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politica interna
8 marzo 2014
VORREMMO GRILLO DITTATORE
Verifica pratica della politologia da bar
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Per giungere a certe conclusioni logiche l’uomo razionale non ha bisogno dell’esperienza. Le persone semplici invece imparano soltanto dai fatti. Sempre che non siano lontani nel tempo. Quando non c’è stata una guerra da parecchi anni e un Paese si entusiasma all’idea di una conquista o di una vendetta, i giovani si presentano volontari e partono cantando. E nessuno ascolta chi predica la pace. Quando viceversa il massacro è recente, tutti sono pacifisti. Diviene impresa peggio che ardua auspicare non la guerra, ma gli stessi armamenti per evitarla. Con le conseguenze viste nel 1940.
Anche in politica ci sono regole “logiche”. Dal momento che le risorse sono limitate e non si può avere tutto ciò che si vorrebbe, l’attività specifica del Parlamento è quella di decidere se fare una cosa o farne un’altra. Anche se ambedue sarebbero opportune. Il popolo invece crede che si tratti di scegliere fra una cosa giusta e una cosa sbagliata: tanto che basterebbe lasciare la decisione a un “tecnico”. Mettiamo un medico a capo del Ministero della Sanità e un ingegnere a capo del Ministero dei Lavori Pubblici. Illusione perniciosa. L’ingegnere è qualificato per progettare un’opera, non per stabilire quale realizzare. L’interpretazione di ciò che è utile al Paese e di ciò che i cittadini desiderano di più è atto squisitamente politico, chiunque lo decida. Semplice e chiaro. E tuttavia il popolo continua a sognare i tecnici al governo e i politici in galera. Nessuna argomentazione contraria lo convince. 
Per la verità, il caso ha voluto che l’Italia, a partire dalla fine del 2012, avesse finalmente un “governo dei tecnici”: ed esso ha lasciato un tale ricordo di sé che, almeno per qualche tempo, il popolo è stato vaccinato contro questa ubbia. E infatti nessuno più ne parla.
Accanto a questo sogno (che ritornerà, non c’è da dubitarne) ci sono quelli del “governo degli onesti” o, addirittura, dell’anarchia. Si dimentica che già Aristotele ha notato come essa conduca alla dittatura e tuttavia oggi è in auge quella sua forma attenuata che è l’odio delle istituzioni, della casta, dell’establishment, insomma, ancora una volta, dei politici. E si arriva ad un assunto ancor più azzardato: il governo dei “non competenti”. Non più qualcuno che ha esperienza di guida del Paese (perché se così fosse sarebbe già un politico); né qualcuno che ha competenza tecnica, dal momento che ne siamo ancora scottati; forse neppure persone anziane, perché esse si sono conformate al vecchio andazzo e sono incapaci di reazione. Il ritratto finale è quello di un gruppo di giovanotti e ragazze che non sanno niente di niente, che hanno come merito la propria inesperienza e il fatto di non essere dei politici. Un’idea di una stupidità avvilente. 
Grillo direbbe: li guiderà la Rete. A parte il fatto che con questo esclude gli anziani e tutti coloro che non sanno maneggiare internet, i cittadini normali non sono più competenti dei “grillini” eletti. “Un cieco che guida un altro cieco”, dice il Vangelo.  E soprattutto, se i tecnici della politica o i tecnici della tecnica hanno governato male, perché mai dovrebbe governare bene i tecnici dell’arrabbiatura? Ma almeno sono onesti, si consolerà qualcuno. Vero. Però è anche vero che fino ad ora i “grillini” non hanno avuto l’occasione di non esserlo. Meglio aspettare. Il denaro pubblico è orfano, o almeno mal sorvegliato, e tutti hanno la tentazione di allungare le mani. 
I parlamentari del M5S sono stati mandati a Roma da gente che desiderava mandare tutto all’aria. Un quarto degli italiani ce l’aveva talmente con la “casta” che avrebbe fatto sedere a Palazzo Chigi anche un egittologo, un comico, un ballerino classico o un esploratore polare, “tanto, peggio di quelli che ci sono non potrebbe fare”. Ebbene, sarebbe bello se alle prossime elezioni il M5S ottenesse la maggioranza relativa e governasse da solo. Chi non riesce ad imparare dal ragionamento astratto merita di imparare dall’esperienza concreta. Purtroppo Beppe Grillo si è rivelato più intelligente di ciò che credevamo. Un altro meno astuto si sarebbe alleato con qualcuno, sarebbe intervenuto nella vita concreta del Parlamento, si sarebbe impegnato nell’azione concreta, dimostrando tutti i propri limiti e scontentando un mare di gente. Invece lui si è arroccato sulla protesta astratta e priva di compromessi, continuando a lucrare sull’equivoco: “Ah, se governassimo noi!”
Sarebbe bello se, come in un apologo, l’Italia potesse dirgli: “Sai che significa la parola governo? Significa timone. Eccoti la barra, facci vedere dove ci conduci”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 marzo 2014

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ECONOMIA
23 febbraio 2014
CHE COSA CI SARA' DI VERO NEL PROGRAMMA DI RENZI
Quello che c'è stato sempre, praticamente niente
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Un programma, per il dizionario, è “l’enunciazione verbale o scritta di ciò che è necessario fare  o che ci si propone di fare”. Nel caso del governo Renzi, la lista di ciò che sarebbe necessario fare potrebbe occupare un discorso di qualche ora. E sarebbe uno spreco di parole. Sui mali di cui soffriamo siamo edotti tutti. Ciò che interessa sapere è soltanto “ciò che ci si propone di fare”. 
Purtroppo, questa definizione è ancora troppo ampia. Nella favola di “Pierina e la ricottina”, la ragazza si propone di vendere la ricotta, comprare col ricavato una gallina, poi venderne le uova, e col ricavato… Insomma alla fine avrebbe avuto una grande fattoria con molti dipendenti. Ma la ricottina le cadde per terra e non riuscì nemmeno a vendere quella. Un programma ha senso non quando il suo successo è affidato ad eventi aleatori e sperati, ma quando, salvo impensabili imprevisti, si può contare su strumenti sicuri. Se si prende un biglietto d’aereo per New York, deve avvenire qualcosa di molto improbabile, perché non si arrivi in quella città. Se invece si comincia a remare da Genova su una barchetta, il “programma” diviene piuttosto inverosimile.
L’esperienza del passato, in questo campo, non è confortante. Ogni nuovo governo si è presentato alle Camere ed ha esposto progetti che spesso sono stati definiti un “libro dei sogni”. Chiunque abbia superato i cinquant’anni, all’inizio di quel genere di discorso,  smette di ascoltare e si mette a fare le parole incrociate. E se poi ha superato i sessanta o i settanta, e sente parlare di “fondi che si reperiranno reprimendo l’evasione fiscale”, non solo spegnerà il televisore ma rischierà di lanciargli contro una scarpa. 
I discorsi programmatici sono soltanto una messa cantata. Le eventuali novità, i punti eventualmente significativi si troveranno condensati in un minuto o due del primo telegiornale successivo. Se quell’allocuzione non fosse una pura formalità, dovrebbe indicare non ciò che sarebbe bello fare e neppure tutto ciò che si proverà a fare, ma soltanto ciò che si è sicuri di fare. Indicando le caratteristiche principali dei provvedimenti e specificando in particolare i loro costi e le fonti di finanziamento. Tutto ciò con assoluta e totale esclusione di Arabe Fenici come il ricupero dell’evasione fiscale, il previsto aumento del gettito della tale imposta ed ogni altro introito aleatorio. Forse - beneficio aggiuntivo - in queste condizioni l’esposizione del programma potrebbe anche concludersi in dieci minuti. Alzi la mano chi ricorda una grande riforma attuata dal governo di Enrico Letta. È evidente che nel suo caso l’esposizione del programma sarebbe potuta durare anche meno di cinque minuti.
Se è vero che certi problemi sono al di là delle possibilità umane - per esempio quello del debito pubblico - bisogna ricordare che ci sono altri provvedimenti che non costano quasi nulla. Si tratta soltanto di avere la volontà politica di attuarli (ad esempio la riforma del Senato) o soltanto di avere la forza di affrontare l’impopolarità (la riforma dello Statuto dei Lavoratori). Per queste riforme basterebbe indicare le linee fondamentali, avvertendo che, in caso di ostacoli in Parlamento, cadrebbe il governo. “Se oggi ci concedete la fiducia sappiate che lo fate anche per attuare questa riforma. Se non siete d’accordo, per lealtà e per chiarezza votateci contro oggi stesso. Il vostro voto ha le caratteristiche del mandato ad attuare ciò che noi vi proponiamo”. È questo avere una volontà politica. 
Purtroppo, neanche in questo campo si può essere ottimisti. Il governo non ha il coraggio di sfidare il Parlamento e il Parlamento è capacissimo di non mantenere l’impegno assunto col voto di fiducia. Alesina e Giavazzi(1) scrivono seccamente: “La Cassa integrazione (Cig) va abolita”. Semplice e netto. Ma, appunto, quale governo, quale maggioranza ne sarà capace? Non basterà sottolineare che la Cig copre alcuni lavoratori e non la maggior parte di essi; non basterà sottolineare che quella straordinaria è a spese dello Stato: una volta che il governo si troverà a fronteggiare l’opposizione clamorosa dei sindacati, al limite della ribellione di piazza, è difficile che sappia mantenere ferma la barra del timone. E invece i due editorialisti senza macchia e senza paura scrivono ancora: “Va abolito il principio del reintegro obbligatorio”. E dire che l’abbiamo visto con Mario Monti: pure sostenuto dall’universo mondo politico, il suo governo si è creduto obbligato a rinunciare alla riforma dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. 
Il probabile discorso di Renzi, come la lista della spesa di quei due editorialisti, sono libri dei sogni. Non soltanto perché – come asseriscono Alesina e Giavazzi – i grandi burocrati hanno dossier sugli uomini politici con cui possono ricattarli, più semplicemente perché da un lato ad alcuni mali non c’è rimedio (in prima linea il debito pubblico) dall’altro perché gli italiani non sosterebbero nemmeno un governo che facesse soltanto le riforme che non costano un euro. Una ­ stampa corriva e demagogica, a rimorchio dei successori del Pci, per decenni ha sostenuto a spada tratta il più marmoreo immobilismo.
Forse il programma di Renzi dovrebbe essere questo: “Sono contento di essere arrivato primo. La poltrona è comoda e finché potrò me la godrò”. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 febbraio 2014
http://www.corriere.it/editoriali/14_febbraio_21/purche-si-dica-tutta-verita-2fdac98a-9ac2-11e3-8ea8-da6384aa5c66.shtml


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POLITICA
12 febbraio 2014
A CENA, DINANZI AL TELEVISORE
Lo studio della storia, a scuola, è noioso. Gli avvenimenti infatti sono sommariamente riassunti, disincarnati e per così dire dominati dal destino. Si scrive che il tale comandante ingaggiò la tale battaglia e vinse, oppure perse, come se le cose non sarebbero potute andare diversamente. È solo studiando la storia da vicino - cosa veramente appassionante - che si vede quanto essa sia frutto della casualità, dei rapporti umani, della differenza delle opinioni, ed anche degli errori commessi dai protagonisti. Tanto che il risultato finale appare soltanto uno dei possibili esiti, non l’unico.
Ciò malgrado, dopo tutti gli approfondimenti possibili, rimane il fatto che Annibale conseguì a Canne una strabiliante vittoria, e alla fine le sue iniziative portarono alla totale cancellazione di Cartagine. Dunque anche il punto di vista scolastico e sommario ha una sua validità: forse potrebbe dirsi che l’odio di Amilcare e di Annibale per Roma fu eccessivo ed autodistruttivo.
Per la storia che si fa sotto i nostri occhi - cioè per quel presente che ci raccontano i media - siamo tutti costretti alla visione minuziosa dello specialista. Ma se dedichiamo alla politica soltanto un’occhiata distratta, quell’attenzione diluita che residua dal badare a ciò che si mangia o a ciò che dicono i familiari, è possibile anche in questo campo guardare soltanto ai fatti importanti, prescindendo dai mille “Tizio ha detto” e “Caio gli ha risposto”. Con questa mentalità da uomo della strada che ha altro cui pensare, le attuali diatribe per Palazzo Chigi sono incomprensibili o assurde.
Partiamo dal fatto che abbiamo un governo presieduto da Enrico Letta. Ora ci dicono che esso dovrebbe essere sostituito da un governo presieduto da Matteo Renzi. Perfetto. La persona di buon senso immagina che il primo stia facendo male e il secondo farà bene, oppure che il primo abbia un programma e il secondo un programma totalmente diverso, o infine che il primo sia di un partito e il secondo di un altro partito. E invece niente di tutto questo. E allora perché cambiare? Perché toccare un equilibrio ereditato da prima che Forza Italia si spaccasse, e che oggi difficilmente potrebbe essere ricostituito nello stesso modo? Allora si trattava di un governo paritario, e infatti al governo – ancora oggi – ci sono gli stessi ministri dell’iniziale governo Letta, quando il Pd e Forza Italia avevano lo stesso peso. Viceversa, nel momento in cui Renzi dovesse costituire un nuovo governo, difficilmente potrebbe dare la metà dei posti, la Vice Presidenza e il Ministero dell’Interno ad una formazione residua e risicata: quel Nuovo Centro Destra che è lungi dall’avere lo stesso peso  elettorale del suo partito di provenienza. Se il nuovo Primo Ministro offrisse un solo dicastero o due, non è sicuro che quei signori che hanno rischiato l’accusa di traditori pur di non lasciare la poltrona, accetterebbero di andarsene solo per consentire a Renzi di cambiare la targhetta dell’inquilino sulla porta di Palazzo Chigi. E tuttavia, senza il loro sostegno al governo, Renzi non avrebbe una maggioranza. Sicché ci si chiede se valga la pena di correre questi rischi. Se Renzi ha in mente delle riforme – quella della legge elettorale e quella Senato innanzi tutto – da Segretario del Pd dovrebbe soltanto incaricare il Presidente del Consiglio - membro di quello stesso partito - di attuarle. Ché se poi Letta non potesse attuarle, non si vede perché dovrebbe esserne capace lui.
A meno che il suo piano non sia un altro. Farsi incaricare di formare il nuovo governo, non riuscirci, (facendolo magari apposta) per andare a nuove elezioni. E in questo caso quel telespettatore che a cena dedicava un’occhiata distratta al telegiornale, dirà semplicemente: “Beghe loro. Il Paese affonda e tutto il problema di cui riescono ad occuparsi è quello delle poltrone”. Gli si potrà dar torto?
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
12 febbraio 2014


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politica interna
27 gennaio 2014
GALILEO, L'ECONOMIA E LA POLITICA
Il grande vantaggio dell’ignorante rispetto al colto è che, a volte, nell’affrontare i problemi, usa pressoché involontariamente il metodo galileiano. Cioè sperimentale. Ecco un buon esempio: i grandi economisti, quando si tratta di previsioni riguardanti il futuro, dànno fondo a tutta la loro sapienza. Studiano grafici, pubblicazioni nazionali e straniere, prendono in considerazione i cicli economici del passato, tengono perfino conto della storia e delle tendenze politiche. Alle fine decretano che fra tot anni il tale Paese avrà un incremento del prodotto interno lordo dell’1,7%. E regolarmente sbagliano. L’ignorante a questo punto ricorda una famosa battuta di Sergio Ricossa, lui pure grande economista: “Se il futuro dell’economia fosse prevedibile, gli economisti giocherebbero in Borsa, invece di contentarsi di uno stipendio di professori d’università”. E lui stesso ha più volte irriso “le previsioni con la virgola”, quando non si è in grado di essere ragionevolmente sicuri nemmeno dei numeri interi. 
 Ecco il metodo galileiano che taglia la testa al toro. L’esperimento dà torto ai grandi economisti. E se anche qualcuno di loro ogni tanto ci azzecca perfettamente, dal momento che nello stesso tempo tanti altri si sono sbagliati, il profano, non sapendo in anticipo chi ci azzeccherà, concluderà sempre che la verità definitiva l’ha detta Ricossa.
Qualcosa di analogo avviene in politica. Per ogni problema i competenti,  gli interessati e i commentatori politici si addentrano in retroscena, considerazioni complicate (aggravate dal loro gergo), tengono conto del detto e del non detto, non perdono neppure di vista le poco influenti ma non inesistenti spinte ideologiche, e alla fine rilasciano il loro responso. Ma il lettore rimane perplesso: perché altri competenti dicono qualcosa di diverso. Sicché alla fine si assiste alla politica come si assiste ad una partita di calcio: non importa lo schema di disposizione dei giocatori sul campo, o le sapienti strategie che erano stato annunciate in anticipo, importa chi manda la palla in rete e chi no.
In questo senso c’è un argomento su cui molto si insiste e che risulta tanto ostico che non si osa nemmeno dargli un nome accettato da tutti. Un tempo si sarebbe parlato di “rimpasto” (cioè di cambiamento di alcuni ministri, viceministri, sottosegretari), ma ora pare che la parola non piaccia affatto a Matteo Renzi, e bisogna trovarne un’altra. Ripensamento? Riorganizzazione? Ristrutturazione? Qualcuno è andato a cercare l’inglese, reshuffling (rimescolamento delle carte da gioco), ma nessuno sembra porsi un problema elementare. Un problema su cui può riflettere, col suo semplicismo sperimentale, anche l’uomo della strada.
L’attuale governo ha la compagine governativa nata dalle “larghe intese” e rispecchia, per la parte di centrodestra, il peso che questo centrodestra aveva in quel momento. E in quel momento il centrodestra comprendeva il partito di Berlusconi. Ora il partito di Berlusconi è all’opposizione ma i ministri, i viceministri e i sottosegretari in quota al centrodestra sono ancora lì, sotto la denominazione Ncd. Questa enorme rappresentativa fa pensare a ciò che di Vienna diceva un austriaco, tempo fa. Prima del 1918 Vienna era come la testa di un nuotatore; ora la città è ancora lì, ma sotto non c’è più il corpo. E proprio per questo ci si può chiedere, in occasione dell’eventuale “reshuffling”, se il Ncd avrà la rappresentanza corrispondente alla sua attuale consistenza ministeriale oppure al suo attuale peso politico quale risulta dalle intenzioni di voto degli italiani, sulla base delle indagini demoscopiche. Perché nel secondo caso, molti dei ministri ecc. che sono usciti dal partito di Berlusconi per non perdere la poltrona, stavolta la perderebbero per sempre. Sono disposti a questo sacrificio? E se al contrario, insieme ai loro amici personali, al Senato, dicessero: “O ci mantenete la carica o facciamo cadere il governo”?
Il bello è che non c’è soluzione. Se i rappresentanti del Ncd rimangono, almeno come numero, quelli che sono attualmente, si dirà – a ragione – che la loro rappresentanza è sproporzionata e che il governo è sotto ricatto. Se invece gli si impone una drastica riduzione, essi potrebbero far cadere il governo.
Chissà, forse tutto questo parlare che si fa di rimpasto (ops, mi è scappato) è del tutto vano. Il governo è come un castello di carte, non solo non bisogna toccarlo ma bisogna anche evitare gli spifferi d’aria.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 gennaio 2014


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POLITICA
3 dicembre 2013
RENZI STRAPARLA
Durante la legislatura comanda il Parlamento e la discussione politica è fra gli esponenti del Palazzo. Costoro saranno pure numerosi ma – almeno i più importanti di loro - si conoscono, si parlano e, sulla base degli interessi che li guidano, sono sostanzialmente prevedibili. Tutto cambia quando sono imminenti le elezioni, ordinarie o anticipate. In questo caso è l’elettorato che decide chi sarà forte e chi sarà debole, chi potrà imporre la propria volontà e chi dovrà subire l’altrui. In corso di legislatura una minaccia è credibile, perché si fonda sul potere che si ha già; in vista di elezioni nessuna minaccia è veramente credibile, perché il loro risultato può essere sorprendente. Nessuno ricorda Achille Occhetto?
Ora si leggono sui giornali le dichiarazioni di Matteo Renzi e si rimane stupiti. Almeno Occhetto era dato da tutti per vincente e autosufficiente, ma non ha senso dire, come fa il Sindaco di Firenze: “Il Pd ha 300 deputati e Alfano ne ha 30. Il governo sta in piedi grazie a noi. Alfano dice che può far cadere Letta. Bene, così si va subito al voto. Io non ho paura. Lui sì. Perché sa che Berlusconi lo asfalta”. Il sindaco è veramente un grande comunicatore: le parole sono rotonde, chiare, efficaci. Ma chi non si lascia cullare dalla loro musica, si accorge che comunicano soltanto assurdità.
Renzi ha ragione quando afferma che le larghe intese non ci sono più. Ha ancora ragione quando afferma che il Pd è il pilastro centrale dell’attuale governo, ma quel conteggio dei parlamentari è assurdo. Innanzi tutto, la strabiliante maggioranza di deputati del Pd alla Camera è frutto di quel “Porcellum” che tutti dicono di voler abolire e che potrebbe non essere in vigore alle prossime elezioni. Inoltre il premio di maggioranza potrebbe funzionare per una coalizione diversa da quella capeggiata dal Pd. In secondo luogo il problema non sono i deputati ma i senatori, e qui casca l’asino. Infatti, che il Porcellum rimanga o sia abolito, in Senato più di una volta si è avuto un sostanziale equilibrio fra destra e sinistra. Né si può contare sul fatto che Alfano porti, nel nuovo Parlamento, gli stessi senatori che ha oggi. Ché anzi lo stesso Renzi afferma che, se si andasse subito al voto, Alfano rischierebbe di sparire. Dunque appare improbabile che il Pd ottenga da solo un numero sufficiente di senatori per sostenere il possibile governo Renzi e tutto il ragionamento non sta in piedi.
Più esattamente, Renzi ha ragione quando afferma che Alfano potrebbe – forse, dovrebbe – avere paura delle “elezioni subito”: ma questa paura dovrebbe averla anche il Pd. Infatti tutto questo parlare che si fa – e lo fa anche Epifani – di un partito che deve finalmente realizzare coraggiosamente il suo programma, si fonda sul presupposto che il governo non cada e Alfano e i suoi continuino a sostenerlo. Ma se il loro sostegno è essenziale, poco importa quanti siano quei senatori, se dispongono della golden share potranno sempre imporre le loro condizioni. Se non accettano d’imporre una pesante patrimoniale, una pesante patrimoniale non potrà essere imposta. È vero che se fanno cadere il governo forse spariranno; ma è anche vero che, se il governo cade, dopo le elezioni il Pd con chi si allea? Con il M5S? Con i frammenti di Scelta Civica? O Renzi conta di compiere il prodigio di ottenere il 51% dei parlamentari in entrambe le Camere?
Forza Italia poi è una mina vagante. Se cade il governo, l’elettorato potrebbe convincersi che il centrodestra è finito e condannarlo all’insignificanza, o al contrario potrebbe voler vendicare un leader estromesso dalla vita politica manu militari votando in massa per il suo partito. Comunque gli italiani sono stanchi di una depressione che non finisce mai. Si sentono irrisi da visioni di luci in fondo al tunnel, oppressi da concrete tasse in un altro posto, e potrebbero esprimere un massiccio voto di protesta. Una protesta che certo non premierebbe Enrico Letta e chi gli ha tenuto il sacco. Renzi dovrebbe avere paura. Il Pd è seduto su una bomba, in un’Italia a sua volta seduta su una bomba.
Tutto ciò conferma ancora una volta che Matteo Renzi è un’entità sconosciuta. Questa macchina per attirare il consenso non ci ha affatto detto di che cosa ne farà, se l’ottiene. È per questo che il suo partito preferirebbe Gianni Cuperlo: essendo un apparatcik, è almeno prevedibile, mentre Renzi potrebbe rivelarsi un qualunque comunista oppure un pericolosissimo Gorbaciov. 
Le sue parole non hanno importanza e i suoi ascoltatori somigliano a quelli di Grillo. Chi ragiona con la propria testa aspetta invece di vedere che cosa il giovane Matteo riuscirà a fare in concreto.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 dicembre 2013


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POLITICA
27 novembre 2013
IL GOVERNO ARTIFICIALE

Forza Italia passa all’opposizione e chiunque potrebbe chiedere: “Dov’è la notizia?” Infatti, se per notizia si intende una novità, la notizia non c’è. Ma basta considerare come si forma normalmente un governo per vedere che un cambiamento ora c’è: abbiamo un governo artificiale. 
Dopo le elezioni si formano due Camere sulla base dei risultati di quelle elezioni e il successivo governo rispecchia la loro costituzione. Una volta che si ha una maggioranza, questa concede il voto di fiducia al suo governo. Lo schema è dunque: il governo rispecchia la maggioranza parlamentare che a sua volta rispecchia la maggioranza del Paese.
Nella nostra Camera dei Deputati, il Pd ha il 54% dei seggi - pur essendo lontanissimo dall’avere ottenuto il 54% dei voti - perché così vuole l’attuale legge elettorale, intesa ad assicurare la stabilità e la governabilità a qualunque costo. se dipendesse solo dalla Camera, il Pd potrebbe governare per cinque anni, quand’anche il suo governo fosse sgradito al settanta per cento degli elettori.
Al momento del varo della legge, però, il Presidente della Repubblica di allora, Ciampi, si ricordò che, per la Costituzione, il Senato è eletto su base regionale, e dunque volle che quel premio fosse assegnato su base regionale. Dal momento che destra e sinistra in Italia sono in bilico, il risultato è stato che in bilico si è ripetutamente trovato anche il Senato, rendendo l’Italia pressoché ingovernabile.
Tutto ciò sembrava superato quando si è formato “il governo delle larghe intese”: anche al Senato la maggioranza corrispondeva a quella degli elettori. Ma col passaggio di Forza Italia all’opposizione, il governo governa contro la maggioranza degli italiani.
Infatti, se Forza Italia si fosse scissa nel senso che il venti per cento passava all’opposizione e il restante ottanta per cento continuava a sostenere il governo, ciò non sarebbe successo. Dal momento che è avvenuto il contrario, l’esecutivo corrisponde alla maggioranza nelle Camere, ma non a quella nella nazione.
Naturalmente i fuorusciti del Pdl potrebbero dire che sono loro, rimanendo fedeli al governo, ad interpretare al meglio la volontà degli elettori. Ma ciò potrebbero confermarlo solo nuove elezioni e le precedenti esperienze non sono incoraggianti. 
Le conseguenze sono comunque drammatiche per il Pd. Se si stesse navigando in piena bonaccia, questo sostanziale monocolore sarebbe la massima fortuna: avrebbe il potere senza doverne rendere conto a nessuno. Nella realtà l’Italia è in grave pericolo e il governo non può farci niente. Attualmente lo spread con i Bund tedeschi è poco sopra i 230 punti base, ma se schizzasse verso l’alto come ha fatto due volte (autunno 2011, estate 2012), il peso degli interessi schizzerebbe anch’esso verso su, e non per l’ammontare dei pochi miliardi intorno ai quali ci si è tanto accapigliati per la legge di stabilità. Nulla esclude poi che le Borse improvvisamente confessino di sapere da sempre che il debito pubblico italiano, come quello spagnolo, francese, ecc., non è garantito da niente. In questo caso, con le somme stanziate dall’Unione Europea per fronteggiare la crisi ci si comprerebbero solo degli ansiolitici. 
Se invece tutto va proprio bene, e si prosegue sulla via gloriosamente intrapresa da Mario Monti, o si continuerà a scendere lungo la china perversa della depressione, o ci si fermerà alla miseria attuale, ma solo perché si è toccato il fondo. Purtroppo, invece di confessare che il futuro non dipende da noi, per dovere d’ottimismo istituzionale il governo ha continuato a parlare di lendemains qui chantent, di rilancio dell’economia, di luci in fondo al tunnel e la gente alla lunga gli rimprovererà aspramente di averla presa per i fondelli.
A Forza Italia l’uscita dalla maggioranza offre la possibilità di smarcarsi da questa condizione per far finta che, fosse stata al governo, avrebbe fatto di meglio. Non sarebbe per nulla vero, ma come dimostrarlo? Chi è al governo è responsabile della conduzione del Paese. Forza Italia dunque beneficerà del dubbio e della rendita costituita dalla demagogia e ciò potrebbe permetterle qualche successo.
Salvo ad essere fanatici, bisogna confessarsi che c’è poco da scegliere. Dipendiamo dall’Europa e – a meno che non ne usciamo, a nostro rischio e pericolo – subiremo le conseguenze di tutti gli errori che questa Europa continua a commettere. Un tempo si sognava un Uomo della Provvidenza che tirasse l’Italia fuori dai guai. Ora siamo costretti a sognare un Superuomo della Provvidenza che sia capace di tirare fuori dai guai un intero Continente. Giove personalmente, dunque, dal momento che fu colui che si dimostrò più forte dei Titani.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 novembre 2013
 


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ECONOMIA
24 marzo 2012
L'ITALIA COME IL TITANIC

La sintesi politica del momento attuale è la seguente. Il governo è diviso sulla riforma del lavoro, tanto che se ne lava le mani affidandola al Parlamento. Si prevedono logomachie infinite e voto finale alle calende greche. Non si ha il coraggio di applicare immediatamente la riforma – come si sarebbe fatto con un decreto legge – per rispetto, si dice, delle norme costituzionali. Infatti esse parlano di “casi straordinari di necessità e urgenza” (art.77) che qui non ci sarebbero. Che urgenza c’è, se l’Italia rischia soltanto di fallire? Ma, dicono, la Costituzione è intoccabile. Dio mio, le si è toccato il sedere – come minimo - tante di quelle volte, in passato, che forse potrebbe essere divenuta una professionista del ramo. Ma anche le professioniste ridivengono vergini, quando serve. Oggi invece non c’è né necessità né urgenza. Annibale è alle porte, ma solo per dare alle porte una mano di vernice. 
Probabilmente in realtà il decreto è stato evitato per non mettere il Pd dinanzi ad una scelta ineludibile e alla fine mortale. Dove si vede che questo partito vale più dell’Italia.
E allora si va in Parlamento. Qui le domande divengono infinite. 
Se esso può cambiare tutto, perché il Pd e i sindacati si sono battuti a morte contro il governo, per mesi, prima del varo di questo disegno di legge, che così sembra divenire solo una mite proposta? Se nelle Camere il Pd, l'Idv e la Lega si uniscono per cambiare l'art.18 nel senso voluto dalla Cgil, che cosa può fare il Pdl? Quali sono i numeri? Se in Parlamento una legge si vota prima articolo per articolo (e i partiti di governo potrebbero dividersi sull’art.18) e infine si dà un voto complessivo all'intera legge, che avverrà se, sul voto finale, Pd e Pdl voteranno in modo difforme? Se sull’art.18 Lega e Idv votano col Pd, come voteranno sull’intera legge, prevarrà l’opposizione al governo o il favore all’art.18 modificato? E cadrà il governo? Infine, si può ipotizzare che il governo ponga la fiducia sul disegno di legge come attualmente formulato? Oppure sul disegno di legge come risulterebbe dalla discussione in Parlamento, salvo la parte sull’art.18, in cui il governo adotterebbe la formula Fornero-Pdl? E comunque, si arriverà al punto finale prima delle elezioni del 2013? E i mercati, le Borse, gli imprenditori stranieri crederanno di più ai vaghi voti del governo e di Napolitano, o al fatto che niente cambia, in Italia, per mesi e per anni, in campo lavorativo? Se qualcuno sarà in grado di rispondere a tutte queste domande, Nostradamus al confronto risulterà uno sprovveduto.
Nella nebbia si può forse intravedere un filo conduttore. In Italia nessuno si fida di nessuno. Se, in caso di licenziamento per ragioni economiche, si delegasse il giudice a decidere se veramente c’è una ragione economica, destra ed imprenditori pensano che il giudice, essendo di sinistra, darebbe ragione al lavoratore anche quando ha torto. E lo reintegrerebbe. Si è visto molte volte. Se invece, in caso di licenziamento per ragioni economiche, il ricorso al giudice per il reintegro non fosse mai ammesso o fosse reso difficile, i lavoratori e i sindacati pensano che gli imprenditori, disonestamente, gabellerebbero per “licenziamento per ragioni economiche” anche un licenziamento per ragioni sindacali, disciplinari o di semplice antipatia. E spesso avrebbero ragione. Non solo tutti considerano la controparte disonesta, ma il peggio è che tutti hanno buoni motivi per considerarla tale. 
C’è una soluzione? Certo che c’è, in ogni Paese rispettabile: il giudice terzo, il giudice onesto, il giudice non politicizzato, il giudice imparziale di cui ci si può fidare. Mentre se non c’è un giudice terzo, un giudice onesto, un giudice non politicizzato, un giudice imparziale di cui ci si può fidare, nessuna legge potrà mai funzionare.
Se fosse vero quanto è stato detto, e cioè che nel licenziamento per ragioni economiche non si può ottenere in nessun caso il reintegro, la formula Fornero in concreto renderebbe i licenziamenti praticamente sempre possibili, anche per capriccio, se pure pagando un consistente indennizzo. Sarebbe una soluzione brutale e ingiusta ma funzionale alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Più o meno come quando, durante il naufragio del Titanic, si decise quali persone dovevano salire sulle scialuppe di salvataggio e quali certamente sarebbero morte. Ma è una soluzione moralmente inaccettabile. Meglio annegare tutti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 marzo 2012
Ricordo che da settimane "il Cannocchiale" ha reso impossibile l'inserimento di commenti. Non riesce neanche a me.


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SOCIETA'
26 dicembre 2011
SOCRATE MERITAVA LA CONDANNA A MORTE

Narrano le (incerte) cronache che quando Stalin si sentì male e cadde per terra, lì rimase. Perché i collaboratori più vicini non osarono toccarlo, nemmeno per metterlo a letto: tanto sconvolgente era il terrore che ispirava quell’uomo e tanto imprevedibili le sue reazioni, se si fosse ripreso. La Russia ha avuto un dittatore meno folle di Caligola che tuttavia ha battuto il romano per sistematica criminalità e dimensioni dei risultati ottenuti.

Finito l’incubo nel 1953, i sovietici sarebbero stati grati a chiunque li avesse fatti vivere in un mondo meno disumano. E infatti Nikita Khrushchev, pur non essendo né un gentiluomo né un intellettuale, fu un uomo che si poteva avvicinare e trattare normalmente. La sua non fu soltanto una “destalinizzazione” ma il ritorno a una realtà non criminale. Nella sua logica imperiale Khrushchev era privo di scrupoli e brutale, come si vide a Budapest nel 1956, ma non aveva i connotati della follia omicida e c’era da essergli grati: infatti i russi questa gratitudine gliela dimostrarono rimuovendolo dal potere e permettendogli tuttavia di morire nel suo letto.

Se pure seguendo un percorso lungo e tortuoso, la Russia è passata dall’autocrazia zarista all’attuale democrazia, tanto che si è votato ancora recentemente. Ma ora i moscoviti sono scesi in piazza, a decine di migliaia, forse a centinaia di migliaia, protestando  per gli asseriti brogli elettorali. Un popolo che per decenni non ha osato fiatare, che avrebbe reputato un’ipotesi lunare la possibilità di esprimere un pensiero libero e ancor più inverosimile l’idea di votare liberamente, ora si preoccupa dell’assoluta regolarità della consultazione elettorale. Un po’ come se i rematori della galera, invitati ad un pranzo di gala, si fossero lamentati del fatto che il cameriere li serviva da destra invece che da sinistra.

È divertente notare come i nostri intellettuali, che non compiansero mai i russi sotto Stalin e anzi sposarono con entusiasmo la propaganda del regime, oggi affettino di disprezzare Putin e gli chiedano di andar via, anche se ha vinto le elezioni. Ciò può condurre alla sconsolata conclusione che i governati sono scontenti soprattutto quando hanno la libertà di informazione e di espressione. Se si governa male e brutalmente, i sudditi sono scontenti ma non osano dirlo e alcuni si lasciano perfino ingannare dalla propaganda di regime. Se invece si governa dimostrando rispetto per la libertà del popolo, se ne ricavano contestazioni e a volte rivoluzioni.

C’è da chiedersi che cosa spinga gli uomini a cercare tanto disperatamente il potere, se perfino la poltrona dello zar è tanto scomoda. E tuttavia quella lotta non conosce tregua, non per divenire Primo Ministro ma per essere sindaco nel paesino, preside nella Scuola Media, caporale piuttosto che soldato semplice.

La risposta, vista l’irrazionalità della pulsione, non può essere che una: l’istinto.

Negli animali sociali il capo gode di privilegi, in particolare per quanto riguarda il diritto agli accoppiamenti con le femmine. Dunque, oltre ai vantaggi personali (per esempio per il cibo), il capobranco ha maggiori possibilità di tramandare i suoi geni. Ragione per la quale anche nella specie umana il donnaiolo di successo è guardato come un vincente.

L’uomo sano e normale si batte dunque per ottenere i vantaggi di un alto status: potere, denaro (un concentrato di potere), donne e figli. Spesso con l’ambizione di trasmettere ciò che ha ottenuto a questi ultimi (come i dittatori coreani), in modo da proiettare oltre la morte le possibilità di successo dei propri geni.

Questo meccanismo risulta ben poco comprensibile all’uomo che riflette sugli istinti. Per indurlo a riprodursi, la natura gli offre il piacere sessuale ma il saggio scopre l’imbroglio, accetta il positivo, rifiuta il negativo e usa un profilattico. Dei suoi geni e dell’eugenetica non gli importa nulla, soprattutto dopo che sarà morto. Se la natura induce l’uomo ad amare il potere, per aumentarne le possibilità di sopravvivenza, il saggio le risponde che nella società contemporanea si sopravvive benissimo senza fare questi sforzi. Fra l’altro il piacere del potere si scontra con la quotidiana esperienza dell’ingratitudine e questo ne avvelena l’esercizio, per chi ha buona memoria. Quanto alle donne, piuttosto che imbarcarsi nella fatica interminabile del donnaiolo, basta trovare un’ottima amante, se si tiene solo al sesso; se invece si tende ad avere una compagna e si ha la fortuna di trovarla, sarebbe sciocco cambiarla o crearsi dei problemi con l’adulterio.

L’uomo che riflette rischia di non avere nessun potere, probabilmente neanche una famiglia e certo non dei figli, visti i problemi che dànno. Il filosofo è insomma un nemico della società e Socrate ha meritato la condanna a morte.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

26 dicembre 2011


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POLITICA
12 novembre 2011
CHI SOSTERRA' IL NUOVO GOVERNO?

Viviamo un momento straordinario. I problemi derivanti dalla situazione attuale somigliano infatti a quelli provocati da una guerra e sono necessari provvedimenti eccezionali. Purtroppo i provvedimenti eccezionali hanno il grave difetto di scontentare le persone che ne sono danneggiate tanto che, almeno in Italia, di solito essi finiscono con lo sgonfiarsi. I magistrati non hanno nessun diritto di veto e tuttavia sono riusciti, nei decenni, a non far passare la riforma della giustizia. È questa, in buona parte, la storia dei governi Berlusconi.

Ora, il compito del governo-senza-Berlusconi di cui si parla è proprio quello di adottare velocemente misure severissime senza guardare in faccia a nessuno e senza curarsi delle conseguenze elettorali per i partiti. Per non parlare delle proteste degli interessati. Facile a dirsi.

In Parlamento vige la regola cinica di calunniarsi reciprocamente e di calunniare il governo. Si dice sempre che “si poteva fare altro”, “si poteva fare meglio”, insomma “più uno”. Se per Natale il governo creasse dal nulla venti milioni di panettoni, gli si rimprovererebbe di non avere pensato alle famiglie che preferiscono il pandoro. Chiunque applichi una legge scomoda, anche se servisse a evitare un disastro, sarà fatto oggetto di una bordata di accuse gravissime e la pagherà cara alle successive elezioni. L’ideale è dunque che si adottino i provvedimenti giusti ma che la faccia ce la metta qualcun altro.

Questo riassume la situazione politica presente. Prescindendo dal diluvio di parole, ecco il quadro. Il Pd è il partito nella posizione più drammatica: è l’unico che non può tirarsi indietro. Ha proclamato per mesi e mesi che i provvedimenti giusti non si potevano adottare perché c’era Berlusconi, ha chiesto instancabilmente  la formazione di un governo come quello che si profila e dunque ora, venuto il momento, non può dire che non ci sta. Anche perché senza il suo concorso non si può far nulla. Ha chiesto le dimissioni di Berlusconi, purtroppo le ha ottenute e ora si trova di fronte a questo terrificante dilemma: o aiuta il governo a fare tutto quanto necessario - perdendo buona parte dei suoi elettori e forse le future elezioni politiche - o porterà la responsabilità della massima tragedia nazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Anche se avesse la tentazione di barare e di giocare col politichese, dicendo “sì a ciò che potrebbe salvare l’Italia ma no a questo provvedimento in particolare”, si scontrerebbe con le precise richieste dell’Europa e con il giudizio dei mercati. Sarebbe imparabilmente denunciato da terzi insospettabili.

Alla necessità di sostenere il governo sfugge l’Italia dei Valori. Di Pietro sa benissimo che il governo può fare a meno di lui e dunque sceglie di approfittare del dramma nazionale. Salirà sulle barricate in difesa dei lavoratori, parlerà di “macelleria sociale” e cercherà cinicamente di trarre vantaggio dall’impopolarità di chi fa il necessario per salvare l’Italia. Un po’ come chi, vedendo qualcuno che affoga, gli prende il braccio solo il tempo necessario per sfilargli il Rolex.

La Lega ha un atteggiamento analogo ma, dal momento che faceva parte del governo che la sinistra ha abbattuto, ha il diritto di rigettare ogni responsabilità su chi ha creato questa situazione.

L’Udc invece non ha problemi: è un partito a digiuno da molto tempo che ora ha l’occasione di tornare al potere e non la perderà.

Rimane il Pdl. Come partito, ha tutto l’interesse ad andare a nuove elezioni. Nei mesi che passerebbero prima di andare alle urne, qualunque governo in carica per gli affari correnti sarebbe obbligato a prendere provvedimenti molto impopolari (necessariamente con l’appoggio della sinistra) e alle elezioni il partito di Alfano potrebbe presentarsi con una nuova verginità. Purtroppo al voto anticipato si oppongono due motivazioni: da un lato c’è la necessità di avere subito un governo che, per essere in grado di salvare economicamente la patria, deve essere nella pienezza delle sue funzioni; dall’altro c’è l’interesse concreto di quei parlamentari che, andando a nuove elezioni, perderebbero la pensione. E costoro, pur di far continuare la legislatura, forse sosterrebbero il nuovo governo a costo di spaccare il loro partito.  Il dio denaro conta più di Giove. Per questo – ultima ipotesi - si parla di “appoggio esterno”. Si permetterebbe alla legislatura di continuare, non si spaccherebbe il partito e, nel frattempo, sui provvedimenti terribili la faccia la metterebbe il Pd. Tombola.

Ma il Pdl non sempre è capace di fare i propri interessi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

12 novembre 2011


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POLITICA
11 novembre 2011
PREVISIONI SUL FUTURO DELL'ITALIA

I politici, si sa, sono animali privi di morale. La loro bussola indefettibile, si ripete, è l’interesse. E tuttavia in questo campo bisogna fare delle distinzioni. È vero che molti sono mossi dall’avidità finanziaria ma non tutti. E non sempre. Per ciò sarebbe meglio dire che la loro bussola indefettibile è l’egoismo, che è qualcosa di più vasto dell’interesse.

Quando Robert McNamara lasciò la presidenza della Ford per divenire Segretario della Difesa degli Stati Uniti, rinunciò ad uno stipendio mirabolante per uno molto più modesto. In questo caso l’interesse finanziario fu sicuramente escluso, ma ciò significò soltanto che l’ambizione rappresentava un interesse maggiore.

Il fenomeno non è del tutto eccezionale. Il piccolo politico di provincia mira al potere per ricavarne prestigio ed anche vantaggi concreti per sé e per i suoi amici. Ma, a mano a mano che si sale nella gerarchia, accanto all’interesse nel senso banale del termine divengono più pressanti le ragioni dell’ambizione. L’ideale, se appena si pensa di averne la capacità, diviene quello di non essere più un semplice peón, in Parlamento, ma di farsi notare per l’oratoria, di dare il proprio nome a una legge, di divenire sottosegretario e ancor meglio ministro. Più si sale nella carriera, più si pensa che si sarà giudicati dalla nazione e - somma speranza - dalla storia. Ciò spiega l’assoluta integrità finanziaria di personaggi come Stalin, Mussolini o Hitler: mentre alcuni dittatorelli sono stati capaci di circondarsi di un lusso rivoltante, coloro che pensavano di provocare uno storico cambiamento della società erano certi di avere addosso gli occhi della storia e non si abbassavano all’ostentazione della ricchezza e del potere. Non ne avevano bisogno. Il loro ego aveva ben altro alimento.

La cosa non è stupefacente. L’italiano di una certa età, sentendo il nome “Goria”, risponderebbe: “Giovanni Goria. Non è stato un Presidente del Consiglio?” E per questa fama i politici darebbero un braccio: infatti nessuno ricorda chi fossero i suoi ministri, nel 1987, ma molti ricordano almeno lui.

Il futuro dell’Italia, considerando la situazione attuale, dovrebbe essere scurissimo e tuttavia le considerazioni che precedono offrono qualche consolazione. Finché sono stati all’opposizione, i politici di centro-sinistra hanno solo pensato a conquistare il potere, a costo di provocare una crisi nel momento più drammatico e di farla pagare carissima all’Italia: ma tutto potrebbe cambiare nel momento in cui la loro coalizione vincesse le elezioni. Un Presidente del Consiglio dei Ministri di sinistra saprebbe che la storia lo ricorderà come colui che affossò o salvò il suo Paese e ciò potrebbe indurlo a cambiare radicalmente il suo comportamento. Mentre dall’opposizione avrebbe definito macelleria sociale i provvedimenti della maggioranza e avrebbe invitato i sindacati a fare una serie di scioperi generali, dal banco del governo non solo potrebbe essere disposto ad adottare gli stessi provvedimenti, ma sarebbe capace di mandare l’esercito per imporli. Non tanto per amore dell’Italia, ripetiamo, quanto per amore di sé. Il principio per cui i politici si muovono solo per egoismo non è infranto: è solo che agli alti livelli esso può cambiare obiettivo.

Abbiamo riso per diciassette anni dell’idea che Berlusconi fosse sceso in politica per i propri interessi economici, ora ridiamo all’idea che un capace uomo di sinistra (ammesso che lo trovino) divenuto Primo Ministro, penserebbe solo a favorire gli amici o a mettere le mani sull’erario mentre l’Italia affonda. Pensiamo al contrario che si preoccuperebbe di fare il bene del nostro Paese con tutti i mezzi a disposizione: al limite correndo il rischio dell’impopolarità.

È questa la differenza fra il moderato e il fanatico. Il fanatico attribuisce ogni malvagità e ogni nequizia all’avversario politico, proprio perché la limitatezza della sua mente non concepisce nulla di magnanimo. Il moderato invece sa che l’avversario politico è un uomo non estremamente diverso dal proprio favorito e che, venuto il momento, sia pure spinto dall’ambizione, per la sua buona fama farà quello che reputerà migliore per tutti.

Il cretino ha visto in Berlusconi il male assoluto, il moderato spera che l’uomo di sinistra non solo sia intenzionato a fare il bene della nostra patria comune, ma spera soprattutto che questo bene lo identifichi correttamente e non lo confonda col male. Se infatti sbagliasse, anche in buona fede, non per questo i danni sarebbero minori.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

11 novembre 2011


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POLITICA
7 novembre 2011
IO, BERLUSCONI

A leggere ciò che scrivono i retroscenisti, c’è da pensare che Silvio Berlusconi viva come un fachiro dentro una teca di vetro, in una sala cui tutti hanno accesso, magari in compagnia di una piccola folla di cobra. Dunque qualunque cosa faccia o dica è pubblica e può essere riferita. Ecco perché i giornalisti sanno tutto ciò che è stato detto durante i consigli dei ministri, le battute che si sono scambiate Giulio Tremonti e l’uomo nella teca, ciò che Silvio ha detto durante una telefonata e naturalmente anche ciò che ha pensato ed ha intenzione di fare.

Personalmente, forse perché non ricevo un lauto stipendio dal “Corriere” o da “Repubblica”, non so molto di Berlusconi. Da un lato non posso scrivere nessun retroscena, dall’altro dubito perfino di ciò che affermano giornali e televisione. Insomma sono fra i più ignoranti del mondo. So a malapena che il governo è in pericolo e che l’attuale maggioranza è risicata. Ma da questo a dire che la prossima settimana si sfascia tutto o che la situazione rimarrà invariata fino al 2013 ce ne corre.

Tuttavia c’è una cosa che credo di sapere, anche perché me la ripetono tutti i santi giorni: l’opposizione e una parte della maggioranza invitano Berlusconi a dimettersi e l’interessato dice che non lo farà.

A questo punto, invece di rivelare agli amici il perché di questo atteggiamento (dal momento che non lo so) mi lascio andare a un gioco: “Se fossi Berlusconi, mi dimetterei?”

La risposta è no. Ed ecco quello che direi.

Indubbiamente, anche per battere un record, vorrei arrivare al 2013. Purtroppo, sono nelle condizioni di qualcuno che in piena notte, mentre tutti i distributori sono chiusi, rischia di rimanere senza benzina. Quelli che viaggiano con me mi ripetono che non ce n’è abbastanza e che ci converrebbe proseguire a piedi. E sul fatto che la benzina potrebbe finire hanno ragione: ma il consiglio è lo stesso sbagliato. Infatti, se scendiamo subito, faremo un bel po’ di strada a piedi; se invece proseguiamo magari presto l’auto si fermerà, ma faremo sempre meno strada a piedi di quella che faremmo scendendo prima che finisca la benzina.

Tornando al problema del governo: dimettendomi mi troverei nelle condizioni in cui mi troverò se mi votano la sfiducia. E allora perché somigliare a un tacchino tanto stupido da dire che il Natale è il primo dicembre? Non mi rimane che diffondere ottimismo, dire che ho la maggioranza, sorridere a tutti e dimostrarmi sicuro. Ché tanto, se mi mettessi a piangere, non durerei per questo un minuto di più.

Qualcuno però dice che, se mi dimettessi, la cosa faciliterebbe la ripresa dell’Italia. Veramente? Io non lo credo affatto. Un governo raccogliticcio e comprendente parecchi politici di sinistra dovrebbe attuare i provvedimenti di destra che io non sono riuscito ad attuare? È come chiedere ad un dilettante di riuscire dove non è riuscito un professionista.

E c’è di più. Se fossi sicuro che quelli che mi consigliano di andare a piedi poi mi terrebbero compagnia, potrei giudicare il loro consiglio giusto oppure sbagliato ma almeno disinteressato. Qui invece c’è il rischio che, se io scendo, gli altri si rimettano alla guida e mi lascino solo in mezzo alla strada. Insomma le anime buone che tanto si preoccupano delle sorti dell’Italia sono le stesse che dalle mie dimissioni contano di trarre vantaggio. A cominciare dall’opposizione. E allora, quanto vale il loro consiglio? Se un donatore di sangue vi invita all’Avis, forse vuole aiutare qualche malato. Ma se il sangue ve lo chiede un vampiro, crederete facilmente che sia per un’opera buona?

Infine confesso che mi diverto un mondo.  Sono al centro dell’attenzione di tutti. L’Italia intera non fa che parlare di me, dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. Peccato che io abbia poco tempo. Se solo ne avessi chissà quante cose scoprirei, su me stesso, leggendo i giornali e seguendo le televisioni. Saprei quante cose ho detto e fatto senza neppure saperlo. Che cosa ho intenzione di fare. E soprattutto quello che penso. Che riposo.

Fra l’altro, mi diverte anche l’aria di superiorità con cui parlano di me i pensosi commentatori politici e l’insignificante popolo minuto dei professionisti dell’antiberlusconismo: tutte persone che non contano niente, non hanno capito niente e che il tempo dimenticherà. Ed anzi, a proposito, penso che li punirò tutti indistintamente in modo crudele: non ne menzionerò neppure uno nelle mie memorie. Non vorrei che, dicendo male di uno di loro, gli regalassi un posto nella storia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

7 novembre 2011


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POLITICA
6 novembre 2011
GOVERNO DI TRANSIZIONE ED ELEZIONI ANTICIPATE

Da molti mesi si dà Silvio Berlusconi per morto ed è ancora lì. Ma questo non significa che non possa cadere domani. La maggioranza è raccogliticcia e poco consistente; le trasmigrazioni di parlamentari da una coalizione all’altra non suscitano più né scandalo né sorpresa; molti deputati del centro-destra, in previsione di una caduta di Berlusconi, piuttosto che pensare ad essere fedeli ai loro elettori, pensano alla loro sorte futura: due, proprio avantieri, sono passati all’Udc. L’opposizione chiede monotonamente un governo-senza-Berlusconi (gsB), il centro-destra risponde monotonamente che se cade il governo si va alle elezioni. Prendiamo per buone queste linee di condotta e studiamole.

La minoranza vorrebbe un governo “tecnico” perché non è pronta per le elezioni. Personaggi come Vendola potrebbero essere un ostacolo per l’alleanza con l’Udc ma d’altra parte, se il Pd si alleasse con Casini, si vedrebbe attaccare da quell’estrema sinistra cui avrebbe chiuso la porta in faccia: “Il partito che fu di Stalin volta le spalle a Marx e si allea con i democristiani!”, si direbbe. Insomma, malgrado tutto il veleno che si è sputato su Berlusconi, le elezioni anticipate potrebbero andar male per la sinistra. Allora meglio un gsB che consentirebbe di andare al governo aggirando il pericolo delle elezioni.

Tuttavia è facile che nasca? Non si direbbe. Infatti esso non conviene al centro-destra. Dunque Pdl e Lega comincerebbero col dire che non acconsentono alla formazione di un governo contrario al voto degli elettori e forse per lo stesso motivo anche il Presidente della Repubblica si opporrebbe. In realtà il centro-destra non accetta il gsB non per amore di Berlusconi ma per conservare il potere esclusivo; perché esso servirebbe alla sinistra a preparare con comodo la sconfitta del centro-destra; e infine perché è contrario all’interesse nazionale. È infatti molto improbabile che quell’esecutivo sia in grado di fare il necessario. L’attuale opposizione ha al suo interno troppi massimalisti, troppi ex comunisti duri e puri, troppi sindacalisti quadriplegici, per avere il coraggio di un drastico cambiamento di rotta. Abbiamo dimenticato i vari Turigliatto? E possiamo concepire una Cgil che, solo perché al governo c’è Enrico Letta, accetta l’abolizione dell’articolo 18 e la riforma delle pensioni?

Un episodio recente fornisce un indizio. Sul Figaro(1) abbiamo letto che al G20 “I dirigenti europei sono stati particolarmente esasperati vedendo Silvio Berlusconi sbarcare a Cannes senza alcuna disposizione concreta”. Chi a sinistra leggiucchia qualche giornale straniero a questo punto si fregherà le mani per la figuraccia del Cavaliere ma il testo riferisce poco oltre che “In occasione del consiglio dei ministri straordinario che si è tenuto a Roma mercoledì sera, Silvio Berlusconi si è visto rifiutare il diritto di procedere per decreto per porre in essere i cambiamenti promessi. E questo scacco ha fatto sì che egli sia dovuto arrivare a mani vuote e sia stato accolto con freddezza da Nicolas Sarkozy”. È dunque colpa sua, quella figuraccia?

Ma il gsB non conviene neppure alla sinistra. Esso sarebbe chiamato a deliberare provvedimenti estremamente sgraditi alla sua base. E allora non è meglio che li adotti il centro-destra? “Oggi possiamo inviare Berlusconi a fare cattiva figura a Cannes, domani dovremmo andarci noi”. Per giunta, se il programma drammatico fosse annunciato prima del voto di fiducia (come sarebbe normale) la sinistra rischierebbe di perdere molti sostenitori.

Il governo d’emergenza non conviene a nessuno: al dunque, chi ci metterebbe la faccia, per le disposizioni scomode?

Ed ora l’ipotesi delle elezioni anticipate, per le quali si sottolinea che si parla solo del periodo elettorale, dal momento che il peggio della crisi si avrebbe proprio in questo lasso di tempo.

Il governo sfiduciato non potrebbe che limitarsi agli affari correnti e non potrebbe adottare i provvedimenti che l’Europa ci impone. E allora? Si lascerebbe affondare l’Italia? È vero che i provvedimenti necessari – stavolta col voto delle opposizioni – si potrebbero adottare anche a Camere sciolte, dal momento che esse possono riunirsi con le modalità previste dall’art.62 della Costituzione: ma quanto è probabile che le opposizioni si precipiterebbero ad approvare quei provvedimenti votando contro i quali hanno mandato via l’odiato Berlusconi? Per giunta mentre è ancora a Palazzo Chigi? Se malgrado la drammaticità della crisi si è rifiutato un decreto a un Primo Ministro nella pienezza delle sue funzioni, e per giunta alla vigilia di un importante incontro internazionale, cosa ne sarà del nostro Paese nelle mani di un esecutivo privo di ogni potere?

Almeno finché non sarà superata la crisi economica, conviene lasciare le cose come stanno. Fino ad ora tutti – centro-destra incluso - hanno avuto in Silvio Berlusconi la testa di turco. Se se ne va ora, la testa di turco sarà quella dell’Italia Turrita.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

6 novembre 2011

(1)http://www.lefigaro.fr/conjoncture/2011/11/03/04016-20111103ARTFIG00742-l-europe-met-l-italie-sous-surveillance.php


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16 ottobre 2011
L'ECONOMISTA SUPER PARTES CHE SALVA L'ITALIA

L’articolo di Mario Monti sul “Corriere” di oggi (1) sarebbe anodino – e perfino poco interessante – se a scriverlo fosse stato un qualunque editorialista o economista. Il Rettore della Bocconi invece è stato molte volte indicato come il possibile Primo Ministro di uno di quegli esecutivi – battezzati con una ventina di nomi diversi –  che di fatto si chiamano soltanto TTB: tutto, tranne Berlusconi. Monti infatti dovrebbe essere un uomo estremamente competente e al di sopra delle parti. Purtroppo, il suo articolo di oggi non sembra dimostrarlo: la sua originalissima tesi è che la crisi attuale è colpa di Berlusconi e si risolverebbe se lui si dimettesse. Se questo è essere super partes, se così ci si dimostra obiettivi, non siamo messi bene.

Egli comincia col dire che l’Italia - malgrado le vanterie di Berlusconi - mette in crisi l’euro ed è di fatto un protettorato di Francia e Germania. Dimentica però di notare che tutto questo dipende non dall’attuale politica economica - l’Italia ha un avanzo primario migliore di quello della Francia, e dunque giudicata sul presente non creerebbe la minima preoccupazione - ma dal pregresso debito pubblico. Questo viaggia da decenni al di sopra del 100% del prodotto interno lordo, è nato negli anni Ottanta del secolo scorso ed è andato sempre crescendo. È vero, paghiamo tassi più alti della Spagna; è vero, se le banche e i privati non comprassero i nuovi titoli emessi per pagare quelli in scadenza, l’Italia dichiarerebbe fallimento dall’oggi al domani: ma tutto questo dipende dai 1.900 miliardi di euro del debito pubblico, non da Berlusconi. È così difficile da riconoscere? Invece Monti fa dire a innominate fonti straniere che “le principali responsabilità di questa situazione vengono attribuite al governo italiano in carica da tre anni e mezzo”. Responsabilità di oggi per un debito nato trent’anni fa. Come l’agnello che intorbidava l’acqua del lupo che stava a monte. Ecco che significa essere super partes.

Ma Monti spiega le colpe del governo. “L’Italia è più indietro [della Spagna] perché non c’è stato neppure il minimo riconoscimento di responsabilità da parte del governo”. Come se vestirsi di saio e battersi il petto cambiasse la realtà dei mercati e delle Borse. E qual è, comunque, il merito della Spagna? Nientemeno, quello di avere annunciato nuove elezioni. Traduzione, sempre rimanendo super partes: se buttiamo fuori Berlusconi tutto si risolve e i creditori del debito pubblico rinunceranno forse a riscuotere i loro titoli.

Il governo, dice Monti, avrebbe dovuto chiedere la collaborazione delle opposizioni. E con ciò dimostra di essere tanto al di sopra delle parti da averle perse di vista. Forse pensa che la Camusso applaudirebbe l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori, se Berlusconi lo proponesse.

Il governo avrebbe anche la colpa di avere scaricato su altri le responsabilità: sull’opposizione, sui magistrati, sui corrispondenti esteri (per la cattiva fama dell’Italia nel mondo). Anche a dargli ragione: che c’entra, tutto questo, con la crisi economica? Se fosse Primo Ministro Antonio Di Pietro il debito pubblico sparirebbe? Non si dovrebbero più pagare gli interessi? I mercati accorderebbero all’Erario tassi più favorevoli?

Ma in fondo perché insistere nell’analisi? Monti attribuisce a Berlusconi “un’ovattata percezione della realtà”, cioè gli dà del demente, e a suo parere coloro che lo sostengono “toccano livelli inauditi di servilismo”. Invece lui che è super partes stila queste auree parole: “la permanenza in carica dell’attuale presidente del Consiglio viene vista da molti come una circostanza ormai incompatibile con un’attività di governo adeguata, per intensità e credibilità, a sventare il rischio di crisi finanziaria e a creare una prospettiva di crescita”. La quale affermazione è di una stupidità talmente colossale che veramente vorremmo Mario Monti Primo Ministro per cavarci lo sfizio di vedere quale sarebbe la sua attività di governo adeguata, come renderebbe tutti nel mondo ammiratori del debito pubblico italiano e come creerebbe in un battibaleno una smagliante crescita economica dell’Italia. Lui e la sinistra sarebbero dunque capaci di decidere quei tagli alla spesa pubblica, di adottare quelle riforme liberiste e “anti-sindacali” che non è stato capace di adottare il centro-destra? Vorremmo proprio vederlo all’opera.

Si può non avere grande stima di Berlusconi, che fra l’altro scherza abbastanza per dare a volte l’impressione di essere solo un comico mediocre. Ma se si pensa di sostituirlo con questo genere di personaggi super partes, capaci di sparare con sussiego una simile sfilza di affermazioni balorde, forse dobbiamo sperare di rimanere sub partibus, tenendoci il governo che abbiamo.

Mario Monti ha tutto il diritto di avere un’idea politica anche chiaramente antigovernativa e antiberlusconiana. Non ha il diritto di presentarsi come neutrale.

giannipardo@libero.it

(1)http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_16/monti-false-illusioni-sgradevoli-realta_068269c4-f7bf-11e0-8d07-8d98f96385a3.shtml

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ECONOMIA
1 ottobre 2011
LA CONFINDUSTRIA SBAGLIA INTERLOCUTORE

Il documento firmato da Confindustria, Abi, Rete Imprese Italia, Cooperative e Ania è faticoso da leggere. Innanzi tutto per la lunghezza: quindici grandi pagine e mezza, per migliaia e migliaia di parole, sono una montagna da scalare. Poi, naturalmente, per la materia trattata. Ma a queste difficoltà si andrebbe lietamente incontro se ne valesse la pena. Se cioè fosse indicata una soluzione miracolosa, cui nessuno aveva pensato, e che metta tutti d’accordo. In quel caso chiunque si leverebbe il cappello. Purtroppo, la stragrande maggioranza dei suggerimenti contiene verbi al condizionale (andrebbe fatto questo, bisognerebbe riformare quell’altro) o infiniti che equivalgono ad imperativi (razionalizzare questo, ristrutturare quell’altro, introdurre il tale provvedimento): e la lettura diviene un tormento. Perché, mentre la soluzione miracolosa sarebbe subito applaudita, è ovvio che non serve a niente indicare un rimedio ben noto. Se non è stato già adottato una ragione ci deve essere. Volendo fare qualcosa di utile, bisognerebbe indicare quali siano stati gli impedimenti fino ad ora e come è possibile superarli nelle condizioni attuali.

Il problema del governo – di qualunque governo – non è quello di identificare gli ideali da raggiungere, è quello di realizzarli in concreto. Solo gli analfabeti politico-economici possono dire al bar: “La crisi dovrebbero pagarla i ricchi!” I governi si devono chiedere se i ricchi per caso non abbiano già pagato e se farli pagare sia utile all’economia del Paese. Fra l’altro, se consideriamo ricchi i proprietari di case, colpiremo l’80% degli italiani, poveri inclusi.

Il documento confindustriale, pur non essendo a questo livello, non sfugge ad una critica analoga. Il problema non è “che cosa fare” ma “come farlo”. Come ottenere il permesso della sinistra, della grande stampa e dei sindacati da cui dipende l’ordine pubblico e in definitiva l’Italia. A che serve scrivere: “È necessario eliminare rapidamente le pensioni di anzianità, accelerare l’aumento dell’età di pensionamento di vecchiaia, equiparare l’età di pensionamento delle donne a quella degli uomini anche nel settore privato”? La domanda importante è: come reagiranno gli interessati e i partiti che li sostengono? L’abbiamo dimenticato che il governo Prodi come primo provvedimento eliminò il famoso “scalone Maroni”? Non serve gridare: “È quindi evidente che la riforma delle pensioni è indispensabile”. Uno può ben sapere in che direzione spingere la barra del timone ma se gli altri, che sono di più, spingono nella direzione opposta?

Né vale invocare l’aumento delle tasse, se pure pudicamente, con termini come “sviluppare ulteriormente forme di compartecipazione da parte dei cittadini abbienti”. Accà nisciun è fess: “compartecipazione alle spese” significa “tasse”. E si sono chiesti quei signori se il provvedimento sia utile? La scienza delle finanze insegna che la redditività di un’imposta dipende dalla sua aliquota, ma c’è un livello oltre il quale da un lato si incentiva l’evasione, dall’altro si colpisce la produzione di ricchezza. Già oggi nessuno vuole venire ad aprire imprese in Italia e la Fiat minaccia di andarsene. Una politica di odio ai benestanti peggiorerebbe una situazione già pessima.

“Se le misure sulle pensioni pubbliche non vengono decise rapidamente, corriamo il rischio di dover assumere, in condizioni di assoluta emergenza, provvedimenti ben più dolorosi, quali la messa in mobilità di decine di migliaia di dipendenti pubblici, come sta già accadendo in molti altri paesi”. Giusto. Ma se nemmeno parlando di default si riescono ad adottare modesti provvedimenti? Se si scrivono manovre a getto continuo, una, due tre, sperando vanamente di fare contenti tutti, e alla fine la Cgil proclama lo sciopero generale? Per la verità, la Cgil non l’ha proclamato “alla fine”. L’ha proclamato “in fiducia”, prima ancora di conoscere i provvedimenti.

Può darsi che ci si arrivi, in futuro, alla messa in mobilità di migliaia di dipendenti pubblici, ma oggi scoppia la rivoluzione se un impiegato è trasferito da un ufficio ad un altro. Questa è una delle ragioni per le quali non si riesce a ridurre il numero di enti, uffici e - a proposito – province.

A nostro parere la Confindustria e gli altri firmatari non avrebbero dovuto indirizzare il documento al governo. Essendo ragionevolmente sicuri che esso sarebbe contento di applicare questo programma, avrebbero dovuto sfidare le opposizioni chiedendo: siete d’accordo anche voi?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

http://www.corriere.it/economia/11_settembre_30/manifesto-crescita-confindustria_c3d8ef4a-eb42-11e0-bc18-715180cde0f0.shtml

 


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POLITICA
6 agosto 2011
LA VIDA ES SUEÑO

Sul Corriere dei Piccoli di quasi un secolo fa esisteva un’improbabile “arcivernice del dottor Lambicchi”. La si passava su una fotografia e l’oggetto diveniva realtà. Che i bambini potessero apprezzare un’assurda storia del genere si spiega con il loro amore per il magico, ma la tendenza al magico non viene meno con l’età. Anche gli adulti sperano sempre nel miracolo. È questo che fa il successo dei guaritori, dei truffatori, dei fondatori di religioni e, non ultimi, dei politici.
La politica è infatti un campo in cui l’immaginario pesa più del reale. In essa non vince il competente che propone un programma realizzabile ma colui che promette ciò che non potrà mai mantenere. Barack Obama, in questo campo, ha battuto un record. Invece di fare promesse mirabolanti ma relative a fatti concreti – “Posso risolvere la crisi economica, posso azzerare la disoccupazione, posso regalare la sanità a tutti” - si è buttato sull’astratto: yes, we can, sì, possiamo farlo. Che cosa? Qualunque cosa. “Voi esprimete un desiderio ed io vi rispondo: sì, possiamo attuarlo. Volete che tornino i ragazzi in divisa che abbiamo all’estero? We can. Volete che miglioriamo i rapporti con gli amici europei, volete che diveniamo fraterni amici con gli iraniani? Non vi preoccupate, we can. E perché dico we? Perché prima voi dovete fare la vostra parte, votando per me”.
C’è di che rimanere sbalorditi. Si può straparlare così? Ma la risposta la dava lo stesso candidato: Yes, we can. E non era in torto lui: erano in torto coloro che l’ascoltavano. E che lo hanno eletto.
Questa è una lezione importante per tutti ma non per i politici: perché loro l’hanno digerita già ad inizio carriera. Sanno benissimo di avere a che fare con avidi compratori di fumo e dunque glielo devono vendere senza risparmio. Del resto non corrono rischi: il prodotto non è in garanzia. Nessuno può andare da Obama a chiedergli che ne è stato del suo “Yes, we can”. Secondo costante giurisprudenza, se la truffa è evidente non è una truffa. Quando un produttore assicura: “usate questo rossetto e tutti gli uomini cadranno ai vostri piedi”, è inutile denunciarlo.
Il cittadino che ha esperienza sviluppa anticorpi. Sapendo che si tratta di una commedia degli inganni è pronto a sopportare i trucchi più ingenui e spericolati. Ma a volte gli può sorgere il dubbio che, a forza di raccontare balle, i politici finiscano col non distinguerle dalla realtà. In Italia ne abbiamo un esempio da manuale.
Si sa che il potere è la molla suprema della politica. Biasimare i politici perché ambiziosi è tanto inutile quanto biasimare i leoni perché carnivori. Chi è al potere fa di tutto per rimanerci e chi non è al potere fa di tutto per andarci. In queste condizioni, invitare un ministro a dimettersi per darsi alla vita contemplativa è semplicemente demenziale. Per farlo andar via bisogna votargli contro in massa oppure sparargli. Il verbo invitare fa pensare a quei gatti che, se un uccellino è troppo in alto, lo pregano con teneri miagolii di scendere a portata di grinfia.
E tuttavia è quello che avviene. Travestendo con le più nobili motivazioni la loro voglia di andare al governo, i politici dell’opposizione chiedono gentilmente ai colleghi che attualmente vi siedono di cedere loro il posto. E credono che si tratti soltanto di proporglielo con le parole adeguate: campo in cui dànno prova di una fantasia che gli avrebbero invidiato i Fratelli Grimm.
Qui si inserisce l’opera meritoria di Mattia Feltri, il quale ci ha offerto una collezione dei seducenti “miagolii” con i quali si cerca di indurre Berlusconi a dimettersi, “per il bene del Paese”. Che se ne vada e lasci il posto a un governo di unità nazionale; a un governo tecnico; delle larghe intese; del Presidente; di garanzia; di grande Coalizione; istituzionale; delle larghe convergenze; fondato su un più largo consenso; di tregua; di salute pubblica; di responsabilità nazionale; di solidarietà nazionale; per le riforme; per l’emergenza e le riforme; di decantazione; di legittimazione parlamentare; di responsabilità istituzionale; per le riforme socio-economiche; della salvezza; di transizione; insomma un governissimo. E per ognuna di queste formule Feltri indica i colpevoli.
Questa folla di poeti della politica parla in questo modo perché intende ingannare i cittadini o perché ha già ingannato se stessa? Bersani si rende conto di rendersi ridicolo, quando chiede le dimissioni di Berlusconi tre volte al giorno, prima dei pasti? Veramente questo è un modo di fare politica?
E tuttavia può darsi che alle prossime elezioni gli elettori abbocchino. Yes, they can.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
6 agosto 2011
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=12VUS4


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politica interna
22 luglio 2011
UN SIMIL-ARTICOLO SULLA SITUAZIONE POLITICA
O non abbiamo capito niente noi, o i giornali francamente esagerano. Parlano di un’Apocalisse che non abbiamo vista. È vero, il deputato Alfonso Papa è finito in galera e il senatore Tedesco no. E forse ci sono stati dissensi nella maggioranza al riguardo. E allora?  D’accordo, hanno litigato, non hanno mantenuto la parola data, si sono fatti dei dispetti, tutto quello che si vuole: veramente è la fine del mondo?
Questo simil-articolo, utilizzando una parte della Rassegna Stampa della Camera (1) vuole dimostrare, pubblicando solo i nomi dei giornali e i titoli degli articoli, a che punto la stampa sia allarmistica e poco affidabile.
La Repubblica: Lo strappo finale;  Il Fatto Quotidiano: Il palazzo si sgretola; La Stampa: La fine di un'illusione; Il Messaggero: Svolta senza ritorno; Europa: Il gioco opaco del si salvi chi può; L'Unità: Finale di partita; Corriere della Sera: Nel pdl panico e rabbia "Adesso in galera ci finiranno tutti"; La Stampa: Sgomento nel pdl "troviamo i traditori"; Il Giornale: Montecitorio tra risse e scritte in bagno; Libero: Il giorno più pazzo del parlamento; Corriere della Sera: L'ira di Berlusconi: tenuti sotto scacco Bossi ancora leader?; Corriere della Sera: Passa la linea Maroni e il capo diserta l'aula; La Repubblica: "Peggio che nel '92 i pm mi faranno fuori"; La Stampa: In crisi il "monolite verde"; Corriere della Sera: E il premier scopre che la maggioranza era solo numerica (l’avesse la sinistra, anche solo numerica! Nota di G.P.); Il Sole 24 ore: Una scelta che cambierà il futuro del centrodestra; La Stampa: Un altro passo deciso verso l'eutanasia del berlusconismo; Il Sole 24 ore: Instabilità politica ed economia, i timori del Capo dello Stato; Il Messaggero: Bersani e Casini all'attacco "la maggioranza non c'è più"; Corriere della Sera: Il Senato salva il pd Tedesco rissa e accuse sul voto segreto; La Repubblica: Ma la giustizia tormenta i democratici "ora i casi stanno diventando troppi"; Il Foglio: Violante: Vuoto di potere; Il Mattino: Int. A De Michelis: "Oggi è peggio del lancio di monetine contro Craxi"; Corriere della Sera: “ La febbre è alta”; Il Corriere della Sera: La sindrome del ritorno ai tempi di mani pulite; La Repubblica:  Maroni, prove di successione; Corriere della Sera: Premier e Senatur travolti, ora il governo è a rischio Verdini: rimpasto profondo.
Una sola domanda: ma che avrebbero scritto, se fosse caduto il governo?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
21 luglio 2011

(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/rassegnaQuotidianaFrame.asp?clearFilters=true&ricercaData=2011-7-21


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POLITICA
19 giugno 2011
DIANA DI EFESO FOR PRESIDENT
Nella realtà ci sono due ruoli fondamentali, quello del fornitore e quello del fruitore. Il chirurgo che prende l’autobus ha il diritto di disinteressarsi di tutti i lati tecnici e giuridici della guida. Lui è il fruitore e l’autista è responsabile di tutto, inclusa la sua sicurezza. Viceversa, se lo stesso autista chiede di essere operato, è il chirurgo che ha tutti i doveri e tutte le responsabilità. Ora è l’autista il fruitore.
Questo dualismo col tempo ha condotto a degli eccessi. Se un bambino elude la sorveglianza e si butta dal balcone, il magistrato condanna i genitori per omicidio colposo: con ciò stabilendo il principio che essi non dovrebbero assolutamente mai, neppure per un momento, perdere di vista il piccolo. E noi ci chiediamo se quello stesso magistrato lo abbia fatto con i suoi figli. A scuola, se un ragazzo non studia, si ha tendenza a dare il torto alla famiglia (ha problemi, i genitori non seguono abbastanza “il bambino”) o agli insegnanti: “un insegnante bravo dà agli alunni la voglia di studiare”. I ragazzi non sono tenuti a nessuno sforzo: sono esclusivamente dei fruitori.
Partendo da queste premesse, l’individuo si abitua a restringere l’ambito della propria responsabilità e a dilatare straordinariamente quella altrui. In campo lavorativo la tendenza è quella a disinteressarsi del prodotto finale (è responsabilità di coloro che dirigono il lavoro) e all’economicità della gestione. Si chiede di più anche quando si sa che l’impresa è sull’orlo del deficit. Il fruitore del salario osa sfidare l’impresa che ipotizza di andare a produrre altrove come se potesse obbligarla a rimanere. O come se l’essere operaio lo mettesse nella condizione del neonato che si disinteressa del modo in cui la madre produce il latte.
La tendenza dura da tanto tempo che sarebbe ingiusto puntare il dito contro qualcuno in particolare: è un fenomeno epocale. I singoli possono anche non accorgersi della sua novità. Considerano del tutto naturale ciò che hanno visto da quando sono nati. E infatti – ci scommetteremmo - molti lettori di queste righe sosterranno, per gli alunni e per gli operai, che essi non hanno più responsabilità dei passeggeri dell’autobus.
La catena fruitore-fornitore procede verso l’alto, restringendosi come una piramide, fino a colui che non può passare il cerino a nessuno: lo Stato. Questo ha condotto ad una elefantiasi della macchina pubblica e delle sue funzioni. Dal momento che è più comodo essere fruitori e che fornitori, ognuno ha cercato di passare le proprie responsabilità al vicino e il risultato è il mito di una Entità onnipotente e provvidenziale, responsabile di tutto e cui si ha il diritto di chiedere qualunque cosa. Perché questa Grande Madre Metafisica ha il dovere di fornire qualunque cosa.
Si tratta di una mitologia non diversa da quella dei greci quando scolpirono la statua della Diana di Efeso. A Villa d’Este (Tivoli) se ne può vedere una copia in travertino: una figura di donna turrita (a proposito, come l’Italia) dalle innumerevoli mammelle da cui sgorga acqua, simbolo ininterrotto di vita. Noi tutti siamo convinti di poterci attaccare alle mammelle di Mamma Italia.
La politica è stata trasformata da questa mentalità. Mentre in teoria il contrasto dovrebbe essere fra ciò che il governo fa e ciò che l’opposizione propone, in pratica tutti reputano che la politica alternativa consista nel chiedere. I sindacati, anche quelli moderati, minacciano lo sciopero generale se lo Stato non rilancia l’economia (senza dire come potrebbe farlo); ai precari Santoro dice che “dovrebbero scendere in piazza”, cioè chiedere, minacciando violenze; il colmo lo abbiamo a Pontida dove il principale ed essenziale alleato di governo chiede riforme ed altro, minacciando la maggioranza come se non ne facesse parte o come se non fosse in nessun modo responsabile della politica sin qui attuata. Il capo, Umberto Bossi, è uno straordinario animale politico: sa di dover dire queste sciocchezze per fare contento un uditorio abituato alla politica del “chiedere a brutto muso”.
In queste condizioni, c’è da stupirsi che qualcuno accetti di mettere le mani sul volante del fornitore finale. Se avessero più buon senso di quanto non siano ambiziosi, i ministri dovrebbero in blocco andare a sedersi fra i passeggeri. Forse l’autobus lo guiderà la Diana di Efeso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
19 giugno 2011

Ecco l’immagine, per chi volesse vederla:
http://www.psicologia.roma.it/Gallerie/Tivoli/Tivoli%20statua%20seni.jpg

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POLITICA
17 dicembre 2010
UN MOMENTO POLITICO ESEMPLARE
Questo momento può servire a capire la politica molto meglio di altri.

Abbiamo tutti tendenza a “regolarizzare” la realtà: e finché non sbattiamo contro le deviazioni ci comportiamo  come se esse non esistessero. Se dal rubinetto esce acqua corrente a volontà (la regola), finiamo col credere che l’acqua non potrà mai mancare (l’eccezione, constatata con scandalo). Analogamente siamo indignati quando scopriamo il professore ignorante, il giudice parziale, la madre snaturata. Questi fenomeni, statisticamente inevitabili, ci sembrano “incredibili”.
La politica è il campo ideale per illustrare questo fenomeno, anche perché qui la regola è l’inverso di ciò che la gente crede. Il magistrato ignorante o venduto è meno frequente del magistrato competente e corretto, mentre il politico amorale, interessato, ambizioso, sleale e, all’occasione, traditore, è assolutamente il più frequente. E tuttavia la gente non riesce ad ammetterlo. Dal momento che si fa politica “predicando il bene”, gli ingenui finiscono col credere che veramente il primo interesse dei loro eletti è il Paese. Se proprio devono ammettere che quella dei politici è demagogia, strategia elettorale, pura facciata, pensano che siano così i parlamentari del partito avverso: i loro no. I loro sono persone perbene. I loro pensano solo alla Patria.
Queste illusioni sono tanto più pervicaci quanto più la vita della nazione è tranquilla. Nei periodi in cui il governo e la sua maggioranza sono stabili, i parlamentari sanno di avere dinanzi a sé anni in cui nessuno gli sottrarrà né il seggio né la rotonda pensione. Dunque possono effettivamente dedicarsi, oltre che ai loro interessi e a quelli dei loro protetti, alla realizzazione del programma elettorale. Soprattutto quelli di maggioranza, naturalmente. Infatti quelli di minoranza (qualunque minoranza) sono disposti a buttare il Paese nel caos, se questo gli dà una possibilità di tornare al potere. L’unica eccezione che si ricordi è il voto del centro-destra a favore del governo D’Alema, per l’impegno nei Balcani.
Invece nei momenti di crisi, come l’attuale, il comportamento dei politici, unicamente dominato dai problemi personali, diviene insieme frenetico e trasparente. E naturalmente scandalizza gli ingenui. Il governo Berlusconi, ottenuta la fiducia per tre soli voti, è a rischio di cadere alla prima occasione. I parlamentari passano dunque il loro tempo a chiedersi ciò che potrebbero fare per se stessi. Per non essere mandati a casa, innanzi tutto: e per evitare questo rischio alcuni di loro, pure appartenendo all’opposizione, sarebbero disposti a votare con la maggioranza. Ma anche questo è rischioso: “Se mi squalificassi e poi il governo cadesse lo stesso? Dopo non mi vorrebbero più né a destra né a sinistra”. Altri pensano che, se non cambiano casacca e poi la legislatura si interrompe, sono fregati lo stesso. Gli basterà appuntarsi sul petto la medaglia di cartone della fedeltà? Dinanzi a questi dubbi le preoccupazioni politiche scompaiono.
Questo è il dramma dei peones in bilico. Ma ci sono quelli che nel caso di voto anticipato pensano di avere la rielezione in tasca; quelli che portano voti, dispongono di particolari competenze o di particolari relazioni utili; quelli che, in caso di cambiamento di casacca, possono sperare di ottenere qualcosa dal nuovo gruppo di appartenenza. Tutti costoro - i maggiorenti - non fanno il calcolo: “mi mantengo fedele, tradisco”; si chiedono: “Chi mi offre di più?”
A giustificare “politicamente” la scelta ci si pensa dopo, non è difficile. Se dalla minoranza si passa alla maggioranza è per assicurare stabilità al Paese “in questo momento particolarmente difficile”. Tutti i momenti sono “particolarmente difficili”. Se invece dalla maggioranza si passa alla minoranza - perché si pensa che presto sarà maggioranza, e bisogna saltare prima sul carro del vincitore - si dirà che la maggioranza ha mancato ai suoi doveri; non ha mantenuto le promesse elettorali; non è stata capace di realizzare il programma. I traditori della Patria sono sempre gli altri.
I cittadini che intravedono questi giochi di palazzo si scandalizzano e gridano allo scandalo. Dicono che i parlamentari sono dei venduti. Qualcuno ha sparato persino cifre, cinquecentomila euro, come se il prezzo di un deputato fosse così basso. Ciò di cui non si capacitano è che possa esistere un mercato dei voti.
Li addolora il fatto che la realtà si riveli com’è e non “regolare”, come vorrebbero che fosse. Tant’è vero che, non appena il momento di instabilità è passato, e la demagogia riprende a funzionare a pieno regime, tornano alle loro illusioni. I parlamentari operano sempre e soltanto per il supremo bene del Paese: e per che altro, se no?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 dicembre 2010


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POLITICA
26 novembre 2010
COLPIRE IL BERSAGLIO MOBILE. AL BUIO
Il linguaggio a volte ci inganna. Quando c’è il sole si parla di bel tempo e quando piove si parla di cattivo tempo. E si dimentica che, in caso di siccità, il bel tempo è la pioggia. Qualcosa di analogo avviene con le monete. Ogni volta che la divisa nazionale si rivaluta, i toni sono trionfalistici, ogni volta che si svaluta, se ne parla come di una sconfitta: mentre in realtà una moneta troppo forte frena le esportazioni. Il valore ideale della valuta è quello corrispondente al suo potere di acquisto.
Qualcosa di analogo avviene in politica. C’è da stupirsi per la costanza con la quale tutti i commentatori rappresentano ogni perdita di potere come una sconfitta. Infatti, anche in questa occasione si presenta un Presidente del Consiglio teso a cercare - a “comprare” o elemosinare, secondo i gradi di ostilità - i voti per ottenere la fiducia. In realtà questa rappresentazione potrebbe essere vera e potrebbe essere falsa. Silvio Berlusconi potrebbe star facendo finta di voler salvare il governo, “nell’interesse del Paese”, mentre in realtà si sta preparando a far cadere il governo e ad andare a elezioni anticipate, convinto di vincerle. Chi lo sa? Una svalutazione può anche essere una manovra di rilancio delle esportazioni.
La difficoltà di interpretazione del momento politico nasce dal fatto che coloro che partecipano alla partita cercano di ingannarsi vicendevolmente e tutti insieme di ingannare gli italiani.
Cercano di ingannare gli italiani perché, per motivi di decenza, non possono parlare delle loro reali intenzioni. Sono dunque obbligati a presentarsi come preoccupati soltanto delle sorti della Patria. Chi vuole fare cadere il governo non lo fa per impadronirsi del potere ma per il bene del Paese, liberandolo da chi lo danneggia per malvagità o per stupidità. Chi è al potere non vi si aggrappa per interesse, ma perché vuole preservare la Patria dall’arrivo dei barbari. E tutti evitano di parlare del fatto che, se si va a nuove elezioni, rischiano di non essere rieletti e di non avere la pensione da deputato o da senatore.
I politici cercano anche di ingannarsi fra loro. I trucchi, le finte, gli inganni, i mercanteggiamenti fra i partiti e all’interno dei partiti sono infiniti. Anche qui un conto sono i motivi inalberati e un altro sono quelli reali. Io ti do questo se tu mi dai quest’altro. E se poi tu non mantieni? E se non mantieni tu? Ma se non mi accontenti io mi alleo col tuo nemico. Ma anch’io posso allearmi col tuo nemico. Anzi, tanto vale che tu lo sappia, i negoziati sono in corso. Ma lo so già, che cosa credi? Lo so che tu hai l’abitudine di tradire. Ma guarda chi parla! Tu sei quello che una volta... Finché non interviene un terzo a ricordare che in politica non ci sono amicizie e lealtà ma convergenze di interessi. Giusto. Ma come identificare esattamente qual è il proprio interesse, tenendo conto del fatto che il quadro cambia continuamente, e tutti mentono a tutti?
In un simile panorama fanno sorridere i giornalisti e i commentatori che un giorno dànno per certa una cosa e il giorno dopo dànno per certa la cosa opposta. È comprensibile che vogliano fare la figura di chi ha capito più degli altri, ma non si può ieri dare Berlusconi per morto e sepolto, più superato di Tutankhamon, e oggi descriverlo in rimonta, vincente, punto di convergenza di tutti coloro che non vogliono affondare.
Cercando di sbagliare il meno possibile, ci si appiglia ai fatti obiettivi: per esempio l’importanza della carica di parlamentare e della pensione relativa. Ma neanche di questo c’è da fidarsi. Non perché la gente non badi ai propri interessi finanziari, ma perché, nella storia, bisogna fare un largo posto alla follia. Quale altra spinta può spiegare la spedizione ateniese contro Siracusa? Quale demenza può avere spinto Hitler al doppio fronte, occidentale ed orientale, conoscendone per esperienza i pericoli?
Ma non c’è troppo da preoccuparsi. Per decenni le elezioni hanno avuto il significato di una scelta di campo epocale, col Pci pronto a cambiare il sistema. Oggi il rischio è che si passi da Tremonti a Padoa-Schioppa. Certo, si può essere desolati, all’idea di avere per ministro dell’economia uno che ha una compagna come Barbara Spinelli: ma, se si ha una buona salute, si sopravvive anche a questo.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
24 novembre 2010

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POLITICA
23 novembre 2010
CHE COSA HA DECISO BERLUSCONI
Da qualche giorno non si parla più del lodo Alfano, del legittimo impedimento e dei problemi giudiziari di Silvio Berlusconi. E tuttavia non è cambiato niente di oggettivo: si attende una pronuncia della Corte Costituzionale, sostanzialmente in coincidenza con il voto di (s)fiducia al governo, e per il processo Mills non è ancora scattata la prescrizione. Se non è cambiato niente di oggettivo, forse è cambiato qualcosa di soggettivo: l’atteggiamento dell’interessato.
I magistrati gli sono contrari e ci sono da aspettarsi decisioni ostili. La Corte potrebbe sostenere che gli impegni del Presidente del Consiglio non sono abbastanza importanti per rinviare un’udienza. Il Tribunale potrebbe sostenere - l’ha già fatto - che la corruzione si ha non quando il corrotto riceve il denaro ma quando comincia a spenderlo. In modo da spostare più lontano il momento della prescrizione. E dopo tanti sforzi procedurali, si possono avere dubbi sul tipo di sentenza che si vuole emettere?
Il Cavaliere potrebbe dunque essersi detto che questa battaglia lo ha stancato. I fatti per cui gli si possono inventare reati sono ormai molto lontani nel tempo e rimane solo il processo Mills. Ebbene, che lo condannino: lui farà appello e il processo andrà in prescrizione.
Naturalmente la minoranza e gli antiberlusconiani strepiteranno su tutti i toni. Un Presidente del Consiglio condannato per corruzione dovrebbe dimettersi. “In nessun Paese civile del mondo...” conosciamo la canzone. Ma quella condanna è infamante per chi si fida della magistratura: e in Italia non è più così. Al Cavaliere basterà dire che egli è innocente legalmente, cioè secondo la Costituzione (art.27, “L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”) ed anche di fatto, in quanto la condanna è il frutto della malevolenza dei magistrati. È vero, una simile dichiarazione non basterebbe “in nessun Paese civile del mondo” ma dopo quindici anni di persecuzione giudiziaria (pubblicamente riconosciuta anche da quel suo grande amico che si chiama Gianfranco Fini), gli italiani non ne possono più di questa interminabile saga. Se oggi fosse proiettato un filmato in cui si vede Silvio che ammazza Veronica, metà degli italiani - quella che vota per il centro-destra - direbbe che si tratta di un trucco cinematografico.
Si tratterebbe dunque di sopportare per qualche settimana o qualche mese la cagnara dei giornali di sinistra, ma non sarebbe un grande sacrificio: la cagnara la fanno comunque.
Che questo possa spiegare l’attuale silenzio su quell’argomento è reso plausibile dal fatto che non diversa è la situazione politica. Berlusconi ha capito che volevano farlo fuori a via di pressioni e intimidazioni, de profundis e dies irae, minacce e persino lusinghe. Per questo ha deciso di reagire come il bufalo attaccato dai leoni. Il colosso si ferma e dice: “So di essere in pericolo di vita. Ma lo è anche il primo che mi si avvicina. Allora, chi si fa avanti?”
Di un bufalo morto si è lieti di spartirsi la carcassa. Ma se è vivo e risoluto a vendere cara la pelle, la voglia di farlo a pezzi diminuisce. I leoni hanno la tentazione di divenire vegetariani.
Naturalmente non è detto che Berlusconi abbia la fiducia, in dicembre; e non è detto che vinca le elezioni, se si terranno. Ma si tratta del dilemma che si presentò a Cesare. Bisogna avere il coraggio di attraversare il Rubicone? Bisogna farlo, sapendo che questo comporta la pena di morte, per le leggi di Roma?
Gli uomini d’azione sono tali perché, con la loro fantasia e con la loro audacia, sono capaci di disorientare il nemico. Dove altri fuggirebbero loro attaccano per primi. Dove altri, come ad Alesia, cercherebbero un accordo, loro cercano ancora la vittoria. E questo fa paura. Gli avversari divengono meno baldanzosi. Casini tende la mano; Fini schizza meno veleno e non insiste sulle dimissioni del Premier; i radicali dialogano; alcuni tornano sui loro passi e nessuno insiste sui problemi giudiziari del Cavaliere: forse perché tutti hanno capito che tirerà diritto, checché accada. Per uccidere il bufalo bisognerà affrontarlo.
Berlusconi sta giocando l’ultima grande partita della sua vita. O vince, e un giorno potrà abbandonare il trono senza che nessuno ve lo costringa: come Silla, come Diocleziano, come Carlo V. Come qualcuno stanco di governare. Oppure perde, ma cade in piedi: per il voto del popolo sovrano, non per una congiura di ominicchi di Palazzo.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
23 novembre 2010
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21 novembre 2010
IL BACCAGLIO DI CASINI
Su Wikipedia si legge che, negli ambienti della malavita siciliana e nelle rappresentazioni dell’Opera dei Pupi, il “baccaglio” era un gergo dei malavitosi e cantastorie che volevano trasmettere contenuti eversivi con un linguaggio sconosciuto alla polizia. Da qui l’espressione, un tempo corrente nell’isola: “parrari a baccagghiu”, cioè parlare per allusioni.
Le parole di Pierferdinando Casini, riportate oggi dal Corriere della Sera (1), sono un caso in cui si “parla a baccaglio”. Il senso della dichiarazione è avvolto in un viluppo di ovvietà, retorica, espressioni in politichese e allusioni solo per addetti ai lavori. E il tutto formulato in modo tale da poter sempre dire che non si voleva dire quello che si è detto, ma il suo opposto.
Inoltre, quanto più si vuol dire qualcosa che si teme sia indigesta al proprio elettorato, tanto più la si ammanta di dichiarazioni reboanti e quasi minacciose per la parte avversa alla quale in realtà si tende la mano. Lo stile è quello degli assediati che dicono agli assedianti: “Potremmo uscire ed uccidervi tutti, ma per evitare un massacro vi facciamo entrare nella città”.
«Se vogliono cambiare, dice Pierferdy, ci siederemo al tavolo ma ci aspettiamo fatti». Come se Berlusconi avesse detto che vuole cambiare, mentre invece parla di mandare tutti a casa e ripresentarsi agli elettori. Ma il leader dell’Udc avrà visto un altro film.
«Si cambi davvero, chiede il numero uno centrista: non ci piace la Lega e non ci fidiamo delle promesse di Berlusconi. Ci aspettiamo fatti, non chiacchiere». Ecco come, corrucciato, pone le condizioni ai postulanti. Sempre che postulanti siano.
L'auspicio di Casini è la nascita di «un governo di armistizio, di responsabilità e di solidarietà nazionale». La solita retorica vuota. Gli altri governi sono irresponsabili, sono fatti per suscitare conflitti o la guerra civile?
Poi egli spiega che «per tre o quattro anni bisognerebbe non parlare di chi vince le elezioni, ma governare facendo anche scelte impopolari». Il popolo italiano stia attento, Casini non gli farà sconti.
Caustica e divertente la risposta di un leghista, Piergiorgio Stiffoni. Constatato che a Casini la Lega non piace, dice: “Vuole un esecutivo di armistizio ma non vuole sedersi al tavolo. Bene, se noi gli siamo indigesti non si segga, resti in piedi con il cerino in mano».
In realtà Casini teme di bruciarsi le dita e allora dice virtuosamente: “Siamo stati due anni e mezzo all’opposizione non per partito preso o solo per coerenza elettorale ma per un giudizio negativo sulla politica degli spot”. E come hanno fatto a sapere che sarebbe stata una politica degli spot, dal momento che non sono entrati nel governo sin da principio? Non è che, come potrebbero pensare le malelingue, non gli sia stato offerto abbastanza, per entrare in quel governo?
“Gran parte del mondo dell’industria, dei sindacati e del mondo cattolico ci dice di entrare nel governo per senso di responsabilità”. Non per interesse, non per ambizione, non per fame di posti di governo, ohibò, giammai. Entrerebbero per motivi morali e per rispondere alle suppliche che da ogni dove si levano verso il salvatore della Patria. “Noi non possiamo stare sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere perché il cadavere è l’Italia e noi siamo italiani, ma possiamo aiutare solo a condizione che le cose cambiano davvero”.  E se vi facciamo entrare in città, è per non uscire ed ammazzarvi tutti.
Qui non si ironizza con particolare accanimento su Pierferdinando Casini, ma solo sul suo linguaggio. Quelli che sono al governo non sono meno ambiziosi, ipocriti, retorici e interessati di lui. Né sono meno ambiziosi, ipocriti, retorici e interessati di Casini e di Berlusconi quelli che stanno a sinistra. Ma chi sa decifrare il baccaglio politico a volte non sa esimersi dal manifestare il proprio disgusto.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
21 novembre 2010
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(1)http://www.corriere.it/politica/10_novembre_21/casini-si-a-tavolo_dcd10546-f561-11df-91c8-00144f02aabc.shtml


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POLITICA
9 novembre 2010
FACCIAMO IL PUNTO
Qualche giorno fa, studiando la situazione attuale, si giungeva alla conclusione che non ci si capiva niente. Ora, dopo le clamorose dichiarazioni di Fini, molti si esprimono invece con l’aria di dire: “Finalmente si è chiarito tutto!” “Finalmente Gianfranco ha rivelato il suo gioco!” e, addirittura, “Finalmente la maggioranza è in crisi, il governo è caduto!” E al contrario non c’è niente di chiaro, non c’è niente di definitivo e continuiamo ad essere incerti su molte cose. Infatti un conto sono le parole - che non costano niente - e un conto sono gli atti.
Fini ha avuto l’aria di sparare cannonate. O Berlusconi si dimette, ha detto, o ritiriamo la nostra delegazione dal governo. Ma sono cannonate a salve. I ministri e i sottosegretari si sostituiscono facilmente. L’unica mossa veramente significativa sarebbe avere la maggioranza per votare la sfiducia al governo e farlo così cadere. Il resto è aria fritta.
Viceversa, per quello che si è visto, da mesi si gioca una lentissima partita a scacchi. O più precisamente - vista l’ottusa brutalità delle mosse - una sfida a braccio di ferro in cui la posta in gioco è quella di far saltare i nervi all’avversario.
In questo le tattiche sono state diverse. Una lotta programmaticamente impari come quella fra il reziario e il mirmillone. Fini è stato sempre all’attacco: o personalmente, o attraverso quel genio politico che si chiama Italo Bocchino o infine per voce di quegli altri Talleyrand che vanno sotto il nome di Fabio Granata e Carmelo Briguglio. Viceversa, Silvio Berlusconi non ha risposto e comunque mai con aggressività. Una situazione di stallo.
Fino a due giorni fa. Infatti a Perugia Fini si è comportato come se i nervi gli fossero saltati. Come se volesse spingere le cose al punto da perdere subito o vincere subito. Ma può darsi che Berlusconi abbia pensato ad una sceneggiata e per questo sia rimasto olimpico. Fini avrebbe fatto finta di essere uscito dai gangheri mentre in realtà faceva solo una mossa; il Cavaliere avrebbe letto le carte dell’avversario concludendo: “Fulmini e saette, ma in fondo solo parole. A questo punto, se gli rispondessi per le rime, la gente direbbe che stiamo litigando come comari. Se invece non dico nulla, o lui è costretto ad agire e compromettersi o farà la figura di un parolaio inconcludente”.
E in questo senso per una volta ha ragione Antonio Di Pietro quando dice: “Bisogna stanare Fini. Bisogna che il Pd presenti una mozione di sfiducia al governo e inviti Fini a sostenerla. Così si vedrà da che parte sta”.
Ma il Pd non lo fa, probabilmente per due ragioni: o perché non è sicuro che la mozione di sfiducia avrebbe la maggioranza o perché teme che Fini all’ultimo momento si sfili. Inoltre se la mozione passasse e se non si riuscisse a formare un nuovo governo, la prova delle urne potrebbe attualmente essere disastrosa, per il centro-sinistra. Berlusconi sarebbe per giunta in possesso di una buona briscola: l’accusa di tradimento da lanciare contro Fini, cercando di ricuperare i voti dei suoi elettori.
Ecco le tante ragioni d’incertezza del momento presente. Chissà quanto se ne parla, quando telecamere e giornalisti sono lontani.
Naturalmente il povero Silvio Berlusconi sarà sommerso dai consigli. Tutti gli diranno qual è la mossa giusta da fare. Tutti sono certi del fatto loro. E poiché, se sbagliano in tanti, abbiamo il diritto di sbagliare anche noi, diremo il nostro parere.
Berlusconi farebbe bene a formulare una legge, utile al Paese e alla maggioranza, che però contenga anche una piccola parte indigesta ai finiani, ponendo su di essa la questione di fiducia. A questo punto o il Paese otterrebbe un’importante riforma, e Fini sarebbe squalificato per essersi contraddetto e per essere rientrato nei ranghi con la coda fra le gambe, oppure il Presidente della Camera farebbe cadere il governo, e sarebbe additato come il traditore responsabile della crisi e del caos nel quale avrà precipitato la nazione.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
9 novembre 2010
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7 novembre 2010
QUELLO CHE SAPPIAMO DELL'ATTUALE SITUAZIONE POLITICA
Gli estranei, coloro per i quali il sottoscritto è solo un nome e un cognome, non si porranno certo interrogativi, sul mio silenzio. Ma agli amici intendo spiegarlo e posso farlo citando Wittgenstein: “"Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen", “Di ciò di cui non si ha la possibilità di parlare, è obbligatorio tacere”. Per come l’ho interpretata io, la frase invita a non sentirsi obbligati a riempire con le parole il vuoto delle idee e delle certezze.
Il consiglio è particolarmente indicato in questi giorni di confusione politica. La realtà pone solo interrogativi. Durerà, il governo? Fini lo farà cadere? Oppure lo sosterrà in modo attualmente imprevedibile? Berlusconi provocherà la crisi oppure ingoierà tutti i rospi possibili, pur di continuare a galleggiare? Riuscirà a governare o no? E cadendo il governo, che cosa seguirà? Un altro governo Berlusconi? Un governo “purchessia”? O si andrà ad elezioni anticipate? E se sì, quando? E quali coalizioni si formeranno? Con chi andrà Fini? Per caso l’Udc entrerà in coalizione col Pdl e la Lega? Non si finirebbe mai.
È qui che interviene Wittgenstein. A che scopo prevedere l’imprevedibile, a che scopo far finta di sapere quello che non si sa, quello che nessuno sa?
Con questo non si condannano i giornali e i più famosi commentatori. I giornali sono imprese industriali e devono uscire ogni giorno. Hanno un numero prestabilito di pagine che saranno tutte riempite, dal primo rigo in alto a sinistra all’ultimo rigo in basso a destra. Qualcosa devono pur dire, anche rispetto a ciò di cui sarebbe obbligatorio tacere, magari contraddicendo quello che dice un altro quotidiano, magari contraddicendo quello che loro stessi hanno detto il giorno prima.
Ma se questa è la necessità imprescindibile (e alimentare) dei media, non altrettanto può dirsi per i commentatori indipendenti. Questi quasi nessuno li legge ma, in compenso, nessuno li paga.
Noi non abbiamo dunque nessun dovere e possiamo per questo offrire agli amici un conforto. Non sono loro che non capiscono niente degli avvenimenti attuali: non ci capisce niente nessuno. Tutti aspettiamo gli sviluppi della situazione. È perfino possibile che non ci capisca niente nemmeno Gianfranco Fini, il principale colpevole del caos. Il poveraccio si trova nella situazione di Pajetta, sessant’anni fa, quando occupò la Prefettura di Milano, telefonò la grande notizia a Roma e si sentì chiedere da un ironico Palmiro Togliatti: “E ora che te ne fai?”
Si potrebbe anzi stabilire un parallelo con Macbeth. Non basta avere il coraggio di assassinare Duncan a tradimento, bisogna avere la capacità di amministrare il misfatto fino a beneficiarne. Oggi ha detto, coraggiosamente: “Berlusconi deve rassegnare le dimissioni e aprire la crisi di governo. Se non si dimette noi andremo fuori dal governo”. Sembra chiaro, vero? Eppure nessuno ormai gli crede. Del resto, perché lui e i suoi avrebbero votato la fiducia al capo del governo, ancora alla fine di settembre, se questa era la loro intenzione? Gli è veramente passato il terrore di una campagna elettorale in cui sarebbe facile buttargli in faccia la parola “traditore” in tutte le tonalità previste dal setticlavio?
Non bisogna contare su nessuna ipotesi. Veramente non si sa niente. Veramente tutti aspettiamo i fatti, inclusi i protagonisti.
Per quanto riguarda la comprensione della realtà, se essa fosse chiara e non li capissero i giornalisti, la colpa sarebbe certamente loro. Ma qui le colpe maggiori le hanno i politici. La loro impenetrabilità è una notevole colpa. Anche se la politica riguarda tutti, perché tutti viviamo in Italia, il popolo le dedica un’attenzione molto limitata e proprio per questo essa deve essere semplice. I gialli vogliono questo, i rosa vogliono quest’altro, io la penso come i rosa e voterò per loro. Non si va, non si deve andare molto oltre.
I discorsi complicati, le analisi politologiche erudite, le discussioni fra competenti nelle “stanze piene di fumo”, come si diceva una volta, non solo suonano incomprensibili alla gente, ma finiscono con l’allontanarla. È questo uno dei motivi della perdita di velocità del Pd: nessuno sa più che cosa vuole. Certo, desidera buttare giù Berlusconi e andare al potere, ma per fare che cosa?  Lo stesso Cavaliere ha avuto successo perché ha sempre parlato chiaro ed ha proposto programmi quasi elementari, al livello di “aboliremo l’ICI”. Un programma di nemmeno tre parole. Ma questo merito della chiarezza, attualmente non l’ha più. O per volontà sua, o perché a ciò lo obbligano i suoi, è invischiato nella melma quanto gli altri.
Non ci rimane che pensare ad altro. Il Grande Fratello, per alcuni, il cinema, per altri, un buon libro, per altri ancora. Ai politici si avrebbe voglia di dire: “Fateci un segnale, quando tornate”.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
7 novembre 2010
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POLITICA
16 agosto 2010
PER LA COSTITUZIONE NAPOLITANO HA RAGIONE
Il riassunto è facile da fare. Giorgio Napolitano ha detto che non esistono governi tecnici. È politico - e legittimo - qualunque governo che, a termini di Costituzione, ottenga la fiducia in ambedue le Camere.
Molti esponenti del centro-destra (anche Rotondi, Cicchitto, Calderoli, Sacconi) hanno detto che qualunque governo che non corrisponda al voto degli italiani sarebbe illegittimo. Secondo il virgolettato del Corriere della Sera (riferito a Maroni ed Alfano) “un esecutivo con chi ha perso le elezioni viola la Costituzione”. Bossi ha addirittura minacciato che il popolo della Lega scenda in piazza. Secondo loro, se cade questa maggioranza, bisognerebbe tornare a votare. Hanno torto.
Il Presidente della Repubblica, a termini di Costituzione, ha indubbiamente ragione. La legittimazione di un governo, comunque denominato, nasce dal voto delle Camere e per la sostanza è ovvio che adulti colti ed avvertiti non possono non avere idee politiche. Un governo apolitico non può esistere.
Se la sinistra parla di governo tecnico è per sfuggire all’accusa di voler mandare al potere un “governo-mandiamo-via-Berlusconi”, non corrispondente alla volontà degli elettori. Dunque le parole del PdR dovrebbero irritarli. Anche se è una questione “nominalistica” (come ha detto i Presidente) è un’utile foglia di fico per nascondere il ribaltone; e se a sinistra non manifestano disappunto, è perché considerano il PdR una loro risorsa.
Più interessante è però guardare alla sostanza del problema.
L’art.67 della Costituzione, afferma che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” e permette la costituzione di un governo diverso da quello voluto dagli elettori: basta che ottenga la fiducia in entrambe le camere. E ci può essere qualcosa che legittima un tale governo anche sostanzialmente. Immaginiamo un Paese che ha cento parlamentari, maggioranza cinquantuno. Un giorno questi cinquantuno stanno per dichiarare una guerra folle e sconsiderata ed ecco che dieci di loro si alleano con la minoranza per creare un governo pacifista. Non sarebbe forse una benedizione? Se è vero che di solito un governo diverso da quello voluto dagli elettori si ha per bieche finalità trasformistiche, nulla esclude che esso sia costituito per il bene della nazione.
Ma non siamo nati ieri. Sappiamo benissimo che questa finalità, in teoria valida, sarebbe invocata anche da chi vuole un ribaltone solo per sete di potere. Per costituire un governo diverso da quello voluto dagli elettori. Dunque è meglio lasciar perdere la legittimazione sostanziale e fermarsi a quella formale. La quale però basta.
Gli esponenti del centro-destra, quando definiscono anticostituzionale un governo diverso dall’attuale, hanno torto. Dovrebbero solo dire che, se si tenta di costituire un tale governo, faranno di tutto per impedirlo. Cosa possibile e, nel caso attuale, largamente fattibile. Soprattutto al Senato. E allora perché sostenere gridando, con una teoria sbagliata, qualcosa che si può ottenere per normale via parlamentare?
Tutto questo in punto di diritto positivo, ma esiste anche la cosiddetta “costituzione materiale”, che nasce dalla prassi, da quell’opinio iuris et necessitatis (l’opinione che la norma sia giuridica e necessaria) che a Roma creava la consuetudine. Né essa è disprezzabile, se è vero che è l’unica che abbiano gli inglesi.
Nelle ultime elezioni gli italiani hanno votato per Berlusconi: sulla scheda c’era addirittura il suo nome. Fare un governo contro di lui - alleandosi magari col diavolo, come ha detto Massimo Donadi dell’Idv - può essere costituzionale ma sarà sentito dai cittadini come un tradimento del primo articolo della Costituzione: “la sovranità appartiene al popolo”.
Napolitano dunque avrebbe dovuto dire che non esistono governi tecnici e avrebbe però dovuto aggiungere che anche un governo legittimato dal Parlamento, se non corrisponde alla volontà del popolo sovrano, costituisce un vulnus del principio fondamentale della Repubblica Italiana.
Chi ha buona memoria non ha dimenticato l’indignazione degli italiani in occasione del ribaltone del 1994.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 agosto 2010

POLITICA
11 agosto 2010
IL VANILOQUIO
Questi giorni dovrebbero essere drammatici e gravidi di conseguenze per il nostro Paese e tuttavia il tedio che ispira la stampa è incredibilmente grande. Il fenomeno ha una spiegazione: tutti parlano continuamente al futuro e il futuro è un mistero impenetrabile; tutti parlano continuamente per linee generali e si sa che il diavolo si nasconde nei particolari. Si possono dunque ascoltare decine di interviste, leggere miriadi di articoli e alla fine sentire che tutto ciò che è stato detto potrebbe non avere alcun rapporto con la realtà. Non si crede più a nulla.
Sono tutti bugiardi?
No, non sono bugiardi: da un lato non hanno niente da dire, dall’altro tirano ad indovinare. Chi potrebbe dire qualcosa di veramente importante è Silvio Berlusconi e questi, sempre che gli riesca di attuarle, ha interesse a preparare le sue mosse nel massimo segreto.
Si dice che il Cavaliere voglia prendere quattro punti del programma del Pdl e proporli ai finiani: “O ci sostenete su di essi come ve li stiamo presentando, o si va a votare”. Dalla parte opposta si risponde: “E che problemi ci sono? Noi siamo stati votati dagli elettori del Pdl su questo programma. Non solo siamo disposti, addirittura teniamo a realizzarlo”. Perfetto, no? Tanto perfetto, che uno si chiede perché mai si litighi, allora.
In realtà il progetto mostra la corda non appena lo si guarda un po’ più da vicino. “Come ve li stiamo presentando” implica che a Giancarlo Fini e ai suoi amici si proponga una legge, magari di centinaia di pagine, da accettare integralmente, virgole comprese. La discussione in Parlamento - perfino su argomenti scottanti come la riforma della giustizia - sarebbe soltanto formale: si lascerebbe parlare l’opposizione, senza interloquire, per poi passare al voto di fiducia sul testo precostituito. La procedura sarebbe irregolare, dal punto di vista democratico, e poco comunque verosimile. Non si può onestamente pretendere questo, da un gruppo parlamentare.
E allora si fa un’altra ipotesi. Ai finiani si presenta un piano dalle linee generali, plausibile anche se vago: ma Berlusconi sarebbe tanto ingenuo da accettare l’adesione ad un testo la cui interpretazione, sin dal primo giorno, lascerebbe largo adito a diversità di opinioni e di voto? L’attuale disponibilità dei finiani ad accettare la proposta potrebbe avere questo senso: “Noi diciamo di sì ed evitiamo elezioni anticipate - che in questo momento sarebbero sfavorevoli non solo a noi ma anche al Pd - e poi, una volta che si comincia a discutere in Parlamento, la tiriamo in lungo, guadagniamo tempo e se proprio bisogna tornare alle urne, ci torneremo quando conviene a noi, non al Cavaliere”.
Tutto questo considerato, a Berlusconi e ai suoi amici potrebbe convenire proporre formalmente i quattro famosi punti ma mettere intanto subito in votazione alcune leggine indigeribili per i finiani, in modo da attenderli al varco: il processo breve, i limiti alle intercettazioni, il lodo Alfano costituzionale, una legge sugli immigrati. Qualcosa su cui i finiani si sono già chiaramente pronunciati e che li obblighi a mettersi di traverso. Il gioco a questo punto diverrebbe facile: il governo cade, rifiuta ogni altro governo anche se caldeggiato da Napolitano, e va in tempi brevi a nuove elezioni.
Perché ascoltare le rassegne stampa di RaiTre o dei radicali o leggere quella della Camera dei Deputati? Perché leggere tanti articoli e tante interviste se le arrière-pensées (“i retropensieri”) sono molto più numerose dei pensieri espressi?
Per giunta non ne sapremmo molto di più neanche se, per pura ipotesi, invece di giocare a carte coperte, tutti dicessero l’assoluta verità. In concreto tutto dipenderà da quali leggi saranno proposte al Parlamento, da quanta paura i parlamentari avranno delle elezioni, da quanto tengono a maturare la pensione da parlamentari, da qualche avvenimento che potrebbe sconvolgere i dati di partenza. Per dirne una, l’indagine della Procura di Roma potrebbe coinvolgere seriamente Fini e lo scenario cambierebbe radicalmente.
Forse la situazione migliore la vivono quelli che sono andati al mare e non comprano giornali. Non perdono niente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 agosto 2010



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POLITICA
5 agosto 2010
UN ECTOPLASMA: IL TERZO POLO
Il bipolarismo, e ancor più il bipartitismo, sono situazioni di fatto. Non si possono decidere dall’alto. Essi si hanno quando la legge penalizza pesantemente i candidati meno favoriti (sistema maggioritario ad un solo turno), o quando l’elettorato è profondamente diviso da un’idea politica, religiosa o d’altro genere, tale da rappresentare un solco incolmabile.
In Italia il bipolarismo non è tanto determinato da un’ideologia politica (come al tempo della Dc e del Pci) ma da un discrimine anomalo e pressoché demenziale: Berlusconi. Chi è per Berlusconi da una parte, chi è contro Berlusconi dall’altra.
L’attuale legge elettorale, col premio di maggioranza, favorisce i partiti più forti e determina dunque il fenomeno del “voto utile”. Se la maggioranza alla Camera dei Deputati andrà al partito che avrà ottenuto più voti - foss’anche il 26% in un Paese in cui gli altri hanno ottenuto il 24% - conviene votare, fra quelli meno lontani dalle proprie idee, il partito che ha più probabilità di vincere.
Il sistema penalizza i piccoli partiti, che infatti o sono spariti o vivacchiano, come l’Udc e l’Idv, senza influire sulla politica nazionale.
Malgrado tutto ciò oggi si fa un gran parlare di Terzo Polo. È avvenuto che una notevole pattuglia di finiani ha lasciato la maggioranza e, in occasione del voto di sfiducia al sottosegretario Giorgio Caliendo, si è associata con l’Udc ed altri nell’astensione. Né col governo né contro il governo, dunque: e questo ha spinto in tanti a credere che sia nata una nuova forza. Si tratta di un errore.
I partiti si qualificano per il loro programma o, male che vada, per un loro rifiuto. In passato molti elettori votavano per il programma del Pci mentre altri votavano per la Dc non perché l’apprezzassero, ché anzi la disprezzavano, ma solo perché la ritenevano l’unica diga contro i comunisti. Gli uni per un motivo positivo, dunque, gli altri per un motivo negativo. In quale posizione si situa il Terzo Polo?
Se esso scegliesse il motivo negativo, per esempio l’antiberlusconismo, non si vede perché non dovrebbe fondersi con l’Idv che, a parte le manette per tutti, non propone altro. Se scegliesse il berlusconismo, non si vede perché i partiti che lo compongono non siano entrati o non siano rimasti nel Pdl.
Rimane il dato positivo. “Noi proponiamo qualcosa che non propone né il Pdl né il Pd”. Ma che cosa? I finiani, per quanto si contorcano, saranno sempre qualificati come ex fascisti e comunque un partito di destra lungamente compromesso con Berlusconi. Dal punto di vista elettorale molti considereranno l’associazione con loro estremamente pericolosa. E ammesso che i finiani riuscissero ad allearsi con Pierferdinando Casini, come potrebbero attirare nel loro giro Francesco Rutelli ed altri fuorusciti della sinistra? Costoro potranno disapprovare l’attuale politica del Pd, ma con quale coraggio potrebbero chiedere il voto agli elettori, essendo alleati con Fini? Anche se dicessero che questo Fini è diverso dal passato, rischiano di sentirsi dire che sì, è effettivamente diverso: prima era un fascista, ora è un voltagabbana.
La leggenda del Terzo Polo è sconfitta in partenza dall’attuale legge elettorale. I due grandi partiti infatti si guarderanno bene dal modificarla, soprattutto per quanto riguarda il premio di maggioranza. L’ipotesi del Terzo Polo, nata in un pomeriggio di agosto da un’occasionale astensione comune, non ha più consistenza di un ectoplasma.
È vero che, come scrive Stefano Folli parlando di Berlusconi (1),  “nessuno gli farà il favore di provocare la caduta del governo”, ma si dimentica che questa caduta si può organizzare a freddo. Basta redigere una riforma perfettamente rispondente al programma del Pdl e perfettamente indigeribile per Fini e i suoi amici e, al momento ritenuto più opportuno, porre la questione di fiducia. A quel punto o il Pdl riporta una grande vittoria politica oppure mette tutti i suoi nemici dinanzi all’alea di un voto anticipato cui sono lungi dall’essere preparati.
Certo, anche gli ectoplasmi possono prendere consistenza: il futuro è sempre un’incognita. Ma attualmente è molto concreta la possibilità che il Pdl faccia svanire gli ectoplasmi col sole delle elezioni anticipate.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 agosto 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=T7961

POLITICA
3 agosto 2010
LA PELLE DELL'ORSO BERLUSCONI
Si immagini un signore, perfettamente sano di mente, che dopo avere allegramente pranzato con gli amici, stia al balcone al decimo piano, fumando un sigaro e contemplando il panorama. Sotto i suoi occhi, la baia assolata, le vele bianche dei panfili, il mare calmo a perdita d’occhio. E si immagini che al piano terra ci sia una piccola folla di persone che vorrebbe disporre di quell’appartamento e gli gridi instancabilmente: “Buttati giù! Forza, buttati giù! Il tuo posto lo prendiamo noi. Se ti butti giù ci fai contenti, anzi, è tuo dovere buttarti giù, buttati, buttati...”
Quante probabilità ci sono che quel tale si butti giù?
Per fare un altro esempio: non è perché molti desiderano che un Creso distribuisca le sue ricchezze; non è perché sembrano convenire tutti, appassionatamente, sull’utilità dell’operazione; non è perché già elaborano sapienti e complicati piani per la ripartizione, che quell’uomo darà loro tutti i suoi averi. In tutti e due gli esempio la domanda è: che interesse ha il primo a suicidarsi, che interesse ha il secondo a ridursi in povertà?
Ecco perché, invece di riuscire a sorridere con Mario Sechi per il suo brillante articolo sul Tempo del 2 agosto (1), siamo sopraffatti da una sorta di indignata mestizia. Il giornalista ironizza simpaticamente sulla designazione dei vari governi vagheggiati dall’opposizione ed ecco allinea il governo di transizione, il governo di tregua, il governo di responsabilità nazionale, il governo del Presidente (della Repubblica), il governo di unità nazionale, il governo della legalità, il governo dell’emergenza e infine il governo tecnico.  C’è da invidiarlo: come riesce a sorridere di questa sorta di follia nazionale? Sono settimane, mesi, anni che a sinistra e al centro - sempre nell’interesse del Paese, beninteso - ci si dividono le spoglie di Silvio Berlusconi. Questo a te e questo a me. Dopo di lui governiamo così o governiamo cosà. Tizio lo possiamo accettare e Caio no. O forse sì. Il programma potrebbe essere questo. Anzi, no, potrebbe essere quest’altro. E quanto meno siamo tutti d’accordo su questo punto. O almeno, quasi tutti.
In questo delirio collettivo non si tiene conto che Berlusconi è ancora lì; che è sul balcone e non ha voglia di andarsene; che tutti sono al piano terra e ci rimarranno fino a nuovo ordine. Che senso ha parlare di un vivo come se fosse morto? Forse che questo ne peggiora la salute? Bisogna proprio essere superstiziosi, per crederlo.
Se la sinistra vuole andare al governo, se vuole togliere di mezzo Berlusconi, deve elaborare una politica che batta il Pdl. E sarebbe grasso che cola se riuscisse a farlo alle prossime elezioni, magari nel 2013. Non è certo con gli esorcismi che si può togliere di mezzo il Cavaliere. Abbiamo la prova: se essi bastassero, sarebbe morto tre lustri fa.
Tutti i tipi di governo ricordati da Sechi nascono dall’idea che essi siano opportuni. Ma opportuni per chi? Non basta dire ipocritamente “nell’interesse del Paese”. Innanzi tutto perché sono nell’interesse di chi li propone e poi perché la controparte ha legittimamente un’idea ben diversa dell’interesse del Paese.
È sciocco ripetere ogni giorno che l’orso è morto e bisogna venderne la pelle. L’orso è vivo e può ancora uccidere con una zampata. È difficile sorridere di tutto questo. Per chi ha buon senso l’attuale situazione induce tutta la tristezza che può ingenerare lo sciorinamento dei sintomi di una grave paranoia collettiva.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 agosto 2010
(1) Mario Sechi, “la Governeide”.
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=T5SQ9

POLITICA
31 luglio 2010
CHE COSA PUO' FARE FINI
In molti siamo stati sorpresi dal numero dei sostenitori di Gianfranco Fini alla Camera e al Senato. Da domani comunque esisterà in Parlamento un nuovo partito, “Futuro e Libertà”, che avrà il suo gruppo, il suo capogruppo e, in prospettiva, il suo segretario. La sua collocazione è stata chiarita molte volte dallo stesso Fini: i suoi parlamentari sono stati votati dagli elettori del Pdl e non potrebbero ragionevolmente schierarsi contro di esso. Tuttavia, essendo il partito composto da fuorusciti, è altrettanto ragionevole che essi non si considereranno vincolati dalle decisioni e dalle linee politiche del partito di provenienza. Anzi, potranno sempre dire che le proprie tesi sono più aderenti al programma votato nel 2008: i traditori sono sempre gli altri.
La loro posizione offre qualche vantaggio. Da un lato c’è una sinistra afona e inconsistente, dall’altro un Pdl che, senza un aiuto esterno, sarà spesso impossibilitato a legiferare e costretto a concordare con loro le leggi da votare. Futuro e Liberta avrebbe così la golden share, il potere decisivo.
Un simile scenario per il Pdl somiglia ad un incubo ma in natura nulla è semplice e non è affatto detto che ai dissidenti arrida un roseo futuro.
Innanzi tutto, se i finiani vorranno votare contro una legge proposta dal Pdl, sarà necessario che spieghino molto chiaramente le loro ragioni agli elettori: il rischio è sempre quello di confermare l’idea che essi siano dei traditori che cercano scuse per sabotare il centro-destra. Inoltre, se i deputati del Pdl sono tutti presenti, il governo non avrà bisogno di nessuno. Poi, come si è detto più volte, l’Udc potrebbe entrare nella maggioranza. Infine, esiste la bomba atomica: per una legge che non piace agli antiberlusconiani, può sempre avvenire che il Pdl ponga all’improvviso la questione di fiducia.
Qui è come se Berlusconi potesse puntare contemporaneamente sul rosso e sul nero. Come si comporterebbero Bocchino, Granata, Urso e gli altri dinanzi a questa evenienza, per una legge prima duramente e pubblicamente avversata con parole di fuoco?
Se votassero la fiducia farebbero ridere il Paese. Sarebbe chiaro che per loro le idee non contano nulla: tengono solo a non andare a casa. E i poverini non potrebbero nemmeno invocare la disciplina di partito, dal momento che il Pdl non è il loro partito.
Se viceversa votassero contro e facessero cadere il governo, le nuove elezioni per loro sarebbero un autentico disastro. La base del Pdl è lungi dall’averli perdonati e non sarebbe contento nemmeno il Pd, oggi acutamente cosciente di non essere pronto ad un confronto elettorale.
È questa la ragione per la quale i molti che sperano di veder cadere questo governo non ipotizzano un ribaltamento delle alleanze ma vaghi governi di unità nazionale e simili: Berlusconi vada via ma, per favore, niente elezioni anticipate. Un programma cui il Cavaliere potrebbe partecipare con lo stesso entusiasmo col quale il tacchino partecipa al Thanksgiving Day.
Naturalmente molti dicono che, cadendo il governo, Giorgio Napolitano farà di tutto per evitare le elezioni anticipate. È una tradizione del Quirinale e qualcuno vede questo tentativo come un dovere istituzionale. Ma Berlusconi sa benissimo che per una maggioranza senza Pdl i numeri non esistono. E sa anche che ci sono milioni di italiani pieni di rancore nei confronti di Fini, pronti a fargliela pagare come l’avrebbero fatta pagare a Bossi nel 1995, se Scalfaro non avesse barato. Ma se allora il Cavaliere fu ingenuo (e perse le elezioni del 1996) ora non è più lo stesso : sa di poter contare solo su se stesso e non arretrerà nemmeno di un centimetro. Si è visto nel 2008 quando per le elezioni non ha consentito il rinvio nemmeno di qualche settimana.
Delle elezioni anticipate potrebbe essere contento solo Di Pietro, che raddoppierebbe o triplicherebbe i suoi voti: ma questo renderebbe ancor più problematica la situazione della sinistra, considerata ancor meno affidabile di quanto non sia oggi. La possibilità di tornare al governo si allontanerebbe nelle nebbie di un lontano futuro. Le elezioni successive alle prossime sarebbero nel 2016, quando Berlusconi potrebbe essersi ritirato dalla politica (in quell’anno avrebbe ottant’anni!) e il Pdl potrebbe essere divenuto un elemento credibile, stabile ed ineliminabile della politica italiana. Fra l’altro, con un nuovo leader, si toglierebbe alla minoranza l’arma preziosa dell’antiberlusconismo su cui ha puntato per decenni. Allora, il 2021?
Oggi i finiani hanno la libertà, ma non hanno un futuro. Possono dare fastidio a Berlusconi (che grande programma!), ma lui può ucciderli politicamente. E quel professionista del taglio del nodo di Gordio, come si è visto, è capacissimo di farlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 luglio 2010

POLITICA
30 luglio 2010
LE PROSPETTIVE DOPO LA ROTTURA
Quando una casa rovina, il polverone impedisce di vedere le macerie. Per questo i commenti sulla rottura Pdl-Fini risentono ancora di dubbi e perplessità che solo il tempo sarà in grado di chiarire.
Fino all’ultimo momento, nessuno sapeva che cosa intendesse fare Silvio Berlusconi. Come mi scriveva l’amico Alberto Merzi, già questo era fra gli altri un punto a suo favore: “Sembra una storia scritta da Sun Tzu [il famoso “maestro della guerra” cinese]. Mai sottovalutare il nemico, e Fini l'ha fatto. Mai usare le stesse mosse per più di due volte contro il nemico, e Fini son anni che fa sempre le stesse cose. Mai accettare battaglia dove e quando vuole il nemico, e Berlusconi ha aspettato in momento giusto. Mai fare ciò che il tuo nemico si aspetta che tu faccia; e mentre, per lungo tempo, le mosse di Fini sono state monotone, ripetitive e prevedibili, il Cavaliere ha reagito ora col silenzio, ora con l'understatement, ora con stizza, ora con battute di spirito. Dici che in molti non riescono ad immaginare in che modo possa agire Berlusconi? E' per questo che vincerà, secondo Sun Tzu”.
Oggi i giornali annunciano brutalmente che Gianfranco Fini e i suoi sono stati buttati fuori dal Pdl e questo è formalmente falso: Bocchino, Granata e Briguglio sono stati deferiti al giudizio dei probiviri del partito. Fini, in quanto non imparziale e in quanto sfiduciato dalla formazione politica che l’ha eletto, è stato soltanto dichiarato ideologicamente incompatibile sia col Pdl che con la carica di Presidente della Camera dei Deputati. Ma l’espulsione è sostanzialmente vera: se la totalità del Consiglio, salvo tre finiani, dichiara che Fini e i suoi amici non fanno ideologicamente parte del Pdl e sono quasi dei traditori, essi sono stati effettivamente buttati fuori. Se parleranno contro Berlusconi o contro il Pdl, si potrà far spallucce. “Non c’entrano, col Pdl, si dirà. Sono già stati invitati ad andarsene; sono solo oppositori; sono stati espulsi”.
Un risultato sicuramente conseguito è quello di avere fatto felici i sostenitori del Pdl. L’indignazione nei confronti di Fini e di personaggi urticanti come Italo Bocchino era tale che la base del partito oggi gongolerà. Si udranno gli alti lai degli interessati e gli attacchi forsennati dalla sinistra ma a questi strepiti si è fatto il callo. I dissidenti in sostanza saranno membri di un partitino d’opposizione, ironicamente costituito d’autorità da Berlusconi e non più credibile dell’Idv.
Rimangono sul tappeto la sorte del governo e quella di Fini.
In primo luogo, bisognerà vedere quanti saranno, concretamente, i dissidenti. Finché non si avranno dati certi, meglio non vendere la pelle dell’orso. In secondo luogo, il governo non dovrebbe correre eccessivi pericoli perché Berlusconi deve avere usato il pallottoliere, prima di fare questa mossa. In terzo luogo i dissidenti, anche se tali, si dichiarano leali alla maggioranza: sanno che, con nuove elezioni, rischierebbero di sparire dagli schermi radar. In quarto luogo, la maggioranza potrebbe aprirsi all’Udc. In quinto luogo è vero che, con numeri risicati, sarà molto difficile votare le leggi e fare le riforme, ma da un lato si potrà sopravvivere ciò malgrado (Prodi docet), dall’altro il governo forse spera proprio di cadere. È la tesi del giornalista Riccardo Barenghi. Berlusconi avrebbe organizzato tutto questo per andare a nuove elezioni e stravincerle. Così eliminerebbe del tutto Fini e chi lo segue: l’attuale legge elettorale gli concederebbe una buona maggioranza in Parlamento anche se il risultato delle urne non fosse entusiasmante. Insomma, secondo Barenghi, si direbbe che l’attuale maggioranza non possa che cadere in piedi ma il futuro è sulle ginocchia di Giove.
Interessante è la sorte di Gianfranco Fini. È vero, non c’è uno strumento costituzionale per costringerlo a dimettersi. Ma è anche vero che oggi come oggi, per restare seduto su quella poltrona, non ha altra legittimazione che non sia la forza con cui si aggrappa ad essa. Parecchi infatti dicono che, per dignità, dovrebbe dimettersi. Inoltre ora, se appena appena sgarra, dovrà aspettarsi, che il Pdl lo additi come fazioso e inadatto a ricoprire quella carica. Né il sostegno della sinistra gli sarà utile: per gli italiani sarà la prova del suo tradimento.
Un’altra ipotesi gravida di conseguenze e fonte di dibattito fra i costituzionalisti sarebbe il voto di sfiducia ad personam. È strano che nessuno ne abbia parlato. Questa pratica fu inaugurata - con notevole sorpresa di chi scrive - contro l’integerrimo Ministro di Giustizia del governo Dini Filippo Mancuso, colpevole di avere ordinato un’ispezione sui magistrati di Mani Pulite. La sfiducia andò in porto e il ministro, coraggiosamente abbandonato da Lamberto Dini, dovette dimettersi. Se fosse sfiduciato dalla Camera che dovrebbe presiedere, Fini non potrebbe rimanere al suo posto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 luglio 2010

POLITICA
27 luglio 2010
È CADUTO IL GOVERNO BERLUSCONI?
“Senatore Latorre, chiede Maria Teresa Meli (1), voi del Pd siete sempre convinti che Berlusconi stia per cadere?”
“Mi pare che la crisi di governo di fatto sia già aperta”. Ci sono “elementi che certificano questo stato di cose”.
 Il senatore usa un’espressione,  “di fatto”, che spinge al sorriso. Una donna non è “di fatto incinta”: o lo è, e il “di fatto” è inutile, o non lo è. Proprio per questo una vecchia barzelletta diceva di una donna non sposata che era sì, incinta, ma “appena appena”.
Il senatore Latorre è uno sciocco? Tutt’altro. È una delle persone più moderate, riflessive e serie della sinistra e in questa occasione si è sentito obbligato a sacrificare sull’altare della linea del partito. Nessuno glielo può rimproverare. Col resto dei tifosi milanisti è costretto a dire “spezzeremo le reni all’Inter”, anche se al momento quest’ultima è parecchio più forte. L’ottimismo della volontà è un dovere politico.
Ma parlando seriamente, il governo sta per cadere? La risposta è un placido no. E questo non perché i parlamentari della maggioranza siano fedeli al Pdl e ai suoi (eventuali) ideali, quanto perché sono tutti ferreamente legati al proprio interesse, nettamente in contrasto con l’ipotesi della caduta del governo. Italo Bocchino quante speranze ha di essere ricandidato dal Pdl? E se dovesse ridursi a peón di un partitino antiberlusconiano del due o quattro per cento, per giunta avendo per capo un ras come Gianfranco Fini, quante speranze avrebbe di essere importante, intervistato dai grandi giornali e corteggiato dalla sinistra?
La cosa vale anche per il Presidente della Camera. Questi sputa ogni giorno sul governo Berlusconi ma poi gli dichiara eterna fedeltà: lo sputo serve ad ottenere più potere, la dichiarazione a ricordare a tutti che ci si può togliere dalla testa l’idea che egli lasci lo scranno di Presidente della Camera. O anche che si faccia buttare fuori di casa come un figlio scapestrato. “Io rispetto Berlusconi come capo della coalizione”, dice con compunzione. Anche se pensa: “È un figlio di puttana. Se potessi gli sparerei: ma per sostituirlo, non per poi andar via io. E non potendolo ammazzare, perché tira meglio di me, intanto gli dico che l’amo. Chissà che non si distragga e mi volti le spalle”.
Lasciando da parte questi tradimenti shakespeariani, la banale verità è che la maggioranza è numerosa e solida non per intima coerenza, ma per la detta rocciosa convergenza di interessi. Anche fra i finiani, nessuno desidera perdere il posto di parlamentare, nessuno vuole correre l’alea di nuove elezioni, soprattutto da oppositore di Berlusconi, avversario fin troppo scomodo. Si sogna appassionatamente che egli vada via, perché fa troppa ombra, che muoia, che comunque si tolga spontaneamente di torno. Ma ogni mattina ci si risveglia e il Cavaliere è a Palazzo Chigi.
Un batterista odiava un cuoco e per questo lo assordava con i suoi tamburi; purtroppo per lui, il cuoco l’odiava a sua volta e per questo gli ammorbava l’aria arrostendo chili e chili di pesce nella stessa stanza. Ambedue tenevano a rimanere lì più di quanto non tenessero a far allontanare il rivale e per questo la situazione era di stallo: puzza e rumore.
I finiani e i berlusconiani si acconciano a stare nella stessa stanza, ma chi veramente non ne può più sono gli italiani, assordati dai tamburi e ammorbati dal fumo. E fino alle prossime elezioni non possiamo intervenire.
Lo spettacolo è deprimente ma non inconcepibile. Il nostro è il Paese della Secchia Rapita. Siamo capaci di fare - con molto strepito, molto fumo e soprattutto un diluvio di parole - guerre civili senza senso e senza sugo.
Il governo sta per cadere? Se fossimo obbligati a dare una risposta, diremmo: purtroppo no.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 luglio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=T0VOD


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