.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
19 gennaio 2015
CHE COSA È SUCCESSO COL FRANCO SVIZZERO
La Banca Svizzera ha deciso di sganciare la sua moneta dal cambio massimo di 1,20chf per un euro, corrispondente a 0,83€ per un chf. Quel limite era stato imposto perché l'euro è stato più volte in pericolo e parecchie persone, per salvaguardare il proprio capitale, lo convertivano in franchi svizzeri. Ma se molta gente chiede una valuta, la legge della domanda e dell'offerta ne fa salire il valore. Ciò non costituisce quel motivo di soddisfazione e prestigio che tanti credono. Una quotazione molto alta rende artificialmente cari, all'estero, i beni e i servizi denominati in quella moneta, anche se in compenso rende artificialmente a buon mercato i beni e i servizi importati. L'ideale è, come sempre, l'equilibrio.
Nel caso particolare, la grande richiesta di franchi ha probabilmente avuto l'effetto di creare uno sbilancio non del tutto collegato all'economia del Paese. Infatti l'Europa e il mondo richiedevano quella moneta in sé e per sé, come bene rifugio, non come risultato delle transazioni commerciali.  La Svizzera pose un freno all'ipervalutazione del franco e disse più o meno: il franco deve valere al massimo 0,83 centesimi di euro. Se la quotazione supererà questo livello, la nostra banca centrale comprerà euro e offrirà franchi (di cui ha una disponibilità infinita, dal momento che li stampa) fino a riportare la quotazione a quella cifra. E in effetti, nel corso del tempo, per contenere la quotazione del franco, la Svizzera ha comprato un bel po' di euro.
Va detto che l'operazione è riuscita perché contraria ai desideri normali degli Stati. Di solito, se i mercati perdono fiducia in una data moneta, il governo di quel Paese cerca di sostenerne il corso. Spesso senza successo. Invece è facile imporre ad una moneta un valore massimo,  perché in fondo è come se un supermercato vendesse la merce ad un prezzo minore di quello che la gente sarebbe disposta a pagare. E tuttavia l'imposizione di un limite alla fluttuazione naturale è un errore. Infatti, se lo scarto dalla quotazione che sarebbe naturale diviene troppo grande, la correzione è inevitabile, ed è tanto più brutale, quanto più, prima, ci si è allontanati dal vero cambio. 
La Banca Centrale Svizzera ha avuto una precisa ragione per fare la sua mossa proprio in questo momento. Col Quantitative Easing (QE), la Banca Centrale Europea si appresta ad acquistare notevoli quantità di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Lo farà con denaro creato per l'occasione, e ciò provocherà una certa inflazione. Senza lo sganciamento dalla quotazione massima consentita, questa inflazione avrebbe reso ancora più appetibile il franco svizzero a 0,83€. Già all'annuncio di una data precisa, per il QE, per mantenere il potere d'acquisto del proprio capitale, la gente si sarebbe precipitata ad accaparrarsi i franchi: e ciò avrebbe reso assurda - per la Svizzera - l'impresa di continuare a vendere franchi a 0,83€, mentre il mercato avrebbe valutato  il franco (per  ipotesi) a 0.95 o 1,05€ (oggi 1chf=1€). Con l'aggravante di veder presto svalutate le enormi quantità di euro comprate nel frattempo. Sarebbe stata un'operazione così gravemente rovinosa e insostenibile, da essere impensabile. Zurigo all'improvviso, e mentre nessuno se l'aspettava, ha prevenuto il problema, dichiarando che non interverrà più per contenere la quotazione della sua valuta. Naturalmente la decisione ha provocato un terremoto, ma la Svizzera non avrebbe potuto fare diversamente.
Quali le conseguenze dell'attuale decisione? In primo luogo, le imprese esportatrici svizzere saranno obbligate a vendere i loro prodotti al venti per cento più cari di prima: e questo spiega il crollo della Borsa di Zurigo. Coloro che hanno denaro denominato in franchi svizzeri si ritroveranno ad avere guadagnato un gruzzoletto senza il minimo sforzo. La Svizzera vedrà svalutati gli euro che ha in portafoglio, a causa del QE, ma in compenso vedrà rivalutata la propria moneta rispetto a tutte le monete del mondo. E comunque il fenomeno ha un significato più generale. Molti aspettano il QE come qualcosa che dovrebbe salvarci, mentre in realtà è soltanto una manovra finanziaria che forse aiuterà l'economia, certamente provocherà inflazione. Gli svizzeri se ne mostrano convintissimi.
Mettere il dito nell'economia, da parte dei governi, è praticamente sempre un errore. Zurigo in passato ha voluto evitare un'eccessiva valutazione del franco rispetto all'euro - poniamo del 10% - ed ora, improvvisamente, ne deve accettare una molto più grande (siamo al 20%). Non sarebbe stato meglio lasciare che a questo aggiustamento dei cambi si arrivasse piano piano, secondo le indicazioni dei cambi liberi? 
Purtroppo anche i governanti svizzeri si erano mostrati convinti di saperla più lunga del libero mercato.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 gennaio 2015

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. FRANCO EURO QE

permalink | inviato da giannipardo il 19/1/2015 alle 11:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
17 gennaio 2015
QE FOR BEGINNERS
Sembra sia imminente il Quantitative Easing. La Banca Centrale Europea dovrebbe acquistare una notevole quantità di titoli di debito pubblico di vari Stati europei, stampando euro. Il vantaggio dell'operazione sarà quello di inserire liquidità nel sistema, in modo da rilanciare l'economia. Purtroppo la Bce compra le cartelle sborsando un contante che non ha o non le appartiene. Per questo si è scritto "stampando euro", anche se di fatto si tratta soltanto di scritture contabili. Ma anche la moneta scritturale in fin dei conti si trasforma in denaro circolante. 
Se la Bce quegli euro li avesse in cassa, si potrebbe dire che preferisce avere in portafoglio dei titoli di Stato che producono interessi piuttosto che denaro contante. Come fanno i risparmiatori. Se invece la Bce immette nel mercato una liquidità che non ha, trasformando i titoli di credito in denaro sonante (e consegnando questo denaro ai governi) ci sarà in giro più denaro contante di prima.
Qualcuno potrebbe chiedersi se faccia differenza che l'acquisto avvenga da parte dei privati (o degli investitori professionali) o da parte della Bce. Fa differenza eccome. Se i titoli sono comprati dagli investitori privati o professionali, costoro acquistano i titoli con denaro già esistente, che essi hanno prima guadagnato e risparmiato e ora sottraggono alla circolazione. Se invece l'acquisto è effettuato dalla Bce, con denaro semplicemente creato per l'occasione, quella moneta nuova (a fronte di niente) crea semplicemente inflazione. 
Mario Draghi e gli altri sono perfettamente coscienti di ciò. Anche perché è proprio ciò che vogliono. Infatti, in base alle teorie keynesiane, l'abbondanza di denaro - anche quando si tratta di denaro frutto della produzione della zecca - può rilanciare l'economia. Ed è ciò che essi sperano.  Ma mentre il rilancio è soltanto sperato, l'inflazione è matematica. I cittadini dell'area euro vedranno diminuire il loro potere d'acquisto in misura corrispondente all'inflazione provocata. Ecco chi paga il conto. I primi a non avere dubbi al riguardo sono stati gli svizzeri che infatti, in vista del QE, hanno sganciato il loro franco dall'euro.
Quanto alla restituzione del capitale, è pensabile che la Bce chieda qualche garanzia alle banche centrali dei vari Paesi. Ma si capisce male la sua natura. Se alla scadenza i vari Paesi non hanno denaro per rimborsare il capitale, potranno pagare soltanto con moneta inflazionaria: e ciò potrebbero farlo anche senza il Quantitative Easing. Oppure potrebbero pagare il debito in oro o con valute di riserva diverse dall'euro: ma sarebbe un'ingiustizia nei confronti degli altri possessori di titoli di Stato. Ed anche una grave imprudenza. 
Un'ulteriore considerazione riguarda il termine di scadenza. La Bce compra titoli con una scadenza massima di tre anni. Ammettiamo che lo faccia per permettere agli Stati di investire nell'economia senza allarmare i mercati, come potrebbe verificarsi se essi sforassero alla grande il limite di deficit del 3% sul pil stabilito dai trattati. Ma di fatto, se pure via Bce, si sarà creata inflazione. Naturalmente, se l'economia ripartisse con tale entusiasmo da assorbire l'inflazione, l'operazione sarebbe un successo. Ma se ciò non avvenisse, e alla scadenza le cartelle fossero rimborsate creando ulteriore denaro inflazionario, come reagirebbero i mercati? Oggi si vuole evitare che essi si allarmino, se si crea denaro dal nulla; alla scadenza dei titoli ci potrebbero essere in giro il denaro messo oggi in circolazione dalla Bce e domani quello messo in circolazione dai governi per ripagare le cartelle, creando un doppio effetto inflazionario. Come la prenderebbero, le Borse?
Tutto sembra essere una scommessa al buio. Si parte da una fede pressoché cieca nelle teorie di Keynes e si dice: l'Europa non esce dalla recessione, perché non c'è inflazione. Creiamo dunque l'inflazione. L'economia ripartirà e tutti gli Stati saranno in grado - col maggiore afflusso di gettito fiscale derivante dal detto rilancio - di ripagare il debito con la Bce, riassorbendo l'inflazione creata. Così tutti saranno felici. Prospettiva bellissima. Purtroppo non si risponde ad una domanda: e se in capo ai tre anni la situazione non sarà affatto migliorata nella percentuale ipotizzata dagli ottimisti? Se gli Stati saranno obbligati a pagare con moneta ulteriormente inflazionata, come reagiranno i mercati? O si procederà ad ulteriori dosi di inflazione comunitaria, fino a temere un big bang dell'intero sistema? 
In fondo sarebbe stato più semplice autorizzare i governi ad emettere denaro inflazionario, sforando il famoso 3%. Avremmo lo schema: governo?denaro inflazionario, evitando la partita di giro ipocrita: governo?titoli?Bce?denaro inflazionario. 
Sarebbe bello se i governi la smettessero, una buona volta, di illudersi di essere in grado di governare l'economia. L'unica cosa che dovrebbero fare - e non fanno - sarebbe quella di smettere di opprimerla.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
16 gennaio 2015
P.S. La correzione degli eventuali errori economici contenuti in questo articolo - non scritto da un economista professionista - sarà accolta con gratitudine.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. EURO FRANCO QE

permalink | inviato da giannipardo il 17/1/2015 alle 14:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 gennaio 2015
LA GRECIA DOPO LE ELEZIONI
Chi cerca di prevedere l'esito delle elezioni non raramente sbaglia. In Italia è avvenuto che abbiano preso un pesante abbaglio anche gli istituti demoscopici, che per giunta usano strumenti scientifici e statistici di tutto rispetto. Se ciò è possibile per i professionisti, figurarsi per i privati; e se può avvenire per le elezioni del proprio Paese, figurarsi quando si parla di un Paese straniero. Dunque, riguardo all'esito delle elezioni greche, non si vuol scrivere una previsione  ma introdurre ulteriori elementi di incertezza. Una non-previsione, per così dire.
L'Europa è preoccupata. Il primo livello d'allarme è costituito dai pronostici favorevoli al partito di Alexis Tsipras: se Syriza vincerà le elezioni - si dice - si farà portavoce della stanchezza dei greci per l'austerità e indurrà Atene ad uscire dalla moneta comune. Con la conseguenza di gravissimi problemi di Borsa per tutti, se non addirittura della fine dell'euro.
Il secondo livello è più riflessivo. Gli osservatori più scrupolosi notano che la vulgata secondo la quale Syriza vuol fare uscire la Grecia dall'euro non ha base concreta. Quella decisione non è nel programma del partito e non si trova neppure nelle dichiarazioni del suo leader. Del resto, quel piccolo Paese avrebbe ben poco da guadagnarci: abbandonando l'euro perderebbe l' "ombrello" europeo di cui fino ad oggi ha beneficiato, con conseguenti gravissimi problemi. Il Paese infatti ha bisogno di importare molti dei beni che consuma.   
Ma c'è un terzo livello, col quale non si vuole rappresentare "la verità", o una migliore previsione rispetto alle precedenti: si vuole soltanto prospettare una "possibilità" che è stata trascurata.
Ci sono decisioni che - proprio per essere di vitale importanza - non sono annunciate in anticipo: per esempio le svalutazioni monetarie. Non soltanto in questi casi si procede con decreto immediatamente esecutivo, ma per comprensibilissimi motivi l'intenzione di attuare quella misura è risolutamente smentita fino ad un momento prima. E se questo vale per un provvedimento puramente finanziario, altrettanto segreto e di più grande portata può rivelarsi il disegno strategico di un uomo di Stato. 
Coloro che elessero Mikhail Gorbaciov segretario del Pcus non prevedevano certo che egli avrebbe tentato di rinunziare alla dittatura comunista in favore di una "occidentalizzazione" dell'Unione Sovietica. Ma da un lato Gorbaciov sapeva che il popolo era maturo per quella svolta, e dunque che l'impresa poteva essere tentata; dall'altro prevedeva che l'opposizione dei colleghi di partito avrebbe potuto essere forte, se egli l'avesse annunciata (come si vide poi nel tentativo di restaurazione cui si oppose vittoriosamente Boris Yeltsin). Dunque non poteva che nascondere il suo vero programma.
Non diversamente si era comportato, anni prima, Charles de Gaulle. La Francia era nel marasma. Il problema algerino era divenuto scottante. Il Generale fu eletto sulle note della Marsigliese - cantata dai coloni sul Forum di Algeri, e  al grido di "Algérie Française!" - e tuttavia, accettando la carica, egli nascose che la sua intenzione era opposta. L'Algeria era una fonte di problemi insolubili e non si poteva ignorare che la storia andava in direzione opposta. La Francia concluse la pace con Algeri, i "pieds noirs" tornarono in patria, e il nodo fu definitivamente sciolto.
Senza andar lontano nella storia, è anche possibile che il cardinale Bergoglio abbia ben taciuto lo stile di papato che intendeva adottare, quello che oggi ha creato un'opposizione ai più alti livelli della Chiesa Cattolica. Conoscendolo, i suoi colleghi probabilmente non l'avrebbero eletto. E se questo ci insegna la storia, è ben possibile - si dice possibile, non probabile - che Tsipras abbia effettivamente il programma di far uscire la Grecia dall'euro ma lo nasconda accuratamente.  Se lo facesse, si troverebbe contro tutti gli altri partiti: già oggi essi attribuiscono a Syriza quell'audace intenzione, nel momento stesso in cui il partito la smentisce. L'annuncio scatenerebbe inoltre l'anatema di tutti i media europei, che tratterebbero Tsipras da dinamitardo dell'intero continente. Anche le Borse potrebbero cercare di schivare le conseguenze del ritorno alla dracma, di fatto anticipandone anche i pesanti costi. Un leader serio, che avesse l'intenzione di sganciare la Grecia da un consesso che evidentemente non fa per essa, non lo farebbe mai sapere in anticipo.
Fra l'altro, il programma vero di Syriza potrebbe essere più articolato. Tsipras potrebbe presentare a Bruxelles e alla Germania richieste pesanti e ultimative, tali da migliorare di molto la posizione greca, se quelle richieste fossero accolte; o da rigettare sull'Unione Europea la colpa dell'abbandono dell'euro, se non lo fossero. Non soltanto oggi non conosciamo l'esito delle elezioni greche, ma non conosciamo neppure il vero programma del partito che parte favorito. Si va dalla mesta amministrazione del presente ad una vera rivoluzione continentale.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
7 gennaio 2015


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. TSIPRAS GRECIA EURO SYRIZA

permalink | inviato da giannipardo il 7/1/2015 alle 12:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
21 dicembre 2014
LA CRISI SULLA SCHIENA DEL CAMMELLO
La maggior parte dei competenti concorda su un punto: la situazione attuale dell'Europa non è sostenibile. Anche ad essere ottimisti per quanto riguarda, poniamo, l'Olanda, non c'è nessun modo di esserlo per un Paese come l'Italia, i cui parametri sono da troppo tempo eccezionalmente negativi e senza alcuna prospettiva di immediato miglioramento. La Grecia, a quanto dicono, è già tecnicamente fallita. Per dirne una, ha rinunciato, già qualche anno fa, a pagare l'intero dei suoi titoli di Stato, rimborsando soltanto il 30%. Sarà anche vero che, dopo tutto, è un piccolo Paese e lo si può aiutare, ma quell'operazione significa che tutti i titoli di Stato possono non essere rimborsati o esserlo solo in parte; e l'Italia ha un tale peso che, se cadesse, potrebbe forse trascinare con sé l'intera Unione Europea. E infatti l'Unione ci abbaia contro un giorno sì e l'altro pure, ma poi rinuncia a colpirci: perché la nostra crisi il continente non può permettersela. È forti di questo che non rimborseremo il 5% del nostro debito pubblico per la parte eccedente il 60% del nostro pil (una sessantina di miliardi oltre i 70/80 che paghiamo di interessi), secondo quanto dovremmo fare a termini di Fiscal Compact. Noi non ce lo possiamo permettere, economicamente, e l'Europa non ci può espellere per non segare il ramo su cui è seduta.
I "discorsi catastrofisti" inducono molti ad obiettare che li sentono da tempo e che, di ciò che si è paventato, non si è verificato niente. Dunque potrebbe non verificarsi nessun disastro, né domani né dopodomani. Atteggiamento che sarebbe comprensibile, se fosse valido il paradosso di Achille e della tartaruga. In realtà, l'accumulazione di certe cause ad un certo momento conduce fatalmente a certi effetti. In diritto con la condizione ci si chiede "se" un avvenimento si verificherà, con il termine ci si può chiedere soltanto "quando". Come afferma il proverbio inglese, fu l'ultima pagliuzza che spezzò la schiena del cammello. Se dunque si continua a caricare paglia, il problema del collasso dell'animale diviene un "quando", non un "se". Se ammettiamo che la situazione economica dell'Europa, e in particolare dell'Italia, continua a peggiorare (ed è ciò che incontestabilmente dicono tutti i dati pubblicati), non potendo questo fatto prolungarsi all'infinito, il problema per il nostro sfortunato Paese non è "se" la crisi improvvisamente peggiorerà, ma "quando". 
Le crisi non hanno la cortesia di telefonare prima di presentarsi. Nessuno, nel mondo, previde la data della tragedia dei subprime statunitensi, e tuttavia la stessa esagerazione di quella bolla, come nel 1929, doveva essere un segnale sufficiente. Ma finché non si sa il "quando", di un avvenimento, si ha la tentazione di considerarlo un "se". Ci si limita a guardare all'oggi e a sperare per il meglio. 
Noi abbiamo un debito pubblico astronomico e una moneta inadatta alla nostra economica. A ciò bisogna mettere rimedio. È come se fossimo al quarto piano di una casa e l'incendio stesse divorando il piano terra e il primo piano. Dove siamo non c'è nessun problema ma ciò non significa che le fiamme non arriveranno anche qui. Una persona ragionevole, considerando che ha ancora un po' di tempo, chiederebbe ai pompieri di stendere un telone, sotto, per poter saltare volontariamente dal balcone, e non quando le fiamme gli staranno bruciando la schiena. Senza nemmeno avere il telone. 
È inutile che qualcuno venga a precisarci quali costi dovremmo affrontare e quali rischi potremmo correre, uscendo dall'euro e rinegoziando il nostro debito pubblico. Siamo seduti su una bomba ad orologeria e potremmo sempre chiedere: "Ci costerebbe di meno affrontare la crisi, dopo un eventuale default, senza avere organizzato nulla? "
Purtroppo i governanti sono istituzionalmente miopi. Essi sanno di essere alla mercé di un voto di sfiducia, e di non potere contare nemmeno sui cinque anni della legislatura. Evitano dunque di adottare provvedimenti molto impopolari e spandono il lenitivo di un inossidabile ottimismo da mane a sera. Fino a rintronare le orecchie e le teste di chiunque apra un giornale o ascolti la televisione. In questo Matteo Renzi è un campione. Ma la realtà non si lascia esorcizzare dalle parole. Un brutto giorno ci potremmo accorgere che un'ignota, imprevedibile pagliuzza ha spezzato la schiena del cammello, e che noi abbiamo sbagliato a non organizzare il nostro salto dalla finestra.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 dicembre 2014

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. euro crisi uscita

permalink | inviato da giannipardo il 21/12/2014 alle 13:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
5 dicembre 2014
QUANTITATIVE EASING
Coloro che non conoscono l'inglese soccombono spesso alla sciocca tendenza di usare termini inglesi. E si riempiono la bocca di parole come "trend", come se non ci fosse "tendenza", di "family banker", come se non si potesse dire "bancario di famiglia". Senza dire che "banker" è più o meno il proprietario della banca: l'impiegato in inglese si chiama bank clerk. 
Ora si parla  continuamente di "Quantitative Easing" e si è costretti a tradurre più o meno con "sgravio", "alleviamento quantitativo". È puramente e semplicemente l'acquisto di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea, con denaro di nuova emissione. Mario Draghi vorrebbe disporsi a questo acquisto ma bisogna vedere se la Bundesbank non si opporrà e se la Corte Costituzionale tedesca non bloccherà tutto. 
Rimanendo all'essenziale, si tratterebbe di autorizzare i vari Paesi a collocare sul mercato una maggiore quantità di titoli senza essere costretti ad aumentare il livello degli interessi, perché il di più è comprato dalla Banca Centrale Europea con denaro "fresco" (ma soltanto "fresco di stampa"). I Paesi  si potrebbero permettere più spese, provocando fra l'altro inflazione, controbilanciando l'attuale tendenza deflazionistica e rilanciando l'economia. Purtroppo tutta l'impalcatura potrebbe essere sbagliata.
Lo schema keynesiano, per affrontare le crisi, è questo: lo Stato, per incrementare l'occupazione e distribuire salari - dunque mezzi per aumentare l'intera domanda (detta integrata) di beni e servizi - lancia grandi lavori, diminuisce la pressione fiscale, sostiene le imprese in difficoltà, e dunque rilancia l'economia. Inoltre, dal momento che quel denaro immesso nel circuito è "a fronte di niente" (cioè puramente e semplicemente carta), il risultato è inflattivo e dunque si contrasta la deprecata deflazione. 
Una prima controindicazione è tuttavia che l'aumento dei titoli pubblici, anche se non provoca l'aumento dei tassi, provoca comunque l'aumento del debito pubblico. Quest'ultimo è risparmio, denaro "fermo", nel senso che gli investitori non lo spendono e si  contentano di lucrare gli interessi. Però, nel caso di una crisi di fiducia, da un lato nessuno comprerebbe i titoli di nuova emissione (e ciò basterebbe a far fallire un Paese come l'Italia) dall'altro per liberarsi dei vecchi titoli tutti li riverserebbero in Borsa provocando un'immediata e imponente svalutazione della moneta. La crisi di fiducia, in regime di euro, è tanto più vicina quanto più grande è il debito pubblico. 
L'efficacia del meccanismo keynesiano è essenzialmente congiunturale. Per giunta, mentre i suoi costi sono certi, l'effetto positivo è aleatorio. L'idea che spendendo di più si risani comunque l'economia è sbagliata. Non è perché la gente spende di più che, per conseguenza, guadagnerà di più.  Al contrario, è se guadagna di più che, per conseguenza, spenderà di più, e il Paese sarà più prospero. Per avere ricchezza non basta desiderarla, bisogna crearla.
La crisi può dipendere da fattori temporanei - e in questo caso il meccanismo keynesiano potrebbe essere utile - ma se essa dipende da fattori oggettivi e stabili, l'immissione di moneta in circolo, "a fronte di niente", fa soltanto danni. La macroeconomia keynesiana non può porre rimedio ai grandi fattori negativi quali per esempio un  aumento del prezzo internazionale delle materie prime; un eccesso di pressione fiscale; la concorrenza economica imbattibile di economie più efficienti; un modello produttivo divenuto inadatto ai tempi; un eccessivo peso del Welfare State. Se il fattore negativo è uno di questi, è soltanto risolvendolo che si risolve la crisi. E viceversa si continua testardamente a pensare che la nostra sia una crisi finanziaria, da combattere con mezzi finanziari.
Per ciascun Paese, bisognerebbe identificare la causa vera e profonda della crisi e mettervi rimedio a qualunque costo. Diversamente ci penserà una crisi di Borsa, una volta o l'altra, ad azzerare il contatore. Oggi siamo in crisi ma non siamo ancora falliti e forse avremmo lo spazio per agire. Se non lo facciamo, una situazione catastrofica non da noi organizzata potrebbe costringerci a ripartire da zero. Potremmo avere una serie di default di Stati che ci farebbe ripensare alla crisi del '29 come a un'età dell'oro. 
Una nota infine riguardo alla deflazione. Essa è temibile come sintomo della recessione ma è discutibile che la si condanni in sé, mentre si reputa che un'inflazione del 2% sarebbe certamente un bene. La deflazione è soltanto un aggiustamento dovuto alla mano invisibile di Adam Smith e in quanto tale è un bene, non un male. E poi, dove sta scritto che il debitore debba sempre guadagnare qualcosa, con l'inflazione, mentre il creditore e il percettore di reddito fisso debbano sempre rimetterci? Forse è soltanto il pregiudizio di sinistra per cui il creditore è sempre un ricco parassita - anche quando è un dipendente a stipendio fisso o un pensionato al minimo - mentre il debitore è sempre il povero sfruttato dal sistema. E si sa, i pregiudizi sono più solidi dei teoremi di geometria.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 dicembre 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. euro crisi quantitative easing

permalink | inviato da giannipardo il 5/12/2014 alle 14:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 ottobre 2014
L'EURO COME LA DROGA
Secondo la teoria cartesiana, il singolo ha il diritto di reputare vere le idee che gli appaiono "chiare e distinte". E infatti, quando sono in possesso di una di queste idee, non ho timore di contraddire chicchessia. Per converso, quando non ho precisi motivi per avere una convinzione piuttosto che un'altra, o sospendo il giudizio o ricorro ad altri criteri. Per esempio il principio d'autorità (Einstein in materia di relatività), il buon senso o addirittura la statistica: se tutti la pensano così, forse hanno ragione. È improbabile che tutta la verità del mondo si sia rannicchiata nel mio cervello, come disse qualcuno.
Un buon esempio dell'uso di questi criteri è la politica governativa riguardo alla droga. Se in origine avessero chiesto a me che linea adottare, avrei in primo luogo risposto che ciascuno ha la responsabilità di sé stesso ed ha anche il diritto di fare di sé e della propria salute ciò che vuole. Sarebbe soltanto giusto aumentare a carico del drogato o di chi ne ha la tutela i premi dell'assicurazione sanitaria. Rendendo legale la droga, si azzererebbero d'un sol colpo l'illegalità del suo traffico internazionale e i reati ad esso connessi; si ridurrebbe drasticamente il costo del prodotto e diminuirebbero i reati commessi per acquistarlo. Qualcuno obietterebbe che così lo Stato rinuncerebbe a proteggere i minori, ma la risposta sarebbe facile: parecchi di loro si drogano lo stesso e comunque il dovere di educare è dei genitori, non dello Stato.
Tutti questi begli argomenti personali vanno però ad infrangersi contro una constatazione: la stragrande maggioranza dei governi è ferocemente contro la droga. In alcuni casi si arriva addirittura alla pena di morte. Ora, se tutti i dirigenti del mondo reputano che sia giusta una politica repressiva, è segno che ci devono essere buoni motivi, probabilmente più validi di quelli da me enumerati. Lo Stato italiano è proibizionista ma proibizionisti sono tutti gli Stati, di destra e di sinistra, democratici e autoritari, teocratici e laici, sviluppati e miserabili. Le mie convinzioni nascono delle mie riflessioni, il comportamento dei governi nasce da dati che non conosco o non ho considerato, e dunque in linea di principio loro hanno ragione ed io torto.
Una situazione analoga si verifica a proposito dell'euro. Questa moneta è partita col vento in poppa ed è stata vista come la bandiera dei futuri Stati Uniti d'Europa. Poco più d'un decennio dopo è invece considerata pressoché dovunque la causa di una imminente catastrofe economica. La conseguenza è un cambiamento di atteggiamento che ha dato luogo addirittura alla nascita di partiti col programma fondamentale dell'abbandono dell'euro, ed anche dell'Unione Europea, se continua ad imporci le sue regole economiche. La gente però è incompetente. Come non era giustificato l'entusiasmo di molti (Prodi si vantava di aver "portato l'Italia in Europa", mentre prima chissà dov'era) non è detto che sia giustificata l'ostilità attuale. 
Personalmente sono stato molto ostile all'introduzione dell'euro, perché, dicevo, "non si mette il carro della moneta dinanzi ai buoi della politica". Se i programmi economici e fiscali divergono, una moneta comune diviene un vincolo insostenibile. Ciò malgrado, anche se oggi la critica di essa è sostenuta da persone autorevoli e ragionevoli, mi ritrovo a rifare il ragionamento inverso, quello fatto per la droga. Se uscire dall'euro fosse facile e indolore, l'avrebbe fatto innanzi tutto la Grecia, che ha vissuto una sorta di tragedia nazionale, in conseguenza di quella moneta; e l'Unione Europea non si sarebbe strapazzata (anche pagando) per aiutarla a rimanere nell'eurozona. Insomma in Europa il consenso sulla necessità di mantenere l'euro a qualsiasi costo è universale. Dunque ci devono essere buone ragioni, per questo. 
Naturalmente non se ne può dedurre nulla di certo. Giusto un secolo fa le maggiori potenze d'Europa furono d'accordo sulla necessità di una guerra che  si risolse in un immane ed inutile massacro. Che per giunta pose le premesse per il successivo. L'universale consenso in favore dell'euro suggerisce questa conclusione: o uscire da esso è impossibile, o è talmente costoso che i vantaggi sarebbero poca cosa rispetto agli svantaggi.
Nessuna discussione tecnica, dunque. Sia i fautori sia gli oppositori della moneta unica disporranno in abbondanza di diagrammi, statistiche e numeri per battagliare fra loro. L'uomo della strada invece deve avere l'umiltà di limitarsi a stramaledire l'euro, se ne ha voglia, senza però concludere risolutamente che deve essere mantenuto o deve essere abolito. In materia è proprio difficile avere idee chiare e distinte.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 ottobre 2014

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. EURO ABOLIZIONE USCITA

permalink | inviato da giannipardo il 14/10/2014 alle 10:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
1 ottobre 2014
LA BOMBA FRANCESE CADE A BERLINO
La Francia ha dichiarato solennemente che non si atterrà all'obbligo dell'eurozona di non superare il 3% di deficit, e ciò fino al 2017. Quest'anno il deficit sarà del 4,4% (praticamente il 50% in più del consentito) e nel 2015 del 4,3% (sempre un buon 43% più del consentito). Parigi rifiuta inoltre di adottare nuove misure di austerità. Naturalmente - come sempre - si prevede che successivamente tutto comincerà ad andar bene. Il futuro - visto dalle stanze del governo - è sempre "un'aurora dalle dita rosate".
Fino ad ora una sorta di tacita convenzione ha fatto sì che riguardo ai grandi Paesi si parlasse di ripresa per la Spagna, di stagnazione per l'Italia e di "difficoltà" per la Francia. In realtà quest'ultima ha raggiunto un debito pubblico di duemila miliardi - il nostro gli è superiore soltanto dell'11% - corrispondente a oltre il 90% del pil;  le misure d'austerità hanno cominciato a produrre addirittura problemi di ordine pubblico, e infine si è avuto un drammatico calo di consensi dell'esecutivo e di François Hollande personalmente.
Sapevamo che la Francia era nei guai ma non ci aspettavamo che prendesse così risolutamente il toro per le corna. Infatti ha brutalmente messo Berlino di fronte al fatto compiuto. Probabilmente l'ha fatto in base al suo grande orgoglio nazionale e col coraggio che le viene dall'avere un peso specifico notevolmente più grande del nostro. L'Europa, magari con qualche problema borsistico, sopravvivrebbe senza alcuna difficoltà alla defezione della Grecia. Forse anche alla defezione di un grande Paese. Ma la Francia è, insieme alla Germania, l'elemento essenziale dell'Unione Europea. Non si può dimenticare che i principali fautori dell'Europa Unita sono stati, dopo la Seconda Guerra Mondiale, proprio i francesi e i tedeschi, perché volevano scongiurare, per i secoli avvenire, la possibilità di un conflitto fra di loro. 
Ci si può chiedere come mai tutto ciò sia avvenuto proprio ora. A parte il fatto che non si può costantemente peggiorare senza che accada nulla, non si può non osservare che la crisi dell'Europa e dell'euro, invece di risolversi, sembra incancrenirsi. In secondo luogo essa ormai coinvolge i due partner più importanti dopo la Germania, cioè la Francia e l'Italia. In terzo luogo la Germania, che fino ad ora s'è intestardita ad esigere il rispetto dei patti sottoscritti, non ha tenuto conto del fatto che l'intero continente, col rallentamento della sua crescita, dimostra che la politica economica fin qui seguita non conduce da nessuna parte. Essa è stata favorevole alla Germania (anche se ormai meno di prima), ma non si può far pagare a tutti gli altri Paese un regolamento che favorisce soltanto uno di essi e qualche suo satellite economico.
Non è un caso che il ministro francese Sapin, invece di scusarsi, abbia detto che l'Unione europea "deve a sua volta assumersi le sue responsabilità, in tutte le sue componenti". In particolare "i Paesi in surplus": espressione che si legge "Germania". In altri termini, la Francia s'è assunta la responsabilità di distruggere un sistema dannoso e di mettere tutti i partner dinanzi all'evidenza del problema; l'Unione Europea, e in particolare Berlino, devono ora trarne le conseguenze. Devono adattare le norme alla realtà, invece di inchiodare la realtà sul letto di Procuste delle regole sottoscritte.
Il presupposto di una moneta comune è che essa abbia più o meno lo stesso potere d'acquisto in tutti i Paesi che l'adottano. Se invece un Paese ha un deficit (e dunque, tendenzialmente, un'inflazione) del 4,5% e un altro del 3%, nel corso del tempo con quella moneta si comprerà parecchio di più nel secondo Paese (la Germania) che nel primo (la Francia). E dunque il flusso di merci andrà ancor di più dalla Germania alla Francia, danneggiando l'industria francese. Sembra evidente - sempre salvo errori - che provvedimenti del genere siano assurdi. È stato assurdo incatenare economicamente Paesi diversi da molti punti di vista ad una moneta unica, senza averli prima unificati politicamente, ed è assurdo pensare che si possano adottare politiche economiche differenti mantenendo la stessa moneta. 
Infine rimane l'interrogativo riguardante le future prospettive e l'effetto che questi ultimi avvenimenti potrebbero avere sui mercati e sulle Borse. Nel dubbio, incrociamo le dita.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
1 ottobre 2014, ore 14,30


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. francia euro deficit

permalink | inviato da giannipardo il 1/10/2014 alle 13:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
1 ottobre 2014
LA GERMANIA COMBATTE SU DUE FRONTI PER PRESERVARE L'EUROZONA
di Adriano Bosoni e Mark Fleming-Williams, su Stratfor.

La Corte di Giustizia Europea il 22 settembre ha annunciato che le sedute nel processo contro il progetto di acquisto di titoli da parte della Banca Centrale Europea (Bce) conosciuto come OMT (Transazioni Monetarie Dirette) comincerà il 14 ottobre. Benché il processo probabilmente sarà lungo, con una sentenza che si avrà non prima della metà del 2015, la decisione avrà serie conseguenze per la relazione della Germania col resto dell'eurozona. Il momento potrebbe difficilmente essere peggiore, infatti un partito anti-euro ha fatto grandissimi progressi, recentemente, nella scena politica tedesca, erodendo stabilmente lo spazio di manovra del governo.
Le radici del caso rimontano alla fine del 2011, quando gli interessi del debito sovrano italiano e spagnolo stavano seguendo i corrispondenti titoli greci a livelli stratosferici e i mercati mostravano che avevano perso la fiducia nella capacità delle economie più in difficoltà dell'eurozona di cavarsela. Nell'estate del 2012 la situazione in Europa era disperata. Si erano intrapresi salvataggi finanziari per la Grecia, l'Irlanda e il Portogallo, mentre l'Italia si avvicinava pericolosamente ad averne bisogno. Ma l'economia dell'Italia, e particolarmente il suo debito pubblico di livelli gargantueschi, indicavano che sarebbe stata troppo grande per ricevere un trattamento consimile. In ogni caso, i precedenti salvataggi non stavano calmando i mercati finanziari.
Mentre gli interessi dei titoli italiani e spagnolo schizzano quasi al livello del 7%, considerato il punto in cui il fallimento diviene inevitabile, il nuovo presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, disse che la Bce era pronta a fare tutto ciò che sarebbe stato necessario per salvare l'euro. In concerto con i capi dei governi europei, la Bce  sviluppò un meccanismo che consente di comprare un numero illimitato di titoli governativi per stabilizzare un Paese membro, un'arma abbastanza grande da intimidire gli investitori in titoli.
Il Presidente della Bce Mario Draghi di fatto non è mai dovuto intervenire perché la promessa dell'intervento nei mercati dei titoli ha convinto gli investitori che non si sarebbe permesso ai Paesi dell'eurozona di fallire. Ma la soluzione di Draghi non piacque a tutti. Gli oppositori di peso includevano Jens Weidmann, presidente della Bundesbank tedesca. Come molti tedeschi, Weidmann reputava che la Bce stava oltrepassando i suoi limiti istituzionali, dal momento che i trattati dell'Ue impediscono alla banca di finanziare i Paesi membri. Peggio: se l'OMT fosse stato effettivamente usato, ciò avrebbe sostanzialmente significato spendere denaro tedesco per salvare ciò che molti tedeschi considerano gli spendaccioni europei meridionali. 
All'inizio del 2013 un gruppo di professori di diritto costituzionale e d'economia delle università tedesche raccolsero circa 35.000 firme e trascinarono l'OMT dinanzi alla Corte Costituzionale Tedesca. Durante una seduta, nel giugno del 2013, Weidmann testimoniò a favore dell'accusa. Nel febbraio del 2014 la Corte emise un verdetto inaspettato, decidendo per sei a due che la banca centrale aveva effettivamente superato i suoi limiti, e tuttavia nello stesso tempo devolvette il caso alla Corte di Giustizia Europea. Riconoscendo la profonda importanza dell'argomento, la Corte riconobbe che un'interpretazione più restrittiva dell'OMT da parte della Corte Europea di Giustizia avrebbe potuto rendere legale quel sistema.
Il giudizio tedesco suggeriva che tre modificazioni dell'OMT avrebbero potuto essere tali da far reputare alla Corte che il meccanismo era legale. Due dei tre cambiamenti, comunque, sono problematici, ad andar bene. Una modificazione limiterebbe la Bce al debito antico, un cambiamento che lo proteggerebbe contro il fallimento del debito sovrano in questione, ma farebbe anche correre il rischio di minare la fiducia degli altri investitori che non sarebbero protetti in modo analogo. La seconda modificazione renderebbe l'acquisto di titoli non più "illimitato", riducendo la capacità della banca di intimidire gli operatori dei titoli, dal momento che lascerebbe la banca con in mano un fucile invece di un bazooka.
Il gruppo di accademici che aveva organizzato la petizione non stava con le mani in mano, mentre la Corte deliberava. L'Alternativa per la Germania, un partito fondato nel febbraio del 2013 da uno di loro, il professore di economia Bernd Lucke, e frequentemente conosciuto col suo acronimo tedesco AfD, aveva fatto significativi progressi nelle elezioni in tutta la Germania. Fondato come un partito anti-europeo, arrivò vicino ad ottenere un seggio al Bundestag, la Camera bassa del parlamento tedesco, nelle elezioni generali nel settembre del 2013, una notevole prodezza per un partito fondato appena sei mesi prima. Ebbe maggiori consensi nel 2014, ottenendo il 7,1% dei voti nelle elezioni per il Parlamento Europeo in maggio, e fra il 9,7% e il 12,2% in tre elezioni regionali in agosto e in settembre.
La Germania è attualmente governata da una grande coalizione con il partito di centrodestra, l'Unione Cristiano-Democratica del cancelliere tedesco Angela Merkel (e il suo partito fratello Unione Cristiano-Sociale con base in Baviera) che condivide il potere col Partito Socialdemocratico di centrosinistra. Ciò ha avuto come risultato che l'Unione Cristiano-Democratica è stata trascinata ancor più al centro di quanto non desiderasse, creando uno spazio sulla destra che l'Alternativa per la Germania ha subito occupato.
Nato come partito con un solo programma, l'Alternativa per la Germania ha cominciato a sposare i valori dei conservatori e le politiche contrarie all'immigrazione, una tattica che ha funzionato particolarmente bene nelle elezioni tenute nella Germania orientale in estate. I suoi progressi mettono la Merkel, un'integrazionista europea, in un dilemma che diverrà particolarmente acuto se l'Alternativa per la Germania si dimostrerà capace di rappresentare i tedeschi che meno gradiscono l'idea di un Paese che sostiene finanziariamente il resto dell'Europa.
Sin dall'inizio della crisi europea la Merkel si è dimostrata abilissima nell'inviare un messaggio che combina la critica dei Paesi della periferia europea con la difesa dei programmi di salvataggio per questi stessi Paesi. Ma mentre la Merkel si era abituata alle critiche che vengono dai partiti di sinistra riguardo alle dure misure di austerità che l'Unione Europea ha richiesto in cambio dei salvataggi, non aveva preso in considerazione l'idea che le forze anti-europee avrebbero potuto costituire una seria opposizione in Germania. La Merkel non è sola, in questo, naturalmente: i partiti di centrodestra in tutta l'Europa, dalla coalizione di Cameron nel Regno Unito al Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia in Olanda, hanno visto emergere alla loro destra un populismo euroscettico che erode la loro piattaforma elettorale tradizionale. 
Questo sentimento anti-Bce in Germania si è gonfiato durante il 2014, quando Draghi tentava di far aumentare la bassa inflazione dell'eurozona con interventi che si allontanavano sempre più dall'ortodossia economica. I conservatori tedeschi hanno accolto ogni nuova mossa con dispetto. I media tedeschi hanno chiamato i tassi d'interesse negativi "tassi punitivi", proclamando che essi ridistribuiscono miliardi di euro dei risparmiatori tedeschi agli spendaccioni europei del sud.
Tutte le misure che la Bce ha annunciato fino ad ora, comunque, sono soltanto antipasti. I mercati finanziari hanno continuamente richiesto "quantitative easing", un vasto programma di compera di titoli di Stato allo scopo di iniettare una grande quantità di moneta nel mercato. Fino a questo punto, vi sono stati tre grandi impedimenti, per questo genere di politica: l'avversione ideologica del governo tedesco all'idea di spendere il denaro dei contribuenti nelle economie periferiche; la concezione politica che il quantitative easing diminuirebbe la pressione per le riforme nelle economie periferiche; e il processo dinanzi alla Corte che è stato una spada di Damocle sull'OMT, l'unico meccanismo esistente capace di far sì che la Bce possa intraprendere l'acquisto di titoli di debito pubblico. Da notare, l'OMT - nella sua formulazione originale - e il quantitative easing non sono precisamente la stessa cosa. Nella concezione originale dell'OMT, la Bce dovrebbe controbilanciare interamente ogni acquisto togliendo un'equivalente somma di denaro dalla circolazione (cioè non aumentando la stessa offerta di denaro). Nondimeno, ogni dichiarazione che l'OMT sia illegale diminuirebbe drammaticamente lo spazio di Draghi per manovrare, se egli desiderasse intraprendere un completo quantitative easing.
Questa confluenza di eventi fa sì che la Merkel attenda nervosamente la decisione della Corte di Giustizia Europea. In realtà, è in una situazione in cui non può che andarle male. Se la corte del Lussemburgo ritiene l'OMT illegale, la promessa di Dragni sarebbe indebolita, eliminando la forza che ha tenuto i rendimenti di molti titoli di Stato artificialmente bassi e permettendo che non si ripresentassero i giorni disperati del 2011 e del 2012. Se la Corte Europea di Giustizia accoglie i tre suggerimenti della corte tedesca e riduce l'OMT nella misura che il mercato reputa essere tale da renderlo poco importante, si potrebbe avere lo stesso risultato. E se la Corte di Giustizia Europea decide che l'OMT  è legale, si sarà eliminato un notevole freno inibitore del quantitative easing, e la possibilità di una estesa campagna d'acquisto di titoli diverrà una minaccia sempre più vicina, con notevole contrarietà dei votanti tedeschi, a tutto vantaggio dell'Alternativa per la Germania.
Analizzando il valore di questo caso, è importante tenere a mente che la Germania è una potenza che vive di esportazione e deve trovare mercati per le sue esportazioni per preservare la coesione e la stabilità sociale all'interno. L'eurozona aiuta considerevolmente la Germania - il 40% delle esportazioni tedesche va all'eurozona e il 60% all'intera Unione Europea - perché essa intrappola la maggior parte dei clienti europei all'interno dell'unione della moneta unica, privandoli della possibilità di svalutare le loro monete per divenire più competitivi.
Sin dall'inizio della crisi, la Germania ha fatto in modo di tenere in vita l'eurozona senza intaccare sostanzialmente la ricchezza nazionale, ma arriverà il momento in cui la Germania dovrà decidere se è disposta a sacrificare una più grande parte della sua ricchezza per salvare i suoi vicini. Fino ad ora Berlino è stata capace di mantenere il suo proprio capitale relativamente lontano dalle bocche affamate della periferia, ma il problema continua a ripresentarsi. Ciò crea per la Germania un dilemma perché due dei suoi imperativi chiave sono in contraddizione. Salverà l'eurozona per proteggere le sue esportazioni, sottoscrivendo grossi assegni come contropartita, o si opporrà alle mosse della Bce che, se bloccata, potrebbe significare un ritorno a interessi pericolosamente alti dei titoli di Stato e il ritorno di voci riguardo al fatto che la Grecia, l'Italia ed altri Paesi potrebbero lasciare l'unione monetaria?
Il caso si dimostrerà risolutivo per il futuro dell'Europa anche per ragioni più profonde. La crisi sta generando possenti frizioni nell'alleanza franco-tedesca, il principale pilastro dell'unione. Il contrasto fra la Germania, che ha una bassa disoccupazione e una modesta crescita economica, e la Francia, che ha un'alta disoccupazione e nessuna crescita, sta divenendo sempre più difficile da nascondere. Nei prossimi mesi questa divisione continuerà ad allargarsi, e Parigi alzerà sempre più la voce per invocare una maggiore azione della Bce, maggiori investimenti dell'Unione Europea e più misure in Germania per far aumentare gli investimenti domestici e i consumi pubblici.
Ciò crea un ulteriore dilemma, per Berlino, dal momento che molte delle richieste che arrivano da oltre Reno sono profondamente impopolari per i votanti tedeschi. Ma il governo tedesco comprende che alta disoccupazione e bassa crescita economica in Europa stanno conducendo al sorgere di partiti anti-europei e anti-establishment. I progressi del Fronte Nazionale in Francia è il più chiaro esempio di questa tendenza. Nelle élite politiche tedesche vi è un crescente consenso che, a meno che Berlino non faccia alcune concessioni a Parigi, potrebbe trovarsi a dover fronteggiare un governo francese più radicale, in futuro. L'ironia è che anche se Berlino fosse propensa ad inchinarsi ai desideri francesi, si troverebbe costretta e limitata da forze istituzionali che sono al di fuori del suo controllo, come la Corte Costituzionale.
La Germania ha fatto in modo da evitare la maggior parte di questi problemi, fino ad ora, ma questi argomenti non spariranno e di fatto definiranno l'Europa nel 2015; l'Alternativa per la Germania, per esempio, continuerà ad esserci. Nel frattempo, la Corte Costituzionale continuerà a sfidare i tentativi dell'Unione Europa di creare una federazione, anche se questa specifica crisi è evitata, e la Bundesbank e i circoli accademici conservatori continueranno a criticare qualunque misura che possa ridurre la sovranità tedesca per aiutare la Francia o l'Italia. Benché sia impossibile predire la decisione finale della Corte Europea di Giustizia, in qualunque modo, il dilemma continuerà a tormentare un'Unione Europea sempre più fragile.
Germany Fights on Two Fronts to Preserve the Eurozone is republished with permission of Stratfor, 0930.
Traduzione di Gianni Pardo. 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. euro draghi bce germania

permalink | inviato da giannipardo il 1/10/2014 alle 7:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
16 settembre 2014
DIE WELT(1): L'ITALIA NON SI SALVERA'
Per l'Italia non c'è nessuna solida ragione per rimanere nell'unione monetaria. E non c'è mai stata. L'impero di Carlo Magno era sussidiario e decentrato. Oggi si proseguirà,  passando attraverso il deserto economico dell'unità monetaria, per creare con brutale violenza politica gli "Stati Uniti d'Europa". In fin dei conti è l'unica sottostante logica per l'unione monetaria, che nessun politico potrebbe esprimere nella sua mostruosa radicalità.
L'economia italiana si trova da sei anni in una durevole depressione. La produttività economia è crollata drammaticamente, dal suo massimo del 2007 al livello di quattordici anni fa. La produzione industriale è nelle condizioni degli Anni '80. L'industria concorrenziale e le imprese produttrici muoiono: la disoccupazione giovanile si situa all'incirca al 42%. Prima di aver legato la lira al marco, nel 1996, il Nord-Italia produttivo aveva un sano surplus commerciale con la Germania, benché il marco si rivalutasse regolarmente.
In molte regioni  oggi il mercato immobiliare è in caduta libera. Più del 90% degli italiani sono scontenti del proprio Paese, fino ad occupare la quartultima posizione nel mondo, peggio perfino dei territori palestinesi o dell'Ucraina. Il livello del debito, in rapporto al prodotto interno lordo, si trova attualmente all'incirca al 135%. La meta da raggiungere, al momento dei negoziati sull'unione monetaria degli anni 1996-1999, era (ed è) per tutti gli Stati dell'euro il 60%/pil. Nessuno Stato si è attenuto a ciò e certamente non il nuovo commissario francese alla Moneta Pierre Moscovici, di recente nominato, che ora rischia di essere considerato il lupo cui si affida la pecora.
Con un'inflazione zero l'Italia deve raggiungere un avanzo primario, senza contare il servizio del debito, del 7,8%, per rimanere capace di sopravvivere, in modo che siano assicurati il pagamento degli interessi, l'ammortamento e le prestazioni necessarie dello Stato. E questa è una pura illusione. L'Italia è una delle ragioni per cui la Banca Centrale Europea ha già perso la partita e si trova nel panico, come mostrano chiaramente le misure dell'ultimo consiglio della Bce.
Sicché l'Italia uscirà dall'unione monetaria, anzi dovrà farlo. La democrazia e i politici italiani dovranno affrontare una epocale "prova di resistenza". Sarà radicale più o meno come l'inizio (1861) e la fine (1946) della monarchia italiana, incluso l'intermezzo fascista.
Ciò che tiene (ancora) insieme l'Italia sono pochi fattori: tassi d'interesse storicamente bassi, l'assegno in bianco irrazionale di Berlino per proteggere e garantire fiscalmente (Contratto ESM), l'Italia e tutti gli euro-Stati e lo spericolato tentativo della Bce, attraverso l'acquisto di titoli, in contraddizione col sistema, di comprare  principalmente e inconfessatamente la carta straccia delle banche italiane (ABS, RMBS) attraverso usufruttuari privati ('BlackRock') e di distribuire i rischi ai contribuenti europei e tedeschi (2). Secondo calcoli della banca d'affari italiana Mediobanca la crescita dell'economia italiana dipende per circa il 67% dal valore esterno dell'euro (per la Germania si tratta del 40%). Non fa meraviglia che ora la Bce e Wall Street tentino il miracolo di una svalutazione della moneta per comprimere l'euro fino a portarlo alla parità rispetto al dollaro americano, per stabilizzare l'Italia. Il sistema vacilla e la politica rimane senza parole.
Tutto ciò non salverà l'Italia. Già si preparano nuovi shock esogeni. Per come stanno le cose oggi, Marine Le Pen, la presidente del Front National, dovrebbe vincere in scioltezza le prossime elezioni presidenziali e come primo provvedimento della sua amministrazione annuncerebbe l'uscita dal patto monetario europeo.
Il voto popolare potrebbe strappar via la Scozia da un'Inghilterra molto poco amata. Ciò corrisponderebbe alla logica della ri-regionalizzazione politica attraverso il sorgere del Superstato di Bruxelles, il contromodello di quello di Carlo Magno. I catalani copierebbero immediatamente questo trucco di liberazione dalle catene senza versamento di sangue degno di Houdini e spingerebbero ancora più in alto il rischio politico in Europa in modo che anche l'ultima delle persone partecipanti al mercato se ne accorga, che si rompa l'impero sognato dell'euro e che Berlino non lo protegga e non lo paghi. L'Italia, col suo tesoro di territorio, le sue 2.451 tonnellate d'oro (corrispondenti a circa il 67% delle attuali riserve di valuta di Roma), e altri beni geostrategici può ben sostenere la sua nuova valuta. E per tutti i nostalgici: no, la nuova moneta sicuramente non si chiamerà Lira.
Erwin Grandinger, Analista politico-finanziario presso il Gruppo EPM di Berlino.  
(Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo)
(1)http://www.welt.de/print/die_welt/finanzen/article132206352/Italien-wird-Euro-Zone-den-Ruecken-kehren.html
(2) Non tutto è chiaro in questa frase.  NdT).


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Die Welt crisi euro Italia

permalink | inviato da giannipardo il 16/9/2014 alle 15:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
17 agosto 2014
PERCHÉ NON SI MODIFICA L'EUROZONA
     Prima, nell'eurozona c'erano i sani e i malati. I sani - Germania in primo luogo - non solo stavano bene, ma erano anche convinti che la loro salute dipendesse dalla loro virtù. Tanto da avere la tendenza a dire a quelli che soffrivano: "Ben vi sta". Quelli che stavano peggio - fra loro l'Italia - pur riconoscendo le loro colpe, sostenevano invece che i sani avrebbero dovuto aiutarli. Se non altro nell'interesse della comunità. Ma la cosa, ammesso che fosse possibile, era molto difficile da spiegare ai popoli "ricchi". I loro contribuenti infatti avrebbero così tradotto gli eventuali programmi di salvataggio: "Pagare per chi ha scialacquato? Noi che magari all'occasione abbiamo stretto la cinghia? Non se ne parla". La formica di La Fontaine ha sempre la comprensibile tentazione di rispondere alla cicala: "Ah, mentre io lavoravo lei cantava? E dunque balli, ora".
È andata così per molto tempo. Ma ora il rallentamento colpisce tutti e i segnali d'allarme sono seri. La Francia va veramente male, anche se per decenza non bisogna dirlo a voce alta; la Germania vede diminuire le proprie esportazioni e non ha più una accettabile crescita del suo pil, e insomma non sono più i "piigs", i cattivi, a preoccupare, è l'intera fabbrica della moneta comune. Ecco perché da più parti si invocano una modificazione dei patti, un rinnovamento che coinvolga le autorità comunitarie, la Banca Centrale Europea e tutti i governi, in modo da far ripartire l'economia. Ma è un vano chicchiericcio. Finché si parla di "un piano di azione che coordini politiche monetarie e fiscali", di "un’azione atipica di rilancio dell’economia", come fa il Corriere della Sera, ci si esprime con ovvietà vagamente papali. E non si può certo dire che gli strumenti dell'azione concreta non sono indicati perché noti a tutti e condivisi. La realtà è che essi sono diversi, opinabili e proprio per questo molto difficili da adottare.
C'è inoltre un'importante componente psicologica. Fino ad oggi, i Paesi in difficoltà hanno riconosciuto che pagano il fio dei loro debiti, delle loro diseconomie e al limite della loro corruzione. Anche se giudicano le regole comunitarie una causa della loro interminabile crisi, non possono negare che sono loro che hanno commesso l'errore di sottoscriverle. Possono gridare "è tutta colpa dell'euro!", ma l'euro non gliel'ha imposto a nessuno. Ché anzi - si pensi al viso compiaciuto di Romano Prodi - sul momento quella moneta è stato vista come una promozione in serie A.
Ciò rende pericoloso toccare l'attuale equilibrio. Se tutti i Paesi concordassero grandi riforme della struttura comunitaria, da un lato ci sarebbero sicuramente alti prezzi da pagare (anche da parte delle nazioni "sane"), dall'altro non è neanche sicuro che quei provvedimenti funzionerebbero, e tutti i popoli protesterebbero fieramente contro l'"Europa". Mentre fino ad oggi hanno dato a sé stessi la colpa dei loro mali, una volta che si fosse intervenuti per guarirli, la colpa si darebbe proprio a quell'intervento. "Le nuove regole hanno favorito gli altri e hanno danneggiato noi", "i nostri governanti si sono fatti imbrogliare", "bisogna assolutamente buttare tutto all'aria ": sarebbe una gara a chi si lamenta di più.
Fra l'altro, il punto dirimente è il mantenimento dell'euro, che oggi sembra fuori discussione. Ma se l'errore è stato istituirlo in assenza di un'unione politica, l'errore malgrado i nuovi trattati persisterà. Perché certo non si realizzerà durante la tempesta una unione che non si è realizzata durante la bonaccia. Se al contrario la moneta comune fosse stata un'operazione azzeccata che necessita soltanto di qualche piccolo aggiustamento, come mai nessuno sa dire qual è, questo aggiustamento, e come mai non c'è unanimità, su di esso?
Se, per pura ipotesi, la soluzione fosse "la creazione di un monte di debito pubblico comune, di cui è garante la comunità", tutti lo chiederebbero. Oggi invece una tale proposta solleverebbe più proteste che applausi. E con qualche ragione. Se ad esempio l'Italia, non correndo più il rischio del default, si mettesse a far galoppare di nuovo il debito (attualmente corre soltanto) "per rilanciare la propria economia con investimenti pubblici", e poi non ci riuscisse, l'Olanda e la Finlandia sarebbero costrette a togliere la loro garanzia. E allora perché darla, oggi, dal momento che le conseguenze potrebbero essere disastrose? Lo stesso vale per ogni altra proposta. E infatti non c'è nessuna idea comune su come risolvere la crisi continentale. 
Se navighiamo a vista da anni è perché nessuno si azzarda a dare un colpo di timone. Né l'Unione Europea né i singoli Stati. È un po' come se tutti aspettassero che il malato guarisca da sé. Oppure che muoia, senza che però se ne possa dare la colpa ai medici.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
17 agosto 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. EURO eurozona riforme modifiche

permalink | inviato da giannipardo il 17/8/2014 alle 13:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
13 agosto 2014
NEANCHE I GATTI VEDONO AL BUIO
"Il debito delle Amministrazioni pubbliche è salito a giugno di 2 miliardi di euro, raggiungendo un nuovo massimo storico a 2.168,4 miliardi. Nei primi sei mesi del 2014, comunica Bankitalia, il debito pubblico è aumentato di 99,1 miliardi, riflettendo il fabbisogno della P.a (36,2 mld) e l'aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (67,6 mld)", (ANSA) - ROMA, 13 AGO. 
Il comunicato è asciutto, "matter of fact", si direbbe in inglese. Ma è un po' come se Noè, dopo trentotto giorni di diluvio, guardando il cielo dicesse con aria meditativa: "Piove".
Ma noi non siamo nelle condizioni di questo flemmatico Noè, la cui arca dopo tutto galleggiava. Come ci si sgola a ripetere da mesi o forse da anni, siamo su uno scoglio mentre l'acqua del debito pubblico continua a salire. E chi lo dice passa per inguaribile pessimista. Oppure - come ci si esprime in alto loco - per gufo. E allora pur di essere ottimisti bisogna immaginare che abbiamo le branchie, siamo a sangue freddo e una dieta di pesce ci farà vivere fino a cent'anni.
Onestamente, che cosa ci si deve dire, di più, per capire che siamo avviati verso il disastro? L'Imu non si è riusciti ad abolirla, perché costava circa quattro o cinque miliardi. Qualcuno ha denunciato Renzi alla Corte Costituzionale per la storia degli ottanta euro ai preferiti del governo, e tuttavia la regalia non va oltre i dieci miliardi, come costo. Che dire di un disavanzo della Pubblica Amministrazione che è di 35,2 miliardi? E se il Tesoro ha avuto bisogno d'aumentare il debito pubblico di altri 67,6 miliardi, è segno che gli interessi sul debito li ha pagati contraendo nuovi debiti. E c'è ancora andata bene, dal momento che una congiuntura favorevole ha " contenuto l’aumento del debito per 4,8 miliardi di euro". Senza dire che nessuno ci assicura che quella congiuntura favorevole continuerà. Se le Borse si spaventassero, per qualsivoglia ragione (e dovrebbe bastare la previsione che l'Italia non sarà mai in grado di ripagare il suo debito), sarebbero dolori.
Non va meglio dal lato delle entrate. Mentre siamo schiacciati dalla pressione fiscale, registriamo nel primo semestre una diminuzione del gettito del 7,7% (3,5 miliardi), rispetto allo stesso semestre del 2013. Lo Stato, mentre strizzava ulteriormente i contribuenti, ha incassato 188,1 miliardi in meno. Non si sta più tosando la pecora, la si sta uccidendo.
L'Italia affonda. Che cos'altro debba succedere perché gli italiani si allarmino non si riesce ad immaginare. Forse dovrebbero imparare a leggere. Draghi ha ammonito solennemente l'Italia che deve fare le riforme strutturali promesse, e Renzi ha orgogliosamente risposto che - come disse la Buonanima - "L'Italia farà da sé". E infatti si è occupata del Senato. Poi, quando riprenderà fiato, si occuperà della legge elettorale. E quando il mare sommergerà lo scoglio su cui siamo, ci salveremo salendo sulle barchette di carta fatte con le nuove schede elettorali.
Molti, se non riusciamo a realizzare le necessarie riforme,  discutono della proposta di Draghi di cedere parti della propria sovranità all'Europa, e Renzi, come i suoi predecessori, rifiuta orgogliosamente. Ma nel frattempo non fa niente, perché niente l'attuale maggioranza gli consente di fare. E forse neanche un'altra maggioranza potrebbe fare qualcosa, perché gli italiani si ribellerebbero.
E allora la sintesi è questa: non solo le riforme probabilmente non salverebbero l'Italia dal disastro, ma non è in grado di farle né il Parlamento italiano né un'autorità comunitaria. In democrazia non si governa contro un intero, grande Paese. E allora, nel momento in cui non si può far nulla, la reazione giusta è quella dell'orchestrina del Titanic: continuiamo a suonare, e voi a ballare, ché tanto, che piangiamo o ridiamo, poi moriamo lo stesso.
Forse l'intera Europa vive questo momento con l'atteggiamento mentale di colui che, cadendo dal ventesimo piano, al decimo diceva: "Fino ad ora tutto bene". Da un lato la frase è demenziale, dall'altro è saggia. Come rispondeva una signora inglese a chi l'ammirava per il fatto che non si lamentava mai dei suoi malanni: "Would it help?", "A che servirebbe?".
Qualcuno potrebbe anche chiedere a che serva questo articolo. Agli altri non so. A me - oltre che a confermarmi che non sono pazzo - serve per metterlo sotto il naso di coloro che mi accusano di veder nero. Dimenticando che neanche i gatti vedono niente, quando l'oscurità è completa.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 agosto 2014 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. crisi euro debito renzi draghi

permalink | inviato da giannipardo il 13/8/2014 alle 14:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
12 luglio 2014
L'EURO, LA BUNDESBANK E IL MATERASSO
Federico Fubini, su “Repubblica”(1), parla della situazione economica europea e comincia ponendo questo interrogativo: “Quando i risparmiatori sono pronti a prestare alla Repubblica federale tedesca per due anni, senza chiedere interessi. Si separano dai propri soldi, li prestano a uno Stato (sia pure solido e affidabile), sono disposti a recuperarli solo due anni dopo, e senza averci guadagnato proprio nulla. Com’è possibile? Cosa c’è dietro?”
Il testo - scucito nel paragrafo riportato - prosegue con molte acute osservazioni, ma non risponde alla sua stessa domanda, forse troppo banale per dei competenti, e tuttavia gravida di conseguenze. 
Chi non deposita il proprio denaro in banca o non lo investe, secondo l’immagine abusata “lo mette sotto il materasso”. L’espressione è irridente. Il nascondiglio è arcinoto, anche ai ladri, e la certezza di averlo sotto sorveglianza è illusoria.
Ogni persona di buon senso, dunque, il denaro lo tiene in banca. La banca ha gratis il denaro con cui lavorare, il cliente ha la garanzia di ritrovarlo, quando vorrà usarlo. Naturalmente lo schema vale soltanto per le somme che, per così dire, si terrebbero nel portafogli. Chi invece dispone di un piccolo capitale, per esempio centomila euro, si chiede anche come possa farlo fruttare. Oggi giustamente Fubini si meraviglia che questo schema non funzioni per alcuni grandi capitali - quelli investiti in Bund tedeschi infruttiferi - ma tutto dipende dal fatto che alcune banche, anche Centrali, cominciano a somigliare al materasso. 
Qualunque stratega ama elaborare piani di avanzate, cosa che in Borsa corrisponde a riscuotere grandi interessi. Se invece il generale è spaventato dalla forza del nemico, prenderà in considerazione la sconfitta e dunque i suoi piani saranno ossessivamente difensivi. In Borsa ciò corrisponde a tentare di mettersi in condizioni tali che, qualunque cosa accada, alla fine dell’investimento si possa almeno riavere il proprio denaro col potere d’acquisto originario. La banca offre al piccolo correntista una collocazione più sicura del materasso, la Bundesbank fa esattamente la stessa cosa con i milioni dei grandi investitori.
Naturalmente non dimentichiamo che molti altri detentori di capitali investono in titoli di Paesi molto meno “sicuri”, ad esempio la Spagna o l’Italia, perché ottengono sostanziosi interessi. Tutto si riduce all’apprezzamento del rischio. Nella sostanza l’euro italiano è talmente sopravvalutato che, se il sistema scoppiasse entro i due anni di cui parla Fubini, la divisa italiana sarebbe tradotta in una moneta nazionale largamente svalutata. Mentre l’euro tedesco - attualmente forse sottovalutato - manterrebbe  sicuramente integro il suo valore e potrebbe addirittura apprezzarsi. Chi avrebbe un milione di euro “tedeschi” avrebbe ancora un milione di euro, mentre chi avrebbe un milione di euro “italiani” si ritroverebbe ad averne parecchi di meno. Ottocento milioni? Settecento?
Ecco che cosa vanno a “comprare” gli investitori in titoli che non rendono niente. Vanno ad assicurarsi che il loro denaro non si squagli.
E qui bisogna fermarsi a riflettere. Capita spesso che qualcuno inviti gli altri ad essere generosi, a sacrificarsi, a comportarsi da eroi. Non costa nulla. Molto più difficile è che qualcuno sia generoso a spese proprie, si sacrifichi, si comporti da eroe. Dunque i discorsi dei moralisti, degli editorialisti, dei politici, valgono pochissimo, perché il sugo è sempre lo stesso: “Armiamoci e partite”. Viceversa i comportamenti economici in cui si rischia il proprio denaro vanno presi sul serio: perché si può contare sulla loro assoluta sincerità. E nel caso di chi compra Bund infruttiferi significano che parecchi temono tanto seriamente che l’eurozona possa avere meno di due anni di vita, da scommetterci e da perdere ad occhi aperti ciò che i propri soldi avrebbero potuto rendere in due anni. Per un milione, almeno centomila euro.
Non è che quelli che comprano titoli spagnoli o italiani siano pazzi. Sono al corrente del rischio che corrono. Il vero discrimine, fra le due categorie di investitori, è dato dalla diversa opinione che essi hanno del futuro dell’euro. Chi compra BTP italiani è convinto che non succederà nulla e che comunque, avvicinandosi una tempesta, riuscirà a disfarsene in tempo. Chi compra Bund crede invece che una crisi improvvisa e disastrosa sarebbe del tutto imparabile, tanto che la certezza di non subirla vale la perdita del fruttato del proprio capitale.
Anche i cittadini che non hanno nulla da investire possono utilmente ragionare su questi dati. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 luglio 2014
http://www.repubblica.it/economia/2014/07/11/news/i_mercati_in_allarme_paura_di_uneurocrisi_la_terapia_demergenza_non_sta_funzionando-91259668/?ref=HREC1-17


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. euro lira bundesbank

permalink | inviato da giannipardo il 12/7/2014 alle 13:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
26 giugno 2014
YARA CHI?
Sono giorni che i quotidiani sono più insipidi di una minestrina d’ospedale. La realtà italiana sembra ferma e non rimane che aspettare che si rimetta in moto. Sperabilmente non per andare verso il burrone. Ma si può anche avere il dubbio che questa impressione sia personale ed infondata. Si potrebbe anche pensare che la colpa sia dei giornalisti che non sanno dire nulla d’interessante, per pessimismo, per ignavia o per incapacità. Anche se rimane l’interrogativo: come mai proprio ora? E perché tutti insieme?
    Un’occhiata ai principali giornali è in grado di fornire una innegabile e fiammeggiante giustificazione per questa generale afasia. I commentatori sarebbero colpevoli se i fatti fossero importanti e le riflessioni insignificanti, invece anche le prime pagine sono piene delle vicende della nostra squadra di calcio, quasi fosse il nostro esercito, e oggi in particolare della morte del povero Ciro Esposito; dell’assassino (forse) finalmente preso di Yara Gambirasio; di quel magnifico e superlativo criminale che ha assassinato due figli piccoli e la moglie, dopo aver perfino avuto il coraggio di fare l’amore con lei. Ma la cronaca nera sta alla vita nazionale come la maldicenza sta ad un trattato di etica. 
I grandi crimini sono interessanti soltanto per le comari e i criminologi. Le prime scoprono con sorpresa che gli esseri umani possono essere molto, molto cattivi, i secondi vivisezionano la psiche dei delinquenti come i medici legali effettuano le autopsie. Il lettore normale invece si vede soltanto confermare quanto già sa: nell’umanità la violenza intraspecifica è rara ma non inesistente. Tutto ciò che è fisicamente possibile fare, anche in materia di crudeltà, una volta o l’altra qualcuno lo fa. La cronaca al massimo fornisce corollari della “legge di Murphy”. 
I giornali sono comunque costretti a gridare qualcosa in prima pagina ma la notizia non c’è  lo stesso. E certo non lo è il risultato di una partita di calcio. 
Per i pessimisti – ma anche per gli ottimisti che si sono informati – la situazione è tutt’altro che allegra. Si è imposta una moneta unica a nazioni troppo diverse e ciò ha creato disastri. Il debito pubblico - che continua ad aumentare - raggiunge somme astronomiche anche in Paesi che prima erano accettabilmente sani, come la Francia. La stagnazione si prolunga da oltre un lustro e non si prende nessun provvedimento capace di invertire la tendenza, tanto da avere il dubbio che un simile provvedimento possa esistere. E allora vien fatto di pensare ad una situazione simile a quella che portò al disastro del volo 1153 dell’ATR 72, nel 2005. Per un cattivo funzionamento dell’indicatore di carburante, l’aereo si trovò in aria senza benzina e con i motori fermi. Il velivolo sorvolava il mare, dove non può neanche tentare un atterraggio, e si ebbe dunque una situazione paradossale. Finché planò, tutto sembrò normale e confortevole, ma la conclusione inevitabile fu il disastro.
I giornali, così preoccupati di stabilire la colpevolezza del tale accusato o le colpe di una sconfitta in Brasile, non solo non ci dicono dove e se andremo ad atterrare, ma addirittura ci cullano con le infinite promesse del governo. Secondo Matteo Renzi la necessità del carburante nei serbatoi, con buona pace dei gufi, è un pregiudizio che può essere vinto con un po’ d’ottimismo.
Per fortuna, le nazioni più o meno ricche, più o meno felici, rimangono anche dopo i peggiori disastri. Nel 1945 per la Germania si parlava di “Anno Zero” ed oggi essa è la massima potenza europea. Dunque è fatale che una volta o l’altra ci si riprenda. Ma quando? E come? E che ne sarà, di noi, fino a quel momento? Perché, se le nazioni sono pressoché immortali, noi siamo lungi dall’esserlo.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
22 giugno 2014

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. YARA BRASILE EURO

permalink | inviato da giannipardo il 26/6/2014 alle 16:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
25 maggio 2014
IL RETROSCENO
In materia d’economia la nostra libertà di manovra è molto limitata dai mercati internazionali e dai trattati sottoscritti con l’Unione Europea. Infatti è stato quasi senza poterci difendere che abbiamo vissuto – insieme con altri ma più gravemente di altri – la grande crisi del 2011. In quel momento si temette un default dell’Italia e si mise perfino in dubbio la sopravvivenza dell’euro. Poi, tolto di mezzo Berlusconi, pietra d’inciampo del mondo, tutto si stabilizzò. A parte una fiammata nell’estate del 2012, tutto è rientrato nell’ordine: non ci sono più stati pericoli e persino lo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi è ridivenuto insignificante.
La storia ha però avuto un retroscena, che forse è stato un “retr-osceno”. La crisi del 2011 è stata artatamente provocata dall’estero e artatamente gonfiata dai media nazionali per costringere Berlusconi alle dimissioni. Le prove sono state ampiamente fornite dal giornalista americano Alan Friedman, dall’ex premier spagnolo Zapatero, dall’ex segretario del Tesoro americano Geithner e anche dalle testimonianze di protagonisti insospettabili perché visceralmente antiberlusconiani come Mario Monti, Carlo Debenedetti e Romano Prodi. Solo il Presidente della Repubblica ha smentito tutto ma le sue affermazioni non hanno provocato nessuna seria eco. A volerle discutere, non si sarebbe fatto un favore alla suprema carica dello Stato e si sarebbe rischiata qualche imputazione per vilipendio. I media dunque, anche per non dare argomenti a Berlusconi, si sono limitati a “dimenticare” lo scandalo e a sperare che altrettanto facessero i cittadini. Passando anche sopra al fatto che quelle mene nazionali e internazionali sono andate contro gli interessi e contro la dignità dell’Italia, un Paese trattato come una colonia popolata da collaborazionisti. Lo scherzetto ci è costato caro. I mercati ci hanno messo anni a riprendere fiducia nell’Italia.
Tutto ciò è però secondario rispetto a ciò che si può dedurre da quella crisi artificiale. Oggi sembra che per l’Europa tutto vada bene, ma è proprio così?
Immaginiamo un miliardario molto malato che, per distinguere fra i suoi possibili eredi chi gli vuol bene e chi invece aspetta soltanto d’incassare, faccia finta che gli sia stata proposta una cura che, senza garantire i risultati, gli costerà la maggior parte del suo patrimonio. Chi lo incoraggerà gli vuole veramente bene, chi lo scoraggerà penserà soprattutto ai soldi. Anche l’Europa ha fatto finta di essere in punto di morte perché voleva ottenere un certo scopo ma, come il miliardario, non avrebbe potuto farlo credere se in realtà fosse stata in buona salute. Non è che per caso sia affetta da un male che una volta o l’altra trasformerà la sceneggiata in realtà?
I mercati borsistici sono emotivi. Tutto vogliono essere i primi a scendere dalla nave che affonda e i primi a saltare sul carro del vincitore. E sarebbero soprattutto felici di provocare il movimento che li avvantaggia. Ma per influenzare i mercati bisogna disporre di immensi capitali e di dati obiettivi credibili. Non basta che la Fiat, l’abbiamo visto recentemente, annunci piani mirabolanti per il futuro: la Borsa, se rimane scettica, boccia i suoi titoli e fa assolutamente il contrario di ciò che i dirigenti dell’impresa si sarebbero aspettati.
Dunque, se nel 2011 il mondo ha potuto mostrare così poca fiducia nell’Europa in generale, e nell’Italia in particolare, è perché i dati obiettivi sembravano effettivamente negativi. Ci sono stati  il coro della pubblicistica interessata, le manovre borsistiche tedesche e quel complotto di cui ora tanto si parla: ma sulla base del nulla non sarebbero bastati. I mercati non si sarebbero lasciati ingannare. E in realtà a tutt’oggi i fondamentali dell’Europa (salvo quelli tedeschi, e ancora!) non sono incoraggianti. La dichiarazione di Mario Draghi (“Faremo tutto il necessario”, più o meno) è stata soltanto velleitaria. Contro le Borse mondiali non vince neanche Sansone. 
Il continente continua ad essere in grave difficoltà. Ammesso che possa tirare avanti, è in via di guarigione o di costante peggioramento? I nostri parametri peggiorano da anni. Il nostro debito pubblico continua ad aumentare. La prospettiva dei versamenti richiesti dal Fiscal Compact è talmente spaventosa da pensare che non ce ne dobbiamo preoccupare: perché, tanto, non li potremo effettuare. Se nel 2011 si è giocato col fuoco, nessuno ci dice che in futuro non ci troveremo in un incendio da cui non saremo in grado di uscire.
L’euro è malato, l’Europa è malata, l’Italia, la Spagna e la Francia sono malate. Il fatto che tutti considerino la malattia inesistente, come Don Ferrante con la peste di Milano, non tranquillizza affatto. Ma ne parleremo dopo le elezioni.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 maggio 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. crisi euro 2011 elezioni

permalink | inviato da giannipardo il 25/5/2014 alle 8:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
13 aprile 2014
COME TORNARE ALLA PROSPERITA'
cioè all'età dell'oro di prima dell'euro
===

Gli italiani sono tendenzialmente faziosi, fino a chiamare l’invasore straniero pur di andare contro il proprio nemico. Per secoli la nazione si è divisa fra guelfi e ghibellini e questa distinzione si è prolungata, anche per la forte influenza del Papato in Italia, fino a tempi recenti. 
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la trincea ha separato “cattolici” e “laici”, fra virgolette. Infatti i primi lo erano spesso di facciata, per acchiappare voti; i secondi – a parte l’erroneità della designazione – erano soltanto insofferenti dell’influenza della Chiesa sulla politica. La distinzione comunque corrispondeva anche, grosso modo, a destra occidentale e sinistra marxista.
Col tempo la guerriglia su base religiosa è venuta stemperandosi fin quasi a scomparire. Oggi in Italia possiamo identificare i miscredenti, che sono la maggioranza, e i credenti moderni, devoti di Papa Francesco, che ai tempi del Concilio di Trento sarebbero finiti sul rogo. Ma nella mentalità comune la divisione fra destra e sinistra è rimasta vivace. Ecco alcuni dei rispettivi pregiudizi. La destra è conservatrice e vuole amministrare bene il Paese, mentre la sinistra vuole sfasciarlo; essa promuove i meritevoli mentre la sinistra protegge i fannulloni; favorisce la produzione e le imprese che creano ricchezza, mentre la sinistra la ricchezza vuole soltanto rubarla; è compassionevole, ma non con chi vuol vivere a spese dello Stato. La sinistra invece vede sé stessa in modo opposto: è progressista e vuole la ridistribuzione della ricchezza, mentre la destra è per la conservazione dei privilegi; protegge i lavoratori contro lo sfruttamento, mentre la destra è serva dei padroni; è compassionevole verso i più deboli mentre la destra è cinica; vuole un reddito per i disoccupati e le casalinghe (e una casa per tutti) mentre per la destra tutti costoro possono anche morire. 
In questo contesto si sono inserite le diverse congiunture economiche. Prima gli anni ferventi della Ricostruzione, poi quelli del boom economico e infine quelli della prosperità e della spesa allegra, a carico delle generazioni future. Tutto ciò fino agli Anni Novanta. Poi la macchina - non solo italiana, si pensi alla Francia - ha cominciato a perdere colpi, e infine la nazione è piombata in una crisi drammatica da cui non sa come uscire. 
Qui si pongono, soprattutto per la base elettorale, lancinanti interrogativi. Se prima tutto andava bene, perché non torniamo al modello socio-economico di allora, più a sinistra di quello attuale? Né è strano che la gente abbia un invincibile pregiudizio a favore di quel modello, in un Paese per lunghi decenni dominato da un partito che non esitava a confessarsi devoto a Mosca e da una Democrazia Cristiana populista.
In realtà i vincoli di bilancio che ci pone l’Europa sono sbagliati per l’Italia com’è, mentre vanno benissimo per la Germania liberista. E tuttavia, per i meno informati, essi sono “di destra”: dunque non rimane che tornare ai valori “di sinistra” con cui siamo stati felici. Il sentimento è così forte che il Pd, proprio perché sostiene le istituzioni europee e l’euro, rischia di perdere consensi, mentre rischiano di guadagnarne partiti di destra come la Lega.
E qui si pone un grande problema che i dotti chiamerebbero epistemologico. Dato un fenomeno, che cosa l’ha causato? La prosperità di quegli anni è stata dovuta alla politica di sinistra, o si è avuta malgrado la politica di sinistra? Nel primo caso dovremmo tornare all’inflazione a due cifre, all’aumento del debito pubblico, al potere di veto dei sindacati e a provvedimenti radicali per l’occupazione: per esempio dovremmo proibire alla Fiat di chiudere degli stabilimenti o di andarsene dall’Italia. A costo di vietare l’importazione di automobili dall’estero. 
Se invece la prosperità di allora fu dovuta alla fiscalità più bassa e alle minori spese dell’erario, non c’è che da ridurre la tassazione e far dimagrire drammaticamente lo Stato. Non d’un pochino, ma come si fa con quegli obesi cui non si richiede di perdere qualche chilo, ma la metà del peso. Come è ovvio, trattandosi di “storia con i se”, il problema è irresolubile. Ognuno continuerà a pensare che la ricetta giusta sia la propria.
Di fatto, se non avesse impegni internazionali, proseguendo la convergenza fra sinistra convinta e destra nostalgica della sinistra (copyright Dc), l’Italia tornerebbe al passato degli Anni Settanta e Ottanta. E ne vedremmo i risultati, a nostro parere disastrosi. Stando invece le cose come stanno, bisognerà vedere come finirà la partita dell’Europa. Essa potrebbe riportarci alla prosperità - per chi ci crede - o metterci il contatore a zero e imporci il travaglio della rinascita. Non ci rimane che aspettare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 aprile 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. crisi euro soluzione

permalink | inviato da giannipardo il 13/4/2014 alle 13:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
5 aprile 2014
L'ITALIA IN ATTESA DELLA "LIVELLA"
Anche le malattie non curate hanno un esito
===

Le persone ragionevoli che si interessano dell’Italia tornano instancabilmente al problema dei problemi: come si esce dall’attuale crisi e come si traghetta la nazione da un modello socio-economico che non funziona ad uno che sia positivo e durevole. Infatti, se non si trova un rimedio alla malattia, la malattia il rimedio lo troverà da sé. Se non proprio facendo morire il malato, facendolo alzare dal letto a calci per mandarlo a lavorare in miniera. L’attuale situazione italiana non può durare indefinitamente. Dunque sarebbe bene cercare una via d’uscita – quale che ne sia il costo – prima che un improvviso collasso non ci permetta poi di governare gli avvenimenti. 
Una nazione vive una crisi interminabile quando il suo modello non è più adeguato alla realtà. Immaginiamo un Paese che benefici di una monocultura: se la concorrenza comincia a vendere un prodotto che ha le stesse caratteristiche e costa la metà o un terzo, le conseguenze saranno drammatiche. Anche se i cittadini sono capaci di riconvertirsi ad altre attività produttive, e perfino se sono disposti ad accettare un notevole abbassamento del livello di vita, per ritrovare un equilibrio avranno bisogno di tempo. 
Il modello socio-economico di un Paese non è valido o sbagliato in sé, ma in rapporto alle condizioni obiettive. La rivoluzione industriale dette alla Gran Bretagna un vantaggio tecnologico sul resto del mondo, ma se quella nazione si fosse ostinata a contare sulla superiore qualità dei suoi filati o delle sue locomotive, quando quella tecnica era divenuta patrimonio di molti altri Paesi, avrebbe commesso un errore molto costoso. Se essa è ancora oggi un grande Paese è perché gli inglesi hanno saputo diversificare la loro produzione, adattandosi al mercato attuale.
Il caso italiano invece sembra senza speranza perché il nostro modello è stato concepito nella seconda metà del XX Secolo, quando l’incremento produttivo e demografico copriva molte magagne e perdonava molti errori, e noi non vogliamo cambiarlo oggi che la situazione è molto mutata. L’euro ha un valore troppo alto e quasi ci impedisce di esportare; i prodotti stranieri, di buona qualità e di basso costo, invadono i nostri mercati e fanno chiudere le nostre imprese; la demografia è ferma e ci sono troppi pensionati rispetto ai lavoratori produttivi; lo Stato ha troppi compiti e ne deriva una fiscalità di rapina; le leggi sul lavoro sono adatte ad un mondo in cui i dipendenti potevano fare i difficili mentre la disoccupazione attuale dovrebbe indurre tutti a più miti consigli; abbiamo un sistema giudiziario tanto inefficiente da rasentare la denegata giustizia sistematica; infine abbiamo un’invadenza dell’ordine giudiziario che condiziona, non sempre per il meglio, la vita politica ed economica del Paese. Ce n’è abbastanza per dire che bisognerebbe cambiare registro. Ma come farlo?
La nostra uscita dall’eurozona, a quanto dicono molti competenti, sarebbe una soluzione drammatica, se non tragica. Ma si dimentica che essa potrebbe esserci imposta da avvenimenti incontrollabili, per esempio un attacco delle Borse: e dunque sarebbe ragionevole vedere quali provvedimenti si possono adottare, in questo momento di calma, per pilotare il nostro Paese verso una diversa formula socio-economica. Ma nessuno osa avanzare proposte adeguate alla realtà. E se qualcuno lo fa, ha tutti contro. 
E allora bisogna rassegnarsi. È vano che Matteo Renzi parli dalla mattina alla sera di riforme, perché quelle capaci di salvare il Paese non può nemmeno proporle. Per questo ci gingilliamo con sciocchezze come gli ottanta euro in più al mese a pochi lavoratori: non tutti, si badi, e non i pensionati a meno di mille euro al mese, che da soli sono già sette milioni. Né importano le riforme del Senato o della legge elettorale, che per l’economia contano zero. Per la disoccupazione da un lato c’è chi parla di “investimenti dello Stato” (cioè di operazioni improduttive a carico di contribuenti già esausti), dall’altro si dimentica che se continuano a sbarcare immigranti è perché gli italiani non cercano un lavoro ma un “posto”. Un’occupazione che non costringa ad alzarsi alle tre o alle quattro del mattino: ragione per la quale i fornai non trovano lavoranti. O li trovano, ma con la pelle scura. Abbiamo deriso Hitler e il suo Herrenvolk, ed ora il popolo di signori siamo diventati noi. Purtroppo, a poco a poco la “livella” della crisi ci costringerà ad ammettere che non siamo diversi da quelli che consideriamo inferiori. È vero che non si può andare contro l’opinione dell’intera nazione. Ma nel frattempo la bomba fa tic tac.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 aprile 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. crisi euro globalizzazione

permalink | inviato da giannipardo il 5/4/2014 alle 10:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
ECONOMIA
25 marzo 2014
ANCHE UN GREGGE PUO' SPAZIENTIRSI
A Bruxelles farebbero bene ad aprire le orecchie
===

I capi guidano i popoli, ma avviene anche che i popoli guidino i capi. Non solo in democrazia, dove ciò è normale, ma anche dove il comando è più assoluto e spietato. Durante la Prima Guerra Mondiale, continuando l’ “inutile massacro”, si arrivò a rivolte dei soldati. Quegli uomini, usati come “carne da mitragliatrici”, ne avevano giustamente abbastanza di morire per niente. La guerra di trincea e la tecnica dell’assalto frontale, che tante vittime provocarono, non furono soltanto il frutto della stupidità dei capi o della loro totale indifferenza alla vita dei soldati, erano parte di una concezione della guerra condivisa e considerata inevitabile da tutti gli Stati Maggiori del tempo. Ma naturalmente non potevano essere d’accordo quelli che, in suo nome, si trovavano costretti a marciare incontro alla morte.
Oggi nel nostro Continente - in un contesto per fortuna infinitamente meno cruento - dal punto di vista economico avviene qualcosa del genere. L’obbedienza ai vari trattati europei, e domani al fiscal compact, è considerata da tutti i governi una inderogabile necessità. Qualcosa di talmente giusto che non c’è obiezione che tenga. I governi cercano di fare politica ma si muovono nell’ambito del ristretto quadro prestabilito. Un po’ come nel calcio esistono varie strategie ma nessuna di esse prevede che si tocchi la palla con le mani. E tuttavia a questo universale consenso dei capi non corrisponde un analogo sentimento dei cittadini. Popoli come quello greco o italiano sono esasperati. Al livello della gente normale l’insofferenza verso questa linea economica e una rabbia sorda continuano a montare come un enorme vulcano che si gonfia prima di esplodere. Lo si vede nelle elezioni francesi di questi giorni. Lo si vede nei proclami di Beppe Grillo, in Italia: e se è vero che quel signore non è né un professore d’economia né un fine sociologo, è anche vero che ha un grande fiuto politico per gli umori della gente. Lo si vede anche nella prudenza di Londra, che da gran tempo si è dissociata dalle più avanzate iniziative, a partire dall’euro. E infatti tutti i commentatori paventano e prevedono un grande successo dei partiti antieuropei alle prossime elezioni di maggio.
La prudenza impone naturalmente di non trattare da imbecilli tutti i governanti dei più vecchi e gloriosi Stati europei. Ma la stessa prudenza impone di non considerare intangibili le loro idee e le loro linee di politica economica. Mentre soffriamo  siamo autorizzati a fare queste due ipotesi: che le autorità ci stiano salvando da problemi ancora peggiori, ma anche che esse appartengano alle cause e non ai rimedi dei nostri mali. Solo il tempo darà risposte definitive, ma già oggi alcune conclusioni possono darsi per assodate.
È noto che governare un grande Stato moderno è cosa difficile e tecnicamente molto complessa. È noto che la politica è faccenda molto più sporca e priva di scrupoli di quanto sia la vita dei normali galantuomini. È noto che la politica internazionale risponde ad imperativi tanto lontani dalla morale corrente che non sempre può essere compresa e accettata dal popolo. Dunque ci sarà sempre un divario fra la realtà della conduzione del Paese e ciò che la gente pensa che essa sia. Come ha detto in modo icastico ed indimenticabile Bismarck, “quanto meno la gente sa come si fanno le salsicce e la politica, tanto meglio dorme la notte”. Ma questo divario non deve divenire tanto cosciente da indurre tentazioni di divorzio. I governanti si devono sempre preoccupare di spiegare al popolo il proprio comportamento, con argomenti veri o fasulli poco importa, ottenendo comunque un accettabile consenso. Se invece si crea una distanza eccessiva fra il mondo della classe dirigente e il mondo dei normali cittadini, è un brutto momento. A prescindere – si badi – da chi abbia ragione o torto. Non altra causa ebbe la Rivoluzione Francese.
La seconda, amara certezza è che oggi la situazione, invece di migliorare – se pure al costo di un crescente malcontento popolare – continua a peggiorare. L’ottimismo ufficiale, contro ogni evidenza, cerca di farci sperare in un domani migliore, ma un’inarrestabile decadenza che dura da anni rende quell’ottimismo provocatorio. Perfino la Francia che, alla vigilia della Rivoluzione dell’’89, era una nazione economicamente solida, oggi vede i suoi conti che peggiorano, il suo debito pubblico che aumenta, come la disoccupazione, le sue prospettive che si incupiscono. E la gente guarda sempre più al Front National e a Marine Le Pen come a una speranza.
Forse l’Europa farebbe bene a prendere più sul serio i sentimenti dei popoli. E a non aspettare che un terremoto, facendo morti e feriti, demolisca un edificio che sappiamo tutti essere pericolante.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 marzo 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. euro elezioni francesi

permalink | inviato da giannipardo il 25/3/2014 alle 9:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
ECONOMIA
26 febbraio 2014
PREPARARSI AL DOPO EURO
Di Jean-Marc Vittori 
L’eurozona sembra traversare acque più calme. Ma nessuno dei suoi problemi è risolto. Sullo sfondo di una crescita lenta, lo statu quo non può essere eterno: bisognerà completare o smantellare. E intanto l’adesione si indebolisce.
Ci sono messaggi che non si recapitano con gioia: l’euro ha meno di una possibilità su due di sopravvivere. È dunque tempo di pensare al dopo euro. Il messaggio può sembrare paradossale. La moneta comune sembra oggi salva. Dopo la più grave crisi della sua giovane storia, gli indicatori si rimettono al verde. L’occupazione è ripartita alla fine del 2013, più forte di quanto si pensava. Lo Stato si indebita al 3,5% in Spagna come in Italia, praticamente la metà di due anni fa. L’euro si avvicina al valore di un dollaro e quaranta, il suo cambio è il più alto dal 2011. Ma, in fondo, nulla è risolto. La zona euro resta chiusa in un circolo vizioso. Il debito dei privati, delle imprese, degli Stati resterà troppo pensante, negli anni avvenire, di fronte ad una crescita troppo lenta per rimborsare senza difficoltà il capitale e un’inflazione troppo debole per erodere la montagna. 
Bisogna dunque profittare della tregua attuale per preparasi agli avvenimenti successivi. La crescita troppo lenta risveglia i vecchi demoni. In Italia, in Austria, in Germania, in Finlandia, ed anche in Francia, naturalmente, partiti politici molto diversi gli uni dagli altri prosperano su un’idea comune: la vita sarebbe più bella senza l’euro, e al di là, senza l’Europa. Otterranno pressoché certamente un successo spettacolare alle elezioni europee di giugno. Secondo le misurazioni degli esperti della Deutsche Bank sul prossimo Parlamento europeo, un deputato su sei, o piuttosto uno su quattro, apparterrà al campo anti-europeo.
Questo voto di condanna trova la sua origine in un incrocio di ricordi. Innanzi tutto, la generazione della guerra scompare, e con essa il sentimento d’una imperiosa necessità: l’intesa fra Paesi vicini. Non è un’ingiuria a Helmut Schmidt e a Valéry Giscard d’Estaing dire che l’essenziale della loro opera è ormai dietro di loro.  Poi si afferma la generazione della crisi e con essa la memoria d’una crudele evidenza : l’Europa ne è stata la culla. Sono le nazioni che hanno salvato le banche e le industrie. I dirigenti della Commissione sono spariti dalla scena, durante il dramma. Dopo, sono riapparsi formando una strana trinità, col Fondo Monetario Internazionale e la BCE (la troika), e dando consigli di soffocamento che poi è stato necessario revocare per salvare ciò che poteva essere salvato. Difficile far di meglio per dar corpo all’idea d’una Europa contro i popoli. Un’idea per giunta alimentata dai governi nazionali che continuamente vanno “alla guerra contro Bruxelles”, in Francia a proposito degli ogm o della riforma bancaria, per prendere esempi recenti.
Il persistente languore della crescita farà il resto, in un continente dove un attivo su otto è disoccupato. La Banca centrale europea, il cui presidente Mario Draghi ha tuttavia promesso che essa farà “ciò che sarà necessario” per salvare la moneta comune, non potrà farci nulla.  Non soltanto la politica monetaria non è un utensile molto efficace per drogare l’occupazione ma, per di più, il molto abile giudizio della Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe le taglia le ali.
In questa strana Unione monetaria senza solidarietà di bilanci, lo statu quo non può essere eterno. Bisognerà scegliere fra il completamento (l'approfondissement) e lo smantellamento. E nel frattempo, le tensioni fatalmente saliranno. Col passare dei mesi, l’idea di “un’uscita dall’euro” guadagnerà terreno. Ma l’euro non è un club o un bar da cui si può uscire a volontà. La partenza di un Paese farebbe esplodere la moneta unica. Parecchi economisti hanno certo immaginato sistemi seducenti, sulla carta: gli euro nord e sud (euros sud et nord) del professore del CNAM Christian Saint-Etienne, le uscite temporanee (sorties temporaires) proposte dal presidente dell’istituto tedesco IFO Hans-Werner Sinn. Salvo che… questi sistemi non resisterebbero un giorno su mercati finanziari (marchés financiers),  in cui centinaia di miliardi sarebbero immediatamente investiti per guadagnare denaro sulla prossima mossa. Anche in quel campo sembra che si sia un po’ dimenticato un ricordo: quello delle tempeste monetarie che hanno soffiato sull’Europa fino all’inizio degli anni ’90.
In questa rottura, la Francia potrebbe purtroppo avere una parte da protagonista. Un terzo dei suoi abitanti (Un tiers de ses habitants) desidera ormai il ritorno al franco. La tentazione della ritirata appare dappertutto. Perfino nella Française des Jeux (la Française des Jeux) che all’inizio di febbraio ha rinazionalizzato l’Euro Millions! Ad ogni estrazione del Lotto europeo, essa prometta “un milionario garantito in Francia”. Più profondamente, l’economia del Paese è stata a lungo drogata dalle svalutazioni che compensavano la sua deriva dei salari e dei prezzi, un problema che ancora oggi non è risolto. E i governi di sinistra – come prima quelli di destra – inanellano gli “shock” senza mai arrivare a ritrovare il cammino della crescita. Christopher Pissarides (Christopher Pissarides) ha espresso la cosa brutalmente (les pieds dans le plat) il mese scorso. Questo Premio Nobel dell’Economia nel 2010, che era stato uno dei rari britannici partigiani dell’ingresso del Regno Unito nell’euro,  ha detto con la massima chiarezza, nel quotidiano “The Telegraph”, ciò che un buon numero di esperti pensano senza dirlo, a Parigi: “[In caso di fallimento di vere riforme in Francia] sarei molto inquieto, riguardo a ciò che potrebbe accadere all’euro” (Jean-Marc Vittori). Lo scoppio dell’euro avrebbe conseguenze incalcolabili. Esso rimetterebbe in discussione la costruzione comunitaria iniziata più di sessant’anni fa. Per fortuna non è una certezza. Bisognerebbe qui tornare al latino, a un vecchio adagio parafrasato dopo un appello lanciato su Twiter dal vostro servitore (l’autore dell’articolo, NdT). Il piccolo manuale Merlin Caesar propone: “Si vis euro, para mortem eius”, “Se vuoi l’euro, prepara la sua morte”. Il meno ortodosso Monteno propone: “Si vis euro, para chaos”.
(Traduzione dal francese di Gianni Pardo)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. FINE EURO

permalink | inviato da giannipardo il 26/2/2014 alle 9:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
23 gennaio 2014
SE L'ITALIA POSSA USCIRE DALL'EURO
Per quanto riguarda il possibile interesse dell’Italia ad uscire dall’euro, è ovvio che la situazione è diversa secondo che l’operazione sia effettuata in accordo con Bruxelles o perché costretti dai mercati. Il primo caso sarebbe desiderabile (ma nessuno sembra volerne parlare) il secondo potrebbe presentarsi come si presenta, non invitata, una peritonite.
Il punto di partenza è l’allarme dei mercati. Ammettiamo che, per un motivo qualunque, o anche per pura emotività, nelle Borse ci si chieda se l’Italia finirà col cessare i rimborsi in euro. Quando ciò avverrà… pardon, quando ciò avvenisse, tutti si precipiterebbero ad incassare i titoli in scadenza senza rinnovarli e molti si precipiterebbero anzi a vendere i titoli non in scadenza. Sarebbe la crisi finale. Gli investitori non comprerebbero più i titoli di nuova emissione, vendendo i quali fino ad oggi l’Italia ha pagato i circa 70 mld di euro annui di interessi sul debito sovrano. E questa somma andrebbe ricavata da nuove tasse imposte agli italiani. Per capire quanto ciò sia impossibile basti pensare che ci si è accapigliati per mesi sull’Imu: cioè per quattro, non per settanta miliardi. Il Paese sarebbe dunque costretto ad uscire dall’euro e a pagare i debiti con moneta nazionale. Consideriamo le conseguenze. 
L’Italia ritorna alla lira e la propone al cambio di una Nuova Lira (NL) per un euro. I cambi internazionali ridimensionano senza complimenti questo valore, stabilendolo ad esempio che 1€=1,33 NL. E così chi sul mercato internazionale detiene euro italiani trasformati in NL subisce una perdita netta di potere d’acquisto  del 30% (con simmetrico aumento del 30%, per l’Italia, del costo delle materie prime, fra cui grano, petrolio, cotone, caffè e via dicendo). 
Ma le conseguenze più impressionanti si avrebbero sul debito pubblico. Sul totale di circa 2.100 mld, il 30% circa(1) è detenuto da investitori esteri (circa 630 mld), e costoro, ricevendo NL invece di euro, in termini di potere d’acquisto perderebbero di botto circa 189 mld. Quanto tempo bisognerebbe aspettare, prima che altri investitori osino comprare titoli italiani? E quale sarebbe l’interesse richiesto?
Il 70% del debito (1.470 mld) è invece in mani italiane, e qui il caso è un po’ diverso. Infatti il 30% di svalutazione della moneta all’estero non corrisponde al 30% di inflazione all’interno. Su questa seconda percentuale influirebbero infatti, in positivo e in negativo, altri fattori.
È vero che l’Italia non pagherebbe più titoli e interessi in euro ma, non potendo contrarre nuovi debiti perché gli investitori non avrebbero fiducia nella nostra economia, e non potendo ricavare il denaro con la fiscalità, sarebbe costretta a mettere in circolo una montagna di banconote a fronte di nulla. L’ammontare dei titoli pubblici in scadenza nel 2014 è previsto in 334,46 mld(1). Questi 334,46 mld dovrebbero andare per il 30% agli investitori esteri, cioè 100,33, e per i residui 234 mld agli italiani. Anche ad ammettere che miracolosamente lo Stato riuscisse a contrarre ancora debiti per 34 mld, rimarrebbero circa duecento miliardi che sarebbero immessi come liquidità nel sistema economico italiano. Come se non bastasse, ad essi si aggiunge il 70% dei settanta miliardi di interessi pagati annualmente, cioè 49 mld, arrivando ad un totale tondo di 250 mld. Quale conseguenza ha l’introduzione in un anno di liquidità per 250 mld di NL, a fronte di nulla? Quale inflazione aggiuntiva provocherebbe? 
È vero – come leggiamo nel sito citato – che il 42% del debito è detenuto da Banche, Assicurazioni e Fondi Comuni italiani; ed è vero che questi istituti potrebbero non precipitarsi a spendere il denaro (finto) che ricevono per i titoli in scadenza. Anche per non svalutarlo. Ma da un lato perderebbero la manna degli interessi (sui titoli rimborsati), dall’altro che farebbero di questo diluvio di liquidità, nel momento in cui ci sono tante “sofferenze”? E in generale, quale sarebbe l’effetto sull’inflazione? 
Prendendo in considerazione l’ipotesi dell’uscita dell’Italia dalla zona euro, bisogna dunque rispondere a queste domande: 1) qual è la percentuale di svalutazione prevedibile? 2) qual è la percentuale di inflazione prevedibile? 3) qual è l’effetto dell’improvviso arricchimento delle banche (Bankitalia inclusa) a fronte dell’impoverimento delle famiglie? 4) è possibile evitare il default? E quali le conseguenze possibili di tale default?
Di solito non ci si spaventa della svalutazione – che infatti a volte è definita “competitiva” – perché l’aggiustamento, anche quando si parla del 10%, è relativamente piccolo. Ma se in un dato Paese vi è un debito astronomico, a mano a mano che i titoli vengono rimborsati non si tratta più di una svalutazione normale ma di una svalutazione che somiglia molto ad una bancarotta. Fra l’altro, non è che avendo pagato 70 mld di interessi per il primo anno il problema sia finito. L’anno seguente la somma sarebbe minore, ma lo stesso spaventosa: e sarebbe ulteriore liquidità immessa nel circuito, a fronte di nulla.
La verità è banale: l’Italia non è in grado di pagare i suoi debiti e rischia il fallimento.
G.P.
(1) http://scenarieconomici.it/chi-detiene-i-titoli-del-debito-pubblico-italiano/
(2)http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/dati_statistici/titoli_scadenza_prossimi_12_mesi/

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. crisi euro nuova lira

permalink | inviato da giannipardo il 23/1/2014 alle 7:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
ECONOMIA
28 dicembre 2013
LA MARATONA DELL'INFARTUATO
La stanca metafora è sempre la stessa: cadendo dal ventesimo piano, all’altezza del decimo piano si può sempre dire: “Fino ad ora tutto bene”. Ma il governo Letta, non che consolarci, col suo ottimismo disneyano aggrava la nostra disperazione. Assicurare a chi si contorce per una colica renale che la sua salute è accettabile e presto migliorerà, anche se non gli si dà nessun aiuto, sa di incubo, se non di sadismo.
I giornali sono pieni di resoconti più o meno particolareggiati sui provvedimenti adottati dal Parlamento, e per seguirli ci vuole la pazienza di Giobbe, e il suo spirito di sopportazione. Ma la situazione può essere vista in modo panoramico. Per così dire, dal punto di vista di chi sta cadendo dal ventesimo piano e, arrivato al decimo, ancora non dice sciocchezze.
La comprensione della nostra realtà dipende necessariamente da una serie di passaggi concatenati. Circa dieci anni fa l’Italia è entrata nell’euro. Questa moneta unica ha sempre richiesto un ferreo controllo del bilancio statale. Infatti bisogna evitare che un singolo Stato la inflazioni, facendo poi pagare agli altri la svalutazione. Ma per far proseguire nel tempo la vita economica di nazioni diverse – con condizioni di partenza diverse e diverse legislazioni in materia di fisco e di lavoro – era necessario che accanto all’unione monetaria ci fosse quella politica. E infatti i “padri” dell’euro speravano che la moneta unica portasse alla nascita del governo unico. Cioè che il carro tirasse i buoi. Purtroppo non soltanto questa unione politica non si è avuta, ma essa appariva più probabile quando si è introdotto l’euro, dieci anni fa, che oggi. Allora c’era una sorta di entusiasmo, per l’Europa unita, oggi parlare di irritazione, al riguardo, è sicuramente un understatement. 
Il risultato di questi presupposti è che i Paesi hanno continuato fatalmente a divergere, mentre l’euro costringeva a far finta che ciò non avvenisse. Il debito pubblico è aumentato non soltanto in quei Paesi che sono entrati già sforando largamente il plafond del 60% previsto (l’Italia, ammessa infatti perché non facesse danni rimanendo libera e all’esterno), ma anche in Paesi – come la Francia – che prima erano sufficientemente virtuosi. Parigi ha ora un debito pubblico che si avvia al 90% ed ha perso la tripla “A” delle agenzie di rating. La Grecia è addirittura tecnicamente fallita, i greci sono disperati e il Paese è tenuto in vita dalla macchina cuore-polmone. Un disastro. 
A questo punto ci si è accorti che non soltanto si era creato un euro assurdo, ma non si era previsto il modo di smontarlo. Per giunta i rapporti intessuti nel frattempo si sono intrecciati inestricabilmente al punto che, uscendo un membro dall’eurozona, c’è il rischio che rovini tutto l’edificio. E dunque è interesse di tutti impedirlo, ad ogni costo. Germania inclusa.
E ora si può riprendere la catena da principio. L’Italia è nell’euro, ma paga enormi interessi per il suo debito pubblico in una moneta fortissima (vale quasi il 40% in più del dollaro americano). Ha un’economia non competitiva ed è in preda ad una depressione annosa e in via di peggioramento. Dal momento che il fabbisogno aumenta - e non si può ricorrere all’inflazione - si possono soltanto aumentare le tasse. Ma aumentare le tasse in un Paese economicamente depresso è come fare un salasso a chi sta morendo d’inedia, per giunta con risultati scarsi. Le imposte infatti accentuano la depressione, i consumi calano, e dunque cala anche il gettito fiscale. Per esempio quello dell’Iva, malgrado l’aumento della sua aliquota. È un circolo infernale. All’Italia ammalata si somministra una cura che aggrava la sua malattia. Ha un cuore pronto per il trapianto e le chiedono di salire le scale di corsa. 
Naturalmente Enrico Letta e gli altri ministri non sono tanto sciocchi da non vedere tutto questo, ma credono di non avere la libertà di adottare un’altra soluzione. Vivacchiano, dunque. Grattano il fondo del barile. Chiedono un obolo in più alla macchinetta del caffè dell’ufficio o a chi deve fare una raccomandata. Forse sognano già una tassa sui sorrisi, segno di benessere e dunque di maggiore capacità contributiva. Sperano di arrivare al nono piano, in modo da poter dire ancora “Fin qui tutto bene”. 
Il fatto è che il selciato, sotto, attende tutti noi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 dicembre 2013


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. CRISI EURO ORIGINE SOLUZIONI

permalink | inviato da giannipardo il 28/12/2013 alle 6:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
22 novembre 2013
LA CADUTA DELL'IMPERO EUROPEO
Probabilmente, una delle cause della caduta dell’Impero Romano fu la convinzione universale che non potesse cadere. Quando una cosa è andata avanti per molto, molto tempo, gli uomini si convincono che essa sia “naturale”. Che l’Impero potesse attraversare momenti di crisi era chiaro, ma si pensava che non potesse morire. E invece morì. L’eredità fu culturale, ma l’eredità, appunto, si riceve dai morti.
Quando si parla di “molto, molto tempo”, bisogna intendersi. Per la persona colta si sta parlando di secoli e millenni, per la persona normale soltanto dell’arco della sua vita, sia pure aggiungendoci qualche decennio di quella dei genitori. Per fare un esempio, una guerra fra due nazioni dell’area euro sembra inconcepibile soltanto perché al momento dell’ultima guerra quegli stessi che hanno più di settant’anni erano bambini piccoli.
Questo fenomeno si verifica anche in campo economico. I nostri contemporanei dell’area euro considerano la prosperità e il “welfare” naturali perché non conoscono altro. E inoltre che, se proprio dovesse scoppiare una crisi tremenda – l’equivalente economico della Seconda Guerra Mondiale – pensano che  dopo ci risolleveremmo come si è risollevata la Germania dopo il 1945. 
E invece no, non è detto. Un modello di società può essere gravemente sbagliato, come la società sovietica, ed in questo caso è già molto se dura settant’anni. Viceversa, se è lievemente sbagliato, può darsi che duri molto di più, accumulando le conseguenze dell’errore, fino ad un crollo senza ritorno. 
Per millenni la Pubblica Amministrazione non è stata molto presente, nella vita quotidiana. Il singolo non si aspettava praticamente niente dalla collettività. Non esisteva la sanità pubblica, e, nel caso, tutto ciò che si poteva sperare era di essere “curati” per pietà in lazzaretti organizzati dalla Chiesa. La società non era soccorrevole. Non solo non assicurava di non essere aggrediti, se si usciva di sera nelle strade buie, ma se c’era uno strapiombo non si preoccupava di metterci una ringhiera: chi non voleva cadere nel burrone faceva bene a stare attento. L’individuo era abbandonato a sé stesso e da ciò derivava una mentalità individualista ed estremamente responsabile: era una questione di sopravvivenza.
Economicamente il popolo trovava gravose tasse e imposte perché era molto povero, ma in totale lo Stato riceveva poco e non assicurava quasi nessun servizio. Il singolo doveva procurarsi di che vivere senza contratti collettivi, senza cassa integrazione, senza alcuna forma di protezione. L’ambiente era simile, per farsene un’idea, a ciò che tutti abbiamo visto cento volte nei film Western. Tolto lo sceriffo efficiente ed eroe. 
Nel mondo moderno le provvidenze sociali ci fanno sentire sempre più al sicuro, tanto da sganciare la sopravvivenza dallo sforzo per sopravvivere: essa è sentita come un diritto per il semplice fatto di essere dei cittadini.  La mentalità è cambiata. Lo Stato - anche se a volte odiato perché invasivo - è sentito responsabile di tutto. Recentemente perfino dei guasti delle alluvioni. Oggi l’individuo si considera un creditore dei politici: questi sono incaricati di occuparsi del suo reddito – eventualmente ottenuto perfino lavorando – della sua salute, della sua casa, della sua istruzione, della sua sicurezza, di tutto. E con ciò si torna al quesito iniziale: questo modello è “naturale”?
In realtà, attualmente sembra che esso stia mostrando la corda. E se così fosse, la crisi non si risolverebbe come quella del ’29, con una semplice pausa di qualche anno nel progresso economico. Il piccolo errore che si ipotizzava, nel nostro modello, è così riassumibile: nella sua azione, lo Stato è meno efficiente del privato e se fa molto costa moltissimo. Ciò comporta un enorme peso fiscale con scarsi risultati complessivi. Ciò malgrado si ha un’irresistibile tendenza al deficit che in Italia – caso esemplare – porta a un debito pubblico astronomico. Col rischio che la bolla scoppi, azzerando la storia economica.
Da questo modello di società potremmo insomma uscire con le pive nel sacco, ritrovando virtù dimenticate. Ci accorgeremo che la vita ci è data senza la garanzia “soddisfatti o rimborsati”; che ognuno deve essere responsabile di sé stesso; che nessun pasto è gratis; che prima di parlare di diritti bisogna parlare di doveri; che è bene che lo Stato torni a farsi i pochi affari suoi. 
Nessuno ci ha dato il diritto “naturale” di vivere tanto meglio che nel Medio Evo. Se vogliamo vivere meglio di allora, la società deve tornare ad essere adulta. La vita è forse un regalo, il seguito no. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 novembre 2013


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. crisi euro impero romano welfare

permalink | inviato da giannipardo il 22/11/2013 alle 11:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
6 novembre 2013
CHE COSA, DOPO L'EURO E DOPO IL DOLLARO
Un cortese lettore, che si firma Gianfranco, mi invia un commento nel quale suggerisce alcune idee interessanti, che non intendo rubargli. L’umanità occidentale, a partire dall’inizio del Ventesimo Secolo, ha cercato nuove vie, con la Rivoluzione Russa, col Fascismo, col Nazismo. E, come scrive Gianfranco, “Abbiamo visto dove portano i grandi ideali. Fosse comuni. Campi di concentramento. Bombardamenti. Povertà. Fame. Morte”. Disillusi, ci siamo volti alla democrazia e al capitalismo. Attualmente siamo in una gravissima crisi ma “a questo modello, non esiste alternativa. Questo è il motivo per cui non riusciamo ad uscire dalla crisi”. “Non ci rimane che andare a fondo”. 
Che il Ventesimo Secolo sia stato quello in cui si è dato corso alle grandi ideologie nate nell’Ottocento, come il nazionalismo, il socialismo, il comunismo, è fuori di discussione. Ma il capitalismo esisteva da sempre. L’economia come l’hanno descritta i grandi economisti classici – Smith, Ricardo e gli altri, fino a Friedman e Hayek – è soltanto il modo come gli umani agiscono se lasciati liberi. Naturalmente la funzione del capitale per il grande pubblico è divenuta più evidente quando esso è stato visto nella sua forma monetaria: ma se consideriamo che capitale è la vanga, in quanto non bene di consumo ma mezzo di produzione, non c’è dubbio che il capitalismo esiste dall’età della pietra.
Il capitalismo non è nato nell’Ottocento o nel Novecento,  e non è stata una novità tornare ad esso, dopo l’ubriacatura comunista. Interessante è soltanto il fatto che l’umanità per un momento abbia pensato di “fare di meglio” del capitalismo classico. Nell’Ottocento ci si provò con i pittoreschi falansteri francesi, nel Novecento si fecero le cose tanto in grande da ottenere “Fosse comuni. Campi di concentramento. Bombardamenti. Poverta'. Fame. Morte”. Alla fine siamo tornati indietro da tutto ciò con le pive nel sacco e tuttavia attualmente siamo lo stesso in guai seri. Sicché bisogna vedere se sia valida l’affermazione di Gianfranco per la quale: “Non esiste un modello alternativo di società”.
Il modello produttivo che è detto capitalistico può essere paragonato ad una buona automobile. Naturalmente, se porta cinque persone e molti bagagli, avrà meno ripresa e sarà meno veloce. Se poi le carichiamo duecento chili sul portabagagli, le cose peggioreranno. E se infine si chiederà a quella stessa automobile di portare tutti quei pesi, e nel frattempo trascinare un’enorme caravan in salita, si rischierà di fondere il motore e fermarsi. È l’automobile che è un pessimo veicolo o lo si è usato male?
Il modello occidentale è stato reso inefficiente da un eccessivo intervento dello Stato in troppi campi, che ha richiesto un eccesso di pressione fiscale; da un eccesso di provvidenze in favore di cittadini poco produttivi a carico dei cittadini produttivi; da un eccesso di leggi a favore di alcune categorie che hanno reso la produzione onerosa e l’impresa poco redditizia; da un eccesso di preoccupazioni morali, ecologiche, giuridiche, quasi si mirasse ad una società di angeli. Preoccupazioni che sono trasformate in altrettanti costi (e fallimenti) dello Stato. Si potrebbe continuare, ma chi vive il presente queste cose le sa benissimo. E la soluzione è precisamente una semplice marcia indietro. Stacchiamo la caravan. Sgombriamo il portabagagli. Rispettiamo i consigli del fabbricante. La democrazia prima ci ha promesso troppo, poi ci ha resi schiavi dello Stato. La soluzione è un ridimensionamento dello Stato a un terzo o meno di ciò che è oggi. Non è vero che “non esiste un modello alternativo di società”. Il punto è: avremo il coraggio di adottarlo di nuovo o consideriamo che l’attuale Leviathano di hobbesiana memoria sia un fatto irreversibile?
Se ci fosse una crisi di dimensioni mondiali, che provocasse lo scoppio della bolla monetaria,  la fine dell’euro, il default di parecchi Stati europei, in primis l’Italia; se il debito pubblico divenuto incredibile mettesse in pericolo e facesse scendere a più miti consigli giganti come gli Stati Uniti o il Giappone; se infine fossimo costretti a ripartire dalla miseria, dal considerare una conquista non avere troppa fame, se insomma veramente “andassimo a fondo”, forse potremmo ripartire per un altro giro. Diffidando dell’intervento e delle provvidenze dello Stato nello stesso modo in cui i tedeschi, ricordando Weimar, ancora oggi diffidano dell’inflazione.
Nulla dice che ciò avverrà, né che avverrà fra poco tempo. Un simile lavacro produrrebbe comunque non un nuovo tipo di modello economico – che capitalista era e capitalista rimarrebbe – ma un nuovo tipo di società, con molto meno grilli per la testa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. euro dollaro crash

permalink | inviato da giannipardo il 6/11/2013 alle 9:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
2 novembre 2013
TO TAX OR NOT TO TAX
Pare che, di riffa o di raffa, chi ha una casa o un’impresa, dopo avere scampato il pericolo di essere arrotato dal camion dell’Imu, finirà triturato dal treno di  un’altra salva di imposte dai nomi fantasiosi. In questo campo è facile dire cose gradite. Basta imprecare contro il governo e ricordare quanto guadagnano e quanto prendono di pensione i politici e le persone importanti nel nostro Paese. Basta sottolineare che il peso del fisco è insopportabile, che la nazione è in depressione e che la disoccupazione è tragica. Tutte cose vere. E però, anche a non avere simpatia per la compita democristianeria di Enrico Letta, a queste constatazioni si possono contrapporre considerazioni altrettanto vere. Dal momento che anche a Palazzo Chigi sanno come la pensano gli italiani, se potessero diminuire le tasse invece di aumentarle, se potessero esonerare la casa, i negozi (che chiudono) e i capannoni da tutti i pesi fiscali che li opprimono, forse che non lo farebbero? Forse che i soldi che ci chiedono se li mettono in tasca? Forse che non sanno quanto li renda impopolari tutto questo parlare che si fa di tasse, contributi, imposte, accise e prelievi di sangue? Se dunque si comportano come si comportano è da pensare che ciò facciano perché costretti da un’ineludibile necessità. E rimane solo da chiedersi quale sia e se sia veramente “ineludibile”.
L’Italia ha vissuto per decenni al di sopra dei propri mezzi, facendo debiti. Si pensi ai membri di una famiglia che per anni ed anni abbiano goduto di un certo tenore di vita e ad un certo punto si vedano chiedere di abbassarlo notevolmente: la resistenza è naturale. Ognuno reputa in perfetta buona fede che quello che ha sempre avuto sia stato un suo diritto, rimanga un suo diritto e non possa essere né eliminato né ridotto. Lo stesso per l’Italia. Noi teniamo talmente ai vantaggi cui siamo stati abituati che non permettiamo assolutamente che lo Stato ce ne privi. Solo che, per non privarcene, l’erario o fa nuovi debiti o ci tassa di più. Ma per quanto riguarda i debiti abbiamo un doppio stop. Da un lato ci siamo impegnati con l’Unione Europea a non sforare un deficit del 3% del pil, dall’altro - avendo già un debito di oltre 2.030 miliardi, in aumento per giunta - c’è il pericolo che i creditori si allarmino e non comprino più i nostri titoli. Ciò provocherebbe il nostro default e il crollo del sistema economico europeo. Dunque il governo è nella tenaglia di una necessità “giuridica” (sostenuta anche dalle promesse di eventuale aiuto) da un lato, e da una necessità economica dall’altro.
Infatti la nostra depressione è drammatica, non se ne intravede la fine e tuttavia allo Stato non rimane che tassarci di più. Rischiando di uccidere la pecora invece di tosarla. E poiché tutto ciò somiglia ad un incubo, rimane da vedere se sia proprio necessario usare l’aggettivo “ineludibile”.
Qui la risposta si fa difficilissima. Indubbiamente, se ci fosse un modo facile di svalutare drammaticamente, di uscire dall’euro  e di ripartire da zero, è quello che faremmo. Ma, a parte il fatto che questo programma somiglia ad un’apocalisse, il diavolo si nasconde nei particolari. Come uscire dall’euro? In accordo con l’Unione Europea o contro di essa? E che ne sarebbe del nostro debito? E quali le conseguenze sulle nostre importazioni, sui nostri salari, su tutta l’economia nazionale? Chi pagherebbe il conto più pesante? Quale sarebbe la situazione del Paese, dopo una simile decisione? In quanti anni ci riprenderemmo? È probabilmente per questi interrogativi che a Palazzo Chigi sono in buona fede, convinti che la situazione attuale, con tutti i suoi guai, sia migliore di quella che avremmo cercando di uscire dall’impasse. Ma hanno ragione?
Il dubbio non riguarda solo noi. Non è soltanto l’Italia ad essere incastrata fra la padella e la brace, lo sono anche altri Paesi europei importanti, a partire dalla Spagna e dalla stessa Francia. La politica economica di Berlino – asse portante dell’Eurozona – è stata recentemente accusata da Washington di essere all’origine della depressione continentale. Gli americani hanno ragione? Nessuno può dirlo, però l’ipotesi che l’attuale politica economica europea sia sbagliata non è una semplice sciocchezza, se la fa anche il Presidente Obama. E ovviamente non per sua personale ed estemporanea iniziativa.
Il problema dell’Italia e dell’Eurozona è l’attuale modello economico sbagliato, che nessuno vuole modificare. Solo il futuro ci dirà se lo si potrà mantenere ancora a lungo, o se una crisi scioglierà con un doloroso colpo di spada un nodo che si credeva insolubile.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 novembre 2013


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. EURO OBAMA TASSE

permalink | inviato da giannipardo il 2/11/2013 alle 15:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
ECONOMIA
18 febbraio 2012
I CADAVERI NON PAGANO NESSUNO
Abbiamo il dovere di rispettare chi ne sa più di noi. Lo facciamo tutti i giorni dinanzi al medico e perfino dinanzi al meccanico d’automobili, potremmo dunque farlo anche dinanzi ai grandi economisti e ai grandi governanti. È in nome di questo dovere di elementare umiltà che insieme a milioni di europei per molti mesi abbiamo presunto che quegli economisti e quei governanti sapessero ciò che facevano. E che per conseguenza le nostre obiezioni dovessero essere infondate. 
Ma c’è un dovere ancora più grande, per chi è ragionevole: quello di inchinarsi ai fatti; e se i fatti sembrano dare torto alle autorità, si acquista il diritto di dire la propria opinione. Sarà sbagliata, ma dal momento che anche la linea di comportamento di chi guida l’Europa non ha dato risultati positivi, può anche darsi che, in materia di errori, arriviamo al pareggio. E per un dilettante che affronta un professionista non è risultato da poco. 
Se gli interventi delle varie autorità che governano l’Europa e l’euro fossero stati efficaci, la Grecia non sarebbe più che mai sull’orlo del fallimento e della rivoluzione; l’Italia non sarebbe in recessione e senza prospettive di miglioramento; inoltre non sarebbe stata raggiunta in questo club degli azzoppati, secondo quanto scrive  Davide Giacalone, da Portogallo, Belgio e Paesi Bassi, anche loro ufficialmente in recessione. I fatti dunque dànno torto alla Germania e alle massime autorità europee. 
Come se non bastasse, non si può nemmeno essere sicuri che abbiamo toccato il fondo. Potrebbe andare anche peggio. Se malgrado i prestiti già concessi dall’Europa e malgrado gli sforzi di un governo che ha sfidato la più minacciosa impopolarità, in Grecia scoppiasse una rivoluzione, le conseguenze sarebbero tragiche. Non solo l’Europa perderebbe il denaro che ha già dato a quell’infelice nazione, ma le banche francesi e tedesche perderebbero d’un sol colpo il valore dei titoli greci che detengono, per un ammontare ben superiore ai fondi fino ad ora utilizzati per sostenere Atene. Le conseguenze sarebbero terribili e queste conseguenze a loro volta si trasformerebbero in cause di ulteriori disastri. I mercati infatti si chiederebbero: e a quando l’Italia, a quando la Spagna, il Portogallo, il Belgio, i Paesi Bassi? 
Non importa il fatto che questi Stati abbiano una situazione economica e sociale molto migliore di quella greca: il semplice allarme potrebbe costituire una self fulfilling prophecy, una profezia che si auto-avvera. L’euro andrebbe a rotoli, l’Europa andrebbe a rotoli, forse conosceremmo la più tragica crisi economica di tutti i tempi.
E a questo punto è lecito formulare un’ipotesi. Per salvare l’Europa bisognava non limitarsi a “temere il disastro” ma “pilotarlo”. In primo luogo stabilendo che la Grecia non avrebbe pagato i propri debiti per dieci anni, in modo da darle il tempo di riprendersi. Qualcuno avrebbe potuto dire che era un simil-fallimento, ma gli si sarebbe potuto rispondere: “Preferite il fallimento autentico al simil-fallimento?”
Provvedimenti analoghi si sarebbero adottati per qualunque Stato che fosse stato riconosciuto sull’orlo di una crisi gravissima, per esempio, nel caso dell’Italia, se il rendimento dei titoli di Stato avesse raggiunto il dieci per cento. 
Naturalmente questo genere di provvedimenti non avrebbe risolto il problema dell’indebitamento pubblico: ma qui si inserisce la seconda parte della manovra. Il debito può essere riassorbito o uscendo dall’euro e mediante una folle svalutazione (a carico dei cittadini più deboli, una sorta di crimine sociale) oppure con un lungo periodo di grande sviluppo economico. E lo sviluppo economico si ottiene diminuendo drasticamente le spese dello Stato (con la scure, non con il bisturi), abbassando risolutamente le aliquote di tasse e imposte e adottando una legislazione della produzione di tipo cinese. Quando la Grecia, l’Italia e gli altri Paesi fossero ripartiti a razzo, solo allora si sarebbe potuto amministrare la risalita e magari ricominciare a rimborsare i prestiti ricevuti.
L’austerità ha buona stampa probabilmente perché si considerano il consumo e l’abbondanza dei peccati cui è naturale che segua l’espiazione. L’espiazione però, se fa andare in Paradiso, non migliora i listini di Borsa. Se si consuma di meno, se si produce di meno, se si pagano meno imposte indirette, la nazione economicamente comincia a morire. E i cadaveri non pagano nessuno.
Sarebbe facile riconoscere di avere avuto torto, col pessimismo di mesi fa, se si fosse vista la Grecia uscire dalla sua crisi e risorgere a nuova vita. Vedendo che affonda sempre più, nella miseria e nella disperazione, come avere fiducia in chi chiede ancora più sacrifici?
Le ricette qui proposte possono essere sbagliate, e non sarebbe stupefacente. Purtroppo lo  sono anche quelle applicate dai Grandi.  
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
18 febbraio 2012


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. euro grecia recessione

permalink | inviato da giannipardo il 18/2/2012 alle 8:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
POLITICA
16 febbraio 2012
L'EUROPA NON È NÉ UNA NAZIONE NÉ UN IMPERO

La politica dello Stato tiene conto degli interessi dei distretti industriali e di quelli agricoli, delle zone più sviluppate e delle meno sviluppate, delle grandi città e dei piccoli comuni. Naturalmente avviene che i cittadini siano scontenti degli squilibri a loro sfavore ma li sopportano se sentono di far parte di una nazione: cioè una comunità simile ad un’enorme famiglia in cui i conti non si possono fare al centesimo.

Questa unità di intenti si raggiunge quando un popolo ha la stessa lingua, la stessa religione e una lunga storia comune. Il concetto di nazione vale dunque più per la Francia e la Spagna che per la Germania. E non parliamo dell’Austria prima del 1918, quando era un grandioso impero multinazionale.

Le ragioni che militano in favore della nazione sono intuitive: in essa i contrasti fra i cittadini sono minori, tutti sentono di avere lo stesso destino e fra i vari gruppi e le varie regioni non ci sono gravi sospetti di prevaricazione. La parte più ricca non è certo contenta di pagare, allo Stato, più di quanto faccia la parte più povera, ma in generale si accetta un livellamento che, come ogni livellamento, è a favore di chi aveva di meno e a sfavore di chi aveva di più.

Quando invece uno Stato non è una nazione, la tendenza a dividersi fra “loro” e “noi”, secondo frontiere nate da una qualunque motivazione, è così forte che negli anni recenti si è assistito perfino alla spaccatura in due di uno Stato già minuscolo in partenza: la Cecoslovacchia.

Se la tendenza naturale è quella a restringere la comunità giuridica alla comunità nazionale, come mai esistono grandi Stati?

Il problema in sé è insulso ma si pone perché dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è invalso un legalismo buonista per cui si è convinti che quel genere di catastrofi non si ripeterà mai più. Molti chiedono: perché avere un esercito, perché spendere per gli armamenti, perché rendersi temibili se nessuno ci attacca, anzi, se nessuno ci attaccherà mai?

Lo storico rabbrividisce. Se la guerra corrisponde ad un istinto dell’uomo, la pace sarà sempre un intervallo più o meno lungo fra due guerre. E dai conflitti uscirà sempre con meno danni – perché vincitore – solo chi è grande e potente. L’Impero Austriaco sarà pure stato composito, ma era, insieme alla Francia, la massima potenza europea. Oggi che l’Austria è ridotta a nazione, perfino l’Italia potrebbe farne un solo boccone.

La tendenza alla separazione nasce dall’estraneità e dal sospetto; la tendenza all’unione nasce dalla volontà di difesa e di potenza. La necessità delle grandi dimensioni, per sopravvivere, ha spinto alcuni popoli ad una sorta di bulimia di conquista. I romani non hanno mai pensato a creare un impero: lo hanno acquistato prevalentemente in seguito ad una serie di guerre “difensive”. La Russia, costantemente angosciata dalla mancanza di confini naturali, ha sempre voluto aggiungere stati cuscinetto ai suoi bordi, fino a divenire un impero sconfinato. In questo contesto è facile perdonare la scissione cecoslovacca perché quel Paese era comunque così piccolo e indifendibile che, unito o diviso, cambiava poco.

Dalla paura della guerra fra Francia e Germania, e dalla volontà di rendere più forte e prospera l’Europa, sono nati infine l’Ue e l’euro. Un lodevole ideale e un lodevole sforzo che non hanno però tenuto conto del fatto che mentre la nazione sta insieme per volontà propria, un grande Stato composito di solito sta insieme per la forza del suo nucleo centrale: Roma, Vienna, Mosca. Se viceversa ogni sua parte mantiene una notevole autonomia politico-economica, come in Europa, il risultato è prima l’instabilità, poi l’esplosione dell’impero. Quando tanti cominciano a sognare di “buttare fuori la Grecia” è segno che la comunità non sta più in piedi. La Grecia è sentita come un corpo estraneo, un peso, una gangrena che è meglio tagliare. Viceversa nella nazione italiana nessuno sogna di “buttare fuori la Sicilia”, anche se la sua Regione Autonoma è costosissima e, probabilmente, corrottissima.

Quello che si può rimproverare agli europeisti che ci hanno condotto alla situazione attuale è d’avere dimenticato che in tanto un’entità multinazionale può avere una sola politica e una sola moneta, in quanto abbia un solo centro di comando.

Quando nacque l’euro in tanti scrivemmo che si metteva il carro dinanzi ai buoi: la metafora era agreste, ma il principio era valido anche per la politica e l’alta finanza. Allora come oggi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

16 febbraio 2012


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. EU EURO IMPERO NAZIONE

permalink | inviato da giannipardo il 16/2/2012 alle 8:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
24 novembre 2011
UN ENORME PUNTO INTERROGATIVO

Domande ai competenti

Ogni anno in Italia scadono tutti i titoli di Stato. Quelli che sono stati emessi un anno fa perché è passato un anno, quelli che sono stati emessi cinque anni fa perché sono passati cinque anni, quelli che sono stati emessi dieci anni fa perché sono passati dieci anni. Bisogna dunque, nell’anno, vendere altrettanti titoli.

La somma totale del debito pubblico è di 1.900 miliardi di euro. Per ogni punto percentuale di interesse sul debito lo Stato paga 19 miliardi. Facciamo che, fino a qualche mese fa, lo Stato pagasse una media del 4%, su questi titoli: il 4% di 1.900 mld è 76 mld. Ora siamo arrivati al 7% e se, per ipotesi, entro un anno tutti i titoli fossero stati rinnovati a questo livello, l’interesse sull’intero debito passerebbe da 76 miliardi a 133 miliardi. La differenza, rispetto a prima, sarebbe di cinquantasette miliardi (19x3).

Sui giornali abbiamo letto che il governo Monti si appresta a varare una ulteriore manovra di 15 miliardi. Ora qui si chiede: se l’ordine di grandezza dei problemi è di diciannove miliardi per ogni punto in più di interesse e se oggi si parla di tre punti in più (57 miliardi in più) dell’anno scorso, che ci facciamo, con quei quindici miliardi?

Questa nota chiede agli amici più competenti di spiegare perché le cose non stanno così (se non stanno così) e come effettivamente stanno.

Ancora una domanda. Nell’asta di ieri una parte dei Bund tedeschi è rimasta invenduta ed è dovuta intervenire la Bce. Questo potrebbe significare che lo spread con i titoli italiani e spagnoli ha raggiunto il suo limite massimo, tanto che la “sicurezza” dei titoli tedeschi è battuta dalla “redditività, se pure rischiosa”, dei titoli italiani e spagnoli?

Personalmente reputo che la Germania stia sbagliando pesantemente nel non sostenere adeguatamente l’Italia. Potrebbe essa stessa pagarla più caro di quanto non pensi. La cosa giusta sarebbe stata da un lato garantire il debito italiano (come quello spagnolo e persino quello greco, se si vuole la Grecia nell’euro) in tutti i modi possibili: questo calmerebbe definitivamente la speculazione; dall’altro attuare in Italia una liberalizzazione selvaggia, essendo pronti ad imporla con l’esercito. Risultato: un interesse sul debito tollerabile e un’Italia che riparte come la Cina. Altre soluzioni non se ne vedono. Ma, ancora una volta, aspettiamo lumi da chi ne sa di più.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

23 novembre 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. EURO SPREAD BOND MONTI MANOVRA

permalink | inviato da giannipardo il 24/11/2011 alle 7:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
2 novembre 2011
CONSEGUENZE DEL REFERENDUM GRECO

Il senso del referendum annunciato oggi dal Primo Ministro greco Papandreu sembra sfuggire a tutti. Come si può chiedere ai cittadini di fare enormi sacrifici per qualcosa di astratto come la partecipazione all’eurozona, o l’onore di fare la spesa con un biglietto di banca con scritto euro invece di dracme? Soprattutto se la gente è convinta che si stava meglio quando si usavano le dracme? Attualmente è come se Papandreu pensasse di chiedere ai suoi concittadini: “Preferite una diminuzione degli stipendi o una diminuzione dei prezzi?”

Per spiegare l’annuncio sono state fatte parecchie ipotesi. La prima è che il governo speri che i greci si rendano conto del drammatico momento e votino sì per sostenerlo. E chi è capace di credere questo è anche capace di sperare che, gettando una monetina, rimanga dritta sul bordo.

La seconda ipotesi è che si voglia provocare una crisi di governo per allargare la maggioranza, sempre a causa del drammatico momento.

La terza ipotesi è che l’annuncio di questo referendum corrisponda all’impossibilità di fronteggiare ulteriormente le proteste della popolazione e alla decisione di dichiarare il default della Grecia. La discussione fra tutte queste tesi potrebbe essere interessante se non fosse anche totalmente inutile. Infatti le Borse, col loro crollo, mostrano di avere capito una cosa soltanto: Atene abbandona l’euro. La Grecia se ne va e non paga i suoi debiti.

La cosa è talmente vera che molti si sono chiesti: e l’Italia, rischia di fare lo stesso? Per la sola possibilità di questo contagio, la differenza fra il rendimento dei nostri titoli di Stato e quelli della Germania è schizzata a 459 punti, un’enormità. E sotto attacco sono anche i titoli francesi, dal momento che le banche di quel Paese detengono molti titoli greci. Titoli che dall’oggi al domani rischiano di essere carta straccia.

Dire che tutto ciò susciti meraviglia sarebbe sbagliato. L’edificio della moneta comune è stato costruito sulla sabbia. Invece di unificare i sistemi economici e fiscali, e farne conseguire l’euro, si è realizzato quest’ultimo pensando che esso provocasse l’unificazione di quei sistemi. Oggi vediamo che l’operazione non è riuscita e che per giunta - con l’ingenuità degli sposi di provincia che, per dimostrare di essersi giurato amore eterno, non stipulano il regime di separazione dei beni - gli Stati firmatari non hanno previsto un modo per recedere dall’unione monetaria. Se ora la Grecia dichiara il proprio default (cioè smette di pagare i suoi debiti) e decide di uscire dall’euro, da un lato potrà certo farlo, visto che è uno Stato sovrano, dall’altro, per quanto riguarda le modalità del drammatico evento, tutti dovranno improvvisare. Il pullman dell’euro è partito per un viaggio senza ritorno e non s’è nemmeno portato dietro una ruota di scorta.

Purtroppo il problema non riguarda soltanto quella piccola nazione mediterranea. Fino ad oggi tutti hanno presentato il suo salvataggio economico come una impresa generosa e necessaria. Diamo una mano al collega in difficoltà. In realtà, tutti hanno temuto e temono enormi contraccolpi, perché se l’evento sarà tragico per la nazione interessata, rimarrà comunque pesantissimo anche per i Paesi europei. In particolare per coloro che hanno interessi in Grecia o ne detengono i titoli. Come si comporteranno i governi con le banche che, in conseguenza di quel default, rischieranno di fallire?

Non ci rimane che aspettare il corso degli eventi e le spiegazioni che, da domani, speriamo ci diano i competenti. Accoglieremo volentieri sia i loro lumi sia le loro correzioni: attualmente è solo possibile fornire un elenco di domande e tenere incrociate le dita.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

2 novembre 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. referendum grecia euro papandreu

permalink | inviato da giannipardo il 2/11/2011 alle 6:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
25 ottobre 2011
BERLUSCONI IL TAUMATURGO

Fino a questo momento – mattina del 25 ottobre 2011 – non sappiamo se sì o no Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, o ancora meglio il Pdl e la Lega Nord, arriveranno ad un accordo sulle pensioni.

L’Europa ci richiede con insistenza questo provvedimento. Persino l’Udc e il Masaniello dell’Idv si dichiarano disposti a votarlo, sempre che Berlusconi si dimetta. Il che dovrebbe indicare che questa riforma - la prima delle tante di cui l’Italia ha bisogno – è assolutamente opportuna e forse inevitabile. E allora bisogna chiedersi: come mai la Lega si mette di traverso?

Ci sono certo delle ragioni. Il massimo numero di pensioni di anzianità è concentrato al Nord, ci sono le promesse ripetutamente fatte da Bossi e dai suoi amici, e il resto: nessuno sostiene che un partito si muove in una certa direzione senza una ragione. Ma qui non si tratta di un partito, si tratta dell’Italia, della sua situazione economica e della sua posizione rispetto all’Europa. Dunque è impossibile che i leghisti non si rendano conto del problema. E allora la spiegazione è probabilmente un’altra.

Silvio Berlusconi è, dopo Mussolini, l’italiano più ingombrante che la nazione abbia avuto dall’inizio del XX Secolo. Come avviene in questi casi, il personaggio viene gonfiato, nell’immaginario collettivo, fino a dimensioni sovrumane, poco importa se nella direzione positiva o in quella negativa. Forse ricordiamo male ma di Mao si disse che poteva anche placare le tempeste come al contrario, dopo la fine del fascismo, è stato difficile far passare il concetto che qualcosa di buono quel regime possa aver fatto. Di Mao, finché fu in auge, non si poteva che dire bene, era anche lecito attribuirgli dei miracoli, di Mussolini, una volta caduto, non si poteva che dir male e attribuirgli anche le colpe che non aveva. Come se fosse stato necessario.

Berlusconi è stritolato dalla stessa leggenda e ora, a quanto pare, essa ha contagiato anche i suoi alleati. La lega dovrebbe essere cosciente che se il Cavaliere, stanco, gettasse la spugna e si andasse a nuove elezioni senza la sua partecipazione, Bossi il governo lo vedrebbe col binocolo. Come mai allora insiste sulla propria posizione?

La risposta è che probabilmente, dai e dai, anch’essa ha perduto il contatto con la realtà. La sinistra ripete instancabilmente, giorno dopo giorno, ora dopo ora, che le dimissioni di Berlusconi sarebbero la soluzione di tutto. E questo realizzerebbe un miracolo per omissione, un miracolo che Berlusconi opererebbe con la sua sola assenza. Per la Lega invece quell’uomo è talmente speciale che gli si può chiedere l’impossibile ché tanto lui ne è capace. Gli si dice no per le pensioni, gli si dice no per qualunque cosa, e alla fine lui in qualche modo risolverà la questione: il governo non cadrà, l’Italia non fallirà e l’Europa ci applaudirà. Chiunque abbia un minimo di buon senso, chiunque non sia stato contagiato da questa stupida leggenda berlusconiana non può che scuotere la testa. Non solo la Tavola Pitagorica non è sensibile alla politica, ma Silvio Berlusconi è solo un uomo. Testardo, resistente, ottimista, perfino inventivo, ma nulla più di un uomo che può sbagliarsi, può stancarsi e soprattutto è incapace di operare miracoli.

In queste ore ci si può sorprendere a desiderare le sue dimissioni per dare un colpo mortale a tutti i suoi avversari e per mettere l’opposizione di fronte alle sue responsabilità. Improvvisamente tutti i critici interni ed esterni – professionisti dell’antiberlusconismo inclusi, in particolare certi giornalisti - sarebbero gettati nella spazzatura della storia. Improvvisamente l’opposizione sarebbe nel panico. Naturalmente darebbe la colpa di tutto, meteorologia inclusa, a Berlusconi, ma non basterebbe parlare del passato, perché ora il nuovo governo sarebbe responsabile del Paese, al presente, e dovrebbe dichiarare il default dell’Italia oppure affrontare la rivoluzione. La sinistra massimalista non accetterebbe certo dal Pd ciò che non accetta dal Pdl.

Se non fosse che in questo caro Paese ci abitiamo, se non fosse che l’esperimento non sarebbe in corpore vili, sarebbe proprio divertente vedere la fine dei niet di Bossi e dei proclami di Bersani. E comunque sarebbe bello veder tornare il mondo politico italiano alla realtà. Sembra che se ne sia allontanato parecchio, negli ultimi lustri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it,

25 ottobre 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. berlusconi pensioni crisi euro bossi

permalink | inviato da giannipardo il 25/10/2011 alle 11:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
ECONOMIA
15 settembre 2011
PERCHÉ NON SI PUO' RILANCIARE L'ECONOMIA

“Sì. Potrebbe anche piovere”. Ecco la risposta che, secondo l’aneddoto, dette il luogotenente al generale sconfitto che, contemplando il campo di battaglia coperto di morti e feriti, aveva chiesto: “Potrebbe andar peggio?”

La gara del pessimismo è tristissima e non si è mai sicuri di vincerla. Dicono che la realtà abbia più fantasia dell’invenzione: dunque può anche essere più carogna di ciò che ipotizza chi vede nero.

Amare considerazioni, per uno che osserva la situazione economica dell’Italia. Allineiamo i fatti: non è scongiurato il pericolo di ulteriori attacchi dei mercati. Non della speculazione, che è un mito, dei mercati. E questi non sono la febbre, sono il termometro. Non è scongiurato il pericolo che sia necessaria una terza manovra. Non è scongiurato il pericolo che anche una terza manovra sia insufficiente. Insomma non è scongiurato il pericolo che l’euro scoppi e l’Italia vada a gambe all’aria.

Però è anche possibile che l’euro sopravviva o che l’Europa, magari dopo aver perso per strada la Grecia e il Portogallo, riesca a salvare l’Italia. Ma non è detto che non lo faccia per poi accompagnarla cortesemente alla porta e augurarle buon viaggio insieme con la Spagna. Forse siamo too big to fail, troppo grossi per fallire, quanto meno di botto, ma certo nessuno ci vorrà se saremo solo una palla al piede. Il samaritano aiutò quel poveraccio una volta, non gli fece un abbonamento dal sarto.

Visto che non siamo sicuri di vincere la gara del pessimismo, proviamo a vincere dal lato dell’ottimismo.

Che cosa potrebbe salvare l’Italia? La risposta è semplice: un modello produttivo di ci sui si possono fornire alcune caratteristiche. Abolizione della maggior parte delle norme sindacali; licenziabilità ad libitum e senza giustificazioni; niente contratto nazionale, libera contrattazione fra lavoratore e datore di lavoro; licenziamento di una buona percentuale dei dipendenti pubblici, in parte razionalizzando l’Amministrazione statale, in parte abolendo uffici e servizi; riforma sanitaria nel senso che ciascuno è obbligato ad assicurarsi privatamente; scuola severissima e costosa; riduzione delle università a una o due per regione; raddoppio del prezzo dei carburanti; tutti in pensione a settant’anni, uomini e donne; niente pensione di anzianità, al massimo fine dei contributi a partire da un certo numero di anni di contribuzione; niente pensioni sociali, solo mense per i poveri o dormitori pubblici; chiusura delle ferrovie dello Stato, salvo la dorsale adriatica, la dorsale tirrenica e il collegamento con Genova, Torino, Milano e Venezia; taglio drastico di tasse e imposte per riportare il peso del fisco sotto il 30% del pil; meglio se il venti. Non è necessario continuare, perché se si tentasse di attuare metà o anche solo un terzo di queste riforme, gli italiani insorgerebbero come un sol uomo e non se ne farebbe niente.

Se tutto questo è vero, è anche vero che è inutile parlare di ripresa produttiva. È come se, con la stessa automobile, senza variare il carico, senza cambiare percorso, senza cambiare carburante e senza mettere le mani nel motore, si pretendesse di andare molto più veloci. L’Italia si è messa nei guai creando un modello produttivo inefficiente, sprecone, spesso ingiusto, ma gli è visceralmente affezionata. È convinta che quell’automobile dovrebbe portare un carico maggiore e andare lo stesso più veloce. Poi, quando vede che essa ha tendenza a fermarsi, le aumenta il carico. A cominciare da quello fiscale.

Il nostro Paese non può essere salvato perché gli italiani lo vogliono com’è. Probabilmente i ferrovieri sarebbero disposti ad abolire la sanità pubblica, i medici sarebbero disposti a licenziare metà degli statali e gli statali sarebbero disposti a chiudere le ferrovie. Ogni settore è disponibile alle riforme degli altri settori ma ognuno blocca la riforma che lo riguarda. E trova subito alleati: da noi è più probabile il consenso per le piaghe da decubito che per l’azione.

Silvio Berlusconi avrebbe potuto salvare l’Italia? Assolutamente no. Né lui né nessun altro. Ciò che avrebbe potuto fare di meglio, sarebbe stato dimettersi immediatamente dopo la vittoria del 2008 e passare la mano. In questo momento gli italiani starebbero ancora cercando disperatamente una testa di turco, senza trovarne una abbastanza grossa. Mentre ora, se si dimettesse, gli darebbero la colpa della crisi economica mondiale. Ma la sorte di Berlusconi è senza importanza. La situazione è quella che è. E non ci allarmano tanto i guai attuali dell’Italia, quanto il fatto che potrebbe anche piovere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

15 settembre 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. riforme euro economia rilancio manovre

permalink | inviato da giannipardo il 15/9/2011 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
spettacoli
10 giugno 2011
SANTORO ADORA IL DIO DENARO
Avevo un amico allergico alla retorica e con un forte senso del reale che una volta si trovò a discutere con un tale il quale, ad ogni piè sospinto, ripeteva: “Non è per i soldi, è per il principio”. E lui gli lanciò: “Senta, le do ragione sul principio e lei mi dà i soldi, d’accordo?” Ma l’altro era un uomo da nulla.
Ci sono “mosse” che fanno fare bella figura ma hanno un prezzo altissimo. Un prezzo che bisogna essere disposti a pagare. Le dimissioni per indignazione, per esempio. Se si danno, non bisogna contare sul loro rigetto. E se vengono accettate bisogna rinunziare definitivamente e senza recriminazioni al posto precedente. Enrico Mentana si dimise da direttore del Tg5 perché non gli concessero una serata speciale su un avvenimento d’attualità e fu molto sorpreso quando le dimissioni furono seriamente accettate. Tanto che prima protestò, poi mise in giro la leggenda, tutt’ora viva, che l’avevano licenziato, infine minacciò di far causa per avere il suo vecchio posto. Deprimente. Ha detto Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui”. Analogamente, se si fa la grande mossa, o ci si comporta da eroi, dopo, o non si è nemmeno normali galantuomini. Mentana ormai potrebbe conquistare il Vello d’Oro, quell’episodio lo qualificherà per sempre.
Queste considerazioni tornano in mente leggendo dell’addio di Michele Santoro, in televisione. Ecco la frase fondamentale: “Se il Cda della Rai lo volesse, la prossima stagione io potrei continuare a fare questa trasmissione per un solo euro a puntata”. E il mio amico realista direbbe che il Cda della Rai dovrebbe raccogliere subito il guanto di sfida. Dovrebbe pubblicare oggi stesso un comunicato nel quale si dice che si accoglie la proposta. Santoro è atteso in Rai per firmare il contratto, che sarà uguale al precedente, salvo che per il quantum del consenso. Vorremmo proprio vederlo, il caro Michele, che va a lavorare per un euro a puntata. Anche se, con i circa quattro miliardi e mezzo di lire che la Rai gli ha pagato purché se ne andasse, può lavorare gratis per il resto della sua vita. Ed anche della prossima, se per caso rinasce.
Santoro è un demagogo della specie più smaccata. È capace di dire: “Io non voglio più essere in onda perché lo decidono i giudici” come se i magistrati lo avessero obbligato, mentre è lui che ha fatto di tutto, in primo grado e in appello, perché il magistrato del lavoro obbligasse la Rai a riprenderlo e a mandarlo in onda in prima serata. E soprattutto, se andare in onda per via di sentenza gli fa schifo, perché l’ha fatto, fino ad ora? O per caso questo modo di andare in onda gli fa schifo se confrontato con i due milioni e trecentomila euro che gli ha offerto la Rai?
La realtà è che si attendeva e si attende a giorni la sentenza della Cassazione su questa vicenda di lavoro e ciò significa – con le sentenze dei magistrati non si sa mai – che Santoro rischiava di  essere estromesso dalla Rai senza un soldo. Dunque ha scelto il molto denaro subito, rinunciando ad Annozero, piuttosto di rischiare tutto pur di rimanere in Rai ed assicurare il servizio ai suoi devoti. Altro che puntate ad un euro l’una! Questo è il comportamento, lecito, di chi pone il denaro al di sopra di tutto. Di qualcuno che per non rischiarlo rinuncia a qualunque cosa: e noi non lo criticheremmo, se solo non osasse infliggere al prossimo la retorica del padre ferroviere, la stanchezza del combattente che non ce la fa più a “resistere, resistere, resistere”, e via dicendo. Santoro ha fatto i suoi interessi, come quando ha brigato un’elezione a deputato europeo solo per la paga, non andando praticamente mai a Bruxelles. E fa i suoi interessi oggi. Non si atteggi dunque a predicatore, nel momento in cui il suo comportamento è più eloquente delle sue parole.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
10 giugno 2011
P.S. Questo articolo merita un P.S. Paolo Garimberti (Direttore della Rai, di sinistra, ex di “la Repubblica”), rispondendo alla proposta di Michele Santoro di lavorare per un euro a puntata ha affernato: “Santoro è uomo Rai e conosce le procedure faccia un progetto e lo presenti al direttore generale, è lei che decide”. Ha anche aggiunto: “Santoro è una star e non può essere retribuito con 1 euro. Il suo contratto va valutato secondo il mercato. Non scherziamo sul lavoro”, ha anche specificato Garimberti, invitando il giornalista a non essere demagogico. Poi il Direttore ha anche criticato l’uso delle telecamere del servizio pubblico per parlare dei propri contratti, “non lo condivido, è fuori regola”. E non gli è bastato. Infatti ha aggiunto velenosamente: “Ora ho capito - ha aggiunto Garimberti - perché ha annullato la conferenza stampa, lì avrebbe avuto un manipolo dei giornalisti, ieri ha parlato ad otto milioni di persone. Io, essendo il presidente della Rai, mi devo accontentare di una conferenza stampa”.
Personalmente bado alla sostanza e secondo me Garimberti, benché chiaramente irritato con Santoro, e benché gli abbia rinviato la sfida (“faccia un progetto e lo presenti”), non è un grande avvocato della propria tesi. Avrebbe dovuto dire seccamente: “Venga a firmare”. Poi avremmo visto.
L’invito a non essere demagogico è nulla in confronto all’invito a firmare un contratto per un euro a puntata. Ma Garimberti non ha preso Santoro sul serio. E ha fatto male. Lui, da giornalista e uomo Rai, sa benissimo che quella del caro Michele era vuota demagogia, ma lo sanno i devoti del Grande Conduttore?




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. euro santoro rai europarlamento milioni

permalink | inviato da giannipardo il 10/6/2011 alle 10:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
sfoglia
dicembre        febbraio

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.