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POLITICA
13 febbraio 2011
IL SIGNIFICATO DELLA RIVOLTA
È innegabile che in questi mesi c’è stato un contagioso vento di rivoluzione nei Paesi arabi. Non solo in Tunisia, Algeria ed Egitto, ma persino in Giordania e in Yemen. Che cosa vogliono, i manifestanti? Pane e libertà. E in primo luogo l’eliminazione dell’uomo che rappresenta il potere.
Una ventata di rivoluzioni fa inevitabilmente pensare al 1848. Ma i nostri avi non chiedevano qualcosa di vago, come il pane: chiedevano l’applicazione dei principi della Rivoluzione Francese, la modernizzazione del Paese, una maggiore libertà che facesse rivivere e trionfare quella spinta che si era creduto di annullare con la Restaurazione. La monarchia sì, ma costituzionale; e la fine di un mondo bigotto e conservatore. In poche parole, i rivoluzionari del Quarantotto avevano idee politiche. Anche se molte delle “rivoluzioni” non approdarono a gran che, certamente in quell’anno la storia subì una drammatica accelerazione. Del resto, proprio allora fu pubblicato il Manifesto di Marx.
Nei Paesi arabi tutto questo non è possibile. Da un lato la mentalità islamica spinge a subire il dominio di un oppressore, dall’altro il livello culturale è estremamente basso: in un anno si traducono più libri in greco che in tutti i paesi islamici riuniti. Come dire che un piccolo popolo che noi consideriamo uno dei fanalini di coda dell’Europa, legge quanto tutte quelle moltitudini messe insieme. Non è un caso se l’unica democrazia reale del Bacino del Mediterraneo sia Israele.
Nella rivolta egiziana quali sono state le richieste della folla? In primo luogo che Mubarak se ne andasse. Uno degli slogan era: “Go out. Just do it”. “Vattene. E basta”. E questo non è che sia molto intelligente. Perché se il quasi dittatore avesse fatto cose sbagliate, proprio quelle cose dovevano essergli rimproverate. Diversamente, chi garantisce agli egiziani che il nuovo uomo forte che dovesse emergere si comporterà diversamente?
Si è forse chiesto un maggiore spazio per gli integralisti musulmani? Neppure questo. Non solo dicono che la Fratellanza Musulmana sia in perdita di velocità, ma gli stessi esponenti del movimento hanno teso a presentarsi come moderati, come un semplice partito politico guidato da dirigenti in giacca e cravatta, senza barba o al massimo con barbette europee. Probabilmente perché sapevano che la grande massa del popolo li guarda con sospetto e una loro eccessiva visibilità avrebbe danneggiato la rivolta.
Poi i rivoltosi, al Cairo come a Tunisi, hanno chiesto “pane”. Se con questo si chiedeva un miglioramento dell’economia in genere, si chiedeva la Luna. In troppi Paesi del mondo (anche in Italia) si crede che il governo possa migliorare la situazione produttiva mentre è vero che può modificarla, ma solo in peggio. La prova l’ha data l’Unione Sovietica: lì lo Stato aveva in mano tutta l’economia. La ricchezza di un Paese nasce dalla sua libertà e dall’industriosità dei suoi cittadini. È ricco un Paese privo di tutto come l’Olanda, che deve addirittura rubare il suo stesso territorio al mare, mentre è povero un Paese che ha tutte le migliori risorse come il Congo.
Se invece si parlava effettivamente del prodotto della panificazione, è noto che questo cibo - salvo che nelle carceri e nelle caserme - non è mai distribuito dallo Stato. Dunque se uno Stato volesse tenere ad un determinato livello il prezzo di questa derrata, potrebbe farlo soltanto dando sussidi ai produttori e imponendo maggiori tasse sulla popolazione. In fin dei conti pagherebbe sempre il consumatore. L’unico sistema per far sì che il prezzo del pane sia basso è quello di produrlo a basso costo, con un’agricoltura meccanizzata ed estensiva come avviene negli Stati Uniti. Ma in Egitto questo non è possibile. A parte l’arretratezza tecnologica del Paese, mancano letteralmente i campi da coltivare. L’Egitto, ha detto Erodoto, è un “dono del Nilo”, nel senso che si può vivere lungo le sponde di quel grande fiume ma il resto è deserto. Dunque il grano è in larga misura importato al prezzo delle commodities quotate in Borsa, e in parte (forse) regalato dagli Stati Uniti. Gli egiziani non dovrebbero stupirsi del prezzo del pane ma della sua esistenza nei negozi.
La vera tragedia delle nazioni musulmane del Bacino del Mediterraneo è una straripante sovrappopolazione, rispetto alle risorse del territorio. Nascono troppi bambini. Troppi giovani sono disoccupati. Troppe famiglie sono disperate. E a tutto ciò non porrà rimedio l’allontanamento di un uomo.
Le folle islamiche non si sono rivoltate per ottenere qualcosa. Del resto non sapevano nemmeno che cosa avrebbero dovuto chiedere. Si sono rivoltate contro una situazione economicamente difficile. Chiedere pane corrisponde a dire “siamo infelici”. Ma la rivolta li renderà felici?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 febbraio 2011


POLITICA
12 febbraio 2011
MUBARAK SI È DIMESSO: E CON QUESTO?
Mubarak si è dimesso. Esulta la folla egiziana, esulta il Presidente Obama e si festeggia dovunque: nelle cancellerie occidentali, nei talk show, nelle redazioni dei giornali. Non ci si accorge che è un atteggiamento infantile. Solo i bambini credono che sia personalmente quel vigile urbano che gli impedisce di giocare. Solo loro credono che, se lo eliminassero, poi potrebbero giocare a volontà. Gli adulti sanno che la sorte dei Paesi non dipende tanto dai singoli individui quanto dalla società stessa.
Questo errore è quotidianamente commesso anche in Italia. Qui in tanti credono che tutto dipenda da Silvio Berlusconi. Se non ci fosse lui, pensano, la sinistra vincerebbe le elezioni indefinite volte. In realtà, nel 1994 il Cavaliere ha solo capito che gli italiani voterebbero per chiunque sia contro la sinistra, semplicemente perché essa normalmente è minoritaria nel Paese. Ed è quest’ultimo dato, che bisognerebbe modificare.
Gli egiziani hanno concentrato sul nome di Mubarak il loro scontento. Hanno parlato di insufficiente democrazia, di prezzo del pane e non si sa bene di che altro: gli slogan erano soprattutto diretti contro il rais. Ma i problemi fondamentali di quella nazione sono altri. In primo luogo, essa non è in grado di nutrire i suoi abitanti: dunque le importazioni di derrate e gli aiuti sono una parte essenziale della sua economia. E questo non lo modificheranno certo le dimissioni di Mubarak. È vero che una buona parte degli aiuti degli Stati Uniti è costituita da armi, ma è anche vero che, se quelle armi non gliele fornisse Washington, l’Egitto dovrebbe pagarle. E per giunta le esportazioni del Paese sono poca cosa.
Altro elemento essenziale dell’economia è la pace con Israele. La retorica islamista è cattiva consigliera. L’esercito non è più nelle condizioni disastrose dei tempi di Nasser ma in una guerra perderebbe molti più uomini degli israeliani. Inoltre non potrebbe comunque eliminare uno Stato che dispone di armi nucleari: una sola bomba potrebbe uccidere tutti gli abitanti del Cairo.
Si chiede una perfetta democrazia e si dimentica che essa non è il risultato di una sommossa di piazza ma di uno sviluppo di civiltà. Nei Paesi profondamente corrotti si preferisce sempre favorire l’amico che obbedire alla legge. Mubarak ha imposto lo stato d’emergenza per un trentennio ma lo stesso si è sempre votato, magari con qualche irregolarità: e forse non si può ottenere di più.
In Egitto, come in tutti i Paesi musulmani, l’avversario dello Stato è l’integralismo musulmano. Se è vero che, fra le nazioni del Vicino Oriente, questa è la più colta e la più progredita, e se è vero che in una certa misura la sua società è laica, è anche vero che esiste un’organizzazione - la Fratellanza Musulmana - che rappresenta un pericolo. Anche se oggi i suoi esponenti vestono in giacca e cravatta, si sa che sono idealmente collegati all’integralismo, a Hamas  e forse ad Al Qaeda.
L’integralismo musulmano è totalmente contrario alla democrazia perché per esso il sovrano non è il popolo: è la parola del Profeta. La teocrazia è l’unica forma di governo non blasfema. L’unica legge è la sharia. I militari sanno dunque che un’eventuale prevalenza della Brotherhood nelle elezioni andrebbe contrastata con la forza. Non diversamente da quanto è avvenuto in Algeria. La democrazia egiziana, se vuole sopravvivere, ha un limite: si può votare per chiunque ma non per i fanatici musulmani. O almeno si può votare per loro solo finché non rappresentano un pericolo.
Il disastro di un’affermazione della Fratellanza - a parte i riflessi internazionali - non sarebbe frenato dalle sofferenze degli egiziani. Gli integralisti sono indifferenti al bene del popolo. Se dunque cessassero gli aiuti, se si inaridisse il turismo, se i poveri fossero molto più poveri di prima, la cosa non li commuoverebbe: il problema è salvare le anime della gente, non farla stare meglio sulla Terra.
Oggi sappiamo soltanto che Mubarak si è dimesso e la sorte di rais ci interessa ben poco: ma se i militari saranno in grado di contrastare con la forza tendenze distruttive per la nazione potremo dire che, dopo tanto strepito, non sarà successo nulla.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 febbraio 2011

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