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SOCIETA'
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni.  
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”.  
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni. 
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”. 
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
27 marzo 2010
LE CONDIZIONI DI PACE DEI PALESTINESI
Un giornale ha riassunto in un riquadro le richieste palestinesi per siglare un accordo di pace: 1) Gerusalemme capitale dello Stato palestinese; 2) problema - eliminazione? - degli insediamenti israeliani nei Territori Occupati; 3) ritorno ai confini del 1967; 4) ritorno dei rifugiati; 5) redistribuzione delle risorse idriche; 6) liberazione dei prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane.
1)    Gerusalemme è almeno dal 1980 la capitale di Israele e poco importa il mancato riconoscimento internazionale. Si può biasimare l’invasione cinese del Tibet, cionondimeno non si può contestare che la Cina eserciti la propria sovranità su quella regione. E non si può nemmeno dire che Gerusalemme sia stata la capitale palestinese prima del 1967: infatti in quel momento tutta la regione faceva parte della Giordania. Ma soprattutto non è facile concepire che, senza esservi costretto, un Paese accetti la capitale di uno altro Stato all’interno del perimetro della propria capitale. Il caso del Vaticano è particolare: qui era il Papa ad essere a casa sua, non i Savoia: e questi che si sono imposti con la forza.
2)    Gli insediamenti israeliani nei Territori Occupati sono certamente un problema ma nulla impedirebbe che essi rimangano, anche se il territorio passa sotto amministrazione palestinese. Forse che nei confini di Israele non c’è più di un milione di palestinesi, per giunta con diritto di voto alle elezioni politiche? Comunque è un problema secondario, anche se richiedere la loro eliminazione sarebbe una dimostrazione di razzismo.
3)    Il ritorno ai confini del 1967 è una richiesta stupefacente. I palestinesi dimenticano che sono stati loro e i loro alleati, Nasser in particolare, a violarli, con l’intenzione di appropriarsi l’intero territorio di Israele. Ora, avendo fallito, pretendono che tutto torni come prima. È come se qualcuno obbligasse un altro a giocare una partita di poker, perdesse l’intera posta e alla fine ne chiedesse la restituzione. Gli israeliani chiedono solo piccoli aggiustamenti dei confini, mentre per diritto di guerra si sarebbero potuto annettere tutto il territorio. Questo non andrebbe dimenticato: la Russia non si è forse annessa Königsberg, su cui non vantava nessuna rivendicazione storica?
4)    Il ritorno dei rifugiati è un’assurdità. Costoro hanno abbandonato l’attuale territorio di Israele volontariamente: lo prova il fatto che centinaia di migliaia di altri palestinesi sono invece rimasti e sono ancora lì, vivi e vegeti. Inoltre i rifugiati non si sono integrati nei posti in cui sono andati a vivere (il Libano per esempio) e sarebbe strano che si integrassero in Israele. E tutto questo mentre i palestinesi non li accolgono, loro, sul proprio territorio. Infine, se è vero che si tratta di quattro milioni di persone, sarebbe come se proponessero a noi di accogliere quaranta milioni di cittadini islamici, di origine e lingua diversa, allevati per giunta ad odiare mortalmente l’Italia.
5)    La redistribuzione delle risorse idriche è un problema poco noto ma gli israeliani non hanno certo deviato il corso del Giordano. Se esso passa nel loro territorio, non è merito loro e non è neppure colpa loro. Ogni regione si ritrova con vantaggi e svantaggi geografici. L’Iraq condivide forse le proprie risorse petrolifere con la Giordania, sprovvista di petrolio? Lo stesso concetto di “redistribuzione” è falso: non c’è mai stata una distribuzione ingiusta cui ora dovrebbe seguire una distribuzione giusta.
6)    La liberazione dei prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane è una richiesta inammissibile perché queste persone non sono incarcerate per motivi politici ma per reati comuni. Se poi i palestinesi li reputano eroi perché hanno ammazzato dei civili israeliani, non possono pretendere che gli israeliani condividano questo punto di vista.
Una nota finale  riguarda il fatto che i palestinesi non parlino affatto delle condizioni militari di un eventuale accordo. Gli israeliani infatti non potranno mai e in nessun caso permettere una totale indipendenza bellica del nuovo Stato. Non concederanno mai ai palestinesi la possibilità di detenere armi pesanti o di accettare eserciti stranieri sul loro territorio: sono stati attaccati troppe volte. Dunque è strano che i palestinesi – che pure non dimostrano buon senso negli altri campi - non si lamentino del fatto che si discute solo di una larga autonomia, non di una vera indipendenza. La Palestina non sarebbe un vero Stato sovrano.
I palestinesi e la comunità internazionale si ostinano a chiudere gli occhi su una semplice realtà: contro Israele gli arabi hanno perso tutte le guerre che essi stessi hanno voluto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2010
POLITICA
25 marzo 2010
I PALESTINESI DANNEGGIATI DAGLI AMICI
C’è un aneddoto che spiega perfettamente perché il problema dei palestinesi è insolubile e perché i loro amici arabi non collaborano a risolverlo.
Giacomo soffriva di una brutta malattia. Prima camminava appoggiandosi alle sedie e ai mobili, poi comprò un bastone, infine si rese conto che dipendeva dalla moglie per ogni cosa e cominciò a piangere in segreto. Tutti gli amici lo incoraggiavano con belle parole, come ignorando la gravità del caso, finché un giorno venne a trovarlo Guido, un suo amico d’infanzia, che gli disse: “Sei praticamente paralitico. Devi comprarti una sedia a rotelle. Meglio se elettrica”.
La sua brutalità raggelò tutti ma Giacomo presto si rese conto che il consiglio migliore era proprio quello, mentre edulcorare la realtà rendeva la sua vita un disastro. Comprò dunque la sedia a rotelle e scoprì di avere ricuperato la libertà: non solo poteva girare per casa, ma anche andare a leggere in giardino, andare a prendere gli occhiali se li aveva per caso dimenticati, e perfino andare a comprare il giornale all’angolo della strada. Ammettere che non si può guarire di una malattia nel modo desiderato è l’unico modo per diminuirne gli effetti negativi.
In Palestina bisognerebbe riconoscere alcuni dati. Israele esiste ed è imbattibile militarmente. Si deve dunque accettare che ha il diritto di annettersi tutto ciò che vuole: e dal momento che vuole Gerusalemme, il Golàn solo per motivi militari e poco altro, tanto vale darglieli, ringraziando il Cielo che non sia più avida. Dato il grave stato di indigenza della Cisgiordania, bisognerebbe trarre vantaggio dalla vicinanza di un Paese sviluppato, dalla sua tecnologia e dalle occasioni di lavoro che può offrire. Sarebbe come andare a comprare la sedia a rotelle, ma è sempre meglio della paralisi.
Viceversa che cosa fanno gli amici musulmani? Incoraggiano i palestinesi a chiedere la Luna. Ad esigere  vantaggi che forse nemmeno una loro vittoria avrebbe giustificato. In questo modo li allontanano da una pace che potrebbe condurli a non vivere più di carità, a fruire di una vera indipendenza (armamenti a parte) e ad avere piena dignità nella società internazionale. Anche l’Europa e gli Stati Uniti, traboccanti di bontà, li spingono ad atteggiamenti irrealistici, perfino riguardo alla politica abitativa della capitale israeliana: il risultato è che la pace non c’è stata per sessantadue anni e non ci sarà nel prevedibile futuro. La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Tempo fa Edward N.Luttwak espose una verità agghiacciante, del tutto contraria alla political correctness. Nell’antichità i conflitti etnici giungevano alla pace definitiva in due modi: o un gruppo ammazzava tutti i membri dell’altro, oppure uno dei due gruppi per sfuggire al massacro andava via. Se invece si impone una tregua, i contendenti sono ancora sul campo, rimangono pronti a riprendere le armi e non si ha mai pace. Naturalmente nessuno auspica che questa sia oggi la soluzione per i Balcani, per l’Africa o per la Palestina. Ma è vero che la pace è figlia della vittoria, non della tregua. Che ci sia un vincitore indiscutibile è l’unico modo perché la guerra cessi.
Questo doloroso riconoscimento può avvenire in due modi. O chi perde subisce un tale catastrofico disastro che non può negarlo nessuno: è il caso della Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e non della Prima (infatti solo stavolta l’Europa ha ottenuto sessantacinque anni di pace). Oppure il perdente ha il buon senso di non aspettare il verificarsi di quella tragedia, per prendere atto della realtà: e si arrende veramente. È il caso di tante guerre del passato e del Giappone dopo Nagasaki.
I palestinesi hanno avuto a che fare con un vincitore mite e sono stati spinti da consiglieri dementi a non riconoscerlo. Anzi a sfidarlo: ed è così che hanno perso ogni speranza di pace.
Non si può che ripeterlo: la strada dell’inferno è lastricata di ipocrisia e di retorica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 marzo 2010

POLITICA
18 marzo 2010
LA SPADA DI BRENNO A GERUSALEMME

I Galli avevano ridotto Roma alla fame e si era arrivati ad un negoziato: i barbari avrebbero interrotto l’assedio se adeguatamente compensati in oro. Al momento della pesatura i romani protestarono perché le bilance erano truccate e Brenno, il capo dei Galli, gettò fra i pesi la sua spada gridando: “Vae victis!”, (guai ai vinti!). Intervenne allora Quinto Furio Camillo il quale a sua volta gridò una frase rimasta famosa: “Col ferro, non con l’oro si riscatta Roma!”
L’episodio si presta a discutere il problema palestinese.
In guerra la vittoria dà diritto di vita e di morte sui vinti. Nell’antichità questi potevano considerarsi fortunati se erano venduti come schiavi: l’alternativa poteva infatti essere peggiore. Come spiega con grande buon senso Tucidide, i vincitori spesso si mostravano molto più moderati per impedire che in altre occasioni i difensori preferissero la morte alla sconfitta, rendendo la vittoria molto più difficile. Rimane comunque vero che la moderazione era il risultato non di qualche diritto dei vinti, ma di qualche calcolo dei vincitori. Brenno aveva ragione, dal punto di vista bellico, quando gettava la sua spada fra i pesi della bilancia: affermava infatti il proprio diritto a barare ed eventualmente a prendere non solo l’oro pattuito ma tutto l’oro di Roma.
La situazione conflittuale fra israeliani e palestinesi non è arrivata ad una conclusione pacifica, oltre quarant’anni dopo il 1967, perché si è un po’ smarrito il senso della realtà. Partiamo dunque dalla mentalità antica e allineiamo delle ipotesi.
Gli israeliani vincitori avrebbero potuto uccidere tutti i palestinesi e appropriarsi l’intera Palestina. L’ipotesi è orribile ma è certamente ciò che Hitler avrebbe fatto se ci fosse stata una piccola nazione interamente popolata da ebrei.
Gli israeliani avrebbero potuto annettersi l’intera Palestina, dando agli autoctoni la scelta fra la fuga e il rischio di essere depredati o uccisi. Anche questa ipotesi è orribile, ma è ciò che si è avuto con la successione delle invasioni barbariche.
Gli israeliani avrebbero potuto annettersi l’intera Palestina ed offrire ai palestinesi uno status di iloti. È quello che è sostanzialmente avvenuto col colonialismo. Probabilmente, dal punto di vista economico, i palestinesi avrebbero fatto un affare, ma dal punto di vista politico sarebbe stata una soluzione insostenibile.
In realtà gli israeliani hanno occupato la Cisgiordania esclusivamente per fini di difesa militare. Hanno voluto e vogliono impedire che da quei territori partano nuovi attacchi verso il loro Paese. Per il resto, vorrebbero avere accanto un Paese pacifico – che si chiami Giordania o Palestina – limitato da stringenti regole di neutralità.
Essi hanno ripetutamente offerto ai palestinesi il ritiro delle proprie truppe (del resto già effettuato a Gaza) e il riconoscimento di uno Stato palestinese neutrale. Hanno offerto pace e chiesto pace. I palestinesi, viceversa, richiedono: concessioni territoriali; Gerusalemme come loro capitale; il ritorno dei profughi (volontari, e che fossero volontari lo provano i molti palestinesi rimasti) non nel territorio del nuovo Stato palestinese, ma nella stessa Israele. E forse altro ancora.
Brenno e Camillo sarebbero profondamente stupiti. Chi potrebbe gettare la spada sulla bilancia sono gli israeliani e chi invece fa richieste esose è il vinto. I  palestinesi non hanno un Furio Camillo capace di battere gli israeliani in guerra e tuttavia sono altezzosi come Brenno.
L’assurdità di tutto questo non appare però agli occhi di tutti. Infatti l’amministrazione Obama è ai ferri corti con il governo di Netanyahu perché è stata decisa la costruzione di 1.600 alloggi in uno dei dintorni di Gerusalemme, Ramat Shlomo, che fa parte del territorio annesso dal 1967. I palestinesi sognano debba fare parte della loro capitale e gli americani sostengono il punto di vista del vinto che vuole imporre al vincitore regole riguardo all’uso di una parte del suo territorio. Non solo Brenno deve pesare l’oro con bilance perfette, ma deve anche regalare al vinto quella parte che costui preferisce. Per chi ricorda un po’ di storia c’è di che rimanere stupiti.
Se poi qualcuno pensa che queste lezioni tratte dall’antichità non si adattino alla realtà contemporanea, perché saremmo più civili e più buoni, è bene ricordare che in tutta l’antichità non si è avuto uno sterminio comparabile, per metodicità e numero di vittime, alla Shoah. Francamente, noi moderni non siamo in grado di dare lezioni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 marzo 2010

POLITICA
28 gennaio 2010
FASSINO IL RAPPORTEUR
Sulla “Stampa” Piero Fassino - definito “Rapporteur sul Medio Oriente per il Consiglio d’Europa” (i giornali non dispongono di un dizionario per tradurre rapporteur con “relatore”) sostiene che bisognerebbe riavviare i negoziati di pace in Palestina. Egli riassume i punti in discussione (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6896&ID_sezione=&sezione=) e si nota subito che non ci sono contropartite per gli israeliani: si tratta solo di richieste dei palestinesi. Essi vorrebbero Gerusalemme capitale, il blocco totale degli insediamenti e di nuove colonie e il riconoscimento del diritto al ritorno dei rifugiati. Al contrario rifiutano il controllo israeliano dei confini e dello spazio aereo del futuro Stato. Per questa sorveglianza preferirebbero “una forza multinazionale di pace”.
Si dimentica innanzi tutto che questi colloqui di pace dovrebbero concludere una guerra, quella del 1967, che è stata vinta da Israele, non dai palestinesi. Dunque sarebbe naturale che il vincitore ponesse condizioni al vinto, non il contrario. Ma qui siamo nel Vicino Oriente e la logica funziona in un altro modo.
Per quanto riguarda Gerusalemme, gli israeliani l’hanno conquistata con la forza ed è normale che se la tengano come loro esclusiva capitale: fra l’altro, mentre oggi gli arabi possono andare a pregare nella grande moschea, finché la città è stata giordana agli ebrei è stato vietato l’accesso. Dunque gli israeliani concedono ai palestinesi più di quanto i palestinesi non abbiano a suo tempo concesso agli israeliani.
Per quanto riguarda i rifugiati (dai fratelli arabi mantenuti artificialmente in questa condizione per oltre quarant’anni) in primo luogo gli adulti di allora sono per la maggior parte morti; in secondo luogo, dopo tanto tempo sarebbe stato normale che si “accasassero” dovunque siano andati, come hanno fatto tutti i rifugiati del mondo. Per esempio i milioni di tedeschi dell’Est. Infine si può chiedere: perché mai i rifugiati dovrebbero tornare in Israele se già non tornano in Cisgiordania e a Gaza?
In realtà, come ricorda lo stesso Fassino, un ritorno in massa è assurdo. Non solo si tratterebbe di ospiti tutt’altro che graditi – basti ricordare che re Hussein di  Giordania li scacciò a cannonate – ma quei rifugiati rappresenterebbero circa un terzo della popolazione israeliana attuale. Sarebbe come chiedere all’Italia, dall’oggi al domani, di ospitare venti milioni di nuovi cittadini che odiano l’Italia.
Interessante è la richiesta di una “forza multinazionale di pace” per la sorveglianza dei confini e dello spazio aereo del nuovo Stato, dimenticando che nel 1967 tra Israele ed Egitto c’era una forza multinazionale di pace. Poi Nasser, per attaccare Israele senza testimoni, ne chiese il ritiro e prontamente l’ottenne. È strano che, in queste condizioni, Israele non si fidi dell’Onu?
Fassino parla pure della “necessità di riaprire i valichi di accesso” per consentire l’arrivo degli aiuti umanitari. E la domanda ovvia è: perché mai dovrebbe aprire i valichi Israele, sapendo che da quei valichi, in passato, sono arrivati terroristi e kamikaze, e non dovrebbe aprirli l’Egitto, che ha un confine in comune con Gaza? E poi, se i musulmani tengono tanto alla loro inimicizia con Israele, come mai poi desiderano stabilire contatti con loro?
Israele è stata ridotta a non avere nessun interesse alla pace. Costretta dagli Arabi, è arrivata ad assicurare da sé la propria sicurezza: con la recinzione, con la chiusura dei valichi, con ossessivi controlli alle frontiere. Un tempo i palestinesi potevano offrire la pace, oggi Israele la pace se l’è costruita da sé. Ha perfino ottenuto la fine del lancio di razzi partiti da Gaza e, ancora una volta, come? Non invocando il diritto, cui nessuno dà retta, da quelle parti; e neppure attraverso le preghiere, che non hanno avuto alcun esito: solo infliggendo a Gaza una dura punizione materiale e la morte di milletrecento persone. A questo punto la richiesta è divenuta comprensibile. È ragionevole fidarsi di impegni giuridici, avendo a che fare con gente del genere?
Due ultime note. Dice Fassino che “le posizioni islamiche radicali fanno dell’irrisolto conflitto israelo-palestinese una bandiera per la loro azione destabilizzante” e che una pace in quella regione la farebbe venir meno. A parte il fatto che lo statuto di Hamas indica, come soluzione del problema non la pace ma l’eliminazione dello Stato d’Israele, è così difficile farsi una bandiera nuova, quando si ha voglia di attaccare?
A Ramallah, a proposito della possibile pace, dei maggiorenti hanno detto al nostro uomo politico che «il ponte è traballante, ma non ce n’è un altro per attraversare il fiume». Giusto. Solo che i palestinesi in sessant’anni quel fiume non hanno mai voluto attraversarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010
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