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POLITICA
6 ottobre 2009
IL DISPREZZO

IL DISPREZZO

A volte, per capire il mondo, basta guardare in se stessi. Ciò è possibile quando concorrono due fatti: da un lato la “verità pubblica” non convince più, dall'altro si percepisce la concordanza fra il proprio sentimento e quello della massa. I vecchi ricordano ancora lo stato d'animo degli italiani nel 1942-43: la propaganda grondava ottimismo e parlava di vittoria, la gente sapeva che avevamo perso la guerra.

Qualcosa di analogo si verifica attualmente. La sinistra, i giornali, le televisioni strepitano tanto che, se bisognasse credere alla “verità pubblica”, l'Italia sarebbe in piena tragedia; inoltre il governo sarebbe agli sgoccioli e Berlusconi starebbe facendo le valigie. Ma la maggior parte dei cittadini giudicano con la propria testa: non vedono nulla di tutto questo e alla lunga dànno ragione al vecchio detto per cui si può ingannare qualcuno per sempre, tutti per qualche tempo, non tutti per sempre. La gente guarda alla sceneggiata con un certo disinteresse: sono repliche.

La sinistra non si capacita della realtà. Berlusconi è stato a lungo rappresentato come un pedofilo, un disonesto, un profittatore di regime, un dittatore corrotto e corruttore, in una parola il peggiore tiranno che l'Italia potrebbe avere, e tuttavia non solo è ancora al potere, ma beneficia del sostegno dei cittadini. I suoi critici più arrabbiati non capiscono che se essi stessi, pur di sentirsi in buona fede, cercano di credere alle proprie leggende, i cittadini questo auto-inganno non lo attuano e guardano oltre lo schermo delle parole insensate.

Non tutti, naturalmente. Se tutti avessero una visione serena della realtà, Di Pietro non avrebbe elettori. Esiste dunque una frangia dell'elettorato che non soltanto crede alla saga inventata da Repubblica, ma ne desidera ogni giorno nuove dosi, sempre più massicce e gridate. Ma è una frazione della società pressoché costante: infatti i sondaggi non danno un progresso dei simpatizzanti di sinistra. Gli antiberlusconiani viscerali sono sufficienti a far leggere qualche quotidiano, sono sufficienti per organizzare qualche manifestazione, sono capaci di occupare la scena nei giornali e nelle televisioni, ma non molto altro. Fanno un baccano del diavolo e rimangono un gruppetto di scalmanati.

Per comprendere “la pancia” del Paese, non è necessario guardare la stampa. Basta chiedersi: ma io che cosa penso delle escort, delle leggi ad personam, del Lodo Alfano, di tutti i presunti scandali attribuiti a Berlusconi, dei gravissimi danni che sarebbero stati inflitti all'Italia? La risposta è semplice: non ne penso niente. Perché di Berlusconi non m'importa molto e quei danni non li ho visti. Le logomachie, le battaglie di parole dei politici dimostrano che non hanno niente di meglio da fare. Il mio sentimento riassuntivo è un enorme disprezzo per la politica e soprattutto per la sinistra, principale autrice di questo imbarbarimento.

Qui non si tratta di stabilire se l'atteggiamento sia giustificato o plausibile, si tratta di capire come la gente viva l'attuale momento politico. Alcuni – obbedendo al Vangelo secondo “Repubblica” - sacrificano ogni giorno sull'altare dell'odio del Cavaliere. Molti altri giudicano tutte le accuse infondate o senza importanza e si disinteressano della politica. Se dovessero votare domattina, rivoterebbero per Berlusconi: “Non sarà un angelo, chissà quanti imbrogli ha fatto, in vita sua, per arricchirsi: ma gli altri sono peggio di lui”.

Il sentimento prevalente degli italiani è il disprezzo. Le parole scivolano sulle menti e alla fine ci si attacca a poche cose concrete: non si paga più l'ICI, a Napoli non c'è più la spazzatura per le strade, sono state costruite case per i terremotati. Riguardo ai politici, trovano grazia solo coloro la cui azione sembra ispirata dalla stessa ostilità per la casta: per i burocrati battifiacca sostenuti dai sindacati, per i docenti assenteisti, per i magistrati arroganti. Ecco perché Brunetta entusiasma tanti: la sua crociata corrisponde al sentimento degli italiani.

Col suo antiberlusconismo clamoroso e privo di scrupoli, la sinistra non rovescia Berlusconi e realizza il capolavoro di squalificare se stessa e l'intero sistema politico. Oggi un gentiluomo non si sentirebbe di frequentare né Montecitorio né le redazioni dei giornali: sono ambienti, come certe bettole, in cui una persona per bene non dovrebbe mai farsi vedere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 ottobre 2009

POLITICA
24 settembre 2009
VOODOO POLITICS
Chi segue poco la politica chiede lumi agli amici, con domande fulminanti: “Ma è vero che questo governo sta per cadere? Ma è vero che Berlusconi sta per farsi da parte?” E se uno chiede da dove derivi questa idea la risposta è semplice: “Ne parlano tutti i giornali, anche stranieri”.
Un governo cade quando la maggioranza che lo sostiene viene meno. Ciò si verifica perché una parte dei suoi membri è convinta di poter dar luogo ad una diversa compagine, oppure perché essa è così scontenta dell’attività governativa da preferire un salto nel buio. Nel primo caso si ha una manovra politica (caratteristica del centro), nel secondo una irrefrenabile protesta idealistica che porta spesso ad elezioni anticipate.
Riguardo alla solidità di una maggioranza, il primo elemento da considerare è la sua ampiezza. In un ideale Parlamento di cinquecento deputati in cui la maggioranza avesse 252 membri, è chiaro che tre di loro basterebbero per trasformare la minoranza in maggioranza. Viceversa, se lo scarto fosse di quindici, i “congiurati” dovrebbero essere almeno sedici. E mentre non è raro che due o tre persone mantengano la parola, più il numero si allarga, più è possibile che uno di loro cambi opinione e tradisca i traditori. La proposta di cambiamento di maggioranza trova orecchie tanto più benevole quanto più lo scarto è piccolo e remota la possibilità di agguati.
Importa anche la qualità degli scontenti. Infatti chi personalmente non è molto importante sa di correre il rischio maggiore. Il segretario di un grande partito rimane comunque una personalità di rilievo e di potere, viceversa, il “peón”, cioè il deputato semplice, quello che ha conquistato un seggio con tanti sforzi, tanti sacrifici e, non raramente, tante spese, non vuole rischiare di perdere quel poco che ha. Per non parlare di nuove elezioni, che potrebbero rimandarlo a casa.
Tutte queste considerazioni spiegano la vita del governo Prodi. Non c’è da stupirsi che sia durato così poco, c’è da stupirsi che sia durato tanto a lungo. E questo infatti è avvenuto perché i senatori, litigiosi e dissenzienti su tutto, su una cosa erano d’accordo: non far cadere il governo. Ma vivevano nell’angoscia: il governo era la barca su cui si trovavano tutti e c’era sempre da temere che un fanatico, un Ferrando qualunque, facesse un buco sul fondo.
La situazione attuale invece mostra un governo che dispone di una confortevole maggioranza. La conseguenza è che un manipolo di parlamentari non ha la forza di ribaltare i numeri e tutti sanno (anche Fini) che, tentando il regicidio, si rischia di rimanere col cerino in mano. Per molto meno Follini si è auto-azzerato, e da Vice-Presidente del Consiglio è divenuto un signor nessuno. Sono vicende che non si dimenticano. Inoltre oggi non è probabile nemmeno la defezione di un intero partito, perché Berlusconi è riuscito a inglobare An e dispone dunque di un sostegno pressoché monolitico. Ha una forza d’urto con la quale lo stesso Bossi non ha alcun interesse a scontrarsi.
E perché allora i giornali italiani e stranieri parlano tanto del declino di Berlusconi e di una possibile crisi di governo? Forse perché i topi, quando si accorgono di non avere la forza di contrastare il gatto, sperano che gli venga un colpo e si consolano dandolo per sicuro. Somigliano a quei fogli locali che il lunedì si affannano a spiegare come e perché la loro squadra, costantemente in serie promozione, avrebbe meritato di vincere: non fosse stato per l’arbitro, non fosse stato per la pioggia, non fosse stato per quel palo galeotto. Tanto che alla fine la pagina sembra un bollettino di vittoria. I giornali di sinistra si raccontano la favola di una maggioranza in pericolo e si dànno ragione gli uni gli altri, magari alla fine ritrovandosi consolati dall’idea che Berlusconi ha più di settant’anni e non è eterno.
La politica dei giornali di sinistra, italiani e stranieri, consiste nel fare bambole col volto di Berlusconi e infilzarle con gli spilli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 settembre 2009

POLITICA
17 settembre 2009
LE SOVVENZIONI ALL'ARTE
Uno Stato che si rispetti favorisce le opere d’arte, le sostiene economicamente e a volte le commissiona. Il Partenone non è stato costruito per l’iniziativa di un ricco cittadino, ma a spese della città di Atene: tanto è vero che alla fine Pericle e Fidia ebbero problemi con l’accusa di peculato. Anche i grandi monumenti romani, il Colosseo, gli archi di trionfo, le terme di Caracalla furono costruiti con soldi pubblici. Se la stessa  Firenze ha conosciuto un’epoca d’oro, dal punto di vista artistico, è perché essa era da un lato molto prospera economicamente, ma dall’altro era guidata da autocrati sensibili all’arte e capaci di pagare grandi somme. Né diversamente è andata con la Roma rinascimentale dei Papi. Per tutto questo, sembra naturale che anche oggi lo Stato sborsi grandi somme per sostenere i teatri lirici, il cinema, e perfino molti giornali. E tuttavia, qualche obiezione si può sollevare.
La democrazia è un tipo di regime relativamente recente. Dopo la breve stagione della Grecia classica, per secoli la regola è stata l’autocrazia. Se dunque un imperatore decideva di costruire la Domus Aurea, non è che dovesse ottenere il consenso dei senatori. Nerone aveva il potere e lo usava, sia pure spendendo i soldi dello Stato, e non è che il popolo dovesse essere d’accordo. Nel mondo contemporaneo, invece, chi governa non ha il potere di spendere a suo piacimento: il popolo è acutamente cosciente che quelli sono soldi suoi, pagati con tasse e imposte, e vuole che gliene se ne renda conto. Ma è possibile rendere conto, degli investimenti nell’arte?
Il governante come può essere sicuro di spendere bene quel denaro? Se l’opera che risulta dalla sovvenzione è buona, il popolo ne darà il merito all’artista, se è cattiva ne getterà il biasimo sul governo che l’ha commissionata, “sprecando il denaro dei contribuenti”. Ma appunto: chi può sapere in anticipo se un’opera d’arte riuscirà o no?
C’è poi una seconda obiezione di notevole spessore. Un tempo, quando chi sovvenzionava aveva ogni potere, era considerato naturale che i sovvenzionati facessero di tutto per piacergli. In regime di democrazia, invece, se gli artisti cercano di far piacere al potere sono considerati spregevoli dall’opposizione e dagli intellettuali, se cercano di andare contro il potere è il potere stesso che è considerato sciocco e spregevole: perché paga chi ne dice male.
È un fatto che l’arte è gracile per natura e dunque sembra giusto sostenerla. Ma la soluzione più semplice è che lo Stato favorisca l’arte nell’unico modo che non ha controindicazioni: non le imponga fardelli, la sollevi il più che sia possibile dal peso di tasse e imposte. Con un’IVA bassissima su tutti i prodotti connessi alla cultura e all’arte (libri, spettacoli, produzione di film, ecc.), per esempio, ma senza mai dare un soldo ad alcuno. L’arte deve sopravvivere perché apprezzata dai destinatari. Detto brutalmente: deve piacere al pubblico e, se al pubblico non piace, è giusto che affondi.
Qualche rigo a parte meritano i teatri lirici. Questi, francamente, non solo fanno solo archeologia musicale (e non potrebbero fare altro, vista la qualità della produzione da quasi un secolo in qua) ma costano troppo e servono un numero troppo piccolo di cittadini. Forse bisognerebbe aiutarli, certo non svenarsi per loro.
I greci trasformarono le rappresentazioni teatrali in concorsi in cui votavano gli spettatori e il risultato sono le opere di Sofocle. Mentre in Italia si sovvenziona un’industria cinematografica in cui spesso i film seguono ideologie non condivise dalla maggioranza dei cittadini, non piacciono agli spettatori, costano più di quanto incassano e costituiscono uno spreco di denaro pubblico.
La libertà d’espressione non include il diritto di vedersi fornire un megafono. Quello, ognuno se lo deve procurare da sé.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 settembre 2009

POLITICA
5 settembre 2009
ENRICO IV LEGGE "REPUBBLICA"
Una persona sana di mente che osservasse l’Italia nella sua obiettività vedrebbe un Paese tranquillo, che tira avanti, bene o male, malgrado la crisi economica; che non rischia una guerra, né civile né di altro genere; che gode di una normale democrazia e di una normale alternanza di governo; che fruisce di ogni sorta di libertà; che soffre di una criminalità che tuttavia rimane nei limiti del fisiologico e insomma che, proprio in questo momento, se non ha grandi speranze non ha neanche grandi preoccupazioni. Un quadro molto diverso dalle tragedie della Seconda Guerra Mondiale e dal tempo in cui si rischiava una dittatura comunista. Neanche la crisi economica di cui tanto si parla somiglia a quella del 1929: i drammi di agosto sono stati gli ingorghi di coloro che, con l’auto di proprietà, andavano a godersi le ferie.
Se la stessa persona sana di mente, invece di guardare la realtà, ne osservasse l’eco sui giornali, rimarrebbe tramortito dal contrasto. Infatti le caratteristiche dell’Italia cartacea sono due: vive immani tragedie e ruota intorno ad un solo uomo, Berlusconi. Neanche durante il fascismo si è parlato di Mussolini quanto oggi i giornali parlano di Berlusconi. È quasi un incubo. E questa è una situazione folle che fa pensare a Pirandello.
In un’opera del grande agrigentino si vive una realtà assurda. Il protagonista, in seguito ad una caduta da cavallo, si crede Enrico IV e, per alleviargli la pena, tutti lo assecondano. Poi, dodici anni dopo, l’uomo guarisce ma trova conveniente continuare a fingersi pazzo. Qui interessa soltanto il momento in cui Enrico, creduto pazzo, pazzo non è più, e può tuttavia osservare tutti coloro che lo circondano. Donne e uomini che nessuno crede pazzi ma che, per amore di lui, che credono pazzo, si comportano da pazzi, trattandolo da imperatore. Situazione pirandelliana, se mai ve ne fu una, ma che si può elevare al quadrato per adattarla alla nostra realtà.
Immaginiamo che Enrico guarisca e non si creda più Enrico IV ma si accorga con sgomento che tutti gli altri, nel frattempo, sono impazziti. Si credono veramente quei personaggi della corte che prima fingevano di essere. Prima il pazzo era lui e gli altri erano sani che si fingevano pazzi, ora tutti sono pazzi e lui, per questo, è isolato. Si trova dunque dinanzi al dilemma: se prova a convincerli che sono pazzi magari lo internano, proprio perché lui è uno e loro sono molti; se invece continua a recitare la sua parte, tutto sembrerà normale ma sarà l’intera casata ad essere demente. Ed in fondo lui stesso.
In Italia una persona normale si sente come quel protagonista, circondato da folli. E può non poterne più di un Paese che, dimentico di tutto, ruota maniacalmente intorno a Berlusconi. E non importa per chi si sia votato, l’ultima volta: importa che si può essere legittimamente stanchissimi di una commedia stucchevole, con personaggi di cartapesta che agitano spade di legno, senatori indignati che si stracciano toghe di carta, olografie di orchi che emettono fredde fiamme di luce e folle intere di Bruto e di Cassio che agitano coltelli da pesce promettendo di uccidere Cesare. Che noia. E si possono sognare giornali per adulti; per persone che amano il teatro, ma moderatamente; giornali che parlino di fatti reali e che facciano parte del pianeta Terra.
A questo punto è bene che non chi crede a questa Versailles da vaudeville non strepiti molto e si rassegni. Quelli che prima fingevano di essere pazzi ormai hanno perso il beneficio della malafede: non recitano più.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 settembre 2009


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permalink | inviato da giannipardo il 5/9/2009 alle 9:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
ECONOMIA
11 aprile 2009
C'È DI PEGGIO

C’È DI PEGGIO

Chi, come i giornalisti e i politici, ha il dovere di leggere i giornali; chi, come i pensionati, ha il tempo per farlo; chi, come la tribù internettiana, può leggerne di ogni sorta, anche stranieri, finisce con l’avere una ben triste opinione di quei mezzi d’informazione. Accumula nel tempo una tale esperienza di notizie travisate e smentite, di testi tendenziosi, di smarronate culturali, di superficialità diffusa e perfino di stupefacente ignoranza linguistica, da non avere una grande opinione della stampa.

Il passaggio successivo o, se si vuole, la tentazione successiva, è l’idea di regolamentare l’attività informativa. Si pensa a rendere più difficile l’accesso alla professione, a limitare la libertà di pubblicazione, a punire più severamente chi pubblica notizie riservate o attenta all’onore altrui. Tutte cose che, di primo acchito, sembrano logiche ed opportune. Ma è meglio pensarci due volte.

La stampa ha qualcosa in comune con l’economia. Sia l’una sia l’altra sono capaci di commettere grandi errori e per questo l’ipotesi finale è quella di affidarne l’intera vita allo Stato.  È ciò che avviene nelle autocrazie comuniste. L’idea di partenza non è neppure disprezzabile: se, lasciate a sé stesse, quelle due attività incorrono in tanti sbagli e provocano tanti guasti, perché non guidarle, per il bene comune? E tuttavia questa è una pessima soluzione. Non ci si pone infatti una semplice domanda: ci sono delle controindicazioni?

L’esperienza ha dimostrato che l’eliminazione dell’economia libera conduce alla miseria del socialismo reale e l’eliminazione della libertà di stampa conduce alla dittatura. I giornali, se pure con mille limiti e mille inesattezze, fanno da megafono agli umori del paese e ne rendono noti i mali. Per questo essi sono il presupposto delle elezioni libere. O il presupposto della rivoluzione, quando quelle non sono permesse. La stampa libera sta al paese come gli anticorpi stanno alla fisiologia umana: senza di essa la malattia non incontrerebbe ostacoli.

A questo bisognerebbe pensare durante le grandi crisi economiche e quando, leggendo la stampa, si ha l’occasione di indignarsi. L’economia e la stampa libere hanno un solo, grandissimo merito: non sono economia di Stato e non sono stampa di regime. Non valgono tanto per ciò che sono quanto perché non sono peggiori di quello che sono.

Se si leggono molti giornali, alla fine ci si farà un’idea sufficientemente esatta di ciò che è avvenuto; si riusciranno a distinguere i giornalisti seri da quelli tendenziosi o passionali; si riconosceranno perfino quelli che scrivono in buona lingua e quelli che scrivono male. Nello stesso modo, un’economia libera è capace di provocare gravi crisi, di tanto in tanto, e d’imporre occasionalmente ai singoli il dramma della disoccupazione, ma il risultato totale è che il paese è prospero. Negli anni Sessanta, un inglese senza lavoro viveva largamente meglio di un operaio sovietico: anche perché l’economia libera moderna non è affatto il campo del “capitalismo selvaggio” di cui parlano i sognatori.

A tutti coloro che hanno tendenza all’utopia da un lato e al disgusto moralistico dall’altro, va detto che bisogna tenersi strette sia la stampa com’è che l’economia com’è. Bisogna rinunciare ad ogni sogno di miglioramento perché troppo spesso s’è visto che in questi campi il medico è capace di provocare disastri più gravi di quelli che avrebbe provocato la malattia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

11 aprile 2009

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