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POLITICA
10 settembre 2014
CHI HA VINTO A GAZA
Alla fine di alcuni conflitti, non ci sono dubbi su chi abbia vinto e chi abbia perso: dopo la Terza Guerra Punica, di Cartagine non rimase pietra su pietra. Viceversa già Tucidide annotava, durante la guerra del Peloponneso, che dopo molte battaglie ambedue gli eserciti innalzavano il trofeo, cioè celebravano la vittoria. Nell'epoca moderna, soprattutto per la mitezza del vincitore, qualche dubbio è stato consentito per l'esito dell'intera guerra: da ciò nacque il revanscismo tedesco negli Anni Trenta, la Germania essendo rimasta intatta. L'Italia, addirittura, ha arditamente proclamato d'avere vinto la Seconda Guerra Mondiale. Agli anglo-americani si è arresa, all'evidenza no.
Nel caso dei vari conflitti arabo-israeliani, il problema è costituito dal fatto che i palestinesi reputano di avere vinto se sono morti cento dei loro e due israeliani. I capi di Hamas sono arrivati a sentirsi degli eroi vincenti perché disposti a far morire la popolazione civile pur di continuare a sparare razzi contro Israele. Con una simile bilancia nessuna pesata è affidabile e bisogna basarsi soltanto sui fatti. 
Il primo dato importante è che, da molti giorni a questa parte, i giornali non parlano mai di Gaza. Significa che da essa non è partito neppure un razzo verso Israele. È molto importante che la tregua sia rispettata, soprattutto se si pensa che un'altra tregua è stata prima accettata e poi violata da Hamas. Dunque Hamas non aveva molta voglia di deporre le armi: per settimane ha voluto dimostrare l'assurdo orgoglio di attaccare Israele nel momento stesso in cui faceva subire il peso di una severa punizione alla popolazione inerme ed innocente. Bisogna dunque capire che cosa è cambiato.
Israele si è resa conto che la precedente rappresaglia (Piombo Fuso, 2008-2009), determinata anch'essa dall'insistenza con cui da Gaza partivano razzi contro Israele, non ha impedito la ripresa di quei lanci. Dunque probabilmente stavolta non ha voluto una semplice replica: ha avuto l'intenzione d'impartire una lezione indimenticabile. I media occidentali, proni alla propaganda palestinese, hanno continuato a parlare di bambini morti (dimenticando le rampe dei razzi montate sui condomini) ed hanno ignorato che le estese distruzioni operate dagli israeliani devono essere state veramente impressionanti. Per quanto la popolazione non sia libera di esprimere la propria opinione, la stessa Hamas deve essersi resa conto che la misura era colma. Infatti alle celebrazioni per la "vittoria", se veramente Gaza fosse stata lieta dell'esito del conflitto, la folla sarebbe stata oceanica, mentre alla sfilata sono stati quattro gatti in servizio comandato.
Il secondo dato evidente è che, se Hamas ha accettato la tregua anche senza aver ottenuto nulla di ciò che aveva posto come condizione, è stato perché costretta. La sua sconfitta, evidente, è stata determinata dall'aver perso per strada molti amici. L'Egitto - che con Morsi  sembrava il suo protettore ed il suo entroterra naturale - con al-Sisi è divenuto nettamente ostile. Hamas infatti è un pericolo per ogni stato laico e minacciato dal terrorismo. Per trovare finanziatori, Gaza deve rivolgersi ad amici lontani (il Qatar, in particolare) e per armi all'Iran. Col problema, se l'Egitto non chiude un occhio, di come farle arrivare a Gaza. Tutto è divenuto più difficile.
È stata pure sfavorevole a Gaza la pessima pubblicità che gli integralisti musulmani fanatici le hanno fatto nel nord della Siria e in Iraq. Quello stesso Iran che, pur essendo sciita, era disposto ad aiutare i fanatici sunniti di Gaza quando "lottavano" contro Israele, nel momento in cui essi sono naturalmente alleati o simpatizzanti dell'Isis, sente che il suo primo dovere è quello di fermare l'estremismo sunnita. 
Spingendo Israele alla reazione, Gaza ha ottenuto soltanto migliaia di morti ed ingenti distruzioni che chissà quando potrà riparare. Ha dovuto rinunciare alle condizioni che poneva per accettare la tregua, perché ciò le ha imposto l'Egitto. Ha infine perduto il "diritto" di sparare razzi contro Israele, e dunque attualmente si può stabilire, con ragionevole certezza, che questo round è andato a Gerusalemme.
Del futuro non si può dir nulla. Se il prosieguo dei negoziati sotterranei condurrà ad una sostanziale smilitarizzazione della Striscia ed anche ad una sua apertura al resto del mondo, si sarà raggiunta la pace. Con grande vantaggio dei palestinesi. Se invece, fra qualche tempo, riprenderà il lancio di razzi verso Israele, tutto dipenderà dalla reazione di Gerusalemme. Se sopporterà pazientemente, come ha fatto in passato, potremmo esser ripartiti per un altro giro. Se invece rispondesse pesantemente e subito, il gioco passerebbe in mano ad Hamas, che dovrebbe scegliere se continuare, malgrado le morti e le distruzioni, o tenere al guinzaglio gli innamorati dei razzi che sognano di assassinare civili.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
9 settembre 2014


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POLITICA
20 agosto 2014
SPIEGARE GAZA
Qualcuno ha detto che "tutti hanno diritto al loro quarto d'ora di celebrità". Personalmente aspetto ancora il mio, ma l'ha certo avuto il deputato Di Battista, del M5S, quando ha affermato che con i terroristi si può/si deve dialogare. Sempre che non interrompano la vostra prima frase tagliandovi la gola. In realtà, tentare di dialogare con i fanatici (al massimo, per telefono) è azzardato, ma tentare di capirli - non di giustificarli - può essere utile. E analogo sforzo si può tentare riguardo al comportamento dei palestinesi che, dal 1948, sono soltanto riusciti a rendere ogni giorno più penosa la loro situazione. 
Allora gli abitanti della Cisgiordania (la Palestina è un'espressione geografica) avrebbero potuto avere uno Stato e l'hanno rifiutato pur di non "concederlo" anche agli ebrei. Avrebbero potuto lavorare come frontalieri  nelle loro imprese, con notevole sollievo per la propria economia, ma hanno finito col farsi identificare più come terroristi che come possibili operai. Avrebbero almeno potuto non attaccare Israele, ma hanno tentato in ogni modo di farlo, fino ad esserne separati da una recinzione impenetrabile e - nel caso di Gaza - fino a vivere in un territorio chiuso da ogni lato come una prigione. Eppure, invece di rassegnarsi ad un'evidente sconfitta, da Gaza hanno sparato tanti razzi, contro Israele, da innescare due devastanti reazioni (nel 2008-2009 e oggi). Non hanno seriamente danneggiato gli israeliani, ma hanno gravissimamente danneggiato sé stessi. Ogni aggravamento delle iniziative ostili si è infatti risolto in una loro maggiore sofferenza. Ciò tuttavia non li ha indotti a cambiare linea. Ecco il mistero che sarebbe bello chiarire.
Mi scrive una gentile amica: "Ho vissuto per un anno in Cisgiordania lavorando per i palestinesi, ho molto apprezzato le loro grandi qualità (onestà e solerzia) ma mi ha sempre stupito la loro straordinaria capacità di farsi del male. Ero là quando l'Iraq ha invaso il Kuweit e loro, che ricevevano da quel paese degli aiuti straordinari, hanno tifato per Saddam che aveva sparato dei razzi su Israele. Dall'oggi all'indomani i kuweitiani hanno smesso di sostenerli".
Secondo l'insegnamento di Socrate, nessuno sbaglia volendo sbagliare. Dunque bisognerà cercare una spiegazione che, soggettivamente, ponga i palestinesi dal lato della ragione. I soldati della Prima Guerra Mondiale, che si tagliavano un dito per dire che non potevano più sparare, volevano soltanto non morire in battaglia. Dunque, anche ad ammettere che i palestinesi si comportino in modo oggettivamente autolesionistico, bisogna cercare una spiegazione corrispondente alla ricerca di una utilità.
I palestinesi - soprattutto quelli di Gaza - sopravvivono grazie ai generosi finanziamenti di Stati come il Qatar e, in passato, del Kuwait. Se hanno potuto applaudire Saddam Hussein e manifestare la più totale indifferenza nei confronti del loro benefattore Kuwait aggredito e invaso, è perché reputavano che Israele li danneggiasse più di quanto il Kuwait non li aiutasse. A fronte di questa "verità" fondamentale, che ciò non fosse vero, che avessero bisogno della carità dei kuwaitiani, non contava.
I palestinesi sono poveri, incolti, e oggetto di una martellante propaganda che finisce con l'ingenerare una sorta di paranoia collettiva. Gli si ripete da mane a sera che tutti i loro guai sono causati dagli ebrei. Che questi siano assenti, che se ne stiano volentieri a casa loro, che chiedano soltanto di essere lasciati in pace, che siano militarmente infinitamente più forti, pur essendo un'evidente realtà, non conta. Il massimo bisogno è quello d'avere una spiegazione per il proprio disagio. La possibilità di dare a qualcuno la colpa di tutto. La speranza di risolvere un giorno, d'un sol colpo, tutte le proprie difficoltà, eliminando fisicamente l'odiato nemico. Il Kuwait forniva soldi, l'odio degli ebrei una speranza di riscatto.
Per chiudere a questo punto gli occhi sulla realtà, è necessaria una sconfinata ignoranza accoppiata alla risoluta intenzione di credere non ciò che è evidente ma ciò che è consolante. L'antico meccanismo del capro espiatorio, cioè il rigetto delle proprie colpe su altri, accoppiato con un antisemitismo divenuto il loro stesso sangue, fa sì che i palestinesi si rifiutino di ragionare. Anche quando, a causa di queste idee, si procurano dei guai, di essi dànno la colpa ad Israele: coloro che hanno provocato l'attuale tragedia di Gaza non sono i criminali che hanno sparato centinaia di razzi sperando di fare dei morti nella popolazione civile di Israele, sono gli israeliani che, cercando di farli smettere, hanno attuato una violenta rappresaglia. Come se si potesse sostenere che il torto della violenza è di chi si difende e non di chi della violenza ha preso l'iniziativa. Israele serve egregiamente a spiegare tutti i mali del mondo e tanto basta. Le parole e i fatti urtano contro qualcosa che è più forte di loro: la Fede.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
20 agosto 2014

PER GLI EVENTUALI COMPETENTI IN LINUX
Provo ad installare Ubuntu, non scelgo "Installa Ubuntu" nella versione che cancellerebbe Windows 7, scelgo "altro". Ci sono le varie opzioni: Dimensione , utilizzo ecc. Ma soprattutto: "punto di mount": qual è? /boot? /home/? Un altro?
Quando mi SI chiede se formattare, devo dire sì o no?
Cliccando su Nuova Tabella Partizioni per alcune delle soluzioni sopraddette, (in particolare spazio libero), a sinistra si attivano il + e il - (Change). Si ottiene la finestra "Crea partizione". Quale scegliere? Dimensione 105, per esempio? Partizione primaria o partizione logica? Inizio? Fine? Punto di mount? Formattare sì o no?
Fino ad ora tutti i tentativi, con le varie combinazioni, dànno sempre il risultato della scritta: “Non è stato definito alcun file system di root. Correggere questo problema dal menù di partizionamento”. 
Qualcuno può aiutarmi indicandomi il percorso da seguire, fra tutte queste opzioni?
Ringrazio anticipatamente. 
Gradirei mi si rispondesse al mio indirizzo privato giannipardo@libero.it


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politica estera
26 luglio 2014
IL SENSO DEL CESSATE IL FUOCO A GAZA
È difficile dare una precisa denominazione all’azione di Israele a Gaza. Poiché però da molte parti si invoca un cessate il fuoco, e il cessate il fuoco si applica alle guerre, usiamo per questa azione le categorie valide per i conflitti armati. 
La guerra ha lo scopo di convincere l’avversario a dare, fare, permettere qualcosa. Insomma piegare la sua volontà. Naturalmente, se l’aggredito è tanto forte da battere l’aggressore, non soltanto non si piegherà, ma potrà richiedere a sua volta qualcosa, a cominciare dal risarcimento dei danni. 
Il cessate il fuoco si ha quando i contendenti reputano di non potere ottenere di più dalla prosecuzione del conflitto. E infatti le condizioni dell’accordo - preludio della pace - sono determinate dalla situazione del momento. Se colui che è sul punto di perdere è ancora in grado di infliggere danni e lutti al futuro vincitore, ambedue i belligeranti possono riconoscere la convenienza di raggiungere un accordo: il vincitore si risparmia qualche perdita ed ottiene ciò cui teneva di più. Il vinto non vede il proprio territorio devastato o il proprio popolo massacrato, ed è meglio di niente. Se invece il vinto non è più assolutamente in grado di arrecare danni, il vincitore può pretendere la resa incondizionata: come gli Alleati con l’Italia e la Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale. 
Per quanto riguarda il dato morale, cioè la determinazione di chi sia l’aggressore e di chi sia l’aggredito, è questione senza importanza. Sia perché gli interessati sostengono sempre la tesi che loro conviene, sia perché, in guerra, ha sempre ragione il vincitore.
Da terzi disinteressati possiamo dire che, anche se le operazioni militari di terra sono state cominciate da Israele, è Gaza che, col lancio di razzi verso la popolazione civile, aveva già ripetutamente compiuto atti di guerra. Gerusalemme agisce in condizioni di legittima difesa e tuttavia si è disturbati vedendo un esercito muovere contro un Paese che sin dal principio è nelle condizioni di una resa incondizionata. Gaza è totalmente incapace di combattere ed è razionalmente inconcepibile che osi provocare chi potrebbe radere al suolo tutte le sue città. 
Se qualcuno reputa che l’idea di bombardare le città, fino a raderle al suolo, sia “barbaro e assurdo”, è bene che si ricordi che è ciò che hanno fatto Inglesi e Americani  in città come Dresda, Hannover, Amburgo. Israele avrebbe potuto far cadere migliaia di missili e di bombe su Gaza City, senza mostrarsi più barbara del governo di Sua Maestà Britannica. Sarebbe stato un modo piuttosto convincente di chiedere di smetterla con i razzi. Israele ha invece optato per un’azione di terra per quanto possibile selettiva e mirata e le vengono rimproverate le sbavature, da chi non nota quanto più civile essa sia rispetto agli Alleati.
Gaza è costretta in  qualunque momento alla resa incondizionata e dunque il cessate il fuoco non può essere frutto di un negoziato. Hamas non ha nulla da offrire. Può soltanto promettere di non attaccare più Israele ma è difficile che Gerusalemme creda alla sua parola. Il cessate il fuoco Israele lo negozierà soltanto con sé stessa, ed esso dipenderà dunque dal riconoscimento di avere raggiunto i propri scopi, oppure dalla constatazione dell’impossibilità di raggiungerli. 
Appare dunque fantastico che Hamas avanzi delle richieste come la liberazione dei prigionieri, l’ampliamento della zona di pesca nel Mediterraneo, o perfino il risarcimento dei danni: queste sono le condizioni di un vincitore, non di un vinto. 
La vicenda fa toccare con mano l’assurdità dell’epoca contemporanea. Hamas fino ad ora ha dimostrato di non avere nessuna considerazione della vita del suo popolo, e valuta i quasi mille morti avuti fino ad ora il prezzo da pagare per una pubblicità positiva. E tuttavia rimarrebbe ancora indifferente se quel numero salisse a diecimila, centomila, un milione di persone? Israele ha la possibilità di provocarlo, quel massacro: che poi è lo stesso massacro di cui Gaza la minaccia. Con quale coraggio Hamas conta tanto sull’opinione pubblica buonista e antisemita, quando si è sempre visto che tutti aiutano i palestinesi a parole, al massimo col denaro, ma non possono farlo militarmente? Se essi potessero vincere posando a vittime, avrebbero vinto da mezzo secolo.
Gli innumerevoli incontri, i fiumi di parole e le frenetiche proposte di negoziati non sono da prendere in considerazione. Israele sta distruggendo ciò che può distruggere dei mezzi per aggredirla, sta dando una sonora batosta a Gaza, a futura memoria, e sta spiegando alla popolazione civile quanto costa sostenere Hamas e cercare di ammazzare degli israeliani innocenti. 
Il resto è bla bla dei giornali.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
25 luglio 2014 


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politica estera
20 luglio 2014
GAZA NELLA STORIA E NELLA GEOGRAFIA
La Striscia di Gaza è al centro dell’attenzione e delle cronache, ma non molti studiano la carta geografica per avere un’idea di che cosa si stia in concreto parlando.
Si parla di Striscia perché questo territorio  ha una forma molto vagamente rettangolare, dall’andamento sud-ovest nord-est, con i due lati lunghi costituiti ad ovest dal Mediterraneo e ad est dal territorio desertico di Israele. Siamo infatti nei pressi del Negev. La frontiera nord con Israele (uno dei due lati corti del rettangolo) è lunga appena dieci chilometri, quella sud, con l’Egitto, circa tredici. Insomma si tratta di un territorio che nel punto più stretto non arriva a sette chilometri e la cui massima lunghezza corrisponde a quella tra Messina e Taormina. Un’entità geograficamente trascurabile.
La popolazione è di 1.650.000 abitanti, 4.600 per chilometro quadrato. Si tenga presente che la densità di Gaza è ventitré volte più grande di quella dell’Italia (circa duecento abitanti per chilometro quadrato) che certo non è un Paese desertico. E purtroppo le risorse naturali di Gaza sono lungi dall’essere migliori di quelle di cui disponiamo noi. Si comprende dunque la necessità, per sopravvivere, di finanziamenti esteri, per esempio del Qatar.
Politicamente il territorio è stato a lungo sottoposto all’autorità ottomana. Poi, dopo la Prima Guerra Mondiale, agli inglesi, e dal 1948 al 1967 all’Egitto, il quale tuttavia non ha mai concesso la nazionalità egiziana agli abitanti. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, il Cairo ha addirittura rifiutato di riprendere l’amministrazione di Gaza, che è così entrata a far parte dei Territori Occupati da Israele. Ma anche Gerusalemme, nel 1994, ha sgombrato la Striscia, forse come gesto di buona volontà, più probabilmente per non farsi carico della difficile amministrazione di quel formicaio, cui tuttavia ancora fornisce – salvo errori – acqua ed elettricità.
Va tuttavia riconosciuto che, pur concedendo alla Striscia di amministrarsi da sola, Israele ha mantenuto alcuni presidi a sua difesa. Controlla strettamente l’accesso al mare, lo spazio aereo e, naturalmente, i valichi terrestri. Anche il valico di Rafah, con l’Egitto, è strettamente sorvegliato ed è stato spesso addirittura chiuso. La Striscia è stata infatti occasionalmente il punto di partenza di fanatici islamisti, collegati fra l’altro con la “Fratellanza Musulmana” egiziana. Il risultato è stato che commercianti e terroristi si sono specializzati nello scavo di tunnel per comunicare con l’esterno, gli uni per far passare le merci, gli altri per ricevere armi leggere. 
Fra i problemi di Gaza c’è anche quello militare. Nel 1967 Israele batté militarmente, in sei giorni, una coalizione che comprendeva quasi tutti gli Stati musulmani della zona, dall’Egitto a Sud alla Siria a nord, alla confinante Giordania. I non combattenti, per esempio l’Arabia Saudita, sostenevano la guerra economicamente. Nel Settantatré la guerra riprese, durò un po’ più a lungo, ma mentre da prima Israele, sorpresa, vacillò, dopo poco tempo una sua task force (comandata da Arien Sharon) era a pochi chilometri dal Cairo e un intero corpo d’armata egiziano era tagliato fuori dal resto dell’Egitto, nel Sinai, e rischiava di morire di fame e di sete. L’Egitto di Anwar el Sadat, dopo una serie di costose batoste (nel 1948, nel 1956, nel 1967 e nel 1973) si decise a fare la pace con Gerusalemme. E la posizione non è mai più stata cambiata, né con Mubarak e neppure con Morsi, perché imposta dai fatti.
Tutto ciò significa che Israele, benché su un territorio minuscolo (ma grande in rapporto a Gaza), è un gigante militare. Non solo tutti i suoi cittadini - donne incluse - sono bene addestrati durante tre anni di servizio militare, ma la sua tecnologia è di alto livello (basti vedere l’efficacia del suo Iron Dome, che ha tagliato le unghie ai missili di Gaza) e, anche se ufficialmente lo nega, possiede l’arma nucleare.
Tutto ciò posto, che senso ha che Hamas pretenda il diritto di far piovere su Israele dei razzi, nella speranza di fare vittime civili? Basterebbe che Israele facesse piovere su Gaza lo stesso genere di missili che Iron Dome distrugge per fare centinaia e centinaia di vittime civili. Anche perché, date le dimensioni dell’obiettivo, e data la densità di popolazione della Striscia, sarebbe come sparare agli uccelli in una voliera.
Naturalmente né la storia, né la geografia, né il bilancio militare, né i motivi di umanità convinceranno chi deve per forza dare torto ad Israele dell’assurdità militare e civile del comportamento di Hamas. I critici dunque si accomodino. L’antisemitismo è eterno come la stupidità.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
20 luglio 2014

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politica estera
28 maggio 2011
I PALESTINESI E IL DIRITTO ALLA REAZIONE DEL PIU' DEBOLE
La completa libertà di parola che si suppone (a torto) sia consentita sui blog, permette ogni sorta di sciocchezza, di ingiuria, di assurdità. Quando però una tesi è sostenuta in buon italiano da persone garbate e ragionevoli, è bene prenderla in considerazione.
Un lettore sosteneva che i palestinesi, dal momento che reputano di avere subito una grave ingiustizia da parte di Israele, hanno diritto agli atti di violenza. Mentre Israele, essendo in torto, non ha il diritto di difendersi.
Diceva in particolare: se su Trieste piovessero missili lanciati dalla Slovenia o dalla Croazia, l’Italia avrebbe tutto il diritto di andare ad impartire una severa lezione a quegli Stati, “perché l’Italia non ha fatto nessun torto né alla Slovenia né alla Croazia”. Mentre il caso dei palestinesi è diverso.
Il ragionamento è per parecchi versi sorprendente.
Il concetto di comportamento negativo, comunque tale da legittimare una reazione, è del tutto opinabile. Nel 1939 la Germania aveva l’intenzione di attaccare la Polonia e sostenne di essere stata attaccata dalla Polonia: sicché la risposta di Hitler, con l’invasione dell’intero Paese, fu un atto di legittima difesa. Sappiamo benissimo che il Führer mentiva, ma come dimostrarlo sul momento? Chi vince decide qual è la verità. Per decenni l’Unione Sovietica ha stabilito che il massacro di Katyn era stato opera dei nazisti (e questo hanno creduto i comunisti locali e stranieri) e il riconoscimento della verità è cosa di un paio d’anni fa. Da un lato si può calunniare la controparte solo per poterla attaccare, dall’altro si può negare un proprio comportamento delittuoso. Il criterio è peggio che opinabile.
Ma ammettiamo che uno Stato Forte tenga un comportamento riprovevole nei confronti di uno Stato Debole: i cittadini di quest’ultimo devono ricorrere alla violenza, al terrorismo, all’aggressione bellica? La risposta è no. Semplicemente perché non è nel loro interesse. Se lo Stato Forte è tanto immorale da infliggere senza motivo sofferenze allo Stato Debole, tanto maggiori ne infliggerà quando sarà giustificato dalla legittima difesa. Fra l’altro, finché non avranno reagito, le vittime potranno sempre invocare il diritto e la morale violati, invece dal momento in cui avranno cominciato a scatenare attentati o comunque a compiere atti di guerra, non avranno diritto a nessuna considerazione. Chiunque dia inizio ad una rissa poi non si può lamentare se le prende.
Un caso esemplare è quello dei missili che per anni sono stati lanciati da Gaza sul territorio di Israele. I palestinesi reputano l’occupazione dei Territori un atto illegittimo, contrario alle risoluzioni dell’Onu ecc. Dimenticano che sono loro che, nel 1948, hanno violato la risoluzione dell’Onu concernente la spartizione della Palestina; dimenticano che allora, come nel 1967, essi hanno dato inizio ad una guerra con l’intenzione di cancellare Israele dalla carta geografica e possibilmente uccidere tutti i suoi abitanti; dimenticano che ci hanno ancora riprovato, con i loro alleati, nel 1973: ma ammettiamo che, soggettivamente, considerino l’occupazione Israeliana un’ingiustizia contro cui sarebbe giusto reagire. L’invio di missili con la speranza di far strage di israeliani innocenti è il mezzo giusto?
Da un lato è giuridicamente e umanamente inammissibile tentare coscientemente di uccidere dei civili colpevoli solo di avere un’altra nazionalità. Dall’altro, lo sparo di razzi sul territorio dello Stato vicino costituisce atto di guerra cui si ha il diritto di reagire con i metodi della guerra. Israele, dopo che per anni si era inutilmente lamentata, ha deciso l’operazione Piombo Fuso, dimostrando all’aggressore che era in grado di farlo pentire. Ed è quello che è successo: ciò che non avevano ottenuto le rimostranze giuridiche ed umane l’hanno ottenuto i carri armati. Gli abitanti di Gaza hanno avuto qualche migliaio di morti e la pioggia di razzi su Israele è cessata. Si è visto che l’unico modo di far cessare la violenza era la controviolenza.
I palestinesi si sono attirati tutti i guai in cui si trovano: un tempo sarebbe bastato che accettassero la partizione dell’Onu del 1947; oggi basterebbe che accettassero la convivenza pacifica con Israele e avrebbero il loro Stato. Gerusalemme infatti non chiede di meglio che dimenticarli. Con le loro aggressioni hanno solo ottenuto di non potere andare a lavorare in Israele e, all’occasione, rappresaglie grandiose come quella di Gaza.
Chi giustifica i palestinesi non li favorisce. Anche accettando il parere del lettore, pure se i palestinesi avessero il “diritto” di reagire contro Israele, è certo che non vi hanno interesse. Nei confronti di uno Stato più forte, né il terrorismo né gli attentati sono una risposta valida. Nessuna guerra è stata mai vinta così ed è possibile che la rappresaglia aggravi le condizioni del vinto invece di migliorarle.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
28 maggio 2011

POLITICA
7 giugno 2010
NEMO ULTRA CREPIDAM
Se il Papa parla di religione cattolica quello che dice non è contestabile: dal 1870, quando parla ex cathedra, è infallibile. Il dogma non si estende certo ad ogni dichiarazione del Papa e tuttavia anche in questo caso è giusto avere rispetto per le sue parole. Bisogna evitare manifestazioni di scetticismo o ancor peggio di sarcasmo: il Papa non si rivolge ai miscredenti e non pretende di essere applaudito da loro.
Tutto cambia se il Papa esprime delle opinioni in campi diversi dalla religione cattolica. Qui le sue opinioni valgono quanto quelle degli altri e, anche a volerle ritenere più autorevoli di quelle di un qualunque intellettuale, rimangono criticabili. Se il Papa dicesse che "non si arriverà mai alla fusione nucleare", gli scienziati sorriderebbero: può darsi che effettivamente non ci si arrivi, ma dire "mai" è antiscientifico.
Le opinioni del Papa non sono rivestite di particolare autorità in campo politico: sia perché non di sua competenza, sia perché le affermazioni dei leader sono influenzate dalla loro posizione nella vita pubblica. Se sulla situazione economica uno di loro si dichiara estremamente pessimista, e un altro estremamente ottimista, può darsi semplicemente che il primo appartenga alla minoranza e il secondo alla maggioranza. Dunque il Papa va capito, se affronta grandissimi problemi da un punto di vista per così dire metafisico, e li risolve con appelli alla Divina Provvidenza o alla buona volontà degli uomini migliori. Se invece prende posizione distinguendo chi ha ragione e chi ha torto, i buoni dai cattivi, le vittime dagli aggressori, allora si perde ogni timore reverenziale e si è autorizzati a dare sulla voce anche ad un illustre vegliardo come Benedetto XVI.
Le parole che oggi si ritrovano su tutti i giornali (1) non sono precisamente del Papa. Sono, per così dire, da lui avallate: si trovano nell'Instrumentum Laboris, il documento elaborato dagli stessi vescovi dell'area (importante, questo) in vista del Sinodo per il Medio Oriente. Eccole:  "Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l'egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l'equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione". C'è da esser lieti che queste frasi non siano state scritte di suo pugno da Ratzinger: contengono infatti goffaggini e falsità degne della propaganda palestinese.
Il conflitto israelo-palestinese è irrisolto da decenni: ma perché dimenticare chi gli ha dato inizio? E a proposito di "non rispetto del diritto internazionale", chi è che ha aggredito lo Stato vicino? Israele - appena nato da una decisione dell'Onu - o giordani, egiziani, ecc., in violazione di quella stessa decisione dell'Onu? E perché dimenticare chi ha avuto l'iniziativa delle guerre successive? Quando il documento accenna ai "diritti umani", di quali diritti sta parlando? Dove sono scritti? E comunque fa parte dei diritti umani inviare attentatori suicidi in un Paese vicino, allo scopo di fare quante più vittime innocenti è possibile? La domanda è interessante perché questo Israele non l'ha mai fatto, mentre i palestinesi l'hanno fatto talmente a lungo da provocare la costruzione di una recinzione intorno ad Israele. E ancora: chi ha imposto alle popolazioni "una violenza che rischia di gettarle nella disperazione"? Se Israele volesse, potrebbe non imporre la disperazione, ai palestinesi, ma la morte. E invece chiede solo di essere lasciata in pace, di non subire attacchi terroristici o guerre di sterminio.
Poi ci sono le affermazioni secondo cui l'occupazione israeliana è «un'ingiustizia politica imposta ai palestinesi», e il conflitto israelo-palestinese è il «focolaio principale» dei vari conflitti mediorientali. Una falsità dopo l'altra. L'occupazione israeliana ha solo lo scopo di evitare che dal territorio ex-giordano partano azioni di guerra contro Israele, come è avvenuto in passato e come Hamas promette di fare in futuro. Non è un'"ingiustizia politica" imposta ai palestinesi, è una "necessità militare" ed anche "un costo economico" imposto ad Israele. Se solo gli arabi lasciassero in pace gli israeliani, questi ultimi non chiederebbero nulla di meglio che di andarsene dai Territori. E invece s'è visto: non appena hanno lasciato Gaza, i palestinesi ne hanno approfittato per sparare razzi contro Israele. E c'è voluta l'operazione Piombo Fuso per farli smettere.
Infine il conflitto israelo-palestinese non è affatto il focolaio dei conflitti medio-orientali: è solo uno sfogo per la frustrazione degli arabi. Il classico "nemico esterno" per indurre a distogliere gli occhi dai problemi locali.
Francamente, Ratzinger è persona troppo intelligente per dire cose del genere. C'è solo da pensare che quelle affermazioni gli servano politicamente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 giugno 2010
(1) http://www.corriere.it/esteri/10_giugno_06/papa-cipro_3943b908-7142-11df-82e2-00144f02aabe.shtml


POLITICA
6 giugno 2010
ALCUNE NOTE SULLA "RACHEL CORRIE"
La firma. Israele espelle oggi (1) coloro che erano sulla "Rachel Corrie": la nave che si dirigeva - violando le leggi israeliane - verso il porto di Gaza. Le autorità hanno richiesto, per questo rilascio, la sottoscrizione di un documento nel quale i diciannove"affermano di rinunciare a qualsiasi azione legale contro il provvedimento (di espulsione)". Per i distratti, con quella firma, pur di lasciare la prigione, essi affermano di rinunciare a qualunque azione legale contro Israele per i maltrattamenti subiti. In realtà, leggendo bene, si capisce che al contrario gli israeliani hanno preso in considerazione il diritto degli interessati di ricorrere contro il provvedimento di espulsione. La procedura, come è naturale, richiederebbe tempo e per conseguenza, se proprio i diciannove desiderano lasciare immediatamente Israele, devono dichiarare esplicitamente, e per iscritto, di rinunciare a quel diritto. Siamo sicuri che tutti coloro che hanno letto quelle righe le abbiano correttamente interpretate?
L'abbordaggio. Stavolta l'intervento dei marinai israeliani si è svolto senza spargimento di sangue. I pacifisti a bordo della nave irlandese non hanno opposto resistenza e questo significa in primo luogo che se anche i turchi della flottiglia avessero fatto altrettanto, non ci sarebbe stato spargimento di sangue. In secondo luogo (se vogliamo pensar male) si può anche credere che stavolta non c'è stata  resistenza perché la precedente esperienza non è stata incoraggiante: uno sparuto manipolo di soldati è stato in grado di difendersi da una folla inferocita (come si è visto nel filmato) infliggendo perdite e non subendone. Dalla battaglia del Ghetto di Varsavia in poi bisogna ricordare che "la caccia all'ebreo non è più gratuita".
Pare che il premier turco Recep Tayyp Erdogan ipotizzi di "partecipare personalmente a una prossima spedizione, non escludendo il coinvolgimento della Marina turca che potrebbe scortare le imbarcazioni durante la navigazione in acque internazionali". Queste parole di Erdogan dimostrano che Israele ha probabilmente commesso un errore, espellendo immediatamente i cosiddetti pacifisti. Avrebbe dovuto trattenerli, "per indagini" e per reati più o meno fantastici, almeno per due o tre mesi: del resto l'innocente soldato Shalit non è forse detenuto da quattro anni, per la sola colpa di essere israeliano? Dopo quella pausa di riflessione  la loro liberazione sarebbe stata accolta con grida di giubilo. Se invece gli "invasori" sono subito espulsi non pagano pegno e il tentativo di violare la sovranità di Israele risulta gratuito. Erdogan personalmente sarebbe disposto a sedere in una cella con altre cinque o sei persone sei o sette settimane, per poi magari essere prosciolto con tante scuse? Israele dovrebbe prendere qualche lezione dai pm italiani.
Quanto al problema delle acque internazionali, effettivamente lo sbarco dagli elicotteri in quel luogo è stato un errore. Ma è un errore a cui è facile mettere rimedio: basta aspettare che le navi entrino nelle acque territoriali per poi addirittura sequestrarle e tenersele, se il loro viaggio è stato autorizzato dalle autorità da cui dipendono. Con questi sistemi - un soggiorno di qualche settimana a girarsi i pollici e il sequestro delle navi - a molti passerebbe la voglia di queste risibili imprese. E il premier Erdogan non farebbe il gradasso.
Infine la minaccia secondo cui le navi dei pacifisti potrebbero essere scortate dalla flotta turca è chiaramente una fanfaronata. Non che la cosa sia tecnicamente impossibile, ma incrociatori e cacciatorpediniere mai e poi mai entrerebbe nelle acque territoriali israeliane: questa sarebbe una dichiarazione di guerra che un paese serio come la Turchia non firmerebbe mai. Non certo per ragioni di pura retorica. Dunque la flotta ha il diritto di accompagnare i pacifisti dove non serve e dovrebbe poi lasciarli soli lì dove potrebbero scontrarsi con i padroni di casa.
La morale è semplice: non bisogna mai renderla troppo comoda, a chi viola le regole, diversamente le violerà ancora e ancora.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 giugno 2010
(1) http://www.corriere.it/esteri/10_giugno_06/israele-espulsione-pacifisti-rachel-corrie_c5df67ce-7140-11df-82e2-00144f02aabe.shtml

SOCIETA'
31 maggio 2010
ABELE ATTACCA CAINO
Un articolo può essere bugiardo sin dalle prime due parole. Il Corriere della Sera (1) dando notizia di un grave fatto di cronaca, avvenuto nella notte fra il 30 e il 31 maggio 2010, così scrive: “Assalto israeliano”. È questa la prima falsità: attacca chi prende l’iniziativa. Qui si tratta – citiamo sempre lo stesso articolo – di “una flottiglia di navi appartenenti ad organizzazioni non governative in rotta verso Gaza nel tentativo di forzare il blocco imposto da Tel Aviv nella zona”. Zona che, sia detto per chiarezza, è costituita dalle acque territoriali sotto il legittimo controllo di Gerusalemme.

Se dunque almeno 19 attivisti filo-palestinesi che erano a bordo sono morti, mentre diversi altri, almeno una trentina, sarebbero rimasti feriti” (sempre che questi numeri siano esatti) questo non è dovuto ad un attacco israeliano, ma ad una difesa israeliana: “forzare il blocco” è attività violenta, che non si attua limitandosi a chiedere permesso.

Secondo l'esercito israeliano i militari di Tel Aviv sarebbero stati oggetto di un attacco da parte di armi da fuoco dalle persone presenti sulle navi”. Ma che questo sia vero o falso non ha nessuna importanza:i marinai israeliani agivano in condizioni di legittima difesa delle loro acque.

Fra l’altro, se si considerano le ragioni della sicurezza, la reazione israeliana è stata del tutto comprensibile. Non si trattava infatti di qualche persona e di qualche barca, ma – secondo l’articolo – di parecchie navi (battenti anche bandiera turca o greca) e di più di 700 passeggeri di 40 nazionalità diverse”: come essere sicuri  che su tutte quelle navi non ci fossero armi e altro materiale proibito, come essere sicuri che fra quelle 700 persone non ci fossero terroristi, esperti di esplosivi, ecc.? I palestinesi sono famosi per avere usato anche autoambulanze, per trasportare armi. E comunque, perché mai gli israeliani dovrebbero correre rischi inutili? Se i palestinesi e le organizzazioni “umanitarie” volevano “consegnare 10mila tonnellate di aiuti umanitari” potevano sbarcarle nel porto di Haifa, e Israele avrebbe certamente provveduto a recapitarle agli interessati. Perché entrare dalla finestra, quando c’è la porta? Fra l’altro è proprio finita che le imbarcazioni sono state costrette a dirigersi verso il porto di Ashdod, israeliano.

Naturalmente non si contano e non si conteranno le proteste e gli alti lai. Israele è uno stato nazista, massacratore, ecc. È tanto perfidamente malvagio che osa persino difendersi. Gli attaccanti in fondo si ripromettevano proprio di ottenere questo: far morire persone per ottenere titoli di giornali. È una vecchia storia.

L'obiettivo della spedizione, salpata giovedì dalla Turchia, era rompere l'assedio a Gaza e introdurre materiale. Le autorità israeliane avevano minacciato di utilizzare la forza se i militanti avessero tentato di avvicinarsi alle coste della Striscia di Gaza”. Anzi, secondo La Stampa (2) l’azione era stata “ripetutamente minacciata”, “fin dall’avvento al potere degli islamico radicali di Hamas, nel 2007. Questo significa che l’obiettivo non era principalmente quello di introdurre materiale ma quello di usare la violenza per far giungere a Gaza oggi (dicono) aiuti, domani che cosa?  Armi come attraverso i tunnel che conducono in Egitto?

Che si abbia ragione o torto, si può imporre qualcosa a chi è meno debole. Ma qui tutta la propria forza consiste nel lamentarsi per essere stati respinti, come espressamente minacciato, e gli attaccanti deliberatamente non hanno tenuto conto dell’avvertimento perché volevano avere delle vittime. Dunque non si dovrebbero meravigliare, se ciò che è stato preannunciato si è regolarmente verificato: Israele ha dovuto fare ciò che aveva promesso, loro hanno ottenuto il loro dividendo di pubblicità.

Ma tutto questo non importa e i media parlano all’unanimità di Israele che attacca. Ora sappiamo perché è morto Abele: perché non ha attaccato Caino.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

31 maggio 2010

(1)http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_31/israele-attacca-flottiglia-ong_adb295f8-6c73-11df-b7b4-00144f02aabe.shtml

(2) http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201005articoli/55501girata.asp


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POLITICA
31 maggio 2010
ABELE ATTACCA CAINO
Un articolo può essere bugiardo sin dalle prime due parole. Il Corriere della Sera (1) dando notizia di un grave fatto di cronaca, avvenuto nella notte fra il 30 e il 31 maggio 2010, così scrive: “Assalto israeliano”. È questa la prima falsità: attacca chi prende l’iniziativa. Qui si tratta – citiamo sempre lo stesso articolo – di “una flottiglia di navi appartenenti ad organizzazioni non governative in rotta verso Gaza nel tentativo di forzare il blocco imposto da Tel Aviv nella zona”. Zona che, sia detto per chiarezza, è costituita dalle acque territoriali sotto il legittimo controllo di Gerusalemme.

Se dunque almeno 19 attivisti filo-palestinesi che erano a bordo sono morti, mentre diversi altri, almeno una trentina, sarebbero rimasti feriti” (sempre che questi numeri siano esatti) questo non è dovuto ad un attacco israeliano, ma ad una difesa israeliana: “forzare il blocco” è attività violenta, che non si attua limitandosi a chiedere permesso.

Secondo l'esercito israeliano i militari di Tel Aviv sarebbero stati oggetto di un attacco da parte di armi da fuoco dalle persone presenti sulle navi”. Ma che questo sia vero o falso non ha nessuna importanza:i marinai israeliani agivano in condizioni di legittima difesa delle loro acque.

Fra l’altro, se si considerano le ragioni della sicurezza, la reazione israeliana è stata del tutto comprensibile. Non si trattava infatti di qualche persona e di qualche barca, ma – secondo l’articolo – di parecchie navi (battenti anche bandiera turca o greca) e di più di 700 passeggeri di 40 nazionalità diverse”: come essere sicuri  che su tutte quelle navi non ci fossero armi e altro materiale proibito, come essere sicuri che fra quelle 700 persone non ci fossero terroristi, esperti di esplosivi, ecc.? I palestinesi sono famosi per avere usato anche autoambulanze, per trasportare armi. E comunque, perché mai gli israeliani dovrebbero correre rischi inutili? Se i palestinesi e le organizzazioni “umanitarie” volevano “consegnare 10mila tonnellate di aiuti umanitari” potevano sbarcarle nel porto di Haifa, e Israele avrebbe certamente provveduto a recapitarle agli interessati. Perché entrare dalla finestra, quando c’è la porta? Fra l’altro è proprio finita che le imbarcazioni sono state costrette a dirigersi verso il porto di Ashdod, israeliano.

Naturalmente non si contano e non si conteranno le proteste e gli alti lai. Israele è uno stato nazista, massacratore, ecc. È tanto perfidamente malvagio che osa persino difendersi. Gli attaccanti in fondo si ripromettevano proprio di ottenere questo: far morire persone per ottenere titoli di giornali. È una vecchia storia.

L'obiettivo della spedizione, salpata giovedì dalla Turchia, era rompere l'assedio a Gaza e introdurre materiale. Le autorità israeliane avevano minacciato di utilizzare la forza se i militanti avessero tentato di avvicinarsi alle coste della Striscia di Gaza”. Anzi, secondo La Stampa (2) l’azione era stata “ripetutamente minacciata”, “fin dall’avvento al potere degli islamico radicali di Hamas, nel 2007. Questo significa che l’obiettivo non era principalmente quello di introdurre materiale ma quello di usare la violenza per far giungere a Gaza oggi (dicono) aiuti, domani che cosa?  Armi come attraverso i tunnel che conducono in Egitto?

Che si abbia ragione o torto, si può imporre qualcosa a chi è meno debole. Ma qui tutta la propria forza consiste nel lamentarsi per essere stati respinti, come espressamente minacciato, e gli attaccanti deliberatamente non hanno tenuto conto dell’avvertimento perché volevano avere delle vittime. Dunque non si dovrebbero meravigliare, se ciò che è stato preannunciato si è regolarmente verificato: Israele ha dovuto fare ciò che aveva promesso, loro hanno ottenuto il loro dividendo di pubblicità.

Ma tutto questo non importa e i media parlano all’unanimità di Israele che attacca. Ora sappiamo perché è morto Abele: perché non ha attaccato Caino.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

31 maggio 2010

(1)http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_31/israele-attacca-flottiglia-ong_adb295f8-6c73-11df-b7b4-00144f02aabe.shtml

(2) http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201005articoli/55501girata.asp


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POLITICA
28 gennaio 2010
FASSINO IL RAPPORTEUR
Sulla “Stampa” Piero Fassino - definito “Rapporteur sul Medio Oriente per il Consiglio d’Europa” (i giornali non dispongono di un dizionario per tradurre rapporteur con “relatore”) sostiene che bisognerebbe riavviare i negoziati di pace in Palestina. Egli riassume i punti in discussione (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6896&ID_sezione=&sezione=) e si nota subito che non ci sono contropartite per gli israeliani: si tratta solo di richieste dei palestinesi. Essi vorrebbero Gerusalemme capitale, il blocco totale degli insediamenti e di nuove colonie e il riconoscimento del diritto al ritorno dei rifugiati. Al contrario rifiutano il controllo israeliano dei confini e dello spazio aereo del futuro Stato. Per questa sorveglianza preferirebbero “una forza multinazionale di pace”.
Si dimentica innanzi tutto che questi colloqui di pace dovrebbero concludere una guerra, quella del 1967, che è stata vinta da Israele, non dai palestinesi. Dunque sarebbe naturale che il vincitore ponesse condizioni al vinto, non il contrario. Ma qui siamo nel Vicino Oriente e la logica funziona in un altro modo.
Per quanto riguarda Gerusalemme, gli israeliani l’hanno conquistata con la forza ed è normale che se la tengano come loro esclusiva capitale: fra l’altro, mentre oggi gli arabi possono andare a pregare nella grande moschea, finché la città è stata giordana agli ebrei è stato vietato l’accesso. Dunque gli israeliani concedono ai palestinesi più di quanto i palestinesi non abbiano a suo tempo concesso agli israeliani.
Per quanto riguarda i rifugiati (dai fratelli arabi mantenuti artificialmente in questa condizione per oltre quarant’anni) in primo luogo gli adulti di allora sono per la maggior parte morti; in secondo luogo, dopo tanto tempo sarebbe stato normale che si “accasassero” dovunque siano andati, come hanno fatto tutti i rifugiati del mondo. Per esempio i milioni di tedeschi dell’Est. Infine si può chiedere: perché mai i rifugiati dovrebbero tornare in Israele se già non tornano in Cisgiordania e a Gaza?
In realtà, come ricorda lo stesso Fassino, un ritorno in massa è assurdo. Non solo si tratterebbe di ospiti tutt’altro che graditi – basti ricordare che re Hussein di  Giordania li scacciò a cannonate – ma quei rifugiati rappresenterebbero circa un terzo della popolazione israeliana attuale. Sarebbe come chiedere all’Italia, dall’oggi al domani, di ospitare venti milioni di nuovi cittadini che odiano l’Italia.
Interessante è la richiesta di una “forza multinazionale di pace” per la sorveglianza dei confini e dello spazio aereo del nuovo Stato, dimenticando che nel 1967 tra Israele ed Egitto c’era una forza multinazionale di pace. Poi Nasser, per attaccare Israele senza testimoni, ne chiese il ritiro e prontamente l’ottenne. È strano che, in queste condizioni, Israele non si fidi dell’Onu?
Fassino parla pure della “necessità di riaprire i valichi di accesso” per consentire l’arrivo degli aiuti umanitari. E la domanda ovvia è: perché mai dovrebbe aprire i valichi Israele, sapendo che da quei valichi, in passato, sono arrivati terroristi e kamikaze, e non dovrebbe aprirli l’Egitto, che ha un confine in comune con Gaza? E poi, se i musulmani tengono tanto alla loro inimicizia con Israele, come mai poi desiderano stabilire contatti con loro?
Israele è stata ridotta a non avere nessun interesse alla pace. Costretta dagli Arabi, è arrivata ad assicurare da sé la propria sicurezza: con la recinzione, con la chiusura dei valichi, con ossessivi controlli alle frontiere. Un tempo i palestinesi potevano offrire la pace, oggi Israele la pace se l’è costruita da sé. Ha perfino ottenuto la fine del lancio di razzi partiti da Gaza e, ancora una volta, come? Non invocando il diritto, cui nessuno dà retta, da quelle parti; e neppure attraverso le preghiere, che non hanno avuto alcun esito: solo infliggendo a Gaza una dura punizione materiale e la morte di milletrecento persone. A questo punto la richiesta è divenuta comprensibile. È ragionevole fidarsi di impegni giuridici, avendo a che fare con gente del genere?
Due ultime note. Dice Fassino che “le posizioni islamiche radicali fanno dell’irrisolto conflitto israelo-palestinese una bandiera per la loro azione destabilizzante” e che una pace in quella regione la farebbe venir meno. A parte il fatto che lo statuto di Hamas indica, come soluzione del problema non la pace ma l’eliminazione dello Stato d’Israele, è così difficile farsi una bandiera nuova, quando si ha voglia di attaccare?
A Ramallah, a proposito della possibile pace, dei maggiorenti hanno detto al nostro uomo politico che «il ponte è traballante, ma non ce n’è un altro per attraversare il fiume». Giusto. Solo che i palestinesi in sessant’anni quel fiume non hanno mai voluto attraversarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010
Se volete aggiungere dei commenti, dal momento che su questo blog la cosa è divenuta difficile - per infinite lentezze, a volte tentativi non riusciti - inseriteli su pardonuovo.myblog.it, dove c'è lo stesso testo e, probabilmente, altri commenti. 
CULTURA
12 febbraio 2009
INNAMORATI DELL'INGLESE

Il lettore Carliballo mi ha fatto il piacere di inviarmi questo commento, in calce all’articolo “Le traduzioni di Repubblica”. Lo ripropongo a chiunque ami la lingua inglese.

"Caro Gianni Pardo; leggo questo commento in ritardo, ma voglio ugualmente dare il mio contributo. Purtroppo, è un fatto che il secondo quotidiano d'Italia non brilli né per l'uso dell'italiano nè per l'attenzione dei titolisti al contenuto dei servizi. Nello specifico però direi che sbagliando (di poco) il termine ha centrato il concetto. Stante infatti il rapporto di circa 900 a 1 tra morti palestinesi e morti israeliani, direi che definirlo 'non identico nelle proporzioni', come lei implicitamente suggerisce, è un understatement che nemmeno la BBC oserebbe adottare.

L'inglese è ricco di sinonimi (più dell'italiano) e ciascuno ha il suo significato. La traduzione migliore di 'disproportionate' è semplicemente 'sproporzionato', quella da lei proposta essendo invece più adatta a tradurre 'unbalanced' o 'uneven'. Inoltre il buon Olmert ha pensato bene, per chiarire il concetto, di aggiungere 'fierce'. Anche qui, possiamo tradurre con termini che vanno da 'fiero' a 'feroce': quale le sembra più adatto?

Lei scrive bene, in modo piacevole e linguisticamente corretto. Glielo dico da vecchio giornalista (tessera Ordine 46047) con oltre vent'anni passati come caposervizio e caporedattore a rivedere le bucce dei colleghi. Non usi di queste capacità a fini indegni della professione."

Caro Carliballo,

la ringrazio innanzi tutto per avermi trattato da collega, essendo io soltanto un vecchio professore in pensione.

La ringrazio molto delle sue sapienti notazioni linguistiche. Lei ha ragione, la migliore traduzione di “disproportionate” è “sproporzionato”. Solo che lei giustifica l’aggettivo comparando il numero di morti fra le due parti, mentre io lo porrei (e l’ho posto) in relazione, come irritata risposta, all’insistita richiesta di terzi di una “proportionate” reazione israeliana alle provocazioni di Hamas. Dimenticando fra l’altro che la più proporzionata e simmetrica delle risposte sarebbe il lancio di razzi sulla popolazione civile di Gaza. Olmert non ha dunque scelto quell’aggettivo fra altri sinonimi a caso, ma mirando a quel “proportionate” usato da altri. Poi, sì, ci ha aggiunto “fierce”, di tasca sua, e questo suonava insieme come minaccia e manifestazione di collera.

Tornando all’inglese, abbiamo una risposta “smisurata”, “sproporzionata”, “non identica nelle proporzioni”, “unbalanced” e “uneven”. What a pleasure, such a subtle sensitiveness for a foreign language, when Italians are sometimes so thick about their own language!

Smisurata è sicuramente sbagliato. Spropozionata è il più vicino, come senso, all’originale. Non identica nelle proporzioni è fin troppo neutro, ma corrisponde al senso che io volevo dare alla traduzione di “non sensibile alle ipocrite richieste di proporzione dei terzi”. Unbalanced e uneven, facendo dimenticare l’origine della controversia, metterebbero involontariamente l’accento su una sorta di ingiustizia della reazione. Infatti unbalanced (non cerco sul dizionario per mantenere la mia spontaneità di parlante) io lo tradurrei con squilibrato (con esattezza linguistica, se pensiamo al significato di libra). E squilibrato fa pensare anche a qualcosa di pazzesco. Uneven forse è un po’ troppo neutrale per i suoi gusti, sbaglio?

Accontentiamoci di “sproporzionata” e manteniamo l’amicizia, vuole?

La ringrazio per le parole gentili e sarei tanto lieto di avere più spesso critiche come la sua!


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POLITICA
1 febbraio 2009
PER CHI LEGGE L'INGLESE

UN Admits: IDF Didn't Hit School

 
by Maayana Miskin

(IsraelNN.com) During the Cast Lead operation in Gaza, IDF tank fire near a United Nations school in Gaza was blamed for the deaths of dozens of civilians who had taken refuge in the building. The incident became one of the most highly publicized attacks in the war, and led to heavy international criticism.

Recent reports suggest that the incident was not accurately portrayed by senior U.N. officials. John Ging, the director of the U.N. Relief and Works Agency (UNRWA) in Gaza, spoke to the Toronto Globe and Mail last week and agreed that no shell had actually struck the school building. Ging said he had never claimed that the school itself was hit, and he blamed Israel for confusion over where the strike took place.


Shortly after the alleged attack, Ging harshly criticized Israel for firing near the school, saying he had given the exact coordinates of the compound to the IDF. He charged that the IDF had failed to avoid hitting the building.

While admitting that Israeli fire had not hit the school compound, Ging insisted it made little difference. “Forty-one innocent people were killed in the street... The State of Israel still has to answer for that,” he said.

While many Israel news outlets reported that the strike had taken place near the school, several international media networks reported that the UN school building itself was hit. The U.N. Office for the Coordination of Humanitarian Affairs may have added to the confusion by releasing a report stating that Israeli fire “directly hit two UNRWA schools.”

Almost all reports said that the victims were primarily civilians who had fled to the school for shelter – a version of events cast into suspicion by the Globe and Mail report.

A teacher who was in the school at the time of the shelling reported that several people within the compound were injured, but that none were killed. Those killed were all outside in the street as the shells were fired, he said. Only three of those killed were students at the school, he added.

The teacher did not give his name, explaining that U.N .officials had told staff not to talk to the media.

The IDF responded to criticism over the attack by explaining that soldiers were simply responding to terrorist fire and did not mean to hit a civilian area.

E PER GLI AMATORI DEL GENERE C'È UN SECONDO ARTICOLO

PATRICK MARTIN

From Thursday's Globe and Mail

January 29, 2009 at 4:00 AM EST

JABALYA, GAZA STRIP — Most people remember the headlines: Massacre Of Innocents As UN School Is Shelled; Israeli Strike Kills Dozens At UN School.

They heralded the tragic news of Jan. 6, when mortar shells fired by advancing Israeli forces killed 43 civilians in the Jabalya refugee camp in the Gaza Strip. The victims, it was reported, had taken refuge inside the Ibn Rushd Preparatory School for Boys, a facility run by the United Nations Relief and Works Agency.

The news shocked the world and was compared to the 1996 Israeli attack on a UN compound in Qana, Lebanon, in which more than 100 people seeking refuge were killed. It was certain to hasten the end of Israel's attack on Gaza, and would undoubtedly lead the list of allegations of war crimes committed by Israel.

There was just one problem: The story, as etched in people's minds, was not quite accurate.

Physical evidence and interviews with several eyewitnesses, including a teacher who was in the schoolyard at the time of the shelling, make it clear: While a few people were injured from shrapnel landing inside the white-and-blue-walled UNRWA compound, no one in the compound was killed. The 43 people who died in the incident were all outside, on the street, where all three mortar shells landed.

Stories of one or more shells landing inside the schoolyard were inaccurate.

While the killing of 43 civilians on the street may itself be grounds for investigation, it falls short of the act of shooting into a schoolyard crowded with refuge-seekers.

The teacher who was in the compound at the time of the shelling says he heard three loud blasts, one after the other, then a lot of screaming. "I ran in the direction of the screaming [inside the compound]," he said. "I could see some of the people had been injured, cut. I picked up one girl who was bleeding by her eye, and ran out on the street to get help."But when I got outside, it was crazy hell. There were bodies everywhere, people dead, injured, flesh everywhere."

The teacher, who refused to give his name because he said UNRWA had told the staff not to talk to the news media, was adamant: "Inside [the compound] there were 12 injured, but there were no dead."

"Three of my students were killed," he said. "But they were all outside."

Hazem Balousha, who runs an auto-body shop across the road from the UNRWA school, was down the street, just out of range of the shrapnel, when the three shells hit. He showed a reporter where they landed: one to the right of his shop, one to the left, and one right in front.

"There were only three," he said. "They were all out here on the road."

News of the tragedy travelled fast, with aid workers and medical staff quoted as saying the incident happened at the school, the UNRWA facility where people had sought refuge.

Soon it was presented that people in the school compound had been killed. Before long, there was worldwide outrage.

Sensing a public-relations nightmare, Israeli spokespeople quickly asserted that their forces had only returned fire from gunmen inside the school. (They even named two militants.) It was a statement from which they would later retreat, saying there were gunmen in the vicinity of the school.

No witnesses said they saw any gunmen. (If people had seen anyone firing a mortar from the middle of the street outside the school, they likely would not have continued to mill around.)

John Ging, UNRWA's operations director in Gaza, acknowledged in an interview this week that all three Israeli mortar shells landed outside the school and that "no one was killed in the school."

"I told the Israelis that none of the shells landed in the school," he said.

Why would he do that?

"Because they had told everyone they had returned fire from gunmen in the school. That wasn't true."

Mr. Ging blames the Israelis for the confusion over where the victims were killed. "They even came out with a video that purported to show gunmen in the schoolyard. But we had seen it before," he said, "in 2007."

The Israelis are the ones, he said, who got everyone thinking the deaths occurred inside the school.

"Look at my statements," he said. "I never said anyone was killed in the school. Our officials never made any such allegation."

Speaking from Shifa Hospital in Gaza City as the bodies were being brought in that night, an emotional Mr. Ging did say: "Those in the school were all families seeking refuge. ... There's nowhere safe in Gaza."

And in its daily bulletin, the World Health Organization reported: "On 6 January, 42 people were killed following an attack on a UNRWA school ..."

The UN's Office for the Co-ordination of Humanitarian Affairs got the location right, for a short while. Its daily bulletin cited "early reports" that "three artillery shells landed outside the UNRWA Jabalia Prep. C Girls School ..." However, its more comprehensive weekly report, published three days later, stated that "Israeli shelling directly hit two UNRWA schools ..." including the one at issue.

Such official wording helps explain the widespread news reports of the deaths in the school, but not why the UN agencies allowed the misconception to linger.

"I know no one was killed in the school," Mr. Ging said. "But 41 innocent people were killed in the street outside the school. Many of those people had taken refuge in the school and wandered out onto the street.

"The state of Israel still has to answer for that. What did they know and what care did they take?"


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CULTURA
1 febbraio 2009
LE TRADUZIONI DI REPUBBLICA

LE TRADUZIONI DI “REPUBBLICA”

Dei palestinesi, in violazione della tregua, hanno sparato da Gaza quattro missili sul territorio di Israele e Gerusalemme, come sempre, intende ribattere colpo su colpo, ed ecco  che “Repubblica” titola: “Olmert minaccia: Contro i razzi Israele reagirà in modo smisurato”. Non è un’esagerazione del titolista. Infatti nel corso dell’articolo si legge: il premier  in apertura del consueto consiglio dei ministri domenicale, ha ribadito che la risposta al lancio di razzi sarà smisurata". Ed ora bisogna cercare nel dizionario che cosa vuol dire questo aggettivo.

Lo Zingarelli allinea fra gli altri questi sinonimi: “grandissimo, straordinario, enorme, intemperante”. Per il Gabrielli on-line, rinvenibile nello stesso quotidiano, smisurato significa “grandissimo, immenso, sconfinato”. Secondo “la Repubblica” Israele si preparerebbe dunque ad uno straordinario, enorme, sconfinato, intemperante massacro di inermi palestinesi.

In realtà, Olmert ha usato le parole "fierce and disproportionate". Questo aggettivo non significa straordinario e intemperante, significa semplicemente “non identico nelle proporzioni”. Se dunque i palestinesi lanciano quattro razzi e non ammazzano nessuno, e gli israeliani lanciano un solo razzo e ammazzano quattro palestinesi, magari quattro terroristi, la risposta è disproportionate, perché da un lato ci sono stati dei morti e dall’altro no, ma è tutt’altro che sconfinata ed intemperante: i palestinesi infatti con quei razzi speravano di fare dei morti. Magari non diecimila, ma una decina sì.

Questo non è modo di fare giornalismo. Si devono dare, non inventare le notizie. Se lo stravolgimento delle parole è avvenuto a Roma, “la Repubblica” si qualifica per il foglio tendenzioso e anti-israeliano che è. Se è avvenuto in Palestina, il corrispondente non conosce l’inglese e sarebbe bene impedirgli di uscire dall’Italia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

1 febbraio 2009

P.S. In una successiva edizione, anche il “Corriere della Sera” si è allineato su “Repubblica”: «Abbiamo detto che in caso di lancio di razzi contro il sud del paese, ci sarebbe stata una risposta smisurata». Né altro ha fatto il Tg3. Alla salute. Dovremo tornare ad ascoltare la BBC, per sapere la verità?



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CULTURA
24 gennaio 2009
LA SAGGEZZA DEL PESSIMISMO

LA SAGGEZZA DEL PESSIMISMO

Il Corriere della Sera continua a fornire dati sull’opinione pubblica di Gaza. Sempre avvertendo che le parole dei giornalisti non sono vangelo, ecco sinteticamente ciò che si poteva leggere ieri: 1) La gente ammette che la guerra è stata stupida. Bisogna cominciarla solo quando c’è una possibilità di vittoria. 2) I palestinesi si sentono vittime di giochi decisi altrove, a tavolino (è verissimo). 3) Nei primi giorni prevaleva ancora il consenso per Hamas, anche per quanto riguarda i lanci di razzi su Israele, oggi si rimpiange il buon tempo andato, prima della prima intifada, quando c’era la pace, i rapporti con gli ebrei erano buoni e si poteva andare a lavorare da loro. 4) L’azione di Israele è stata più lunga e terrificante del previsto. Anche se i civili sono stati avvertiti dei bombardamenti con volantini, telefonate e messaggini, le distruzioni sono state gravissime e i morti tantissimi. La punizione è stata severa.

Il coniglio non attacca il lupo perché sa che il lupo lo farebbe a pezzi e se Hamas ha attaccato Israele è stato nella convinzione che il lupo non avrebbe mai osato difendersi. Stavolta Gerusalemme ha cercato di dimostrare l’infondatezza di questa idea. Ha evitato il bombardamento indiscriminato dei civili (come si fece tanto spesso durante la Seconda Guerra Mondiale), ha persino avvertito prima di procedere a distruzioni, e tuttavia ha avuto la mano abbastanza pesante per far capire la differenza tra deboli e forti.

Da sempre Israele chiede solo di essere lasciata in pace. È per contrastare le stragi dei kamikaze che ha costruito una doppia recinzione fra sé e Gaza. Ciò malgrado, per anni, ha subito attacchi missilistici. I terroristi facevano vittime civili - e comunque terrorizzavano intere cittadine – mentre Israele continuava ad implorare che la smettessero. Nessuno ha dato ascolto. I militanti islamici non hanno visto che commettevano un crimine contro l’umanità, gli occidentali non hanno capito che la loro disattenzione era una forma di complicità. Solo alla fine, quando Israele si è decisa a mostrare i denti, ciò che era tanto difficile da capire è improvvisamente divenuto chiaro. Quando la spiegazione è stata accompagnata dalla voce del cannone, le cento cose che la più banale ragionevolezza non era riuscita a spiegare sono divenute evidenti.

L’esperienza storica, nella politica internazionale, conduce al più nero pessimismo: e questo caso ne fornisce la riprova. Finché Israele ha ottimisticamente fatto appello al diritto e all’umanità, nessuno le ha dato ascolto. Ancora nel primo momento di questa breve invasione i palestinesi di Gaza erano d’accordo con chi lanciava razzi sulla popolazione inerme. Quando poi il diritto si è fatto valere con gli aeroplani e i carri armati, quegli stessi palestinesi hanno cambiato opinione e si sono resi conto della stupidità dell’aggressione omicida. Se gli israeliani non li toccavano, cercavano di ammazzarli; ora che quelli li hanno severamente puniti, hanno desiderato la tregua. Non sarebbe costato di meno rispettarla prima?

Non sempre il rispetto della decenza internazionale è un cattivo affare. Soprattutto se si provoca chi è più forte di noi. Se Hitler non avesse cercato di ammazzare i londinesi, i londinesi e i loro amici americani non avrebbero poi ammazzato molti più tedeschi ad Amburgo o a Dresda. Dunque se i palestinesi vogliono uccidere gli israeliani, e poi gli israeliani distruggono le loro case, devono ringraziare il Cielo: gli è andata bene.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

24 gennaio 2009


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CULTURA
22 gennaio 2009
ANCORA CREMONESI

Riporto qui di seguito, per correttezza, un articolo di Lorenzo Cremonesi, di segno opposto a quello commentato precedentemente, per notare due cose: la prima che mentre, secondo lui, alcuni israeliani si sarebbero accaniti contro i beni dei palestinesi, qui, sempre secondo lui, i militanti di Hamas hanno fatto di tutto perché ci fosse il massimo di vittime civili. Ma la seconda cosa è ancora più importante: se si leggesse questa seconda testimonianza soltanto, si avrebbe un quadro; se si fosse letta solo la precedente, se ne sarebbe avuto uno opposto. La verità è che i reportages dei giornalisti non sono fonti affidabili, per la storia. E dunque non vanno citati come la “prova definitiva” delle proprie tesi. Meglio fidarsi del complesso di ciò che sappiamo di Israele, una democrazia, e Hamas, organizzazione terroristica, secondo l’Unione Europea.

GAZA - «Andatevene, andatevene via di qui! Volete che gli israeliani ci uccidano tutti? Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i missili», gridavano in tanti tra gli abitanti della striscia di Gaza ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. I più coraggiosi si erano organizzati e avevano sbarrato le porte di accesso ai loro cortili, inchiodato assi a quelle dei palazzi, bloccato in fretta e furia le scale per i tetti più alti. Ma per lo più la guerriglia non dava ascolto a nessuno. «Traditori. Collaborazionisti di Israele. Spie di Fatah, codardi. I soldati della guerra santa vi puniranno. E in ogni caso morirete tutti, come noi. Combattendo gli ebrei sionisti siamo tutti destinati al paradiso, non siete contenti di morire assieme?». E così, urlando furiosi, abbattevano porte e finestre, si nascondevano ai piani alti, negli orti, usavano le ambulanze, si barricavano vicino a ospedali, scuole, edifici dell’Onu.

In casi estremi sparavano contro chi cercava di bloccare loro la strada per salvare le proprie famiglie, oppure picchiavano selvaggiamente. «I miliziani di Hamas cercavano a bella posta di provocare gli israeliani. Erano spesso ragazzini, 16 o 17 anni, armati di mitra. Non potevano fare nulla contro tank e jet. Sapevano di essere molto più deboli. Ma volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli poi di crimini di guerra», sostiene Abu Issa, 42 anni, abitante nel quartiere di Tel Awa. «Praticamente tutti i palazzi più alti di Gaza che sono stato colpiti dalle bombe israeliane, come lo Dogmoush, Andalous, Jawarah, Siussi e tanti altri avevano sul tetto le rampe lanciarazzi, oppure punti di osservazione di Hamas. Li avevano messi anche vicino al grande deposito Onu poi andato in fiamme E lo stesso vale per i villaggi lungo la linea di frontiera poi più devastati dalla furia folle e punitiva dei sionisti», le fa eco la cugina, Um Abdallah, 48 anni. Usano i soprannomi di famiglia. Ma forniscono dettagli ben circostanziati. E’ stato difficile raccogliere queste testimonianze. In generale qui trionfa la paura di Hamas e imperano i tabù ideologici alimentati da un secolo di guerre con il «nemico sionista».

Chi racconta una versione diversa dalla narrativa imposta dalla «muhamawa» (la resistenza) è automaticamente un «amil», un collaborazionista e rischia la vita. Aiuta però il recente scontro fratricida tra Hamas e Olp. Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile. Quelli locali sono spesso minacciati da Hamas. «Non è un fatto nuovo, in Medio Oriente tra le società arabe manca la tradizione culturale dei diritti umani. Avveniva sotto il regime di Arafat che la stampa venisse perseguitata e censurata. Con Hamas è anche peggio», sostiene Eyad Sarraj, noto psichiatra di Gaza city. E c’è un altro dato che sta emergendo sempre più evidente visitando cliniche, ospedali e le famiglie delle vittime del fuoco israeliano. In verità il loro numero appare molto più basso dei quasi 1.300 morti, oltre a circa 5.000 feriti, riportati dagli uomini di Hamas e ripetuti da ufficiali Onu e della Croce Rossa locale. «I morti potrebbero essere non più di 500 o 600. Per lo più ragazzi tra i 17 e 23 anni reclutati tra le fila di Hamas che li ha mandati letteralmente al massacro», ci dice un medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. Un dato però confermato anche dai giornalisti locali: «Lo abbiamo già segnalato ai capi di Hamas. Perché insistono nel gonfiare le cifre delle vittime? Strano tra l’altro che le organizzazioni non governative, anche occidentali, le riportino senza verifica. Alla fine la verità potrebbe venire a galla. E potrebbe essere come a Jenin nel 2002. Inizialmente si parlò di 1.500 morti. Poi venne fuori che erano solo 54, di cui almeno 45 guerriglieri caduti combattendo».

Come si è giunti a queste cifre? «Prendiano il caso del massacro della famiglia Al Samoun del quartiere di Zeitun. Quando le bombe hanno colpito le loro abitazioni hanno riportato che avevano avuto 31 morti. E così sono stati registrati dagli ufficiali del ministero della Sanità controllato da Hamas. Ma poi, quando i corpi sono stati effettivamente recuperati, la somma totale è raddoppiata a 62 e così sono passati al computo dei bilanci totali», spiega Masoda Al Samoun di 24 anni. E aggiunge un dettaglio interessante: «A confondere le acque ci si erano messe anche le squadre speciali israeliane. I loro uomini erano travestiti da guerriglieri di Hamas, con tanto di bandana verde legata in fronte con la scritta consueta: non c’è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo Profeta. Si intrufolavano nei vicoli per creare caos. A noi è capitato di gridare loro di andarsene, temevamo le rappresaglie. Più tardi abbiamo capito che erano israeliani». E’ sufficiente visitare qualche ospedale per capire che i conti non tornano. Molti letti sono liberi all’Ospedale Europeo di Rafah, uno di quelli che pure dovrebbe essere più coinvolto nelle vittime della «guerra dei tunnel» israeliana. Lo stesso vale per il “Nasser” di Khan Yunis. Solo 5 letti dei 150 dell’Ospedale privato Al-Amal sono occupati. A Gaza city è stato evacuato lo Wafa, costruito con le donazioni «caritative islamiche» di Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo, e bombardato da Israele e fine dicembre. L’istituto è noto per essere una roccaforte di Hamas, qui vennero ricoverati i suoi combattenti feriti nella guerra civile con Fatah nel 2007. Gli altri stavano invece allo Al Quds, a sua volta bombardato la seconda metà settimana di gennaio.

Dice di questo fatto Magah al Rachmah, 25 anni, abitante a poche decine di metri dai quattro grandi palazzi del complesso sanitario oggi seriamente danneggiato. «Gli uomini di Hamas si erano rifugiati soprattutto nel palazzo che ospita gli uffici amministrativi dello Al Quds. Usavano le ambulanze e avevano costretto ambulanzieri e infermieri a togliersi le uniformi con i simboli dei paramedici, così potevano confondersi meglio e sfuggire ai cecchini israeliani». Tutto ciò ha ridotto di parecchio il numero di letti disponibili tra gli istituti sanitari di Gaza. Pure, lo Shifah, il più grande ospedale della città, resta ben lontano dal registrare il tutto esaurito. Sembra fossero invece densamente occupati i suoi sotterranei. «Hamas vi aveva nascosto le celle d’emergenza e la stanza degli interrogatori per i prigionieri di Fatah e del fronte della sinistra laica che erano stato evacuati dalla prigione bombardata di Saraja», dicono i militanti del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. E’ stata una guerra nella guerra questa tra Fatah e Hamas. Le organizzazioni umanitarie locali, per lo più controllate dall’Olp, raccontano di «decine di esecuzioni, casi di tortura, rapimenti nelle ultime tre settimane» perpetrati da Hamas. Uno dei casi più noti è quello di Achmad Shakhura, 47 anni, abitante di Khan Yunis e fratello di Khaled, braccio destro di Mohammad Dahlan (ex capo dei servizi di sicurezza di Yasser Arafat oggi in esilio) che è stato rapito per ordine del capo della polizia segreta locale di Hamas, Abu Abdallah Al Kidra, quindi torturato, gli sarebbe stato strappato l’occhio sinistro, e infine sarebbe stato ucciso il 15 gennaio.

Lorenzo Cremonesi

CULTURA
20 gennaio 2009
LA BARBARIE ISRAELIANA

LA BARBARIE ISRAELIANA

Sul “Corriere della Sera” di oggi un articolo di Lorenzo Cremonesi parla delle conseguenze dell’azione israeliana a Gaza. Si tratta di una corrispondenza impressionante. A Jabalya, scrive, gli israeliani hanno volontariamente sparato contro una stalla, uccidendo tutte le 380 mucche di tale Al Fayumi. Sono passati sopra i loro corpi con i carri armati: un milione di dollari di danni.  Altrove hanno distrutto tremila piante di ulivi e aranci. In una villa, in cui si erano fermati, hanno distrutto a mazzate gabinetti e lavandini, hanno ammassato il mobilio al centro delle stanze e gli hanno dato fuoco. “Hanno preso a fucilate il cane, galline, oche e tre capre. I resti di alcuni degli animali sono stati gettati nel pozzo a inquinare l’acqua. La lista delle devastazioni potrebbe continuare all’infinito”. Insomma, le conseguenze di questa azione militare sono “migliaia di abitazioni abbattute o da abbattere, la distruzione metodica eletta a sistema, un deserto di macerie”.

Per principio bisogna diffidare di chi racconta un grande avvenimento visto con i propri occhi. Non è una battuta: sull’inaffidabilità di chi riferisce un fatto, anche in buona fede, si è scritto molto. C’è addirittura un’espressione russa sorprendente: “mentire come un testimone oculare”. La tesi è stata anche confermata da un famoso esperimento di un’università americana. In questo caso tuttavia c’è da pensare che Cremonesi dica la verità. Non c’è ragione d’inventare il massacro di 380 mucche o l’incendio di una villetta: e infatti l’errore del giornalista è un altro.

 Stendhal partecipò alla battaglia di Waterloo e racconta questa sua esperienza nella Chartreuse de Parme. L’essenziale di questa pagina famosa – letta tanti anni fa - è che l’autore, invece di narrare gli attacchi e i controattacchi degli eserciti, come si leggono nei libri di storia, riferisce ciò che ha personalmente visto: cioè niente. Ha visto le zolle di terra sollevate dai colpi di “mitraglia”, ha visto passare dei cavalleggeri, ne ha visto morire uno, colpito in pieno da una cannonata, e poco altro. Il singolo combattente vede solo ciò che avviene nel posto dove si trova. Potrebbe capitargli di essere al centro dell’episodio più crudele e cruento come potrebbe capitargli di essere in un posto in cui non si spara neanche un colpo. L’errore di Cremonesi non è dunque quello di scrivere di cani e galline (per quanto l’episodio sia inverosimile), ma di parlare di una “distruzione metodica eletta a sistema, un deserto di macerie”. Qui fa il passo più lungo della gamba. Afferma cose che non può sapere e soprattutto, se avesse un’idea di che cos’è un deserto di macerie (Berlino all’arrivo dei russi), saprebbe di star dicendo una sciocchezza.

Non è tutto. Tale Nabil Hassan Nasser, proprietario di una grande azienda che sino a un mese fa produceva olio e che adesso è ridotta a un cumulo di macerie, dice: «Siamo tutti sotto shock. Non avremmo mai pensato che Israele potesse arrivare a tanta barbarie”. Questo è estremamente significativo. Egli afferma infatti che la barbarie, da parte di Israele, sarebbe sorprendente: dunque riconosce che Israele non è mai stata barbara. E poi dimentica la barbarie araba di uccidere atleti inermi a Monaco, passeggeri di aerolinee, bambini innocenti in un asilo, civili pacifici ed inermi dovunque, e infine di sparare missili a caso sui centri abitati del sud di Israele. Questo Nasser reputa che l’eventuale comportamento scorretto di Israele sarebbe illecito mentre sarebbe un diritto per Hamas? Ha dimenticato che Hitler ebbe la brillante idea di massacrare i civili londinesi con le V1 e le V2 e che gli inglesi poi gliela restituirono con gli interessi. Con quali, interessi.

Della barbarie i palestinesi sono stati i maestri e Hamas l’ha addirittura iscritta nel proprio statuto. Se i terroristi non hanno raso al suolo villaggi o città è solo perché non ne hanno avuto la capacità. Potevano ammazzare solo dei civili? E quello hanno fatto. Non hanno il diritto di aprir bocca. Viceversa gli israeliani non hanno mai sterminato civili intenzionalmente: al punto che un palestinese può stupirsi se uccidono delle mucche.

Storicamente si scelgono gli alleati, non si scelgono né gli avversari né il modo di combattere. Se i nemici combattono in modo sleale - come, per i francesi, gli inglesi a Crécy e ad Azincourt - non è una ragione per farsi massacrare e perdere la battaglia. Bisogna cambiare la propria tecnica. E infatti gli israeliani in questa occasione hanno annunciato: spareremo su qualunque posto da cui si è sparato contro di noi. Che sia scuola, ospedale o moschea. E i risultati si sono visti.

La guerra si combatte come il nemico impone di combatterla.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

20 gennaio 2009

CULTURA
18 gennaio 2009
GAZA E LE CONVENZIONI DI GINEVRA

GAZA E LE CONVENZIONI DI GINEVRA

Per secoli, il vincitore ha avuto ogni diritto sul vinto, sia militare che civile. Gli eserciti si sostenevano – per quanto riguardava il cibo e ogni altro bene – depredando i territori sui quali passavano e se vincevano una battaglia avevano il “diritto” di ammazzare i prigionieri, di rendere schiavi i vinti, oppure di uccidere tutti gli uomini e di stuprare le donne. Per poi magari uccidere anche loro. Né molto più teneri erano con i commilitoni. Chi era ferito poteva essere lasciato morire. L’accompagnamento musicale del dopo battaglia erano i lamenti dei feriti di cui nessuno o quasi si curava. Naturalmente parecchi lettori protesteranno, leggendo queste righe, come se le conseguenze devastanti del cancro fossero colpa dell’oncologo che le descrive.

L’umanità ci ha messo veramente molto, per accorgersi che questa situazione era intollerabile. Ci sono voluti secoli e secoli, prima di arrivare a Florence Nightingale e alle Convenzioni di Ginevra. Finalmente s’è fatta strada l’idea che, se non si possono evitare le guerre, si possono almeno limitare quegli orrori che non sono utili alla guerra stessa. Si possono proteggere i prigionieri, perché ce ne sono da una parte come dall’altra, e si può rispettare la popolazione civile, perché il suo eventuale massacro non conduce di per sé alla vittoria.

Gli obblighi nei confronti della popolazione civile hanno posto immediatamente il problema di riconoscerla e per questo s’è stabilita la regola che la distinzione la fa il vestiario. I militari vestono in uniforme, i civili no. Nel film “Il Pianista” un ebreo polacco, miracolosamente scampato alle camere a gas, rischia di essere ammazzato dai russi solo perché un ufficiale tedesco gli ha regalato un cappotto e i soldati sovietici hanno giustamente tendenza a sparare a quel cappotto, chiunque ci sia dentro.

Naturalmente i civili non devono aggredire i vincitori. Sarebbe strano che, a fronte della pietà per gli inermi, gli inermi avessero poi il diritto di attaccare chi li ha risparmiati. Per questo, secondo le convenzioni internazionali, i civili che aggrediscono l’esercito nemico non beneficiano dello status di prigionieri: se presi, sono immediatamente passati per le armi. Questo è durato, senza sostanziali problemi, fino a tutta la Prima Guerra Mondiale.

Purtroppo, considerando ormai intangibili certi principi, durante la Seconda Guerra Mondiale la popolazione civile si è creduta in diritto di prendere le armi contro l’esercito invasore: l’hanno chiamata resistenza. Naturalmente questo ha provocato ritorsioni, ma gli Stati che militarmente hanno perso la guerra hanno avuto interesse a glorificare i partigiani come la fiammella da cui sarebbe rinata l’indipendenza nazionale. Inoltre i tedeschi si sono resi odiosi e si è dunque posta la più ermetica sordina sull’illegittimità, sulla base delle Convenzioni di Ginevra, della lotta partigiana. Il caso dell’Italia è stato ancora più drammatico: essa ha perduto rovinosamente la guerra contro gli Alleati ed ha cercato di rifarsi una verginità attaccando l’ex-alleato. Ha dunque completamente dimenticato la legittimità della rappresaglia proporzionata e ha fatto assurgere il partigiano senza divisa a mito nazionale.

Tutto questo contribuisce a spiegare la situazione attuale a Gaza e l’atteggiamento dell’opinione pubblica meno informata. Nel 1943-44, tedeschi in divisa, cattivi, e partigiani in borghese, buoni. Oggi israeliani in divisa, cattivi, e palestinesi in borghese, buoni. Ecco perché gli striscioni dicono: stella di Davide uguale svastica. Né il pensiero politico nazionale più serio sa che cosa opporre, a queste sciocchezze. Per farlo, dovrebbe sconfessare la Resistenza e legittimare la rappresaglia, anche se quella degli israeliani non è tale in quanto non punisce intenzionalmente la popolazione civile.

Dominano sentimenti confusi e ricordi sfocati. Dal momento che si condannano le stragi naziste si condannano i soldati con la stella di Davide che sparano contro una casa da cui un cecchino ha sparato contro di loro. Ci potrebbero essere dei civili: quei soldati dovrebbero farsi sparare e basta.

Ecco perché Gerusalemme ha sempre torto. I palestinesi, per anni, hanno lanciato migliaia di razzi sulla popolazione civile e la comunità internazionale non si è risentita: erano partigiani in borghese che sparavano sull’invasore. Anche se l’invasore in questo caso era una scuola o un condominio. Ancora oggi Israele propone ed attua una tregua ma i palestinesi lanciano altri razzi, perché loro hanno il diritto di toccare Israele mentre Israele non ha il diritto di toccarli.

Con le buone intenzioni, partendo da Florence Nithgingale, si è francamente andati troppo lontano.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

18 gennaio 2009

CULTURA
17 gennaio 2009
LA LEGGE INTERNAZIONALE

LA LEGGE INTERNAZIONALE

In questi giorni sui giornali si parla moltissimo di Israele, di Gaza, di guerra e di morti. Il fastidioso punto comune, nella maggior parte delle argomentazioni, è la manifestazione di una irrefrenabile mentalità etico-giuridica. Il problema si riassume nel quesito: “È giusto? È sbagliato?” Di fatto, è sbagliata la domanda.

La pace regna in Europa dal 1945, di gran lunga il periodo più lungo che si ricordi. Una cosa ottima. Si può solo desiderare che continui per altri sessant’anni. La conseguenza negativa è però la mentalità irenica che ha condotto ad istituire un’organizzazione come l’Onu. Molti oggi sono convinti che abbiamo il diritto di giudicare le guerre e perfino di vietare quelle che disapproviamo. E, infatti, quasi ogni volta che sono state prese le armi, il Consiglio di Sicurezza si è riunito ed ha detto la sua. In qualche occasione qualcuno si è servito di questa Risoluzione come di un parafulmine morale per l’azione che intendeva compiere (la guerra di Corea) ma di regola essa ha lasciato il tempo che ha trovato ed ha solo permesso alle anime belle di essere riconfermate nella loro idea che, anche in campo internazionale, esiste il bene e il male. Il Consiglio di Sicurezza si rivela inutile ma almeno, pensano tante persone per bene, si sa chi ha ragione. Dimenticano che l’Onu è un organismo politico dominato da una maggioranza di Stati antidemocratici: ma poco importa, la leggenda prevale sulla realtà.

In realtà, tralasciando quella fiera dell’ipocrisia che ha sede nel Palazzo di Vetro, non è che sia vietato emettere un giudizio morale su chi ha ragione (la Polonia) e chi ha torto (la Germania nazista): ma è un esercizio sterile e ininfluente. Il sostegno morale non aiuta per nulla chi ha ragione. Nel 1940 è meglio essere bene armati (Svizzera) che pacifisti (Francia).

La mentalità contemporanea ha dimenticato il passato e depreca come inammissibile l’uso della forza. Oggi chi ha ragione deve vincere solo reclamando il proprio diritto. E se esso non lo soccorre, piuttosto che farsi valere con il cannone, deve soccombere. Se impugna le armi, ha comunque torto: le battaglie provocano vittime e la pubblica opinione non accetta l’uccisione dell’aggressore nemmeno per legittima difesa. Talmente siamo buoni e sensibili.

Questo modo di ragionare, a chi non è digiuno di storia, sembra un delirio. Per millenni ha prevalso la forza o la minaccia della forza. Anche la diplomazia è stata solo un contorno. Se a volte ha evitato un conflitto è stato perché è riuscita a spiegare ai rivali che la guerra non conveniva e avrebbero ottenuto di più con la pace. Né è cambiato qualcosa, al giorno d’oggi. È solo divenuto indecente dirlo, con un fenomeno simile agli scivolamenti semantici per cui si è passati da cesso a gabinetto a Wc a toilette e a bagno, senza che sia cambiato nulla di ciò che si fa in quel piccolo spazio.

Il risultato è una noia suprema per la maggior parte dei commenti che si leggono. Una noia che si estende al pianto greco per le vittime civili: non che non facciano pietà, ma fanno purtroppo parte della fisiologia della guerra. E del resto non è che i soldati siano felici di morire. A volte i cittadini hanno inoltre una colpa originale che la storia fa loro pagare con la morte. I tedeschi  si credevano destinati a dominare uomini e sottouomini e hanno votato per Hitler; poi, quattro anni dopo, uomini e sottouomini li sterminarono come mosche. Non erano certo colpevoli, singolarmente, i tedeschi; milioni e milioni di loro erano del tutto innocenti e persino in buona fede: ma la storia condanna o assolve all’ingrosso. Il massacro fa parte dei prezzi previsti. L’idea corrente che la guerra debba essere un minuetto in cui nessuno si fa male, in cui alla fine anche i morti si rialzano, come a teatro dopo che si chiude il sipario, è una sonora stupidaggine.

Come diceva Clemenceau, la guerra è una cosa troppo seria per affidarla ai generali: figurarsi se si può permettere che la giudichino i giornalisti e le anime belle.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

16 gennaio 2009


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CULTURA
11 gennaio 2009
ISRAELE E I MEDIA

I MEDIA E ISRAELE

“Come mai tutti, o quasi, i mezzi di informazione sono orientati in favore dei palestinesi?” Si possono proporre parecchie spiegazioni.

1)    La prima risposta, e forse la più intelligente, sarebbe: “non lo so”. E dimostrerebbe anche umiltà. Purtroppo non farebbe progredire il dibattito. Meglio azzardare delle ipotesi.

2)    Si può pensare che esista in molti un antisemitismo sotterraneo: ma questo richiederebbe a sua volta una spiegazione e sarebbe soltanto un altro modo di porre la domanda iniziale.

3)    Un’ipotesi più seria è che l’antisemitismo cattolico sia una traccia attardata di ciò che la Chiesa insegnò in passato per tanti anni: “il popolo deicida”, “i perfidi giudei”, “che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!”, ecc.  Ma dal momento che coloro che ricordano questi insegnamenti sono troppo pochi, la spiegazione “teologica” non regge.

4)    C’è poi il pregiudizio favorevole al debole e ostile al forte. Colui che parte battuto, l’underdog, è sempre visto con simpatia. Ma neanche questa idea è plausibile. Innanzi tutto, l’Italia è piena di iuventini, milanisti o interisti, anche se abitano a Trapani o a Lecce. In secondo luogo, quando nel 1967 da un lato c’era il minuscolo Israele e dall’altro l’aggressione dell’intero, immenso mondo islamico, chi era, il debole? E tuttavia molti erano contro Tel Aviv.

5)    Una osservazione stupefacente riguardo al favore di cui gode l’underdog, è data in questo caso dalla facilità con cui ai palestinesi si perdonano i misfatti più ignobili: il massacro di atleti inermi a Monaco, l’uccisione di bambini a Kyriat Shmonà, i civili usati come scudi umani e le donne incinte come kamikaze, i razzi sulle città di Israele, le armi nascoste nei condomini o nella ambulanze, ogni sorta di slealtà. Questo fa pensare che, mentre gli israeliani sono visti come “europei”, i palestinesi sono visti come selvaggi. Con incosciente razzismo, si perdona loro come si perdonerebbe ai coccodrilli o alle iene. Se si avesse per loro un minimo di rispetto, li si tratterebbe come si tratterebbe un italiano che facesse in Italia ciò che loro fanno in Palestina.

6)    L’atteggiamento favorevole ai palestinesi potrebbe essere collegato alla lunga stagione della decolonizzazione. L’Europa s’è battuta a lungo il petto per chiedere scusa del bene fatto nelle colonie ed è rimasta questa strana equazione per cui l’uomo nero è buono e l’uomo bianco è cattivo. Al punto che se l’uomo nero uccide l’uomo bianco la colpa è dell’uomo bianco, che non gli ha insegnato ad essere migliore. Neanche questa ipotesi, tuttavia, regge, nel caso concreto. Gli ebrei in Palestina ci sono – più o meno numerosi – da alcune migliaia di anni. E gli israeliani di oggi non sono una potenza occupante: sono autoctoni. Né avrebbero una madrepatria in cui rientrare.

7)    Un ulteriore collegamento si ha con la retorica della resistenza di popolo. Questa è stata ripetuta fino alla nausea, in Italia, per far finta che non siamo mai stati alleati della Germania nazista e che abbiamo vinto la Seconda Guerra Mondiale. Questa incredibile rimozione nazionale è troppo vasta, troppo condivisa ed ha troppe motivazioni per essere esaminata qui. Molti comunque, allevati con questa mentalità, non capiscono perché, se da un lato bisogna giustificare i partigiani (irregolari deboli di fronte ai forti che ammazzavano dei tedeschi isolati a tradimento e senza indossare una divisa) non bisognerebbe essere a favore dei palestinesi: anche loro combattono senza divisa e compiono attentati. Non ci si chiede neppure chi abbia torto e chi abbia ragione, in Palestina. E nessuno cita le Convenzioni di Ginevra: non sarebbero compatibili col mito della Resistenza.

8)    Fra le ragioni di ostilità da parte dell’estrema sinistra, nei confronti di Israele, c’è l’atteggiamento dell’Unione Sovietica. Al riguardo bisogna ricordare che l’Urss fu in un primo momento favorevole al nuovo Stato, che infatti nacque con il suo consenso. Quando poi gli interessi geopolitici spinsero Mosca a proporsi come paladina degli arabi, i comunisti italiani, obbedienti, seguirono le nuove direttive. Direttive che del resto ben si sposavano con tutti le pulsioni prima esposte.

9)    Uno dei motivi di severità, nei confronti di Israele, è la diffusa disinformazione che nasce dalla propaganda antisemita e dalla naturale ignoranza della gente. Giornalisti inclusi. Molti credono che gli ebrei abbiano invaso la Palestina, mentre da un lato non l’hanno occupata, perché sono sempre stati lì, dall’altro non è mai esistita un’entità statale con quel nome. Prima c’è stato l’impero ottomano, poi l’amministrazione britannica, poi la partizione dell’Onu del 1948 e la grande Giordania. E Gaza apparteneva all’Egitto, che ha rifiutato di vedersela restituire. Si potrebbe continuare per pagine intere, confutando mille leggende nere, storicamente infondate, ma sarebbe una fatica di Sisifo.

10)   Infine, non ultima molla per essere favorevoli ai palestinesi è l’ineliminabile tendenza ad essere eroici e generosissimi quando lo si può fare a spese altrui. Se i razzi cadessero sulle case degli italiani, vorrei vedere quanti di loro sarebbero così pronti ai distinguo, alla tolleranza, alla comprensione. Se fossero stati aggrediti nel 1948, nel 1967 e nel 1973, da eserciti determinati a cancellarli dalla faccia della terra, quanti sopporterebbero di sentirsi chiamare militaristi ed aggressivi? Tutti perdonano gli attentati che in passato hanno provocato tanti morti, in Israele, solo perché sono avvenuti lontano. Quando si perdonano gli assassini che hanno ucciso dei terzi non si sale sul piano della santità: si scende su quello della complicità.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

11 gennaio 2009

 


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CULTURA
9 gennaio 2009
SERGIO ROMANO ED ISRAELE

Per chi volesse pubblicarlo, badare alla differenza fra scrittura normale e scrittura corsiva: diversamente il testo sarebbe incomprensibile.

 

SERGIO ROMANO ED ISRAELE

L’ex-ambasciatore Sergio Romano ha, come tutti, le sue simpatie e le sue antipatie. Non è però in malafede e per questo le sue opinioni vanno sempre studiate con rispetto. Viene qui riportato, con qualche commento in corsivo, un suo articolo sulle colpe rispettive di Israele e dei palestinesi, apparso fra le “lettere al Corriere” (della Sera) di oggi, 9 gennaio 2009.

Cari lettori,

Vi sono almeno due modi per giudicare un conflitto e pesare le responsabilità dei contendenti. Il primo è quello di ricostruire la dinamica delle vicende che hanno preceduto l'inizio delle ostilità. Chi ha sparato per primo? Chi ha assunto l'atteggiamento più provocatorio? La risposta a queste domande è indubbiamente: Hamas. L'organizzazione islamica che governa la striscia di Gaza ha denunciato la tregua e ha continuato a colpire con i suoi missili alcune città israeliane in prossimità del confine. Sapeva che i suoi lanci avrebbero provocato una reazione israeliana, ma non ha rinunciato alle sue azioni offensive. Voleva una guerra e l'ha avuta. Il secondo è quello di allargare lo sguardo a un periodo più lungo e di prendere in considerazione altri fattori. Israele ha occupato alcuni territori arabi nel 1967 e ha assunto in tal modo il controllo di una popolazione che ammonta oggi, complessivamente, a non meno di tre milioni e 300 mila abitanti. Romano omette di segnalare che Israele ciò ha fatto in seguito ad una guerra di cui non ha preso l’iniziativa. Il piccolo paese è stato attaccato da molti paesi arabi coalizzati e si è salvato solo in virtù del valore dei suoi combattenti. Se dunque dopo è rimasto su quelle terre, è stato per impedire che lo si potesse attaccare partendo molto più da vicino. Tipico il caso delle Golan Heights. Se soltanto, dopo la guerra, i palestinesi della Cisgiordania avessero accettato di fare la pace, e fossero stati credibili, Israele non avrebbe chiesto di meglio che andarsene. Avrebbe persino permesso ai palestinesi di essere pendolari ed andare a lavorare in Israele, come avveniva prima, sfuggendo un po’ alla attuale, enorme miseria. Non li ha assorbiti all'interno della propria società perché avrebbero intollerabilmente diluito la sua natura di Stato ebraico. Non ha garantito a essi una reale autonomia perché ha permesso ai suoi cittadini di insediarsi nei territori occupati e di estendere le proprie comunità occupando terre della popolazione locale: occupando o comprando? E poi, se Israele può tollerare entro le sue frontiere più di un milione di musulmani, i musulmani non avrebbero potuto tollerare sulle loro terre qualche migliaio di israeliani? Più oltre Romano parla degli israeliani che sono stati rimpatriati da Gaza, prima di ritirarsi da quel territorio: si tratta di ottomila persone. Ottomila persone da un lato contro oltre un milione dall’altro, ecco i numeri in gioco.  un fenomeno che ha avuto per effetto, oltre a numerosi espropri, Sui numerosi espropri si sarebbe lieti di avere maggiori, documentate notizie. l'instaurazione di controlli, blocchi stradali, corsie preferenziali per i cittadini della potenza occupante tutte cose che sono la conseguenza diretta della volontà di parecchi palestinesi di assassinare quanti più israeliani sia possibile. Questo l’ambasciatore non l’ha notato. Chi non preferirebbe circolare tranquillo, piuttosto che sottostare a continui controlli?  Ha ritirato 8 mila coloni dalla Striscia di Gaza, ma non ha riconosciuto la vittoria di Hamas nelle elezioni del gennaio 2006. Avrebbe dovuto riconoscere Hamas mentre Hamas nel suo statuto proclama che il suo scopo è quello di eliminare Israele dalla carta geografica? Ha stretto d'assedio la Striscia per diciotto mesi prima dell'inizio delle ostilità. Non l’ha stretta d’assedio: ha impedito che ne uscissero terroristi per andare ad ammazzare innocenti in Israele. E infatti non si sono avuti praticamente più attentati. Romano pensa che ciò dipenda dalla mitezza di Hamas? E ha adottato infine verso la popolazione civile lo stile di una tradizionale potenza coloniale. Israele non ha mai chiesto niente di meglio che la pace, cioè di andarsene. Una potenza colonialista vuole invece insediarsi nei territori conquistati. Israele qualche anno fa è arrivata fino ad offrire il 93% degli occupied territories e l’offerta fu così generosa che, personalmente, fui grandemente sollevato quando Arafat disse di no. Mi ha colpito, ma non sorpreso, la lettura dell'articolo dello scrittore e giornalista israeliano Yossi Klein Halevi ( Corriere del 6 gennaio) che ha fatto servizio militare nella Striscia di Gaza durante la prima Intifada e scrive: «Il nostro contingente non solo arrestava i sospettati di terrorismo, ma trascinava la gente giù dai letti nel cuore della notte per costringerla a coprire di vernice le strisce anti israeliane e rastrellava persone innocenti, dopo un lancio di granate, giusto "per far sentire la nostra presenza"». Unus testis nullus testis, ciò che dice un singolo non fa testo. Basterebbe ascoltare un  comunista come Ferrero, un artista come Dario Fo, un fanatico come Beppe Grillo per farsi un’idea del tutto sbagliata dell’Italia. E poi, Romano cita qualcuno che definisce scrittore e giornalista! Se c’è qualcuno di cui non bisogna mai fidarsi, in materia di politica, è un intellettuale. Lo stesso Bertrand Russel chiedeva la rinuncia unilaterale della Gran Bretagna all’atomica, in piena guerra fredda. E chi ha dimenticato Tiziano Terzani che ha ammesso candidamente, anni dopo i fatti, di avere stravolto la verità, riguardo a ciò che vide durante la guerra del Vietnam? E non è possibile dimenticare a questo proposito la distruzione delle case dove abitavano le famiglie dei guerriglieri Forma di grande civiltà. Distruggevano le case per punire senza uccidere e gli 11 mila detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, prigionieri di guerra, ma trattati come terroristi Chi dice che non lo siano? Per la legge internazionale, sono terroristi tutti coloro che portano armi senza indossare una divisa. E comunque si gradirebbero dimostrazioni e documenti. E molto strano è il fatto che questa denuncia non si sia mai sentita, da parte degli attivisti palestinesi. Romano ne sa più di loro? e combattenti irregolari Combattenti irregolari? Lo ricorda l’ambasciatore che chi imbraccia armi contro un esercito senza portare la divisa secondo le convenzioni internazionali è passibile di fucilazione sul posto e senza processo?. Tutta colpa di Israele? No. Al Fatah prima, Hamas e Jihad islamica poi hanno ucciso civili israeliani, compiuto attentati terroristici nelle città, deliberatamente provocato le reazioni di Israele, alimentato un ingranaggio che consentiva ai loro gruppi più radicali di assumere la guida del movimento. Ma esiste in queste situazioni una legge politica a cui non è possibile sottrarsi. Le maggiori responsabilità, in ultima analisi, sono sempre della potenza occupante. Visione morale e fuori dalla storia. La potenza occupante in passato a volte ha pressoché sterminato tutti gli abitanti (conquista di Gerusalemme da parte dei crociati), a volte ha scacciato tutti i precedenti abitanti (invasioni barbariche), ha volte si è comportata in maniera tale da provocare esodi di milioni di persone terrorizzate (avanzata dall’Armata Rossa nell’Est europeo durante la Seconda Guerra Mondiale), ecc. Romano del resto non si avvede che Hamas non chiede migliori condizioni di vita, chiede l’eliminazione di Israele, e con ciò stesso le imputa la colpa di esistere, non quella di comportarsi male. Se 41 anni di occupazione non bastano a risolvere il problema, le conseguenze ricadono inevitabilmente sulle sue spalle.  Ricadono sulle sue spalle se si comporta con umanità, con troppa umanità. Se avesse bombardato Gaza come gli inglesi e gli americani hanno bombardato Dresda, ben difficilmente i palestinesi avrebbero continuato con i razzi Qassam.

Esiste anche una seconda legge. Chi fa una guerra non può limitarsi a programmare le operazioni militari. Deve avere un progetto per il dopoguerra. Se l'obiettivo è sbaragliare Hamas, chi governerà la Striscia di Gaza dopo la fine del conflitto? Con chi fare la pace se non con quelli contro i quali si è combattuto? Sergio Romano si lamenta forse del fatto che Israele non gli abbia dato comunicazione dettagliata della propria tattica e della propria strategia, in questa occasione?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

9 gennaio 2009

 


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CULTURA
7 gennaio 2009
CINQUE NOTAZIONI

CINQUE NOTAZIONI

Uno. Malgrado l’invasione, Hamas ha ancora la capacità e la volontà di lanciare RAZZI contro il sud di Israele: ma fa il proprio interesse? È vero che si trova dinanzi ad un dilemma impossibile: se continua, può affermare che Tsahal non ha ancora vinto e per ciò stesso ne giustifica l’azione; se smettesse e promettesse la pace, Israele perderebbe ogni giustificazione, se volesse continuare la propria azione, ma purtroppo molti arabi penserebbero che Hamas ha chinato la schiena. Infatti quell’organizzazione ha solo predicato l’annientamento di Israele, anche col sacrificio proprio e dei palestinesi. I lanci cesseranno o perché gli israeliani avranno scovato i razzi o perché i terroristi non potranno più ricevere rifornimenti.

Due. La DIPLOMAZIA, nelle crisi internazionali, ha la sua importanza ma stavolta fa ridere. Da un lato Hamas non capisce neanche la voce del cannone, dall’altro gli israeliani hanno imparato per esperienza che gli impegni dei palestinesi non valgono nulla. Essi possono contare solo sui risultati ottenuti. L’attività diplomatica, oggi come oggi, influisce sul risultato quanto le grida di trionfo o di disperazione di chi assiste ad una partita di calcio in televisione. Si negozia quando si ha qualcosa da dare e qualcosa da ricevere e Hamas non ha nulla da offrire. Che può dire, che ferirà tutti gli israeliani invece di ucciderli?

Tre. Se si parla di TREGUA, ecco le due richieste di Hamas: cessazione delle operazioni e riapertura dei valichi. La prima richiesta è inutile dal momento che Israele, se sarà riuscita a mettere Hamas in condizioni di non nuocere, non vedrà l’ora di andarsene. La seconda è assurda. Se fossero aperte le comunicazioni fra Gaza e l’entroterra, Hamas ne approfitterebbe per importare razzi ed esportare kamikaze. Nessuno ha notato che da mesi o anni Israele non subisce attacchi terroristici?

Quattro, i media parlano delle VITTIME CIVILI con scandalo, come se la guerra si potesse fare senza danni collaterali. Bisognerebbe al contrario cominciare col rimproverare ad Hamas la politica criminale di confondersi con i civili e di immagazzinare armi e razzi nelle case, nella speranza o che Israele non osi attaccarle o che faccia vittime innocenti. Fra l’altro, i  media hanno la disonestà di presentare i morti come se Tsahal avesse voluto uccidere dei civili, dimenticando che se Israele volesse provocare immense stragi potrebbe bombardare Gaza come gli inglesi hanno bombardato la Germania e gli Americani il Giappone.

Cinque. Per quanto riguarda il DIALOGO, gli israeliani sono scoraggiati. Hanno tentato per decenni di ottenere la pace (anche con concessioni notevolissime, il 93% dei territories) e ora Tzipi Livni dice: noi non trattiamo con i terroristi, noi lottiamo contro i terroristi. Viceversa per D’Alema la pace va fatta col nemico e a prima vista si è tentati di dargli ragione: il suo atteggiamento ha tutte le stimmate della Realpolitik. Purtroppo, è sbagliato lo stesso. Egli si esprime come se Hamas fosse disposta alla pace e Israele no, mentre è sempre stato l’opposto. Il realismo include e presuppone la conoscenza della realtà.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 gennaio 2009


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CULTURA
5 gennaio 2009
LA RISPOSTA SPROPORZIONATA

LA RISPOSTA SPROPORZIONATA

C’è un punto sul quale quasi tutti coloro che si occupano dell’attuale crisi di Gaza sono d’accordo, e cioè che la risposta di Israele agli attacchi di Hamas è sproporzionata. Si ha sproporzione quando la reazione non corrisponde all’azione. Se un uomo dà un pugno ad un altro, e l’altro gli risponde con un pugno o magari due, si ha risposta proporzionata. Se viceversa il primo gli dà un pugno e il secondo lo uccide, la risposta è sproporzionata.

Per la crisi nel Vicino Oriente il casus belli è costituito dal fatto incontestato che per molti mesi sono stati inviati razzi (Kassam, di solito, ma anche i più potenti Grad e Katiuscia) sul territorio israeliano. Le cittadine Sderot, Ashdod e Ashquelon ne hanno visto arrivare centinaia. Questi razzi, per nulla accurati, prendono di mira direttamente i centri abitati, nella speranza di fare vittime civili. Dopo un periodo di tregua, qualche settimana fa Hamas ha ripreso il lancio di razzi sul territorio di Israele e stavolta Gerusalemme ha deciso di reagire. In maniera proporzionata? In maniera sproporzionata? Questo è il tema.

La risposta proporzionata è un pugno contro un  pugno, una rivoltellata contro una rivoltellata, missili contro missili. Dunque Gerusalemme avrebbe potuto consentire ai suoi cittadini di fabbricare in cantina e sparare razzi in direzione di Gaza. E qui nascono dei problemi. Non solo gli israeliani sono tecnicamente superiori, ma Gaza è una città tanto grande e tanto vicina (meno di cinque chilometri) che ogni razzo avrebbe inevitabilmente centrato il bersaglio, facendo ogni volta parecchi morti fra la popolazione civile. La risposta sarebbe stata proporzionata? Certamente sì, dal momento che uguali sarebbero stati i mezzi (razzi artigianali) e uguali sarebbero state le intenzioni (ammazzare degli innocenti). Non sarebbe colpa di Israele se i missili di Hamas spesso non riescono a far vittime e quelli israeliani ci riuscirebbero ogni volta: nessuno può chiedere allo spadaccino bravo, sfidato a duello, di non usare la propria superiorità. Diversamente avrebbe ragione quel personaggio di Ferravilla, Tecoppa, che nel corso di un duello accusava il suo avversario di slealtà, visto che si muoveva e gli impediva così di infilzarlo. La risposta proporzionata di Israele sarebbe stata una pioggia di raggi simili ai Kassam, facendo qualche migliaio di morti.

Ma c’è un altro piano di possibile proporzione. Nello Statuto di Hamas, considerata da molti il legittimo governo di Gaza, c’è il progetto di distruggere Israele ed eliminare tutti gli israeliani. Se Israele volesse rispondere con la stessa moneta, dovrebbe eliminare tutti i palestinesi o comunque scacciarli dalla Palestina. Questo sarebbe proporzionale al comportamento di Hamas e di chi l’applaude. Né si potrebbe protestare per la superiore forza di Israele: se l’iniziativa della violenza viene dal più debole, il fatto che nello scontro egli soffra e perda anche la vita non è cosa che possa indurre alla pietà. Il coniglio non ha il diritto di tentare di mangiare il leone e se insiste è naturale che il leone mangi lui.

Fino ad oggi, soprattutto prima che gli israeliani realizzassero quella provvidenziale recinzione che in Europa hanno chiamato “muro”, i palestinesi hanno violato tutte le regole: hanno realizzato attacchi terroristici contro pizzerie, discoteche, supermercati, dovunque si potessero fare molte vittime civili ignare ed innocenti, hanno nascosto armi nelle ambulanze, per poi protestare perché venivano controllate ai valichi, hanno usato perfino ragazzini o donne incinte come kamikaze. Contando sul livello di civiltà di Israele non hanno mai temuto di essere ripagati con la stessa moneta. Non hanno mai temuto che Israele si comportasse come loro. E infatti le fabbriche di missili, le residenze dei terroristi e tutti i depositi di armi sono stati inseriti in quartieri densamente popolati. Ma col tempo in Israele l’esasperazione è salita. Prima si è passati alle esecuzioni “mirate” di quei terroristi che i “governi” palestinesi lasciavano indisturbati, ora si è passati  all’invasione e alla distruzione di interi palazzi, se dentro di essi c’erano dei capi terroristi o dei depositi di armi. Salvo magari avvertire prima, con una telefonata, dell’imminente arrivo del razzo: Israele rimane sempre un paese civile.

Tsahal ha comunque fatto sapere ai palestinesi che non devono più contare troppo sulla difesa costituita dagli scudi umani. La misura è colma.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

5 gennaio 2009


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CULTURA
4 gennaio 2009
SOFRI POLEMOLOGO

SOFRI POLEMOLOGO

Le frasi che seguono sono tratte da un articolo (Repubblica, 4 gennaio 2009) dal titolo  " Le vittime che servono per dire basta ", a firma di Adriano Sofri.

L’articolo comincia così: “C´è una domanda cui bisogna rispondere. Sembra una domanda facile, e il guaio è là. Che il numero dei morti palestinesi per l´offensiva israeliana a Gaza sia così alto, e cresca ancora, è un segno di vittoria di Israele, o di sconfitta, o di che cosa?” Arduo problema. “E una sottodomanda, in apparenza ancora più facile: che i morti palestinesi siano tantissimi, e quelli israeliani pochissimi, è una vittoria o una sconfitta di Israele?” Una domanda difficilissima, effettivamente. Più o meno come questa: chi ha vinto, a Canne, chi ha vinto nella Selva di Teutoburgo? O anche, se si scende sul piano della quotidianità: “Se facendo a pugni ne date uno e ne ricevete cento, riuscite ad indovinare se avete vinto o perso?” Parlando seriamente sarebbe facile dire a Sofri che chi saprebbe meglio di tutti la differenza tra far morire gli altri o morire lui stesso è il Commissario Calabresi.

Per Sofri il generale Yoav Galant ha illustrato i propositi dell’offensiva con una frase orribile. Si tratta di: “Ributtare indietro di decenni la striscia di Gaza in termini di capacità militare, facendo il massimo di vittime presso il nemico e il minimo fra le forze armate israeliane". Sofri scandalizzato richiede che gli facciano annusare i sali. Come molti strateghi da poltrona, crede che la guerra sia una gara di cortesie. Se invece sapesse che cos’è, se l’avesse fatta come l’ha fatta George S. Patton, direbbe come lui ai soldati:  “Voi non siete qui per morire per la vostra patria. Voi siete qui per far sì che gli altri figli di puttana muoiano per la loro patria”. E forse nei salotti buoni di Milano è necessario annusare di nuovo i sali.

Ecco un’altra notazione. “Ogni settimana, la rivista "Internazionale" pubblica una rubrichetta di poche righe, intitolata "Israeliani e palestinesi", che aggiorna il numero dei morti dell´una e dell´altra parte a partire dalla seconda Intifada, cioè dal settembre del 2000. … la sproporzione è cresciuta … il divario ha continuato ad accrescersi, finché all´inizio di dicembre … il totale dei morti palestinesi superava di più di cinque volte quello dei morti israeliani (5.301 a 1.082)”. Ecco un modo stupido e tendenzioso di raccontare i fatti. Se una turba di fanatici disarmati cerca di strangolare a mani nude un gruppetto di soldati bene armati, è normale che alla fine ci siano sul terreno un soldato ucciso e un centinaio di morti fra gli aggressori. Ma è colpa degli aggrediti? Questi non dovevano usare le armi, solo perché gli altri erano disarmati? Sofri inoltre dimentica che gli aggressori non tengono in nessun conto né la propria vita né quella dei propri cari. Ammesso che cari gli siano.

“Israele ha pressappoco undicimila prigionieri palestinesi, la Palestina, cioè Hamas, uno solo, il povero Gilad Shalit”. Piccolo particolare: Israele tiene in carcere palestinesi colpevoli di reati mentre Shalit è un soldato innocente. Quando si tratta di Israele anche un fine intellettuale come Sofri dimentica la differenza fra sequestro di persona e detenzione dopo un processo.

Secondo Sofri non è giusto che la popolazione palestinese soffra, per i crimini dei terroristi. “Gli invasati, o i farabutti, non rendono un popolo correo del loro fanatismo: nemmeno quella metà del popolo che li ha votati in un´elezione”. Ecco a che cosa conduce il vizio di parlare di cose che non si conoscono. Se la Striscia di Gaza avesse un governo decente che non permette il terrorismo nei confronti degli Stati vicini, i pochi “invasati e farabutti” non renderebbero il popolo correo del loro fanatismo. Ma se è il governo stesso ad essere composto d’invasati e farabutti che predicano ed attuano il terrorismo, tutto il paese paga il conto. Quando gli Alleati bombardarono Dresda, uccidendo decine di migliaia di civili inermi, li considerarono responsabili solo di far parte di un paese che aveva a capo Hitler. È questa, la logica dei rapporti fra gli Stati. È questa la logica della guerra. Ma Sofri non ne ha mai sentito parlare.

“Se davvero un´azione militare mirasse al massimo di vittime nel nemico, l´ideale sarebbe lo sterminio. Se la confermasse, il generale che ha pronunciato una frase del genere andrebbe messo ai ferri”. Ancora una volta ecco una dimostrazione d’incompetenza in materia di cose militari. La guerra - salvo l’unico caso di un paese preistorico che ha Hamas al governo - tende alla resa del nemico, non alla sua morte. Quando gli Stati Uniti bombardano Hiroshima non vogliono ammazzare un centinaio di migliaia di giapponesi, vogliono che il Giappone si arrenda. E se non si arrende, bombardano Nagasaki. E se infine dopo Nagasaki il Giappone si arrende, la guerra finisce.  È triste che sia necessario spiegare cose del genere.

“Non è possibile che Israele, cioè gli israeliani, pensino e sentano di "non avere altra scelta". Ce l´hanno, sanno anche qual è: tutti, o quasi. Sanno qual è, e vanno da un´altra parte. In cielo e, tanto peggio, in terra”. La scelta la sanno gli israeliani, la sa Sofri, forse la sanno tutti, ma chi scrive queste righe no. Perché Adriano non l’ha scritta, in modo da illuminare l’unico scemo rimasto? L’unica condizione che gli si pone è che la sua soluzione comporti la sicurezza degli abitanti di Israele.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


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CULTURA
3 gennaio 2009
VOLTAIRE A GAZA

VOLTAIRE A GAZA

Quando si tratta di azioni militari il futuro è imprevedibile. Helmuth von Moltke diceva: «Preparate tutti gli scenari alternativi nei minimi particolari. Sappiate però che dovrete combattere in quello a cui non avete pensato» I risultati infatti possono sempre essere diversi da quelli prefigurati. Dunque nessuna persona ragionevole s’impanca a profeta. Se qui si discute dei possibili risultati dell’intervento israeliano a Gaza è solo perché è inevitabile chiedersi che cosa avverrà.

Hamas, come stabilito anche dall’Ue, è un’organizzazione terroristica. Lo prova il suo statuto, che prevede l’eliminazione di Israele; lo provano gli attentati contro cittadini inermi portati a termine dai suoi militanti; lo provano i continui lanci di razzi verso il sud di Israele, razzi che hanno lo scopo dichiarato di fare vittime civili. Si tratta dunque di un’organizzazione che non segue neppure i più elementari principi morali o di diritto internazionale di guerra, per non parlare delle varie Convenzioni di Ginevra. Dal tempo dei Sumeri e dei Faraoni nessuno si è prefisso lo scopo di uccidere tutti gli abitanti di un paese. Nessuno ha programmato di scacciarli dal loro territorio fino all’ultimo e per giunta, nel caso degli israeliani, di buttarli a mare, visto che nessuno dei vicini accetterebbe di ospitare cinque milioni di ebrei.

Tutto questo è barbarico ed arcaico,  per non dire preistorico, ma, se pure in una mentalità criminale, sarebbe comprensibile se Hamas avesse almeno rispetto per i palestinesi: ma non è così. La sua missione di odio è posta al di sopra della stessa vita degli abitanti della Striscia di Gaza. Se gli israeliani ne uccidessero la metà Hamas direbbe soltanto che quei morti sono shahid, martiri, e non è una ragione per cambiare politica.

Il parallelo con Hitler è inevitabile. Non solo anch’egli ha attuato quel genocidio che i palestinesi sognano, ma non ha avuto la minima pietà per il popolo tedesco. La Germania tecnicamente ha perduto la guerra nel 1943 o prima. Quando si dice “tecnicamente” si intende che, da un dato momento, le sorti del conflitto non possono che volgere al peggio. A questo punto un governo ragionevole (per esempio proprio quello germanico, nel 1918) chiede la pace. Hitler invece, spinto dalla sua smisurata egolatria, ed anche dalla sua follia criminale, ha lasciato che, ancora per anni, intere città fossero distrutte e altri milioni di tedeschi fossero uccisi. Sperava che la Germania morisse con lui.

Anche Hamas – che pure con qualche beneficenza e con la fama di integrità morale si è guadagnato il voto, per poi vanificarlo con un colpo di Stato contro Fatah – non ha nessun riguardo per le sofferenze degli abitanti della Striscia di Gaza. L’odio per Israele è un Moloch al quale si può sacrificare un intero popolo. E infatti assiste senza batter ciglio alla punizione inflitta da Gerusalemme.

Dal punto di vista della politica internazionale, tutto questo significa che Israele non ha un interlocutore. A chi non tiene nemmeno alla propria sopravvivenza non si può offrire nulla. Non si può minacciare nulla. Ecco perché Israele si è risolta all’azione: se un paese si ostina ad inviare razzi per ammazzare dei civili, non rimane che punirlo. Chi vuole la guerra è bene che l’abbia. Chi, pur di non concedere pace, è disposto a morire, è bene che muoia.

Se dopo l’azione punitiva dalla Striscia non partiranno più razzi, il risultato sarà stato raggiunto. Se invece non si ottenesse una tregua è ovvio che Israele potrebbe riprendere i suoi interventi, magari sempre più sanguinosi, quando lo reputasse opportuno: ha il dominio incontrastato dell’aria e una tecnologia infinitamente superiore. Ma l’esasperazione della popolazione israeliana non sarebbe per questo minore. Che cosa fare, a quel punto? Domanda senza risposta.

Se non si vuole essere pessimisti senza speranza, rimane lecito sperare che le ferite inferte ad Hamas siano tali da indurre a più miti consigli la dirigenza di questa gang: dopo tutto, è ciò che è avvenuto nel Libano meridionale, con Hezbollah. Ma questa vicenda fa venire in mente una terribile battuta di Voltaire: “Non è vero che tutti gli uomini agiscono per egoismo. Se fosse vero, ci sarebbe modo di mettersi d’accordo”. I fanatici non sono sensibili all’egoismo e non ascoltano nemmeno l’istinto di conservazione.

Si è quasi tentati di rimpiangere Yassir Arafat che era corrotto, sì, ma egoista e amante della vita.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

3 gennaio 2009


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CULTURA
1 gennaio 2009
GAZA NON È IL PROBLEMA

GAZA NON È IL PROBLEMA

Oggi i media si occupano di Gaza ma esiste un problema ancora più grande: il Libano meridionale. È una bomba che potrebbe esplodere da un giorno all’altro, provocando molti più danni. Mentre a Gaza c’è un’enorme quantità di palestinesi pronti a compiere atti di terrorismo ma incapaci di agire - sia perché mancano di armi pesanti e non possono riceverne, sia perché non possono uscire dalla Striscia  - nel Libano meridionale ci sono meno fanatici ma in compenso essi sono liberamente armati dalla Siria e dall’Iran. Il governo di Beirut non osa toccarli. Da Gaza si possono temere attacchi terroristici, dal Libano una guerra.

Qui si vede quanto vana sia stata l’iniziativa italiana di creare un corpo di osservatori da inviare in quel paese. I nostri soldati, e quelli degli altri paesi che collaborano in questa spedizione, non hanno – o non esercitano – né il potere di controllare efficacemente il territorio né quello di impedire che in esso si predispongano le armi e le strutture per attaccare Israele. In tempo di pace questi soldati fanno una sorta di villeggiatura, in tempo di guerra dovranno scappare via come lepri per evitare di essere massacrati nel fuoco incrociato. Ma questo è secondario: si è sempre saputo che l’intervento era puramente cosmetico.

Se gli Hezbollah si sono fino ad ora astenuti dall’inviare missili in territorio israeliano non è stato perché c’erano soldati europei, ma perché Israele li ha colpiti molto duramente, checché ne dica la propaganda, e perché un secondo attacco uguale al precedente sarebbe suicida. Essi si muoveranno quando l’aggressione sarà meglio organizzata. E infatti proprio in questi giorni l’esercito libanese ha trovato otto razzi ("Katiuscia" e "Grad"), dalla gittata massima di 20 chilometri, nascosti a cinque chilometri dalla frontiera e puntati verso Israele .

L’uso dei missili ha una sua precisa spiegazione. In uno scontro campale, di Hezbollah e dell’intero Libano Israele farebbe un solo boccone. Viceversa, sparando razzi e facendo vittime civili, Hezbollah conseguirebbe un grande successo: come tutti i paesi democratici Gerusalemme è sensibilissima alla sicurezza dei propri cittadini, i quali non perdonerebbero certo a Tsahal di non averli saputi proteggere. E tuttavia, non c’è modo di difendersi da missili che piovono dal cielo e sparati così da vicino da non consentire preavviso. Questi dati fanno già capire quello che potrebbe avvenire.

Il “partito di Dio”, armato dalla Siria e soprattutto dall’Iran, potrebbe scatenare una tempesta di missili sulle città israeliane, con lo scopo di fare quante più vittime civili sia possibile. Israele, non potendo fermare quei razzi, risponderebbe con la stessa moneta. Non potendo colpire gli Hezbollah (chi sono, gli Hezbollah? Dove stanno?), colpirebbe Beirut e le altre grandi città in maniera devastante. Prima le infrastrutture, poi, se le proprie vittime civili fossero veramente numerose, potrebbe a sua volta fare volontariamente migliaia di vittime civili. Farebbe pagare carissimo, ai libanesi, l’errore di aver lasciato mano libera ai terroristi sul proprio territorio. E qui si pone un problema di diritto internazionale: sarebbe giustificata, la risposta di Israele?  Soprattutto tenendo conto che Hezbollah non teme né la morte dei propri uomini né, ovviamente, quella di tutti i cittadini libanesi?

Il governo di un Paese non è quello che si proclama tale (per esempio un “governo in esilio”) ma quello che ha l’effettivo controllo del territorio. Se dei ribelli riescono a dominare uno Stato non sono più “banditi”, “rivoltosi” o “rivoluzionari”: sono il legittimo governo. Ex facto oritur ius, il diritto nasce dal fatto. È questa la rgione per cui la Gran Bretagna, con decenni di anticipo su altri paesi, riconobbe la Cina di Mao Tse Tung: perché Mao aveva il controllo del territorio.

Nel caso del Libano, esiste un “governo” a Beirut ma esso non ha il controllo del territorio. Se l’avesse, non permetterebbe né le intrusioni della Siria né la rischiosissima attività di Hezbollah. Dunque, quanto meno in senso militare, il governo del Paese ce l’ha il “partito di Dio”. E se esso attacca un altro paese, è il Libano stesso che è in guerra con Israele. E questo Stato ha dunque il diritto di rispondere ad eventuali attacchi stragisti con altri attacchi stragisti. Americani ed Inglesi hanno distrutto le città tedesche dopo che i tedeschi avevano attaccato Londra o Conventry col preciso interno di uccidere cittadini britannici. Ormai da decenni a Gerusalemme si dice che “la caccia all’ebreo non è più gratis”. Per giunta, mentre Libano e Siria non hanno la forza di distruggere Israele, Israele può senza sforzo radere al suolo tutte le città più importanti di ambedue i paesi. Senza neanche usare l’atomica.

Non è facile spiegare come mai un “governo” come quello libanese possa essere disposto a correre questi rischi. Forse pensa che ogni giorno di pace in più è un giorno di vita in più. Forse in Medio Oriente la logica e la ragionevolezza sono assenti da decenni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

1 gennaio 2009


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permalink | inviato da giannipardo il 1/1/2009 alle 11:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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