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POLITICA
18 luglio 2010
BERSANI LEADER INADEGUATO
C’era una volta un sant’uomo che viveva in una caverna, in perfetta solitudine, pregando e facendo penitenza. Il diavolo avrebbe voluto indurlo a peccare ma non sapeva come fare. Che genere di peccati poteva commettere, quel vecchio? Provò dunque con l’ira. Gli rovesciava il catino con l’acqua, gli faceva trovare il pagliericcio per terra, gli sporcava la Bibbia col fango, ma il vecchio non se la prendeva. “Questo è il diavolo che vuol farmi arrabbiare”, diceva. E andava a riprendere un secchio d’acqua, rimetteva il pagliericcio sul letto, aspettava che la Bibbia si asciugasse.
Un giorno il diavolo ebbe un’idea. Si trasformò in una vecchina e cominciò a cercare di caricarsi sulle spalle una fascina di legna ma la fascina era troppo pesante e allora disfaceva il nodo sulla corda che la teneva insieme, aggiungeva altra legna, riannodava la corda e cercava di caricarsi la fascina sulle spalle. Non ci riusciva, allora disfaceva il nodo…
Il sant’uomo, che aveva visto tutte queste manovre durante la sua passeggiata, non poté trattenersi dal dirle: “Accidenti, benedetta donna, ma non lo capite che dovete togliere legna, non aggiungerne? Siete scema?”
Il diavolo allora riprese il suo aspetto normale e rise. Aveva vinto. Se c’è qualcosa che fa perdere la pazienza anche ai santi, è l’irrazionalità.
Pierluigi Bersani non può essere irrazionale come la vecchietta. Innanzi tutto è laureato in filosofia e Dio sa se in quella materia bisogna essere capaci di ragionare. In secondo luogo, malgrado questa specializzazione, si è fatto apprezzare in materia di economia: tutti ricordano le sue famose “lenzuolate”. Infine, quando vuole, si esprime pacatamente e con una qualche emiliana bonomia. E tuttavia il suo comportamento indigna.
Nei sistemi bipolari o bipartitici, al di fuori delle due grandi formazioni non v’è salvezza. Inoltre, all’interno di esse, ognuno, anche se ideologicamente ai margini, deve conformarsi al parere della maggioranza: il partito tende infatti ad avere il sostegno di metà della popolazione, non di estremisti ed idealisti di vario pelame.
Col proporzionale invece anche il partito che ottiene l’1% ha i suoi deputati e il problema è opposto: il partito dell’1,5% deve sottolineare tutte le differenze possibili col partito del 2% per dire agli elettori: “Votate per noi perché solo noi sosteniamo esattamente, al millimetro, le vostre idee. Cosa che nessun altro fa. Neanche il partito che ci somiglia di più”. Il sistema bipolare tende a nascondere le differenze (salvo quella fra le due grandi formazioni), il sistema proporzionale esalta le differenze anche fra partiti molto vicini ideologicamente.
Il nostro è un sistema bipolare ma non bipartitico perché accanto al Pdl c’è la Lega e accanto al Pd c’è l’Idv. Da questo consegue che, pur convenendo su alcuni punti generali (per la sinistra, l’antiberlusconismo), all’interno di ogni coalizione ogni partito cerchi di fare concorrenza all’alleato. Antonio Di Pietro non spera di rubare elettori a Berlusconi, cerca di rubarli al Pd presentandosi come il più antiberlusconiano, il più intransigente, il più estremista e per così dire “il più comunista”, cercando di recuperare anche gli elettori che furono dei Comunisti Italiani. E infatti dalle ultime elezioni politiche le intenzioni di voto a favore dell’Idv, rispetto al Pd, sono piuttosto aumentate che diminuite.
Se questa è la strategia dell’Idv, è ovvio che la strategia del Pd dovrebbe essere opposta. Non un antiberlusconismo di guerra, ma un semplice dissenso da Berlusconi. Non posizione negativa su tutta la linea, ma posizione critica riguardo ad ogni provvedimento. Invece si direbbe che Bersani sia terrorizzato all’idea di apparire meno intransigente di Di Pietro o di personaggi vagamente folcloristici come Dario Franceschini o Rosy Bindi.  Per questo insegue tutti, a sinistra. Annuncia continuamente l’apocalisse. Corruga la fronte e fa la faccia feroce. È  irragionevole e sconfortante.
Forse Pierluigi Bersani si è interessato più di filosofia che di comunicazione. Anni fa era famoso uno slogan commerciale: “Chi beve birra campa cent’anni” e un pubblicitario all’occasione diceva che la novità, nel suo campo, non era un optional “Perché se dico ‘Chi beve chinotto campa cent’anni’ la gente dirà: ‘Ah sì, chi beve birra campa cent’anni’. E va a comprare una birra”. Nello stesso modo il segretario del Pd dovrebbe capire che, se scimmiotta Di Pietro, tutti preferiranno l’originale all’imitazione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 luglio 2010

Oggi, 18 luglio, ho avuto infinite difficoltà per entrare nel sito e inserire questo articolo. Se in futuro il blog non dovesse essere aggiornato, significherebbe che il guasto si è confermato. I miei articoli si potranno sempre trovare su www.pardonuovo.myblog.it

POLITICA
29 giugno 2010
LA LEGALITA', MA SOLO SE CI PIACE
La notizia è data dal “Corriere della Sera”. Dario Franceschini, aiutato da Massimo Donadi dell’Idv, cercherà di raccogliere le 63 firme necessarie per proporre la sfiducia individuale al ministro Aldo Brancher. “Non basta la rinuncia al ricorso al legittimo impedimento, la vicenda resta inqualificabile”. Ad aver pazienza, sulla vicenda Brancher si potrebbero trovare mille frasi simili o anche peggiori, ma l’argomento che si vuole trattare è un altro e bisogna innanzi tutto porre in chiaro alcune cose.
Non sentiamo nessuna speciale simpatia per questo signor Brancher, mai sentito nominare prima; non sentivamo affatto la necessità di un nuovo ministro; il modo in cui è stato nominato ci è apparso piuttosto sgradevole (anche se l’ipocrisia della Lega, in questa occasione, è stata monumentale); la sua dichiarazione di volersi avvalere della legge sul legittimo impedimento è suonata poco opportuna e di pessimo gusto. E si potrebbero dire altre cose ancora. È un argomento politico dalle molte sfaccettature, ma rimane indigeribile l’indignazione di tutti coloro che, da sempre e in ogni caso, hanno tenuto la legge come unica stella polare. Chi ha sempre avuto questo atteggiamento non può condannare nel modo più aspro chi si è solo voluto avvalere della legge: o il comportamento conforme alle norme approvate è sempre da apprezzare, oppure deve essere politicamente lecito sostenere chi è andato contro la legge. O si venera la legge, e si insiste per la messa a morte di De Gaulle condannato dal regime di Vichy, oppure si fa politica, e allora De Gaulle ha ragione e Pétain torto.
In Italia, ogni volta che si è trattato di un possibile contrasto fra politica e giurisdizione, Franceschini e di Donadi si sono risolutamente schierati dalla parte della legge. Se la Procura della Repubblica di Milano fa sapere a Silvio Berlusconi, via “Corriere della Sera”, che è indagato per mafia mentre presiede un congresso internazionale contro la criminalità, le vestali della legalità ci fanno sapere che la magistratura non può tenere nessun conto dell’opportunità politica. Nemmeno quando potrebbe farlo senza intralcio della giustizia: per esempio ritardando quella comunicazione; o facendola pervenire per le vie e con la discrezione previste dalla legge. La legge secondo queste caricature di Robespierre è cieca e sorda a tutto e a tutti e bisogna inchinarsi ad essa perinde ac cadaver. Ma allora, se una norma è vigente e un ministro dichiara di volersene avvalere, dov’è lo scandalo?
Lo scandalo è che essa non piace alla sinistra. Ciò implica però che il Pd e l’Idv non sono per la legge in ogni caso: sono per la legge purché essa gli piaccia. E non c’è nulla di più lontano dalla legalità.
Se questi geni della politica prendessero l’iniziativa di una sfiducia personale per un ministro che ancora non ha compiuto nessun atto politico (del resto, secondo “Famiglia Cristiana” è un “ministro del nulla”) dicendo semplicemente “non ci piace”, non ci sarebbe da ridire. La politica è scelta, opzione, giudizio insindacabile. Il deputato può votare contro qualunque provvedimento, anche il più ragionevole e anche presentato dal suo proprio partito, così come può votare a favore della più demenziale delle proposte. C’è scritto nella Costituzione. Ma non dica di farlo in nome della legalità. I parlamentari siedono nelle camere non per adorare le leggi vigenti ma per farne di nuove.
Invece i politici di sinistra si sbracciano a difendere la legalità, si sgolano a pretendere la punizione dei “colpevoli” a loro antipatici, e non hanno mai chiesto seriamente che si punissero quei pm (un battaglione) che violano la legge passando gli atti coperti da segreto ai giornalisti; sono per la trasparenza di tutto e di tutti, e non si sono mai stupiti del fatto che i sindacati, pur maneggiando milioni di euro, non abbiano mai depositato uno straccio di bilancio; parlano di attentato alla Costituzione se Marchionne cerca di non far operare la Fiat in perdita, e non si meravigliano che in sessantadue anni non si sia data attuazione all’art.43 di quella Carta. E si potrebbe continuare. Per Di Pietro, tutti sono colpevoli non appena indagati, ma non lui. Berlusconi è colpevole benché assolto, lui è innocente perché assolto.
Franceschini e i suoi amici portino pure avanti la loro iniziativa. Nel caso non sentiremmo la mancanza di Brancher. Ma non si strapazzino a fornire ulteriori prove della loro pochezza intellettuale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 giugno 2010

CULTURA
25 gennaio 2010
VENDOLA: UN VOTO A FAVORE DI BERLUSCONI
Al livello nazionale sembra che la vittoria di Niki Vendola, in Puglia, significhi due cose: la prevalenza di fattori localistici sulle decisioni prese dalla dirigenza del Pd e la sconfitta di quella parte del Pd che, in contrapposizione a Dario Franceschini, Rosy Bindi ed altri “estremisti” interni, fa capo a Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. Essa dimostra inoltre che le cosiddette “primarie” possono essere pericolose per un partito male strutturato, contraddittorio e un po’ anarchico come il Pd. In realtà è probabile che il significato di queste “primarie” vada parecchio oltre.
D’Alema e i suoi amici avrebbero voluto, già con queste elezioni, avviarsi a realizzare un partito moderato, non giustizialista, tendente a sfondare al centro, magari alleandosi con Casini. Fino a riconquistare il governo. La controparte invece si è limitata ancora una volta ad essere arrabbiatamente di sinistra, massimalista, allergica ai compromessi col “male”, cioè con Berlusconi e, in misura minore, con Casini, suo ex alleato. Nella sfida Vendola è stato favorito dalla stima personale che si è guadagnata, ma soprattutto dal fatto di non essere l’uomo di D’Alema e Bersani e dal suo marchio di “politico a sinistra del Pd”, come è “Sinistra e Libertà”.
Qualcuno può dire che questa è una catastrofe per i dalemiani, ma le cose stanno peggio di così: è la catastrofe dell’antiberlusconismo.
Per tre lustri, la galassia di sinistra – comunque si chiamasse, Ulivo, Unione o Pd-Di Pietro – ha avuto come nocciolo della sua politica la guerra a Silvio Berlusconi. Una guerra portata avanti con tutti i mezzi, senza il minimo scrupolo e con l’entusiasmo fanatico di una vera jihad. La parola d’ordine è stata un sostanziale “boia chi molla”. Una qualunque mossa, un qualunque compromesso, un qualunque accordo che avrebbe potuto rappresentare un dialogo con il Diavolo di Arcore, quand’anche fosse stato accettabile, è stato rigettato perché empio a priori: anathema sit. La politica italiana è stata talmente radicalizzata che l’intero elettorato l’ha potuta riassumere nell’essere pro o contro Berlusconi. Cosa non del tutto negativa, per le menti più semplici: è infatti più facile distinguere il bianco dal nero che le sfumature di grigio della realtà.
Alla lunga, ciò che ha fatto felici i più ingenui – coloro per i quali quella distinzione con l’accetta era il massimo che potessero capire – ha finito con il far apparire la sinistra come una setta di assatanati che invece di andare a messa seguono in ginocchio, una volta la settimana, “Annozero”. Il Pd è divenuto una conventicola minoritaria senza nessuna speranza di riconquistare coloro cui non basta, per applaudire, che si sia detto male di Berlusconi.
Alcuni tutto ciò l’hanno capito, nel Pd. Bersani l’ha dimostrato quando, all’indomani della sua elezione a segretario, ha ripetutamente detto: “Il vero antiberlusconiano è quello che riesce a mandare a casa Berlusconi”. Non cioè quello che sputa fiele annacquato come un Franceschini, ma colui che riesce a vincere le elezioni. Cosa che oggi non si vede nemmeno all’orizzonte.
Purtroppo, quella politica demenziale è andata troppo lontano perché si possa frenare, lungo questa china. Anche se Vendola non è ostentatamente antiberlusconiano come Rosy Bindi, anche se non recita quotidiane giaculatorie di odio come Di Pietro, è stato votato perché rimane il massimo che l’estrema sinistra può offrire in Puglia. Per conseguenza, coloro che non leggono troppi giornali, coloro che da anni ed anni si limitano ad annusare l’aria, l’hanno giudicato l’uomo giusto per vincere all’interno della sinistra. E involontariamente, a livello nazionale, l’uomo giusto per dare lunghi anni di successi a Berlusconi.
Il Pd raccoglie ciò che ha seminato e perde consenso mentre l’Idv, che si è fatta un programma degli errori passati della sinistra, ha tendenza ad aumentare i suoi voti piuttosto che a vederli diminuire. Il tutto con l’unica prospettiva di migliorare la situazione personale di Antonio Di Pietro e di rimanere nettamente minoranza nel Paese.
Prosit.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010

POLITICA
29 dicembre 2009
IL PARTITO DELL'ODIO
Raccontano che il Grande Capo di un’industria aeronautica tenesse dietro la scrivania la gigantografia di uno scarabeo con sotto la scritta: “Un ingegnere aeronautico aveva detto: non potrà mai volare”. Né meno saggi erano i filosofi scolastici che affermavano: “ab esse ad posse valet illatio”, cioè “se una cosa è, è segno che può essere”. Riflessioni che vengono in mente quando un fatto, malgrado la sua evidenza, ci sembra incedibile. Se, per esempio, un giovane Antonio Di Pietro ci avesse prospettato la sua intenzione di divenire un leader della politica, ci saremmo messi a ridere. Ma, come si dice: who has the last laugh? Chi ride per ultimo?
Tutto questo viene in mente quando Silvio Berlusconi improvvisamente si mette a parlare d’amore e di partito dell’amore. Dichiarazioni di questo genere fanno pensare a La Pira buonanima e producono un brivido di disagio nella schiena. Pongono perfino interrogativi sulla salute mentale di chi parla. Ma se La Pira è rimasto confinato al folclore della politica e forse dell’agiografia, il Cavaliere è tutt’altro che un ingenuo. Un ingenuo non sarebbe mai arrivato dove è arrivato lui. In passato il Cavaliere ci ha già abituati all’idea che se lui ha un’idea pazza, può darsi che quell’idea pazza abbia successo. Fonda dall’oggi al domani un partito con un nome da slogan calcistico e quel partito diviene il primo d’Italia. Implora da Martinazzoli una migliore resistenza ad Occhetto, non l’ottiene, e realizza lui, il dilettante, quello che i professionisti della politica reputavano impossibile. Berlusconi, come lo scarabeo e perfino come Di Pietro, è meglio giudicarlo con prudenza. Tuttavia, dopo queste dovute genuflessioni, rimane l’interrogativo: il partito dell’amore? Stiamo scherzando?
Quando l’uomo di Arcore è sceso in politica, l’ha fatto in nome dell’anticomunismo, e sappiamo tutti che oltre metà degli italiani è risolutamente anticomunista. Poi ha parlato di diminuire le tasse, e sappiamo che alla totalità degli italiani non piace pagarle. Poi ha parlato di libertà e gli italiani, che sono naturaliter degli anarchici, non potevano che applaudire. Ma l’amore? Sin dai tempi di Dante se gli italiani qualcosa hanno amato, è stato scannare i concittadini. E figurarsi quelli di un altro comune. Nel corso dei secoli, in Europa francesi, inglesi, spagnoli e tedeschi hanno dato prova, con azioni di gruppo, di grandi capacità guerriere. I giapponesi sono un vero popolo: un insieme in cui il singolo è pronto a sacrificarsi per la comunità. E gli americani, nel Pacifico, ne hanno saputo qualcosa. Gli italiani invece amano solo le guerre intestine.
Sarebbe stato accettabile se Berlusconi avesse propugnato non l’amore, ma l’amore libero. Perché moltissimi, almeno nei nostri desideri, siamo puttanieri quanto lui. Ma l’amore dell’avversario? Anzi – siamo in Italia – del nemico?
Certo, può darsi che ancora una volta Berlusconi tiri fuori dal cilindro un coniglio sgambettante: ma stavolta è lecito dubitarne. Forse non ne uscirà niente – e sarebbe il male minore – forse una cartolina di Buon Anno. Il Cavaliere è poco oltre i settant’anni ed oggi le speranze di vita sono rosee anche per persone della sua età: non è ancora il momento che dia segni di sbandamento mentale. Si può dunque accettare che dichiari di amare Dario Franceschini, Furio Colombo e persino Marco Travaglio, purché sotto sotto prepari qualche bazooka per trasformarli in pulviscolo. Diversamente, dovremo trovarci un altro Cavaliere. Oppure prepararci all’idea che torni Romano Prodi e ci farfugli qualcosa che non capiremo. Ma allora non sarà perché avrà parlato di amore, sarà semplicemente perché l’eloquio del Professore è l’equivalente acustico della scrittura cuneiforme.
Se ora avessimo il coraggio di Di Pietro, al cui confronto Garibaldi era un timido e un codardo, dovremmo fondare il partito dell’odio. Con questo programma: “Non odiamo la sinistra, non odiamo la destra, odiamo tutti. E non perché abbiano fatto qualcosa o contino di farla: odiamo tutti e basta. Ci riserviamo di odiare anche i nostri compagni di partito e una parte di odio la riserviamo a colui che la mattina vediamo allo specchio”. Quest’ultima affermazione spingerebbe a prendere la tessera, fra i primi, Antonio Di Pietro e Marco Travaglio. E li capiremmo senza difficoltà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 dicembre 2009

POLITICA
19 dicembre 2009
L'INCIUCIO PIDUISTA
A Massimo D’Alema in passato non sono state risparmiate critiche e un paio di volte l’abbiamo chiamato bugiardo. Persino nei titoli degli articoli. Oggi invece ci sono persone che ci costringono a prenderne le difese.
Rendendosi conto del clima avvelenato che si respira, D’Alema ha proposto di dare alla maggioranza il proprio accordo per una qualche legge che sottragga Berlusconi alla persecuzione dei giudici e permetta di discutere insieme, più seriamente, delle necessarie riforme. Per questo accordo ha usato coraggiosamente la parola “inciucio”, prevenendo dunque la reazione pavloviana dei suoi colleghi. Ha aggiunto che gli accordi fra avversari fanno parte della normale vita politica, ogni volta che essi siano utili, ed ha citato l’intesa, in anni lontani, a proposito dell’art.7 della Costituzione.
L’unica cosa che si può seriamente contestare, in queste affermazioni, è la parola “inciucio”: a quanto dicono, in napoletano significa “cicaleccio”, “conversazione a bassa voce”, al massimo “pettegolezzo”, non “accordo sottobanco”. Il leader maximo però l’ha usata per prevenire gli altri: voleva dire che è inutile demonizzare gli accordi politici con una parola magica.
E tuttavia la reazione è stata lo stesso immediata e corale. Innanzi tutto, per “inciucio”, come per “piduista”, basta la parola: sono da condannare a prescindere. Poi si è considerato oltraggioso che si osasse paragonare un accordo per la Costituzione con le misere necessità attuali: quasi che non fosse più difficile mettersi d’accordo sulle grandi cose piuttosto che sulle piccole. Infine è stato definito più o meno orrendo che si dia una mano per  sottrarre Berlusconi alle proprie responsabilità di delinquente conclamato. Insomma, il verdetto di menti politiche come Di Pietro, la Bindi e Franceschini è stato: anathema sit.
Walter Veltroni, di suo, ci ha messo il proprio scandalo per l’affermazione secondo cui “Berlusconi deve arrivare alla fine della legislatura”. “Se ne vedono di tutti i colori”, ha commentato: quasi che D’Alema avesse detto che si deve sostenere il Cavaliere, mentre voleva solo far notare che bisognerebbe sapere che cosa fare fino al 2013.
Il punto centrale è che, per molti “puri”, la prima qualità di un uomo politico è l’onestà. Un’onestà precisamente giudiziaria, sperabilmente smentita (per quanto riguarda gli avversari) dai magistrati amici. Dimenticano che Benito Mussolini, e perfino Hitler, furono onestissimi e che la famosa “fedina penale pulita” Pertini, e molti altri antifascisti, non l’avevano. Questa dell’onestà è una di quelle idee che si sgonfiano al primo esame, come il vagheggiato “governo degli esperti”: si vorrebbe infatti un ingegnere ai lavori pubblici e un giurista al ministero della giustizia, quasi che la politica fosse una materia tecnica e quasi che un ingegnere potesse meglio sapere se è più necessario costruire un ospedale o un carcere. Né si smette di desiderare amministratori della cosa pubblica (o del diritto, vedi alla voce Corte Costituzionale), che agiscano senza pregiudizi politici. Simili uomini non esistono. Senza idee politiche è solo chi è senza idee: e perfino in questo caso si può star certi che ne avrà quanto meno di sbagliate. Infine per gli sciocchi è supremamente necessario rimanere fedeli agli ideali e non scendere a nessun compromesso. Sistema sicuro per andare a sbattere. In particolare quando gli ideali sono quelli di geni politologici come Antonio Di Pietro o di agit prop di provincia come Dario Franceschini.
La politica è l’arte del possibile: chi troppo vuole nulla stringe. L’antiberlusconismo fanatico ha prodotto fino ad ora la massima maggioranza di centro-destra di tutti i tempi e sondaggi che danno al Pdl dieci punti più del Pd. Che cosa si aspetta per capire che in questo modo non si concluderà nulla? Se un governo in carica ha il sessanta per cento di consensi, mentre di solito “il potere logora” se non le persone certo le maggioranze, che cosa si aspetta per capire che per il centro-sinistra le prospettive sono nerissime e l’applauso a Spatuzza (peccato che l’abbiano smentito!) è controproducente? Santoro gli fa gli auguri di Natale (auguri di più brillanti invenzioni?) e non capisce che procura voti a Berlusconi. Il centro-sinistra è vittima di un’irrefrenabile sindrome tafazziana.
D’Alema, da politico pragmatico, dice: “Meglio concedere qualcosa a Berlusconi per ottenere molto, che non concedergli nulla e rimanere irrilevanti”. Si poteva contestare la sua tesi, migliorare la sua proposta, farne una migliore: mentre reagire con indignazione è ridicolo.
Massimo ha sbagliato uditorio. Ha creduto di parlare con persone ragionevoli. Con l’attuale reazione molti dimostrano invece una mentalità politica infantile. Per loro il raggiungimento dell’età matura sembra fuori dal novero delle possibilità reali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 dicembre 2009

POLITICA
8 dicembre 2009
NO-BUONSENSO DAY
La manifestazione del 5 dicembre è stata salutata da molti squilli di tromba e da molti applausi. Essa ha costituito – dicono – una novità. In passato, come nota Luca Ricolfi sulla “Stampa”, l’azione politica è stata organizzata intorno a un nome, un’idea o un partito. Si citano a tal proposito “Wojtyla e la gioventù cattolica (2000), Cofferati e il popolo della sinistra (2002), Pezzotta e il family day (2007), Grillo e il vaffa-day (2007)”. Stavolta invece niente. L’Idv, sponsor economico della manifestazione, non ha nemmeno mandato un rappresentante ad arringare la folla e gli stessi partecipanti sono stati invitati non da un partito, ufficialmente, ma dal passa-parola, da internet, da Facebook. Per questo “la Repubblica” ha “sobriamente” (come riferisce Galli della Loggia) celebrato «la rivoluzione viola», «l'ingresso ufficiale della politica nell'era di in¬ternet », «un miracolo ita¬liano », «un giorno che ha cambiato la storia» e «la fi¬ne della secon¬da repubblica». In realtà, se è lecito dissentire, la manifestazione potrebbe rappresentare la campana a morto della sinistra politica.
Ricolfi sbaglia quando definisce la manifestazione priva di un nocciolo distintivo, di un personaggio eponimo o di una linea politica. Il personaggio intorno al quale coagulare la partecipazione emotiva c’è stato eccome: solo che si è trattato ancora e sempre di Berlusconi. La tesi degli intervenuti è stata proposta in negativo e si è riassunta nel più banale e superficiale antiberlusconismo. Probabilmente a una persona intelligente come l’editorialista della “Stampa” non è neppure venuto in mente che come linea politica si potesse proporre un “NO” maiuscolo: cioè il nulla, il vuoto. Eppure è stata questa la posizione negativa esplicitamente confessata:  No B-Day. Coloro che sfilavano avevano una sola cosa, da dire: “Siamo contro Berlusconi”. E valeva la pena di strapazzarsi a gridarlo? In Italia c’è almeno un trenta per cento di votanti che preferirebbe vedere Berlusconi lasciare la politica: lo dicono le elezioni.
Per la sinistra la folla di piazza San Giovanni è stata nociva: ha dimostrato che non ha idee. Se sa esprimere soltanto la sua ostilità al Primo Ministro, la sua proposta è inesistente. Il Pd per giunta è riuscito nel capolavoro di non avere una linea chiara: malgrado le parole del Segretario, non ha saputo se associarsi o dissociarsi. Ha evidenziato ancora una volta quanto sia ambiguo e ondivago. Per sua fortuna non è l’unica formazione ad avere questi problemi. La manifestazione si è voluta ecumenica, e come tutta la sinistra l’ha accettata: e questa è la prova che il male la riguarda tutta. Se Berlusconi sparisse non saprebbe più che dire: “Abbasso il cancro?” “Abbasso il maltempo?” Quali proposte farebbe, quando il Grande Ostacolo non ci fosse più?
Ma questa non è una novità. La piazza del 5 dicembre è una riprova che da molti anni la sinistra si è limitata a due cose: odiare Berlusconi e chiedere il potere per sé. L’amo nudo: “Voglio questo e non offro niente in cambio”. Persino quando è stata al governo ha passato il tempo a stramaledire il Cavaliere ed ha finito col non realizzare niente di memorabile. Ha lasciato solo il ricordo di un fisco nemico dei cittadini. E il risultato s’è visto.
In questa occasione Bersani non ha colpe. Ha fatto il debole tentativo di tenere il Pd lontano da un’iniziativa insignificante, negativa ed esclusivamente nel segno dello zero. Forse avrebbe dovuto gridare che la politica vera non è pura protesta od opposizionismo, come la chiama Galli Della Loggia; non vive di urla e schiamazzi: è proposta, è linea politica, è programma di governo. Purtroppo, è stato lasciato solo ed anzi è stato subito scavalcato dagli estremisti del suo stesso partito, come la Presidente Rosy Bindi o l’ex Segretario Dario Franceschini. Costoro hanno voluto dimostrare in piazza di non essere inferiori a nessuno, quanto ad antiberlusconismo ed incompetenza politica.
Che Dio abbia pietà della sinistra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 dicembre 2009

POLITICA
31 ottobre 2009
IL PD: UN PROBLEMA INSOLUBILE

La prima impressione è che Pierluigi Bersani non sia uno stupido. Dario Franceschini, ogni volta che doveva aprir bocca, sembrava chiedersi: “Quale frase farà più effetto?” Bersani invece sembra chiedersi: “Che cosa devo dire?” Insomma pensa. Che poi pensi bene o male è un altro conto.
Dalle scarne indicazioni che abbiamo fino ad ora, si direbbe che Bersani voglia ribaltare il progetto veltroniano: non più un partito di sinistra a vocazione maggioritaria, ma un partito che costituisca il nocciolo intorno al quale coagulare tutta la sinistra. Una nuova coalizione. Anzi, la vecchia coalizione, l’Ulivo: e sarebbe una buona idea?
Per Walter Veltroni non ci sono dubbi: sarebbe un suicidio. A suo tempo si fondò il Pd perché l’esperienza del governo Prodi si era rivelata negativa e l’unica speranza era quella di uscire risolutamente dallo schema dell’ammucchiata antiberlusconiana. Magari perdendo le prime elezioni – cosa comunque inevitabile – ma preparando almeno il terreno per le successive. Purtroppo, inspiegabilmente (e sottolineiamo inspiegabilmente), lo stesso Walter ha fatto fallire il proprio progetto quando ha accettato l’alleanza con Antonio Di Pietro. Ha permesso infatti che avesse voce, in Parlamento e nel Paese, un’opposizione ancor più irragionevole e gridata di quella di Bertinotti  o Diliberto.
L’errore è stupefacente. Il principio costante della sinistra è pas d’ennemi à gauche: non si deve considerare nemico nessuno che stia alla nostra sinistra oppure bisogna eliminarlo. Far sì che non esista: e con la fondazione del Pd e il rifiuto delle alleanze si era appunto scelta la seconda via. Proprio quella dell’eliminazione. Purtroppo, con l’Idv ci si è messo in casa un concorrente estremista, inaffidabile, irragionevole, e si ha dunque l’ennemi à gauche che non si può rinnegare. Si è così lasciata mano libera a Di Pietro. Gli si è permesso di aumentare i propri consensi con la più becera demagogia e lo si è implicitamente legittimato non contestandolo. E ora come disinnescare questa bomba?
Bersani non ha torto quando considera l’attuale Pd un fallimento, ma dovrebbe chiedersi se il fallimento dipenda da un errore della formula originaria o piuttosto dal modo in cui è stata attuata. Dunque bisognerebbe risuscitare il vero progetto veltroniano o bisognerebbe tornare all’Ulivo, come lui sembra credere?
Attualmente, il Pd guidato dal nuovo Segretario sembra voglia di nuovo allearsi con Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani ed altri comunisti sparsi. L’ex-Margherita sembra molto poco contenta di condividere il possibile disastro di questo progetto e si parla perfino di scissione. Rutelli intanto fugge via: non sa dove andare ma certo sa dove non vuol rimanere.
Come si può essere ragionevolmente sicuri che gli italiani abbiano dimenticato l’esperienza Prodi?
A differenza di Franceschini, Bersani ha delle ide, ma non è detto che siano quelle giuste. Il Partito Democratico di Veltroni rappresentava una tenue speranza, il suo imbocca un vicolo cieco, in direzione del passato.
Probabilmente, per buttar giù Berlusconi, la sinistra conta sulla magistratura: ma anche questo potrebbe essere un calcolo sbagliato. Molti sperano che, se i giudici riusciranno a condannarlo quanto meno in primo grado, prima che scatti la prescrizione, Silvio si dimetta. Ma si dimentica che, appunto, potrebbe non esserci tempo neppure per il primo grado. Poi che Berlusconi, a termini di Costituzione, potrebbe sempre dire che nessuno è colpevole fino a condanna definitiva (in questo caso impossibile). Infine pare abbia detto che non si dimetterà neanche in caso di condanna. Il discredito di quella pronuncia sarebbe infatti più che compensato dal sostegno di un popolo che oggi ha perso ogni fiducia nella magistratura. Infine, se Berlusconi si dimettesse, potrebbe ancora mettere al proprio posto un fede-lissimo come Gianni Letta, rimanendo lo stesso il padrone del Pdl, del governo e dell’Italia intera. Che speranze ha, la sinistra?
Forse solo che a Berlusconi venga un colpo apoplettico. Un accidente che lo faccia uscire di scena: ma neanche questa soluzione dà sicure garanzie. Come dimenticare che la morte di Luigi Berlinguer provocò un’ondata di simpatia, e di voti, per il Pci?
Decisamente, l’idea giusta era quella del Pd senza Di Pietro. La sinistra se l’è inspiegabilmente giocata e ora cerca la soluzione di un problema che non ha soluzione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 ottobre 2009

POLITICA
26 ottobre 2009
IL SIGNIFICATO DELL'ELEZIONE DI BERSANI

Durante la campagna per l'elezione del nuovo segretario del Pd abbiamo visto le facce dei candidati, abbiamo sentito qualche frase, ma nessuno di noi sarebbe capace di dire che cosa differenzia i programmi dei tre. Magari qualcosa si potrebbe pensare di Marino, dal momento che, essendo sicuro di non essere eletto, ha potuto parlare un po' più apertamente in tono laico e progressista: ma gli altri due o non avevano un programma – come non l'ha il Pd – o non si potevano permettere di esprimerlo. Qualunque intenzione potrebbe poi urtare con la linea del partito il giorno in cui esso la decidesse. L'unica differenza fra i concorrenti è stata di stile.

Franceschini ha continuato a sputare veleno, a dar fondo al suo repertorio di ringhi antiberlusconiani e a ripetere i suoi forsennati e catastrofici allarmi sulla fine della democrazia. Se la base l’avesse votato avrebbe segnalato che non le importava tanto rilanciare il partito o governare il Paese quanto gridare la propria rabbia. Programma peggio che magro e odioso: inconsistente. E infatti qualcuno, a sinistra, ha detto che se Dario fosse stato il prescelto, il centro-destra avrebbe dovuto festeggiare: sarebbe stata la promessa di rimanere al potere a tempo indefinito. Ma in democrazia nessun partito può ragionevolmente sperare di restare per sempre al potere e l'opposizione deve dunque essere in grado di governare, dal momento che comunque sarà chiamata a farlo. Per questa funzione un politico di seconda schiera come Franceschini, capace soltanto di solleticare i più bassi istinti della sua base, non avrebbe dato nessun affidamento. Avversari imprevedibili ed irragionevoli possono risultare più dannosi per il Paese di avversari duri e risoluti ma razionali.

Non si vuol dire che Franceschini sia un cretino, cioè colui che, nell'accezione di Carlo Cipolla, è capace di fare del male, oltre che agli altri, a se stesso. Però sembra far parte di quel genere di persone che non hanno paura dell'autolesionismo proprio perché non riescono a diagnosticarlo. Basti pensare alla battuta su Berlusconi come padre.

Bersani invece ha cercato di presentarsi come un uomo riflessivo. Un politico moderato e ragionevole più che un demagogo. Un dirigente non tanto di sinistra da spaventare l’ex-Margherita e più che altro oppresso dalla responsabilità di guidare un partito che ha bisogno di un rilancio. Ha dato l’impressione di non tendere soltanto a vincere questa tornata elettorale ma anche (speriamo) a ricercare una rifondazione del partito nel segno del realismo.

La base, votando per lui, ha dimostrato che i fuochi d'artificio di Franceschini – eco di quelli di Di Pietro – non l’hanno convinta. Il potere non si riconquista scrivendo sui muri “abbasso Berlusconi!”, come writers di periferia. Bisogna esprimere critiche sensate e comprensibili dell'azione di governo, bisogna proporre soluzioni diverse e migliori, dimostrandosi non tanto malati di odio quanto pensosi del bene del Paese. E in questo campo non ci sono lezioni da ricevere da Di Pietro. Ecco perché Bersani ha detto che “il migliore antiberlusconiano è quello che Berlusconi lo manda via”, non quello che l’insulta tutti i santi giorni.

Se veramente si rivelasse come qui lo si è visto, e se il partito lo lasciasse fare, Bersani potrebbe dare una speranza alla sinistra. Non si può nascondere la soddisfazione per lo scampato pericolo. Meglio avere un avversario ragionevole che un avversario specialista del ruggito del topo, meglio avere un’opposizione parlamentare e ragionante che un movimento che sogna la rivoluzione in piazza, a base di girotondi.

Voltaire ha scritto (citazione a memoria): “Non è vero che tutti gli uomini agiscono per interesse. Se fosse vero, ci sarebbe modo di mettersi d'accordo con loro”. Bersani potrebbe avere l'intelligenza di capire che talvolta l'interesse dell'opposizione è quello di riconoscere una buona proposta della maggioranza, e sostenerla per il bene proprio e del Paese. E per il possibile, futuro ritorno della sinistra al potere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

26 ottobre 2009


POLITICA
18 ottobre 2009
SCALFARI: LETTURA CRITICA

Nessun giornalista scrive esclusivamente capolavori e a tutti va perdonato qualcosa: ma quello che è difficile perdonare a Scalfari è la sua prosopopea. Se si dice al vicino di casa: “Ma le pare un autunno normale, con questo freddo?” si fa conversazione; se si prende un’aria dotta e attraverso una copiosa barba bianca si parla di un grave mutamento climatico, si fa ridere.

Al ballottaggio per la nomina del segretario del Pd, Scalfari dice che si dà “il massimo potere al terzo arrivato”. “Ho dunque proposto un accordo politico tra i tre candidati: si impegnino anticipatamente e pubblicamente, se nessuno di loro raggiungerà la maggioranza assoluta, a far affluire i propri voti in assemblea su quello dei candidati che ha ottenuto alle primarie la maggioranza relativa.  … La mia proposta, forse proprio perché veniva da persona esterna al partito, ha avuto successo: l'impegno è stato preso sia da Bersani che da Franceschini”.  E qui dovrebbe scoppiare la prima risata.

Dal momento che è del tutto improbabile che sia eletto segretario Marino, non rimangono che Franceschini e Bersani. E se uno dei due avesse molti più voti, al perdente non rimarrebbe che rassegnarsi e non perderebbe nulla, “appoggiandolo”. Viceversa Marino, che non ha chance reali in proprio, ha come potere quello di aiutare uno dei due. E per questo non si è impegnato a nulla. Si immagini inoltre che i risultati siano questi: Bersani 48%, Franceschini 42%, Marino 10%, è ovvio che il terzo, ammesso che potesse manovrare il suo 10%, deciderebbe il vincitore, al ballottaggio. E per questo, onestamente, non si è impegnato. Ma non basta. Lo stesso Scalfari sbaglia se immagina che, dopo un simile risultato Franceschini, ammesso che potesse ottenere l’appoggio di Marino, gli direbbe: “Ma no, ti prego, invita tutti a votare Bersani. Io del resto avevo deciso di andare a caccia, la prossima settimana”. Scalfari, tutto preso com’è dall’importanza che crede gli diano i due contendenti, non pensa a tutto questo?

Egli è poi riuscito, miracolosamente, a identificare un programma del Pd. “Sulla politica economica mi sembra che l'accordo sia generale”, dice. Ed è forse l’unico che ha visto un accordo generale, a sinistra, su un qualunque argomento. Ma ecco precisa: “Sul medio periodo è necessaria una grande riforma fiscale e un allungamento dell'età di lavoro che tenga conto dell'allungamento della vita”. La riforma non dice quale sia, e dunque non può essere contraddetto; per quanto riguarda l’allungamento, dove l’ha visto, l’accordo? Quando l’Unione Europea ci impose una modificazione dell’età di pensionamento delle donne sono scoppiate risse e, salvo l’eccezione di Emma Bonino, la tendenza della sinistra fu proprio quella di dire no.

C'è accordo generale sul clima e sulle energie alternative e pulite”. A parole. Se poi si scende sul concreto e bisogna pagare quelle energie diminuendo il pil, è un altro paio di maniche. Ma c’è il piatto forte: “C'è accordo generale sulla riforma della giustizia, della sicurezza e dell'integrazione”. Sta scherzando? Qual è la proposta della sinistra per la riforma della giustizia? Un inchino più profondo dinanzi ai magistrati che inseguono il Cavaliere?

Lo stesso ex-direttore del resto a Berlusconi dice il fatto suo. E qui la citazione dev’essere ampia. “La costituzione può essere rivista e modernizzata, ma non può essere cambiata. lo impediscono l'articolo 1, l'articolo 3, l'articolo 138 e l'articolo 139. Berlusconi non vuole rivedere la costituzione, vuole cambiarla. Vuole sostituire la democrazia parlamentare e lo Stato di diritto con una democrazia autoritaria senza organi di controllo e di garanzia ma interamente basata su sistemi di voto plebiscitari”. Più altre affermazioni da comizio, che lasceremo perdere. Vediamo piuttosto il diritto.

Innanzi tutto sfugge la differenza fra “rivedere e modernizzare” da una parte e “cambiare” dall’altra. Come si può modernizzare qualcosa senza cambiarla? Comunque questo cambiamento per Scalfari sarebbe impedito dall’art.1 e dall’art.139 e se ne deduce che per lui Berlusconi vuole reintrodurre la monarchia. Stiamo scherzando? Nient’affatto. L’art.139 recita seccamente: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Emulo di Bruto e Cassio, Eugenio accusa Silvio, novello Cesare, di volersi fare re.

L’art.3 parla dell’uguaglianza dei cittadini: e che c’entra? Se Scalfari intendeva parlare dell’immunità parlamentare, ricordi che quell’articolo è nato insieme con il 68 della stessa Costituzione. L’art.138, infine, lungi dal vietare una riforma della Costituzione, indica il modo con cui attuarla.

Se questa è la logica di Scalfari, c’è da pensare che vada bene per i lettori di Repubblica: ma solo per loro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

18 ottobre 2009


POLITICA
13 ottobre 2009
FRANCESCHINI, LATORRE, BERLUSCONI

FRANCESCHINI, LATORRE E BERLUSCONI

A volte ci si accorge improvvisamente di non avere mai parlato di un argomento di cui parlano molti: e stavolta si tratta di Dario Franceschini.

Quando comparve sulla scena, questo politico si caratterizzò per il suo aspetto di bravo bambino cui la mamma ha finito di ravviare il ciuffo.  La sua aria linda, i suoi occhiali, il suo parlare puntuto e pedante, lo facevano identificare con il primo della classe: quello che siede al primo banco e dà sempre la risposta che s’aspetta il maestro. Poi le vicende della vita gli hanno messo sotto il sedere la sedia su cui stava prima Veltroni e si è rivelato del tutto diverso. Il bravo bambino si è messo a sputare veleno, a mordere a destra e a manca, per mostrare che Franti non gli fa paura ed è in grado di battere sul suo stesso terreno perfino Di Pietro.

L’effetto, agli occhi di molti, è stato patetico. Il ruggito del leone è orrendo, ma almeno parla della forza del leone: che dire, invece, del ruggito del topo? Inoltre, questa aggressività è stata inconcludente, se si guarda alla sostanza. È comprensibile che un leader dell’opposizione critichi il governo, meno comprensibile è che critichi a testa bassa, a base di accuse tanto roventi quanto vaghe, qualunque provvedimento. Inoltre non ha senso attribuire costantemente la paternità di tutto al solo Berlusconi, sbarazzandosi poi di lui col definirlo brutto e cattivo. L’antiberlusconismo è l’argomento di chi non ha argomenti. Questa frase, di solito attribuita all’insulto, è del resto adeguata come non mai: perché l’antiberlusconismo si nutre più di ingiurie, travisamenti e calunnie che di precise e costruttive critiche politiche. Gridare al lupo, e basta, non salva le pecore.

Il risultato di questa linea politica non è comunque del tutto negativo. Nella convention del Pd, quando Franceschini si è lasciato andare all’antiberlusconismo più violento e gridato (“Ha fatto un comizio” ha detto Gianni Pittella, uno del suo stesso partito) ha riscosso vasti applausi. Prosit. Infatti in questo modo fa un’ottima concorrenza a Di Pietro: ma con due controindicazioni.

La pubblicità non ha copyright perché, se si imita uno slogan, la gente pensa all’originale e il risultato è che si reclamizza l’altro prodotto. “Se uno dice che chi beve chinotto campa cent’anni, la gente si ricorda della birra e magari va a bere un boccale di birra”, diceva un pubblicitario. Se si copia Di Pietro c’è il rischio che si faccia pubblicità non al proprio partito ma a Di Pietro.

La seconda controindicazione nasce dallo scopo da raggiungere. Per Di Pietro si tratta di crearsi un piccolo partito sufficiente per le sue ambizioni, politiche e di altro genere, ma nemmeno da ubriaco l’uomo di Montenero di Bisaccia potrebbe immaginare un’Idv che diviene partito di maggioranza nel Paese. E questo suona come una campana a morto per il Pd, che invece vuole proporsi come una credibile alternativa a Berlusconi.

Tutte queste considerazioni non sono il distillato del pensiero malevolo di chi non ama la sinistra: sono semplici constatazioni. Prova ne sia che Nicola Latorre – dalemiano convinto, ma certo politico accorto – ha potuto dire: “Fossi in Berlusconi, manderei i miei a votare per Franceschini alle primarie: con lui continua a vincere tranquillo”.

Ed effettivamente nel centro-destra ci possiamo chiedere: per chi dobbiamo fare il tifo, se pure teorico? E la risposta di molti di noi forse sorprenderebbe Latorre: non certo per Franceschini.

Questo bravo bambino che giura sulla Costituzione insieme col suo papà e spara vacue esagerazioni è l’ideale per Berlusconi, non per l’Italia. In un Paese democratico l’opposizione è importante quanto la maggioranza proprio perché domani potrebbe divenire essa stessa maggioranza ed avere la responsabilità del governo. Per questo è necessario che sia composta da persone capaci: prima per vincere le elezioni, poi, non riuscendoci, per pungolare il  governo con una critica intelligente e costruttiva.

E si potrebbe chiedere ai sostenitori del Pd: reputate Franceschini capace d’essere un buon primo ministro? Reputate che, stando all’opposizione, riesca a fare un’opposizione intelligente e costruttiva?

Se la risposta è no, si capirà perché Berlusconi non invierà nessuno a votare per Franceschini, quand’anche potesse. Perché ama l’Italia più del suo stesso partito.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 ottobre 2009

 


POLITICA
21 agosto 2009
SAN FRANCESCHINI
Tempo fa è stato ritrovato lo scheletro di un uomo molto primitivo che si era rotto un osso importante e che era sopravvissuto solo perché non era stato abbandonato dal suo gruppo. Si scrisse in quell’occasione che si poteva datare a quel momento la nascita di una società veramente umana: la solidarietà è uno dei primi segni della civiltà.
Questo istinto ha dato luogo all’affetto fra parenti e amici, alla pietà e ai doveri morali per gli sconosciuti, infine ad istituzioni attive - come la Protezione Civile - o repressive come il reato di abbandono d’incapace, di inosservanza degli obblighi di assistenza familiare, di omesso soccorso ecc.
La comunità degli esseri umani non è totalitaria come quella delle termiti o delle api, che si sacrificano senza esitare per il gruppo, ma è certo retta da norme solidaristiche. È doveroso soccorrere anche chi sia in pericolo per imprevedibili e sopravvenute difficoltà: per esempio i minatori. Lavorare a centinaia di metri sotto il livello del suolo, dove esiste il rischio di crolli o di esplosioni di grisou, è un “rischio accettato” perché di solito, con le opportune cautele, si evitano sia i crolli che le esplosioni. Ma se, ciò malgrado, la disgrazia si verifica, lo Stato intero si mobilita – ed è giusto - per salvare i malcapitati.
Va però sottolineato che le difficoltà devono essere “imprevedibili”: se si va a sciare fuori pista e si è sommersi da una valanga; se si va a fare turismo in paesi dove circolano terroristi e sequestratori; se si va in mare aperto senza essere competenti e adeguatamente equipaggiati, si può parlare di difficoltà impreviste? È vero che non si può reagire dicendo “te la sei cercata” - sarebbe contrario al senso di umanità – ma una cosa però è certa: chiunque metta in pericolo se stesso e in difficoltà gli altri, dovrebbe chiedere ampiamente scusa. L’umanità può essere abbastanza buona da andare ad aiutarlo ma lui non merita che l’umanità intera affronti strapazzi, spese e pericoli per salvarlo.
Questa severità teorica, naturalmente, vale per gli adulti. Se invece un bambino cade dal quinto piano perché nella ringhiera del balcone manca una sbarra, è giusto condannare il padrone dell’appartamento: dai piccoli non ci si può aspettare il normale senso di responsabilità. Il diritto impone che i minori siano protetti anche dai mali che potrebbero provocarsi da sé. Il guaio è che la tendenza attuale è quella di estendere questo atteggiamento materno agli adulti, considerati dunque degli incoscienti. Soprattutto negli Stati Uniti prevale la mentalità per cui se qualcuno per distrazione o stupidità si ferisce con un oggetto, la colpa è del fabbricante che non ha reso quell’infortunio impossibile. Le cose devono essere “fool proof”, a prova di cretino: tali cioè che neanche volendo ci si possa far male.
Purtroppo, quando si tratta di esagerare, l’Italia non vuole essere seconda a nessuno. In questi giorni sembra che un’ottantina di emigranti illegali si siano persi nel Mediterraneo, e forse una settantina di essi sono morti. Qui va subito detto che la legge del mare impone di soccorrere i naufraghi sempre e comunque, e dunque se qualcuno non ha salvato quei poveracci deve essere perseguito e condannato. Ma che Franceschini arrivi a richiedere al governo di riferire in Parlamento in merito alla vicenda, rappresenta  il colmo. Infatti basta chiedere: l’Italia aveva autorizzato quel viaggio, ne aveva la responsabilità? No. L’Italia sapeva che quel gommone era in mare? No. L’Italia sapeva che quei naufraghi stavano morendo di sete? No. L’Italia ha avuto la possibilità di soccorrerli e non l’ha fatto? No. L’Italia si è rifiutata di salvare i pochi di cui ha infine avuto notizia? No. Che cosa diamine deve riferire?
La reazione di quell’uomo politico, della Cei e di tanti altri è significativa di uno stravolgimento dei principi che reggono la vita associata. Non solo bisogna aiutare chiunque sia in stato di bisogno; non solo bisogna aiutare chi si è volontariamente messo nei guai; non solo bisogna aiutare tutti gli uomini dell’Orbe Terracqueo, ma bisogna anche aiutare – chissà sulla base di quale miracolo – gli sfortunati di cui non abbiamo notizia. A questo punto non rimane che una possibile invocazione: Franceschini, santo subito!
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 agosto 2009

POLITICA
2 luglio 2009
IL PROGRAMMA DEL PD: NO

IL PROGRAMMA DEL PD: NO
Il Pd si avvia al suo congresso – o comunque si chiami – e si parla di candidature. Si parla anche di programmi, ovviamente, ma in modo talmente tecnico che in fondo ne capiscono qualcosa solo gli analisti politici. La gente comune non saprebbe affatto dire in che cosa Franceschini la pensa diversamente da Bersani e questi da Veltroni o da D’Alema. Fino ad ora il dibattito è puramente per iniziati.
Gli italiani lavorano ed hanno una famiglia. Pensano dunque a guadagnarsi da vivere e a risolvere i loro problemi. Il tempo che dedicano alla politica è infinitamente minore di quello che le dedicano i giornalisti specializzati. Per questo è inutile scandalizzarsi quando si scopre che i giovani non sanno chi sia stato Aldo Moro: il loro programma di studi non è arrivato a tempi così recenti e, cosa essenziale, in famiglia non ne hanno mai sentito parlare. A cena si è parlato di Kakà e di Valentino Rossi.
Nell’ottica dei cittadini i partiti, per essere comprensibili, devono avere un messaggio riassumibile in una frase semplice e brutale. Nel dopoguerra, molti condensavano i mille tomi sul comunismo in questo semplice principio: i ricchi devono dividere con noi quello che hanno. Il programma era grossolano ma sufficiente come riferimento alla rivoluzione del proletariato, alla ridistribuzione della ricchezza, alla giustizia sociale. E il Pci, con questo e con analoghi slogan, ha prosperato per quasi mezzo secolo.
Vale anche per le altre formazioni. Il Pdl è “il partito di Berlusconi, uno che ha saputo arricchirsi e forse saprà amministrare l’Italia”. Cosa poi confermata dalla soluzione del problema della spazzatura di Napoli. Il partito di Di Pietro è il partito “che vuole vedere in galera i disonesti”. L’estrema sinistra è stata giustamente scaricata da Veltroni perché il suo messaggio – “Facciamo la rivoluzione e impicchiamo i ricchi” – ormai faceva ridere. Si potrebbero fare sintesi altrettanto sommarie per l’Udc o per la fu Alleanza Nazionale, mentre sarebbe veramente difficile farla per il Pd. Questo partito non è più il Pci, non è la Democrazia Cristiana e si è ridotto ad essere “il partito che non ama Berlusconi”. Solo che molti si sono detti: va bene, neanche noi lo amiamo, ma loro in che modo lo sostituirebbero? E per fare che cosa?
Il Pd manca di una identità. Questo partito non sa né chi è né che cosa vuol fare. Non ha nemmeno saputo dove collocarsi nel Parlamento Europeo. Inoltre, la sua tendenza alla lite interna – vizio ereditario della sinistra – fa sì che se appena apparisse un leader che dicesse “voglio fare questo”, si vedrebbe dare addosso da tutti. In queste condizioni il partito perde voti e la faccia feroce di Franceschini fa sorridere. La paroletta “no” non è un programma politico.
L’Italia è una democrazia che, come tutte le democrazie, ha bisogno di un’opposizione. Non rimane che augurare al Pd che la sorte gli mandi un vero capo, capace sia di ispirarlo che di guidarlo. Mentre oggi questo erede dei due più grandi partiti italiani è solo un ectoplasma che si dice di sinistra e odia Berlusconi, che Dio glielo conservi. Un po’ poco, per votarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Sarò assente per tre-quattro settimane, dal 3 luglio.
2 luglio 2009

POLITICA
23 giugno 2009
SI PUÒ ROVESCIARE QUESTO GOVERNO?
SI PUÒ ROVESCIARE QUESTO GOVERNO?
Gli incompetenti mancano di senso critico e di cultura e per questo provano a realizzare imprese impossibili: tuttavia a volte beneficiano di un magnifico colpo di fortuna e riescono. Avere il coraggio di osare è cosa lodevole. Tuttavia non è opportuno tentare tutte le imprese che ci fanno sognare: l’errore si pagherebbe con l’insuccesso e la frustrazione. Tutto considerato, meglio mancare la grande scoperta che si fa una volta su un milione, che andare a sbattere un milione di volte meno una. Amleto diceva che la coscienza ci rende tutti vili, ma se ci rende prudenti, è bene averla.
A queste considerazioni si può giungere guardando la situazione politica attuale italiana. Qui c’è una fazione – politica e giornalistica – che vorrebbe far cadere il governo e non ne ha i mezzi. Questo non le impedisce di provarci lo stesso e per questo bisogna applaudirla. Chi non tenta non ha nessuna possibilità di riuscita. Ma stavolta sembra che si stiano scambiando i propri sogni per realtà. Si stanno prendendo le proprie parole per cannonate, dimenticando che è dal tempo di Gerico che i suoni non fanno crollare i muri. L’impresa, al di fuori di ogni atteggiamento favorevole o sfavorevole all’attuale maggioranza, appare tecnicamente disperata.
Un governo non rimane in carica perché fa il bene del Paese: se il regime è una dittatura feroce, lo tiene in piedi la paura della vendetta del tiranno; se è moderato, rimane in carica semplicemente perché – fra coloro che potrebbero farlo cadere - gli interessati al suo sostegno sono più numerosi degli interessati al suo crollo.
Le spinte fondamentali di chi fa politica sono l’amore per il potere, (“comandare è meglio che…”); l’ambizione, perfino quella inconsueta di fare il bene della nazione e infine il denaro. Questi tre interessi sono riusciti a tenere in piedi un governo sgangherato come quello Prodi.  Quella maggioranza sapeva che con una crisi avrebbe perso il potere e perfino, per i neoeletti, la pensione di parlamentare. Questo ha tenuto insieme una coalizione che nient’altro legava e che era comunque abbastanza fragile da essere abbattuta dal primo malumore di Mastella.
Qual è la situazione di oggi? La maggioranza attuale, ampia e solidissima, non può essere disarcionata da un piccolo attentato. Tutti, deputati, senatori e uomini di governo, hanno l’interesse a restare dove sono. La scena è dominata da un unico partito, stretto intorno ad un leader indiscusso: e chi volesse attaccare questo nocciolo finirebbe con l’autoemarginarsi. Prima di pensare ad una coorte di ferventi innamorati di Berlusconi, bisogna pensare ad una ciurma di possibili traditori che si comportano da fedeli alleati perché l’agguato, in tempi prevedibili, non offre alcuna possibilità. Un buon esempio dei rischi che si corrono è Follini, che ha cercato in ogni modo di sabotare la maggioranza cui apparteneva ed è passato da Vice-Presidente del Consiglio dei Ministri con Berlusconi a signor nessuno perduto nel Partito Democratico. Non è una bella prospettiva. Lo stesso Casini, che ha a lungo fatto il difficile e a lungo ha ricattato l’esecutivo, si è ritrovato a capo di un partitino di mera testimonianza.
La realtà è facile da descrivere: se gli “amici” di Berlusconi non hanno nessuna possibilità di farlo cadere, figurarsi i suoi nemici. Fino alle prossime elezioni costoro non hanno speranza e la caciara attuale è solo caciara. “Repubblica” ha l’aria di credere che, dando del delinquente e dell’immorale a Berlusconi, questi dovrebbe arrossire e sparire. Oppure che i suoi soci dovrebbero abbandonarlo. Forse dimentica che in realtà ci sono mille parlamentari che non vogliono tornare a casa, per non parlare dei ministri, dei sottosegretari, dei portaborse e delle molte migliaia di beneficiari del sottobosco politico. Questa coalizione d’interessi non può essere demolita dall’accusa, rivolta al Primo Ministro, di essere uno che ama le donne. Non solo in Italia questa non è una colpa (anzi per un uomo dell’età del Cavaliere sarebbe piuttosto un’impresa ai limiti della fisiologia) ma nessuno rinuncerebbe ai vantaggi conseguiti per bacchettarlo e metterlo in castigo.
Qualcuno ha detto che in politica non esistono amicizie stabili, esistono interessi stabili. La voglia di essere maggioranza è un interesse stabile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 giugno 2009

POLITICA
16 giugno 2009
LA REPUBBLICA: UN GIORNALE-PARTITO
LA REPUBBLICA, GIORNALE-PARTITO
“La Repubblica” rappresenta la sinistra meglio della stessa “Unità”. Si dice anzi che sia essa stessa un “giornale-partito”: i suoi lettori sono uniti dagli stessi ideali e si battono contro gli stessi nemici. Il quotidiano naturalmente non si presenta alle elezioni e non prende ordini da una dirigenza esterna ma non per questo è al riparo da un controllo di efficacia: se non ha elettori ha comunque dei lettori, e se questi diminuiscono non è certo un segno di successo. Poi, se la fazione politica favorita perde consensi, il disastro è completo.
Ed è proprio questo, il punto. Riguardo alle vendite, la situazione attuale di “Repubblica” pare non sia rosea - l’ha detto Cossiga, qualche giorno fa - e alle ultime elezioni la furibonda campagna antiberlusconiana sembra essere stata più favorevole a Di Pietro che al partito di Franceschini. Il giornale non può dunque appuntarsi sul petto né una medaglia commerciale né una medaglia politica: e all’osservatore neutrale non rimane che formulare umili ipotesi.
Uno. La proprietà del giornale potrebbe avere pensato che il calo delle vendite derivi da un insufficiente antiberlusconismo e per questo avrebbe incoraggiato il Direttore ad aumentare la dose. Se così fosse, si tratterebbe solo di un errore economico che neanche i risultati, fino ad ora, sono riusciti  a correggere.
Due. Potrebbe trattarsi dello stesso errore in chiave politica e cioè l’idea che la sinistra moderata sia in difficoltà perché non fa un’opposizione più dura e più rabbiosa. Ma anche in questo caso il risultato delle europee e delle amministrative smentirebbe la tesi. Anche se dopo il ballottaggio, ne siamo sicuri, la sinistra farà finta di avere vinto.
Probabilmente “Repubblica” conta eccessivamente sulla stupidità dei suoi lettori. Ha cercato per esempio di montare uno scandalo su questi due fatti certi: Berlusconi è andato ad una festa di compleanno e una ragazza minorenne è andata nella sua villa in Sardegna, insieme con altre, senza che sia emerso nulla di pruriginoso. Bisogna avere a che fare con idioti bacchettoni, per sperare di cavarne fuori una crisi di governo. Basta infatti che qualcuno, di tanto in tanto, chieda: “Ma in realtà, che è successo?” e il soufflé si sgonfierà.
Purtroppo Mauro ha cavalcato tutte le tigri, anche le più balzane: per esempio il preteso abuso dei voli di Stato. Lanciato con strepito nell’imminenza delle elezioni, prima ancora di arrivare al ballottaggio, si è sgonfiato: la magistratura ha già chiesto l’archiviazione, togliendo credibilità alle attuali accuse e forse anche alle future.
Tre. Un’ulteriore ipotesi è che “Repubblica”, dimostrandosi più aggressiva dello stesso Pd, abbia voluto forzarlo a spostarsi a sinistra. Questo sarebbe già un errore - per un partito che deve vincere al centro - ma neanche questa operazione è riuscita: la gestione Veltroni è stata oscillante – tanto che è riuscita a scontentare sia i fanatici che i moderati - e per Franceschini, che si è letteralmente accodato al giornale, il risultato è stato un vago senso di ridicolo e un aumento dei consensi per l’Idv.
Quattro. Rimane l’ipotesi che il giornale non segua un progetto economico o politico ma una linea emotiva, quella di un antiberlusconismo viscerale e privo di dubbi. Incluso quello di favorire il suo stesso oggetto. In questo caso, per avere spiegazioni, non bisognerebbe cercare un politologo o un economista ma uno psicologo.
Berlusconi è un uomo importante ma a forza di denunciarlo e di odiarlo se ne è fatto non solo un gigante ma, per così dire, l’unico politico d’Italia. Non si scrive che di lui. Non si parla che di lui. Qualunque dibattito, in televisione, finisce col trasformarsi in uno scontro tra accusatori e difensori di Berlusconi. Avvenne così decenni fa, in Francia, quando non si parlava che di Dreyfus. Allora tutti i dibattiti erano fra dreyfusiani e antidreyfusiani ma almeno la battaglia aveva un senso: si trattava di sapere se contava di più la vita di un innocente nell’inferno della Caienna o il buon nome dell’Esercito. Qui invece si tratta soltanto di riuscire ad “uccidere” politicamente un uomo perché è un macigno sulla strada della sinistra, perché scherza troppo, perché indossa la bandana, perché lo si odia e basta.
“La Repubblica” è un giornale-partito arrabbiato e inacidito. È un quotidiano che danneggia se stesso e la sinistra. Se non fosse così rancoroso e supponente, si potrebbero anche avere sentimenti di umana comprensione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 giugno 2009

POLITICA
15 giugno 2009
LIBERISMO INTERVENTISTA
LETTURA CRITICA: SPINELLI
Liberismo interventista
Nell’articolo  di domenica 14 giugno Barbara Spinelli sostiene con lunghe citazioni  che Marx aveva ragione, quando parlava, a metà ‘800, della crisi irreversibile della borghesia. Cosa che sarebbe facile credere, se la borghesia non ci fosse più. Ma ne sappiamo meno di Marx e di lei.
Comunque, al di là di questo esordio, il nocciolo dell’articolo sembra sia questo: si vive un momento di “catastrofe” per le sinistre. Secondo la Spinelli per capirlo non basta, come fa Franceschini, parlare di un “vento della destra” che soffia forte in Europa. Bisogna capire che si tratta del “vento di una destra pragmatica, spregiudicata, non più ideologica, che pur di mantenere il potere agguanta ogni utensile a disposizione. Soprattutto gli utensili della socialdemocrazia: lo Stato che protegge i deboli, e se necessario governa estesamente l’economia”. Non è una frase gettata lì a caso. L’editorialista insiste: “Senza patemi la destra europea ha smesso l’antistatalismo, la lotta alla spesa pubblica, il dogma delle privatizzazioni”, “Niente vento di destra dunque, ma un’usurpazione più o meno cinica di idee socialdemocratiche e anche marxiste che devasta le sinistre classiche”. Poi l’articolo prosegue identificando nei Verdi, in Di Pietro, nei Pirati svedesi, in Cohn Bendit coloro che hanno visto la via del futuro, una via che non potrà che essere europea, ma questa è una parte talmente poco convincente che la si può trascurare.
Ciò che Barbara Spinelli sembra non vedere, in tutta la situazione come lei stessa la descrive, è che il suo ragionamento soffre di una petitio principii: chi ha mai detto che la destra (intesa come “non sinistra”) debba essere ottusa e incapace di utilizzare lo strumento adatto, qualunque sia, ad affrontare una data crisi economica?
Mentre per i comunisti ortodossi il capitalismo è un male di per sé che va evitato anche a costo di affamare il popolo – come fece Mao Tse Tung – per il capitalismo un momento statalistico è concepibile, se è utile e se non diviene a sua volta dogma. Ecco perché è giusto scrivere, come fa lei stessa: “Essenziale è traversare il torrente con ogni mezzo, e sperare che si torni allo status quo ante senza mutare il modo di sviluppo produttivistico. Marx e Keynes sono usati non per cambiare modello, ma per perpetuarlo con l’ambulanza del Welfare”.
Il grande atout del liberalismo economico è proprio questo: una flessibilità che nasce dalla sua natura di “default”, di “ideologia zero”, di “neutralità”. Esso non impone nulla in modo rigido e non conosce anatemi. È solo convinto che il massimo di prosperità si ottiene con la libertà e per questo interviene il meno possibile. Solo in caso di necessità. Se un’impresa assume una posizione dominante e ne approfitta in modo illecito, lo Stato liberale dimentica la libertà dell’impresa ed interviene punendola. Se si accorge dell’esistenza di cartelli che falsano l’economia di mercato, interviene per eliminarli. Se viceversa una grande impresa sta per fallire, e secondo l’economia classica dovrebbe in effetti fallire, lo Stato può intervenire per farle superare la congiuntura negativa, se è solo una congiuntura.
In questo senso Washington ha pesantemente sbagliato, quando ha lasciato fallire la Lehman Brothers. Nell’economia libera il fallimento è fisiologico ed anzi salutare, se elimina un’impresa non vitale, ma se i guru statunitensi avessero saputo prevedere che la sfiducia nata da quel crollo avrebbe avuto le conseguenze che ha avuto, avrebbero preferito spendere qualcosa anche andando contro il liberismo, piuttosto che spendere molto di più, dopo, quando si è trattato di arginare la crisi di fiducia. In Italia non si è avuto lo stesso dramma perché il sistema bancario è più solido e perché Tremonti ha detto che non si sarebbe permesso a nessun istituto di fallire: l’annuncio (pur non in linea con il liberismo degli ingenui) è stato talmente efficace che poi non è stato necessario intervenire.
Lo stupore – e quasi la scandalo - di Barbara Spinelli, per il comportamento dei governi di centro-destra è fuor di luogo. Deriva forse dalla mentalità rigida di chi è di sinistra e continua a immaginare la controparte secondo i propri schemi e secondo i propri pregiudizi, piuttosto che vederla com’è.
In Europa non soffia un vento di destra: soffia un vento di buon governo. E gli elettori hanno ormai abbastanza esperienza per avere paura delle ricette di sinistra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 giugno 2009

POLITICA
3 giugno 2009
MASANIELLO AFFONDA IL PD

MASANIELLO AFFONDA IL PD

Nella società dei leoni il capobranco è tale perché è in grado di respingere gli assalti dei giovani maschi. Questi tuttavia sono la speranza del branco: se uno di loro vince, è segno che è più forte del precedente monarca. La vita dei partiti non è diversa. Chiunque sia il segretario di un partito, è normale che ci sia qualcuno che fa di tutto per fargli le scarpe. Dal punto di vista umano è sleale ma, etologicamente, è fattore di progresso. I partiti anchilosati, quelli che non si rinnovano, quelli in cui il capo continua a comandare non perché è il più forte ma solo perché già comandava, non hanno un futuro.
Il leone che riesce ad essere l’anima alfa  ha comunque il dovere di assicurare la sopravvivenza della specie. Magari con geni più vigorosi. Analogamente, colui che aspira a divenire il capo del partito deve tendere a prendere in mano il partito per portarlo al successo: la politica del pretendente non è quella del tanto peggio tanto meglio, è quella che potrebbe migliorare la vita dei cittadini.
Queste regole però non valgono per tutti. Chi si presenta come il paladino di una categoria destinata per sua natura a rimanere piccola (il partito dei cacciatori, il partito degli antiabortisti o quello degli “arrabbiati”) non ha né la speranza né l’intenzione di divenire il leader del Paese. Mira soltanto ad ottenere qualche modesto risultato: dare testimonianza delle proprie idee, avere un paio di parlamentari a Roma e qualche rimborso elettorale. Nulla di più. Per questo non ha preoccupazioni, riguardo alla collettività: la cosa non lo riguarda.
Antonio Di Pietro, che di questo genere di leader marginale è un esempio perfetto - anche se non della migliore qualità – non ambisce ad essere il nuovo capo della sinistra. Non vuole salvare l’Italia e soprattutto non vuole salvare il Pd. Vuole solo rosicchiare voti per aumentare il proprio consenso, si direbbe quasi il proprio profitto. Sa perfettamente che esagerando in ogni occasione, facendosi portavoce degli odiatori del più basso livello, dando costantemente addosso a Berlusconi, potrà salire al sei o all’otto per cento, ma non potrà mai governare il Paese. Il massimo che può realizzare, paradossalmente, è impedire che questo risultato lo raggiunga il Pd, ma proprio questo non lo turba. Mentre il giovane leone non lotta contro il branco ma contro il vecchio leone, Di Pietro lotta anche contro il branco. La  sopravvivenza della specie non gli interessa.
Per il Cavaliere l’ex-pm rappresenta un’assicurazione di lunga vita politica. Per questo nel centro-destra si dovrebbe essere felici della sua presenza e tuttavia, in tutte le persone non fanatiche, prevale l’indignazione. Anche chi non è di sinistra pensa che il Pd è l’erede del Pci e della Dc e si chiede come sia possibile che il rampollo di due delle più nobili famiglie politiche del Paese sia ridotto a questo punto. Un partito che ha avuto il coraggio di cancellare dalla realtà partiti carichi di ideologia - gloriosamente comunisti, si direbbe quasi - è affondato da un Masaniello qualunque.
Negli anni recenti, l’unica speranza del centro-sinistra è stata il progetto esposto a suo tempo da Veltroni: creare un partito fondato non sull’antiberlusconismo, ma su idee socialdemocratiche. Non un partito di proteste ma un partito di proposte. E soprattutto un partito che sapesse aspettare il proprio turno. Fatalmente, un giorno o l’altro arriverà la stanchezza del berlusconismo e comunque l’uscita di scena del protagonista. Non bisognava dunque preoccuparsi delle elezioni del 2009, all’inseguimento di Di Pietro, bisognava prepararsi alla traversata del deserto. Lo stesso Berlusconi non è forse stato per anni all’opposizione, uscendone rafforzato?
Con Franceschini il Pd non si è reso conto che c’è qualcosa di peggio dell’essere uccisi dai nemici: essere uccisi dal ridicolo. Un demagogo può avere successo col più basso strato della società, una sinistra credibile dovrebbe invece saper proporre un migliore governo. Solo questo – se si riuscisse a convincerne i cittadini – le darebbe una nuova speranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 giugno 2009

POLITICA
18 maggio 2009
IL SUCCESSO DI DI PIETRO
IL SUCCESSO DI DI PIETRO
Non è vero che, quando non si ha pane, si possa sempre mangiare la “brioche” della leggenda. È vero piuttosto che, mancando il prodotto preferito, il consumo si rivolge al succedaneo. Durante l’ultima guerra mancava il caffè e si tostava l’orzo; mancava la benzina e alcune macchine andavano a carbonella; mancava il pane e diventavano più interessanti le castagne e le patate. Il successo può essere determinato dalla mancanza di meglio.
In Italia ci sono dei cittadini che non hanno in testa teorie politiche od economiche ma idiosincrasie ma rancori e voglie di rivincita. Applaudirebbero anche il Diavolo, se solo andasse contro quelli che considerano i propri bersagli, e sono irriducibilmente protestatari. Sono persone che, per i motivi più diversi, vivono male la propria vita e invece di cercare in sé i motivi del proprio disagio, li ributtano all’esterno. Si creano dei nemici immaginari, delle teste di turco cui dare il torto di tutto: i preti, i capitalisti, gli ebrei, Berlusconi, le multinazionali, chissà.
Per molto tempo costoro hanno trovato un interprete nel Pci non perché questo partito fosse demente, ma perché il suo messaggio era sentito come palingenetico e se ne aspettavano dunque una completa rivoluzione sociale, un definitivo raddrizzamento dei torti, la fine della miseria per gli ultimi. La felicità.
Naturalmente il Partito, che pure era al corrente dei guasti del socialismo reale, non aveva nessun interesse a smentire le leggende e a smorzare le speranze ma il crollo dell’Unione Sovietica ha reso impossibile continuare a raccontare la saga del “paradiso dei lavoratori”. I partiti comunisti, oltre a cambiare nome, hanno dunque annacquato il loro messaggio: in senso positivo (promettendo meno) e in senso negativo (condannando meno gli avversari). Ma questo non è andato bene a tutti. Alcuni elettori non avevano bisogno di una sinistra moderata, appena un po’ alternativa: avevano bisogno di qualcuno che gridasse a gran voce la loro rabbia contro tutto e contro tutti. Qualcuno che definisse gli avversari affamatori del popolo, ladri e imbroglioni. Qualcuno che nel frattempo li facesse sentire moralmente migliori e vittime dell’ingiustizia.
Il Pci lasciò degli orfani da adottare e alcuni politici approfittarono dell’occasione. Nacque così Rifondazione Comunista con le sue imitazioni, i Comunisti Italiani, i Verdi e gli altri gruppuscoli. Formazioni che non avevano l’irrealistica ambizione di governare e i cui dirigenti - reperti arcaici della politologia - si contentavano di avere qualche seggio, qualche giornale e, per alcuni, il titolo di segretario.
Andati inopinatamente al potere con Prodi, questi partiti non riuscirono (ovviamente) a realizzare le loro idee ma riuscirono ad impedire la governabilità. Con le elezioni del 2008 si sono infine avuti dei fenomeni a cascata: Il Pd, dichiarando di correre da solo, ha fatto sparire gli estremisti dalla scena. Lo spazio lasciato libero sarebbe rimasto vuoto se il Pd non avesse commesso l’errore di accettare l’alleanza con Di Pietro e questo ha completamente stravolto il quadro.
Di Pietro, da quel furbo che è, ha capito che, se non c’era più Rifondazione Comunista, non per questo erano spariti i suoi elettori. Non gli rimaneva che stendere la mano per impadronirsi degli scontenti, fino a rendere scialbo e incredibile quel Pd che l’aveva salvato dalla sparizione. L’operazione non è stata nemmeno costosa: è stato sufficiente dire sesquipedali, animose sciocchezze contro il potere, e in particolare contro Berlusconi, perché quegli elettori non chiedevano di più.
Oggi Di Pietro esprime soltanto  lo scontento esistenziale di una parte dell’elettorato. Egli sa benissimo che la sua formazione non s’ingrandirà mai a sufficienza per andare sola al potere: ma l’Idv è un partito-impasse che approfitta delle frustrazioni degli ingenui e corrisponde agli interessi del suo fondatore.
Il Pd è confuso. Non capisce che non può vivere sperando che Berlusconi commetta errori enormi - o sparisca lasciando in giro solo degli sprovveduti - e non capisce che può salvarsi solo se riprende il programma originario: quello di un partito socialdemocratico che sia un’alternativa credibile al centro-destra. Se invece rincorrerà Di Pietro, o non tornerà mai al governo o non potrà governare.
C’è solo da sperare che queste semplici evidenze siano tali per tutti, nel corso del prossimo congresso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


CULTURA
8 maggio 2009
EMIGRANTI, PIRATI, RICATTATORI
EMIGRANTI, PIRATI, RICATTATORI
L’operazione navale con cui le motovedette italiane hanno riportato 277 emigranti sulle coste libiche, da cui erano partiti, ha avuto grandi consensi da parte della maggioranza degli italiani e ha fatto levare grandi proteste da sinistra. Da sinistra e da parte di quegli organismi, come l’Onu, che personalmente non fanno niente ma sanno sempre quello che dovrebbero fare gli altri. Quale può essere l’atteggiamento di una persona razionale e tuttavia non insensibile alle ragioni dell’umanità?
Il problema ha un ambito generale. Se qualcuno ha sete, non ha che da bere acqua. Se viceversa ha il cancro, la chemioterapia ha pesantissime controindicazioni e per giunta non sempre contrasta adeguatamente la malattia. Ciò malgrado, chi si asterrebbe dal curarsi con la chemio, solo perché si perdono i capelli e si hanno parecchi altri malanni?
Un rimedio non cessa di essere consigliabile solo perché ha anche conseguenze sgradevoli: la sua positività dipende infatti da un bilanciamento tra vantaggi e svantaggi. Proprio per questo è sciocco stare a sottolineare lungamente i lati spiacevoli: o si dimostra che essi prevalgono sui benefici oppure si può smettere di parlarne.
Nel caso degli emigranti rimandati in Libia, è vero, si frustrano le speranze di centinaia di poveracci; è vero, qualcuno sfugge a regimi infami e vorrebbe chiedere asilo politico (ma pare possa farlo anche presso le autorità italiane in Libia); è vero, in Libia queste persone potrebbero essere trattate malissimo e magari essere rimandate a morire nel deserto. Ma se questa politica italiana fosse mantenuta, il flusso degli emigranti dall’Africa verso l’Italia cesserebbe, e non ci sarebbe più nessuno rimandato in Libia, nessun emigrante frustrato, nessun emigrante mandato a morire nel deserto. La sofferenza di quei 227 e di quegli altri che dovessero mettersi in mare in queste settimane sarebbe un alto prezzo da pagare, ma da pagare per evitare che altri emigranti muoiano in mare a centinaia, come è avvenuto, o che vengano a vivere una vita di stenti, quando non di criminalità, in Italia.
Non è l’unico caso in cui la pietà e la moderazione fanno incancrenire il problema. Se non si cedesse ai ricattatori, i primi ricattati pagherebbero un prezzo altissimo ma la pratica criminale cesserebbe. Infatti mancherebbe il profitto che ne è la molla. Fra l’altro, non va dimenticato che a volte il ricattato paga e non per questo evita il male minacciato, inclusa l’uccisione dell’ostaggio.
Né diversamente vanno le cose per i pirati al largo del Corno d’Africa. Anche qui, si fanno mille discorsi per non adottare la politica più semplice: basterebbe sparare dall’alto delle navi sui barchini dei pirati e tutto finirebbe dall’oggi al domani. Pratica dura, magari eccessiva verso dei ladri del mare che tuttavia non vengono per uccidere? Sarà, ma questo sistema farebbe cessare la pirateria, mentre gli attuali rimedi sono inefficaci.
E poi, non sono gli stessi pirati che hanno minacciato di uccidere i marinai, se il riscatto non è pagato? O se, Dio liberi, qualcuno avesse in mente di intervenire nelle loro basi?
C’è naturalmente da preoccuparsi della vita degli innocenti marinai già in loro mano. Ma anche a questo riguardo è facile osservare che, se si fosse reagito con questa durezza sin dalla prima volta, quei pochi marinai – anche se è doloroso dirlo - sarebbero stati solo una controindicazione: innanzi tutto non è detto che, mancando il profitto, i pirati avrebbero messo ad esecuzione la loro minaccia, e, comunque, dopo non ci sarebbero stati altri arrembaggi. Se invece si è molli, il numero dei marinai prigionieri dei predoni aumenta, come è di fatti aumentato, e nulla assicura che una volta o l’altra non ci sia un massacro.
Quando, per non pagare un piccolo prezzo, se ne paga poi uno più grande, non si dimostra buon senso. Ma questa è una qualità di cui l’epoca contemporanea non sembra abbondare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

CULTURA
27 aprile 2009
LA SECONDA SIGNORA DI BERLUSCONI
LA SECONDA SIGNORA DI BERLUSCONI
Se uno è allergico alla retorica, ed è onesto, è allergico anche alla retorica degli amici. È questa la ragione per cui chi scrive deve confessare di non avere ascoltato il discorso di Berlusconi per il 25 aprile. Di non averne neppure letto sui giornali. Il semplice fatto che non abbia scatenato un putiferio significa infatti che non diceva niente di concreto.
 La Festa della Liberazione è un’occasione in cui, da sempre, si dicono un mare di cose retoriche. Cose che ben poco hanno a che vedere con la realtà e con la verità storica. Chi vuole mantenere le proprie orecchie pulite non dovrebbe ascoltare le parole dette in quell’occasione. E allora come mai l’iniziativa di Berlusconi (che poi è di Franceschini) ha avuto tanto risalto, ha suscitato un tale polverone, ha avuto una tale eco? La risposta è semplice: Berlusconi ha accettato di giocare con i dadi truccati dell’avversario ed ha vinto.
Il meccanismo è ben spiegato da una barzelletta.
Una signora, sorseggiando il tè con due amiche, dice: “Dopo vent’anni, mio marito mi ama come il primo giorno. Mi fa dei complimenti, mi bacia, mi porta dei fiori, mi adora proprio come quando eravamo fidanzati”. La seconda dice le stesse cose ed anzi aggiunge: “Infine mio marito non mi lascia in pace dal punto di vista sessuale. Gli piaccio da morire”. La terza dice mestamente: “Io purtroppo non posso dire quello che avete detto voi”. “E perché mai? le chiede la seconda.  Dillo. Come l’abbiamo detto noi”.
Del 25 aprile si è abusato in un’orgia di retorica truffaldina. Se ne è fatta una bandiera da opporre al centro-destra (che la guardava con disprezzo), ed ecco che il Cavaliere ha smontato il giocattolo: ha preso parte all’orgia e ne ha tolto l’esclusiva alla sinistra. Nel festival delle menzogne, basta rispondere con la stessa moneta e l’avversario perde il vantaggio.
Berlusconi, sulla scia di Napolitano, ha detto anche lui delle banalità nobili, incontrovertibili e vacue. Per giunta le ha dette in un posto in cui era difficile per i contestatori violenti attaccarlo e il risultato è una “festa istituzionale”, in cui Berlusconi si è dimostrato un Uomo di Stato bipartisan. Praticamente gratis. Tanto di cappello. Perfino Scalfari lo ha apprezzato, cosa che probabilmente avrebbe preoccupato l’interessato, se non sapesse di aver raccontato un bel po’ di balle per far contenti quelli che amano illudersi. E dunque era naturale che qualche intellettuale di sinistra gli credesse sulla parola.
La realtà è semplicemente che l’Italia è stata invasa dagli Anglo-Americani e che i valori della democrazia esistevano già prima del 1922. Del resto, se una patria dovessero avere, quei valori, bisognerebbe guardare a Londra per la prassi e a Parigi per la teoria. Il resto è fuffa. Ma tutto questo non va detto. Non è decente. Costringerebbe addirittura ad ammettere che abbiamo perso rovinosamente la Seconda Guerra Mondiale. Che abbiamo combattuto contro la Francia, quando pensavamo fosse già vinta, e poi contro la Germania, quando ci siamo resi conto che non aveva speranze. Ricavandone una fama internazionale di Maramaldi. Non sarebbe più naturale cambiare discorso, quando si parla di quegli anni?
In conclusione Franceschini ha commesso un grave errore. Forse è talmente ingenuo che crede veramente nei “Valori della Resistenza” e talmente ingenuo da credere che Berlusconi non li avrebbe almeno formalmente sposati: invece Berlusconi ha avuto l’intelligenza di capire la fatuità del gioco. Ha rischiato anche lui il ridicolo pur di rinunciare a quella guerra con spade di cartone che in Italia si combatte da sessant’anni.
Ha avuto l’intelligenza della seconda signora.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 aprile 2009

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