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POLITICA
27 settembre 2014
IL VIRUS DELL'AUTORITA'
Le autorità si credono spesso figure genitoriali e si comportano come tali. Hanno una certa idea del bene e tengono ad inculcarla ai loro sottoposti, che siano d'accordo o no. Pur considerando gli agenti della Polizia Stradale benemeriti per il lavoro duro e pericoloso che svolgono, accade che, in perfetta buona fede, a volte essi possano strafare. L'agente che ferma un automobilista indisciplinato e gli fa un lungo predicozzo vuole atteggiarsi a padre severo e giusto. Purtroppo il suo comportamento significa: "In primo luogo io mai farei quello che hai fatto tu. In secondo luogo quello che hai fatto è una fonte di pericolo per te stesso e per gli altri. In terzo luogo, se ti faccio pagare una contravvenzione, è per il tuo bene". Tutta una serie di insopportabili sciocchezze. 
Il cittadino infatti potrebbe rispondere: "In primo luogo può darsi che tu guidi meglio di me, ma io guadagno quattro o cinque volte più di te. Non facciamo confronti. In secondo luogo, non è il caso che mi spieghi che il mio comportamento è biasimevole; se non lo fosse, non sarebbe sanzionato dallo Stato. E soprattutto nessuno ti ha nominato mio tutore: hai il potere di elevarmi contravvenzione, non di educarmi. Fra l'altro è anche possibile che io non abbia commesso nessun illecito, diversamente non avrei il diritto di far ricorso". Quale poliziotto non andrebbe fuori dalla grazia di Dio, sentendosi fare questo più che ragionevole discorsetto?
Il comportamento dell'agente che si comporta così ha molte scusanti. Fra l'altro i suoi stessi superiori l'invitano ad educare gli utenti della strada. Il fenomeno infatti ha una spiegazione di più vasto ambito: la tendenza umana ad identificarsi con l'autorità che si rappresenta.
I magistrati, in questo campo, sono un caso esemplare. Alcuni non comprendono che le sentenze non le emettono in base ad un loro personale potere, come Salomone, ma quali strumento dello Stato. Spesso hanno la pretesa di "fare giustizia", mentre il loro dovere è soltanto quello di applicare le leggi, quand'anche a loro personalmente sembrassero ingiuste. Credono di essere l'autorità, mentre sono soltanto i rappresentanti dell'autorità, di cui devono umilmente applicare i dettati. I peggiori di loro arrivano addirittura a pensare che il non poter essere contraddetti corrisponda all'avere sempre ragione. Come se non ci fossero migliaia di sentenze di Cassazione che li bocciano severissimamente.
Il magistrato non è il depositario di un "Bene" che deve inculcare ai semplici cittadini come se lui personalmente fosse qualcosa di più. È un impiegato di Stato e moralmente, per usare una terminologia religiosa, un peccatore come gli altri. Ha una sedia più alta di quella dell'imputato, ma può avvenire che l'imputato, come Socrate, abbia una testa più alta dei suoi giudici.
Questa tendenza a identificarsi col Potere Benefico è eterna. Ancora tre secoli fa, in Europa abbiamo avuto l'Inquisizione. In molti Paesi musulmani si punisce l'apostasia con la pena capitale: dal momento che l'abbandono dell'Islàm è per il fedele un'enorme disgrazia, lo Stato fa di tutto per evitargliela. Anche con la minaccia, anche con la morte.
Le democrazie moderne hanno superato questo stadio. Lo Stato laico si accontenta dell'obbedienza dei cittadini sugli argomenti più importanti: è la cosiddetta "esteriorità del diritto". I giuristi intelligenti del resto sanno quanto discusse e discutibili siano le leggi. E tuttavia la vecchia mentalità sopravvive sotterraneamente. I docenti, i carabinieri, i magistrati e le autorità di ogni genere tendono a venerare l'establishment, tanto che ne parlano agli utenti come di qualcosa che anch'essi dovrebbero venerare. Non si accorgono che così si trasformano in ingranaggi del sistema, in sacerdoti del Leviatano, in servitori che vorrebbero trasformare gli altri in servitori dei servitori. 
Il rispetto del cittadino, conquista della civiltà, è tendenzialmente contrario alla natura umana. E infatti il totalitarismo si afferma nei Paesi meno sviluppati. Dunque, per un uomo libero, chiunque sia fornito di un minimo d'autorità è spesso insopportabile: perché costui non considera il suo mestiere semplicemente la fonte del suo reddito, come fanno un dentista o un idraulico, lo considera un'occasione per educare il prossimo e indurlo a conformarsi al suo superiore modello.
Nella nostra amministrazione della giustizia, questa mentalità, da nessuno frenata, ha dato risultati disastrosi. Infatti, sul generale concetto di "Bene" da imporre a chi sgarra, si innestò decenni fa un analogo meccanismo riguardante il "Bene" politico. I "pretori d'assalto" vollero purgare la società senza guardare in faccia a nessuno e per farlo stravolsero le leggi con interpretazioni tendenziose, applicarono una "giurisprudenza progressista" e in una parola sperarono di attuare una rivoluzione dall'alto. Dimostrarono così la loro mancanza di scrupoli. Le loro sentenze non servivano ad applicare la legge ma a far progredire la società nella direzione del "Bene secondo la versione della sinistra". E si servirono di un potere che apparteneva allo Stato, non a loro, per fini che appartenevano a loro e non allo Stato. 
Ciò portò in seguito al delirio di "Mani Pulite". Improvvisamente i magistrati si misero a perseguire reati che prima, per decenni, avevano finto di non vedere. Spesso ottennero la confessione degli accusati con la tortura di una strumentale carcerazione preventiva. Spesso disumanizzarono gli imputati  - che magari, fino al giorno prima, erano stati riveriti da tutti - ostentando per loro un incommensurabile disprezzo. Li riducevano - secondo le parole di Gabriele Cagliari, che si suicidò dopo quattro mesi di carcere - al rango di cani da tirare fuori dalle gabbie quando ne avevano voglia. 
La rivoluzione per via giudiziaria, come tutte le rivoluzioni, fu spesso crudele. A parte i suicidi, furono innumerevoli le carriere politiche spezzate. Il più grande partito d'Italia, centro del potere per quasi mezzo secolo, fu delegittimato e fatto sparire. E quando il previsto trionfo del riverniciato partito comunista fu impedito da Silvio Berlusconi, la furia dei pubblici ministeri si riversò su di lui. Non riuscirono a distruggerlo, ma distrussero, agli occhi di molti, la stima dell'onestà e dell'imparzialità della magistratura.
L'Italia infatti lesse questi fenomeni secondo le convinzioni politiche di ciascuno. La destra - attaccata a testa bassa - si convinse più o meno che "il partito dei giudici" era una sezione staccata del partito comunista. Dunque tutti gli uomini di destra, accusati o condannati, erano innocenti. La sinistra, per lungo tempo risparmiata dalla magistratura, ne dedusse al contrario che i suoi uomini erano persone per bene, mentre tutti gli uomini di destra erano corrotti e delinquenti. Infine, quando recentemente i magistrati, scontenti delle posizioni del grande partito di sinistra, hanno cominciato ad attaccarlo, e Matteo Renzi non li ha trattati da autorità incontestabili (brrr… che paura!), anche gli italiani di sinistra hanno cominciato a capire l'inganno di cui sono stati vittime. Ma di questo inganno, per il fervore con cui hanno applaudito la ghigliottina, sono stati largamente responsabili.
Il risultato è drammatico. Pur non avendo magistrati meno numerosi di altri Paesi, abbiamo una giustizia classificata agli ultimi posti del mondo sviluppato. Pur non avendo magistrati peggiori di quelli di altri Paesi, la loro fama è macchiata da alcune primedonne che cercano d'acquisire visibilità per poi spenderla in politica, sicché l'intera magistratura soffre di un deficit di credibilità. La sacralità altruistica della funzione, cui tanti oscuri magistrati sono devoti, è appannata dal comportamento di alcuni: ma purtroppo tutti insieme i magistrati sono colpevoli di avere impedito ogni provvedimento mirante a distinguere i buoni dai cattivi. Le loro associazioni hanno difeso anche i colleghi incompetenti o negligenti ed una carriera che va avanti per anzianità e non per merito. 
La nostra amministrazione della giustizia non avrebbe bisogno di qualche ritocco, avrebbe bisogno di una severissima rivoluzione meritocratica. Forse bisognerebbe arrivare ad imporre il divieto di pubblicare il nome dei magistrati. Il Pm non è il signor tale, è il Pm e basta. Infine il giudice non dovrebbe essere esentato dal rischio di essere a sua volta giudicato e dovrebbe anzi correrlo più di altri, proprio perché questo rischio egli lo fa correre quotidianamente ai cittadini di cui si occupa. 
Naturalmente non c'è nessuna speranza realistica, in questo senso. Da noi perfino gli uscieri o i bidelli hanno l'alterigia dell'autorità. Anche i gradi di caporale dànno alla testa. E figurarsi l'effetto su quei funzionari che, senza correre nessun rischio, hanno diritto di vita e di morte sui loro concittadini. Infatti il Consiglio Superiore della Magistratura, che dovrebbe punirli, attualmente si occupa soltanto di promozioni e assegnazioni. Per il resto, ego te absolvo. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
27 settembre 2014

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POLITICA
20 febbraio 2010
ISRAELE ASSASSINA?
Giorni fa un importante capo di Hamas si è recato a Dubai, sotto falso nome. Ciò malgrado, il servizio segreto israeliano, prima ancora che quell’uomo arrivasse, ha inviato una decina d’agenti con un ordine molto semplice: ucciderlo. I membri del commando hanno tenuto d’occhio quell’uomo sin da quando è uscito dall’aeroporto, dandosi il cambio e usando mille travestimenti, fino a prendere una stanza di fronte alla sua, in albergo. Infine, quando una sera il palestinese è rientrato in camera, lo hanno sorpreso e silenziosamente strangolato. Il cadavere è stato trovato il giorno dopo. Il capo del commando del Mossad ha lasciato Dubai un’ora prima dell’omicidio, gli altri subito dopo e i giornali hanno parlato di un lavoro estremamente pulito, assolutamente privo di sbavature e “professionale”. Anche per questo si è pensato al Mossad.
Naturalmente le autorità di Dubai, furenti non tanto per amore dell’uomo che è stato ucciso – i palestinesi non sono simpatici a nessuno, e Hamas men che meno – quanto per la violazione della loro sovranità, hanno chiesto pateticamente l’estradizione del capo del servizio segreto. Fin qui la cronaca.
Indubbiamente nella vicenda si è avuta una violazione della legalità. Il fatto che si sia voluto “fare giustizia”, trattandosi di un terrorista assassino, per molti non costituisce una giustificazione: ma la cosa va precisata.
In uno stato democratico va perseguita la legalità e non la giustizia: infatti la “giustizia” è opinabile - e dunque pericolosa – mentre la “legalità”, pur essendo un letto di Procuste, almeno è obiettiva e prevedibile. Questo principio tuttavia vale all’interno di uno stato democratico e civile: non vale se lo Stato è dittatoriale o se la giustizia e perfino le leggi sono asservite al crimine. Parimenti non è mai valido fra Stati perché fra essi non c’è un giudice superiore, non c’è un gendarme capace di imporsi. In questi casi, sarà ancora doveroso attenersi alla legalità teorica, per esempio quella che riguarda la sovranità dei Paesi, trascurando la giustizia?
Fra gli Stati le frontiere sono sacre; ma è sacra anche la vita dei cittadini. Se dunque dei criminali provenienti dal Paese Blu vanno ad uccidere cittadini del Paese Viola, e poi, tornati a casa, sono protetti dal loro Paese, siamo sicuri che il Paese Viola non abbia il diritto, se ne ha la forza, di punire lui stesso i responsabili di quei crimini?
Il diritto ha la funzione di evitare lo scontro fra i cittadini e per questo lo Stato avoca a sé il monopolio della forza. Ma se il potere non amministra giustizia i cittadini riprendono il loro originario diritto a farsi giustizia da sé: ecco perché nel West tutti andavano armati.
Nello stesso modo, la comunità degli Stati vive in un West in cui non ci sono giudici e non ci sono gendarmi (checché ne dicano gli innamorati di un fantomatico diritto internazionale cogente): il dovere della correttezza reciproca (pacta sunt servanda) si fonda sull’interesse che tutti hanno ad una pacifica convivenza. Da questo nasce l’istituto dell’estradizione: ogni Paese protegge i propri cittadini, ma non quelli che hanno commesso gravi reati altrove. Diversamente, si può verificare ciò che avvenne in Argentina, quando gli israeliani rapirono Adolf Eichmann: violarono una sovranità, certo, ma l’Argentina perché non estradava quel criminale? Un secondo annoso e costante esempio è costituito dai palestinesi che non consegnano certo i terroristi che hanno ucciso innocenti israeliani. Li glorificano, anzi. E il risultato è che molte volte gli israeliani, non avendo alternative legali, hanno compiuto la loro giustizia con precisi connotati di vendetta (“omicidi mirati”). Qualcuno è stato centrato da un missile che ha ridotto in briciole l’auto in cui si trovava, qualcuno è stato ucciso dall’esplosione del proprio cellulare, qualcuno è stato sepolto sotto le macerie dell’intera casa. Per non parlare degli assassini degli atleti di Monaco che il Mossad è andato a cercare in tutto il mondo, uccidendoli fino all’ultimo. Orrendo? Ma non sarebbe orrendo che quegli assassini inumani e inescusabili la facessero franca? Infine - e torniamo all’attualità - c’è chi è stato strangolato a Dubai. Ma Gaza avrebbe consegnato quel terrorista a Gerusalemme? O l’avrebbe fatto Dubai?
La legalità è un supremo valore, in un Paese civile, ma se è iniqua (come le leggi tedesche che ordinavano la Shoah) l’individuo riconquista la propria libertà d’azione originaria. Questo vale anche in campo internazionale quando in modo criminale si comportano Stati interi. In questo caso, se può, chi è vittima di un’offesa esercita la legittima difesa. Dopo l’11.9.2001 gli Stati Uniti chiesero all’Afghanistan la consegna del Mullah Omar, e Kabul rifiutò. Il risultato fu l’invasione dell’Afghanistan.
La sintesi, per gli Stati democratici, è: legalità all’interno, giustizia all’esterno. Il cittadino israeliano, dunque, è obbligato anche moralmente ad obbedire alle leggi; ma lo stesso cittadino deve essere pronto, anche violandole, a difendere se stesso e la Patria se la controparte ha già violato le leggi fondamentali dell’umanità. Diversamente si concederebbe un indebito vantaggio ai criminali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 febbraio 2010


POLITICA
2 febbraio 2010
LA GIUSTIZIA, CANCRO DELLA LEGGE
Il giudice monocratico di Milano, dr.Oscar Magi, ha condannato  gli agenti della Cia per il rapimento del presunto terrorista Abu Omar; ha invece dichiarato il non luogo a procedere per il generale Nicolò Pollari ed altri agenti italiani perché il governo ha opposto il segreto di Stato. I particolari sono sulla Stampa di Torino (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201002articoli/51795girata.asp).
Il magistrato però non si è limitato, come era suo dovere, a motivare le condanne e le assoluzioni: ha aspramente condannato i governi Prodi e Berlusconi, la Corte Costituzionale, il segreto di Stato, la legislazione italiana e infine, solo moralmente ma con molta severità, le persone che la legge ha sottratto al suo giudizio. Tutto questo è aberrante.
Malgrado l’espressione consacrata, nelle aule dei Tribunali non si amministra giustizia: si applica la legge. La differenza non è da poco. La legge è un dato obiettivo, la giustizia un dato soggettivo. Se si amministrasse la giustizia, ogni volta che il giudice trova che la legge sia ingiusta, sarebbe esentato dall’applicarla. Con quali conseguenze è facile immaginare.
La legge scritta è uno scudo contro la giustizia. O più esattamente contro l’opinione che di essa può avere un singolo.  È questa l’esigenza che, già a metà del V Secolo a.C., fece redigere la Legge delle Dodici Tavole. Esse resero prevedibili le sentenze e realizzarono, nei limiti di quel tempo,  la certezza del diritto: un letto di Procuste di cui almeno si conosce la lunghezza.
Il dovere del magistrato, nel processo, è quello di applicare la legge che in astratto prevede il fatto. Nulla di più. Se un’azione gli pare orribile ma non è punibile, deve assolvere; se invece trova che la legge è ingiusta, deve applicarla lo stesso. I commenti, eventualmente, in sede di dottrina e de iure condendo (cioè per modificare le leggi).
È  inammissibile che un giudice, come quello di Milano, manifesti tanto rabbiosamente il proprio disappunto per non aver potuto condannare qualcuno. Fra l’altro lui stesso non dà per certo il reato: scrive infatti che il rapimento fu operato dalla Cia con la "conoscenza e forse la compiacenza" del Sismi. Come se la conoscenza e la compiacenza in sé fossero delitti. Ma questo è solo il prologo. Il giudice condanna la Corte Costituzionale, rea di avere emesso un verdetto che costituisce   "un paradosso logico e giuridico di portata assoluta e preoccupante”, perché ha ammesso il segreto di Stato; poi condanna il segreto di Stato: esso infatti consente che gli imputati “di una gravissima vicenda” possano sottrarsi ad “una corretta valutazione delle loro responsabilità”; e visto che c’è condanna anche la legislazione italiana: il segreto di Stato infatti significa, «in termini molto semplici, ammettere che gli stessi  [colpevoli] possano godere di un’immunità di tipo assoluto a livello processuale e sostanziale; immunità che non sembra essere consentita da nessuna legge di questa Repubblica». Nessuna legge? Se il segreto di Stato è stato opposto, era opponibile. Piuttosto, al dr.Magi non è venuto il sospetto di un qualche eccesso, in una sentenza che condanna la Cia, la Corte Costituzionale, il governo, le leggi italiane e il Parlamento che le fa? Il padreterno, nel dubbio, si starà cercando un avvocato.
Figurarsi come viene trattato il generale Pollari. Questi partecipò “sicuramente” ad “attività di ostacolo e sviamento delle indagini” tanto che per lui “rimane un giudizio morale fortemente negativo”, in quanto agì, tra l’altro, “in qualità di servitore dello Stato”. Va intanto notato di nuovo quel “sicuramente” che significa probabilmente: diversamente si fornirebbero le prove. Ma soprattutto il dr.Magi dimentica di non essere affatto qualificato ad emettere giudizi morali, né positivi, né negativi. Essi sono necessari solo quando si tratti di applicare circostanze attenuanti o aggravanti ma, appunto, in caso di condanna. Se invece un cittadino è sottratto al giudizio, anche in forza di leggi che non piacciono al magistrato, nessuno può giudicarlo né giuridicamente né moralmente.
Inoltre, come osa il dr.Magi rimproverare al generale il suo comportamento di “servitore dello Stato” se questo stesso Stato si è mostrato tanto contento dei suoi servigi da avere opposto il segreto?
Sarebbe bello se si potesse querelare per diffamazione un magistrato. Questa sentenza fa il paio con quella di Andreotti, condannato moralmente visto che non si poteva condannarlo giuridicamente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 febbraio 2010


POLITICA
7 dicembre 2009
LA GAFFE DI HILLARY CLINTON
C’era una massima che Indro Montanelli amava ripetere e che potrebbe spiegare l’atteggiamento di Hillary Clinton a proposito del processo  per l’assassinio di Meredith Kercher: “Sono il loro capo e dunque li seguo”. Dal momento che negli Stati Uniti la maggioranza dei cittadini è risolutamente innocentista (a differenza della Gran Bretagna, patria della vittima), la Signora si è sentita in dovere di dire che, benché non abbia studiato il caso, è pronta ad ascoltare le osservazioni di tutti coloro che reputano che la condanna non giustificata da prove e determinata dall’antiamericanismo italiano. Molte goffaggini in poche frasi.
Il ministro di un grande Paese non si permette di giudicare la giustizia di un altro grande Paese. Diversamente un nostro ministro, al tempo dell’indecente assoluzione di O.J.Simpson, avrebbe potuto dire che negli Stati Uniti si mandano assolti i pluriomicidi purché siano neri e grandi campioni sportivi. Sarebbero piaciute, queste parole, a Washington?
In secondo luogo la Clinton ha compuntamente affermato di non avere ancora studiato il caso. E chi può immaginare che ella perda tre o quattro settimane per leggere gli atti del processo, ammesso che si trovi un certosino capace di tradurli, magari solo in sei mesi? La verità è che ha buttato lì una frase per fare contenti i gonzi. Fra l’altro, negli Stati Uniti la giuria decide in assenza del giudice e senza fornire motivazioni, mentre da noi i giudici di Perugia spiegheranno per filo e per segno, probabilmente in una sentenza di centinaia di pagine, il perché della condanna. E sarà la Corte d’Assise d’Appello a dire se quei motivi siano convincenti. Hillary non poteva aspettare qualche settimana, se proprio voleva avere notizie di prima mano? La realtà è che la sua è una gaffe monumentale, quale ce la saremmo aspettata da personaggi come Borghezio, Diliberto o, peggio ancora, Di Pietro.
Ma val la pena di cercare le cause remote di tutto questo. Odiati nel mondo, gli americani reputano invariabilmente vittime di calunnie i loro connazionali giudicati all’estero. Il loro riflesso è quello di proteggerli sempre, sia quando siano innocenti, come nel caso del soldato che ha purtroppo ucciso Calipari, sia quando non lo sono, come nel caso di quell’aviatore che, per non aver rispettato i regolamenti, ha ucciso molte persone nell’incidente del Cermis. Usano fuor di luogo la massima our country, right or wrong.
Naturalmente questo pregiudizio di innocenza è una stupidaggine, ma è una stupidaggine anche l’antiamericanismo che lo fa nascere.
Malauguratamente c’è una seconda ragione, per non avere fiducia nella giustizia italiana. Essa è notoriamente una delle peggiori del mondo civile, per la sua lentezza ed inefficienza, e il dibattito politico l’ha affossata ancora di più, rendendola perfino moralmente inaffidabile. Un Paese in cui un giorno sì e l’altro pure si dà del delinquente al Primo Ministro non è un Paese serio. Se Berlusconi fosse un criminale, andrebbe arrestato; se il fatto non è vero, chi formula quelle accuse dovrebbe finire in galera. Se non avviene nessuna delle due cose, è segno che la giustizia è assente o si attiva quando ne ha voglia. Come quando, per puri fini politici, mandò a Silvio Berlusconi un avviso di garanzia per reati comuni mentre presiedeva un convegno internazionale sulla criminalità. Per poi assolverlo con formula piena. Quanto ci si può fidare di chi persegue a questo punto i propri scopi politici?
Come sa chiunque frequenti il nostro Paese, già gli italiani non hanno fiducia nella giustizia. E se non l’hanno loro, perché dovrebbero averla quelli che, per giunta, si sentono discriminati?
L’errore di Hillary Clinton è di credere che in Italia, per quanto la giustizia possa essere malandata, si condanni qualcuno per omicidio sulla base di un pregiudizio. Questo si può rischiare – come nel caso Andreotti-Pecorelli – solo quando si incoccia nel puro fanatismo politico ma per il resto non siamo a questo punto. La giustizia è in buona fede, competente e molto attenta. Basti vedere lo scrupolo col quale sono stati giudicati Anna Maria Franzoni e Adriano Sofri.
Infine, come dimenticare che è stato condannato anche un giovane italiano di buona famiglia come Raffaele Sollecito? Solo per fare un dispetto ad Amanda Knox e agli Stati Uniti? E Rudy Guédé, che ha praticamente ammesso le sue colpe, chiamando in correità gli altri, l’ha fatto per indispettire Washington?
Ci sono momenti in cui la stupidità estera ci consola di quella nazionale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 dicembre 2009

POLITICA
30 ottobre 2009
ANM: IL DIFETTO È NEL MANICO
Un articolo del “Corriere della Sera” dà conto delle reazioni della magistratura all’attuale temperie politica. Il presidente del sindacato delle toghe Luca Palamara riassume: “diciamo no a riforme punitive contro la Magistratura”, e  tra queste riforme cita quella sulla separazione delle carriere, quella del Csm o quella sulla revisione dell'obbligatorietà dell'azione penale. Una riforma dell’amministrazione della giustizia è certo necessaria, ammette poi. E conclude magnanimo: l'Associazione Nazionale Magistrati “non dice sempre no”.
Ci siamo talmente abituati a questo florilegio di dichiarazioni e proteste da non vedere più l'errore di fondo. Per spiegarlo, ricorreremo ad un parallelo del tutto improprio come ambiente ma giuridicamente corretto e pertinente.
Immaginiamo che sorga una vertenza tra un protettore di prostitute e le sue “lavoratrici”. È adeguata la somma che quel signore pretende, o è eccessiva? E la protezione che le passeggiatrici ricevono corrisponde alle loro aspettative? È in relazione a quello che pagano? La discussione ha tutta l'aria di una vertenza economica o sindacale e tuttavia è surreale: il problema infatti non è il quantum della protezione, ma se si abbia o no il diritto di sfruttare la prostituzione. E visto che non lo si ha, l’unica cosa che bisogna chiedersi è: perché il protettore non è stato arrestato?
Anche per quanto riguarda l'Anm - e i magistrati in generale – il problema non è se le loro proteste, riguardo ai provvedimenti del legislativo o dell'esecutivo, siano fondate o no, ma se i magistrati abbiano o no il diritto di esprimerle.
In un grande film del 1961, “Vincitori e vinti”, un giudice dell’epoca nazista è processato, dopo la guerra, per avere applicato delle leggi eugenetiche o razziali. Con sorpresa degli spettatori, benché dal film risulti che il giudice non ha fatto che il proprio dovere nei confronti dello Stato, l'imputato è condannato. La morale è che, di fronte a certi abomini legali, il giudice ha il dovere di dimettersi. Tesi notevole di un film notevole e infatti indimenticato. Esso però non insegna a disobbedire alle leggi, in certi casi: insegna a farsi da parte. Se i magistrati italiani non sono d'accordo con le leggi dello Stato, nessuno li obbliga ad applicarle: è sufficiente che lascino la magistratura. Che poi siano disposti a farlo per la separazione delle carriere o per una diversa modulazione dell'obbligatorietà dell'azione penale, sarebbe cosa che ci sorprenderebbe al di là di ciò che riusciamo ad esprimere.
La verità è che i magistrati si credono investiti del potere di giudicare le leggi non soltanto nel momento della loro applicazione – e di questo abbiamo avuto esempi impressionanti – ma perfino nel momento della loro gestazione. Come se le leggi, invece di essere dello Stato, fossero cosa loro. Ecco perché sono scandalose le parole di Palamara quando concede che l'Anm “non dice sempre di no”. In primo luogo perché implicitamente – excusatio non petita, accusatio manifesta – ammette che si possa fare l'ipotesi di un'opposizione costante e preconcetta dell'Anm nei confronti del governo; in secondo luogo perché non sembra minimamente accorgersi che l'Anm – a termini di Costituzione e in quanto rappresentante eventuale dei magistrati – manca assolutamente del potere di dire di sì o di no.
Non sarebbe male se la riforma della giustizia, quale che sia, insegnasse ai magistrati a stare al loro posto. Essi possono protestare in quanto cittadini, ma fuori dall'orario di lavoro,  fuori dai Tribunali e senza avere la toga sulle spalle. Il fatto che essi, per giudicare l'azione del legislativo, convochino e tengano riunioni nei locali sacri alla giustizia, e non alla politica, è un evidente abuso che va represso.
Sono cittadini come gli altri, nessuno lo nega, ma bisognerebbe vietare a loro, come alle forze dell'ordine e come all'esercito, il diritto di sciopero e di iscrizione ai partiti politici. Ci sono funzioni dello Stato che non deve essere possibile identificare con fazioni. La giustizia, l'ordine pubblico e la difesa della Patria non hanno e non devono avere colore politico: e non si deve neppure poter sospettare che l'abbiano.
Per la politica, fino a farcene fare indigestione, basta e avanza il Parlamento
 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 ottobre 2009
 
POLITICA
21 ottobre 2009
TREGUA, PACE E GIUSTIZIA
     Un lungo articolo di Daniel Pipes[1] sostiene che Israele non otterrà mai la pace con le concessioni ma conseguendo una vittoria. Yitzhak Rabin diceva che la pace si fa con i nemici ma – precisa Pipes – con i nemici vinti: la vittoria non ha alternative. Questa tesi è interessante per una riflessione più generale.

La nostra epoca è lodevolmente pacifica e, per così dire, “compromissoria”. Di fronte a qualunque contrasto il primo imperativo non è quello di dar ragione a chi ha ragione, ma quello di giungere ad un accordo tenendo conto degli interessi di chi ha torto. Se un poveraccio disoccupato rubasse un milione di euro, e fosse scoperto prima ancora che avesse speso quel denaro, giustizia vorrebbe che il denaro fosse interamente restituito al legittimo proprietario. Di fatto, secondo la mentalità corrente, sarebbe giusto che la maggior parte di quel denaro tornasse al ricco, ma una parte rimanesse al disoccupato, perché in stato di necessità; perché ha una famiglia; perché è la prima volta che ruba; perché, soprattutto, il dogma è che la ragione non sta mai tutta da una parte. In che modo è divenuto ricco, quel tale? Quanto ha pagato d’imposte? Le ha pagate tutte? Ed è giusto che ci sia da un lato chi è ricco e dall’altro chi non ha abbastanza da mangiare?

Questo tipo di ragionamento è assurdo. Se il bisogno scusasse, tutti si dichiarerebbero in bisogno. Il disoccupato deve essere aiutato dallo Stato, non può pretendere di derubare un privato. Inoltre, chi dice che il disoccupato non sia tale perché licenziato come ladro dall’impresa presso cui lavorava? Ipotesi perversa? E non è perverso chiedersi in che modo si è arricchito il derubato?

Analogo è il vangelo dei sindacati. Se il banconista licenziato vieta ai clienti di entrare nel bar, siamo di fronte a un reato. Se invece trecento dipendenti occupano una grande azienda, si chiama azione sindacale e per essa tutti esprimono comprensione. Bisogna concedere qualcosa ai quei lavoratori, indipendentemente dal fatto che abbiano ragione o torto.

È triste che questa mentalità imperi anche in ambito internazionale. La nostra epoca ama la tregua più della pace e la pace più della giustizia. Sosteneva una volta Luttwak che nell’ex-Jugoslavia il problema sarebbe rimasto eterno se non si fosse permesso ad un gruppo etnico di sterminarne un altro o almeno di scacciarlo da un dato territorio. A prescindere dal dato giuridico e a prescindere dalle esigenze di umanità, in passato si è raggiunta una pace stabile quando una parte è riuscita a schiacciare completamente l’altra. Gli esempi sono infiniti, aggiungiamo. Nel 1918 la Germania guglielmina perse l’Alsazia-Lorena ma il Paese non fu devastato: da questo nacque il revanscismo. Il Terzo Reich subì invece un disastro completo e crudele e il risultato è stato che la Germania non solo non ha più parlato di riavere l’Alsazia-Lorena ma ha rinunziato senza fiatare a grandi territori a est e persino a Königsberg.

La tesi di Luttwak può far saltare sulla sedia ma essa è vera de facto ed è orrendo che funzioni anche quando chi aggredisce ha torto e chi è aggredito ha ragione. Per questo è inaccettabile che si vieti a chi ha ragione di conseguire una vittoria totale e stabile. La pace è sicura solo quando lo sconfitto sa di non avere possibilità di rivincita. Se invece, come avviene, si ama più la tregua che la pace, e si fa di tutto perché intanto si cessi di sparare, chi stava perdendo da quel momento pensa a una seconda manche.

La regola è semplice: si deve sperare che l’aggredito sia veramente tale e non un aggressore che si maschera da aggredito, ma poi, se si vuole la pace, gli si deve permettere di vincere veramente la guerra.

Oggi l’amore della realtà (che è la stessa per il banconista e per i trecento lavoratori) e l’amore della giustizia (per cui l’aggredito deve avere il diritto di difendersi) è insufficiente. Si ha tendenza a sognare e predicare tonnellate di alta moralità, col rischio che questa nobiltà sia pagata da chi ha ragione. Senza dire che il prolungarsi di un conflitto alla lunga è pagato più duramente anche da chi ha torto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 ottobre 2009



[1] http://www.danielpipes.org/7653/peace-process-or-war-process


POLITICA
26 maggio 2009
CHI SI DIMETTE È LICENZIATO
CHI SI DIMETTE È LICENZIATO
Per un giudice del lavoro di Roma Enrico Mentana deve essere reintegrato nella conduzione di Matrix e l’azienda deve anche pagargli i danni. Esaminiamo i fatti.
In febbraio Mediaset decide di mantenere in seconda serata Matrix, malgrado la morte di Eluana Englaro, perché di quel fatto si occupava in prima serata Retequattro. Mentana, che pretendeva il mutamento del palinsesto, si dimette. È quello che riportano tutti i giornali. Stupisce un po’ il fatto che i dirigenti dell’azienda accettino le dimissioni, ma tant’è: le dimissioni ci sono, annunciate, pubblicizzate, formalizzate. E Mentana se ne va.
Il giornalista ha in seguito affermato che in quell’ambiente non stava a suo agio. Lui è di sinistra e, anche se gli hanno sempre lasciato totale libertà, avrebbe voluto andarsene. Il 22 aprile 2008 scrive infatti a Fedele Confalonieri: “Non mi sento più di casa in un gruppo che sembra un comitato elettorale… Mi aiuti a uscire, presidente! Lo farò in punta di piedi» (lettera pubblicata sul libro di Mentana, “Passionaccia”). Ciò malgrado non solo è rimasto in quell’azienda per diciassette anni, ma non se n’è andato neanche dopo quell’appello. Si è dimesso solo nel febbraio 2009, forse perché immaginava che le dimissioni sarebbero state prese all’italiana, come una mossa del grande soprano che si ritira nel suo camerino e aspetta che lo vadano a pregare.
La realtà è rocciosa. Enrico Mentana si è dimesso: l’ha detto lui stesso, lo hanno detto tutte le televisioni e lo hanno scritto tutti i giornali. Su questo non ci piove. Purtroppo per lui, gli ascolti di Matrix non sono crollati e il nostro grande giornalista a questo punto ha disperatamente cercato un cavillo. Si è ricordato che aveva presentato le dimissioni da direttore editoriale, non da conduttore di Matrix, e ne ha dedotto che il suo volontario allontanamento da quel programma è un licenziamento. Il lettore si chiede se ha capito bene e bisogna subito tranquillizzarlo: c’è una logica che non funziona, ma non è la sua.
Allineiamo i fatti. Il rapporto di fiducia di Mentana nell’azienda si è incrinato: si veda la sua lettera a Confalonieri. Il rapporto di fiducia dell’azienda con Mentana si è incrinato: si veda l’accettazione delle dimissioni. Mentana non voleva più condurre Matrix: e infatti non ha condotto né la puntata prevista il giorno in cui è morta Eluana Englaro né, successivamente, quando il programma è di nuovo andato in onda, ha chiesto di riprendere la sua attività. Passa il tempo, il digiuno da video si fa sentire sempre più forte e arriva il ricorso al giudice. Ecco le parole sconvolgenti con cui viene giustificato l’escamotage: «Il punto è che io mi sono dimesso da direttore editoriale, dopodiché loro mi hanno licenziato da conduttore di Matrix. Mi ha sorpreso la determinazione a troncare – senza dialettica, e senza neppure il coraggio di dirmelo in faccia – un rapporto che durava da 17 anni». Secondo salto sulla sedia del lettore: ma se Mentana voleva continuare a condurre Matrix, perché non l’ha detto subito? Chi dice che Mediaset non gli avrebbe detto di sì, anche perché - come dice lo stesso interessato - da quell’incarico non si era dimesso? E ora chiede i danni per qualcosa che lui non ha reputato un danno e che – secondo l’Italia intera – ha voluto per mesi?
Lo stesso giornalista in fondo si è accorto di essere giunto a livelli moralmente e giuridicamente insopportabili tanto che, prevedendo la sentenza di reintegro e temendo il licenziamento, ha detto: “Dopodiché, anche se dovessi vincere, Mediaset potrebbe “risolvere” immediatamente il contratto. Ma voglio che siano loro a dire che mi mandano via”.
Un momento, obietta per l’ennesima volta il lettore sbalordito, che cosa abbiamo letto, tutti? Abbiamo sentito sì o no che Mentana lasciava Mediaset? E non ha detto lui stesso che non era a suo agio, in quell’azienda? Oggi invece ci dice che stava così bene, lì, che era così contento di condurre Matrix, da trascinare l’azienda in Tribunale, pur di non andarsene. Ché anzi, se proprio questo dovesse avvenire, è bene che si sappia che lui in quell’azienda ci stava benissimo, sono i dirigenti che l’hanno cacciato via. “È giusto che tutto questo abbia un finale chiaro”, ha detto.
E in effetti ce l’ha. Sapevamo che Mentana era di sinistra, ma non sapevamo che avesse una spregiudicatezza morale che gli avrebbe invidiato anche un certo Ulianov, meglio conosciuto col nome di Lenin.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

POLITICA
20 maggio 2009
LA VERA VITTIMA DI MILLS
LA VERA VITTIMA DI MILLS
La condanna dell’avv.Mills è un fatto giudiziario ma, dal momento che nella motivazione risulta implicato Silvio Berlusconi, è anche un fatto politico. Naturalmente, quello che importa è la fondatezza dell’accusa. Se Berlusconi fosse colpevole del reato ipotizzato, il conto sarebbe uno, se fosse innocente, sarebbe un altro. Ma, appunto, qual è la verità?
Di solito, si ama pensare che “la verità giudiziaria” sia la verità tout court, ma questo è impossibile. Già la denominazione, “verità giudiziaria”, indica che si tratta di una convenzione: necessaria ma pur sempre una convenzione. In Italia il problema è peggiorato dalla diffusa convinzione dell’inaffidabilità del sistema: sicché, quale che sia il giudizio su Mills, in appello e in cassazione, per alcuni Berlusconi sarà comunque ed evidentemente colpevole, per altri sarà comunque ed altrettanto evidentemente innocente. La gente non ha più bisogno di “leggere le carte”. Il giudizio è sintetico a priori.
La vera vittima di tutta questa vicenda è il sistema giudiziario.
La sua perdita di credibilità risale a parecchio tempo fa. L’egemonia culturale del Pci fece sì che, per alcuni magistrati, l’esigenza di “fare il bene del paese” divenisse più importante della pedissequa applicazione della legge. Qualcuno sognò di giungere alla rivoluzione politica attraverso la rivoluzione giudiziaria e in questo quadro si iscrivono parecchie sentenze in materia di lavoro: come quando si è revocato il licenziamento di dipendenti ladri in aeroporto o di postini che le lettere, invece di distribuirle, le buttavano.
L’azione politica poi letteralmente scoppiò con Mani Pulite. Lo scopo divenne l’eliminazione dei partiti che ostacolavano l’accesso della sinistra al potere. La Dc fu distrutta, il Psi fu eliminato e tutto andava per il meglio quando Berlusconi, comprendendo che se era morta la Dc non erano morti i suoi elettori, interruppe l’idillio e fece svanire il sogno. Unde un odio mortale. Ed anche la rinnovata conferma del dovere di intervenire in politica.
Da quel momento, la deplorevole tendenza di certa magistratura inquirente ad orientare l’attività giudiziaria prese una direzione unica ed obbligata: bisognava sbarrare a Berlusconi la via del potere. Si spiegano così le infinite inchieste, i cinquecento accessi della Guardia di Finanza nelle imprese del Cavaliere alla ricerca (nientemeno!) di reati, l’avviso di garanzia durante il congresso anticrimine di Napoli (comunicato a mezzo Corriere della Sera affinché il mondo intero se ne accorgesse) e  soprattutto i mille processi, il cui esito assolutorio dimostra fino ad oggi quanto pretestuoso fosse il loro inizio. La magistratura giudicante si è infatti lasciata coinvolgere meno da questo furore e la Cassazione non ha esitato ad azzerare anni di processi portati avanti a dispetto della competenza territoriale, solo perché a Milano si temeva che altre Procure fossero meno antiberlusconiane.
Ora si arriva al caso Mills e la magistratura continua a prestare ingenuamente il fianco all’accusa di inaffidabilità. La difesa, potendo dimostrare le opinioni politiche antiberlusconiane della presidente Gandus, la ricusa ma l’istanza non è accettata. Giusto, sbagliato? Sicuramente sbagliato dal punto di vista politico: Berlusconi oggi può esclamare “Che vi dicevo?”, mentre diversamente la magistratura avrebbe potuto dire: “Ti abbiamo dato un giudice diverso da quello che non ti piaceva, ora che vuoi?” Ma Giove acceca coloro che vuol perdere.
Gli italiani non si fidano più dei magistrati. Un caso che si può ripetere fino alla noia è il seguente: l’avv.Di Domenico ha denunciato il fatto che Di Pietro ha utilizzato un documento con firma falsa dello stesso Di Domenico. Il giudice ha assolto Di Pietro in istruttoria (dunque la firma era  vera) ma non ha imputato Di Domenico per calunnia (dunque la firma era falsa, come diceva lui). Il tutto, senza ordinare una perizia grafica. Dinanzi a fatti del genere, si rimane troppo perplessi, per potere poi credere a giudizi sereni ed imparziali.
Quando a fine legislatura l’innocenza o la reità di Berlusconi sarà stabilita dal giudice, non interesserà a nessuno. Da un lato, perché la gente ci ha fatto il callo, al suo conflitto d’interessi e alla sua persecuzione giudiziaria: e non vuole più sentirne parlare; dall’altro perché, non essendo più  il Cavaliere Presidente del Consiglio, e magari avendo abbandonato la vita politica, la sua eventuale colpevolezza o innocenza ridiverranno fatti di un privato cittadino.
Quella che esce sicuramente condannata, dalla vicenda, è la giustizia in Italia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro motivato parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
20 maggio 2009


CULTURA
21 aprile 2009
LA CARRIERA

Fare carriera, sempre difficile, a volte sgradevole.



LA CARRIERA

Chiunque abbia frequentato le aule della giustizia penale sa che in quel mondo si incontrato quattro categorie di persone.

Ad un’estremità gli imputati, gentaglia di cui tutti si devono professionalmente occupare e tuttavia tenuti a distanza, quasi avessero natura non del tutto umana. Né i testimoni sono molto migliori.

All’altra estremità i giudici sono invece sovrumani. Hanno la serenità annoiata di chi ha dalla sua la cultura, l’intelligenza e soprattutto la forza, tanto che sentono di avere il diritto, forse il dovere, di trattare tutti con imperativa alterigia. Un semplice accenno alla comune natura di cittadini sarebbe offensivo.

La terza categoria è costituita dagli avvocati. Costoro da un lato hanno tendenza a trattare gli imputati come i giudici, dall’altro a trattare gli stessi giudici con un ossequio esagerato che nasconde, male, la diffidenza e il disprezzo che sentono per loro.

La quarta categoria è costituita dagli invisibili. Invisibili sono i carabinieri, il pubblico, il cancelliere e tutti coloro che hanno il dovere di far dimenticare la loro presenza.

Un tempo ho cercato, senza successo, di divenire penalista e per anni ho frequentato quelle aule, senza tuttavia riuscire a sentirmi parte di quel mondo. Vivevo l’esperienza fastidiosa di chi assiste ad una rappresentazione teatrale di basso livello. Mentre il grande attore riesce a farci credere che lui sia Amleto, Principe di Danimarca, il guitto è un ragioniere che dice parole che appartengono a qualcun altro. Assurdità.

Tutto suonava falso. Dei giudici si conosceva la miseria umana e non raramente culturale. Degli avvocati la retorica, il narcisismo ingenuo, la rapacità. Gli imputati erano effettivamente disprezzabili, come è normale sia chiunque violi le leggi: e tuttavia personalmente mi chiedevo se, avendo avuto gli stessi genitori dei giudici, sarebbero stati seduti su quelle panche. Così com’erano, però, si rimaneva indignati dinanzi alla loro capacità di mentire sfacciatamente. La pistola? L’ho trovata per terra. Per paura erano umili dinanzi ai giudici mentre erano sicuramente arroganti, e magari violenti, con i più deboli di loro.

Solo i Carabinieri sembravano veri ed umani: ma mi addolorava la loro fiducia, tanto evidente quanto assurda, nei magistrati e nella giustizia.

È triste, essere inseriti in un mondo di cui non si condivide nulla. Io non appartenevo né al gruppo dominante né ai suoi nemici. La giustizia mi appariva una necessità vagamente disgustosa. Senza la repressione, la società sarebbe una giungla in cui gli onesti avrebbero la peggio, come senza nettezza urbana e senza fogne sarebbe invivibile. Ma chi andrebbe a passeggio nelle fogne?

Il distacco che sentivo in quei giorni era foriero di una constatazione più generale: troppe persone prendono sul serio la divisa che indossano. Soprattutto se sulla manica hanno i gradi di caporale.

Divenuto professore, il primo anno incontrai una  divisa con dentro un preside: un ometto grasso, alto un metro e mezzo, che avrebbe preteso di comandare tutti a bacchetta. Anche quando dava ordini da asilo infantile. Una volta, per intimidirmi e farmi capire che avrei dovuto obbedirgli, mi disse che, secondo la carriera ministeriale, nell’esercito sarebbe stato, non so più, generale di brigata o generale di divisione. “E lei, mi chiese, che grado avrebbe avuto?” Sbatté contro la mia risposta sorridente: “Io sono stato riformato”.

Non sono mai riuscito a percepire gli scalini delle gerarchie. Forse per questo non sono poi riuscito a salirli: non ho mai saputo dove mettere i piedi. Oppure è avvenuto che, all’idea di fare carriera, mi sia ricordato del generale di brigata e l’orrore mi abbia vinto.

Pare che Einstein, entrando negli Stati Uniti, sia stato richiesto di scrivere sulla scheda la sua razza. E abbia scritto: “umana”. Nello stesso modo, c’è chi, dovendo precisare il proprio posto nella società, ha tendenza a scrivere semplicemente: “uomo”. Qualifica oltre la quale non si può andare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, su questo testo, mi farete piacere.

21 aprile 2009



CULTURA
26 gennaio 2009
NOTA SULLO STUPRATORE

NOTA SULLO STUPRATORE

Ad uno stupratore confesso, pochissimi giorni dopo il fatto, sono stati concessi gli arresti domiciliari e l’Italia è insorta. Il Ministro della Giustizia ha addirittura inviato degli ispettori per verificare che tutto si fosse svolto secondo la legge e non fosse stato commesso nessun abuso, liberando il malfattore. La reazione corale ed univoca è tuttavia sbagliata.

1) È principio costituzionale che nessuno può essere considerato colpevole finché non intervenga sentenza passata in giudicato. A maggior ragione, nessuno può scontare una pena detentiva se non in seguito a quella sentenza.

2) La legislazione attuale equipara gli arresti domiciliari alla detenzione in carcere: dunque non è esatto dire che quello stupratore “è stato scarcerato”. È solo uscito materialmente dal carcere.

3) In Italia si è così scoraggiati sul funzionamento della giustizia che se un colpevole esce dal carcere prima della sentenza definitiva, si teme che non sconti nessuna pena, in seguito. O perché assolto “per un cavillo” (come dicono gli incompetenti, quando la questione non li riguarda personalmente), o perché giudicato innocente. Mentre la folla lo vuole colpevole e basta.

4) Non è così in questo caso, ma in generale il semplice fatto che l’accusato abbia confessato non è sufficiente per giudicarlo colpevole. Esistono i mitomani, esiste l’autocalunnia, ed è dunque necessaria una sentenza perfino per accertare che non si tratti di una confessione falsa.

5) La carcerazione preventiva si giustifica solo in caso di rischio di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Nel caso che ha fatto scandalo, evidentemente, il magistrato ha ritenuto che nessuno di questi rischi fosse presente. Se nella generalità dei casi i magistrati non liberano gli accusati, pur in assenza di qualsivoglia traccia di quei rischi, è perché in Italia siamo abituati all’idea che l’accusato di un grave reato non debba in nessun caso essere a piede libero. Negli Stati Uniti invece spesso attende il processo a piede libero, perfino se accusato di omicidio.

6)  La differenza fra quel paese e il nostro – una differenza che fa sentire come intollerabile la “liberazione” dello stupratore – è che tra il momento della commissione del reato e la celebrazione del processo, perfino quando il reo è confesso, in Italia passa tanto tempo da far sentire inefficace la risposta dello Stato. Ciò che bisogna eliminare però non è il diritto di affrontare il proprio processo a piede libero, cosa che corrisponde nella sostanza al dettato della Costituzione, ma la lentezza della giustizia.

7) Sarebbe desiderabile – e purtroppo in Italia ne siamo lontani – non che l’imputato di stupro, pur in assenza dei tre rischi previsti dalla legge, rimanga in carcere, ma che sia processato al più tardi entro un paio di settimane. E che poi, se condannato, passi i suoi anni in galera fino all’ultimo e senza sconti.

Quella di oggi è un’altra occasione per sollecitare una profonda riforma dell’amministrazione della giustizia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

26 gennaio 2009

CULTURA
14 dicembre 2008
L'ASSOLUZIONE

LA TRAGEDIA DELL’ASSOLUZIONE

Ogni processo penale si conclude con una condanna o con un’assoluzione. Salvo ad essere malevoli, di quest’ultima non si può essere che contenti. Si può essere delusi per il fatto che non si è trovato il colpevole ma bisogna che sia il reo, a pagare, non qualcun altro.

L’assoluzione è un fatto positivo per l’accusato e dimostra lo scrupolo con cui è amministrata la giustizia: ma è una sconfitta per l’amministrazione della giustizia in generale. Significa che la polizia e i vari magistrati che hanno lavorato al caso, fino a mandare l’imputato a processo, hanno operato male. Se fossero stati più accurati, più competenti, più scrupolosi, non avrebbero fatto perdere tempo ai giudici; non avrebbero fatto spendere un bel po’ di soldi allo Stato (i processi costano moltissimo) e soprattutto non avrebbero fatto pagare carissimo ad un cittadino innocente, in termini di denaro e in termini di angoscia, la loro inefficienza. L’assoluzione è un trionfo della giustizia ma una sconfitta dello Stato.

Purtroppo in Italia non solo si rinvia disinvoltamente a giudizio ma a volte si tiene l’accusato in carcere non tanto per evitare l’inquinamento delle prove o il pericolo di fuga - come dice compuntamente il codice – quanto perché “così un po’ di galera se la sarà fatta”. Il p.m. abusa della legge e si sostituisce al giudice naturale.

Tutto questo è già abbastanza drammatico ma negli ultimi decenni la situazione si è perfino aggravata. È fisiologico che il giudice assolva qualcuno: ma se questa assoluzione arriva dopo che si è accusato a lungo  una singola persona per molti reati, si ha contemporaneamente la riprova dell’accanimento dei requirenti e dell’inconsistenza dell’imputazione. Il risultato è che si delegittima la stessa magistratura.

Anche i sassi sanno che un gruppetto di magistrati avrebbe amato vedere Giulio Andreotti in galera. O quanto meno morto mentre era accusato di reati infamanti. Purtroppo per loro, il senatore è longevo ed è stato costantemente assolto. Qualcuno (uno scandalo giuridico) si è contorto per dichiararlo colpevole malgrado il proscioglimento ma gli italiani hanno capito una cosa: che se appena appena Andreotti fosse stato colpevole di avere sputato per terra, i giudicanti l’avrebbero stangato. Se non l’hanno fatto, è perché non sono disonesti. Ma la conseguenza è la perdita di fiducia nella giustizia. Se qualcuno oggi accusasse Andreotti, molti direbbero: ma lasciatelo in pace! Quand’anche stavolta fosse colpevole.

Un secondo esempio: coorti intere di magistrati sarebbero stati felici di veder condannato ed eliminato dalla scena Corrado Carnevale, il quale invece ha sempre vinto, in ogni stato e grado di procedimento, sia penale che amministrativo. Qualche requirente aveva messo da parte la bilancia e la spada per attentare alla vita professionale di un alto magistrato garantista: per fortuna esiste ancora una magistratura giudicante che non si presta a queste infamie. Ma, anche qui, che figura ci hanno fatto, gli accusatori?

Un esempio ancora è Silvio Berlusconi. Da quando è sceso in politica, la Guardia di Finanza, non certo per propria iniziativa, è entrata poco meno di cinquecento volte negli uffici delle imprese di Berlusconi alla ricerca di reati. Nientemeno, alla ricerca di reati: come se la magistratura fosse sfaccendata e dovesse cercarsi il lavoro. Il Cavaliere è stato fatto oggetto di una miriade di accuse e di processi, uscendone sempre assolto, col risultato che alla fine gli italiani hanno giudicato i magistrati inaffidabili, faziosi, politicizzati e peggio. Oggi, se Berlusconi fosse condannato, molti penserebbero: è solo che stavolta hanno organizzato meglio la calunnia. Il fatto che si possa pensare questo è una catastrofe.

Tutto questo senza parlare di Enzo Tortora, di Calogero Mannino e di tanti altri.

Gli accusatori dovrebbero capire che l’assoluzione dell’imputato non è un caso anodino: è la loro personale sconfitta. La prova che hanno lavorato male. Che si sono lasciati trascinare dall’istinto del cacciatore che corre dietro la preda non per motivi alimentari ma per il piacere di ammazzarla. Non ci si deve stupire se il prestigio dei magistrati è al suo minimo storico.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

14 dicembre 2008

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CULTURA
12 dicembre 2008
LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

LA SINISTRA E LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Quando si parla di riforma della giustizia molti aprono la bocca e le danno fiato. Qualcuno, più colto, prende un’aria pensosa e dice: “Bisognerebbe cambiare il modo di amministrare giustizia per assicurare ai cittadini, accanto alla certezza del diritto, valore inalienabile e fondamentale della vita associata, un giusto processo soprattutto per quanto riguarda i tempi stessi della pronuncia, dal momento che una sentenza che arriva tardi, dopo molti anni, costituisce comunque una denegata giustizia. Non a caso l’Italia è stata più volte condannata nelle sedi internazionali. È tempo che tutto questo finisca. Tutte le parti politiche devono sentire il dovere di attivarsi in questa direzione, al più presto e al di là dei vari steccati che dividono le fazioni. L’interesse dei cittadini non può che occupare il primo posto”. Bla bla. Purissima quintessenza di bla bla. Bisognerebbe vergognarsi di allineare tante banalità.

La cosa triste è che c’è chi, parlando così, crede di contribuire alla riforma della giustizia. Un crimine di leso buon senso.

Accanto agli sciocchi puri e massicci c’è però chi sembra cretino e non è. Un leader può essere obbligato a dire la sua su certi problemi mentre è cosciente che, se lo farà, si metterà nei guai: a questo punto può preferire sparare parole vuote e passare per un imbecille. È un caso frequente nel centro-sinistra, in questi giorni. Nessuno può negare lo sfascio dell’attuale amministrazione della giustizia ma nessuno è in grado di formulare una riforma, perché al riguardo regna un totale disaccordo. Se qualcuno osasse proporre qualcosa di concreto si vedrebbe dare addosso da molti del suo stesso partito. Per non parlare di Di Pietro che è contro tutto e tutti. E allora quel discorso vacuo diviene l’unico possibile.

La sinistra non è in grado di offrire né un progetto né un minimo di collaborazione. Oggi è dunque costretta a puri esercizi di retorica, domani contrasterà la maggioranza quale che sia la proposta. Dirà no a qualunque cosa, a qualunque piano, a qualunque progetto, a qualunque riforma. In queste condizioni, come biasimare Berlusconi quando dice che con questa opposizione il dialogo non è possibile? Ha semplicemente capito con chi ha a che fare.

La maggioranza ha i numeri per andare avanti da sola ma il pessimismo prevale lo stesso. È improbabile che si riesca a varare la riforma della giustizia. Se ci si riesce, sarà col voto della sola maggioranza e passando oltre la feroce opposizione della minoranza, dopo un’autentica battaglia. Infine non è detto che la nuova organizzazione migliori di molto la realtà. Se si è giunti alla situazione attuale è colpa dell’intera nazione. Dei magistrati che lavorano poco. Del Parlamento che non ha mai nemmeno tentato di provvedere. Di quei partiti che hanno approfittato del sostegno dei giudici e per questo non hanno mai voluto disturbarli. Degli italiani che non hanno mai seriamente protestato. Che hanno reagito molto più vivacemente per l’eventuale modifica dell’articolo diciotto dello Statuto dei Lavoratori che per il fatto che in Italia rivolgersi alla giustizia è divenuta un’idea stravagante che prelude ad un’impresa disperata.

Le istituzioni sono la conseguenza del livello di civiltà e di maturità di un popolo. E questo livello non si migliora con una riforma.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it 11 dicembre 2008


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