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9 giugno 2011
IL LATO POSITIVO DELLA DECISIONE DI BRASILIA
La figura del tirannicida, nella storia, ha i suoi quarti di nobiltà. In concreto è un assassinio ma la sua azione si giustifica col fatto che il tiranno non lascia alternativa. Non esiste la possibilità di liberarsene col voto. Proprio questa legittimazione tuttavia si trasforma in condanna senza appello se il preteso tirannicidio ha luogo in un Paese democratico. Qui nessuna ideologia vale una vita umana. Se si vuole legalizzare l’aborto, lo strumento non è l’assassinio del Papa. Se si vuole lottare contro un partito, un potere, un’istituzione, basta convincere i concittadini: il loro voto realizzerà il progetto. Ecco perché, da magistrato, non mostrerei nessuna indulgenza per i brigatisti e simili. Anche se le loro azioni si inquadrano in un delirio simil-politico, il messaggio dello Stato deve essere che in democrazia il tirannicidio è assurdo e nella dittatura è estremamente pericoloso. In nessun caso - né in democrazia né in regime di dittatura - il tirannicida che ha fallito dovrà aspettarsi clemenza.
Le ragioni per essere scontenti della scarcerazione di Cesare Battisti sono chiare e innegabili. Le giustificazioni della sua impunità, prima della Francia e oggi del Brasile, hanno solo valore politico e giuridicamente esse sono assurde. All’autore della famosa “dottrina Mitterrand” (della quale il latitante Battisti ha beneficiato per decenni) non interessava l’applicazione della legge penale. Interessava posare a protettore delle libertà politiche, da campione della “gauche caviar”. E infatti la “dottrina” prevedeva che il latitante, pardon, l’esule, si astenesse da ogni attività illecita e violenta sul suolo francese. Il che corrispondeva a dire che Battisti e gli altri in Francia dovevano fare i buoni, mentre in Italia non avevano commesso reati ma avevano esercitato il diritto del tirannicida a lottare contro uno Stato opprimente e dittatoriale.
I francesi di questo atteggiamento non si sono sufficientemente vergognati sia perché tendenzialmente disprezzano l’Italia, sia perché gli intellettuali transalpini non hanno nulla da invidiare ai nostri, quanto a stupidità.
Uno spunto divertente l’ha fornito l’avvocato di Battisti, il quale ha accusato l'Italia di porre in atto “una vendetta assurda e tardiva”. Dell’aggettivo “assurda” gli lasciamo intera la responsabilità, ma quanto al tardiva, sarebbe opportuno ricordargli che se Battisti non ha scontato la sua pena a tempo debito, è perché è evaso. O è colpa dell’Italia anche la sua evasione?
Nella vicenda non si possono ignorare affliggenti lati di “sinistrismo internazionale”. Perfino con risvolti comici, per esempio quando il giudice Barbosa ha affermato che “secondo la costituzione brasiliana devono prevalere i diritti umani, che secondo i brasiliani sono a rischio in Italia”. Abbiamo sempre deprecato che da noi si usi l’aggettivo “sudamericano” come un insulto, ma che il Sudamerica venga a darci lezione di diritti umani può far sorridere.
La mentalità di sinistra di questo magistrato è del resto provata dalla sua malafede. Egli afferma infatti: “Non c'è niente in cui lo Stato straniero possa immischiarsi”. Dimenticando che l’Italia ha solo chiesto il rispetto di un trattato di estradizione: dunque si è solo permessa di richiedere il rispetto dei patti. Ma forse il diritto brasiliano è diverso dal nostro.
Quando c’è di mezzo la passione politica le pandette servono per incartare il pesce. Leggiamo infatti che “La Corte ha deciso che l'Italia non ha competenza per chiedere alla magistratura brasiliana di invalidare una decisione del capo dello Stato brasiliano”. Il quale dunque sarà infallibile come il Papa ex-cathedra.
Fra l’altro, se l’Italia non avesse quella competenza, come mai la Corte si sarebbe occupata del caso? E come mai essa entra nel merito, dandosi la pena di affermare (contro ogni evidenza) che Lula ha “rispettato il trattato di estradizione con l’Italia”? Se esso non vale per i pluriomicidi condannati all’ergastolo bisognerebbe farlo funzionare per chi  è colpevole di omicidio colposo?
C’è tuttavia la possibilità di trovare qualcosa di positivo, nella decisione del Supremo Tribunale Federale brasiliano. Leggiamo infatti che per i sei giudici pro-brigatisti la “decisione presa a suo tempo da Lula di mantenere Battisti in Brasile è questione di sovranità nazionale, quindi di competenza del potere esecutivo e non di quello giudiziario”.  Se la molla della decisione, invece di essere la passione politica, fosse veramente questa, ci sarebbe da levarsi il cappello. Significherebbe che c’è al mondo una magistratura che ha capito che un Paese – soprattutto in campo internazionale – non si governa con i codici in mano. Che ci sono motivi di Ragion di Stato, o di Realpolitik, su cui nessuno giudice modello Luigi De Magistris dovrebbe mai sognare di mettere becco. Che cioè – nella specie – Lula potrebbe avere avuto torto dal punto di vista giuridico ma potrebbe aver fatto bene gli interessi del Brasile. Dinanzi a questa motivazione, che finalmente riaffermerebbe al più alto livello la separazione fra la mentalità dell’azzeccagarbugli e le necessità dello Stato, saremmo disposti anche a sopportare l’idea di un Cesare Battisti a piede libero. Purtroppo non ci crediamo. In Brasile si è voluto assolvere il Presidente della Repubblica per dar corso alla propria passione politica di sinistra, come da noi ci si accanisce contro Berlusconi per la stessa passione politica. Di sinistra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
9 giugno 2011

POLITICA
13 ottobre 2010
GLI "OMICIDI MIRATI" E IL DIRITTO

In Europa un titolo di giornale come il seguente, “Germany seeks handover of Islamic militant” (1) non richiama l’attenzione: gli americani hanno catturato un terrorista islamico di nazionalità tedesca e i magistrati germanici ne richiedono l’estradizione. Il fatto getta tuttavia luce su un fenomeno che spesso si dimentica: il diritto non riguarda soltanto la patologia del vivere sociale, riguarda anche la sua fisiologia.
Se qualcuno restituisce velocemente un libro che gli è stato prestato, senza che il comodante gliel’abbia neppure richiesto o, peggio, senza che egli si sia rivolto al giudice, non è che il fatto non abbia significato: il comodato richiede la restituzione dell’oggetto e che ciò avvenga senza problemi non lo rende meno giuridico. Nello stesso modo, il diritto sanziona l’eccessivo fastidio che un condomino può dare ad un altro (problema delle “immissioni”), ma nella maggior parte dei casi i cittadini si astengono da simili comportamenti per un semplice sentimento del dovere civile.
Nel diritto internazionale, i rapporti fra gli Stati civili sono come i rapporti fra i vicini beneducati. Dal momento che un Paese rispetta la sovranità del proprio vicino, anche questi ne rispetterà la sovranità. Dal momento che il primo collabora con il secondo nella repressione della criminalità, anche il secondo lo farà col primo. Solo quando questo rapporto di civile convivenza si romperà, per una ragione o per un’altra, si passerà alla patologia dei rapporti interstatali. Una patologia che può sfociare nella guerra.
Il caso di cui parla l’articolo è classico. Gli americani arrestano un terrorista di nazionalità tedesca e, naturalmente, se risulterà colpevole in un processo, lo condanneranno. Le autorità tedesche non solo non difendono quel loro concittadino ma ne richiedono la consegna, per punirlo anche loro. Che cosa avverrebbe se invece un criminale tedesco commettesse dei delitti negli Stati Uniti, si rifugiasse in Germania e la Germania si rifiutasse di consegnarlo alle autorità americane? È ovvio che da quel momento i rapporti tra i due Paesi cambierebbero radicalmente.
In passato è avvenuto che dei terroristi palestinesi abbiano compiuto attentati con vittime innocenti in Israele e poi siano tornati nei Territori Occupati, senza essere minimamente disturbati dalle autorità locali. Il risultato è stato che alcuni di loro sono stati eliminati con gli “omicidi mirati”: un missile teleguidato che facesse saltare in aria la loro automobile, un telefonino esplosivo, un qualunque sistema che “retribuisse” il criminale per il male fatto. Naturalmente l’omicidio mirato è al di fuori delle regole della normale amministrazione della giustizia ma la domanda è: c’è alternativa?
Se nel condominio le immissioni sono eccessive - un cane che abbai continuamente, di giorno e di notte, sul balcone - c’è la possibilità di ricorrere al giudice e ogni altra difesa è inammissibile. Ma se non esiste un giudice e il vicino si rifiuta di porre rimedio al fatto, è giuridicamente comprensibile che si elimini il cane.
Gli “omicidi mirati” hanno scandalizzato alcuni giuristi sensibili, in Occidente, ma sono la conseguenza di uno Stato che solidarizza con i propri delinquenti. Né diversa è l’origine della guerra dell’Afghanistan: essa formalmente nacque dal rifiuto di consegnare il mullah Omar, fra gli autori della strage dell’11 settembre 2001.
Il rispetto dell’altrui territorio e delle altrui leggi non fa parte del diritto divino. È la conseguenza di una reciprocità di comportamenti virtuosi. Diversamente, cade ogni regola e ciascuno è autorizzato a farsi giustizia da sé. Come può.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
13 ottobre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta


(1) BERLIN -- German prosecutors said Monday they are seeking the handover of the Islamic militant whose disclosures under U.S. interrogation in Afghanistan helped trigger Europe's terror alert.
A request for the transfer of the 36-year-old German of Afghan descent has been filed to the relevant U.S. authorities with a view to prosecuting him in Germany, a spokesman for the federal prosecutor's office said. He spoke on condition of anonymity in line with department policy.
Germany accuses Ahmad Wali Siddiqui, who was arrested by the U.S. military in July in Afghanistan, of membership in a foreign terrorist organization - the Islamic Movement of Uzbekistan. Germany issued an arrest warrant for him in April, the spokesman said.
The 36-year-old Siddiqui is believed to have been part of the Hamburg militant scene that also included key Sept. 11, 2001, plotters. German officials have said he left Germany in March 2009 to seek paramilitary training in Pakistan's lawless border region.
Siddiqui is an old friend of Mounir el Motassadeq, who was convicted in Germany in connection with Sept. 11, and frequented the same mosque where the Hamburg-based plotters often met, German officials said last week.
Richard Holbrooke, the U.S. special representative for Pakistan and Afghanistan, said in Berlin on Monday that German officials had access to the man in U.S. custody and that the two nations were in contact to evaluate the request for his handover.
Hamburg security officials in August shuttered the Taiba mosque, known until two years ago as al-Quds, because of fears it was becoming a magnet for homegrown extremists.
U.S. officials say Siddiqui provided details on alleged al-Qaida-linked plots against Europe that prompted Washington to issue a travel alert earlier this month. Other countries issued similar warnings.
Holbrooke said the intelligence "completely justified alerting the public in Europe and the United States to be cautious, without being paranoid."
Authorities say Siddiqui left Germany along with 10 other extremists to seek paramilitary training, joining dozens of other European militants close to the Afghan border.
"They think it will be romantic to go there and fight the jihad against the Americans and the NATO forces," Holbrooke said. But in fact they are being misled and victims of the radicals' propaganda, he said.
Germany's Federal Criminal Police Office has said there are indications that some 220 people have traveled from Germany to Pakistan and Afghanistan for paramilitary training, and "concrete evidence" that 70 of those had done so. About a third of them are thought to have returned to Germany.
Pakistani intelligence officials have said they believe between 15 and 40 Germans are in the border area - a lawless region where many top al-Qaida Arab leaders are believed to be hiding, including Osama bin Laden and his Egyptian deputy, Ayman al-Zawahri.
The head of Germany's police union, Konrad Freiberg, warned Monday that recent reports about increased extremist movements to paramilitary training camps in Pakistan and back to Germany "do not bode well."
Authorities assume that a core group of 131 Islamic extremists in Germany is capable of contemplating "politically motivated crimes with considerable impact," German news agency DAPD quoted him as saying.

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