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POLITICA
26 febbraio 2012
NOTE IN MARGINE AL PROSCIOGLIMENTO DI BERLUSCONI
Ieri si è concluso per prescrizione il processo Berlusconi-Mills, e sulla base dei commenti si sperava di poter farsi un’idea, se non dal punto di vista giudiziario, almeno da quello politico. Purtroppo oggi non ci sono le Rassegne Stampa della Camera dei Deputati e del Governo, ma il clima tuttavia lo forniscono sufficientemente alcuni titoli e un articolo di Repubblica.
Su questo quotidiano Massimo Giannini dimostra di non avere conoscenze in diritto penale. Scrive infatti che la prescrizione “ha permesso all'ex presidente del Consiglio di sottrarsi al suo giudice naturale”. Dunque egli ignora che il giudice “naturale” è quello la cui competenza è prestabilita dal codice. Se non avesse voluto fare cattiva figura, bastava si limitasse a scrivere “al suo giudice”, senza “naturale”. Diversamente è come se sostenesse che Berlusconi, il cui giudice naturale era a Catanzaro o a Lecce, è stato giudicato da un collegio incompetente, quello di Milano.
Egli scrive poi: “Come la sentenza della Corte di Cassazione ha già certificato nell'aprile 2010, confermando sul punto le due precedenti pronunce di primo e secondo grado, è scritto nero su bianco: Berlusconi fu il ‘corruttore’ dell'avvocato inglese, che ricevette 600 mila dollari per testimoniare il falso”. Una serie di stupidaggini. Se la sentenza riguarda l’applicazione della prescrizione a Mills, scrivendo quelle cose, la Cassazione si è comportata in modo scorretto. Applicando la prescrizione il giudice ha un’unica alternativa: se è certo dell’innocenza dell’imputato, lo assolve nel merito. Se invece è incerto riguardo alla sua colpevolezza o alla sua innocenza, applica la prescrizione. Si ripete, non se è certo della sua colpevolezza, solo se non è certo della sua innocenza. Non può certo affermare né la colpevolezza dell’imputato, né, a più forte ragione, quella di un terzo. Dovrà magari occuparsi del fatto, ma solo per stabilire il momento da cui decorre la prescrizione. Una sentenza di proscioglimento per prescrizione non può essere utilizzata per dichiarare (moralmente) colpevole l’imputato, se non da incompetenti faziosi. 
Ma di tutte queste cose non sembra sapere molto, Giannini. Inesatto è pure che Mills abbia testimoniato il falso. Tutte le persone informate della vicenda – di cui il nostro giornalista non fa parte – sanno che Mills ha cercato di proteggere Berlusconi schivando o aggirando certe domande, ma nessuno l’ha mai accusato di falso. Reticenza non è uguale a falsità
Inoltre, ma questo va detto di passaggio, non è vero che esista la prova di quel versamento. Giannini ha dimenticato che Gabriella Chersicla, consulente della Procura di Milano e del Pm Fabio de Pasquale, ha dichiarato – non nero su bianco, ma con voce audibile per orecchie sturate - che di quel versamento che avrebbe dovuto inchiodare Berlusconi non esiste traccia nelle carte contabili, da lei esaminate. E questo l’ha riconosciuto persino Peter Gomez, il socio di Travaglio. Un berlusconiano?  
Lo stravolgimento della natura della prescrizione si nota anche nelle parole di Di Pietro, che in un sottotitolo del Sole24Ore ha dichiarato: “I giudici non l’hanno assolto perché, evidentemente, il fatto l‘ha commesso”. Lui il codice deve averlo intravisto, ma anni di politica gliel’hanno fatto dimenticare.
Bersani invece fa solo tenerezza (titolo del Corriere): “Assoluzione? Rinunci alla prescrizione”. Bersani, come si sa, è laureato in filosofia. E si vede. 
 Mills – in viva voce e in italiano – si dichiara contento per Berlusconi. Quando gli viene rinfacciato che comunque lui è stato condannato in primo e in secondo grado (dimenticando il proscioglimento finale per prescrizione) nega la propria responsabilità e definisce la propria condanna ingiusta “soprattutto perché si trattava di aver fatto un accordo in ’99 di essere corrotto in ’97. Quindi era completamente illogico, il tutto”. Come si sa, gli inglesi sono pragmatici. Cioè quasi stupidi.
In un articolo di Ferrarella, sul “Corriere” (secondo quanto udito nella rassegna stampa di Radioradicale) il Pm De Pasquale, tempo fa, avrebbe dichiarato che: “Sarebbe un disastro se questo processo si dovesse concludere senza una sentenza”. Parole interessantissime. 
Considerando i tempi normali della giustizia italiana, l’unico dubbio che abbia mai riguardato Silvio Berlusconi, riguardo a questo processo, non è stato se si sarebbe mai potuti arrivare ad una sentenza definitiva, cioè di Cassazione, ma se si sarebbe mai potuti arrivare ad una sentenza di primo grado. E i fatti hanno dimostrato che non c’era tempo sufficiente neppure per essa. E allora si può chiedere: che differenza fa, per l’amministrazione della giustizia, che un imputato sia prosciolto per prescrizione in istruttoria, dopo la prima o la seconda sentenza? Nessuna, ovviamente. E se è arcisicuro che alla condanna definitiva non si arriverà mai, non sarebbe più utile che i magistrati si affrettassero a perseguire altri reati, più gravi e più recenti?
Se si considera un disastro il non pervenire alla condanna in primo grado – una condanna che si sa comunque destinata ad essere trasformata in proscioglimento in secondo grado – è dunque perché si tiene alla condanna in primo grado in sé e per sé: cioè per motivi politici. Né altra spiegazione si è stati tentati di dare al rifiuto di tanti testi a difesa. La differenza che non esiste in diritto, come si diceva, esiste eccome in politica. Intanto facciamo scrivere su Repubblica che Berlusconi è un corruttore, con tanto di bollo del Tribunale, poi si faccia pure prosciogliere per prescrizione. 
Ecco a che servono i soldi dei contribuenti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
26 febbraio 2012


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13 gennaio 2012
PORCELLUM: E ORA CHE COSA AVVERRA'?

Lo studente di legge che si accosta allo studio del diritto costituzionale affronta con fastidio il capitolo dei sistemi elettorali. La materia è complicata. Mentre gli scopi sono chiari – un Parlamento che corrisponda alla volontà degli elettori e permetta la stabilità governativa – i metodi per arrivarci sono molti, diversi e contraddittori, tanto che alla fine si arriva alla domanda inevitabile: “Ma possibile che non si sia trovato un sistema che risponda a tutti questi scopi e faccia cessare la discussione?” Purtroppo quel sistema non si è trovato e forse non si troverà mai.

La legge elettorale è una coperta troppo corta che non può coprire tutte le richieste. La maggior parte della gente non conosce questo elementare principio e protesta contro le varie leggi come se i parlamentari avessero sbagliato per qualche interesse partigiano e malvagio, mentre potevano votare “la legge perfetta”. Non sanno che la “legge perfetta” non esiste: ignorano in particolare che il tira e molla fra governabilità (che richiede il premio di maggioranza) e rappresentatività (che richiede il proporzionale più o meno puro) non cesserà mai e lascerà sempre scontento qualcuno. Il premio di maggioranza sembra una violenza sui più deboli ma se si rinunzia alla governabilità si ottiene quel disprezzo generale di cui fu oggetto la Quatrième République, fino all’avvento di De Gaulle. Per non parlare dell’Italia con i suoi governi che duravano in media undici mesi.

La legge non può che essere imperfetta e i partiti ne ricavano l’autorizzazione a tirare l’acqua al proprio mulino. Si appellano ai grandi principi ma hanno presente solo il loro interesse.

Il caso dell’Italia dei Valori è esemplare, in questo campo. Col Porcellum, se alle prossime elezioni l’Idv non fosse accettata dal Pd nella coalizione – cosa non impossibile, dopo il comportamento di Di Pietro in questi quattro anni – ci sarebbe il rischio che l’elettorato per dare un “voto utile” riversi i propri consensi sul Pd. E se l’Idv non raggiungesse il 4% farebbe la fine di Rifondazione Comunista. Ecco perché lo sbarramento del 4% e il premio di maggioranza - caratteristiche del Porcellum che tolgono al Pd la necessità di avere la compagnia dei piccoli partiti – sono viste da Di Pietro come il fumo negli occhi. Esse infatti, mentre favoriscono la governabilità, spianano la strada ai grandi partiti i quali possono vincere da soli o con la coalizione da loro scelta. Ciò spiega al passaggio perché, al contrario di ciò che dicono in pubblico, Pd e Pdl hanno tutto l’interesse a mantenere l’attuale legge. Lo stesso Berlusconi l’ha del resto confessato, con la sua abituale, improvvida franchezza, quando ha detto che la legge “non è poi così male”.

Qualche mese fa Di Pietro, che se non è un pozzo di scienza è certo un uomo estremamente furbo, si è detto: “Dal momento che tutti stramaledicono pubblicamente il Porcellum, se promuovo un referendum chi potrà andarmi contro?” E infatti ecco raccolte oltre un milione di firme. Poi è inciampato nella prevedibile giurisprudenza della Corte Costituzionale e ha dato in escandescenze: ha esagerato ma è umanamente comprensibile. Mentre l’Udc ha una lunga tradizione che le permette, volendo, di associarsi sia al Pdl sia al Pd, l’Idv ha disperatamente cercato di incrementare i propri consensi facendo una concorrenza da sinistra, anche sporca, al Pd, e proprio da esso domani potrebbe essere lasciata fuori all’addiaccio. Né potrebbe proporsi come alleata al Pdl. Come c’è scritto sui pali della luce: “Pericolo di morte”. E chi è in pericolo di morte a volte bestemmia, non solo contro il Quirinale.

La bocciatura del referendum non prelude ad un facile accordo fra i partiti sulla nuova legge elettorale. La condanna del Porcellum rimane rituale, per fare contenta la gente, ma per il resto si è in alto mare. Si potrebbero ripristinare le preferenze – questo non costa molto – ma lo sbarramento e il premio di maggioranza convengono troppo ai grandi partiti. Dunque c’è di che essere pessimisti, se si odia il Porcellum. E di che essere ottimisti, se si pensa che, con tutti i suoi difetti, il Porcellum è una buona legge. L’unico neo è che non ha esattamente lo stesso sistema per Camera e Senato: ché, se così fosse, salvo le iniziative di un qualunque Gianfranco Fini o di un dinamitardo pazzo, tutte le legislature durerebbero pacificamente cinque anni. E non sarebbe un male.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 gennaio 2012


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25 giugno 2011
GLI ANIMALI POLITICI PREVEDONO I TERREMOTI (Di Pietro cambia politica)

Sul “Corriere della Sera” è apparsa un’intervista di Antonio Di Pietro (1) per molti versi stupefacente ed anzi tale che potrebbe preludere a un cambiamento della scena politica. È il caso di leggerla attentamente.

Il leader dell’Idv non è un uomo particolarmente colto o simpatico, ha un eloquio degno di quel padre contadino di cui si vanta e una rozzezza di fondo che idealmente ne fa un fratello di Umberto Bossi. Tuttavia condivide proprio col senatùr un fiuto politico fuori dell’ordinario. Se dunque, come si vede in quel testo, cambia stile e atteggiamento, è segno che il suo interesse gli indica una strada nuova. Ma quale?

Tutto parte dalla scena vista in Parlamento. Berlusconi, al passaggio, si ferma, si siede e confabula con lui. Tutti si sono chiesti che cosa si siano detti e come mai si sia avuto questo dialogo. Di Pietro sostiene di non aver programmato l’incontro e nel momento in cui la sua base lo attacca per avere parlato col “nemico”, protesta virtuosamente: “Cosa avrei dovuto fare? Menarlo? Morderlo? Strappargli i capelli finti? Il presidente del Consiglio ti avvicina, in Parlamento non in un sottoscala, e tu come reagisci? Lo ascolti”. Verosimile. Ma inverosimile che il Presidente del Consiglio vada a parlare con uno che contempla l’alternativa di menarlo, morderlo o strappargli i capelli e soprattutto dopo aver detto dell’ex pm: “È un uomo che mi fa orrore”.

O la scena è stata concordata oppure ci si dovrebbe spiegare come mai il Cavaliere sapesse che avrebbe trovato un Di Pietro pronto al dialogo. Uno che nella successiva intervista avrebbe detto che il Primo Ministro è un uomo solo, che occasionalmente merita solidarietà, che ha certo delle colpe ma le maggiori malefatte le hanno commesse quelli che gli stanno intorno, e il resto. Il mistero rimane.

Passiamo ad alcune citazioni.

…Bersani e Casini dicevano che ero troppo antiberlusconiano, e così facendo aiutavo Berlusconi. L’hanno ripetuto anche quando mi sono inventato i referendum. Ora che 27 milioni di italiani hanno detto no a Berlusconi, loro hanno preso coraggio. Io cerco di essere anche stavolta un passo avanti… la mia nuova linea politica… Berlusconi oggi è una persona sostanzialmente sola… I miei sentimenti sono di humana pietas per lui. E di rabbia per i cortigiani che di lui si approfittano, che ci mangiano, che umiliano ancora di più le istituzioni, coprendosi dietro la sua faccia… Non sono un uomo di sinistra… in Europa i miei parlamentari siedono a destra dei socialisti. Con i liberaldemocratici…

Tutte queste affermazioni, significative e convergenti, fanno pensare che Di Pietro sia convinto che l’antiberlusconismo sia in un vicolo cieco e non farà certo cadere il governo. Non che lui dimentichi di esserne stato il portabandiera, di avere di fatto obbligato il Pd a seguirlo, ma proprio ora che tutto l’esercito combatte questa battaglia, si rende conto che essa è perdente: ed ecco lascia il comando e sceglie un’altra via. Se bisogna pensare al 2013, si deve costruire un’altra alternativa: e proprio lui che ha indotto Bersani a divenire un vice-Di Pietro, un vice-campione dell’antiberlusconismo, proprio in quanto tale lo dichiara non all’altezza di guidare quell’alternativa.

L’ex pm sembra un campione di dribbling. È riuscito a mandare a vuoto il Pd scartando a sinistra, e quando il partito si è spostato a sinistra per contrarlo, si è spostato a destra per avere via libera. Da un lato, a forza di estremismo verbale, ha spinto i democratici nelle braccia dell’estrema sinistra, dall’altro, rendendosi conto che con l’estrema sinistra non si vince, ecco che si dichiara “non di sinistra”. È fiero del padre democristiano. È per il bipolarismo, ma per un bipolarismo in cui il polo di sinistra sia sufficientemente moderato e guidato da lui. Lui è a destra di Bersani e della Bindi e figurarsi di Vendola. Per non parlare degli altri scalmanati di Sel. Questa sinistra, a suo parere, è incapace di governare e farebbe scappare gli elettori moderati. L’unica speranza, contro Berlusconi o contro chi ne sarà l’erede, è una opposizione ragionevole, persino pronta a votare le riforme di Berlusconi, se appena accettabili. Lo dice espressamente nell’intervista.

Se tutte queste siano fantasie o seri progetti, lo dirà il tempo. I politici sono impegnati dalle parole che hanno detto solo per il tempo che l’inchiostro dei giornali mette ad asciugarsi. Di Pietro è comunque da tenere d’occhio. Non sarà vero che cani e galline sentano in anticipo i terremoti, ma a certi personaggi come lui e Bossi bisogna sempre prestare attenzione: gli altri sono capaci di scrivere trattati di politica, loro sono capaci di farla.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

 (1)http://www.corriere.it/politica/11_giugno_24/berlusconi-un-uomo-solo-io-lo-sfido-sulle-riforme-aldo-cazzullo_73ac9baa-9e28-11e0-b150-aadf3d02a302.shtml

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politica interna
13 maggio 2011
PERCHÉ BEPPE GRILLO NON È UN CRETINO
Beppe Grillo non merita abbastanza stima perché si stia ad esaminare il suo comportamento, il suo linguaggio e la sua azione politica. Pierluigi Battista (1)  gli rende troppo onore, quando stigmatizza con molta ironia gli insulti che il comico distribuisce a pioggia, a Vendola, a Berlusconi, a Prodi, a Napolitano, a Pisapia e perfino alla Montalcini: ha il coraggio di chiamare “puttana” un’ultracentenaria.
Se Beppe Grillo si comporta in quel modo ed ha successo, non serve condannarlo: bisogna cercare la spiegazione del fenomeno. Magari partendo da qualche lustro fa.
In Italia il crollo del comunismo è pressoché coinciso con l’inizio del berlusconismo. Purtroppo, lo scontro fra un post-comunismo che si credeva vincente e un berlusconismo che pareva un passeggero fenomeno da baraccone, si risolse immediatamente con la vittoria di quest’ultimo e gli eredi del Pci non seppero spiegarsela. Anzi, non seppero darsi pace e concepirono un tale implacabile odio per il disturbatore da dimenticare che non si vince solo dicendo che l’avversario è brutto, sporco e cattivo: bisogna anche condurre una battaglia propositiva. Per anni hanno creduto che bastasse chiamare partito di plastica il partito che li batteva, senza capire che così dimostravano che la vera plastica è migliore del falso acciaio.
Il risultato è stato una straordinaria polarizzazione personale. Da un lato Berlusconi e dall’altro quelli che lo odiano, che vorrebbero abbatterlo con qualunque mezzo e con l’aiuto di chiunque: dai magistrati al Presidente della Repubblica, dalla stampa alla Corte Costituzionale, dalla Chiesa ai giornali stranieri. Se il diavolo dice male di Berlusconi, viene accolto come un fratello. Anche se è un notorio leader di destra, un “ex-fascista”, come direbbero loro. E dimenticando nel frattempo gli elettori.
I furbi (i contadini lo sono) hanno subito capito che la gara era a chi è più antiberlusconiano. Tu dici che Silvio è scorretto? Io dico che è un pericolo per la democrazia. Tu dici che è immorale? Io dico che è la vergogna del mondo. Antonio Di Pietro ha fatto un’eccellente concorrenza al Pd non con idee migliori ma con un estremismo più feroce e insulti più cocenti. Al punto da farsi rimproverare in Parlamento dall’ “alleato oggettivo” Gianfranco Fini.
Ma anche lui ha fatto male i suoi calcoli. Ha creduto che la sua antologia di contumelie fosse imbattibile e in realtà, come diceva Nenni, c’è sempre un più puro che ti epura. Per quanto si possa credere di essere arrivati all’ultima Thule, c’è qualcuno capace di andare un po’ più lontano. È come nell’asta: basta dire “più uno”. Il metodo ha fatto scuola e il risultato è Beppe Grillo.
Questo comico non viene dalla Luna. Ha capito che doveva dire le cose che dice Di Pietro, ma con maggiore violenza. Per lui è divenuta una colpa persino non essere giovani. È contro tutto e contro tutti, in base al principio che la situazione è sbagliata e bisogna ricominciare a ricostruire la società dalle basi. Magari con la non ricandidabilità di chi ha già fatto politica. Come dire che ad ogni Grand Prix ci vogliono piloti nuovi.
Naturalmente sono discorsi fantasiosi. La società è com’è. Non è che gli uomini, una volta che hanno votato per Grillo, divengono per miracolo altruisti e incorruttibili. Natura non facit saltus. Ma in realtà questi demagoghi non sono interessati al modo in cui si governa il Paese. Più furbi dei dirigenti del Pd hanno capito che con questo sistema non si va al potere e che, se si è condannati all’opposizione, in essa ha più successo chi è più apocalittico. Per questo a Grillo non interessa il fatto che la sua azione danneggi la sinistra.
Il Pd non rappresenta un’opposizione credibile ed è triste vederlo inseguire i demagoghi. Non è: “con questi dirigenti non vinceremo mai”, come gridava Nanni Moretti; è: “con questi metodi non vinceremo mai”. E qualcuno, a sinistra, queste cose le dice. Ma nel Pd continuano a giocare a chi è più duro:  personaggi come la seriosa Finocchiaro e l’acida Bindi, il greve Bersani e il velenoso Franceschini.
Neanche chi adora Berlusconi può essere contento di questa opposizione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
13 maggio 2011

(1)http://video.corriere.it/grillo-insulta-vendola/4bddede4-7d4a-11e0-9624-242b96a6d52e

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SCIENZA
17 marzo 2011
IL NUCLEARE IN ITALIA
Ci sono argomenti su cui l’uomo della strada non sa che opinione avere: si tratta infatti di problemi scientifici per i quali non ha una qualificazione. Per giunta i “competenti” non sono d’accordo fra loro.  Magari nove la pensano in un modo e uno, eretico, la pensa in modo opposto: ma dal momento che al talk show sono invitati in due, sembra che ci siano due opinioni più o meno equivalenti.
E tuttavia c’è un modo per districarsi, in questa foresta di dubbi: almeno nei casi in cui si dispone della “riprova obiettiva”.
Prendiamo l’omeopatia. Se se ne discute in televisione, c’è il medico omeopata che difende a spada tratta la sua pratica sanitaria e il medico classico per il quale l’omeopatia è una presa in giro. Di chi fidarsi? Semplicemente del fatto che l’omeopatia non fa parte della medicina ufficiale. Se si osservasse che chi mangia ravanelli conditi con molto aceto in capo a tre settimane guarisce dal cancro alla prostata, gli oncologi prescriverebbero ravanelli con molto aceto e la cura con i ravanelli entrerebbe nella farmacopea. I medici ammetterebbero: “Non sappiamo perché funziona ma funziona”. Il cancro alla prostata diverrebbe fastidioso come un raffreddore. Non è un paradosso. Nel corso dei secoli si sono usate piante medicinali - per esempio la digitale e la belladonna - senza avere la più pallida idea del meccanismo biochimico con cui operavano. Se l’omeopatia funzionasse, sarebbe accolta a braccia aperte dalla medicina ufficiale. Invece i suoi eventuali benefici sono dovuti all’effetto placebo, che non supera il controllo cosiddetto “a doppio cieco”. Checché se ne dica in televisione.
Un secondo esempio. C’è chi dice che la marijuana non è più pericolosa del tabacco. Forse lo è anche meno. E c’è chi dice che la fine del proibizionismo debellerebbe il traffico degli stupefacenti, con tutti i delitti che comporta. Del resto, chi si vuole drogare, si droga già oggi. Ragionamenti validi? Può darsi. Ma chi non è addentro al problema dispone anche qui della “riprova obiettiva”. Se tutti i governi del mondo sono proibizionisti, se perfino quelli che per qualche tempo sono stati molto tolleranti, come l’Olanda, hanno fatto marcia indietro, non è più semplice pensare che i proibizionisti abbiano ragione? Possibile che abbia ragione solo questo signore che in televisione vuole liberalizzare l’eroina e abbiano torto tutti gli scienziati e tutti i governi? Non saremo tossicologi ma, a lume di naso, meglio fidarsi di chi è responsabile della collettività.
Infine gli ogm e il nucleare. Per gli ogm, molti vorrebbero bandirli “perché un giorno si potrebbe venire a sapere che sono nocivi”. Come per esempio si è saputo per l’amianto. Dimenticando che, con questo ragionamento, dal momento che “tutto” potrebbe rivelarsi nocivo, bisognerebbe fare a meno di tutto. Della plastica, del pepe, del gas per cucinare, delle pile del telecomando, per non parlare dello stesso telecomando che sicuramente è una sorta di raggio della morte, se è capace di accendere e spegnere il televisore.
Il principio di precauzione è una baggianata. Invita a privarsi di ciò che “potrebbe far male” e non si occupa di qualcosa che a volte uccide: stiamo parlando dell’automobile. Perché le persone prudentissime non vanno sempre a piedi? Non ci si preoccupa dei rischi certi, come l’alcool o l’uso dei coltelli, e ci si preoccupa degli organismi geneticamente modificati, dimenticando che sono ogm anche il grano che crediamo “naturale” e perfino il barboncino e il sanbernardo, modificazioni genetiche (per via di selezione) del cane originario.
Per le centrali nucleari si pretende un “rischio zero” che nessuno può assicurare: le case possono crollare, le operazioni chirurgiche si possono concludere con un decesso, un viaggio in treno può anche essere un viaggio verso il cimitero. Il rischio zero non esiste. Inoltre il nucleare è stato adottato in tutto il mondo (in Europa abbiamo 143 centrali) e l’Italia, che pure non beneficia di questa fonte di energia, è sottoposta ai suoi eventuali rischi. Se ci fosse un incidente, non solo la nube tossica arriverebbe anche da noi, ma avvelenerebbe più noi che i savoiardi: infatti i venti prevalenti, da ovest, spingerebbero la radioattività verso l’Italia.
La riprova obiettiva non lascia dubbi. Se hanno optato per il nucleare tanti Paesi, persino la linda Svizzera, persino la Russia che ha sofferto di Chernobyl, perfino il Giappone che ha subito due bombardamenti atomici, è segno che, anche se bisogna occuparsi della sicurezza, gli anatemi pregiudiziali sono fuor di luogo. Inoltre, se Antonio Di Pietro è risolutamente contro, è chiaro che bisogna essere a favore.



Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 marzo 2011


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POLITICA
26 febbraio 2011
GLI EPITETI DELLA SINISTRA
In “La Guerre de Troie n’aura pas lieu”, una delle opere teatrali più divertenti e profetiche degli Anni Trenta, Jean Giraudoux introduce una scena spassosa. L’anziana Ecuba insegna che, in battaglia, bisogna vincere sul nemico anche con gli “epiteti”. Per questo chiede di suggerire insulti particolarmente irritanti e ognuno dice la sua. Alla fine la nipotina gliene rivolge uno che fa reagire la vecchia: “Vuoi uno schiaffo?”
In battaglia, secondo Giraudoux, si usavano sia gli epiteti sia le armi, in politica si usano sia le parole sia i voti; ma come in guerra gli insulti da soli non fanno vincere, così in politica le parole non valgono nulla se non sono sostenute dai voti. Purtroppo questa elementare verità è assolutamente ignorata.
Gianfranco Fini, non che occuparsi del fatto che il suo già piccolissimo partito si sta sfaldando, insulta il Primo Ministro. Come se questo mettesse rimedio ai suoi guai. O come se coloro che l’ascoltano questi guai per magia li dimenticassero. Ad Annozero il capo di Futuro e Libertà è arrivato a dire che si dimette se si dimette anche Berlusconi. Che è come dire: “Lascio il mio posto di netturbino se si dimette anche il sindaco”.
Pierluigi Bersani, come un cucù, esce ad ogni ora dalla sua casetta per dire: “Berlusconi si deve dimettere”. Come se il Cavaliere gli dovesse obbedienza e fosse in ritardo nell’esecuzione. O come se ripetere “Oggi deve proprio piovere” facesse cessare la siccità.
Tutta l’opposizione è sconsolatamente parolaia. Ad ogni provvedimento del governo “insorge”; dice che il comportamento della maggioranza è “inaudito” (e di inaudito, in politica, possono parlare solo i sordi); parla di prevaricazione e di incostituzionalità e infine, quando proprio non si sa che altro dire, invoca l’intervento di Napolitano: “Non firmi!”, intima. Poi il centro-destra risponde per le rime e la giostra riparte per un altro giro.
Lo spettacolo è penoso. Da mesi molti giornali dànno Berlusconi per morto e con questo credono d’averlo ammazzato. In Parlamento si è tentata la carta della sfiducia e il risultato è la transumanza di molti parlamentari da sinistra a destra. Azzerando le speranze della sinistra, della stampa, dei bloggers e soprattutto di Futuro e Libertà. Da un lato un diluvio di “epiteti”, dall’altro i fatti.
Naturalmente non si sta dicendo che la minoranza si debba mettere a battere le mani al Capo della maggioranza. Si sta solo dicendo che non bisogna essere ridicoli. Se il Bari ha 15 punti e il Milan ne ha 55, è comprensibile che la squadra pugliese si lamenti di qualche arbitraggio discutibile e perfino della malasorte: ma che accusi il Milan di essere in testa perché bara, perché è favorito dagli arbitri, perché compra le partite, perché minaccia di morte le squadre avversarie, alla fine è patetico. In ogni classifica c’è un primo e un ultimo: e se è bene che il primo, per ragioni di buon gusto, non faccia del sarcasmo sugli sconfitti, è anche bene che l’ultimo rispetti la forza di chi, tante volte, lo ha battuto. Non serve a nulla, inventare mille accuse tanto infamanti quanto fantastiche.
Il soggetto esemplare rimane comunque Fini. Questi è stato portato alla luce, dall’ombra in cui era, da Berlusconi. È stato ministro degli Esteri e Presidente della Camera solo e sempre perché alleato del Cavaliere. Che dunque era frequentabile eccome. Ora invece, improvvisamente, dopo che ha fallito il regicidio, dopo che ha fallito il tentativo di scissione del Pdl, dopo che ha cominciato a perdere buona parte dei congiurati che lo avevano seguito, eccolo che cerca di vincere la guerra contro il suo benefattore a colpi di epiteti. Forse non ha capito che Giraudoux voleva scherzare.
La politica italiana, per chi l’osserva con disincanto, è profondamente noiosa. Se si discutesse dell’opportunità dell’uno o dell’altro provvedimento, la si potrebbe seguire con interesse. Ascoltando le argomentazioni di chi magari non la pensa come noi potremmo allargare il nostro orizzonte. Invece seguire la politica italiana corrisponde oggi ad immergersi nel gossip, ad ascoltare le vicendevoli accuse, le vicendevoli contumelie, le vicendevoli calunnie. Tutti dietro Di Pietro, pardon, Ecuba: a studiare nuovi epiteti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 febbraio 2011


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POLITICA
18 luglio 2010
BERSANI LEADER INADEGUATO
C’era una volta un sant’uomo che viveva in una caverna, in perfetta solitudine, pregando e facendo penitenza. Il diavolo avrebbe voluto indurlo a peccare ma non sapeva come fare. Che genere di peccati poteva commettere, quel vecchio? Provò dunque con l’ira. Gli rovesciava il catino con l’acqua, gli faceva trovare il pagliericcio per terra, gli sporcava la Bibbia col fango, ma il vecchio non se la prendeva. “Questo è il diavolo che vuol farmi arrabbiare”, diceva. E andava a riprendere un secchio d’acqua, rimetteva il pagliericcio sul letto, aspettava che la Bibbia si asciugasse.
Un giorno il diavolo ebbe un’idea. Si trasformò in una vecchina e cominciò a cercare di caricarsi sulle spalle una fascina di legna ma la fascina era troppo pesante e allora disfaceva il nodo sulla corda che la teneva insieme, aggiungeva altra legna, riannodava la corda e cercava di caricarsi la fascina sulle spalle. Non ci riusciva, allora disfaceva il nodo…
Il sant’uomo, che aveva visto tutte queste manovre durante la sua passeggiata, non poté trattenersi dal dirle: “Accidenti, benedetta donna, ma non lo capite che dovete togliere legna, non aggiungerne? Siete scema?”
Il diavolo allora riprese il suo aspetto normale e rise. Aveva vinto. Se c’è qualcosa che fa perdere la pazienza anche ai santi, è l’irrazionalità.
Pierluigi Bersani non può essere irrazionale come la vecchietta. Innanzi tutto è laureato in filosofia e Dio sa se in quella materia bisogna essere capaci di ragionare. In secondo luogo, malgrado questa specializzazione, si è fatto apprezzare in materia di economia: tutti ricordano le sue famose “lenzuolate”. Infine, quando vuole, si esprime pacatamente e con una qualche emiliana bonomia. E tuttavia il suo comportamento indigna.
Nei sistemi bipolari o bipartitici, al di fuori delle due grandi formazioni non v’è salvezza. Inoltre, all’interno di esse, ognuno, anche se ideologicamente ai margini, deve conformarsi al parere della maggioranza: il partito tende infatti ad avere il sostegno di metà della popolazione, non di estremisti ed idealisti di vario pelame.
Col proporzionale invece anche il partito che ottiene l’1% ha i suoi deputati e il problema è opposto: il partito dell’1,5% deve sottolineare tutte le differenze possibili col partito del 2% per dire agli elettori: “Votate per noi perché solo noi sosteniamo esattamente, al millimetro, le vostre idee. Cosa che nessun altro fa. Neanche il partito che ci somiglia di più”. Il sistema bipolare tende a nascondere le differenze (salvo quella fra le due grandi formazioni), il sistema proporzionale esalta le differenze anche fra partiti molto vicini ideologicamente.
Il nostro è un sistema bipolare ma non bipartitico perché accanto al Pdl c’è la Lega e accanto al Pd c’è l’Idv. Da questo consegue che, pur convenendo su alcuni punti generali (per la sinistra, l’antiberlusconismo), all’interno di ogni coalizione ogni partito cerchi di fare concorrenza all’alleato. Antonio Di Pietro non spera di rubare elettori a Berlusconi, cerca di rubarli al Pd presentandosi come il più antiberlusconiano, il più intransigente, il più estremista e per così dire “il più comunista”, cercando di recuperare anche gli elettori che furono dei Comunisti Italiani. E infatti dalle ultime elezioni politiche le intenzioni di voto a favore dell’Idv, rispetto al Pd, sono piuttosto aumentate che diminuite.
Se questa è la strategia dell’Idv, è ovvio che la strategia del Pd dovrebbe essere opposta. Non un antiberlusconismo di guerra, ma un semplice dissenso da Berlusconi. Non posizione negativa su tutta la linea, ma posizione critica riguardo ad ogni provvedimento. Invece si direbbe che Bersani sia terrorizzato all’idea di apparire meno intransigente di Di Pietro o di personaggi vagamente folcloristici come Dario Franceschini o Rosy Bindi.  Per questo insegue tutti, a sinistra. Annuncia continuamente l’apocalisse. Corruga la fronte e fa la faccia feroce. È  irragionevole e sconfortante.
Forse Pierluigi Bersani si è interessato più di filosofia che di comunicazione. Anni fa era famoso uno slogan commerciale: “Chi beve birra campa cent’anni” e un pubblicitario all’occasione diceva che la novità, nel suo campo, non era un optional “Perché se dico ‘Chi beve chinotto campa cent’anni’ la gente dirà: ‘Ah sì, chi beve birra campa cent’anni’. E va a comprare una birra”. Nello stesso modo il segretario del Pd dovrebbe capire che, se scimmiotta Di Pietro, tutti preferiranno l’originale all’imitazione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 luglio 2010

Oggi, 18 luglio, ho avuto infinite difficoltà per entrare nel sito e inserire questo articolo. Se in futuro il blog non dovesse essere aggiornato, significherebbe che il guasto si è confermato. I miei articoli si potranno sempre trovare su www.pardonuovo.myblog.it

POLITICA
7 luglio 2010
IL DIETROLOGO 2 (Il ritorno)
L’articolo di ieri, “L’Antidietrologo”, ha creato delle polemiche. Sono stato contestato a volte garbatamente, a volte no, soprattutto a proposito della Mafia. Una signora - per citare un commento - mi ha gridato “Vergogna” con un numero imprecisato di punti esclamativi.
La cosa è interessante come sintomo psicologico.
Anni fa ci fu una trasmissione umoristica televisiva in cui il cronista si avvicinava col microfono ad un passante e farfugliava un paio di frasi incomprensibili, infilando fra queste solo una parola chiara, ma d’attualità. Per esempio (ma stiamo inventando), dopo il disastro ferroviario di Viareggio, la parola chiara sarebbe stata appunto “Viareggio”. Ebbene, pressoché immancabilmente, invece di dire: “Scusi, non ho capito”, oppure: “Che cosa vuole sapere?”, i passanti si lanciavano immediatamente nei commenti, in genere i più scontati: “Simili incidenti non si dovrebbero più ripetere!”, “Tutto dipende dal fatto che le nostre ferrovie fanno schifo!”, oppure “È un’indecenza, finirà che non puniranno nessuno, è sempre così, in Italia!”
Nel caso attuale, nel mio articolo si parlava di Andreotti, di Dell’Utri, di terzo livello, di trattative tra Stato e delinquenti, di servizi segreti deviati, di P2, di massoneria, di Cia, di Kgb, di fede cristiana, di mafia, di complotti e di tentati colpi di Stato; della strage di Ustica; dell’attentato dei Georgofili; degli ufo e degli extra-terrestri e perfino della fine del mondo. Ma che cosa hanno sentito i passanti distratti? Solo una parola: Mafia. E che cosa ha detto Pardo della Mafia, secondo loro? Che non esiste, che non ha commesso nessun reato, che non ha ammazzato nessuno. Nemmeno Falcone e Borsellino.  Vergogna!, dice la signora: “Non posso accettare che ci sia un post che nega le morti per mano della mafia... oltretutto quando abbiamo gente condannata per questo reato in Parlamento”. Dunque non solo io avrei negato che la delinquenza palermitana ha ucciso, ma negherei anche che gli assassini di Falcone e Borsellino siedano in Parlamento. Che peccato che la signora non ne faccia i nomi.
Tutto questo benché nell’articolo si leggesse - e si legge (1) - che mentre i reati sono incontestabili, ed incontestabile è pure la “struttura piramidale” di certa delinquenza, “tutto questo non mi dimostra l’esistenza della mafia: mi dimostra l’esistenza della criminalità organizzata. E questa si ha nei posti in cui lo Stato è meno presente - quindi più in Sicilia che in Renania o in Normandia - e nelle grandi città: dunque a Palermo”. Dove sono negati, i reati? Al massimo si può discutere se la Mafia sia qualcosa di diverso dalla criminalità organizzata (e potrebbe dunque trattarsi di una mera questione lessicale) oppure se sia effettivamente qualcosa di diverso dalla Camorra, dalla Ndrangheta, dalla Sacra Corona Unita, da Cosa Nostra e della fu Mano Nera. E bisognerebbe che colui che sostiene questa differenza e questa “assoluta specialità”, la spiegasse compiutamente.
Nell’articolo esprimo dubbi sulla natura mitologica e politica di questo fenomeno (“Tutto il parlare che si fa di Cosa Nostra mi lascia scettico”) ma concludo realisticamente: “Esiste la criminalità e bisogna combatterla molto seriamente”.
Scrivere tutto questo non è servito a niente. Ho scritto la parola Mafia senza farla seguire dalle deprecazioni di rito e il passante distratto prende me per un difensore della Mafia.
C’è gente cui non si può dire “non uscire senza ombrello” perché è capace di capire o che le abbiamo detto di non uscire, oppure che le abbiamo detto di uscire senza ombrello.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 luglio 2010
(1)http://pardonuovo.myblog.it/archive/2010/07/06/l-antidietrologo.html

POLITICA
6 luglio 2010
L'ANTIDIETROLOGO
Si può guardare alla realtà con occhi attoniti. Di Andreotti e di Dell’Utri i giudici dicono che furono mafiosi solo prima di una certa data. Poi il ravvedimento? Se ci ispiriamo all’ironia di Corrado Carnevale, potremmo chiederci se la mafia non abbia in seguito corrisposto ad ambedue il trattamento di quiescenza.
Da noi si parla anche di terzo livello, di trattative tra Stato e delinquenti, di servizi segreti deviati, di P2, di massoneria, di Cia, di Kgb, di intrecci fra politica e delinquenza, di mille trame sporche e oscure su cui in tanti dicono di sapere tutto e poi nessuno dimostra niente. Molti in privato non esitano a sparare condanne terribili e inappellabili: la loro personale dietrologia è giunta a conclusioni più rocciose e indiscutibili di quelle della storiografia ufficiale riguardo a Pompeo e Cesare.
So bene che bisognerebbe sempre scrivere in modo impersonale, le moi est haïssable, diceva Pascal: l’io è odioso. Il resto dell’articolo sarà dunque in prima persona non per smania di protagonismo ma per umiltà. Per rendere chiaro che esprimo opinioni personali e forse infondate.
Da sempre sono stato poco propenso a “credere”. Dev’essere un dato caratteriale se già da ragazzo, dinanzi a qualcuno che mi diceva di un altro: “È un cretino”, oppure: “Sai, sua sorella va praticamente con tutti”; oppure: “Suo padre ha una collezione di motociclette che vale quanto un palazzo”, io mi chiedevo che cosa ci fosse di vero. Costui disponeva di dati sicuri o aveva a sua volta creduto troppo facilmente a qualcun altro, che aveva affermato la cosa magari per rendersi interessante, per vanteria?
Sono nato scettico.
Avrò avuto quattro anni quando i miei mi hanno pressoché sottratto il triciclo per riverniciarlo e farmelo poi trovare come nuovo fra i regali della festa dei “Morti”, come si usava in Sicilia. Io badavo agli altri regali e non al triciclo, finché qualcuno mi chiese: “E del nuovo triciclo non dici niente?” “È dipinto”, sentenziai.
Con queste premesse - studiando teologia - intorno ai sedici anni ho perso la fede e non ne ho adottata nessun’altra. Anche per questo non sono mai stato di sinistra: certi ideali politici mi sembravano “dipinti”.
Da adulto, ho sentito mille storie sulla mafia. Purtroppo, non avendo mai visto niente personalmente, sono rimasto a chiedermi che cosa ci fosse di vero. Indubbiamente molti negozianti pagano la protezione. Indubbiamente la delinquenza deve avere una struttura piramidale: se perfino le galline hanno “l’ordine di beccata”, perché non dovrebbero averlo i delinquenti? E poi, come si potrebbe assicurare la protezione, se non facendo paura a delinquenti di minore caratura? Ma tutto questo non mi dimostra l’esistenza della mafia: mi dimostra l’esistenza della criminalità organizzata. E questa si ha nei posti in cui lo Stato è meno presente - quindi più in Sicilia che in Renania o in Normandia - e nelle grandi città: dunque a Palermo. Niente di mitico. Infine, come prendere molto sul serio i capi mafiosi? Sembrano poveracci ignoranti e selvaggi che vivono braccati dai carabinieri, non raramente in buchi sotterranei. Come immaginarli a dialogare con lo Stato, con i vertici della politica, manovrando imponenti masse di voti? La sinistra accusava i democristiani di Palermo di essere appoggiati dalla mafia, poi a valanga fu eletto sindaco Leoluca Orlando: appoggiato dalla mafia?
Tutto il parlare che si fa di Cosa Nostra mi lascia scettico. Esiste la criminalità e bisogna combatterla molto seriamente: ma per il resto!
Lo stesso vale per i fantomatici complotti e i tentati colpi di Stato; per la massoneria e la P2, sorte di Rotary; per i servizi segreti deviati; per la strage di Ustica; per l’attentato dei Georgofili e per tutti i misteri nei quali fanno il bagno in milioni, aiutati anche dalla televisione. E gli ufo? E gli extra-terrestri? Dopo i decenni passati a cercarli, se esistessero ne avremmo la prova. La fine del mondo? Ne parlava già Giovanni Battista.
Certo, ci sono cose inspiegabili. Perché Walter Veltroni ha accettato Di Pietro nella coalizione, dopo avere escluso non solo la sinistra estrema, ma perfino i radicali? Non avendo la vocazione alla dietrologia, rispondo: 1) non lo so; 2) forse l’ex magistrato disponeva di un potere di ricatto che gli altri non avevano; 3) forse è stato un errore di calcolo; 4) forse è stato per un motivo diverso dai precedenti, che sapremo fra molto tempo; 5) forse è stato per un motivo diverso dai precedenti, che non sapremo mai.
Decisamente, non farò mai parte di quelli che sanno tutto di tutto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 luglio 2010

POLITICA
15 aprile 2010
BERLUSCONI E LA NIKE DI SAMOTRACIA
Tempo fa, chi sosteneva che spettacoli come quello di Michele Santoro portano voti a Silvio Berlusconi sembrava fare una battuta. E invece a poco a poco è andato aumentando il numero di coloro per i quali l’antiberlusconismo è un pessimo affare, una politica sterile che non conduce da nessuna parte. A suo tempo lo ha affermato, forte e chiaro, Walter Veltroni: ma il partito non l’ha seguito. Suggestionato da Di Pietro, ha continuato ad innaffiare quotidianamente la quercia dell’antiberlusconismo sui giornali politici, negli spettacoli, nelle interviste, nei talk show, dovunque: e la sinistra è andata sempre più indietro.
L’insistenza di tanti esponenti del Pd su questa linea, malgrado i rovesci, è stata probabilmente determinata dal fatto che l’antiberlusconismo è l’ultima incarnazione di una vecchia tendenza vincente del Pci: quella di scegliere una linea politica, se possibile condensata in un paio di parole, e ripeterla sempre, costantemente, instancabilmente, fino a renderla una sorta di innegabile luogo comune. Un esempio si ebbe nel 1953, con la proposta democristiana di un premio di maggioranza: quello stesso che dal 2006 al 2008 ha consentito a Romano Prodi di non avere problemi nella Camera dei Deputati. Al Pci però il marchingegno non conveniva e dunque vi si oppose con tutti i mezzi. Ma non lo fece spiegando la norma e mostrandone i difetti: ne diede soprattutto una definizione. Parlò di “legge truffa”su tutti i toni, in Parlamento, nelle piazze, sui giornali e alla radio, con una tale insistenza che la proposta fu rigettata. E l’Italia per molti decenni ha conosciuto solo governi precari.
Il sistema col tempo ha cominciato a perdere efficacia. L’implosione dell’Unione Sovietica ha tolto valore a parecchi dogmi, l’informazione è aumentata e, cosa ancora più grave, la sinistra, andando al governo, ha deluso molti elettori: ma non ha rinunciato alla tecnica della ripetizione infinita. È dal 1993, per esempio, che parla del “conflitto d’interessi” di Berlusconi, senza mai indicare un provvedimento che sia stato adottato per favorire economicamente il Presidente del Consiglio. È andata due volte al governo e non ha votato una legge in materia: ma non per questo i suoi uomini hanno smesso di parlarne, anche se gli italiani hanno smesso di ascoltarli. L’attacco è anzi continuato con mille espressioni convergenti: il Premier è un mafioso, un corruttore, uno che va al governo per interesse, uno che impone leggi ad personam, un dittatore tendenziale, un pericolo per la democrazia, la causa di una società immorale, “il male assoluto”. La pratica in qualche caso ha avuto successo: per esempio in occasione del referendum riguardante la riforma costituzionale del 2005. Tecnicamente era un testo non alla portata di tutti gli elettori ma conteneva riforme che sarebbero state utili all’Italia (prova ne sia che alcune di esse oggi le propone il Pd): la sinistra, però, per fini politici, senza indicare i difetti del provvedimento, disse e ripeté che quella riforma era cattiva perché l’aveva voluta il Cavaliere e il risultato fu l’annullamento. Forse tuttavia si è trattato del canto del cigno.
L’idea - ripetuta da tutti e sempre - che se una cosa la fa Berlusconi è cattiva, perfino quando dà una casa ai terremotati dell’Aquila, alla fine ha stancato. È divenuta una sorta di rumore di fondo. Né dimostra qualcosa il successo di Di Pietro: lui infatti può essere felice delle briciole dello scontro, mentre il Pd vorrebbe tornare al governo e non ci può certo arrivare seguendo questa linea.
Nell’ultima tornata elettorale si è molto discusso dell’eredità di Berlusconi, come se fosse morto; dei drammatici contrasti nel Pdl; della parabola declinante del centro-destra, e invece – brusco risveglio - i risultati sono stati assolutamente sconfortanti per la sinistra. Il Cavaliere, che si era rappresentato simile alla famosa statua del Gallo Morente, è riapparso vivo, incombente e vincitore come la Nike di Samotracia.
La sinistra dovrebbe cambiare rotta. La gente bada alla concretezza - per esempio alla pulizia delle strade di Napoli - e Berlusconi non può essere eliminato con slogan negativi. C’è anzi il rischio che la prossima volta, se ci sarà un referendum, l’elettorato confermi la riforma costituzionale in base al principio che, “se l’ha voluta Berlusconi, sarà una cosa buona”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2010

POLITICA
6 aprile 2010
INTERCETTAZIONI, INDIZI E PROVE
Riguardo alla nuova legge sulle intercettazioni, esiste una controversia riguardo a ciò che deve giustificarle. Pare siano richiesti seri indizi di colpevolezza e i giustizialisti obiettano: se esistessero seri indizi, a che servirebbero le intercettazioni? Se ci sono già le prove, non serve a nulla cercarle. Ciò che nessuno obietta è che il termine “indizi” non corrisponde alla parola “prove”.
Il primo aiuto, per distinguere i due concetti, si può chiedere a quei testi che registrano il significato che i parlanti dànno a quelle parole. Per i Devoto-Oli del 1979, un indizio è un “elemento sufficiente a fornire un orientamento soggettivamente od oggettivamente valido”. Un prova, viceversa, è “5. Argomento o documento atto a dimostrare la validità di un’affermazione o la realtà di un fatto”. L’indizio dice “potrebbe essere così”, la prova dice “è così”. La distinzione è netta.
Il difficile è stabilire quando le circostanze autorizzano la prima affermazione e quando autorizzano la seconda. Riguardo al famoso delitto di Cogne, gli innocentisti dicono: è vero, non si è trovato chi altri potrebbe aver commesso il delitto ma questo è solo un indizio. Abbiamo una “prova” (ecco la famosa parola) che Anna Maria Franzoni sia l’assassina? I colpevolisti dicono: se risulta indubitabile che nessun altro può aver commesso il delitto, abbiamo per esclusione la prova che ella lo ha commesso. E infatti i giudici l’hanno condannata ad anni di carcere. Insomma, si può chiamare semplice indizio la prova che non ci convince e prova il solido indizio che ci convince.  La vera distinzione è nell’opinione di chi deve decidere: ecco perché è stata futile la diatriba fra “evidenti indizi” e “indizi” soltanto: è sempre il magistrato destinatario della norma che stabilisce se questi indizi ci sono o no.
Per quanto riguarda le intercettazioni, è tutta questione di buon senso e moderazione. Se i magistrati mettessero sotto controllo coloro dei cui reati hanno già la prova, sprecherebbero i soldi dello Stato e violerebbero la privatezza dei cittadini. Se mettessero sotto controllo coloro che pensano potrebbero aver commesso dei reati o, ancora peggio, coloro che sperano di scoprire in fallo, oltre a sprecare i soldi dello Stato – perché il numero delle intercettazioni in questo caso sale in maniera demenziale – violerebbero il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini.
È facile fornire un esempio. Il ministero che più facilmente si presta alla corruzione è quello dei Lavori Pubblici e per questo i magistrati potrebbero voler tenere costantemente sotto controllo tutti quelli che ci hanno a che fare. Ma questo sarebbe anche contro l’art.3 della Costituzione: i cittadini sono tutti uguali dinanzi alla legge. anche quando sono persone importanti e anche quando sono ministri. Un tempo questa era quasi una garanzia di impunità, oggi rischia di essere una garanzia di persecuzione.
Le possibili soluzioni del problema sono due: una giuridica (su cui si conta poco) e una economica. Per la prima basterebbe dire che bisogna autorizzare le intercettazioni in presenza di indizi, bacchettando poi severamente i magistrati che dovessero disporle in assenza di solide ragioni. Per la seconda bisognerebbe dire ai magistrati: lo Stato vi consente di spendere questa somma e non più. Fate le intercettazioni che volete, poche brevi o molte lunghe, a modo vostro, ma questo è il limite. Né ci sarebbe da stupirsi. Nessuno può pretendere di agire senza nessun limite di spesa, diversamente il Ministro della Difesa potrebbe pretendere tre nuove portaerei con duecento caccia-bombardieri di ultima generazione e il Ministro dell’Educazione potrebbe chiedere un computer per ogni studente delle superiori.
Ma questa discussione non serve a niente. Non è un problema di idee chiare e neppure di risparmiare i soldi dell’erario. La sostanza è che la maggioranza vuole essere lasciata in pace e l’opposizione vuole darle addosso in ogni caso. Magari con l’aiuto di magistrati amici.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 aprile 2010

POLITICA
30 marzo 2010
L'INUTILE SUCCESSO DELL'ODIO

Il dato più significativo delle recenti elezioni, a parte l’inaspettato, grande successo del centro-destra, riguarda il futuro del centro-sinistra. Il Pdl gode già di una confortevole maggioranza in Parlamento e il voto alle amministrative non fa che confermargli la serenità con cui può apprestarsi a governare per il resto della legislatura. Viceversa il centro-sinistra non solo è all’opposizione, ma sembra in una situazione disperata dal punto di vista delle prospettive.
Prima di parlarne bisogna sgombrare il terreno dall’artificiale preoccupazione che si affetta, a sinistra, per il successo della Lega. Questo risultato, nel Veneto soprattutto, non ha molta importanza. L’elettorato ha pensato: se il Pdl ha concesso che un leghista fosse candidato a “governatore”, è segno che lo accetta come candidato che è anche suo. E allora perché dare un voto disgiunto, Zaia come governatore e il Pdl come partito? Comunque da anni ormai la Lega si è rivelata un alleato ben più sicuro e pronto a collaborare di quanto siano mai stati l’Udc e An. Questo “sorpasso” veneto somiglia più ad una staffetta che ad una competizione.
I casi più notevoli sono invece quelli dell’Idv e del Movimento di Beppe Grillo.
L’Idv ha avuto un successo che è utile per sé e mortale per il centro-sinistra: infatti l’odio non è un programma di governo. Basta chiedersi: se Di Pietro vincesse alla testa del centro-sinistra, quali riforme farebbe? E sarebbe in grado di farle? In positivo grida solo slogan vaghi (“un governo che governi nell’interesse di tutti e non di uno solo”, “un governo di persone per bene e non di inquisiti al servizio di un corruttore!”), in negativo scarica in ogni occasione una valanga di allarmi apocalittici. L’esperienza dell’estremismo al governo s’è già avuta con il governo Prodi. Tuttavia la semplicità, ripetitività e nettezza del messaggio alla fine ha pagato al di là dello sperato. Il successo del messaggio di odio, stupefacente per le sue dimensioni, si spiega col fatto che questo sentimento è stato coltivato ossessivamente, per anni, dall’intera sinistra. televisioni  e giornali inclusi. E la gente ha semplificato: “Di Pietro almeno gliele canta chiare, a Berlusconi; il Pd invece che fa?”
Più interessante è il successo del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Alla vigilia non avremmo attribuito a questa congrega di scalmanati neanche un minimo di peso e il fatto che abbia invece ottenuto percentuali di tre o più punti (facendo fra l’altro perdere Mercedes Bresso) è altamente significativo.
Il fenomeno rappresenta infatti il punto d’arrivo di una deriva verso il nulla che ha avuto questi passaggi: il Pci, con la rivoluzione marxista, proponeva un diverso modello di società; il Pd, con un messaggio meno netto, si è posto come alternativa socialdemocratica; l’Idv, pure rimanendo nella coalizione, ha adottato l’unica strategia di gridare il proprio odio per Berlusconi; il movimento di Grillo (il punto d’approdo) non propone un diverso modello sociale; non ha un programma di governo; non partecipa ad una coalizione: è odio allo stato puro. Per Berlusconi, per il centro-destra, per il centro-sinistra, per i ricchi, per le grandi imprese, per tutti. Un odio generalizzato e senza sbocchi. E dal momento che è difficile immaginare che gli italiani diano al movimento di Beppe Grillo la maggioranza assoluta dei voti, la sua non è neanche un’impasse: è un tunnel buio e senza uscita, in cui la sinistra tutta può smarrirsi senza ritorno.
E allora si è tentati di tornare indietro e vedere quando si è imboccata la strada sbagliata. Tutto cominciò quando Walter Veltroni permise a Di Pietro ciò che negava a Rifondazione Comunista, ai Comunisti Italiani e persino ai Radicali. Forse il partito sperava di avere in lui un alleato, ma quando è stato scavalcato a sinistra, avrebbe dovuto frenare e rinnegare l’ex pm. Invece ha sempre avuto l’aria di dire: “La penso così anch’io, ma non oso dirlo in questo modo”. Per giunta Pierluigi Bersani non ha elaborato un progetto alternativo credibile. Dire che “bisogna occuparsi dei problemi dei lavoratori”, che bisogna “fare qualcosa per far uscire il Paese dalla crisi” non è cosa che riscaldi i cuori: è acqua fresca.
Il Pd non si è reso identificabile dall’elettorato. Avrebbe dovuto contrastare Di Pietro continuamente, denunciando con veemenza il suo atteggiamento violento e sterile; avrebbe dovuto continuamente sfidarlo ad esporre il proprio programma di governo; avrebbe dovuto evidenziare spietatamente il vaniloquio demagogico di una protesta apocalittica e insulsa. Avrebbe dovuto mostrarsi alternativo all’Idv e non accodarsi mai ad essa. Invece la sua timidezza ha reso così poco credibile la sinistra che l’elettorato più coerente ora comincia a votare un movimento delirante, contro tutto e contro tutti, sostanzialmente anarchico e nichilista.
Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che quel grande e monolitico partito che fu il Pci si sarebbe avviato ad una decadenza così tragica da essere messo in pericolo – e in minoranza intellettuale – da un comico da avanspettacolo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 marzo 2010
POLITICA
11 marzo 2010
L'IDV NEMICA DEL PD
Un articolo di Maria Teresa Meli (1), sul Corriere della Sera, descrive l’imbarazzo del Pd, che pure ha deciso ad andare in piazza sabato 13 insieme con Di Pietro. Il primo rischio è infatti che l’ex pm inveisca pesantemente contro il Presidente della Repubblica e che ciò metta in un intollerabile imbarazzo Pierluigi Bersani e gli altri dirigenti del partito. Che fare, in questo caso? Andandosene, sancirebbero una rottura con l’Idv che non sentono di potersi permettere. Restando, avrebbero l’aria di avallare quelle parole. Secondo la Meli, Bersani avrebbe pregato Di Pietro di non prendere la parola, durante la manifestazione, ma ha ricevuto un secco no. Il titolo dell’articolo è: “Sabato dico quello che voglio”.
Il secondo, gravissimo rischio, è che, galvanizzati dalla retorica sommaria del tribuno, la folla fischi il Pd, giudicato molle e incapace di reazioni vigorose. Ci sarebbero da un lato la voce dal palco che denuncia con forza il male, senza guardare in faccia a nessuno, dall’altra un partito privo di coraggio, di idee e di progetti. La gente è poco capace di sottili disamine politologiche. L’impressione potrebbe essere che il Pd non sa che pesci prendere mentre almeno Di Pietro sa chi è il nemico: Silvio Berlusconi.
Sappiamo come si è arrivati a questo punto. Sbandierando il cappio della forca (non ha altre idee politiche), L’Idv prospera sull’antiberlusconismo, mentre il conato veltroniano di liberarsene è rimasto tale e il Pd al riguardo è ambiguo. Un giorno, a rimorchio di Di Pietro, insulta Berlusconi, un giorno, ohibò, dice che non bisognerebbe esagerare. E per la gente non è né carne né pesce. I fischi in piazza potrebbero drammaticamente certificarlo.
Più interessante è lo studio del futuro. Qui la chiave risiede nelle diverse aspettative dei due partiti. Mentre il Pd, erede dell’Ulivo e dell’Unione,  tende a riconquistare il governo, l’Idv non ci pensa neppure: e questo spiega i diversi comportamenti. L’ambizione del Pd non è quella di passare da una percentuale di x ad una percentuale di x+1 o +2, ma quella di ottenere più voti del centro-destra. E dal momento che le elezioni si vincono al centro, non deve apparire estremista. Se Veltroni non accettò l’apparentamento con Prc, Comunisti Italiani, ecc., fu proprio per far dimenticare Pecoraro Scanio e Diliberto. Eventualmente il Pd può pensare all’Udc, per non parlare dei fuorusciti dal partito come Rutelli o la Binetti, ma un personaggio come Di Pietro sarebbe impresentabile. E per questo molti commentatori implorano che si rompa con l’Idv. Perché nessuno riesca ad ottenerlo è un mistero che fa seguito al mistero delle ragioni per cui Veltroni accettò l’alleanza con l’Idv. Ma, a scanso di querele, è meglio non dilungarsi su questo argomento.
La linea dell’Idv ha tutt’altra spiegazione. Di Pietro non sarà un fine politologo ma ha due superiori qualità: ha buon senso ed è senza scrupoli. Il buon senso gli dice che la sua linea politica, anche se lo allontana dal governo, fa aumentare i suoi consensi. La mancanza di scrupoli lo rende incurante dei danni provocati nell’intera sinistra. A lui bastano i vantaggi che gli possono venire da questa strategia. L’Idv infatti non sogna di diventare da solo partito di maggioranza – sa che questo è impossibile – ma non tiene nemmeno a divenire il junior partner di un futuro governo. Sia perché crede poco al progetto di battere Berlusconi, sia perché preferisce un piccolo vantaggio proprio ad un grande vantaggio comune.
Quanto a coloro che lo seguono e lo applaudono, sono odiatori fanatici ed idealisti che non vogliono ottenere nulla di concreto e cui basta il piacere di dire tutta la loro virtuosa indignazione.
Di Pietro invece è realista. Tende a porsi volontariamente di traverso sulla strada del Pd perché agisce esclusivamente per sé e per chi lo segue molto da vicino. L’Italia la lascia a Berlusconi o, se lui morisse, a chiunque lo seguirà, di qualunque partito sia. Purché l’Idv aumenti i suoi voti, il suo potere e i suoi rimborsi elettorali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 marzo 2010
 (1) http://www.corriere.it/politica/speciali/2010/elezioni/notizie/di_pietro_bersani_colle_piazza_1519e4e8-2c10-11df-b239-00144f02aabe.shtml


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CULTURA
25 gennaio 2010
VENDOLA: UN VOTO A FAVORE DI BERLUSCONI
Al livello nazionale sembra che la vittoria di Niki Vendola, in Puglia, significhi due cose: la prevalenza di fattori localistici sulle decisioni prese dalla dirigenza del Pd e la sconfitta di quella parte del Pd che, in contrapposizione a Dario Franceschini, Rosy Bindi ed altri “estremisti” interni, fa capo a Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. Essa dimostra inoltre che le cosiddette “primarie” possono essere pericolose per un partito male strutturato, contraddittorio e un po’ anarchico come il Pd. In realtà è probabile che il significato di queste “primarie” vada parecchio oltre.
D’Alema e i suoi amici avrebbero voluto, già con queste elezioni, avviarsi a realizzare un partito moderato, non giustizialista, tendente a sfondare al centro, magari alleandosi con Casini. Fino a riconquistare il governo. La controparte invece si è limitata ancora una volta ad essere arrabbiatamente di sinistra, massimalista, allergica ai compromessi col “male”, cioè con Berlusconi e, in misura minore, con Casini, suo ex alleato. Nella sfida Vendola è stato favorito dalla stima personale che si è guadagnata, ma soprattutto dal fatto di non essere l’uomo di D’Alema e Bersani e dal suo marchio di “politico a sinistra del Pd”, come è “Sinistra e Libertà”.
Qualcuno può dire che questa è una catastrofe per i dalemiani, ma le cose stanno peggio di così: è la catastrofe dell’antiberlusconismo.
Per tre lustri, la galassia di sinistra – comunque si chiamasse, Ulivo, Unione o Pd-Di Pietro – ha avuto come nocciolo della sua politica la guerra a Silvio Berlusconi. Una guerra portata avanti con tutti i mezzi, senza il minimo scrupolo e con l’entusiasmo fanatico di una vera jihad. La parola d’ordine è stata un sostanziale “boia chi molla”. Una qualunque mossa, un qualunque compromesso, un qualunque accordo che avrebbe potuto rappresentare un dialogo con il Diavolo di Arcore, quand’anche fosse stato accettabile, è stato rigettato perché empio a priori: anathema sit. La politica italiana è stata talmente radicalizzata che l’intero elettorato l’ha potuta riassumere nell’essere pro o contro Berlusconi. Cosa non del tutto negativa, per le menti più semplici: è infatti più facile distinguere il bianco dal nero che le sfumature di grigio della realtà.
Alla lunga, ciò che ha fatto felici i più ingenui – coloro per i quali quella distinzione con l’accetta era il massimo che potessero capire – ha finito con il far apparire la sinistra come una setta di assatanati che invece di andare a messa seguono in ginocchio, una volta la settimana, “Annozero”. Il Pd è divenuto una conventicola minoritaria senza nessuna speranza di riconquistare coloro cui non basta, per applaudire, che si sia detto male di Berlusconi.
Alcuni tutto ciò l’hanno capito, nel Pd. Bersani l’ha dimostrato quando, all’indomani della sua elezione a segretario, ha ripetutamente detto: “Il vero antiberlusconiano è quello che riesce a mandare a casa Berlusconi”. Non cioè quello che sputa fiele annacquato come un Franceschini, ma colui che riesce a vincere le elezioni. Cosa che oggi non si vede nemmeno all’orizzonte.
Purtroppo, quella politica demenziale è andata troppo lontano perché si possa frenare, lungo questa china. Anche se Vendola non è ostentatamente antiberlusconiano come Rosy Bindi, anche se non recita quotidiane giaculatorie di odio come Di Pietro, è stato votato perché rimane il massimo che l’estrema sinistra può offrire in Puglia. Per conseguenza, coloro che non leggono troppi giornali, coloro che da anni ed anni si limitano ad annusare l’aria, l’hanno giudicato l’uomo giusto per vincere all’interno della sinistra. E involontariamente, a livello nazionale, l’uomo giusto per dare lunghi anni di successi a Berlusconi.
Il Pd raccoglie ciò che ha seminato e perde consenso mentre l’Idv, che si è fatta un programma degli errori passati della sinistra, ha tendenza ad aumentare i suoi voti piuttosto che a vederli diminuire. Il tutto con l’unica prospettiva di migliorare la situazione personale di Antonio Di Pietro e di rimanere nettamente minoranza nel Paese.
Prosit.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010

POLITICA
12 gennaio 2010
CRAXI UOMO DI STATO
In questi giorni si parla molto di Bettino Craxi: sia per l’intenzione di Letizia Moratti di dedicargli una strada a Milano; sia per l’intervista di Piero Fassino in cui l’ex-segretario ne riconosce i meriti e dice che “dipingerlo come un criminale è una caricatura sciocca e inaccettabile”; sia infine perché pare che Giorgio Napolitano parteciperà alla sua celebrazione, nel decennale della morte.
Vecchio liberale,  non sono mai stato socialista. Non lo ero neppure ai tempi in cui Craxi fu demonizzato e condannato. Tuttavia, al momento del linciaggio nazionale, mi sono sentito in dovere di scrivergli la mia solidarietà. I termini di quella lettera oggi possono sembrare fin troppo rudi, ma allora (1995), dato il clima, furono addirittura coraggiosi. Ricordo che solo in pochi non l’avevano rinnegato: mi vengono in mente i nomi di Margherita Boniver, Silvio Berlusconi, Ugo Intini e non molti altri.
La risposta mi giunse dalla Tunisia in un foglietto manoscritto, che faticai non poco a decifrare.
Nel 1995 ho rivendicato il valore di uomo di Stato di Bettino Craxi. Lo faccio di nuovo oggi, nel momento in cui l’Italia comincia a togliersi dagli occhi la benda del fanatismo forcaiolo, lasciandolo a chi ne fa bandiera e mestiere.
Ecco le due lettere.
Gianni Pardo
Gennaio 2010
            18 aprile 1995


Benché gli Italiani adorino dissociarsi dai perdenti, voglio sperare che Lei abbia ancora folle di estimatori. Se dunque, negli anni passati, fossi stato un socialista e se, ancora oggi, Le manifestassi la mia stima, non penso che avrei diritto alla Sua attenzione. Invece non Le scrivo da amico ma solo da persona indignata per le ingiustizie di cui Lei mi sembra vittima.
Comincerò col citare un episodio raccontato, se non vado errato, da Svetonio. Silla aveva rinunciato al potere e un cittadino romano, incontratolo per la strada, gli rimproverava non so più che. L'ex-dittatore, per tutta risposta, si limitò a chiedergli se avrebbe avuto il coraggio di rinfacciargli quelle stesse cose quando egli era al vertice della cosa pubblica. Ecco perché Le scrivo: vedere folle che La disprezzano e che La rendono il principale responsabile di tutto quanto avvenuto, vedere giornalisti che considerano un insulto chiamare qualcuno "amico di Craxi" o politici che fingono di non avere mai saputo quello che tutti sapevamo "sin da quando portavamo i pantaloni alla zuava", tutto questo mi dà il voltastomaco.
Non sopporto l'atteggiamento miserabile dei molti che non hanno saputo neppure misurare la Sua statura intellettuale ed umana qual è apparsa al processo Cusani. Lei è stato migliore da idolo caduto che da padrone dell'Italia.
Vede, io non sono nessuno. Nella vita, o per scelta o per incapacità d’essere diverso, ho seguito il consiglio di Epicuro e son vissuto nascosto. Proprio per questo non ho leccato la mano di alcuno. Nel mio foro interno ho trattato tutta l'umanità alla pari perché, non brigando neppure la carica di amministratore di condominio, di tutta l'umanità ho potuto fare a meno. C'è stato un momento in cui - Lei era presidente del consiglio - mi piaceva dire che non L'avrei invitata a casa mia: Lei era una persona troppo arrogante per i miei gusti. Neanche a Napoleone sul trono avrei consentito, sempre nel mio foro interno, la supponenza che emanava da Lei. E aggiungevo che, se proprio fossi stato costretto ad invitarLa, avrei nascosto l'argenteria: era un doppio scherzo, visto che non posseggo nessuna argenteria.
Le dico tutto questo perché desidero che sia credibile l'omaggio che intendo renderLe; deve esserLe chiaro che non è un amico che Le parla ma un cittadino ignoto, un liberale ignoto che non sopporta il linciaggio da parte di tutti coloro che, ieri, Le avrebbero leccato gli stivali che Le disegnava Forattini. Un Diogene avrebbe il diritto di essere duro con Lei, non i milioni di italiani che si sarebbero trasformati in guide rosse al Suo passaggio. Io che ho disistimato i socialisti più dei comunisti, io che L'ho giudicata una moderna incarnazione del Duca Valentino, io che non ho sopportato l'analogia fra lo stato patrimoniale di Luigi XIV e il partito patrimoniale qual era il PSI ai Suoi tempi. E invece proprio io oggi vengo a stringerLe la mano e a manifestarLe la mia solidarietà. Oggi sì vorrei invitarLa a pranzo ed anche abbracciarLa. Oggi vorrei compiere l'elementare dovere di darLe ragione per la maggior parte delle cose che scrive.
Lei è vittima del lato spregevole dell'Italia. Del paese che ha atteso il 1940 per dichiarare guerra alla Francia e il 1943 per dichiarare guerra alla Germania. Del paese che, avendo perduto la guerra, si è inventato d’averla vinta perché ha appeso Mussolini per i piedi.
Insomma, per me Lei è la stessa persona di qualche anno fa. E se qualche anno fa mi sarei fatto guardar male perché non Le avrei fatto l'inchino, non per questo accetto oggi di far parte di coloro che vogliono vederla in galera. Per me Lei è la stessa persona di prima. E se prima mettevo l'accento sulla Sua infrequentabilità personale, oggi metterei l'accento sul fatto che è un onore parlare con un uomo politico della Sua statura, con un ex-presidente del consiglio fra i più validi che l'Italia abbia avuto.
Anche se personalmente non ho tratto assolutamente nessun vantaggio dal sistema di corruttela che imperava, in quanto cittadino italiano mi sento storicamente corresponsabile di tutto quanto è avvenuto. Per questo non consento - sempre nel mio foro interno - la pratica del capro espiatorio. Molti di quelli che oggi Le tirano le pietre sono tutt'altro che innocenti. Tutti hanno rubato tanto quanto hanno potuto. Tra Poggiolini e un falso invalido c'è solo la differenza delle possibilità, non delle intenzioni. Per non parlare dell'ipocrisia monumentale degli ex-comunisti.
Come avrà notato, non ho saputo come cominciare questa lettera ma a questo punto posso dirLe: caro Craxi, la storia, spero, Le renderà giustizia. Non penso che farà di Lei un santo e neanche un Cavour, ma certamente non farà di lei un ladro di galline. Lei ha ragione a non tornare in Italia. Qui, dove per decenni non si è riusciti a processare un assessore di paese, si vorrebbe processare la storia.
Questa lettera è già troppo lunga e non riuscirò certo a dirLe tutto quello che vorrei. Per questo insisterò su un solo punto: mi struggo dalla rabbia vedendo trattare con sufficienza le cose sacrosante che Lei dice. Chissà, forse aveva ragione, ad essere tanto arrogante, allora. Perché non aveva da fare con me, ma con quegli italiani che allora avrebbero tremato a un Suo sguardo e oggi maramaldeggiano. Con quelli che oggi considerano l'espressione "amico di Craxi" un sufficiente motivo di diminutio politica. Per fortuna Berlusconi non L'ha rinnegata. Ne sono contento per Lei e ancor più per lui.
Concludo: non si arrabbi troppo, per il Suo presente. Pensi alla Sua salute (meglio Hammamet che Utica) e lasci perdere l'Italia. Oggi Craxi ha torto perché ha perduto e nessuno ricorda che dobbiamo a Lui quanto meno la fine dell'ipnosi comunista.  Lasci che l'Italia applauda Scalfaro e il Papa e mi raggiunga nel club degli Epicurei che vivono nascosti. Lei ha almeno la speranza che la Storia Le renda giustizia.
 
RISPOSTA DI CRAXI
                                    Hammamet 95
 
Caro Pardo,
 
    La ringrazio per la sua bella lettera. Sincera ed amara.
    E tuttavia non si può lasciar andare le cose come stanno andando. Una falsa rivoluzione è in marcia ed intende continuare ad usare la violenza e la menzogna pur di affermarsi. Se è possibile bisogna impedirlo.
    Vedo purtroppo tutto ancora confuso.
    Fra qualche mese forse si presenteranno condizioni migliori. Io farò quello che potrò.
    Grazie ancora, B.Craxi.
 
POLITICA
10 gennaio 2010
ANDREOTTI, MAFIOSO O NO
ANDREOTTI MAFIOSO O NO

Sui vari forum, e persino in articoli di giornale, moltissimi affermano che Andreotti non è stato assolto dall’accusa di essere un mafioso. Si dice: è stato processato per mafia ed è stato prosciolto, ma nella motivazione l’estensore ha affermato che Andreotti è stato un mafioso in anni per i quali non poteva essere processato, per intervenuta prescrizione. Dunque che Andreotti sia stato un mafioso è stabilito in sentenza; poi, che egli non sconti nessuna pena, se così vuole la legge: ma il fatto rimane.

Le cose non stanno così. La sentenza fa stato per ciò che segue le famose tre lettere P.Q.M., Per Questi Motivi, cioè per il dispositivo. Se dopo c’è scritto “condanna”, l’imputato è dichiarato colpevole; se dopo c’è scritto “assolve”, l’imputato è dichiarato innocente. La motivazione non è Vangelo in ogni sua parte: ha la funzione di permettere ai difensori di sapere contro quali accuse, contro quali prove, contro quali ragionamenti difendersi e vale solo per la sua efficacia. Nelle aule si raggiunge soltanto una “verità giudiziaria” e nessuno può escludere che in seguito la storia dimostri un’altra verità: si chiama errore giudiziario. Comunque, la stessa “verità giudiziaria” si limita al dispositivo e non si estende alla motivazione. Un giudice, condannando un ladro, può scrivere che “per quanto bruttissimo, il dipinto ha un grande valore commerciale”: e conteggiare dunque l’aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità. Ma nessuno potrà poi sostenere che quel quadro è bruttissimo perché così è scritto in una sentenza.

Per Giulio Andreotti, riguardo ai fatti che, eventualmente, sarebbero poi dovuti ricadere nell’ambito della prescrizione, l’estensore sarebbe potuto giungere solo ad una di queste due soluzioni. Se dall’esame superficiale dei fatti fosse risultata evidente la non colpevolezza dell’imputato, non avrebbe dovuto applicare la prescrizione ma avrebbe dovuto assolvere nel merito. Se invece dall’esame superficiale dei fatti l’innocenza non fosse risultata del tutto evidente, avrebbe dovuto applicare la prescrizione.

Si è parlato di esame superficiale perché il giudice, sapendo che su certi fatti non potrà in nessun caso arrivare ad una condanna, non perderà certo il tempo di fare approfondite indagini. L’art.152 del Codice di Procedura Penale cpv stabilisce infatti: “Quando risulta una causa di estinzione del reato, ma già sussistono le prove le quali rendono evidente che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso...” il giudice assolve nel merito. Dunque, applicando la prescrizione non si dichiara la colpevolezza dell’imputato, si dichiara soltanto che LA SUA INNOCENZA NON È EVIDENTE. Nel caso di Andreotti, se l’estensore ne ha affermato la colpevolezza per gli anni coperti dalla prescrizione, è andato oltre i suoi poteri e la sua affermazione è giuridicamente inefficace. Il giudice non ha l’obbligo di motivare l’automatica applicazione della prescrizione (basta il decorso del tempo): deve solo motivare l’eventuale assoluzione nel merito. Questa infatti costituisce l’eccezione rispetto alla regola della prescrizione. Comunque non può permettersi di dichiarare un cittadino colpevole per fatti non sottoposti al suo giudizio.

Qui si impone una nota. Qualcuno, con logica acuta, potrebbe obiettare che, per sapere se si possa applicare la prescrizione - graduata secondo la gravità delle accuse - bisogna conoscere i fatti, almeno in generale. Ma nel caso di Andreotti, dal momento che  i reati per i quali si procedeva contro di lui erano gli stessi di quelli per i quali è stato assolto, l’indagine per gli anni coperti dalla prescrizione era un’assoluta perdita di tempo.

Che questa sia la realtà giuridica e processuale non può essere messo in dubbio. Infatti, se la sentenza potesse affermare la colpevolezza dell’accusato assolto per prescrizione, l’accusato sarebbe assolto in giudizio e condannato socialmente. Questo è talmente contrario alla nostra civiltà giuridica che è stata persino abolita la condanna per insufficienza di prove. Non si può lasciare un cittadino esposto in aeternum ad un sospetto infamante. Fra l’altro, nel caso della prescrizione, si avrebbe una condanna (morale) senza concedere all’accusato  la possibilità di dimostrare la propria innocenza. Infatti per quei fatti non si sono svolte adeguate indagini e non gli è stata data – perché non necessaria – la possibilità di difendersi.

L’imputato, anche se innocente, ha comunque interesse ad accettare sempre la prescrizione: chi, potendo evitare l’alea di un processo penale, la corre volontariamente? Ha scritto Piero Calamandrei: “Se mi accusassero di avere rubato la Torre di Pisa, mi darei alla latitanza”. A tal punto è grande il rischio che qualunque competente vede in un processo penale. Fra l’altro, per processi di mafia con ampio uso di “pentiti”, anche Papa Ratzinger avrebbe di che temere.

In conclusione sappiamo che Andreotti è giuridicamente innocente delle accuse per cui è stato processato; sappiamo pure che, a credere all’estensore, la sua innocenza, rispetto alle accuse riguardanti anni lontani, non è solare. Non sappiamo altro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

8 gennaio 2010

UNA CONFERMA AUTOREVOLE

 

Prima di inviare a qualche giornale on line e agli amici il mio testo su “Andreotti mafioso o no”, per prudenza l’ho spedito al dr. Luigi Bitto, ex alto magistrato di Bergamo, di cui mi onoro d’essere un amico epistolare. Gli ho chiesto se per caso avessi detto qualche sciocchezza giuridica ed ho ricevuto da lui questa risposta, che mi ha autorizzato a pubblicare.

 

Mentre era in corso il processo d’appello contro il senatore Andreotti ho avuto un colloquio a Palermo con un magistrato della Corte d’Appello, che mi accennò ad una forte preoccupazione dell’organo giudicante di non lasciare del tutto scoperta la Procura dopo che l’apparato probatorio era stato smentito dalle risultanze dell’istruttoria dibattimentale, svoltasi durante il processo di primo grado. Quel bravissimo magistrato, alle mie perplessità, rispose con accenni accorati, invitandomi a considerare le condizioni dell’ordine pubblico a Palermo, quando i magistrati inquirenti e le loro scorte saltavano in aria e illustri uomini politici venivano trovati stesi a terra da scariche di mitra. In una situazione del genere, i magistrati della Procura erano sottoposti ad una pressione eccezionale, che li portava a dare ascolto alle voci dei pentiti.

Compresi il senso di questo discorso, quando, poco dopo, venne pronunziata la sentenza della Corte.

L’accorgimento, al quale fecero ricorso per salvare capra e cavoli, fu di dividere la permanenza nel reato in due periodi: uno, successivo all’introduzione del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, per il quale le accuse dei pentiti risultavano smentite, l’altro, più risalente nel tempo e perciò coperto dalla prescrizione, nel quale non si erano registrate smentite così clamorose. Sarebbe stato facile osservare che le smentite successive valevano anche per il passato, tranne ipotizzare una conversione improvvisa, tipo quella dell’Innominato, assolutamente improbabile e comunque non provata, ma le soluzioni politiche dei processi, che sono sempre esistite nella storia, checché se ne dica, esercitano un notevole fascino. Sicché il marchingegno, del tutto estraneo al giudizio di primo grado, resse in Cassazione, che peraltro è la sede delle soluzioni politiche, essendo sua funzione adeguare l’interpretazione della norma giuridica alle nuove esigenze della società in rapida trasformazione.

Come può vedere, la sentenza d’appello non afferma in nessun modo la colpevolezza del senatore: per il periodo più recente la esclude in radice, per il periodo più antico lascia le cose in un limbo di incertezza, senza affermare esplicitamente alcuna colpevolezza. La contraddizione sarebbe stata troppo stridente mancando la prova della notte dell’Innominato.

Il giudizio da lei espresso, perciò, è, a mio parere, esatto.

Luigi Bitto

 
 
POLITICA
7 gennaio 2010
L'ITALIA È UNA REPUBBLICA FONDATA SULL'EQUIVOCO
 “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Così comincia la Costituzione Italiana. Renato Brunetta ha detto che è un articolo da modificare e molti – naturalmente in primo luogo il giurista Di Pietro – gli hanno dato addosso: la Costituzione non si tocca. Ma che cosa bisogna pensarne, in realtà?
Bisogna cominciare col dire che la Costituzione si tocca, dal momento che non pare sia stata scolpita su tavole di pietra sul Monte Sinai. Bisogna solo vedere che cosa significhino quelle famose parole e quale guaio conseguirebbe alla loro eliminazione.
All’università si studia che la legge è del tutto indipendente dai lavori preparatori. Il richiamo alle ragioni per le quali si è stabilita una data norma fa parte dei metodi interpretativi ma non è nemmeno il principale. In diritto si considera la legge come un testo atemporale, da applicare partendo esclusivamente dalle parole che la costituiscono. Questo può anche condurre ad applicazioni diverse da quelle previste dal legislatore (interpretazione evolutiva) e la cosa non costituisce affatto un’illegalità. Se dunque si sostiene, come fanno in molti (e come le discussioni del 1947 autorizzano a fare) che quella formulazione echeggia la mentalità sovietica di buona parte della Costituente, non si dice nulla di veramente importante. Né salverebbero quella formulazione le parole dette già sul momento da Amintore Fanfani, quando sostenne che essa vieta che la Repubblica “possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui”. Perché questo non era necessario escluderlo: non era venuto in mente a nessuno. L’art.1 potrebbe essere valido ed importante quali che siano state le motivazioni per il suo varo perché quelle parole vivono di vita propria. L’unica condizione è che, appunto, esse significhino qualcosa.
Qualcuno ha fatto dell’ironia chiedendo se sarebbe stato possibile scrivere che l’Italia è una Repubblica fondata sull’ozio. Ma proprio questa “falsificazione” fa meglio capire che l’unico significato possibile – e allarmante – è che la Repubblica “ama di più” e “favorisce” i lavoratori dipendenti e li “preferisce” agli imprenditori, ai liberi professionisti, agli operatori di Borsa, ai pensionati, e a tutti coloro che nessuno immagina in tuta blu. Naturalmente non solo questo è un assurdo – dal momento che anche chi dirige la Banca d’Italia è un lavoratore, eccome – ma il principio andrebbe contro l’art.3, il quale stabilisce l’uguaglianza dei cittadini.
La verità è che Renato Brunetta ha torto, nel voler cambiare l’art.1: esso è talmente insignificante che, come dicevano i romani, vitiatur sed non vitiat, non ha senso ma non fa neanche male. E se piace tanto a Di Pietro, perché toglierglielo?
Come tanti altri articoli della Carta fondamentale, l’art.1 fa parte del “lato retorico” di quel testo, e ne condivide la pericolosità. Ad esso si possono dare interpretazioni lesive dei diritti di persone che, per qualche vaga ragione, si vogliano escludere dal novero dei “lavoratori”, come si può dare qualunque interpretazione si voglia al principio (art.3) che stabilisce l’uguaglianza fra tutti i cittadini. In fondo esso potrebbe anche servire a stabilire il diritto di un paralitico sessantenne ad essere assunto fra i pompieri operativi: non sono forse uguali, tutti i cittadini?
Ogni volta che lo desiderano, i magistrati e la Corte Costituzionale, per non applicare o modificare le leggi sgradite, possono far finta di applicare quei bei principi: ma sarebbe giusto rispondere col proverbio francese che qui veut noyer son chien l’accuse de la rage, chi vuole annegare il suo cane dice che ha la rabbia. Le interpretazioni non assolutamente letterali della Corte Costituzionale sono atti politici, non giudiziari. E chi ha inserito nella Costituzione grandi principi insieme ad un organismo, la Corte Costituzionale, chiamato ad applicarli, forse non si è reso conto che ha dato ad un corpo non elettivo il potere di annullare la volontà del corpo elettivo più importante del Paese: il Parlamento. L’art.1, in questo senso, è fra i meno dannosi.
Ma non è politicamente corretto dire tutto questo e ci si può aspettare di essere condannati alla gogna.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 gennaio 2010


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POLITICA
5 gennaio 2010
DI PIETRO IN PAPUASIA
È raro che si legga un articolo interamente dedicato ad Antonio Di Pietro. La prima ragione è  probabilmente la legittima difesa. Sarà un’impressione sbagliata, ma in più di un’occasione si è avuta la sensazione che i magistrati abbiano tendenza ad assolvere il nostro ex-pm e nel frattempo a condannare a congrui risarcimenti chi si sia permesso di criticarlo in modo pepato. Perché correre rischi? Si può tentare di parlarne solo dal punto di vista sociologico, se non addirittura etnologico.
Bisogna partire da un assioma: l’ignoranza è molto più vasta e profonda di quanto di solito non si creda. Non c’è niente che sia talmente facile e corrente da essere noto a tutti e capito da tutti. Un esempio evidente: le fasi della Luna. Tutti conoscono il nostro satellite, sanno che a volte c’è e a volte non c’è, a volta ha la gobba a destra e a volte a sinistra, sorge alle ore più impensate, ecc, e tuttavia quanti, se richiesti, dimostrerebbero di conoscere questa meccanica celeste, quanti riuscirebbero a spiegarla?
Ma non mancano solo i dati culturali: mancano anche i metodi di comprensione del reale. Secondo Lévi Strauss, per un certo gruppo di primitivi l’incantesimo dello stregone, prima della guerra contro la tribù vicina, era essenziale. Erano convinti che la vittoria non dipendesse tanto dal numero dei guerrieri, dalle armi impiegate e dal coraggio dimostrato, quanto da quell’incantesimo. Al punto che, in caso di sconfitta, non pensavano che gli altri erano stati più forti, ma che fosse stato più forte il loro stregone. Tutto questo può sorprendere, eppure è molto conforme alla natura umana. Neanche noi uomini cosiddetti civili siamo molto diversi. Quando, per evitare il temporale previsto per la mattina, decidiamo di uscire di pomeriggio, e poi ci piove addosso lo stesso, diciamo stizziti: “Era destino che mi bagnassi, oggi!” Le spiegazioni meteorologiche non sono necessarie e probabilmente non le capiremmo. “Il destino”, al contrario, ci pare un concetto chiaro, che spiega bene ciò che è avvenuto. Un ragionamento da Papuasia.
La nostra mente comprende più facilmente la spiegazione “magica” che quella scientifica. Per questo, malgrado secoli di scienza, esistono ancora i maghi, i veggenti, e i guaritori. Né mancano gli oroscopi, in tutte le televisioni. È più facile credere che si è scivolati, facendosi un male cane, perché si è incontrato uno iettatore, piuttosto che  ascoltare pazientemente la spiegazione di chi ci fa notare quanto basso sia il coefficiente di attrito fra una suola di scarpa molto liscia e una pavimentazione vagamente untuosoa. Concludendo magari, il seccatore, che siamo scivolati per colpa nostra.
Questo atteggiamento mentale vale anche per la politica. La battuta “piove, governo ladro!” è un indice prezioso. Uno Stato in tanto può offrire servizi solo in quanto riscuota tasse e imposte, ma è più facile stramaledire chi le riscuote: per questo fu linciato Giuseppe Prina. E dire che in Italia non c’è una tradizione di questa pratica barbarica: ma nel 1814 per un ministro delle finanze si poté fare un’eccezione.
Per il popolo, lo Stato ha il volto dei suoi esponenti più importanti. Il resto non conta. Naturalmente è una visione per primitivi: il governo è il sommo di un’immensa piramide e moltissime decisioni sono prese a livelli intermedi. Al vertice di certi problemi ci si interessa solo se si verifica qualche guaio. A quel punto l’opposizione chiede che “il ministro riferisca”, questi si informa con i suoi sottoposti (normalmente non sa niente della faccenda) e infine va a leggere qualcosa in Parlamento. Ma per il popolo minuto il responsabile di quel guaio è lui. Anzi, in Italia, è l’onnipresente, incombente, inevitabile Berlusconi.
Se c’è un’eccezionale ondata di maltempo e i trasporti ne risentono pesantemente, un politico serio, anche se di opposizione, esita a darne la colpa al governo. La natura non chiede permesso e non sa chi ha vinto le ultime elezioni. Ma il popolino – e con lui Di Pietro – non farà nessuna indagine. In questo, come in casi simili, darà la colpa a Berlusconi. Perché è il Capo del governo e tanto basta. “Piove, governo ladro”. Naturalmente, con questi livelli di rozzezza l’ex pm non può sperare di conquistare la maggioranza degli italiani: ma a lui basta rosicchiare voti al Pd.
Ecco perché è tanto difficile parlare di lui. Questo sedicente politico ha scelto una volta per tutte di farsi l’interprete di una mentalità e non c’è nemmeno da chiedersi se creda a tutto ciò che dice: reagisce a tutti gli avvenimenti come reagisce colui che inciampa dopo avere incontrato lo iettatore. La sua non è una politica, è una serie di “piove, governo ladro”. Con l’ovvia conseguenza che, se è ladro, va buttato in galera. In particolare, essendo Silvio Berlusconi il ladro capo di un governo ladro, bisognerebbe processarlo (per la forma) e poi chiuderlo in carcere e buttare la chiave. Così, magari, smetterà di piovere.
Il fenomeno Di Pietro non è politologico. È di competenza di Claude Lévi Strauss.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 gennaio 2010

POLITICA
1 gennaio 2010
LE NEVROSI DI GRUPPO ITALIANE

Un individuo che ha un comportamento abnorme è nevrotico. Se è tanto geloso della moglie da impedirle di uscire di casa, a meno d’essere accompagnata da un membro della famiglia di sesso maschile; se è tanto geloso da vietarle di parlare con uomini o di farsi visitare da un medico; se è tanto geloso da non permettere a nessuno di guardarla in faccia, in Europa è considerato un pazzo. I cittadini dell’Arabia Saudita che si comportano così invece non sono nevrotici e nessuno di loro accetterebbe l’ipotesi d’essere un demente. Sono piuttosto gli Europei ad essere immorali.
L’orizzonte mentale e comportamentale di ogni individuo è il gruppo nel quale vive. Lo standard sociale è molto spesso l’unico metro del vero e del falso.
Questo concetto si rivela utile anche per capire l’origine di fenomeni che coinvolgono milioni di persone. Se alcuni hanno un’idea paranoica comune possono facilmente suggestionare un nuovo arrivato, soprattutto se la strada è spianata da un pregiudizio favorevole: per esempio la tendenza a trovare un capro espiatorio. Il singolo entra in contatto con degli antisemiti e quella che fino a quel momento era stata un’ipotesi saltuaria diviene una certezza: “Lo dicono tutti”; “Se loro ne sono così sicuri, è perché hanno studiato il problema meglio di me”. “E poi sto tanto bene con loro, non possono che avere ragione”. Così il gruppo si ingrossa e fa valanga.
Un altro esempio lo forniscono le Crociate. Per secoli, prima e dopo, la Cristianità si è occupata solo marginalmente dei “Luoghi Santi”. In quegli anni, invece, per migliaia e migliaia di persone divenne indispensabile ed impellente liberare la Palestina dagli infedeli. Chi avesse chiesto con aria ingenua: “Ma che ve ne importa? Vale la pena di fare una guerra, per questo?”, sarebbe stato guardato come un empio e un eretico.
Né la modernità ci ha resi più savi. Una trentina d’anni fa, dovunque ci fossero contratti pubblici si dovevano pagare tangenti ai partiti. Percentuali e coefficienti erano canonici e prestabiliti. “E qualcuno non denuncia tutto questo?”, chiedeva il solito ingenuo. Ma sarebbe stato inutile: le azioni giudiziarie erano regolarmente insabbiate e il guastafeste da quel momento non otteneva più un contratto. Tutti ormai trovavano questo stato di cose normale: i partiti ne vivevano, i magistrati soffrivano di cateratta bilaterale e i cittadini mettevano quelle somme nella colonna dei costi.
Poi, un giorno, cominciando da un certo Mario Chiesa, si scoprì che tutto questo era illecito. Centinaia di magistrati, miracolati da Santa Lucia, improvvisamente si misero ad inseguire e sbattere in galera migliaia di imprenditori e politici, azzerando interi partiti (ma non tutti). Gli italiani si spellavano le mani ad applaudirli. Giudicavano assolutamente inammissibile ciò che fino a quel momento avevano ammesso, insopportabile che ciò che avevano sopportato, illecito ciò che avevano giudicato normale e spregevoli criminali quegli stessi politici che prima avevano avvicinato col cappello in mano e della cui amicizia si erano vantati. La nevrosi collettiva aveva cambiato di segno. Quegli stessi magistrati che fino a un anno prima non si erano accorti di nulla erano ora considerati cavalieri dell’ideale ed incoraggiati ad essere perfino crudeli con gli accusati.
Questo genere di fenomeni sociali può provocare una sorta di sbigottimento. Lo spaesamento, lo smarrimento vagamente fantastico di chi, non essendo suggestionabile, vede un’intera folla che ammira gli abiti nuovi dell’imperatore in mutande. Questo stato d’animo può assalirci sentendo il coro di quelli che sostengono che la Resistenza (quella che avrebbe in maggioranza voluto Stalin al potere) ha creato i valori democratici delle rivoluzioni americana e francese. Come anche il coro di quelli che si sentono nobilmente spietati – piccoli Robespierre  - nel condannare Craxi senza attenuanti e rimpiangendo di non averlo potuto vedere in galera. Un coro che poi ha deviato la propria animosità su Berlusconi, trasformandola in odio cieco, ben più acido ed implacabile di quello riservato a banditi come Vallanzasca o assassine di innocenti come Anna Maria Franzoni. E soprattutto un odio ben più inestinguibile di quello sentito per mandanti di omicidi come Adriano Sofri: Berlusconi è un criminale impunito, un pendaglio da forca, Sofri una vittima del sistema, e al peggio uno che sbagliò. Lo penso io, lo pensano milioni di persone, lo certifica tutti i giorni “la Repubblica”: come potrebbe non essere vero?
Uno ripensa alla morale sessuale dell’Arabia Saudita, alle Crociate, ai Valori della Resistenza, a cento di queste cose e conclude: ma non vuole proprio suonare, la sveglia? Quando uscirò da questi incubi?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1 gennaio 2010

POLITICA
30 dicembre 2009
I GRANDI POLITICI DEVONO DARE L'ESEMPIO

Se un incompetente afferma qualcosa di assurdo, non val la pena di contestarlo. È inutile che un chirurgo discuta di tecnica operatoria con un ragioniere. Ma se si discute di politica – un campo nel quale tutti sono chiamati ad operare, col voto, e nel quale quasi tutti si considerano competenti – è difficile evitare la diatriba: il chirurgo può trovarsi costretto a discutere di operazioni a cuore aperto col ragioniere. Questo soprattutto in Italia, dove un’idea sbagliata può divenire grande corrente di pensiero e perfino partito politico.
Una delle affermazioni più sorprendenti, che si ritrova nelle righe dei migliori giornali e sulla bocca di persone di cultura, riguarda la moralità della politica. Il cosiddetto giustizialismo. Molti sostengono che “i governanti dovrebbero dare il buon esempio”. Se sgarrano anche di un minimo, devono lasciare il potere e magari essere sbattuti in galera come gli altri e peggio degli altri. Ciò che si può tollerare nell’ignoto cittadino non si può tollerare in un ministro.
La tesi non è solo infondata: fa a pugni col buon senso e rappresenta un totale capovolgimento di ciò che insegnano l’esperienza storica e la realtà presente. Al riguardo è bene leggere ciò che ha scritto in una pagina famosa Benedetto Croce il quale, a differenza del sottoscritto, si può permettere di dare del cretino a tanta gente che si crede moralmente superiore. Segue il testo.
Gianni Pardo

 
Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa della «onestà» nella vita politica. L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica.
Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, ha per breve tempo fatto salire al potere in quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine.
E' strano (cioè, non è strano, quando si tengano presenti le spiegazioni psicologiche offerte di sopra) che laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatorie, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura.
«Ma che cosa è, dunque, l’onestà politica» - si domanderà. L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze. «È questo soltanto? E non dovrà essere egli uomo, per ogni rispetto, incensurabile e stimabile? E la politica potrà essere esercitata da uomini in altri riguardi poco pregevoli?». Obiezione volgare, di quel tale volgo, descritto di sopra. Perché è evidente che le pecche che possa eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo tenderanno in proprio in quelle sfere, ma non già nella politica. Colà lo condanneremo scienziato ignorante, uomo vizioso, cattivo marito, cattivo padre, e simili; a modo stesso che censuriamo, in un poeta giocatore e dissoluto e adultero, il giocatore, il dissoluto e l’adultero, ma non la sua poesia, che è la parte pura della sua anima, e quella in cui di volta in volta si redime.
Si narra del Fox dedito alla crapula e alle dissolutezze, che, poi che fu venuto in fama e grandezza di oratore parlamentare e di capopartito, tentò di mettere regola nella sua vita privata, di diventar morigerato, di astenersi dal frequentare cattivi luoghi; ed ecco che sentì illanguidirsi la vena, infiacchirsi l’energia lottatrice, e non ritrovò quelle forze se non quando tornò alle sue consuetudini.
Che cosa farci? Deplorare, tutt’al più, una così infelice costituzione fisiologica e psicologica, che per operare aveva bisogno di quegli eccitanti o di quegli sfoghi; ma con questo non si è detto nulla contro l’opera politica che il Fox compiè, e, se egli giovò al suo paese, l’Inghilterra ben gli fece largo nella politica, quantunque i padri di famiglia con pari prudenza gli avrebbero dovuto negare le loro figliuole in ispose.
«Ma no (si continuerà obiettando), noi non ci diamo pensiero solo di ciò, ossia della vita privata; ma di quella disonestà privata che corrompe la stessa opera politica, e fa che un uomo politicamente abile tradisca il suo partito o la sua patria; e per questo richiediamo che egli sia anche privatamente ossia integralmente onesto» - Senonché non si riflette che un uomo dotato di genio o capacità politica si lascia corrompere in ogni altra cosa, ma non in quella, perché in quella è la sua passione, il suo amore, la sua gloria, il fine sostanziale della sua vita. Allo stesso modo che il poeta, per vizioso e dissoluto che sia, se è poeta, transigerà su tutto ma non sulla poesia, e non si acconcerà a scrivere brutti versi. Il Mirabeau prendeva bensì danaro dalla corte, ma, servendosi del danaro per i suoi bisogni particolari, si serviva della corte, e insieme dell’Assemblea nazionale, per cercare di attuare in Francia la sua idea di una monarchia costituzionale di tipo inglese, di uno Stato non assolutistico e non demagogico. Vero è che questa disarmonia tra vita propriamente politica e la restante vita pratica non può spingersi tropp’oltre, perché, se non altro, la cattiva reputazione, prodotta dalla seconda, rioperando sulla prima, le frappone poi ostacoli, come il Mirabeau, sospirando, confessava, o l’ipocrisia morale degli avversari può valersene da un’arma avvelenata, come nel caso del Parnell. Ma questo è un altro discorso.
«E se, nonostante l’impulso del suo genio, nonostante l’amore per la propria arte, soggiacerà ai suoi cattivi istinti e farà cattiva politica?».
Allora, il presente discorso è finito, perché siamo rientrati nel caso in cui la disonestà coincide con la cattiva politica, con l’incapacità politica, da qualunque lontano motivo sia prodotta, virtuoso o vizioso, e in qualunque forma si presenti, cioè come incapacità abitudinaria e connaturata, o incapacità intermittente e accidentale. Può, altresì, il poeta geniale, talvolta, per compiacenza o a prezzo, comporre versi senza ispirazione e adulatori; senonché, in quel caso non è più poeta.
Benedetto Croce
 
POLITICA
19 dicembre 2009
L'INCIUCIO PIDUISTA
A Massimo D’Alema in passato non sono state risparmiate critiche e un paio di volte l’abbiamo chiamato bugiardo. Persino nei titoli degli articoli. Oggi invece ci sono persone che ci costringono a prenderne le difese.
Rendendosi conto del clima avvelenato che si respira, D’Alema ha proposto di dare alla maggioranza il proprio accordo per una qualche legge che sottragga Berlusconi alla persecuzione dei giudici e permetta di discutere insieme, più seriamente, delle necessarie riforme. Per questo accordo ha usato coraggiosamente la parola “inciucio”, prevenendo dunque la reazione pavloviana dei suoi colleghi. Ha aggiunto che gli accordi fra avversari fanno parte della normale vita politica, ogni volta che essi siano utili, ed ha citato l’intesa, in anni lontani, a proposito dell’art.7 della Costituzione.
L’unica cosa che si può seriamente contestare, in queste affermazioni, è la parola “inciucio”: a quanto dicono, in napoletano significa “cicaleccio”, “conversazione a bassa voce”, al massimo “pettegolezzo”, non “accordo sottobanco”. Il leader maximo però l’ha usata per prevenire gli altri: voleva dire che è inutile demonizzare gli accordi politici con una parola magica.
E tuttavia la reazione è stata lo stesso immediata e corale. Innanzi tutto, per “inciucio”, come per “piduista”, basta la parola: sono da condannare a prescindere. Poi si è considerato oltraggioso che si osasse paragonare un accordo per la Costituzione con le misere necessità attuali: quasi che non fosse più difficile mettersi d’accordo sulle grandi cose piuttosto che sulle piccole. Infine è stato definito più o meno orrendo che si dia una mano per  sottrarre Berlusconi alle proprie responsabilità di delinquente conclamato. Insomma, il verdetto di menti politiche come Di Pietro, la Bindi e Franceschini è stato: anathema sit.
Walter Veltroni, di suo, ci ha messo il proprio scandalo per l’affermazione secondo cui “Berlusconi deve arrivare alla fine della legislatura”. “Se ne vedono di tutti i colori”, ha commentato: quasi che D’Alema avesse detto che si deve sostenere il Cavaliere, mentre voleva solo far notare che bisognerebbe sapere che cosa fare fino al 2013.
Il punto centrale è che, per molti “puri”, la prima qualità di un uomo politico è l’onestà. Un’onestà precisamente giudiziaria, sperabilmente smentita (per quanto riguarda gli avversari) dai magistrati amici. Dimenticano che Benito Mussolini, e perfino Hitler, furono onestissimi e che la famosa “fedina penale pulita” Pertini, e molti altri antifascisti, non l’avevano. Questa dell’onestà è una di quelle idee che si sgonfiano al primo esame, come il vagheggiato “governo degli esperti”: si vorrebbe infatti un ingegnere ai lavori pubblici e un giurista al ministero della giustizia, quasi che la politica fosse una materia tecnica e quasi che un ingegnere potesse meglio sapere se è più necessario costruire un ospedale o un carcere. Né si smette di desiderare amministratori della cosa pubblica (o del diritto, vedi alla voce Corte Costituzionale), che agiscano senza pregiudizi politici. Simili uomini non esistono. Senza idee politiche è solo chi è senza idee: e perfino in questo caso si può star certi che ne avrà quanto meno di sbagliate. Infine per gli sciocchi è supremamente necessario rimanere fedeli agli ideali e non scendere a nessun compromesso. Sistema sicuro per andare a sbattere. In particolare quando gli ideali sono quelli di geni politologici come Antonio Di Pietro o di agit prop di provincia come Dario Franceschini.
La politica è l’arte del possibile: chi troppo vuole nulla stringe. L’antiberlusconismo fanatico ha prodotto fino ad ora la massima maggioranza di centro-destra di tutti i tempi e sondaggi che danno al Pdl dieci punti più del Pd. Che cosa si aspetta per capire che in questo modo non si concluderà nulla? Se un governo in carica ha il sessanta per cento di consensi, mentre di solito “il potere logora” se non le persone certo le maggioranze, che cosa si aspetta per capire che per il centro-sinistra le prospettive sono nerissime e l’applauso a Spatuzza (peccato che l’abbiano smentito!) è controproducente? Santoro gli fa gli auguri di Natale (auguri di più brillanti invenzioni?) e non capisce che procura voti a Berlusconi. Il centro-sinistra è vittima di un’irrefrenabile sindrome tafazziana.
D’Alema, da politico pragmatico, dice: “Meglio concedere qualcosa a Berlusconi per ottenere molto, che non concedergli nulla e rimanere irrilevanti”. Si poteva contestare la sua tesi, migliorare la sua proposta, farne una migliore: mentre reagire con indignazione è ridicolo.
Massimo ha sbagliato uditorio. Ha creduto di parlare con persone ragionevoli. Con l’attuale reazione molti dimostrano invece una mentalità politica infantile. Per loro il raggiungimento dell’età matura sembra fuori dal novero delle possibilità reali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 dicembre 2009

POLITICA
14 dicembre 2009
AGGRESSIONE: LA COLPA DI BERLUSCONI
Immediatamente dopo l’aggressione al Presidente del Consiglio sia Antonio Di Pietro sia Rosy Bindi si sono distinti con commenti inqualificabili che non staremo a riportare ma che concordano su un punto: il vero colpevole è Silvio Berlusconi. Come avviene ogni tanto agli orologi fermi, può capitare anche a costoro di dire la verità. Anche se non è la stessa che pensano loro.
Le misure di protezione del nostro Primo Ministro non sono pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Non sappiamo dunque né quanti siano gli addetti, né quali protocolli attuino, né infine se il ferimento dell’uomo politico sia dovuto a loro colpa o all’imprudenza dell’interessato: ma è ragionevole propendere per la seconda ipotesi.
Una celebrità internazionale - non al livello del Cavaliere ma anche una sventatella come Paris Hilton - deve stare attenta a non farsi avvicinare. I matti esistono eccome. Come esistono i frustrati che odiano qualcuno solo perché ha più successo di loro. Né mancano i violenti e i fanatici. Se all’aeroporto vi costringono a passare scalzi attraverso il metal detector, che senso avrebbe permettere al primo che passa di stare a un metro o due da un Capo di Stato o da un grande artista di fama internazionale?
Purtroppo, accanto alle necessità della sicurezza, ci sono quelle della politica. Alla gente normale da un lato piace pensare che il Primo Ministro sia una sorta di semi-dio che può fare ciò che vuole e risolvere qualunque problema, dall’altro ama credere che sia un uomo alla mano, come gli altri, cui si può manifestare la propria simpatia dandogli una pacca sulla spalla. Proprio per questa ragione, per ottenere questa fama di umanità e semplicità, non raramente i grandi si immergono nella folla. Sanno di correre qualche rischio e contano da un lato sulla loro buona stella, dall’altro sul fatto che nessuno sa in anticipo in quale punto avrà luogo l’incontro con la folla.
A Milano da un lato la gente sapeva benissimo da dove sarebbe sceso Berlusconi, dall’altro sapeva pure che egli ama pensare che tutti gli vogliano bene, che chi gli si avvicina lo fa solo per dirgli “Bravo!”. Dunque sul suo bagno di folla ci contava. Se ne è parlato anche in sede di analisi politica: Silvio ha il difetto di voler piacere a tutti, e per questo si abbassa perfino a raccontare barzellette. È il tipo che adora risolvere i problemi col sorriso, con un’offerta generosa, con una seduzione che reputa irresistibile: tanto che alla fine rimane veramente dolente, quando la cosa non funziona. La sua amarezza e aggressività di questi giorni sono il frutto della delusione. Fini osa parlare di “riforme condivise”? Lui si è convinto che non c’è nessuna speranza di accordo o dialogo con chi lo odia pregiudizialmente. Ha cioè finalmente capito ciò che i cinici, come chi scrive, hanno capito da oltre un decennio.
In questo senso, nell’aggressione di ieri, Berlusconi ha una parte della colpa. Dovrebbe convincersi che non può essere amato da tutti e poi che, quand’anche lo fosse, ci può sempre essere qualcuno desideroso di procurarsi la fama di Erostrato. O di Bresci.
L’illusione di cui è stato spesso vittima il Cavaliere deriva forse dalle sue esperienze nel mondo del “fare”, dove non ci sono matti, accoppiata con un’insufficiente cultura in filosofia. Chi ha praticato questa materia sa perfettamente che nulla è evidente per tutti, che non si può dimostrare l’esistenza della materia neppure a chi ha appena sbattuto la faccia contro un palo. Se dunque qualcuno pensa che dicendo cose incontrovertibili, o facendo del bene, dopo non si possano ricevere che applausi, si sbaglia pesantemente. Poco importa quanto sia storica la scelta tra Gesù e Barabba: il racconto è carico di saggezza popolare.
Ecco perché sarebbe bene che un uomo odiato come Silvio Berlusconi stesse sempre ad almeno cinquanta metri da chiunque. Sarà pure l’amico della metà deglii italiani che lo votano, ma è il bersaglio dell’altra metà. Diversamente avrebbe ragione l’orologio fermo: rendendo facile l’aggressione, è quasi come se la provocasse.
Che è un po’ quello che è avvenuto con Rosy Bindi: non bisogna offrire a certe persone l’occasione di dire una sciocchezza, perché si può star certi che ne approfitteranno subito.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 dicembre 2009

POLITICA
13 dicembre 2009
UN EDITORIALE IN UN SMS
Di Pietro, ex-magistrato, sull’aggressione: “Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefreghismo istiga alla violenza". Insomma è colpevole come una donna bella che sia stata stuprata.

POLITICA
13 ottobre 2009
FRANCESCHINI, LATORRE, BERLUSCONI

FRANCESCHINI, LATORRE E BERLUSCONI

A volte ci si accorge improvvisamente di non avere mai parlato di un argomento di cui parlano molti: e stavolta si tratta di Dario Franceschini.

Quando comparve sulla scena, questo politico si caratterizzò per il suo aspetto di bravo bambino cui la mamma ha finito di ravviare il ciuffo.  La sua aria linda, i suoi occhiali, il suo parlare puntuto e pedante, lo facevano identificare con il primo della classe: quello che siede al primo banco e dà sempre la risposta che s’aspetta il maestro. Poi le vicende della vita gli hanno messo sotto il sedere la sedia su cui stava prima Veltroni e si è rivelato del tutto diverso. Il bravo bambino si è messo a sputare veleno, a mordere a destra e a manca, per mostrare che Franti non gli fa paura ed è in grado di battere sul suo stesso terreno perfino Di Pietro.

L’effetto, agli occhi di molti, è stato patetico. Il ruggito del leone è orrendo, ma almeno parla della forza del leone: che dire, invece, del ruggito del topo? Inoltre, questa aggressività è stata inconcludente, se si guarda alla sostanza. È comprensibile che un leader dell’opposizione critichi il governo, meno comprensibile è che critichi a testa bassa, a base di accuse tanto roventi quanto vaghe, qualunque provvedimento. Inoltre non ha senso attribuire costantemente la paternità di tutto al solo Berlusconi, sbarazzandosi poi di lui col definirlo brutto e cattivo. L’antiberlusconismo è l’argomento di chi non ha argomenti. Questa frase, di solito attribuita all’insulto, è del resto adeguata come non mai: perché l’antiberlusconismo si nutre più di ingiurie, travisamenti e calunnie che di precise e costruttive critiche politiche. Gridare al lupo, e basta, non salva le pecore.

Il risultato di questa linea politica non è comunque del tutto negativo. Nella convention del Pd, quando Franceschini si è lasciato andare all’antiberlusconismo più violento e gridato (“Ha fatto un comizio” ha detto Gianni Pittella, uno del suo stesso partito) ha riscosso vasti applausi. Prosit. Infatti in questo modo fa un’ottima concorrenza a Di Pietro: ma con due controindicazioni.

La pubblicità non ha copyright perché, se si imita uno slogan, la gente pensa all’originale e il risultato è che si reclamizza l’altro prodotto. “Se uno dice che chi beve chinotto campa cent’anni, la gente si ricorda della birra e magari va a bere un boccale di birra”, diceva un pubblicitario. Se si copia Di Pietro c’è il rischio che si faccia pubblicità non al proprio partito ma a Di Pietro.

La seconda controindicazione nasce dallo scopo da raggiungere. Per Di Pietro si tratta di crearsi un piccolo partito sufficiente per le sue ambizioni, politiche e di altro genere, ma nemmeno da ubriaco l’uomo di Montenero di Bisaccia potrebbe immaginare un’Idv che diviene partito di maggioranza nel Paese. E questo suona come una campana a morto per il Pd, che invece vuole proporsi come una credibile alternativa a Berlusconi.

Tutte queste considerazioni non sono il distillato del pensiero malevolo di chi non ama la sinistra: sono semplici constatazioni. Prova ne sia che Nicola Latorre – dalemiano convinto, ma certo politico accorto – ha potuto dire: “Fossi in Berlusconi, manderei i miei a votare per Franceschini alle primarie: con lui continua a vincere tranquillo”.

Ed effettivamente nel centro-destra ci possiamo chiedere: per chi dobbiamo fare il tifo, se pure teorico? E la risposta di molti di noi forse sorprenderebbe Latorre: non certo per Franceschini.

Questo bravo bambino che giura sulla Costituzione insieme col suo papà e spara vacue esagerazioni è l’ideale per Berlusconi, non per l’Italia. In un Paese democratico l’opposizione è importante quanto la maggioranza proprio perché domani potrebbe divenire essa stessa maggioranza ed avere la responsabilità del governo. Per questo è necessario che sia composta da persone capaci: prima per vincere le elezioni, poi, non riuscendoci, per pungolare il  governo con una critica intelligente e costruttiva.

E si potrebbe chiedere ai sostenitori del Pd: reputate Franceschini capace d’essere un buon primo ministro? Reputate che, stando all’opposizione, riesca a fare un’opposizione intelligente e costruttiva?

Se la risposta è no, si capirà perché Berlusconi non invierà nessuno a votare per Franceschini, quand’anche potesse. Perché ama l’Italia più del suo stesso partito.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 ottobre 2009

 


POLITICA
6 ottobre 2009
IL DISPREZZO

IL DISPREZZO

A volte, per capire il mondo, basta guardare in se stessi. Ciò è possibile quando concorrono due fatti: da un lato la “verità pubblica” non convince più, dall'altro si percepisce la concordanza fra il proprio sentimento e quello della massa. I vecchi ricordano ancora lo stato d'animo degli italiani nel 1942-43: la propaganda grondava ottimismo e parlava di vittoria, la gente sapeva che avevamo perso la guerra.

Qualcosa di analogo si verifica attualmente. La sinistra, i giornali, le televisioni strepitano tanto che, se bisognasse credere alla “verità pubblica”, l'Italia sarebbe in piena tragedia; inoltre il governo sarebbe agli sgoccioli e Berlusconi starebbe facendo le valigie. Ma la maggior parte dei cittadini giudicano con la propria testa: non vedono nulla di tutto questo e alla lunga dànno ragione al vecchio detto per cui si può ingannare qualcuno per sempre, tutti per qualche tempo, non tutti per sempre. La gente guarda alla sceneggiata con un certo disinteresse: sono repliche.

La sinistra non si capacita della realtà. Berlusconi è stato a lungo rappresentato come un pedofilo, un disonesto, un profittatore di regime, un dittatore corrotto e corruttore, in una parola il peggiore tiranno che l'Italia potrebbe avere, e tuttavia non solo è ancora al potere, ma beneficia del sostegno dei cittadini. I suoi critici più arrabbiati non capiscono che se essi stessi, pur di sentirsi in buona fede, cercano di credere alle proprie leggende, i cittadini questo auto-inganno non lo attuano e guardano oltre lo schermo delle parole insensate.

Non tutti, naturalmente. Se tutti avessero una visione serena della realtà, Di Pietro non avrebbe elettori. Esiste dunque una frangia dell'elettorato che non soltanto crede alla saga inventata da Repubblica, ma ne desidera ogni giorno nuove dosi, sempre più massicce e gridate. Ma è una frazione della società pressoché costante: infatti i sondaggi non danno un progresso dei simpatizzanti di sinistra. Gli antiberlusconiani viscerali sono sufficienti a far leggere qualche quotidiano, sono sufficienti per organizzare qualche manifestazione, sono capaci di occupare la scena nei giornali e nelle televisioni, ma non molto altro. Fanno un baccano del diavolo e rimangono un gruppetto di scalmanati.

Per comprendere “la pancia” del Paese, non è necessario guardare la stampa. Basta chiedersi: ma io che cosa penso delle escort, delle leggi ad personam, del Lodo Alfano, di tutti i presunti scandali attribuiti a Berlusconi, dei gravissimi danni che sarebbero stati inflitti all'Italia? La risposta è semplice: non ne penso niente. Perché di Berlusconi non m'importa molto e quei danni non li ho visti. Le logomachie, le battaglie di parole dei politici dimostrano che non hanno niente di meglio da fare. Il mio sentimento riassuntivo è un enorme disprezzo per la politica e soprattutto per la sinistra, principale autrice di questo imbarbarimento.

Qui non si tratta di stabilire se l'atteggiamento sia giustificato o plausibile, si tratta di capire come la gente viva l'attuale momento politico. Alcuni – obbedendo al Vangelo secondo “Repubblica” - sacrificano ogni giorno sull'altare dell'odio del Cavaliere. Molti altri giudicano tutte le accuse infondate o senza importanza e si disinteressano della politica. Se dovessero votare domattina, rivoterebbero per Berlusconi: “Non sarà un angelo, chissà quanti imbrogli ha fatto, in vita sua, per arricchirsi: ma gli altri sono peggio di lui”.

Il sentimento prevalente degli italiani è il disprezzo. Le parole scivolano sulle menti e alla fine ci si attacca a poche cose concrete: non si paga più l'ICI, a Napoli non c'è più la spazzatura per le strade, sono state costruite case per i terremotati. Riguardo ai politici, trovano grazia solo coloro la cui azione sembra ispirata dalla stessa ostilità per la casta: per i burocrati battifiacca sostenuti dai sindacati, per i docenti assenteisti, per i magistrati arroganti. Ecco perché Brunetta entusiasma tanti: la sua crociata corrisponde al sentimento degli italiani.

Col suo antiberlusconismo clamoroso e privo di scrupoli, la sinistra non rovescia Berlusconi e realizza il capolavoro di squalificare se stessa e l'intero sistema politico. Oggi un gentiluomo non si sentirebbe di frequentare né Montecitorio né le redazioni dei giornali: sono ambienti, come certe bettole, in cui una persona per bene non dovrebbe mai farsi vedere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 ottobre 2009

POLITICA
8 giugno 2009
ELEZIONI: LA NON-NOTIZIA
ELEZIONI: LA NON-NOTIZIA
Per quanto riguarda le elezioni europee, è giusto cominciare con la visione del terzo estraneo: tutti avevano previsto un aumento di voti per il centro-destra e un tracollo della sinistra; nella realtà, considerando un blocco unico Pdl e Lega da un lato e Pd e Idv dall’altro, il centro-destra nel suo complesso è stabile e il centro-sinistra  perde ma non tanto quanto si temeva.
Poi ognuno vive il fenomeno secondo le sue personali tendenze politiche. I militanti di destra saranno delusi sia perché il Pdl non è aumentato come speravano, sia perché il Pd non è crollato come si pensava. I militanti di sinistra potranno consolarsi perché hanno limitato le perdite ed esultare perché il Pdl non ha trionfato. Ma queste sono valutazioni sentimentali. La vera notizia è che non c’è la notizia. Il centro-destra tiene – e per una coalizione al potere è già una cosa positiva – e il centro-sinistra non è scomparso: cosa anche questa che, con questi chiari di luna, non è poco. Per il resto, business as usual.
Nessuno vieta tuttavia considerazioni ulteriori.
L’aumento di consensi della Lega non che rappresentare una minaccia per la maggioranza indica che l’elettorato è in favore delle misure più risolute e perfino più discutibili, per quanto riguarda ciò che sente come problemi gravi: l’immigrazione, la sicurezza, il federalismo. Dunque le prevedibili proteste degli utopisti di sinistra sono destinate a cadere nel vuoto ancor più di prima.
L’aumento dei consensi dell’Idv – se c’è una notizia è questa – fornisce preoccupanti indicazioni. Significa che l’antiberlusconismo fa ancora presa su una parte degli elettori e questo non va a favore del centro-sinistra. Si tratta infatti di un atteggiamento che può sedurre un dieci per cento dell’elettorato ma è controproducente: non è né un programma politico né una soluzione per il futuro: Berlusconi non è eterno.
L’antiberlusconismo ha beneficiato del fatto che il Pd non l’ha sconfessato ma addirittura, negli ultimi mesi, ha inseguito lo stile dell’Idv. Il risultato è stato che gli elettori hanno preferito l’originale alla copia. Se invece il Pd si fosse veramente differenziato da Di Pietro, gli elettori si sarebbero trovati a scegliere fra un partito seriamente socialdemocratico e pronto a governare e un partito che strepita e maledice come una popolana stridula: purtroppo, per mantenere l’originario programma del Pd bisognava avere un coraggio che nessuno ha avuto.
Ma la considerazione più importante è questa: finché si tratta di elezioni sentite come ininfluenti, ci si consentono manifestazioni di protesta. Gli italiani non hanno votato per Di Pietro nella speranza che mandasse qualcuno in galera a Bruxelles: hanno solo manifestato il loro malumore, anche nei confronti del Pd. Se invece si fosse trattato di elezioni politiche, Di Pietro non avrebbe avuto tanti consensi. Il successo dell’Idv somiglia all’effimero successo dei radicali alcuni anni fa, quando in tanti votarono per la Bonino, fino a raggiungere un inverosimile 8%.
La stessa sinistra extra-parlamentare e i radicali non sarebbero arrivati  - nel loro complesso – ad un risultato così positivo se ci fosse stata la paura di disperdere il proprio voto. Qualcosa di analogo si è verificato in Sicilia, dove il Pdl non ha avuto i consensi che avrebbe potuto avere se il centro-destra fosse stato unito. Ma si sa, quando si tratta di elezioni per gioco – così gli italiani considerano il parlamento europeo – si può votare secondo le simpatie o le antipatie. È quando si tratta di elezioni nazionali, cioè dell’effettivo governo del paese e della vita di ognuno di noi, che il voto diviene “di necessità”. In questo caso, mentre la Lega potrebbe mantenere i suoi voti, perché alleata fedele del governo e nettamente anti-sinistra, e mentre i siciliani non si fiderebbero certo di Lombardo, a sinistra si capirebbe che il voto a Di Pietro sarebbe uno spreco, se impedisse al Pd di vincere. Oppure sarebbe, in caso di vittoria, una promessa di ingovernabilità come si è visto col governo Prodi.
Insomma, in queste elezioni europee non è successo niente. È solo sperabile che il Pd non si lasci suggestionare dal successo di Di Pietro fino a seguirlo nei suoi eccessi, perché in questo modo condannerebbe la sinistra ad un’opposizione prevedibilmente eterna.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 giugno 2009
Articolo soggetto a modifiche in seguito ai risultati delle amministrative.


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POLITICA
18 maggio 2009
IL SUCCESSO DI DI PIETRO
IL SUCCESSO DI DI PIETRO
Non è vero che, quando non si ha pane, si possa sempre mangiare la “brioche” della leggenda. È vero piuttosto che, mancando il prodotto preferito, il consumo si rivolge al succedaneo. Durante l’ultima guerra mancava il caffè e si tostava l’orzo; mancava la benzina e alcune macchine andavano a carbonella; mancava il pane e diventavano più interessanti le castagne e le patate. Il successo può essere determinato dalla mancanza di meglio.
In Italia ci sono dei cittadini che non hanno in testa teorie politiche od economiche ma idiosincrasie ma rancori e voglie di rivincita. Applaudirebbero anche il Diavolo, se solo andasse contro quelli che considerano i propri bersagli, e sono irriducibilmente protestatari. Sono persone che, per i motivi più diversi, vivono male la propria vita e invece di cercare in sé i motivi del proprio disagio, li ributtano all’esterno. Si creano dei nemici immaginari, delle teste di turco cui dare il torto di tutto: i preti, i capitalisti, gli ebrei, Berlusconi, le multinazionali, chissà.
Per molto tempo costoro hanno trovato un interprete nel Pci non perché questo partito fosse demente, ma perché il suo messaggio era sentito come palingenetico e se ne aspettavano dunque una completa rivoluzione sociale, un definitivo raddrizzamento dei torti, la fine della miseria per gli ultimi. La felicità.
Naturalmente il Partito, che pure era al corrente dei guasti del socialismo reale, non aveva nessun interesse a smentire le leggende e a smorzare le speranze ma il crollo dell’Unione Sovietica ha reso impossibile continuare a raccontare la saga del “paradiso dei lavoratori”. I partiti comunisti, oltre a cambiare nome, hanno dunque annacquato il loro messaggio: in senso positivo (promettendo meno) e in senso negativo (condannando meno gli avversari). Ma questo non è andato bene a tutti. Alcuni elettori non avevano bisogno di una sinistra moderata, appena un po’ alternativa: avevano bisogno di qualcuno che gridasse a gran voce la loro rabbia contro tutto e contro tutti. Qualcuno che definisse gli avversari affamatori del popolo, ladri e imbroglioni. Qualcuno che nel frattempo li facesse sentire moralmente migliori e vittime dell’ingiustizia.
Il Pci lasciò degli orfani da adottare e alcuni politici approfittarono dell’occasione. Nacque così Rifondazione Comunista con le sue imitazioni, i Comunisti Italiani, i Verdi e gli altri gruppuscoli. Formazioni che non avevano l’irrealistica ambizione di governare e i cui dirigenti - reperti arcaici della politologia - si contentavano di avere qualche seggio, qualche giornale e, per alcuni, il titolo di segretario.
Andati inopinatamente al potere con Prodi, questi partiti non riuscirono (ovviamente) a realizzare le loro idee ma riuscirono ad impedire la governabilità. Con le elezioni del 2008 si sono infine avuti dei fenomeni a cascata: Il Pd, dichiarando di correre da solo, ha fatto sparire gli estremisti dalla scena. Lo spazio lasciato libero sarebbe rimasto vuoto se il Pd non avesse commesso l’errore di accettare l’alleanza con Di Pietro e questo ha completamente stravolto il quadro.
Di Pietro, da quel furbo che è, ha capito che, se non c’era più Rifondazione Comunista, non per questo erano spariti i suoi elettori. Non gli rimaneva che stendere la mano per impadronirsi degli scontenti, fino a rendere scialbo e incredibile quel Pd che l’aveva salvato dalla sparizione. L’operazione non è stata nemmeno costosa: è stato sufficiente dire sesquipedali, animose sciocchezze contro il potere, e in particolare contro Berlusconi, perché quegli elettori non chiedevano di più.
Oggi Di Pietro esprime soltanto  lo scontento esistenziale di una parte dell’elettorato. Egli sa benissimo che la sua formazione non s’ingrandirà mai a sufficienza per andare sola al potere: ma l’Idv è un partito-impasse che approfitta delle frustrazioni degli ingenui e corrisponde agli interessi del suo fondatore.
Il Pd è confuso. Non capisce che non può vivere sperando che Berlusconi commetta errori enormi - o sparisca lasciando in giro solo degli sprovveduti - e non capisce che può salvarsi solo se riprende il programma originario: quello di un partito socialdemocratico che sia un’alternativa credibile al centro-destra. Se invece rincorrerà Di Pietro, o non tornerà mai al governo o non potrà governare.
C’è solo da sperare che queste semplici evidenze siano tali per tutti, nel corso del prossimo congresso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


CULTURA
22 febbraio 2009
SPINELLI: UN EDITORIALE

SPINELLI: UN EDITORIALE

Unicamente per gli estimatori della signora

Barbara Spinelli, per dire che le cose a volte si vedono meglio da lontano – concetto chiaro a chiunque abbia visitato una mostra di pittura – fa riferimento a Usbek e Rica, i protagonisti delle Lettres Persanes. Cosa che provoca un certo fastidio in chi ha letto quel libro di Montesquieu, perché trova la citazione inutile, e anche in chi non l’ha letto, perché lo fa sentire ignorante. La supersignora tuttavia accenna a Luigi XIV, morto nel 1714, mentre le Lettres sono del 1721. Si tratta di un romanzo epistolare che riguarda un periodo di otto anni, dal maggio del 1712 in poi. Dunque un momento in cui, dal 1714, anche se bambino il re era Luigi XV. Ma potrebbe avere ragione lei.

Parlando della recente crisi del Pd, la signora scrive che i giornali stranieri (NYT, Süddeutsche Zeitung, Le Monde, il Guardian, El País, vedi caso tutti di sinistra) “si son domandati, candidamente, come mai tanto clamore sul caos nel Pd e quasi nulla sull’evento per loro sostanziale: la condanna di Mills”. Ciò che la Spinelli e i giornali stranieri non capiscono è che certi magistrati, e la sinistra attraverso loro, hanno disperatamente cercato di distruggere Berlusconi per via giudiziaria; non ci sono riusciti e, come una barzelletta fa ridere la prima volta, ma non certo la terza o la quarta, gli italiani non danno più retta a questo genere di accuse. Per giunta, col lodo Alfano, il Parlamento ha posto fine alla persecuzione. Dunque ora gli italiani sono lieti di aspettare la fine della legislatura, per sapere come finisce la storia di Mills, e intanto se ne disinteressano. Senza dire che questo signore potrebbe essere assolto in Appello o in Cassazione (dov’è finito il garantismo?) e senza dire che la motivazione potrebbe dare atto che non esiste collegamento con Berlusconi. Perché non attendere?

La giornalista rimprovera al Pd l’“incapacità di fare opposizione”. “Il Partito Democratico non è nato mai”. E segue una lunga fila di sferzanti e disgustate accuse, tanto che uno alla fine si chiede: ma perché diamine a sinistra non le danno tutti i poteri, almeno per sei mesi, come si faceva con i dittatori nella Roma antica? Lei ha tutte le soluzioni, è la campionessa (la imitiamo nello snobismo) dei Besserwisser, di quelli cioè che ne sanno sempre di più, dei saccenti, degli sputasentenze.

Quello dell’attuale Pd “Non è un errore di anziani ma di cacicchi, che della politica hanno una visione patrimoniale”. A forza d’insultare Berlusconi con questa accusa, ora la si mette anche sul groppone dei leader di sinistra. Fra non molto si accuseranno anche loro di volere instaurare le dittatura?

“I cacicchi vogliono il potere, senza dire per quale politica: lo vogliono dunque nichilisticamente, al pari delle destre”. Quanto disprezzo scende da questo Olimpo! L’intera Italia, di ogni colore, provoca la nausea. Barbara rappresenta la versione laureata di coloro che, per riassumere la politica, dicono soltanto: Sono tutti ladri!

E poi, che male c’è a volere il potere? E chi farebbe carriera, in politica, se non mirasse al potere? O bisognerebbe fare carriera per divenire presidente della Dame di San Vincenzo?

“Le correnti del Pd e Di Pietro lo [Veltroni] hanno logorato. Ma non l’avrebbero logorato se il suo sguardo si fosse interamente fissato sul fine, che non era il potere partitico ma la risposta a Berlusconi. Se Di Pietro non fosse stato bollato, ogni volta che parlava, di giustizialismo”. Anche questa analisi è veramente pregevole. Invece di indicare un programma politico, la Spinelli indica un nemico da abbattere. E le si potrebbe perdonare questo svarione politico se almeno quella politica si fosse rivelata vincente: invece la sinistra – continuando ad aggrapparsi all’antiberlusconismo come unico collante – ha preso un mare di batoste. Gli elettori sono sempre più insensibili alla critiche a Berlusconi. Non si può gridare al lupo al lupo per quattordici anni ed avere ancora ascoltatori. Seguire l’esempio di Di Pietro? Quando si dice la cultura politica.

Poi la signora ci presenta un lungo excursus sulle vicende della Sfio, sempre perdente contro De Gaulle, senza accorgersi di star così paragonando Berlusconi a De Gaulle. Dunque la Sfio perdeva, finché non arrivò Mitterrand che si oppose a De Gaulle e, fulmine di guerra, “in una decina d’anni… portò la sinistra al potere”. Come quel malato immaginario morto ottantenne che fece scrivere sulla sua tomba: “Ve lo dicevo che ero malato”.

“Prodi ha fatto una cosa simile, battendo Berlusconi due volte”. Vero, la prima volta col ribaltone e il ritardo nel ritorno alle urne ottenuto con la frode da Scalfaro. La seconda per sei decimillesimi di voto, col risultato che, meno di due anni dopo, gli italiani lo hanno mandato via con un voto umiliante. Forse per non correre il rischio dei sei decimillesimi.

 “Mentre non è risultata vincente né coraggiosa l’iniziativa veltroniana di correre da solo, liberandosi dell’Unione”. Vero. Ma la Spinelli dovrebbe dirci se era giusta o se era sbagliata. Anche perché la grande coalizione, che lei loda, è quella che ha impedito a Prodi di governare. Il Pd è stato un’idea giusta realizzata male e avvelenata dall’incomprensibile presenza di Di Pietro.

Per concludere la signora ci racconta diffusamente la trama dell’Angelo Sterminatore di Buñuel e uno pensa: Oh, se solo avesse voluto dedicarsi a commentare i film!

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

22 febbraio 2009


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CULTURA
2 febbraio 2009
IL PRESIDENTE CON LA COPPOLA

IL PRESIDENTE CON LA COPPOLA

Facciamo che, da buon meridionale, un tizio dia del “cornuto” al Presidente della Repubblica Napolitano e che qualche volenteroso carabiniere lo denunci per vilipendio. Facciamo pure che il magistrato reputi la denuncia plausibile e rinvii a giudizio. Condanna o assoluzione?

È probabile che la sentenza indicherebbe piuttosto la personalità del giudicante che del giudicato. Se il giudice avesse antipatia per Napolitano probabilmente assolverebbe l’imputato argomentando che “cornuto”, nel Sud, è un insulto abbastanza corrente, quasi solo una manifestazione di cattivo umore, e non fa nessun riferimento ai costumi delle congiunte della vittima. Dunque l’uomo non intendeva offendere il Capo dello Stato; voleva solo, esercitando il legittimo diritto di critica politica, esprimere la propria disapprovazione. Non diversamente da come fu assolto chi dette del buffone a Silvio Berlusconi, perché, si sa, i clown non sono meno qualificati di altri a governare il Paese. Beppe Grillo addirittura reputa che siano i più adatti.

Le cose non andrebbero così se il giudice avesse stima per il Presidente. Gli sarebbe facile appigliarsi al fatto che l’uso della parola “cornuto” ha una precisa, inequivocabile intenzione ingiuriosa e corrisponde al Tatbestand, cioè allo schema astratto della fattispecie delittuosa chiamata vilipendio. Come se non bastasse, la parola attacca non solo la persona del Supremo Magistrato della Repubblica ma anche la sua famiglia, con offesa particolarmente sanguinosa nella bocca di chi probabilmente ha una morale sessuale più retriva di altri italiani. Nulla è più giustificato di una condanna, in questo caso: anche per porre un freno al malcostume imperante degli insulti e della coprolalia.

Dell’assoluzione o della condanna comunque non importerebbe nulla a nessuno. Perché quel tale è un signor nessuno. Ma se l’imputato fosse un politico di spicco e desse  del mafioso al Presidente, sarebbe legittima critica o vilipendio? Qui la valutazione non dipenderebbe dal rapporto del giudice col Presidente, ma dal rapporto del giudice col presunto colpevole, se quest’uomo si chiama Antonio Di Pietro. Infatti, prima ancora di vedere se egli sia colpevole o innocente, il giudice saprebbe che dalla sua condanna o assoluzione dipende la sopravvivenza di un partito politico. Come potrebbe non tenerne conto? E come potrebbe sfuggire al sospetto, se assolvesse, di aver voluto salvare l’Idv e, se condannasse, al sospetto di essersi arrogato il diritto di eliminare un partito dal Parlamento?

Il problema è giuridicamente insolubile perché tutti vi vedrebbero comunque una decisione politica. Precisamente per questo la soluzione non dovrebbe darla la magistratura ma la politica, a viso aperto. Il meccanismo potrebbe essere quello della concessione o non concessione dell’autorizzazione a procedere, potrebbe essere un meccanismo diverso, ma una cosa è sicura: l’ordine giudiziario non deve avere il potere di sciogliere un partito politico. Se poi lo fa perché autorizzata a giudicare dal Parlamento, quanto meno l’opinione pubblica saprà che è la politica che gli ha passato la parola.

L’ironia della sorte è che queste cose non le capisce Di Pietro. Costui si batte contro il lodo Alfano, invoca ad ogni piè sospinto l’intervento di una magistratura per lui infallibile, crede di poter risolvere ogni problema del paese mettendo in galera questo e quello, e non si accorge che, se non fosse eventualmente protetto dal Parlamento, sarebbe alla mercé di un qualunque magistrato che l’abbia in antipatia.

Se la denuncia delle Camere Penali a carico di Antonio Di Pietro, per vilipendio, non andasse avanti, o se la politica la bloccasse, Di Pietro sarebbe come quei figli ingrati che dicono peste e corna dei genitori, che gli procurano tutti i guai possibili e che poi li chiamano quando sono loro stessi in difficoltà. Beneficiando di quell’infinita tolleranza che non hanno certo meritato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

2 febbraio 2009

 


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