresa? Ecco un caso in cui nessuno sarebbe scontento di vedere il proprio Paese vibrare il primo colpo.
Se, pur possedendo tutti i dati storici, è difficile stabilire se una guerra sia stata un’aggressione o una difesa strategica anticipata, figurarsi quanto sia difficile stabilirlo, riguardo al presente o al futuro, quando si è dei privati cittadini, e si è lungi dall’avere tutte le conoscenze economiche, militari, geografiche, storiche, politiche di cui dispongono i governanti con i loro consulenti. Per non parlare delle informazioni fornite dai vari servizi segreti.
In questo campo il cittadino medio non è in grado di avere una opinione ragionevole. Se parla, probabilmente parla a vanvera. Ma c’è qualcosa di  molto più allarmante: la storia mostra che la disponibilità di elementi di giudizio infinitamente più completi di quelli dell’uomo della strada non ha impedito e non impedisce ai governanti di commettere errori madornali. La storia è piena di conflitti che si sono risolti in un danno gravissimo di chi li aveva provocati: la Prima Guerra Mondiale fu dovuta ad errori di calcolo commessi indistintamente da tutti coloro che vi parteciparono. E infatti tutti ne riportarono solo danni e lutti immensi.
Ma la guerra è endemica: malauguratamente fa parte della natura umana. Nel 1939 Hitler dimostrava i suoi intenti aggressivi e il suo delirio di conquista e fu di moda chiedersi: “Morire per Danzica?” Ma i governi di Francia e Gran Bretagna avevano finalmente capito che non si trattava del famoso “corridoio” sul Mar Baltico. La Polonia era solo il primo boccone: bisognava difendersi. E meglio avrebbero fatto ad intervenire prima, magari impedendo con la forza il riarmo tedesco, contrario al trattato di pace.
Chiunque si chieda se bisogna morire per Danzica, Baghdad, Kabul dovrebbe sapere che lui stesso non ha modo di deciderlo. Forse non lo sanno neppure coloro che siedono intorno al tavolo del Consiglio dei Ministri. Essi agiscono – almeno in democrazia - secondo quello che reputano essere l’interesse della Patria, avendo soppesato i pro e i contro, ed essendo perfettamente coscienti che molti giovani moriranno:  ma c’è solo da sperare che non sbaglino. Non si può andare oltre.

CULTURA
13 maggio 2009
DUE POPOLI, DUE STATI
DUE POPOLI, DUE STATI
Il viaggio del Papa in Terrasanta ha riportato sotto i riflettori il problema palestinese. Uno dei luoghi comuni, al riguardo, è che la soluzione sia quella di “due popoli e due Stati”. Anche se – si aggiunge – ci sono parecchi ostacoli: i coloni nei Territori Occupati, il problema dei rifugiati e, soprattutto, il rifiuto degli estremisti palestinesi. Infatti Hamas e gli estremisti islamici non vogliono una parte della regione, la vogliono tutta. Sono pazzi? Forse meno di quanto si pensi.
Lo sarebbero certamente se sognassero, con le loro sole forze, di riuscire militarmente dove non sono riusciti tutti gli Stati arabi coalizzati. Ma forse è ragionevole che rifiutino un’offerta che non viene loro fatta. E facciano finta di chiedere di più.
La tesi sembra ardita ma non è detto che sia infondata.
Uno Stato è tale quando è sovrano, cioè quando ha l’indipendenza legislativa, amministrativa e soprattutto militare. Ebbene: un tale Stato non può essere tollerato da Israele. Gerusalemme può accordare al vicino una totale autonomia ma non potrà mai permettere la vera indipendenza militare, perché di questa indipendenza il nuovo Stato, secondo i suoi attuali programmi, si servirebbe per attaccarlo. Pure se molto debole, la Palestina potrebbe permettere ai suoi alleati – Siria, Egitto, Giordania e corpi di spedizione anche iraniani - di entrare nel proprio territorio per attaccare Israele dalle attuali frontiere. E perché mai Israele dovrebbe mettere a rischio la propria sopravvivenza, perché mai dovrebbe rinunciare al “cuscinetto” costituito dai Territori Occupati?
Nel 1948 i palestinesi si videro offrire uno Stato sovrano e lo rifiutarono. Dissero che non potevano contentarsi di più di metà della Palestina e tentarono – già allora – di “buttare a mare gli ebrei”. Persero e invece di piegarsi al responso delle armi, continuarono a rilanciare per decenni con altre guerre, tutte perse, fino a scrivere nello Statuto di Hamas il programma dell’eliminazione degli ebrei. L’eventuale nuovo Stato dunque sarebbe aggressivo, mentre se oggi Israele può dormire sonni tranquilli è perché i palestinesi sono fermati da una recinzione e perché, da quei Territori, non può venire un esercito dotato di armi pesanti.
In passato i palestinesi non hanno voluto l’indipendenza, oggi non possono più averla. Non hanno soltanto perduto tutte le guerre, hanno perduto anche la pace. Se oggi dicono orgogliosamente che non sono disposti a nessun compromesso, possono farlo gratis: infatti la Palestina, malgrado la sua bandiera e un’incessante retorica di guerra ed odio, è solo un Territorio Occupato. E tale timarrà a tempo indeterminato. Israele infatti non può permettere che si costituisca a pochi metri dalle sue case una minaccia per la propria sopravvivenza. Se i palestinesi, sessant’anni fa, avessero avuto un minimo di buon senso e di tolleranza, il problema non si sarebbe neppure posto: ma è andata com’è andata.
Nelle guerre normali, il vincitore lascia al vinto una limitata autonomia e questo avviene per un tempo relativamente breve. Dopo la Prima Guerra Mondiale le potenze alleate imposero il disarmo alla Germania; quelle della Seconda Guerra Mondiale tennero loro basi militari sul suolo tedesco per decenni e anche l’Italia ebbe le sue limitazioni: per esempio non è un caso se non possediamo portaerei. Ma il tempo e i buoni rapporti smussano gli angoli. Le ostilità si dimenticano e anche i vinti recuperano la loro indipendenza. Trenta o quarant’anni dopo la fine della Guerra, i rapporti fra inglesi e americani da un lato, e italiani e tedeschi dall’altro, erano tutt’altro che nel segno della guerra. Al contrario, trent’anni dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 di pace non si parlava neanche lontanamente. Dal 1978 sono passati altri trent’anni e Hamas sogna di buttare a mare gli israeliani. E allora non c’è speranza: il problema è insolubile.
L’unica via d’uscita sarebbe un atteggiamento pacifico che, alla lunga, rassicurasse Israele. Ma a questo punto non si deve sconfinare nella fantapolitica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
13 maggio 2009


CULTURA
4 gennaio 2009
SOFRI POLEMOLOGO

SOFRI POLEMOLOGO

Le frasi che seguono sono tratte da un articolo (Repubblica, 4 gennaio 2009) dal titolo  " Le vittime che servono per dire basta ", a firma di Adriano Sofri.

L’articolo comincia così: “C´è una domanda cui bisogna rispondere. Sembra una domanda facile, e il guaio è là. Che il numero dei morti palestinesi per l´offensiva israeliana a Gaza sia così alto, e cresca ancora, è un segno di vittoria di Israele, o di sconfitta, o di che cosa?” Arduo problema. “E una sottodomanda, in apparenza ancora più facile: che i morti palestinesi siano tantissimi, e quelli israeliani pochissimi, è una vittoria o una sconfitta di Israele?” Una domanda difficilissima, effettivamente. Più o meno come questa: chi ha vinto, a Canne, chi ha vinto nella Selva di Teutoburgo? O anche, se si scende sul piano della quotidianità: “Se facendo a pugni ne date uno e ne ricevete cento, riuscite ad indovinare se avete vinto o perso?” Parlando seriamente sarebbe facile dire a Sofri che chi saprebbe meglio di tutti la differenza tra far morire gli altri o morire lui stesso è il Commissario Calabresi.

Per Sofri il generale Yoav Galant ha illustrato i propositi dell’offensiva con una frase orribile. Si tratta di: “Ributtare indietro di decenni la striscia di Gaza in termini di capacità militare, facendo il massimo di vittime presso il nemico e il minimo fra le forze armate israeliane". Sofri scandalizzato richiede che gli facciano annusare i sali. Come molti strateghi da poltrona, crede che la guerra sia una gara di cortesie. Se invece sapesse che cos’è, se l’avesse fatta come l’ha fatta George S. Patton, direbbe come lui ai soldati:  “Voi non siete qui per morire per la vostra patria. Voi siete qui per far sì che gli altri figli di puttana muoiano per la loro patria”. E forse nei salotti buoni di Milano è necessario annusare di nuovo i sali.

Ecco un’altra notazione. “Ogni settimana, la rivista "Internazionale" pubblica una rubrichetta di poche righe, intitolata "Israeliani e palestinesi", che aggiorna il numero dei morti dell´una e dell´altra parte a partire dalla seconda Intifada, cioè dal settembre del 2000. … la sproporzione è cresciuta … il divario ha continuato ad accrescersi, finché all´inizio di dicembre … il totale dei morti palestinesi superava di più di cinque volte quello dei morti israeliani (5.301 a 1.082)”. Ecco un modo stupido e tendenzioso di raccontare i fatti. Se una turba di fanatici disarmati cerca di strangolare a mani nude un gruppetto di soldati bene armati, è normale che alla fine ci siano sul terreno un soldato ucciso e un centinaio di morti fra gli aggressori. Ma è colpa degli aggrediti? Questi non dovevano usare le armi, solo perché gli altri erano disarmati? Sofri inoltre dimentica che gli aggressori non tengono in nessun conto né la propria vita né quella dei propri cari. Ammesso che cari gli siano.

“Israele ha pressappoco undicimila prigionieri palestinesi, la Palestina, cioè Hamas, uno solo, il povero Gilad Shalit”. Piccolo particolare: Israele tiene in carcere palestinesi colpevoli di reati mentre Shalit è un soldato innocente. Quando si tratta di Israele anche un fine intellettuale come Sofri dimentica la differenza fra sequestro di persona e detenzione dopo un processo.

Secondo Sofri non è giusto che la popolazione palestinese soffra, per i crimini dei terroristi. “Gli invasati, o i farabutti, non rendono un popolo correo del loro fanatismo: nemmeno quella metà del popolo che li ha votati in un´elezione”. Ecco a che cosa conduce il vizio di parlare di cose che non si conoscono. Se la Striscia di Gaza avesse un governo decente che non permette il terrorismo nei confronti degli Stati vicini, i pochi “invasati e farabutti” non renderebbero il popolo correo del loro fanatismo. Ma se è il governo stesso ad essere composto d’invasati e farabutti che predicano ed attuano il terrorismo, tutto il paese paga il conto. Quando gli Alleati bombardarono Dresda, uccidendo decine di migliaia di civili inermi, li considerarono responsabili solo di far parte di un paese che aveva a capo Hitler. È questa, la logica dei rapporti fra gli Stati. È questa la logica della guerra. Ma Sofri non ne ha mai sentito parlare.

“Se davvero un´azione militare mirasse al massimo di vittime nel nemico, l´ideale sarebbe lo sterminio. Se la confermasse, il generale che ha pronunciato una frase del genere andrebbe messo ai ferri”. Ancora una volta ecco una dimostrazione d’incompetenza in materia di cose militari. La guerra - salvo l’unico caso di un paese preistorico che ha Hamas al governo - tende alla resa del nemico, non alla sua morte. Quando gli Stati Uniti bombardano Hiroshima non vogliono ammazzare un centinaio di migliaia di giapponesi, vogliono che il Giappone si arrenda. E se non si arrende, bombardano Nagasaki. E se infine dopo Nagasaki il Giappone si arrende, la guerra finisce.  È triste che sia necessario spiegare cose del genere.

“Non è possibile che Israele, cioè gli israeliani, pensino e sentano di "non avere altra scelta". Ce l´hanno, sanno anche qual è: tutti, o quasi. Sanno qual è, e vanno da un´altra parte. In cielo e, tanto peggio, in terra”. La scelta la sanno gli israeliani, la sa Sofri, forse la sanno tutti, ma chi scrive queste righe no. Perché Adriano non l’ha scritta, in modo da illuminare l’unico scemo rimasto? L’unica condizione che gli si pone è che la sua soluzione comporti la sicurezza degli abitanti di Israele.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


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permalink | inviato da giannipardo il 4/1/2009 alle 15:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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