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8 agosto 2010
MASSACRO IN AFGHANISTAN - PIETA' PER I POVERI
In Afghanistan otto oculisti - sei erano americani - più due interpreti afghani sono stati allineati e uccisi a colpi di mitra perché cristiani. Un afghano che era con loro si è salvato perché ha recitato un paio di versetti del Corano (1). Grande lezione per l’Occidente.
Non basta sentire pietà per qualcuno: è necessario che costui la meriti. Degli oculisti occidentali avrebbero potuto guadagnarsi riccamente da vivere a casa loro mentre sono stati brutalmente massacrati per avere scelto di curare i poveri di un Paese sfortunato. La conclusione è che nessun cristiano mai dovrebbe avere pietà dei bambini musulmani.
Se sono affetti da tracoma, se rischiano di divenire ciechi per una mina o un altro incidente di guerra, i loro genitori non hanno che da fare appello alla pietà degli oculisti musulmani. E se poi questi in Afghanistan non ci vanno, non rimane che alzare le spalle.
Sembra un discorso molto duro ma non bisogna essere ipocriti. Basta chiedere a chiunque legga queste righe: sareste d’accordo che vostro figlio, medico, vada a curare i poveri in zone isolate dell’Afghanistan? Se la risposta è no, non dite che il paragrafo precedente è troppo duro. Quando c’è da rischiare la vita è troppo facile dire “andate”. È più prudente - e soprattutto più onesto - confessare: “La mano gliela porgerei, ma ho troppa paura che me la mordano”.
L’episodio ricorda un fatto analogo, anche se meno grave. Lasciando Gaza, i coloni israeliani hanno abbandonato le loro case e le loro floride imprese agricole. Gli abitanti del luogo hanno immediatamente distrutto sia le case che le serre e tutte le installazioni agricole. Come avere pietà di un popolo che da un lato mendica l’aiuto internazionale e dall’altro, invece di utilizzare un regalo, preferisce distruggerlo, talmente è malato di odio?
Il nobilissimo sentimento di pietà deve essere riscontrato dall’atteggiamento di chi è in bisogno. La vista di bambini che muoiono di fame non può che fare orrore a qualunque persona per bene e tuttavia è illusorio pensare di risolvere il problema con la carità. Non serve nascondersi la realtà: solo gli interessati possono fare qualcosa di risolutivo.
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Un tempo, per spiegare i problemi della miseria nel mondo i più semplici avevano pronto lo  stereotipo delle bettole: la colpa è del colonialismo. Inghilterra e Francia prosperano sulla pelle dei Paesi poveri. Poi il colonialismo finì e questi Paesi, divenuti indipendenti, non solo non stettero meglio, ma in molti stettero peggio. Basti pensare allo Zimbabwe: prima questo Paese era detto la Svizzera dell’Africa e si chiamava Rhodesia, oggi è un posto in cui si muore per denutrizione. Mentre Francia e Inghilterra sono prosperi come prima e più di prima. Fine dello stereotipo.
Dal momento che bisogna comunque condannare l’Occidente, sono nati altri miti. I Paesi ricchi comprano il ferro dai Paesi poveri pagandolo una miseria e si fanno pagare le automobili a prezzi altissimi. Dimenticando che il prezzo delle materie prime, fra cui il ferro, è internazionale e che un’automobile ha un’infinità di valore aggiunto. Anche una tonnellata di orologi avrebbero un prezzo stratosferico. In realtà il prezzo “equo” è quello che risulta dalla domanda e dall’offerta.
Ma - dicono le anime belle - i Paesi colonialisti avrebbero dovuto insegnare ai Paesi poveri ad arricchirsi. Facile a dirsi. L’Italia del Nord non è riuscita ad insegnare lo spirito imprenditoriale all’Italia del Sud - e si tratta della stessa nazione! - e avrebbe dovuto insegnarlo al Burkina Faso? Inoltre, uno Stato non è la San Vincenzo e non ha nessun dovere. Nessuno ha insegnato niente all’Inghilterra, che pure ha lanciato la Rivoluzione Industriale e nessuno ha insegnato niente alla Francia, che ha dato al mondo l’esempio dello Stato moderno.
Infine ci sono i capri espiatori precostituiti: le multinazionali. In realtà, se apre uno stabilimento in Mozambico, la Coca Cola dà lavoro a parecchia gente, mentre se non lo apre non distribuisce certo salari. Come diceva qualcuno, essere sfruttati dal colonialismo - o dalle multinazionali - è una disgrazia superata in dimensioni solo dalla disgrazia di non essere sfruttati dal colonialismo o dalle multinazionali. È ancora un vantaggio se una grande impresa si limita a vendere i suoi prodotti: quelli che li comprano reputano infatti che valgano più di quello che li pagano, diversamente non li comprerebbero. Si chiama “principio dell’utilità dello scambio”.
In parecchi Paesi si soffre la fame perché gli abitanti sono troppo numerosi per il territorio che sono capaci di sfruttare. E fanno troppi figli per poterli nutrire. Il rimedio in questo caso non è la carità internazionale: è una buona agronomia e un buon controllo delle nascite. In mancanza, gli indigeni continueranno a morire e a veder morire i loro figli.
Qualcuno per questo vorrebbe incrementare la carità internazionale ma l’unica soluzione sostenibile è l’autonomia alimentare. “Se ti do un pesce ti nutro per un giorno, se ti do una canna da pesca ti nutro per tutta la vita”. Naturalmente bisogna che il beneficiario si metta a pescare: e questo purtroppo è meno ovvio di quanto si creda.
Un’ipotesi è quella di imporgli di “andare a pescare”, ma a parte il fatto che non tutti i popoli sono abili tecnologicamente, quando la si è provata l’economia di Stato ha dato risultati molto negativi. Perfino quando si è trattato di popoli europei: per mettere rimedio al ritardo economico della Germania Est (che pure era il Paese più progredito del blocco sovietico) la Germania Ovest a momenti affondava.
Qualcuno depreca il consumismo e, con un  pregiudizio da campionato del mondo di ignoranza dell’economia, crede che la miseria degli uni dipenda dalla prosperità degli altri.
Se un Paese consuma molto, significa che produce molto. Se non  producesse, non potrebbe consumare: nessuno regala niente a nessuno. Inoltre il consumismo dei ricchi aiuta i poveri: se un Paese ricco consuma per snobismo frutta esotica che non può produrre, farà felici i Paesi poveri che possono vendergliela.
Molti sparano spensieratamente la baggianata della “ingiusta ripartizione delle ricchezze”, come se qualcuno avesse tagliato male una torta. Ma all’umanità non è stata mai regalata nessuna torta. La ricchezza bisogna innanzi produrla. Il problema non è la divisione, è la produzione: diversamente non c’è niente da distribuire. E questa distribuzione è naturale che avvenga fra coloro che quei beni li hanno prodotti.
La fame sparirà soltanto quando si limiterà la popolazione e si miglioreranno le tecniche di produzione del cibo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 luglio 2010 - 8 agosto 2010
(1)http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201008articoli/57420girata.asp#
 
POLITICA
18 gennaio 2010
HAITI E LA DECOLONIZZAZIONE
Un modello può essere qualcosa da imitare o uno schema per spiegare un fenomeno. Haiti è un modello in questo secondo senso. Questo Paese – di cui si riassume la storia - cominciò ad esistere quando alcuni coloni francesi importarono molti schiavi per coltivare la terra; poi, nel 1791, sulla scia della Rivoluzione Francese, vi fu un’insurrezione e Parigi soppresse la schiavitù; in seguito apparve François Dominique Toussaint Louverture, padre della patria, e infine Haiti divenne indipendente: i bianchi furono espropriati e le terre furono date agli schiavi. Da quel momento s’è avuta una serie di scontri – non si sa se bisogna chiamarle guerre civili – una serie di tirannelli e uno Stato disordinato e miserabile. Fra i più poveri, se non il più povero, dell’America latina.
La chiave interpretativa più semplice di questi fatti è forse che i protagonisti della storia non sono tanto i governanti quanto i governati. Gli inglesi che nel 1215 ottennero la Magna Charta non erano colti politologi, erano anzi in maggioranza analfabeti, ma avevano abbastanza spirito di rivolta e di libertà per imporsi a Giovanni Senza Terra. E non si sa perché in questo siano stati tanto diversi dai russi che solo molto, molto recentemente hanno conosciuto la democrazia. In Russia si sono avuti Ivan il Terribile e Stalin, in Gran Bretagna l’Habeas Corpus e i Windsor. E soprattutto tradizioni di libertà tali da essere un esempio per il mondo.
Analogo fenomeno si è avuto in Francia dove, pur in presenza di una monarchia assoluta, non si sono certo avuti biechi fenomeni di tirannia. Montesquieu ha potuto scrivere che il fondamento della monarchia è l’onore inteso come ambizione, desiderio di distinzione, nobiltà, franchezza e cortesia, insomma le virtù del gentiluomo, da parte dei cittadini, mentre il sovrano è tenuto a stabilire leggi certe e a comportarsi onorevolmente. Sembra di sognare ma questo schema ha funzionato. La stessa ventata di follia del Terrore durò poco e la Francia tornò ad essere quella di prima. Viceversa, nelle cosiddette Repubbliche Popolari - quelle che, ispirate dalla Madre Russia, si riempivano la bocca di amore del popolo - l’oppressione non è stata inferiore a quella degli zar.
Non è perché una nazione ha l’indipendenza o una Costituzione scritta che il suo governo è moderato e rispettoso dei governati. L’indipendenza può servire al tiranno (Mugabe) per affamare il proprio popolo senza interferenze esterne e la Costituzione può essere sventolata solo per vantarsene con i giuristi, come in Unione Sovietica. È la civiltà politica che crea un governo democratico. La Cina per molti secoli è stata grande nella filosofia, nel gusto, nella saggezza ma dal punto di vita politico è stata una nazione poco sviluppata. Ferma all’imperatore e ai signori della guerra, l’ultimo dei quali si chiamava Mao Tse Tung. Solo molto recentemente ha raggiunto, attraverso la libertà economica, una migliore civiltà politica e si sta lentamente avviando verso la democrazia.
Se, malgrado una civiltà plurimillenaria, i cinesi non sono ancora arrivati al livello europeo, figurarsi se cinquant’anni fa ci poteva arrivare la maggior parte delle ex-colonie. Ché anzi, a farci caso, erano in condizioni migliori quelle che erano state più profondamente colonizzate, come l’Australia, la Nuova Zelanda o il Sud Africa, il paese più ricco del continente. Questo perché una lunga e approfondita colonizzazione, se pure realizzata per fini di profitto, insegna uno schema di vita associata. Viceversa, l’indipendenza regalata ad una popolazione sottosviluppata può peggiorarne la situazione. Come ha detto qualcuno, “la disgrazia di essere stati colonizzati è inferiore soltanto alla disgrazia di non esserlo stati”.
Ecco perché Haiti è un modello, se pure negativo. È bello che sia stata abolita la schiavitù ed è bello che Port-au-Prince sia diventata indipendente: ma se quei poveri schiavi analfabeti non avevano idea dei diritti e dei doveri dei cittadini, di che cosa fosse uno Stato e di come si produce ricchezza, non era fatale che fossero preda di demagoghi e tiranni?
È normale desiderare libertà democratiche e prosperità, ma non basta avere un’automobile, per andare veloci: bisogna saperla guidare. Prima di accusare sempre e soltanto gli altri, bisogna ricordare che, come diceva Catone, faber est suae quisque fortunae, ognuno è l’artefice della sua sorte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2010

CULTURA
13 marzo 2009
I DISASTRI DELLA DEMAGOGIA

I DISASTRI DELLA DEMAGOGIA

La graduatoria d’importanza delle notizie, se bisognasse giudicare dal numero di citazioni nei telegiornali, potrebbe sorprendere. Secondo Medici senza Frontiere, se nello Zimbabwe c’è il colera, nelle tv Rai e Mediaset la cosa ottiene 12 citazioni; mentre le citazioni che riguardano Carla Bruni sono 208. Siamo dunque tanto insensibili alle sofferenze di migliaia e migliaia di persone? Siamo tanto superficiali da appassionarci a cose che in fondo non hanno nessuna importanza, o ne hanno quanto le chiacchiere di portineria? La risposta è purtroppo sì. Ma non per questo la gente merita di essere rimproverata per i mali del mondo.

Se piangessimo giorno dopo giorno sul colera nello Zimbabwe, sui massacri del Darfur, sull’oppressione del Tibet, questo non sarebbe di nessuna utilità agli interessati. E soprattutto bisogna dire che, se in Italia ci fosse un colera che miete migliaia di vittime, sarebbe uno scandalo internazionale, cadrebbe il governo, si farebbe scendere l’esercito per le strade, si rischierebbe la rivoluzione: ma certo non si rieleggerebbe per decenni un Mugabe come dittatore. Se dunque nello Zimbabwe tutto questo può avvenire, è segno che gli infelici abitanti di quel paese africano sono diversi da noi.

Razzismo? Per niente. Sono diversi perché più ignoranti, con meno coscienza democratica e soprattutto ancor più di noi permeabili alla demagogia.

Quando lo Zimbabwe si chiamava Rhodesia, era un Paese prospero, ordinato e gradevole. Era chiamato la Svizzera dell’Africa. Ciò dipendeva dal fatto che vi erano coloni bianchi che amministravano lo Stato e mandavano avanti molte fattorie. Il potere fu poi preso da Mugabe che promise l’Africa agli africani, depredò i bianchi delle loro terre, e li fece scappar via. Purtroppo gli africani non seppero mantenere le coltivazioni e lo Zimbabwe, da Paese prospero, divenne un posto in cui, se non si muore di colera, si muore di fame.

Al momento dell’indipendenza non ci si pose la semplice domanda: “Noi abbiamo la cultura imprenditoriale necessaria per fare a meno dei bianchi?”. Purtroppo, se qualcuno l’avesse fatta, quella domanda, si sarebbe sentito dare questa risposta: “Se oggi non sappiamo come fare, impareremo presto”. Suona bene, la demagogia, infatti. Il fatto è che gli Zimbabweans non hanno imparato.

Oggi possono consolarsi dicendo “La colpa è dei bianchi che non ci hanno insegnato ad essere produttivi come loro”. E questo può convincere le folle poco alfabetizzate dell’Africa come i comunisti europei. Ma in realtà i bianchi (nati e cresciuti lì) non erano insegnanti: erano cittadini come gli altri che facevano i propri interessi mentre facevano anche gli interessi dei neri: come si è visto dopo. Inoltre, chi dice che gli “alunni” avrebbero tratto profitto dalle lezioni?  Una classe imprenditoriale non si improvvisa, nemmeno in un posto pieno di laureati come la Sicilia o la Calabria.

Come se non bastasse, gli africani “progressisti” sono contro i missionari che in quel continente vanno proprio per fare del bene e per insegnare: sostengono di non avere bisogno né di tutela né di elemosine. E allora, perché accusare i fattori bianchi di non avere tenuto corsi di agronomia?

Infine, i neri non potevano imparare guardando ciò che facevano i competenti, esattamente come i garzoni imparano dagli artigiani elettrauto?

Inutile negarlo, ci sono delle differenze fra gli abitanti dello Zimbabwe e noi. Loro sono ancora capaci di essere vittime della demagogia più folle e rovinosa mentre noi, anche se non siamo gli allievi prediletti di Cartesio, siamo un po’ più razionali. Tuttavia anche noi abbiamo qualcosa da imparare dagli inglesi che hanno la più vecchia democrazia, hanno sconfitto i minatori di Scargill e non hanno mai avuto un grande partito comunista. Se si parla di differenze fra i popoli, non si tratta di razzismo. Si tratta di identificare lo stadio di sviluppo di una razionalità capace di contrastare la demagogia. E in questo campo in molti abbiamo parecchia strada da fare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 marzo 2009


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