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POLITICA
27 marzo 2011
LIBIA, FRANCIA, GB, D'ALEMA E FINI
La vicenda libica rappresenta una novità. È dal tempo della politica delle cannoniere che l’Europa non provava ad imporre la sua volontà ad un Paese straniero. I casi dell’Afghanistan o dell’Iraq non fanno parte di questa politica perché in essi si è fatto ricorso alla guerra tradizionale: le cannoniere invece servivano a dimostrare il possesso dei muscoli senza doverli usare.
Francia e Inghilterra probabilmente si sono sentite autorizzate a cercare di scacciare Gheddafi perché, nel corso degli anni, quel rais è riuscito a farsi molti nemici: prova ne sia che quasi nessuno ne ha preso le difese. Ma in questo caso, potrebbe dire qualcuno, le cannoniere hanno sparato eccome. Al Colonnello infatti sono stati inflitti notevoli danni. Vero. Ma, pur costituendo tecnicamente atti di guerra, i raid non sono una guerra: o almeno, non possono imporre una capitolazione. Gli anglo-americani hanno inflitto enormi ed inutili danni alle città della Germania nazista e tuttavia la fine è arrivata quando gli eserciti sono arrivati a Berlino. Una guerra non si vince solo dal cielo.
La politica della cannoniere tende ad intimidire. Essa è ottima se raggiunge l’obiettivo con poca spesa; se viceversa l’avversario non si arrende, si è obbligati a passare all’azione. Diversamente, ci si rende ridicoli. Nel caso della Libia l’azione sarebbe una guerra di terra che la Risoluzione 1973 dell’Onu vieta, che costituirebbe un grande scandalo in Africa e che né la Francia né la Gran Bretagna hanno preso in considerazione. E allora?
Probabilmente si pensava che i ribelli avrebbero vinto, come era avvenuto in Tunisia e in Egitto, e che bastasse dunque dare l’ultima spintarella. Invece si è subito visto che Gheddafi rimaneva al suo posto. Fra l’altro si sarebbe capito che quei due grandi Paesi pensassero ad attivarsi quando ancora si poteva avere qualche dubbio, ma sono intervenuti quando le forze di Gheddafi erano in vista di Benghazi. Per così dire tentando di vincere la guerra civile al posto dei rivoltosi. Oggi possono vantarsi del fatto che le truppe governative hanno abbandonato delle posizioni, ma i governativi potrebbero indietreggiare di qualche chilometro per evitare danni (distruzione di carri armati) in attesa che gli alleati si stanchino di bombardare (e spendere soldi). Chi scommetterebbe su un’avanzata dei ribelli fino a Tripoli?
L’Italia non ha potuto negare le basi, ma non è andata oltre: e ha fatto benissimo a dichiarare che non avrebbe sparato un colpo. Questo potrebbe limitare di molto i danni.
Il futuro rimane comunque incerto e mentre aspettiamo la fine possiamo stabilire due curiosi parallelismi con la politica italiana.
Muammar Gheddafi è riuscito a rendersi antipatico agli Occidentali con la lunga serie di attentati terroristici e con le sue eccentricità. È anche riuscito a rendersi sgradito ai vicini, con un eccesso di attivismo e di ambizioni. Chi non ricorda l’UAR, l’unione di Libia, Egitto e Siria? E una volta il caro Muammar non arrivò a mancare di rispetto al sovrano dell’Arabia Saudita? È vero che l’antipatia non è una grande componente della politica internazionale ma si può pensare che il Colonnello avrebbe avuto maggiore sostegno, dai vicini, se non si fosse ripetutamente squalificato. Alla fine certi nodi possono venire al pettine.
Ecco il collegamento con la politica italiana: chi è urtante può lo stesso avere grande successo, ma se esagera può finire come Massimo D’Alema: considerato da tutti molto capace e molto importante, è tuttavia tenuto sempre da parte. Al punto che oggi è quasi un nessuno.
Il secondo collegamento è con Gianfranco Fini. Mentre Francia e Gran Bretagna davano inizio al loro attivismo guerresco, ci chiedevamo sconsolati: ma dove vogliono andare? Trovavamo l’impresa assurda e sterile. D’altro canto, avendo grande stima di quei due gloriosi Paesi, abbiamo continuato a dirci: magari ci sarà un senso, dietro tutto questo. Ma quale?
Lo stesso con Fini. Dopo esserci chiesti per mesi a cosa mirasse, e come intendesse trasformare quella via verso il disastro in una via verso la vittoria, abbiamo visto che la razionalità a volte è utile: ciò che appariva assurdo era effettivamente assurdo. Ciò che preludeva ad un disastro conduceva effettivamente al disastro.
Se oggi se Fini non fosse ancora Presidente della Camera lo si dimenticherebbe.
Amiamo troppo la Francia e l’Inghilterra per non sperare che per loro ci sbagliamo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2011


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POLITICA
19 febbraio 2011
FLI? CVD
Il numero di parlamentari che qualche mese fa seguì Gianfranco Fini sorprese molti. Tanto che divenne realistico ipotizzare la fine della legislatura. Ma molti badarono in primo luogo al seggio e alla pensione e il governo non cadde. Anzi, mentre sul momento sopravvisse per tre voti, da allora non ha fatto che rafforzarsi. Tutto sarebbe stato diverso, se la fiducia non ci fosse stata? Ecco il problema.
In caso di elezioni, l’Udc non poteva decentemente allearsi con il Pd e Di Pietro. Il Pd non poteva sperare, per il premio di maggioranza, di avere da solo più voti del Pdl. Complessivamente le difficoltà erano insormontabili. In questo panorama, che  avrebbero potuto fare Fini e i suoi amici? Da soli sarebbero stati insignificanti; con l’Udc sarebbero stati dei gregari; con la sinistra sarebbero stati dei traditori. Il potere sarebbe stato comunque fuori portata. Nel momento stesso del massimo successo, avendo contribuito in modo determinante alla caduta di Berlusconi, Fini non avrebbe avuto prospettive. E allora come mai lo seguivano in tanti?
Oggi la situazione è peggiore e senza alternativa. Non ci saranno elezioni. Berlusconi non le vuole e la sinistra fa finta di chiederle solo perché non rischia di ottenerle: infatti immediatamente dopo il 13 dicembre le escludeva. Il potere appartiene al centro-destra ed è ad esso che bisogna tornare, se si vuole contare qualcosa. Alla spicciolata ma realizzando nei fatti una transumanza in direzione opposta. Ha lasciato perfino il sen.Francesco Pontone, quello che ha materialmente venduto la casa di Montecarlo.
Si può trarre un bilancio. I futuristi hanno visto con mesi di ritardo ciò che era evidente sin da principio: nel centro l’unica possibilità è un’alleanza con l’Udc. Ma questa può soltanto stare all’opposizione o tornare col centro-destra. E mentre la prima possibilità per Fli è sterile, la seconda è addirittura impossibile. Dunque esso diviene un partito di mera testimonianza. Ecco perché molti lo lasciano. Non si fonda un partito per dire: “Odio Berlusconi”. Fra l’altro quest’area politica è già presidiata da Di Pietro.
Qualcuno ha detto che sul comodino di tutti i falliti della politica c’è “il Principe” di Machiavelli: chi si crede furbo, spietato, privo di scrupoli, spesso non va lontano. Ma l’affermazione va corretta così: chi legge quel libro e non lo capisce, rischia di rovinarsi. Machiavelli non è un maestro di immoralità, è un maestro di pragmatismo. Non predica lo spergiuro, il tradimento e l’assassinio, dice soltanto che in politica bisogna usare gli strumenti - non importa quali - più adeguati alla situazione concreta. Se combattiamo contro dei disonesti, sarebbe stupido concedere loro il vantaggio della nostra onestà. Al contrario, se si compete per divenire abate, è opportuno avere fama di santità.
Oggi Machiavelli direbbe a Berlusconi: dal momento che hai a che fare con un mondo di moralisti, o sei un gaudente e riesci a nasconderlo, oppure divieni un modello di virtù. Nel XXI secolo il successo è anche al prezzo della [apparente] morigeratezza. A Fini direbbe: potevi pure tradire, ma non avresti dovuto farti la fama di traditore.
Gli insegnamenti del “Principe” bisogna capirli. È certo meglio essere temuti che amati, per esempio: ma solo quando i sottoposti sono disarmati. Quando invece il potere dipende dal loro beneplacito, è meglio essere amati che temuti. D’Alema è sempre molto lodato ma è tanto antipatico che, se mira a qualcosa, la coalizione contro di lui si crea automaticamente.
Gianfranco ha un caratteraccio che forse gli sarebbe stato utile nel Cinquecento. Ha sempre comandato nel modo più arrogante, autoritario e brutale. Il vertice del suo partito alla fine è stato un covo di gente che lo odiava. Gli è andata bene per decenni ma alla prima occasione i collaboratori storici - da Storace a Gasparri, da Matteoli a La Russa - l’hanno mollato senza rimpianti. E tuttavia quell’uomo è incorreggibile: quando ha fondato quel club per pochi intimi che è Fli ha mostrato di non avere compreso la lezione del “Principe”. Ha preteso di comandare col piglio autoritario di sempre e il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi. Gli rimarrà Bocchino.
Per vincere in politica non basta comportarsi da ribaldi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 febbraio 2011



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19 novembre 2010
VENDOLA PRO BERLUSCONI
Se l’interesse della propria fazione politica facesse aggio sull’interesse del Paese, a destra bisognerebbe essere felici dei successi di Nichi Vendola e di chi lo sostiene. Infatti la sinistra utopista, massimalista, antiborghese è destinata a perdere. O, se vincesse, a rendersi insopportabile.
I militanti hanno tendenza ad applaudire con particolare entusiasmo i leader che più risolutamente rappresentano i loro desideri e i loro ideali. Purtroppo le elezioni non si vincono in questo modo. Gli esempi forniti dalla storia sono innumerevoli.
Vendola è dichiaratamente omosessuale e per una persona moderna e ragionevole questa è una caratteristica assolutamente senza importanza. Ma tutto l’elettorato è moderno e ragionevole?
Il comunismo ha avuto come base teorica il “materialismo storico”, cioè la negazione di ogni spiritualità. La negazione di Dio. Prova ne sia che Pio XII arrivò a scomunicare i comunisti in quanto tali. Ma il Pci era un partito serio e pragmatico e fece di tutto per farlo dimenticare. Sapeva che l’elettorato si sentiva cristiano e dunque sapeva anche che non era il caso di provocargli delle crisi di coscienza. Riuscì dunque a mettere una tale sordina alla teoria atea da far dimenticare il materialismo storico e da far nascere l’ossimoro del “cattocomunista”. I leader comunisti erano divenuti dei devoti? Nient’affatto. Avevano solo capito che in Italia non si vince andando contro le convinzioni del popolo.
Per quanto riguarda l’omosessualità, è vero che nessuno osa condannarla con parole di fuoco, come ancora si faceva mezzo secolo fa, ma chiediamoci sinceramente quanta gente apprenderebbe senza il minimo turbamento che il proprio figlio è omosessuale. Un conto sono gli atteggiamenti pubblici, un altro le convinzioni segrete. E - non lo si dimentichi - si vota nel segreto di una cabina.
Come se non bastasse, Vendola porta un orecchino, simbolo di provocazione antiborghese, esprime teorie di punta in materie che urtano la Chiesa e sembra faccia di tutto per incantare gli estremisti, gli affamati di speranze tanto sfolgoranti quanto vaghe, per non dire vacue. Il risultato sarà  sempre che questi lo preferiranno a leader sbiaditi e per così dire “compromessi” come Pierluigi Bersani o, prima di lui, Romano Prodi. Solo che il professore, cattolico e borghese, un boiardo di stato con l’aspetto di un parroco, contro Berlusconi una volta ha vinto e una volta ha pareggiato. Quante possibilità avrebbe Vendola di fare altrettanto?
Per tutte queste ragioni chiunque sia a favore del centro-destra dovrebbe essere contento dei successi del fantasioso Nichi. Ma in una democrazia compiuta l’alternanza non solo è naturale, è anche desiderabile. Per questo è sempre da sperare che non solo la maggioranza sappia governare, ma che la minoranza sia pronta e preparata a farlo a sua volta. Quando invece essa si avvita su se stessa e diviene incredibile, le paure sono due, come detto: che non vinca mai o che la sua eventuale vittoria si trasformi in una catastrofe foriera di molte altre sconfitte. Un po’ come è avvenuto con l’ultimo governo Prodi, malgrado gli straordinari sforzi del professore.
L’elettorato di sinistra non capisce che, se la sua parte politica ha un futuro, è seguendo un leader moderato che, piuttosto che lasciarsi suggestionare da poeti del progressismo come Vendola, o da demagoghi da pescheria come Di Pietro, sappia incarnare una sinistra moderna, manageriale e democratica. Qualcuno che capeggi una formazione capace di governare meglio del centro-destra, senza allarmare nessuno e senza promettere la luna. Un politico pacioso e vagamente molle come Veltroni che però abbia dietro il forte carattere di D’Alema unito alla cultura economica di Prodi. È vero che oggi come oggi un simile uomo non c’è, o forse non lo vediamo: ma è anche vero che, se ci fosse, a sinistra non gli darebbero spazio. Da quella parte si gioca ai continui rilanci, a chi protesta di più, a chi denuncia catastrofi più gravi, a chi insulta meglio Berlusconi. Gioco sterile e autoreferenziale.
Peccato. Il “progressista” che ama l’Italia, che non vorrebbe morire berlusconiano, amerebbe non essere costretto a sperare che il buon Dio tolga di mezzo Berlusconi. Al Cavaliere si deve augurare lunga vita ma l’Italia deve avere  una possibilità di ricambio che non sia nello stesso tempo una promessa di disastro per la sinistra.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
19 novembre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta.


POLITICA
15 luglio 2010
D'ALEMA POLITICO INTELLIGENTE
Nell’intervista al “Corriere della Sera” (1), volendosi segnalare come il “politico intelligente” che molti reputano sia, Massimo D’Alema infila un paio di affermazioni di quelle che potrebbero indignare i minus habentes che votano per Di Pietro. “Non ci sono scorciatoie, dice: non si esce da una crisi di questo tipo attraverso una soluzione giudiziaria, come può immaginare una certa parte dell’opposizione, o attraverso una campagna moralista e giustizialista”. Però! diranno le persone serie, inarcando le sopracciglia con stupore ed apprezzamento. Ma l’intervistato è ancor più audace: “io non credo che [dentro il Pdl] ci siano esclusivamente cortigiani perché comunque è una grande forza politica che ha avuto il voto di tanti milioni di italiani”. Che spirito d’osservazione!
Dopo tali incontrovertibili dimostrazioni di acume e di anticonformismo D’Alema si rifà lasciandosi andare ad un’orgia di wishful thinking (il prendere i propri sogni per realtà) e di banale, piatto antiberlusconismo.
Sostiene con toni apocalittici che siamo alla crisi finale del Pdl. Qualcosa come l’ultima convulsione del capitalismo di cui parlava sempre Mosca. “Le prospettive appaiono incerte mentre la crisi appare certa”. Anche se lui non specifica né quando avverrà né in che cosa consisterà. La caduta del governo? E chi lo butta giù? Soprattutto, chi ha interesse a farlo? Non ha udito Gianfranco Fini dire cento volte che lui e i suoi sosterranno sempre lealmente questo esecutivo? Questo è il partito che “ho contribuito a fondare”, sostiene il Presidente della Camera; e Massimo dovrebbe sapere che Fini e i suoi amici sono sinceri semplicemente perché, fuori del Pdl, sarebbero soli e al freddo.
Ma, dice D’Alema, “C’è anche una crisi morale, di credibilità dello Stato”. Oltre a fare un caldo boia. E di chi è la colpa? Di Berlusconi. Infatti D’Alema sostiene che bisognerebbe costituire un nuovo governo di cui non sa dire nulla se non che non dovrebbe capeggiarlo Silvio. “La lunga fase della parabola berlusconiana è finita”, decreta. Forse addirittura il Cavaliere è in vacanza da mesi alle Bermuda: infatti il leader pugliese constata “un vuoto di leadership politica impressionante”. E dire che credevamo d’avere udito ad nauseam accuse di dittatura sudamericana scagliate contro il Cavaliere un giorno sì e l’altro pure. E proprio dalla sinistra. Ma forse ricordiamo male.
A Palazzo Chigi deve tuttavia essere rimasto qualcosa, di Berlusconi. Forse il suo fantasma. Infatti per il ghostbuster D’Alema il governo futuro potrà essere guidato da chiunque, mentre: “Se si tratta di un’operazione di ceto politico intorno a Berlusconi non serve assolutamente a nulla”. “La portata della crisi richiede un salto di qualità politico ed escludo che possa farlo Berlusconi”. L’Italia, afferma quasi con lirismo, ha bisogno di “un momento di responsabilità in cui si affrontino i problemi del Paese con coraggio”; di “un nuovo patto sociale”; “di un patto per il risanamento”; “di un patto per la crescita”. Quante belle parole, signora mia.
Purtroppo, malgrado i desideri della sinistra, il Cavaliere è ancora vivo e tutti hanno paura di sfidarlo. “Ritengo che tornare a votare con l’attuale legge elettorale, per una sorta di referendum su Berlusconi sì, Berlusconi no, non sarebbe utile”. Perché la sinistra sarebbe ancora una volta sconfitta. E qual è la soluzione geniale? La soluzione è che, se non si riesce a battere il campione, il campione stesso si dichiari battuto e vada via. Sostituito da che cosa? Da “un governo di larghe intese”, da “un governo di transizione “o come vogliamo chiamarlo, dice l’intervistato, non riuscendo a trovare l’espressione più semplice: “Da un governo senza Berlusconi”.
La giornalista (che ha già suggerito il nome di Giulio Tremonti) chiede infine: “Ma chi potrebbe mai essere la personalità che riesce a mettere insieme forze politiche tanto diverse?” “Questa è una decisione che spetta, come lei sa, al presidente della Repubblica». Quando ci si infila in un vicolo cieco, la machina fa scendere dall’alto il deus che risolve il problema.
Anche la conclusione dell’intervista va segnalata. L’intervistatrice, sazia di parole vacue, chiede sensatamente: “E perché mai il Pdl dovrebbe scaricare Silvio Berlusconi per metter su un governo di transizione con le forze dell’opposizione?” A questo punto, dopo aver detto tante cose intelligenti, D’Alema potrebbe dire la più vera: “È solo che tutte queste cose le ho sognate stanotte”. Invece ecco le sue parole: “È chiaro che se questo discorso non troverà un ascolto nell’ambito della maggioranza è probabile che si arriverà alle elezioni anticipate”. Per riprendere le sue parole, Berlusconi sì, Berlusconi no, ancora una volta. Ma forse un ritorno alle urne, invece che dei suoi sogni, fa parte dei suoi incubi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 luglio 2010
(1)http://www.corriere.it/politica/10_luglio_15/meli_intervista-dalema_03bd51d4-8fd5-11df-b54a-00144f02aabe.shtml

CULTURA
25 gennaio 2010
VENDOLA: UN VOTO A FAVORE DI BERLUSCONI
Al livello nazionale sembra che la vittoria di Niki Vendola, in Puglia, significhi due cose: la prevalenza di fattori localistici sulle decisioni prese dalla dirigenza del Pd e la sconfitta di quella parte del Pd che, in contrapposizione a Dario Franceschini, Rosy Bindi ed altri “estremisti” interni, fa capo a Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. Essa dimostra inoltre che le cosiddette “primarie” possono essere pericolose per un partito male strutturato, contraddittorio e un po’ anarchico come il Pd. In realtà è probabile che il significato di queste “primarie” vada parecchio oltre.
D’Alema e i suoi amici avrebbero voluto, già con queste elezioni, avviarsi a realizzare un partito moderato, non giustizialista, tendente a sfondare al centro, magari alleandosi con Casini. Fino a riconquistare il governo. La controparte invece si è limitata ancora una volta ad essere arrabbiatamente di sinistra, massimalista, allergica ai compromessi col “male”, cioè con Berlusconi e, in misura minore, con Casini, suo ex alleato. Nella sfida Vendola è stato favorito dalla stima personale che si è guadagnata, ma soprattutto dal fatto di non essere l’uomo di D’Alema e Bersani e dal suo marchio di “politico a sinistra del Pd”, come è “Sinistra e Libertà”.
Qualcuno può dire che questa è una catastrofe per i dalemiani, ma le cose stanno peggio di così: è la catastrofe dell’antiberlusconismo.
Per tre lustri, la galassia di sinistra – comunque si chiamasse, Ulivo, Unione o Pd-Di Pietro – ha avuto come nocciolo della sua politica la guerra a Silvio Berlusconi. Una guerra portata avanti con tutti i mezzi, senza il minimo scrupolo e con l’entusiasmo fanatico di una vera jihad. La parola d’ordine è stata un sostanziale “boia chi molla”. Una qualunque mossa, un qualunque compromesso, un qualunque accordo che avrebbe potuto rappresentare un dialogo con il Diavolo di Arcore, quand’anche fosse stato accettabile, è stato rigettato perché empio a priori: anathema sit. La politica italiana è stata talmente radicalizzata che l’intero elettorato l’ha potuta riassumere nell’essere pro o contro Berlusconi. Cosa non del tutto negativa, per le menti più semplici: è infatti più facile distinguere il bianco dal nero che le sfumature di grigio della realtà.
Alla lunga, ciò che ha fatto felici i più ingenui – coloro per i quali quella distinzione con l’accetta era il massimo che potessero capire – ha finito con il far apparire la sinistra come una setta di assatanati che invece di andare a messa seguono in ginocchio, una volta la settimana, “Annozero”. Il Pd è divenuto una conventicola minoritaria senza nessuna speranza di riconquistare coloro cui non basta, per applaudire, che si sia detto male di Berlusconi.
Alcuni tutto ciò l’hanno capito, nel Pd. Bersani l’ha dimostrato quando, all’indomani della sua elezione a segretario, ha ripetutamente detto: “Il vero antiberlusconiano è quello che riesce a mandare a casa Berlusconi”. Non cioè quello che sputa fiele annacquato come un Franceschini, ma colui che riesce a vincere le elezioni. Cosa che oggi non si vede nemmeno all’orizzonte.
Purtroppo, quella politica demenziale è andata troppo lontano perché si possa frenare, lungo questa china. Anche se Vendola non è ostentatamente antiberlusconiano come Rosy Bindi, anche se non recita quotidiane giaculatorie di odio come Di Pietro, è stato votato perché rimane il massimo che l’estrema sinistra può offrire in Puglia. Per conseguenza, coloro che non leggono troppi giornali, coloro che da anni ed anni si limitano ad annusare l’aria, l’hanno giudicato l’uomo giusto per vincere all’interno della sinistra. E involontariamente, a livello nazionale, l’uomo giusto per dare lunghi anni di successi a Berlusconi.
Il Pd raccoglie ciò che ha seminato e perde consenso mentre l’Idv, che si è fatta un programma degli errori passati della sinistra, ha tendenza ad aumentare i suoi voti piuttosto che a vederli diminuire. Il tutto con l’unica prospettiva di migliorare la situazione personale di Antonio Di Pietro e di rimanere nettamente minoranza nel Paese.
Prosit.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010

POLITICA
21 dicembre 2009
IL PARALLELO INDECENTE: PD-HAMAS
D’Alema ha proposto un qualche accordo con la maggioranza e il risultato è stato una corale levata di scudi. Eppure lo schema era il seguente: noi concediamo qualcosina a Berlusconi, magari solo un’opposizione non fanatica, e lui ci darà questo, e questo, e questo. Basta leggere le parole di Beppe Fioroni, come le riporta il “Corriere”(1): “La spina giustizia fa molto male a Berlusconi e lui non può certo pensare che siamo noi a levargliela. Questo non ce lo può proprio chiedere. Ciò detto, se lui accetta le nostre proposte in materia di riforme (sia quelle sociali che quelle istituzionali) e se lui rinuncia al presidenzialismo, e fa il legittimo impedimento, noi non glielo votiamo, ma non facciamo l'opposizione con la bomba atomica”.
La sintesi è che Silvio Berlusconi dovrebbe nientemeno fare le riforme come le suggerisce il Pd, ottenendo in cambio un’opposizione civile per un singolo provvedimento. Viene da ridere. La maggioranza ha i numeri per approvare qualunque legge, salvo quelle costituzionali, e l’opposizione può essere ostruzionistica ma alla fine la maggioranza prevale sempre. Il Pd dunque non ha molto da offrire ed ecco che le sue pretese divengono stratosferiche: pretende di dettare le riforme – tutte – come se il Pdl fosse in minoranza. Lo schema sembra demenziale e tuttavia non è nuovo. Da oltre sessant’anni il mondo ne ha un altro, sotto gli occhi: in Palestina.
In origine fu offerto uno Stato ciascuno agli ebrei e ai palestinesi ma questi non l’accettarono: scatenarono una guerra e la persero. Israele allargò il proprio territorio e prese Gerusalemme ma questo non piacque ai palestinesi i quali insieme con tutti i loro alleati nel 1967 scatenarono una nuova guerra. Che persero. Passarono dunque da Stato indipendente a “Territorio Occupato”.  Dopo quarant’anni hanno finalmente abbassato le loro pretese? Macché. Avevano dei pendolari che andavano a lavorare in Israele,  ma hanno dato la stura agli attentati e questa fonte di reddito si è inaridita. Avevano comunicazioni con uno Stato più progredito del loro, ma hanno continuato con gli assassini di innocenti e il risultato è stato la recinzione. Hanno perso sia i vantaggi economici che l’arma del terrorismo. Sparavano razzi su Ashdod ma Israele ha bastonato Gaza ed hanno dovuto smettere. Oggi sono alla canna del gas e dopo tutto questo si accontentano dell’indipendenza? No. Vogliono Gerusalemme loro capitale, vogliono il ritorno di milioni di profughi, non chiedono che gli israeliani si ritirino, per dire, dal novanta per cento dei “Territori Occupati”: chiedono che abbandonino la Palestina o si suicidino in massa. Non restituiscono l’unico (innocente) ostaggio israeliano di cui sono in possesso in cambio di parecchie decine di detenuti, vogliono stabilire quali e quanti devono essere i detenuti da scambiare. E via dicendo. Sono tutti così irragionevoli? Certo che no. Ci sono i moderati. Costoro, pur chiedendo tutto ciò che s’è detto, offrono il riconoscimento di Israele e per questo sono additati come traditori della santa causa. Come, riconoscere Israele! Come, permetterle di esistere! Gli uni e gli altri dimenticano però che quello Stato esiste già e loro non hanno nessuna possibilità di costringerlo a fare alcunché. Ci sono persone che non tengono nessun conto della realtà.
Per il Pd avviene qualcosa di analogo. Da un lato la maggioranza ha un margine confortevole, il governo ha l’approvazione del paese, la popolarità di Berlusconi è enorme, dall’altro si crede che offrire “un’opposizione moderata per un singolo provvedimento” sia chissà che concessione e, in compenso, si chiede la luna. Anche qui, naturalmente, chi fa questa proposta è additato come traditore della santa causa.
Paragonare il Pd ai palestinesi è cosa indecente: ma per certi estremisti (e non sono pochi) il parallelo con Hamas è giustificato.
Alcuni scervellati sono così convinti di essere dal lato della ragione, così sicuri che l’avversario è brutto e cattivo, e che, per quanto forte, dovrà necessariamente dichiararsi vinto (anche in cambio di un buffetto sulla guancia), che perdono totalmente la percezione della realtà. In queste condizioni, come a favore dei palestinesi non si è visto nulla di nuovo negli ultimi quarantadue anni, c’è da temere che il Pd rimanga all’opposizione per altri quarant’anni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 dicembre 2009
  http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_20/alema-veltroni-sfogo-attacchi_5d764934-ed40-11de-9ea5-00144f02aabc.shtml


20 dicembre 2009
LA CONSULTA POLITICA SBAGLIA POLITICA

Quando la Corte Costituzionale ha inopinatamente rigettato il Lodo Alfano è stato lecito avere un moto di stizza. A conti fatti, e a mesi di distanza, ci si accorge che quella stizza avrebbe dovuto chiamarsi costernazione.
Sul perché la sentenza fosse tecnicamente peggio che contestabile si possono leggere i tre articoli dal titolo “Il cane appestato”(1), ma qui è il caso di notare che la decisione della Consulta è stata sbagliata quand’anche fosse stata giuridicamente fondata.
Contrariamente a quanto pensano gli incompetenti – e in prima fila Antonio Di Pietro e Marco Travaglio – uno Stato non si governa con in mano il codice penale. L’esempio più semplice è quello dei rapporti con la piazza: teoricamente un blocco stradale o ferroviario sono reati gravissimi e, sempre teoricamente, lo Stato dovrebbe inviare i poliziotti, i carabinieri e perfino l’esercito per rimuoverlo. Ma non è affatto quello che fanno i governi, di sinistra, di centro o di destra, che hanno come prima preoccupazione quella di uscirne senza che il giorno dopo tutti i giornali sparino a zero sul Ministro dell’Interno. E senza che ci scappi il morto. In questo come in cento altri casi i governi non si chiedono che cosa bisogna fare in flagranza di reato, ma che cosa sia utile per la nazione. Sia pure pagando alti prezzi che, nel caso dei blocchi stradali e ferroviari, pagano soprattutto innocenti cittadini.
È proprio in questa linea che si è mosso in questi giorni D’Alema. Egli ha affermato che sarebbe benedetta una leggina “ad personam” che togliesse Berlusconi dai suoi guai giudiziari ma avesse anche come risultato quello di svelenire l’aria, permettere rapporti più civili fra maggioranza e opposizione e infine rendere possibili riforme condivise.
Quello di D’Alema è evidentemente un ragionamento politico e non giudiziario, da uomo di Stato e non da politicante: ma la mentalità piccolo-borghese di tanti esponenti del suo stesso partito, e di giornalisti sedicenti pensosi come Scalfari, si è espressa con reazioni intolleranti e sdegnate. Si è gridato all’inciucio e la tesi è stata: fiat iustitia et pereat mundus, sia fatta giustizia e caschi il mondo.
Si dimentica che Berlusconi potrebbe essere assolto, ancora una volta, e si sarebbe tenuto per mesi ed anni il Paese sulla graticola senza costrutto. Poi che, se fosse condannato, invece di toglierselo di torno, si sarebbero confermati gli italiani nella loro convinzione che la magistratura è di parte ed inaffidabile. Infine, a proposito del pereat mundus, si dimentica che la dirigenza di un Paese non ha doveri metafisici, da compiere a qualunque costo, caschi il mondo: ha il dovere di evitare alla patria i mali che possono essere evitati.
Col Patto di Monaco il Regno Unito e la Francia, pur di avere la pace, si piegarono ai voleri di Hitler e quell’accordo sarebbe stato da benedire se solo avesse salvato la pace. Invece servì solo a rinviare una decisione necessaria e a incoraggiare il dittatore. Churchill fu lungimirante. Disse: “Britain and France had to choose between war and dishonour. They chose dishonour. They will have war”: La Gran Bretagna e la Francia avevano da scegliere fra la Guerra e il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra. Intendeva dire che la scelta politica non era fra onore e disonore, e che anzi se il disonore fosse stato capace di evitare la guerra, sarebbe stato necessario sceglierlo. Ma dal momento che la guerra era inevitabile, sarebbe stato meglio scegliere la via dell’onore.
Tornando all’Italia, non solo la Consulta avrebbe dovuto, concordemente con le proprie precedenti decisioni, lasciar passare il Lodo Alfano: avrebbe dovuto capire che dichiarandone l’incostituzionalità avrebbe infiammato l’Italia, avrebbe reso l’aria irrespirabile, avrebbe aggravato il contrasto fra i poteri dello Stato, e avrebbe reso probabili riforme punitive dell’ordine giudiziario. Magari con leggi che, per proteggere un singolo cittadino, forse avrebbero danneggiato l’intera amministrazione della giustizia.
Se in buona fede (ma è lecito dubitarne) i giudici costituzionali si sono lasciati muovere dalle loro astratte convinzioni giuridiche, se politicamente faziosi, hanno ceduto al desiderio di rendere ancora più aspra la lotta contro il loro avversario politico.
Il risultato l’abbiamo sotto gli occhi. Nel caso di Berlusconi, anche nel naso e nei denti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 dicembre 2009

1)http://pardo.ilcannocchiale.it/2009/10/22/il_cane_appestato_della_consul.html; http://pardo.ilcannocchiale.it/2009/10/23/il_cane_appestato_della_consul.html; http://pardo.ilcannocchiale.it/2009/10/24/il_cane_appestato_della_consul.html



POLITICA
19 dicembre 2009
L'INCIUCIO PIDUISTA
A Massimo D’Alema in passato non sono state risparmiate critiche e un paio di volte l’abbiamo chiamato bugiardo. Persino nei titoli degli articoli. Oggi invece ci sono persone che ci costringono a prenderne le difese.
Rendendosi conto del clima avvelenato che si respira, D’Alema ha proposto di dare alla maggioranza il proprio accordo per una qualche legge che sottragga Berlusconi alla persecuzione dei giudici e permetta di discutere insieme, più seriamente, delle necessarie riforme. Per questo accordo ha usato coraggiosamente la parola “inciucio”, prevenendo dunque la reazione pavloviana dei suoi colleghi. Ha aggiunto che gli accordi fra avversari fanno parte della normale vita politica, ogni volta che essi siano utili, ed ha citato l’intesa, in anni lontani, a proposito dell’art.7 della Costituzione.
L’unica cosa che si può seriamente contestare, in queste affermazioni, è la parola “inciucio”: a quanto dicono, in napoletano significa “cicaleccio”, “conversazione a bassa voce”, al massimo “pettegolezzo”, non “accordo sottobanco”. Il leader maximo però l’ha usata per prevenire gli altri: voleva dire che è inutile demonizzare gli accordi politici con una parola magica.
E tuttavia la reazione è stata lo stesso immediata e corale. Innanzi tutto, per “inciucio”, come per “piduista”, basta la parola: sono da condannare a prescindere. Poi si è considerato oltraggioso che si osasse paragonare un accordo per la Costituzione con le misere necessità attuali: quasi che non fosse più difficile mettersi d’accordo sulle grandi cose piuttosto che sulle piccole. Infine è stato definito più o meno orrendo che si dia una mano per  sottrarre Berlusconi alle proprie responsabilità di delinquente conclamato. Insomma, il verdetto di menti politiche come Di Pietro, la Bindi e Franceschini è stato: anathema sit.
Walter Veltroni, di suo, ci ha messo il proprio scandalo per l’affermazione secondo cui “Berlusconi deve arrivare alla fine della legislatura”. “Se ne vedono di tutti i colori”, ha commentato: quasi che D’Alema avesse detto che si deve sostenere il Cavaliere, mentre voleva solo far notare che bisognerebbe sapere che cosa fare fino al 2013.
Il punto centrale è che, per molti “puri”, la prima qualità di un uomo politico è l’onestà. Un’onestà precisamente giudiziaria, sperabilmente smentita (per quanto riguarda gli avversari) dai magistrati amici. Dimenticano che Benito Mussolini, e perfino Hitler, furono onestissimi e che la famosa “fedina penale pulita” Pertini, e molti altri antifascisti, non l’avevano. Questa dell’onestà è una di quelle idee che si sgonfiano al primo esame, come il vagheggiato “governo degli esperti”: si vorrebbe infatti un ingegnere ai lavori pubblici e un giurista al ministero della giustizia, quasi che la politica fosse una materia tecnica e quasi che un ingegnere potesse meglio sapere se è più necessario costruire un ospedale o un carcere. Né si smette di desiderare amministratori della cosa pubblica (o del diritto, vedi alla voce Corte Costituzionale), che agiscano senza pregiudizi politici. Simili uomini non esistono. Senza idee politiche è solo chi è senza idee: e perfino in questo caso si può star certi che ne avrà quanto meno di sbagliate. Infine per gli sciocchi è supremamente necessario rimanere fedeli agli ideali e non scendere a nessun compromesso. Sistema sicuro per andare a sbattere. In particolare quando gli ideali sono quelli di geni politologici come Antonio Di Pietro o di agit prop di provincia come Dario Franceschini.
La politica è l’arte del possibile: chi troppo vuole nulla stringe. L’antiberlusconismo fanatico ha prodotto fino ad ora la massima maggioranza di centro-destra di tutti i tempi e sondaggi che danno al Pdl dieci punti più del Pd. Che cosa si aspetta per capire che in questo modo non si concluderà nulla? Se un governo in carica ha il sessanta per cento di consensi, mentre di solito “il potere logora” se non le persone certo le maggioranze, che cosa si aspetta per capire che per il centro-sinistra le prospettive sono nerissime e l’applauso a Spatuzza (peccato che l’abbiano smentito!) è controproducente? Santoro gli fa gli auguri di Natale (auguri di più brillanti invenzioni?) e non capisce che procura voti a Berlusconi. Il centro-sinistra è vittima di un’irrefrenabile sindrome tafazziana.
D’Alema, da politico pragmatico, dice: “Meglio concedere qualcosa a Berlusconi per ottenere molto, che non concedergli nulla e rimanere irrilevanti”. Si poteva contestare la sua tesi, migliorare la sua proposta, farne una migliore: mentre reagire con indignazione è ridicolo.
Massimo ha sbagliato uditorio. Ha creduto di parlare con persone ragionevoli. Con l’attuale reazione molti dimostrano invece una mentalità politica infantile. Per loro il raggiungimento dell’età matura sembra fuori dal novero delle possibilità reali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 dicembre 2009

POLITICA
9 novembre 2009
IL COMUNISMO SENZA IL COMUNISMO
Sulla “Stampa” Barbara Spinelli, per una volta, parla solo della sinistra  e si poteva dunque sperare che fosse meno acida e supponente: ma è incapace d’essere diversa. Usa il solito tono saccente, la solita sicumera, la solita altera spietatezza nel giudicare l’universo mondo. Tutti i dirigenti di sinistra, da Occhetto in poi, escono dall’articolo con le ossa rotte. O almeno, così lei vorrebbe. Soprattutto D’Alema, che ha una mentalità “da caserma” e soffre di “volontà di potenza”: come se quest’ultima in un politico fosse un difetto.
La prima accusa mossa ai comunisti e ai socialisti è di non aver saputo creare una nuova ideologia una volta che con il muro di  Berlino è caduto il comunismo. In realtà l’addebito mosso ai socialisti è fuor di luogo. Costoro non hanno mai avuto una teoria palingenetica. Scomparso De Martino - un segretario al rimorchio del Pci - ideologicamente non avrebbero più avuto alcun bisogno di rinnovarsi. I programmi socialisti - come l’uguaglianza, la pietà per i più deboli, l’equo compenso del lavoro, il pacifismo, ed altri ancora – sono perfettamente compatibili con l’economia classica, il liberalismo e perfino il Cristianesimo. Il problema non li riguardava.
Mentre il comunismo è dogma o eresia, il socialismo è compromesso. Se vent’anni fa il Pci non fosse stato miope, e  troppo felice di pugnalare alle spalle un concorrente stroncato dalla magistratura, avrebbe potuto rinunciare al proprio nome, ormai impresentabile, e confluire in un Psi allargato, adottandone le idee. Avrebbe rinunciato alla bandiera ma avrebbe dominato quella grande formazione dall’interno, ottenendo quella chiara personalità politica che oggi gli manca. Invece ha cambiato più volte nome ma non mentalità: è lo stesso di sempre. Un Pci sbiadito, confuso e privo di orientamento.
Certe ideologie non muoiono senza eredi, tuttavia. Se si perde la Fede cristiana non è che si rimanga senza ideologia. Si è costretti ad accettare nuovi parametri: la vita non ha senso; la realtà non è supervisionata da Dio (niente Divina Provvidenza); dopo morto, l’uomo non ha una seconda vita, neanche all’inferno; non è detto che i giusti saranno premiati e i malvagi puniti, ecc. Per questo, abbandonando la Fede bisogna domandasi: sono pronto ad accettare tutte le conseguenze teoriche di questo passo?
Per gli ex-comunisti, la domanda era: siamo pronti a divenire socialisti? Barbara Spinelli dunque sbaglia verbo: non si trattava tanto di “creare” una nuova ideologia, quanto di “accettare” la conseguenza del crollo della precedente. E invece parole come moderatismo e socialdemocrazia sono rimaste tabù. Un sintomo di tradimento o, più miseramente, di “inciucio”.
I comunisti non sono riusciti a cambiare. Sono come quei liberi pensatori che vanno a messa la domenica, si sposano in chiesa e sperano che, in fin dei conti, la morte non sia la fine di tutto. Hanno abiurato la loro religione ma solo formalmente, vorrebbero conservarne i vantaggi e conservano complessi nei confronti di coloro che continuano a proclamare ad alta voce ciò che essi pensano ma non osano più dire. Non sono né comunisti né socialdemocratici: sono insipidi.
Forse tutto dipende da una caratteristica della sinistra politica italiana: dopo che si è predicato per molti decenni che il nemico è sempre brutto, sporco e cattivo, diviene difficile dire: “in questo ha ragione”. Deve necessariamente avere torto, in ogni caso. E con questo terrore della ragionevolezza ci si condanna alla declamazione, all’inazione e perfino al ridicolo. Ottimo esempio: Franceschini.
Questa strada è senza uscita. Bersani tuttavia - invece d’avere il coraggio di riprendere col progetto di Veltroni la via laburista al potere - va ancora più in fondo al vicolo. E invece d’irridere il vetero-comunismo sostanziale della sinistra Arcobaleno, si mette a cantare con essa. Così avrà l’ideologia che Spinelli rimpiange: purtroppo un cadavere d’ideologia.
La “mancanza di nerbo” del Pd deriva dalla sua mancanza di idee e del coraggio di seguirle. Se si vuole rientrare nel gioco del potere bisognerebbe lasciare che tutti i fanatici abbaino alla luna e gridino al tradimento. Se il Pd si rivelasse forza critica ma propositiva, mossa più dall’amore per il Paese che dall’odio per la controparte, potrebbe un giorno ottenere anche i voti  di quelli che Berlusconi avesse deluso.
Oggi, lasciare Berlusconi per il Pd è come lasciare un medico mediocre  ma ben intenzionato per un infermiere demente che sa solo infliggere ferite.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 novembre 2009

POLITICA
18 ottobre 2009
LE RIFORME CONDIVISE


Si parla di riforme della Costituzione e alcuni, come Gianfranco Fini, “auspicano” riforme condivise. Il verbo auspicare è truffaldino. Chi auspica non si attiva affatto per ottenere qualcosa, anzi  non la prevede neppure: guarda il volo degli uccelli (come gli auspici) e spera che essi predicano che le cose vadano in un certo modo. In un certo senso, auspicare è meno di sperare: perché la speranza, almeno, è del soggetto, mentre l’auspicio riguarda la sorte che è imprevedibile e dipende dal Fato.

Questo verbo conferisce tuttavia una sorta di superiore dignità a ciò che si dichiara desiderabile. Ogni sorta di alta autorità - Il Presidente della Repubblica, i Presidenti delle Camere, il Papa - non fa che auspicare e con questo dà la sensazione, alla collettività, di avere fatto la propria parte. In realtà non ha fatto niente e il problema. che non è quello di auspicare o no, rimane integro: è desiderabile, una certa cosa? Se sì, che cosa si può fare per ottenerla?

Per quanto riguarda le riforme costituzionali condivise, alla prima domanda (sono desiderabili?) sarebbe facile rispondere sì se tutti desiderassero le stesse cose; se invece si desiderano cose diverse, la condivisione non è possibile. Non si può ragionevolmente chiedere alla controparte di contribuire a fare qualcosa che le è sgradita. Tutto ciò posto, in un momento come quello attuale in cui qualunque consenso ad una proposta della maggioranza è visto come un tradimento, parlare di riforme condivise è farsi vento con il fiato. Se si vuole riformare qualche parte della Costituzione non rimane che farlo con la propria maggioranza. Poi, dal momento che la minoranza si precipiterebbe a promuovere il referendum abrogativo – come ha già fatto con successo una volta – tutto il problema si ridurrebbe alla campagna elettorale per quel referendum.

Non si tratta dunque di sapere se le riforme saranno condivise ma solo di sapere chi condurrà la migliore campagna di informazione, quando il popolo dovrà approvarle. Soprattutto tenendo presente che la gente non è competente di diritto costituzionale e ridurrà la questione ad interrogativi brutali e perfino fuorvianti. La riforma della giustizia per esempio potrebbe essere ridotta a questo quesito: “Volete che Berlusconi non sia condannato per i crimini che ha commesso e che i giudici debbano decidere sempre come vuole lui?” È ovvio che chi riuscisse a far credere che questo sia il problema indurrebbe chiunque a votare no. Voterei no anch’io, se fossi capace di credere una simile balla. Il problema consiste dunque nel dovere di spiegare di che si tratta, in modo da convincere della bontà dei propri argomenti chiunque non sia già convinto di dover in ogni caso “votare per Berlusconi” oppure “votare contro Berlusconi”.

In democrazia il comunicare è quasi più importante del fare. Se si fanno ben conoscere le difficoltà che incontra il governo, la gente apprezzerà il poco che è riuscito a fare; se non si sa illustrare la situazione reale, anche a fare cento, si rimprovererà al governo di non avere fatto centouno.

Tutto ciò induce alla tristezza. La democrazia rimane il miglior regime possibile ma è doloroso constatare come, dal momento che comanda la massa, si possa dipendere da chi riesce a presentarle un progetto – qualunque progetto! - nel modo più suggestivo: magari fino a condurre ad un disastro nazionale. La spedizione di Sicilia di Alcibiade apparve, prima che cominciasse, come una gioiosa avventura da cui tutti sarebbero tornati incolumi e ricchi. In realtà, dopo una tragica serie di rovesci e disastri, si concluse con la morte o la schiavitù di tutti i conquistatori. Atene dovette pentirsi amaramente di quell’iniziativa. Con animo non diverso applaudivano Hitler le folle di Monaco e di Norimberga: anche loro, suggestionate dal genio propagandistico di Göbbels, immaginavano un radioso futuro di prosperità e potenza. E tuttavia, invece di condannare Göbbels, bisogna imparare a fare meglio di lui e per scopi utili al Paese.

La bontà della riforma della nostra Costituzione dipenderà dal valore dei giuristi che la progetteranno, la sua approvazione dipenderà non dalla condivisione con la minoranza ma dalla pubblicità che si saprà fare alle modificazioni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 ottobre 2009

 


POLITICA
13 settembre 2009
IN DIFESA DI D'ALEMA
Va subito messo in chiaro che chi scrive ha avuto due nonni più o meno contadini e due nonne analfabete: è dunque inutile pagare un istituto araldico per ritrovarsi qualche antenato di sangue blu. E tuttavia, ad esaminare la realtà italiana, anche un nipote di contadini può arricciare il naso.
L’abbiamo sentito cento volte, questo schifo, a proposito del comportamento dell’opposizione riguardo a Berlusconi – ma c’è mezza Italia che lo condivide – e oggi lo sentiamo a proposito dei giornali nei confronti di D’Alema.
D’accordo, questo politico non è un po’ antipatico: è molto antipatico. E non solo a chi vota per il centro-destra. C’è da temere che sia stato antipatico anche a sua madre. Ma questo non impedisce che, a suo tempo, ci indignammo quando qualcuno andò a verificare quanto avesse pagato un paio di scarpe. Come se, per essere di sinistra, dovesse per forza approvvigionarsi allo spaccio dei ferrotranvieri. Non diversamente da come si è criticato Epifani, capo del sindacato rosso, per avere, in occasione di una riunione a Milano, passato la notte in un albergo che è costato al sindacato un occhio della testa. Miserie.
Ma queste miserie sono nulla rispetto a quello che oggi occupa il posto d’onore nel Corriere della Sera. Qual è l’avvenimento epocale di cui si occupa il grande quotidiano di Via Solferino? Sapere se sì o no D’Alema conosceva tale Tarantini, un pugliese procacciatore di “escort” come gadget per ottenere simpatie e concludere affari. “Non lo conosco”, aveva detto Massimo. “Mi conosce eccome”, replicava l’altro. Ora risulta - grande giornalismo investigativo! - che hanno cenato insieme, e infatti è stato intervistato anche il padrone del ristorante, e sono stati nella stessa barca andando o tornando da Ponza. D’Alema però insiste: “Questo non significa che io lo conosca”. Ah ah! Però l’ammette! Accidenti. Perché occuparsi ancora delle ragioni che spinsero Stalin ad allearsi con Hitler? Ecco un problema storico molto più importante.
Secondo la nostra Costituzione, nessuno è colpevole fino a sentenza passata in giudicato (per esempio, il caso di Adriano Sofri). Se dunque qualcuno è imputato di qualcosa, e un politico si rifiuta di frequentarlo, prima ancora che contro l’umanità va contro la Costituzione: infatti discrimina un innocente. Inoltre, nel caso specifico, al momento della cena e della traversata in barca, Tarantini non era imputato di nulla: perché mai dunque bisognerebbe cercare una colpa di D’Alema? È un ragionamento modello D’Avanzo: Tarantini è imputato di corruzione (forse); Tarantini dunque è colpevole; Tarantini conosceva D’Alema; dunque D’Alema dovrebbe essere imputato di corruzione; dunque D’Alema è colpevole di corruzione.
Questo è uno strano Paese in cui  ci si è chiesto senza ridere se Enzo Tortora spacciasse droga agli angoli delle strade;  in cui si dà del mafioso a Berlusconi perché, quindici anni prima che si occupasse di politica, aveva alle sue dipendenze (non che cenasse ogni sera con lui!) un ex-carcerato condannato per mafia;  un Paese in cui si discute seriamente, sul più venduto giornale d’Italia, se D’Alema, fra le migliaia di mani che ha stretto in vita sua, abbia stretto anche la mano di Tarantini.
Non sappiamo se la campagna di odio di “Repubblica” le abbia fatto o no aumentare la tiratura, ché anzi ne dubitiamo. Ma anche ad ammettere che questo bel risultato abbia ottenuto, è triste che il “Corriere della Sera”, con tutta la sua tradizione, si accodi a un comportamento di questo genere.
L’unico commento degno di un grande giornale sarebbe stato: “Non lo sappiamo e non importa. Fino ad oggi D’Alema non è solo innocente, è anche al di sopra di ogni sospetto”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 settembre 2009

POLITICA
28 giugno 2009
LA QUERELA FACILE
LA QUERELA FACILE
Un modo per accentuare le dimensioni della propria indignazione è annunciare: “Sporgo querela”. L’ultimo a servirsi di questo strumento è stato D’Alema, contro “il Giornale”.
A questo annuncio naturalmente non corrisponde sempre la presentazione della querela perché, fra le due cose, c’è l’intervento dell’avvocato. Questi può anche dire al proprio assistito che gli conviene risparmiarsi i soldi della carta bollata: infatti, quando la denuncia è giuridicamente – anche se non moralmente – infondata, si rischia di sentir certificare dalla magistratura che il presunto offensore aveva perfettamente ragione.
La diffamazione a mezzo stampa si ha se si dice “D’Alema è un delinquente”, o se si dice “D’Alema ha rubato 104,65 €”. Cioè se lo si insulta o gli si attribuisce un’azione infamante. Nel caso delle rivelazioni del “Giornale”, i fatti invece sono questi:
1)    In nessuna riga il “Giornale” ha coinvolto D’Alema personalmente nei contatti con le prostitute. Non ha neanche detto che fosse a conoscenza di quei fatti. Ha parlato del “clan D’Alema” solo per indicare le persone a lui vicine a Palazzo Chigi, nel momento in cui il leader Ds era a capo del governo.
2)    In nessuna riga il “Giornale”, diversamente da quanto ha fatto Repubblica per Berlusconi, ha alluso a suoi comportamenti immorali; non ha mai detto che fosse inadatto per ragioni etiche a fare politica o che dovrebbe ritirarsi a vita privata. Non vi è nessun giudizio diffamatorio a suo carico.
3)    Per quanto riguarda Lorenzo Cesa, che ha anche lui annunciato querela, il quotidiano ha solo detto che egli in passato ha costituito una società (la Global Media) con R.F., la maîtresse o magnaccia che dir si voglia delle ragazze. E non ha mai detto che quella società l’abbia costituita per amministrare i proventi della prostituzione. Se poi la gente è distratta e legge soltanto che Cesa è stato socio di una che esercitava un’attività postribolare, la colpa non è del “Giornale”. Cesa avrebbe fatto meglio a stare attento a chi era R.F., non diversamente da come Tarantini avrebbe fatto meglio a stare attento a chi portava in casa Berlusconi.
Le differenze fra il caso di Berlusconi da una parte, e il caso di Cesa e degli amici di D’Alema dall’altro, sono queste:
a)    Il luogo degli incontri è per Berlusconi una casa privata, per gli amici di D’Alema Palazzo Chigi. Se fosse avvenuto il contrario, “Repubblica” avrebbe scritto che Berlusconi aveva trasformato la sede del governo in un bordello.
b)    Lo scopo degli incontri è per Berlusconi la compagnia di belle ragazze e qualcuno dice sesso (per lui incolpevole anche moralmente, dal momento che non conosceva la professione delle ragazze) mentre per gli amici di D’Alema è l’ottenimento di favori dai politici (corruzione).
c)    Berlusconi poteva anche non immaginare che un politico gli portasse in casa delle prostitute, mentre delle ragazze che vanno ad accoppiarsi con sconosciuti sono chiaramente delle puttane. Anche agli occhi di politici particolarmente distratti.
d)    Per quanto riguarda Lorenzo Cesa, malgrado qualche sospetto, anche ad essere pronti a credere alla sua assoluta innocenza, ci sono delle note inevitabili. Mentre Berlusconi potrebbe avere avuto l’ingenuità di non immaginare che Tarantini avesse a sua volta l’ingenuità di non capire che quelle erano prostitute (rapporto indiretto), Cesa avrebbe avuto lui personalmente l’ingenuità di non capire che R.F. era una poco di buono (rapporto diretto); cosa che doveva essere piuttosto sfacciata, se la detta R.F. ha patteggiato una pena a un anno per sfruttamento della prostituzione. Comunque “il Giornale” non ha detto una parola in più di ciò che risulta dalle carte.
La conclusione è che non v’è spazio per nessuna querela. V’è spazio solo per il rimpianto di avere messo in moto un meccanismo infernale che rischia di triturare più accuratamente chi se ne credeva immune.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
I commenti sono graditi.
28 giugno 2009

POLITICA
27 giugno 2009
LA SCELTA DELLE ARMI
LA SCELTA DELLE ARMI
Negli ultimi due o tre giorni il “Giornale” ha pubblicato articoli in cui denuncia lo scandalo delle squillo in contatto con quello che il quotidiano chiama “il clan D’Alema”. Sotto la guida di tale R.F. (la maîtresse) le ragazze, secondo quanto scritto nei verbali della polizia, si concedevano a politici per  ottenere favori e raccomandazioni. Inoltre, proprio durante la Presidenza dello stesso D’Alema, erano persino ricevute a Palazzo Chigi. Il “Giornale” ha anche dimostrato che Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, precedentemente era stato socio in affari con la detta R.F., dirigente delle squillo.
Bisogna farsi forza per precisare che nulla viene addebitato a D’Alema e che Cesa non fu in affari con la R.F. per amministrare squillo ma per attività lecite. Bisogna farsi forza perché un Curzio Maltese, un D’Avanzo, un Travaglio queste due righe non le aggiungerebbero.
Il caso ha voluto che il 21 giugno, pochissimi giorni prima, sia apparso su alcuni blog (innanzi tutto www.pardo.ilcannocchiale.it) un mio articolo, dal titolo “Il Flogisto”, nel quale si potevano leggere queste parole: “Bisognerebbe innanzi tutto che i critici [di Berlusconi] fossero in grado di dare personalmente lo stesso buon esempio che vorrebbero da altri. Ed è per questo che Berlusconi, che ha i soldi per farlo, farebbe bene ad incaricare investigatori privati e fotografi di sputtanare tutti i Catoni ipocriti”.  Naturalmente le mie parole potevano suonare forti, quasi una provocazione, e invece oggi rivendico, anche dopo la denuncia del “Giornale”, la legittimità di questa linea di comportamento.
In materia di guerre e duelli, quello che tutti preferiremmo è evi¬tarli. Poiché però a volte è impossi¬bile, non rimane che sperare che l'avversario, pur restando un nemico accanito, rispetti certe regole. Ma che fare nei confronti dell'avversario scorretto? In particolare con quello che, come arma, sceglie gli schizzi di fango?
Molte persone, nei discorsi da salotto, dimostrano un'infinita nobil¬tà e grandezza d'animo. Secondo loro, bisognerebbe comunque combattere seguendo i propri principi. Anche se l'altro mente, io non mentirò. Anche se l'altra bara, io non barerò. A parte il fatto che bisognerebbe vedere questa gente all'atto pratico, il fatto è che è sbagliato anche il principio.
L'amore per la correttezza può far sì che permettiamo al nemico di nuo¬cerci fraudolentemente una sola volta: la prima. In seguito sarebbe stupido combattere con un brac¬cio legato dietro la schiena. Anzi, sareb¬be ingiusto trattare l'avversario sleale nello stesso modo in cui trattiamo l'avversario leale, perché in questo modo li parificheremmo.
Poi, comportarsi onestamente con i disonesti è pericoloso: se l'avversario sa di poter barare, tanto noi non bareremo, barerà più facilmen¬te. Se invece sa che nel caso lui usi le armi chimiche noi ne useremo il doppio, ci penserà due volte, prima di rischiare.
Non bisogna consentire vantaggi immeritati a nessuno. All'avversario scorretto bisogna dire: chi ti dice che non sia più bravo di te, nella tecnica degli agguati, delle calunnie, dei tradimenti? Se una tecnica mi manca, prenderò lezioni private: fossero anche lezioni di incendio doloso.
La sinistra ha scelto l’arma della maldicenza, dell’allusione, della calunnia, del gossip? Non deve protestare, anzi, non si deve neanche stupire, se qualcuno usa la stessa arma contro di lei: perché è lei che l’ha scelta.
In un mondo sbracato come il no¬stro, in cui i “moralisti” dànno l’esempio della massima scorrettezza estetica e morale, bisogna ricordarsi che i gentiluomini concedono agli offensori la scelta delle armi: e se essi scelgono la disonestà, la calunnia, la maldicenza, gli schizzi di fango, pazienza: bisognerà essere più abili di loro nel maneggio della melma.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
I commenti sono graditi.
27 giugno 2009


POLITICA
24 giugno 2009
D'ALEMA E LE POT AU LAIT
D’ALEMA E LE POT AU LAIT
Questo è il periodo delle doppie letture. Franceschini ha detto che i risultati delle ultime elezioni segnano l’inizio del declino del centrodestra e si è stati costretti a ricercare su internet il video di quelle dichiarazioni per essere sicuri di aver sentito bene. Ora un articolo di Laura Cesaretti  costringe a fare altrettanto.
Scrive la giornalista che, secondo Mastella, D’Alema cercherebbe di disarcionare Berlusconi (ecco il senso della “scossa”) perché vorrebbe stringere un’alleanza con Pierferdinando Casini per portarlo a Palazzo Chigi. Avete letto bene: Casini Primo Ministro col sostegno del Pd. In tempi brevi. D’Alema infatti avrebbe accettato la candidatura di Bersani a segretario del Pd ma non a quella (futura e possibile) di premier, proprio perché aveva in mente questo schema. Uno dice: fantasie della notista del “Giornale”. E invece ecco viene citata Repubblica. Scrive Massimo Giannini che il risultato pugliese "dimostra che il dialogo con il centro di Casini è forse l'unica via per tentare una riapertura del gioco politico". Anche se stavolta non si parla di Palazzo Chigi ma semplicemente di “una riforma elettorale sul modello tedesco, che lasci tutti i partiti a mani libere prima delle elezioni e crei poi le alleanze in Parlamento”. Anche in questo caso, tuttavia, si parla di mani libere e di nuove alleanze, e si allude insomma a questa rivoluzione politica.
Si rimane basiti.
Che si cerchi di rovesciare il governo e sostituirlo con la propria coalizione, è un dovere dell’opposizione. Che si trami per ottenere questo risultato, persino con le armi della calunnia, non sarà un dovere ma è la normalità. Ma che si ragioni come “La laitière et le pot au lait”, di La Fontaine, no, è allarmante. Perrette pensava di vendere il suo latte e di cominciare da lì la sua strada verso la ricchezza finché il recipiente non le cadde dalla testa e tutti i sogni andarono in fumo. Nello stesso modo, le inverosimiglianze del progetto d’alemiano sono legione.
In primo luogo, non si può ragionare come se Berlusconi non ci fosse. Perché c’è. Può non piacere, si può odiarlo, ci si può perfino augurare che gli venga un coccolone, ma finché questo non avviene è lì. E non è soltanto “un ostacolo”, come dice Mastella: è una montagna franata sulla via della sinistra.
Poi non viene spiegato se questo terremoto dovrebbe avvenire in seguito a nuove elezioni o no. Perché le nuove elezioni si potrebbero avere se cadesse il governo e la stessa maggioranza non fosse in grado di costituirne un altro. E se non ci fosse crisi di governo, se non ci fossero nuove elezioni, perché mai Berlusconi dovrebbe farsi da parte?
Anche facendo l’ipotesi che Berlusconi, novello Silla o novello Carlo V, decidesse volontariamente di farsi da parte, chi dice a D’Alema che in tutto il centrodestra non ci siano politici ambiziosi desiderosi di prenderne il posto? Perché mai Fini dovrebbe dire a Casini “Prego s’accomodi”? E chi dice che non nutrano ambizioni Tremonti, Gianni Letta e i tanti personaggi di spicco del Pdl?
Ma la lista delle perplessità non è completa. È vero, Casini in qualche regione o in qualche comune si è alleato col Pd, e questo ha portato a volte al successo. Ma è notorio che, nelle amministrative, tutti si ritengono più o meno liberi di contrarre alleanze eterodosse: si tratta infatti di governare enti locali, non le sorti dell’intera nazione. Chi dice a D’Alema che gli elettori dell’Udc non stiano in quel partito perché non son voluti stare con i democristiani di sinistra? Continuerebbero a votare per Casini, alle politiche, se sullo sfondo ci fossero, se pure sbiaditi, falce e martello?
Almeno Perrette il latte, prima che le cadesse per terra, l’aveva. Ma qui?
Il centrosinistra è peggio che sconfitto: sembra in preda ad una sorta di marasma. All’incapacità di distinguere i sogni dalla realtà. Tutto questo è preoccupante e non rimane che sperare che sia frutto di un malinteso. In democrazia siamo pronti ad essere governati da persone che la pensano diversamente da quelli che stimiamo di più, ma vorremmo che, comunque, chi siede in Parlamento e, a più forte ragione, chi va al governo, fosse sano di mente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it.
24 giugno 2009

CULTURA
7 gennaio 2009
CINQUE NOTAZIONI

CINQUE NOTAZIONI

Uno. Malgrado l’invasione, Hamas ha ancora la capacità e la volontà di lanciare RAZZI contro il sud di Israele: ma fa il proprio interesse? È vero che si trova dinanzi ad un dilemma impossibile: se continua, può affermare che Tsahal non ha ancora vinto e per ciò stesso ne giustifica l’azione; se smettesse e promettesse la pace, Israele perderebbe ogni giustificazione, se volesse continuare la propria azione, ma purtroppo molti arabi penserebbero che Hamas ha chinato la schiena. Infatti quell’organizzazione ha solo predicato l’annientamento di Israele, anche col sacrificio proprio e dei palestinesi. I lanci cesseranno o perché gli israeliani avranno scovato i razzi o perché i terroristi non potranno più ricevere rifornimenti.

Due. La DIPLOMAZIA, nelle crisi internazionali, ha la sua importanza ma stavolta fa ridere. Da un lato Hamas non capisce neanche la voce del cannone, dall’altro gli israeliani hanno imparato per esperienza che gli impegni dei palestinesi non valgono nulla. Essi possono contare solo sui risultati ottenuti. L’attività diplomatica, oggi come oggi, influisce sul risultato quanto le grida di trionfo o di disperazione di chi assiste ad una partita di calcio in televisione. Si negozia quando si ha qualcosa da dare e qualcosa da ricevere e Hamas non ha nulla da offrire. Che può dire, che ferirà tutti gli israeliani invece di ucciderli?

Tre. Se si parla di TREGUA, ecco le due richieste di Hamas: cessazione delle operazioni e riapertura dei valichi. La prima richiesta è inutile dal momento che Israele, se sarà riuscita a mettere Hamas in condizioni di non nuocere, non vedrà l’ora di andarsene. La seconda è assurda. Se fossero aperte le comunicazioni fra Gaza e l’entroterra, Hamas ne approfitterebbe per importare razzi ed esportare kamikaze. Nessuno ha notato che da mesi o anni Israele non subisce attacchi terroristici?

Quattro, i media parlano delle VITTIME CIVILI con scandalo, come se la guerra si potesse fare senza danni collaterali. Bisognerebbe al contrario cominciare col rimproverare ad Hamas la politica criminale di confondersi con i civili e di immagazzinare armi e razzi nelle case, nella speranza o che Israele non osi attaccarle o che faccia vittime innocenti. Fra l’altro, i  media hanno la disonestà di presentare i morti come se Tsahal avesse voluto uccidere dei civili, dimenticando che se Israele volesse provocare immense stragi potrebbe bombardare Gaza come gli inglesi hanno bombardato la Germania e gli Americani il Giappone.

Cinque. Per quanto riguarda il DIALOGO, gli israeliani sono scoraggiati. Hanno tentato per decenni di ottenere la pace (anche con concessioni notevolissime, il 93% dei territories) e ora Tzipi Livni dice: noi non trattiamo con i terroristi, noi lottiamo contro i terroristi. Viceversa per D’Alema la pace va fatta col nemico e a prima vista si è tentati di dargli ragione: il suo atteggiamento ha tutte le stimmate della Realpolitik. Purtroppo, è sbagliato lo stesso. Egli si esprime come se Hamas fosse disposta alla pace e Israele no, mentre è sempre stato l’opposto. Il realismo include e presuppone la conoscenza della realtà.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 gennaio 2009


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permalink | inviato da giannipardo il 7/1/2009 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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