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POLITICA
31 dicembre 2014
IL GRANDE NON-AVVENIMENTO DEL 2014
Il famoso competente di geopolitica George Friedman, sulla rivista "Stratfor" (numero 1230, del 30.12.2014) parla dei cinque principali avvenimenti del 2014. Qui segue la traduzione di ciò che egli scrive del primo e più importante dei cinque: "Il persistente declino dell'Europa".

L'avvenimento più importante, nel 2014, è uno che non si è verificato: l'Europa non ha risolto i suoi annosi problemi economici, politici e sociali. Lo pongo al numero uno perché, a parte il suo declino, l'Europa rimane una figura centrale nel sistema globale. L'economia dell'Unione Europea è la più grande del mondo, presa tutta insieme, e il continente rimane un centro di commercio, scienza e cultura. L'incapacità dell'Europa di risolvere i suoi problemi, o di realizzare realmente un qualunque significativo progresso, può non comportare l'uso di eserciti ed esplosioni, ma può distruggere il sistema globale più di qualunque altro fattore presente nel 2014.
L'enorme divergenza dei risultati dell'esperienza europea turba quanto il malessere economico generale. L'esperienza è influenzata da molte cose, ma certamente è una caratteristica centrale di essa l'incapacità di trovare un impiego remunerativo. Gli enormi tassi di disoccupazione in Spagna, in Grecia e nell'Europa meridionale in generale toccano profondamente un grandissimo numero di persone. La relativa prosperità della Germania e dell'Austria diverge grandemente da quella dell'Europa meridionale, tanto da mettere in dubbio la capacità di sopravvivenza dell'Unione Europea.
Effettivamente, abbiamo visto il sorgere di partiti anti-Ue non soltanto nell'Europa meridionale ma anche nel resto dell'Europa. Nessuno di loro ha superato la soglia per avere il potere, ma molti si stanno rinforzando, nel corso del tempo, con l'idea che i benefici dell'essere associati all'Europa unita, costituita com'è, sono superati dai costi. La Grecia avrà un'elezione nei mesi prossimi, ed è possibile che un partito che è a favore di un ritiro dall'eurozona divenga il  centro del potere. Il partito UKIP del Regno Unito è addirittura a favore di un ritiro dall'Unione Europea.
Vi è un significativo e crescente rischio che o l'Unione Europea dovrà essere rivista radicalmente per sopravvivere, oppure, semplicemente, andrà in frantumi. La frammentazione dell'Unione Europea farebbe di nuovo spostare l'autorità, formalmente, ad una miriade di nazioni-Stato. L'esperienza dell'Europa, in materia di nazionalismo, è stata certamente tale da turbare - per dire il minimo - nella prima parte del XX Secolo. E quando una regione tanto importante come l'Europa ridefinisce sé stessa, l'intero mondo ne risentirà le conseguenze.
Per tutto ciò, l'incapacità dell'Europa di realizzare un significativo progresso nel trovare una soluzione definitiva ad un problema che cominciò ad emergere sei anni fa ha una straordinaria importanza globale. Essa fa anche porre serie domande riguardo al fatto che il problema sia solubile. A me sembra che, se lo fosse, sarebbe già stato risolto, visti i rischi che esso fa correre. Ogni anno che passa, dobbiamo accettare la possibilità che questa non sia più una crisi che passerà, ma una nuova realtà permanente dell'Europa. Questo è qualcosa a cui abbiamo accennato per anni, e la situazione ci induce a fare previsioni sempre più pessimistiche, perché non mostra segni di miglioramento.
(Traduzione di Gianni Pardo)
Stratfor 1230. ""The Top Five Events in 2014 is republished with permission of Stratfor.".
The Top Five Events in 2014
 
Una nota. In linea di principio, le cose scritte da Friedman sono tutte plausibili. E non è strano che le giudichi così il sottoscritto, dal momento che cose pressoché identiche le ho scritte tante volte. Ma un'obiezione è inevitabile. Egli scrive che l'incapacità dell'Europa di risolvere il problema "fa anche porre serie domande riguardo al fatto che il problema sia solubile. A me sembra che, se lo fosse, sarebbe già stato risolto, visti i rischi che esso fa correre. Ogni anno che passa, dobbiamo aprirci alla possibilità che questa non sia più una crisi che passerà, ma una nuova realtà permanente dell'Europa". 
Che il problema non sia stato risolto, e che ciò faccia correre enormi rischi all'Europa è incontestabile. Ma non altrettanto sicuro è che il problema sia insolubile o che i governanti europei non sappiano come risolverlo. Ragionando a colpi di spada, come Alessandro Magno, potrebbe dirsi che, identificate le cause del malessere, basterebbe rimuoverle e se ne rimuoverebbero anche gli effetti. Molti europei si lamentano dell'euro? Sciogliamo l'euro. Molti europei sono oppressi dal debito sovrano? Dichiariamo che nessuno lo pagherà. Gli europei sono stanchi dell'austerity? Aboliamone i vincoli. E soprattutto: molti europei sono stanchi dell'Unione Europea? Sciogliamo anche questa, e lasciamo una zona di libero scambio. Almeno per gli Stati che sono d'accordo. Il punto infatti non è se questi provvedimenti sarebbero salutari od esiziali, benefici o disastrosi, cause di un peggioramento o di un miglioramento: il punto è che i parlamenti europei non hanno il coraggio di adottare né questi provvedimenti, né altri provvedimenti che siano risolutivi. I possibili rimedi hanno infatti l'insuperabile inconveniente di un alto costo politico ed elettorale. Un costo che nessuno vuol pagare. E allora si continua a navigare a vista, sperando che il problema si risolva da sé o - se proprio deve concludersi con un big bang - che lo faccia quando al governo c'è qualcun altro.
L'Europa non è scema: è vigliacca. Si considera un successo non la soluzione del problema, ma il fatto che non si aggravi ulteriormente e ci sia speranza che continui a non aggravarsi. Almeno non troppo velocemente. 
Insomma, dopo avere tanto deriso "lo spirito di Monaco" e Chamberlain, l'intero continente sembra ricoperto da uno spirito di Monaco più denso di una nebbia londinese. E ci si rifiuta di guardare al di là del proprio naso.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
30 dicembre 2014

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POLITICA
21 dicembre 2014
LA CRISI SULLA SCHIENA DEL CAMMELLO
La maggior parte dei competenti concorda su un punto: la situazione attuale dell'Europa non è sostenibile. Anche ad essere ottimisti per quanto riguarda, poniamo, l'Olanda, non c'è nessun modo di esserlo per un Paese come l'Italia, i cui parametri sono da troppo tempo eccezionalmente negativi e senza alcuna prospettiva di immediato miglioramento. La Grecia, a quanto dicono, è già tecnicamente fallita. Per dirne una, ha rinunciato, già qualche anno fa, a pagare l'intero dei suoi titoli di Stato, rimborsando soltanto il 30%. Sarà anche vero che, dopo tutto, è un piccolo Paese e lo si può aiutare, ma quell'operazione significa che tutti i titoli di Stato possono non essere rimborsati o esserlo solo in parte; e l'Italia ha un tale peso che, se cadesse, potrebbe forse trascinare con sé l'intera Unione Europea. E infatti l'Unione ci abbaia contro un giorno sì e l'altro pure, ma poi rinuncia a colpirci: perché la nostra crisi il continente non può permettersela. È forti di questo che non rimborseremo il 5% del nostro debito pubblico per la parte eccedente il 60% del nostro pil (una sessantina di miliardi oltre i 70/80 che paghiamo di interessi), secondo quanto dovremmo fare a termini di Fiscal Compact. Noi non ce lo possiamo permettere, economicamente, e l'Europa non ci può espellere per non segare il ramo su cui è seduta.
I "discorsi catastrofisti" inducono molti ad obiettare che li sentono da tempo e che, di ciò che si è paventato, non si è verificato niente. Dunque potrebbe non verificarsi nessun disastro, né domani né dopodomani. Atteggiamento che sarebbe comprensibile, se fosse valido il paradosso di Achille e della tartaruga. In realtà, l'accumulazione di certe cause ad un certo momento conduce fatalmente a certi effetti. In diritto con la condizione ci si chiede "se" un avvenimento si verificherà, con il termine ci si può chiedere soltanto "quando". Come afferma il proverbio inglese, fu l'ultima pagliuzza che spezzò la schiena del cammello. Se dunque si continua a caricare paglia, il problema del collasso dell'animale diviene un "quando", non un "se". Se ammettiamo che la situazione economica dell'Europa, e in particolare dell'Italia, continua a peggiorare (ed è ciò che incontestabilmente dicono tutti i dati pubblicati), non potendo questo fatto prolungarsi all'infinito, il problema per il nostro sfortunato Paese non è "se" la crisi improvvisamente peggiorerà, ma "quando". 
Le crisi non hanno la cortesia di telefonare prima di presentarsi. Nessuno, nel mondo, previde la data della tragedia dei subprime statunitensi, e tuttavia la stessa esagerazione di quella bolla, come nel 1929, doveva essere un segnale sufficiente. Ma finché non si sa il "quando", di un avvenimento, si ha la tentazione di considerarlo un "se". Ci si limita a guardare all'oggi e a sperare per il meglio. 
Noi abbiamo un debito pubblico astronomico e una moneta inadatta alla nostra economica. A ciò bisogna mettere rimedio. È come se fossimo al quarto piano di una casa e l'incendio stesse divorando il piano terra e il primo piano. Dove siamo non c'è nessun problema ma ciò non significa che le fiamme non arriveranno anche qui. Una persona ragionevole, considerando che ha ancora un po' di tempo, chiederebbe ai pompieri di stendere un telone, sotto, per poter saltare volontariamente dal balcone, e non quando le fiamme gli staranno bruciando la schiena. Senza nemmeno avere il telone. 
È inutile che qualcuno venga a precisarci quali costi dovremmo affrontare e quali rischi potremmo correre, uscendo dall'euro e rinegoziando il nostro debito pubblico. Siamo seduti su una bomba ad orologeria e potremmo sempre chiedere: "Ci costerebbe di meno affrontare la crisi, dopo un eventuale default, senza avere organizzato nulla? "
Purtroppo i governanti sono istituzionalmente miopi. Essi sanno di essere alla mercé di un voto di sfiducia, e di non potere contare nemmeno sui cinque anni della legislatura. Evitano dunque di adottare provvedimenti molto impopolari e spandono il lenitivo di un inossidabile ottimismo da mane a sera. Fino a rintronare le orecchie e le teste di chiunque apra un giornale o ascolti la televisione. In questo Matteo Renzi è un campione. Ma la realtà non si lascia esorcizzare dalle parole. Un brutto giorno ci potremmo accorgere che un'ignota, imprevedibile pagliuzza ha spezzato la schiena del cammello, e che noi abbiamo sbagliato a non organizzare il nostro salto dalla finestra.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 dicembre 2014

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5 dicembre 2014
QUANTITATIVE EASING
Coloro che non conoscono l'inglese soccombono spesso alla sciocca tendenza di usare termini inglesi. E si riempiono la bocca di parole come "trend", come se non ci fosse "tendenza", di "family banker", come se non si potesse dire "bancario di famiglia". Senza dire che "banker" è più o meno il proprietario della banca: l'impiegato in inglese si chiama bank clerk. 
Ora si parla  continuamente di "Quantitative Easing" e si è costretti a tradurre più o meno con "sgravio", "alleviamento quantitativo". È puramente e semplicemente l'acquisto di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea, con denaro di nuova emissione. Mario Draghi vorrebbe disporsi a questo acquisto ma bisogna vedere se la Bundesbank non si opporrà e se la Corte Costituzionale tedesca non bloccherà tutto. 
Rimanendo all'essenziale, si tratterebbe di autorizzare i vari Paesi a collocare sul mercato una maggiore quantità di titoli senza essere costretti ad aumentare il livello degli interessi, perché il di più è comprato dalla Banca Centrale Europea con denaro "fresco" (ma soltanto "fresco di stampa"). I Paesi  si potrebbero permettere più spese, provocando fra l'altro inflazione, controbilanciando l'attuale tendenza deflazionistica e rilanciando l'economia. Purtroppo tutta l'impalcatura potrebbe essere sbagliata.
Lo schema keynesiano, per affrontare le crisi, è questo: lo Stato, per incrementare l'occupazione e distribuire salari - dunque mezzi per aumentare l'intera domanda (detta integrata) di beni e servizi - lancia grandi lavori, diminuisce la pressione fiscale, sostiene le imprese in difficoltà, e dunque rilancia l'economia. Inoltre, dal momento che quel denaro immesso nel circuito è "a fronte di niente" (cioè puramente e semplicemente carta), il risultato è inflattivo e dunque si contrasta la deprecata deflazione. 
Una prima controindicazione è tuttavia che l'aumento dei titoli pubblici, anche se non provoca l'aumento dei tassi, provoca comunque l'aumento del debito pubblico. Quest'ultimo è risparmio, denaro "fermo", nel senso che gli investitori non lo spendono e si  contentano di lucrare gli interessi. Però, nel caso di una crisi di fiducia, da un lato nessuno comprerebbe i titoli di nuova emissione (e ciò basterebbe a far fallire un Paese come l'Italia) dall'altro per liberarsi dei vecchi titoli tutti li riverserebbero in Borsa provocando un'immediata e imponente svalutazione della moneta. La crisi di fiducia, in regime di euro, è tanto più vicina quanto più grande è il debito pubblico. 
L'efficacia del meccanismo keynesiano è essenzialmente congiunturale. Per giunta, mentre i suoi costi sono certi, l'effetto positivo è aleatorio. L'idea che spendendo di più si risani comunque l'economia è sbagliata. Non è perché la gente spende di più che, per conseguenza, guadagnerà di più.  Al contrario, è se guadagna di più che, per conseguenza, spenderà di più, e il Paese sarà più prospero. Per avere ricchezza non basta desiderarla, bisogna crearla.
La crisi può dipendere da fattori temporanei - e in questo caso il meccanismo keynesiano potrebbe essere utile - ma se essa dipende da fattori oggettivi e stabili, l'immissione di moneta in circolo, "a fronte di niente", fa soltanto danni. La macroeconomia keynesiana non può porre rimedio ai grandi fattori negativi quali per esempio un  aumento del prezzo internazionale delle materie prime; un eccesso di pressione fiscale; la concorrenza economica imbattibile di economie più efficienti; un modello produttivo divenuto inadatto ai tempi; un eccessivo peso del Welfare State. Se il fattore negativo è uno di questi, è soltanto risolvendolo che si risolve la crisi. E viceversa si continua testardamente a pensare che la nostra sia una crisi finanziaria, da combattere con mezzi finanziari.
Per ciascun Paese, bisognerebbe identificare la causa vera e profonda della crisi e mettervi rimedio a qualunque costo. Diversamente ci penserà una crisi di Borsa, una volta o l'altra, ad azzerare il contatore. Oggi siamo in crisi ma non siamo ancora falliti e forse avremmo lo spazio per agire. Se non lo facciamo, una situazione catastrofica non da noi organizzata potrebbe costringerci a ripartire da zero. Potremmo avere una serie di default di Stati che ci farebbe ripensare alla crisi del '29 come a un'età dell'oro. 
Una nota infine riguardo alla deflazione. Essa è temibile come sintomo della recessione ma è discutibile che la si condanni in sé, mentre si reputa che un'inflazione del 2% sarebbe certamente un bene. La deflazione è soltanto un aggiustamento dovuto alla mano invisibile di Adam Smith e in quanto tale è un bene, non un male. E poi, dove sta scritto che il debitore debba sempre guadagnare qualcosa, con l'inflazione, mentre il creditore e il percettore di reddito fisso debbano sempre rimetterci? Forse è soltanto il pregiudizio di sinistra per cui il creditore è sempre un ricco parassita - anche quando è un dipendente a stipendio fisso o un pensionato al minimo - mentre il debitore è sempre il povero sfruttato dal sistema. E si sa, i pregiudizi sono più solidi dei teoremi di geometria.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 dicembre 2014


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POLITICA
28 novembre 2014
LO SCONTRO FRA LE IMPOTENZE
La rassegna delle forze politiche attualmente in campo fa pensare ad un elenco di bocciati. Sel è un partitino che vive di una fede millenaristica in cui ormai credono pochi. Il M5S è un movimento tanto rumoroso quanto inconsistente. Il Ncd è  una truppa di sbandati che pensa soltanto a sopravvivere e mantenere la poltrona. La Lega Nord è un esempio di berciante populismo regionalistico. Forza Italia è un partito sonnolento, in perdita di credibilità e di voti, che l'essere stato al governo non qualifica certo per raddrizzare la barca. Il Pd infine, pur essendo al potere e pur beneficiando della bonaccia borsistica, soffre dell'incapacità di affrontare una stagnazione economica terribile. Lo penalizza inoltre un eccesso di promesse a fronte di risultati troppo magri. Esso ha ciò malgrado il vantaggio inestimabile di essere solo sulla scena, e perfino un Presidente del Consiglio da cinepanettone come Matteo Renzi sembra un gigante in mezzo ai pigmei. Ma questa invidiabile situazione ridà validità ad un vecchio principio storico: quando una forza sembra inattaccabile dall'esterno, l'attacco comincia a prodursi dall'interno. 
I partiti sono strutturati intorno ad una forte ideologia di solito sono monolitici. Anche cambiando nome ed arrivando ad inglobare altri partiti (la sinistra Dc) il Pci nei suoi diversi avatar conservò una sufficiente unità. Ma la sua vita ha abbracciato troppi decenni per non conoscere crisi. Chi ha la memoria lunga non dimentica la lunga lista dei dissidenti: a volte isolati, come Bordiga, a volte a coppie, come Cucchi e Magnani, a volte quasi una folla, come in occasione della Rivoluzione Ungherese. E tuttavia l'attuale crisi interna del Partito Democratico ha connotazioni assolutamente nuove.  In passato la maggioranza rimaneva fedele alla più rigida ortodossia (il comunismo è stato una religione intollerante) e i contestatori apparivano degli eretici. Oggi invece per la prima volta la minoranza è ortodossa mentre il grosso del partito si allontana dai dogmi comunisti. Renzi li contraddice sfrontatamente e - s'è visto con la Cgil - arriva addirittura ad irriderli.
Dal punto di vista dottrinale, i vari Civati, Fassina e Cuperlo rimangono legati ai sempiterni principi fondanti del comunismo. Sono fermi alla scissione di Livorno e non si può dire che tradiscano il partito. Sembra vogliano impedire la celebrazione della fine del comunismo in Italia. Ma nel momento in cui non si contano le audacie di Papa Francesco nell'ambito della Chiesa modello, quella Cattolica, ha senso la vecchia linea politica, soprattutto nell'attuale congiuntura economica?
La teoria tanto erroneamente quanto universalmente accettata è che tocchi allo Stato risolvere la peggiore crisi che si ricordi. I politici accettano cinicamente questa responsabilità, per fini elettorali, si propongono come salvatori e, quando fatalmente non riescono a raggiungere risultati pratici, vengono giustamente disprezzati. Ormai ciò avviene a tutti i livelli. Le soluzioni europee si sono già dimostrate inefficaci, i Paesi che vanno bene stanno fermi e noi andiamo addirittura indietro. Per alcuni bisognerebbe cercare una soluzione nazionale che dovrebbe passare attraverso una diversa politica monetaria, ma non disponiamo più della specifica sovranità e comunque ricuperarla potrebbe costare fin troppo caro. Gli altri rimedi - le "riforme" di cui si parla troppo - da un lato non si sa se siano possibili, dall'altro se avrebbero gli effetti miracolosi che se ne attendono. O in tempi prevedibili la ripresa economica dell'Italia non si avrà, oppure si avrà per cause indipendenti dalla nostra politica.
Ecco la domanda che si dovrebbe porre alla minoranza del Pd: mentre lotta con l'atteggiamento di chi dovrebbe salvare il Paese dalla catastrofe, è convinta che le sue ricette potrebbero realmente rappresentare la soluzione? Non s'è accorta che ciò che essa propone è solo la riconferma della più ottusa e retrograda politica del passato, esattamente quella che ci ha condotti dove siamo? È antistorico credere che la sovietizzazione della società possa rappresentare la salvezza della nazione. 
Stranamente, questo comportamento ricorda la follia di certe folle arabe. Arrabbiate per la miseria e per la decadenza dei loro Paesi, invece di identificare la causa di tutto in una cattiva e paralizzante interpretazione dell'Islàm, credono che la soluzione sia in un'accentuazione del suo arcaico e brutale rigore. L'implosione dell'Unione Sovietica dovrebbe pure avere insegnato che l'esperimento di una diversa economia, pur effettuato con l'onnipotenza dello Stato, conduce a risultati fallimentari.
Nell'ex Pci si è arrivati alla democrazia ed è certo una buona notizia. È triste però che, sia pure con le migliori intenzioni, l'opposizione interna si batta per un oggettivo peggioramento della situazione nazionale. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
27 novembre 2014


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POLITICA
22 novembre 2014
INTERROGATIVI SU KEYNES
Uno dei punti centrali della teoria di John Maynard Keynes è che la famosa "mano invisibile" di Adam Smith non basta a regolare la vita economica di un Paese, in particolare per quanto riguarda la sottoproduzione e la disoccupazione. Per questo è spesso necessario l'intervento dello Stato. 
Keynes sostiene che quando si è in presenza di disoccupazione e sottoproduzione, il problema si risolve inventando occasioni di impiego (con grandi lavori pubblici) e dando soldi ai consumatori (anche sussidi) affinché la loro domanda faccia ripartire la produzione e faccia aumentare il numero degli occupati (moltiplicatore e acceleratore). Naturalmente questi investimenti sono effettuati "a debito". La speranza è che i capitali siano restituiti dalla stessa economia risanata, mediante l'aumento del gettito fiscale. Ma sul momento dove trova lo Stato il denaro per gli interventi miranti a far funzionare il moltiplicatore e l'acceleratore(1)?
 Le possibili fonti sembrano soltanto due: l'inflazione e il debito. L'inflazione, immettendo liquidità nel sistema, offre un potere d'acquisto ai primi prenditori a spese dei percettori di reddito fisso, dei risparmiatori e dei creditori. L'operazione aumenta il circolante ma non crea ricchezza: si limita a spostarla da alcune persone, che lo Stato considera meno meritevoli, ad altre che lo Stato reputa più meritevoli. Naturalmente questo giudizio, su chi sia più o meno meritevole, è largamente discutibile. Sicuro è comunque che l'inflazione è un'odiosa tassa sui poveri e sui virtuosi(2).
Il meccanismo del debito è diverso. Il risparmiatore crea una ricchezza di cui rinvia il consumo, mentre chi contrae il debito è qualcuno che ha bisogno di consumare subito una ricchezza che non possiede. A differenza di quanto avviene con l'inflazione, se il denaro serve per un investimento e non per un consumo, e se esso va a buon fine, lo spostamento è economicamente profittevole per tutti: chi contrae il debito per lanciare una nuova industria e ci riesce, crea molta ricchezza. Ci guadagna lui, ci guadagnano i lavoratori, ci guadagna il capitalista. Ma la ricchezza è creata dall'industria che usa il finanziamento a fini produttivi, non dal finanziamento stesso. Il debito, che pure ha reso possibile l'intrapresa, per il produttore rimane un costo(3).
Nel momento in cui lo Stato provoca inflazione o contrae debiti per intervenire nell'economia non crea per ciò stesso ricchezza. Con l'inflazione riduce il potere d'acquisto di molti, col debito fa sorgere nei cittadini l'obbligo di ripagarlo. Se poi investisse direttamente in attività produttive, probabilmente distruggerebbe ricchezza, perché è un imprenditore molto mediocre. Inoltre alcune spese, come quelle per strade ed edifici pubblici, anche se hanno un' utilità generale, certo non danno un immediato ritorno economico. 
Il rimborso del debito e la riparazione dei danni dell'inflazione dovrebbero derivare da un rilancio dell'economia tale da permettere, col maggior gettito fiscale, il rientro dei capitali impiegati. Ma si può essere sicuri che quell'aumento del gettito si avrà(4)?
Se l'effetto fosse sicuro, l'Europa - oggi in preda ad una crisi gravissima e interminabile, che qualcuno giudica addirittura di sistema - si precipiterebbe ad approfittare di quelle meravigliose ricette per uscirne. Visto che ciò non avviene, o i suoi dirigenti sono per la maggior parte degli imbecilli (l'ipotesi non è inverosimile) oppure sono talmente scottati dalle precedenti esperienze di deficit spending che preferiscono altre politiche (e neanche questo è inverosimile)(5).
La teoria di Keynes offre comunque, rispetto ad altre, lo speciale vantaggio di essere verificabile. I suoi meccanismi fondamentali -  il moltiplicatore e l'acceleratore - hanno infatti in comune la loro natura congiunturale (cioè momentanea) e non tendono - come il capitalismo di Stato di Marx - a creare un diverso modello produttivo. Vogliono soltanto rilanciare l'economia in occasione di un suo rallentamento. Ciò significa che l'efficacia dei provvedimenti è prevista nel breve termine (nel lungo "saremo tutti morti"), e se quel rilancio non si ha, la teoria è falsa. I suoi occasionali successi potrebbero addirittura essere dovuti a cause diverse da quelle ipotizzate. Comunque, a Bruxelles e a Berlino nessuno è disposto a scommettere su di loro(6).
Storicamente, i danni prodotti dall'uso della macroeconomia keynesiana sono sicuri, il rilancio dell'economia, e soprattutto il ritorno per l'erario in termini di maggiore gettito fiscale, sono aleatori. Ne è prova la situazione italiana. Se spronando la "domanda aggregata" (acquisti col denaro elargito dallo Stato) l'economia non riparte e il governo continua a far debiti (noi siamo a oltre duemila miliardi di euro) si arriva al punto in cui da un lato il peso degli interessi diviene un fardello spaventoso, dall'altro si ha la certezza che il debito pubblico non sarà mai rimborsato. Ma non per questo sparirà. Al momento dello show down le conseguenze saranno tragiche: che l'azzeramento avvenga mediante default o inflazione, i cittadini la pagheranno cara(7). 
La critica iniziale alla "mano invisibile" di Adam Smith, cioè alla capacità del mercato di correggere autonomamente i propri errori, sembra infondata. Prendiamo il problema della disoccupazione. L'intervento congiunturale dello Stato keynesiano mira a rilanciarla senza modificare i salari dei lavoratori: ma con ciò non tiene conto di una possibile, nuova situazione (per esempio, l'ingresso della Cina nel mercato internazionale) che potrebbe aver reso quei salari "antieconomici". In questo caso tutti gli interventi dello Stato sarebbero vani perché non si tratterebbe di una crisi congiunturale ma strutturale (cioè del sistema socio-economico). Nel caso di una simile crisi, se il mercato interno del lavoro fosse interamente libero, i disoccupati veramente in bisogno accetterebbero di lavorare per un salario minore (l'hanno fatto i lavoratori tedeschi) e ciò tenderebbe ad eliminare la disoccupazione (ecco ancora una volta "la mano invisibile"). È vero che ciò sarebbe doloroso, ma è anche vero che quei lavoratori da disoccupati non guadagnerebbero niente. Comunque questo riequilibrio (inevitabile, se è cambiato il quadro dell'economia internazionale) potrebbe sanare l'economia della nazione, adeguandola alla nuova realtà. Se al contrario i salari sono bloccati e le imprese rimangono soffocate da un fisco vorace e insaziabile, non ci si deve stupire se la teoria di Smith non opera più. È come togliere la benzina ad un'automobile e poi affermare che " il motore non funziona"(8).
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
22 novembre 2014
P.S. È opportuno che le obiezioni facciano riferimento ai singoli numeri.


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POLITICA
21 novembre 2014
I SINDACATI E LA PELOPEA DEL MESSICO
A sedici anni mi rendevo conto di essere disorientato. Conoscevo soltanto il mio ambiente e mi chiedevo come si vivesse altrove; il prossimo mi pareva spesso poco intelligente e avrei voluto sapere se dipendeva dai coetanei che mi capitava di frequentare o era così tutta l'umanità. Soprattutto mi chiedevo come il mondo apparisse agli altri, visto che reagivano ad esso in modo così diverso da me. Fu così che il mio compagno di banco, condividendo la stessa curiosità, comprò un libro dal titolo promettente: “Psicologia”. Speravamo ambedue di trovare le risposte che ci mancavano ma fu una delusione. Paul Guillaume la prendeva molto alla lontana: cominciava con l'interessarsi alla ragione per la quale le piante crescono con la chioma verso l’alto (fototropismo positivo) mentre nulla spiegava del comportamento dei miei compagni. In compenso mi faceva notare la mia insufficiente curiosità: non mi ero mai chiesto perché gli alberi crescessero con la chioma verso l’alto. 
Il libro proseguiva però salendo nella scala degli esseri e, arrivato agli insetti, mi insegnò qualcosa di fondamentale: l'istinto è incosciente rispetto allo scopo da raggiungere. Partendo da un esperimento di Jean-Henri Fabre (il famoso entomologo) Guillaume descriveva il comportamento della pelopea del Messico. Questa sorta di vespa costruisce una celletta di fango, la riempie di ragnetti paralizzati, vi deposita le proprie uova (perché possano nutrirsene le larve) e infine sigilla il contenitore. Fabre demolì il fondo, tolse i ragni e notò che la vespa continuava imperterrita col suo programma: deponeva le uova e chiudeva la cella.
La cosa mi sembrò molto interessante. La pelopea effettivamente esagerava, ma non è che noi umani fossimo tanto migliori. Anche noi abbiamo dei comportamenti correnti che consideriamo naturali e necessari, senza che ci poniamo mai il problema del perché o dei risultati concreti del nostro agire. La maggior parte dei principi morali, ad esempio, ha  un'utilità per l'individuo oppure per la specie, ma ben pochi si pongono interrogativi, al riguardo. Immanuel Kant è addirittura riuscito a rendere astratto e autosussistente il comando morale condensandolo nell'imperativo categorico: "tu devi", la cui esistenza, nell'intimo dell'uomo, giustifica da sola la necessità dell'obbedienza.
Nei confronti dell'istinto l'uomo razionale si dovrebbe invece porre in posizione critica. L'attività sessuale, per esempio, ha il grande scopo di far sopravvivere la specie ma prima bisogna chiedersi se ci si può permettere un figlio. Il coito ha come molla il  piacere, ma esso non giustifica la violenza carnale. L'istinto deve essere dominato, e in questo campo si va dal piacere senza procreazione (metodi anticoncezionali) alla fecondazione in vitro (procreazione senza coito). 
Ma non tutti arrivano a questo livello. Vedendo le pessime condizioni in cui si trova l'Italia e le risposte che vengono fornite per salvarla, si è tentati di pensare che le reazioni della nazione siano prevalentemente istintive. La ragione prima della crisi è un'organizzazione sociale con troppe spese, troppe diseconomie e troppo fisco; dunque il rimedio sarebbe un drastico taglio delle spese, una guerra senza quartiere agli sprechi, e una riduzione massiccia della pressione fiscale. Ammesso che la mentalità socialistoide del Paese permetta tutto ciò. Invece siamo invasi da un biblico sciame di pelopee: ognuno, di fronte alla crisi, risponde con la mossa che gli detta il vecchio istinto. I sindacati fanno uno sciopero che, in questi casi, somiglia ad una protesta contro le maree, contro il plenilunio o contro la legge di gravità. Gli è troppo difficile capire che nessuna impresa può sopravvivere se non è competitiva come prezzi e come qualità: o può farlo soltanto se è posta a carico di contribuenti già schiacciati dalle tasse. I politici reagiscono con la demagogia, moltiplicano le promesse che non possono mantenere e alla scadenza, invece di chiedere scusa, ne offrono di più grandi: l'istinto non bada ai risultati. E l'intero Paese non ha una reazione migliore. Malgrado le infinite esperienze contrarie, continua ad aspettarsi la soluzione da quello stesso Stato che, cedendo alle sue richieste, ha creato il problema. Sobillato dai sindacati, continua a chiedere "investimenti" senza rendersi conto che essi si fanno con i soldi, i soldi si fanno con il fisco ed il fisco ha già assassinato l'economia italiana. Alla gente è stato creato una sorta d'istinto, quello di credere che lo Stato sia onnipotente. Del resto il vecchio detto: "piove, governo ladro!", in fondo significa proprio questo. Secondo la gente chi comanda dovrebbe essere capace di risolvere la quadratura del circolo: operare imponenti investimenti pubblici dopo avere abbassato la pressione fiscale. 
Forse in vecchiaia ho risolto il problema dei miei sedici anni. Spesso il prossimo mi appariva sciocco perché lo era.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
20 novembre 2014

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ECONOMIA
16 settembre 2014
DIE WELT(1): L'ITALIA NON SI SALVERA'
Per l'Italia non c'è nessuna solida ragione per rimanere nell'unione monetaria. E non c'è mai stata. L'impero di Carlo Magno era sussidiario e decentrato. Oggi si proseguirà,  passando attraverso il deserto economico dell'unità monetaria, per creare con brutale violenza politica gli "Stati Uniti d'Europa". In fin dei conti è l'unica sottostante logica per l'unione monetaria, che nessun politico potrebbe esprimere nella sua mostruosa radicalità.
L'economia italiana si trova da sei anni in una durevole depressione. La produttività economia è crollata drammaticamente, dal suo massimo del 2007 al livello di quattordici anni fa. La produzione industriale è nelle condizioni degli Anni '80. L'industria concorrenziale e le imprese produttrici muoiono: la disoccupazione giovanile si situa all'incirca al 42%. Prima di aver legato la lira al marco, nel 1996, il Nord-Italia produttivo aveva un sano surplus commerciale con la Germania, benché il marco si rivalutasse regolarmente.
In molte regioni  oggi il mercato immobiliare è in caduta libera. Più del 90% degli italiani sono scontenti del proprio Paese, fino ad occupare la quartultima posizione nel mondo, peggio perfino dei territori palestinesi o dell'Ucraina. Il livello del debito, in rapporto al prodotto interno lordo, si trova attualmente all'incirca al 135%. La meta da raggiungere, al momento dei negoziati sull'unione monetaria degli anni 1996-1999, era (ed è) per tutti gli Stati dell'euro il 60%/pil. Nessuno Stato si è attenuto a ciò e certamente non il nuovo commissario francese alla Moneta Pierre Moscovici, di recente nominato, che ora rischia di essere considerato il lupo cui si affida la pecora.
Con un'inflazione zero l'Italia deve raggiungere un avanzo primario, senza contare il servizio del debito, del 7,8%, per rimanere capace di sopravvivere, in modo che siano assicurati il pagamento degli interessi, l'ammortamento e le prestazioni necessarie dello Stato. E questa è una pura illusione. L'Italia è una delle ragioni per cui la Banca Centrale Europea ha già perso la partita e si trova nel panico, come mostrano chiaramente le misure dell'ultimo consiglio della Bce.
Sicché l'Italia uscirà dall'unione monetaria, anzi dovrà farlo. La democrazia e i politici italiani dovranno affrontare una epocale "prova di resistenza". Sarà radicale più o meno come l'inizio (1861) e la fine (1946) della monarchia italiana, incluso l'intermezzo fascista.
Ciò che tiene (ancora) insieme l'Italia sono pochi fattori: tassi d'interesse storicamente bassi, l'assegno in bianco irrazionale di Berlino per proteggere e garantire fiscalmente (Contratto ESM), l'Italia e tutti gli euro-Stati e lo spericolato tentativo della Bce, attraverso l'acquisto di titoli, in contraddizione col sistema, di comprare  principalmente e inconfessatamente la carta straccia delle banche italiane (ABS, RMBS) attraverso usufruttuari privati ('BlackRock') e di distribuire i rischi ai contribuenti europei e tedeschi (2). Secondo calcoli della banca d'affari italiana Mediobanca la crescita dell'economia italiana dipende per circa il 67% dal valore esterno dell'euro (per la Germania si tratta del 40%). Non fa meraviglia che ora la Bce e Wall Street tentino il miracolo di una svalutazione della moneta per comprimere l'euro fino a portarlo alla parità rispetto al dollaro americano, per stabilizzare l'Italia. Il sistema vacilla e la politica rimane senza parole.
Tutto ciò non salverà l'Italia. Già si preparano nuovi shock esogeni. Per come stanno le cose oggi, Marine Le Pen, la presidente del Front National, dovrebbe vincere in scioltezza le prossime elezioni presidenziali e come primo provvedimento della sua amministrazione annuncerebbe l'uscita dal patto monetario europeo.
Il voto popolare potrebbe strappar via la Scozia da un'Inghilterra molto poco amata. Ciò corrisponderebbe alla logica della ri-regionalizzazione politica attraverso il sorgere del Superstato di Bruxelles, il contromodello di quello di Carlo Magno. I catalani copierebbero immediatamente questo trucco di liberazione dalle catene senza versamento di sangue degno di Houdini e spingerebbero ancora più in alto il rischio politico in Europa in modo che anche l'ultima delle persone partecipanti al mercato se ne accorga, che si rompa l'impero sognato dell'euro e che Berlino non lo protegga e non lo paghi. L'Italia, col suo tesoro di territorio, le sue 2.451 tonnellate d'oro (corrispondenti a circa il 67% delle attuali riserve di valuta di Roma), e altri beni geostrategici può ben sostenere la sua nuova valuta. E per tutti i nostalgici: no, la nuova moneta sicuramente non si chiamerà Lira.
Erwin Grandinger, Analista politico-finanziario presso il Gruppo EPM di Berlino.  
(Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo)
(1)http://www.welt.de/print/die_welt/finanzen/article132206352/Italien-wird-Euro-Zone-den-Ruecken-kehren.html
(2) Non tutto è chiaro in questa frase.  NdT).


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POLITICA
13 settembre 2014
I NODI VENGONO AL PETTINE
Quand'ero ragazzo, a casa mia, come in tutte le case, si raccontavano storie di fantasmi. Mia madre era certo troppo realista per prenderle perfettamente sul serio ma un sano principio di saggezza vagamente contadina l'induceva alla prudenza. Non credeva ai fantasmi, ma non sarebbe mai andata a dormire da sola in una di "quelle" case. 
Io invece avevo tendenza ad essere estremista: o i fantasmi esistevano o erano tutte balle. Se esistevano bisognava fornirne prove inconfutabili, non limitarsi a racconti intorno al braciere (a quei tempi, del riscaldamento centrale si parlava nel Sud come di una leggenda del Nord). Se viceversa non esistevano, proprio io avrei dovuto avere il coraggio di andare a dormire, da solo, nella più "infestata" delle case. Cosa che del resto poi feci un paio di volte, quand'ero all'università, andando a dormire in case d'amici disabitate da decenni. E naturalmente nessuno venne a visitarmi, a parte i millepiedi. 
Comunque, giocando con la fantasia, mi ponevo il problema di come avrei dovuto reagire nel caso i fantasmi si fossero effettivamente manifestati. Paura a parte, come avrei sistemato l'esperienza nella mia mentalità materialistica? E come mi sarei organizzato per dimostrare che non avevo le traveggole?
In realtà, sempre in via d'ipotesi, il problema vero era un altro. Era possibile che qualcuno, conoscendo il mio scetticismo, organizzasse una beffa. Avrebbe ottenuto una seconda chiave dal padrone di casa e si sarebbe trasformato in fantasma, per terrorizzarmi. Ed io come mi sarei comportato, avendo il dubbio d'avere davanti un vero fantasma o un burlone che pregustava il divertimento di vedere che me la facevo sotto?
Mi venne in mente la soluzione. Se l'occasione si fosse presentata avrei detto a tutti di stare attenti. Essendo io convinto che il fantasmicidio non esiste, se mi fosse apparso un fantasma gli avrei sparato. A casa avevamo un vecchio revolver e, anche se la mia mira si limitava a distinguere i quattro punti cardinali, usandolo il baccano era infernale e con le armi da fuoco non si sa mai. Aggiungendoci la mia fama di mezzo pazzo, credo che nessuno si sarebbe azzardato a provarci. Ma non ebbi mai l'occasione di mettere in pratica un così bel programma.
L'inesistenza dei fantasmi rimase una mia convinzione personale, inclusa in quella serie di punti fermi che da sempre considero "realtà". Questa per me non è soltanto l'esistenza di ciò che è scientificamente dimostrato, ma anche l'inesistenza - estremamente probabile, tanto da poter trascurare le residue  possibilità - di ciò che non è provato. Se mi dicono che un uomo ha saltato tre metri, semplicemente come altri saltano due metri, io intanto non ci credo. Non mi strapazzo neppure a dire: "Ma guarda!". Figurarsi dunque quanto credito abbia sempre accordato alle profezie, ai maghi, alle cartomanti, alle premonizioni, alla telepatia e perfino alla religione. Nel corso di una vita che ormai posso definire "lunga", non soltanto tutte queste "inesistenze" sono rimaste tali, ma la realtà si è dimostrata prosaica, priva di fantasia, priva di sorprese, in una parola piattamente meccanicistica. Mai che un ranocchio si sia trasformato in principe. Questo non è riuscito neppure a me, che pure partivo da una distanza minore.
La realtà è implacabile anche per quanto riguarda l'umanità. Inutile sognare una società in cui tutti sono altruisti. Se si costituisse un gruppo con questo programma, dopo qualche tempo si scoprirebbe che l'egoismo non è affatto morto. Ecco perché ho sempre sorriso di coloro che sostenevano che il comunismo avrebbe potuto funzionare, se si fosse adeguatamente educata l'umanità. Non sarebbe bastato. Sarebbe stato necessario fornirle le ali, l'arpa e un'aureola lucente.
In questo panorama sconsolatamente prevedibile, ho tuttavia assistito a lungo ad un'eccezione: l'Italia. Ho visto per decenni un intero Paese che credeva a cose che a me parevano assurde. E dal momento che ero praticamente il solo a trovarle tali, avrei dovuto chiedermi seriamente se non fossi pazzo. Per fortuna, una monumentale presunzione mi ha sempre fatto preferire di dare del pazzo all'intero mondo piuttosto che a me stesso. E stavolta m'è andata anche bene. Nel senso che è andata male all'Italia.
Per decenni ho visto un Paese che considerava pratica altamente morale comportarsi in maniera assurda, andando contro le leggi dell'economia e del buon senso, quasi facendo proprio il detto di Luigi XV: "Après moi le déluge". Anche se ormai la conoscenza del latino e del francese era stata sostituita dalla non conoscenza dell'inglese. 
Io continuavo a dare del demente al mio Paese e il mio Paese continuava a ridermi sul muso. Ma il tempo è passato e alla fine la realtà - quella che prima sembrava assente e distratta - si è ripresentata col foglietto del conto in mano, una cifra dopo l'altra, senza dimenticare nulla e senza il minimo sconto. E l'Italia si è accorta che non poteva pagarlo. Tutti i guai spensieratamente accumulati ora si manifestavano con la faccia professionale dell'ufficiale giudiziario. E il povero testimone che un tempo avrebbe magari amato avere una piccola rivincita, vedendo la propria patria incapace di reagire sotto la gragnola di colpi che le si abbatteva addosso fino a lasciarla esangue e stremata, avrebbe volentieri implorato misericordia. 
Sono lieto di non essere morto giovane, così ho visto riconfermati i principi della realtà. Anzi, ne sono tanto lieto che di morire farei a meno anche in futuro. Ma è triste essere costretti a vedere che questa riconferma si spinge fino alla crudeltà. La realtà ripete ad un'intera nazione che per decenni ha creduto alle favole che chi dimentica il buon senso va incontro al disastro. E purtroppo è più facile cadere nei pozzi che risalirne. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 settembre 2014 


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POLITICA
25 agosto 2014
I SINDACATI IRRILEVANTI
I sindacati in Italia sono oggetto di sentimenti tanto forti quanto contrastanti. C'è chi li reputa all'origine del miglioramento delle condizioni salariali dei lavoratori dipendenti e c'è chi li reputa la causa prima del declino economico dell'Italia. Ogni discussione sul sindacato somiglia ad una guerra di religione, perché nessuno è disposto a fare marcia indietro. Non si tratta di fanatismo irragionevole: ognuno crede sinceramente di difendere l'interesse del Paese e questo induce atteggiamenti appassionati e a volte addirittura aggressivi. 
Attualmente tuttavia è come se il problema fosse un po' passato di moda. In questo crepuscolo economico che dura da troppi anni, i sindacati sono diventati meno visibili: non organizzano scioperi epocali, non combattono battaglie epiche. Perfino quando si tratta di temi scottanti come l'Alitalia o la Luxottica, e si prospettano tagli di migliaia di posti di lavoro, prima sembra che debba scoppiare la Terza Guerra Mondiale, poi tutto si acqueta. Perché la forza dei fatti è irresistibile. Ciò prova quanto sia sbagliata la discussione di cui si parlava all'inizio: fondamentalmente i sindacati non sono né all'origine del benessere dei lavoratori né all'origine dell'attuale crisi.
Da quando è nato, a partire dalla prima metà dell'Ottocento, il sindacato è stato visto come uno strumento per lottare contro l'avidità del datore di lavoro. Il dipendente, in quanto contraente debole rispetto all'imprenditore (o allo Stato in quanto datore di lavoro) da solo avrebbe avuto ben poco potere contrattuale rischiando di essere pesantemente sfruttato. In realtà non è il caso di sottoscrivere le tesi estremiste. Non tutti i datori di lavoro sono delle sanguisughe, non tutti i lavoratori sono battifiacca esosi. C'è ogni genere di datori di lavoro e ogni genere di lavoratori. È altro, ciò che interessa. 
Con la rivoluzione industriale si è avuta una concentrazione dei lavoratori - mentre prima i contadini era sparpagliati - e un aumento della ricchezza prodotta. La concentrazione ha condotto all'associazione, l'aumento della ricchezza ha posto il problema della sua suddivisione. E dal momento che ognuno tende naturalmente ad ottenere il massimo, la spartizione ha sempre avuto luogo a muso duro: il lavoratore ha minacciato lo sciopero, il datore di lavoro il licenziamento o la serrata. Ma tutto ciò ha riguardato la facciata. Non è la discussione fra le parti, è la tecnologia industriale che ha fatto sì che i lavoratori abbiano guadagnato sempre di più: sia perché producevano più ricchezza di prima, sia perché, se non accontentati, potevano andare a lavorare altrove. Infatti il miglioramento del livello di vita si è avuto sia nei Paesi che hanno inventato i sindacati (Gran Bretagna, fino ad arrivare al closed shop) sia in quelli che gli hanno concesso meno spazio (Svizzera). Se i prestatori d'opera hanno avuto fette di torta sempre più grandi non è perché ne lasciavano sempre meno agli imprenditori, ma perché le stesse torte erano più grandi.
Ma un'illusione prospettica ha prevalso sulla realtà. Si sono create delle leggende: si è creduto che i miglioramenti ottenuti fossero merito delle "lotte" dei lavoratori, invece che della loro produttività, e che si potesse chiedere indefinitamente di più, visto che insistendo si era sempre ottenuto qualcosa. A questi pregiudizi ha posto un termine brutale l'attuale crisi, ricordando che in tanto si può ottenere qualcosa di più, in quanto ci sia qualcosa di più da spartire. Nemo dat quod non habet, nessuno può dare quello che non ha. Oggi, se i lavoratori e i loro sindacati, abbarbicati ad abitudini e norme sul lavoro forse valide in un altro contesto economico, insistono nelle loro richieste, l'impresa o chiude la fabbrica oppure va ad aprirla altrove. 
Ecco perché i sindacati sembrano ogni giorno più irrilevanti. Non perché siano divenuti più ragionevoli, non perché abbiano imparato qualche regola economica, semplicemente urtano contro il fatto che la controparte non ha più nulla da dare. Si pensi all'Alitalia: oggi l'alternativa evidente, anche per una grande impresa (di quelle che lo Stato salvava con i soldi dei contribuenti) è la chiusura.
A chi dice che il vino rosso fa male bisogna segnalare che l'affermazione, così formulata, è insostenibile. Infatti bisogna chiedere: quanto vino? Un bicchiere a pasto - dicono i medici - migliora la nostra digestione. Nello stesso modo i sindacati, nella giusta dose, sono una cosa buona. Soprattutto quando si tratta di difendere il singolo lavoratore maltrattato, anche se di ciò si occupano pochissimo. Se invece si è ancora convinti che essi possano spremere soldi dalle pietre, potrebbero dimostrarsi nocivi. C'è mancato poco che, per motivi ideologici, la Cgil provocasse il licenziamento di tutti i dipendenti dell'Alitalia, col fallimento della compagnia. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 agosto 2014

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POLITICA
19 agosto 2014
RUBARE AI PROPRI FIGLI
Gli "incentivi" dello Stato sono un incoraggiamento concreto e positivo all'attività economica. Se lo Stato regalasse mille euro a chiunque compri una casa che valga almeno ventimila euro, l'incoraggiamento sarebbe concreto, perché i mille euro non sono parole, e sarebbe positivo perché il cittadino riceve qualcosa. Se invece lo Stato promettesse uno sgravio d'imposte, l'incoraggiamento - se pure equivalente dal punto di vista economico - sarebbe negativo: il cittadino non paga una somma che diversamente avrebbe dovuto pagare. Purtroppo gli incentivi costano. Si pensi agli anni in cui si incoraggiavano i dipendenti statali a mettersi in pensione da giovani in modo da "creare occupazione", nel senso che nei posti che loro lasciavano dovevano essere sostituiti da nuovi assunti. Il costo fu talmente alto che in seguito si è fatta una spettacolosa marcia indietro.
Il primo difetto degli attuali incentivi statali è che essi si risolvono in un trasferimento di ricchezza da chi non ne beneficia (ma paga tasse e imposte) a chi ne beneficia. Lo Stato è generoso a spese altrui, ma la manovra è comunque benedetta da chi ha una mentalità di sinistra. Il pregiudizio pretende infatti che la ricchezza (quasi cadesse a caso dal cielo) sia ripartita in modo ineguale in seguito ad un'ingiustizia. Per conseguenza, togliere a chi ha per dare a chi non ha, per qualsivoglia ragione, sarebbe una forma di raddrizzamento dei torti. Il ragionamento fa pensare all'entropia: forse per alcuni l'ideale è che nessuno sia più ricco di un altro, anche se la storia dimostra che il risultato è quello di rendere tutti poveri.
Il secondo difetto è che attualmente gli incentivi si rischiano di favorire i più abbienti a spese dei meno abbienti. È noto che in caso di necessità si provvede alla spesa anche in assenza di qualunque contributo. Dunque gli incentivi riguardano soprattutto le spese per le quali si è indecisi. Ma una ristrutturazione edilizia, anche se lo Stato promette di pagarne la metà, in tanto può essere affrontata, in quanto si disponga del denaro per anticipare l'intero e poi ci si possa permettere di aspettare il rimborso lungo dieci anni. L'aiuto va dunque a persone non bisognose, a spese di tutti, anche dei bisognosi.
Il terzo difetto è che si crea uno squilibrio economico artificiale. I contributi per le energie alternative falsano il mercato rispetto alle energie non alternative e addirittura lo falsano fra le varie fonti. Per esempio favorendo l'eolico e non il fotovoltaico, o viceversa. Gli aggiustamenti naturali sono sempre "economici", quelli artificiali possono esserlo o no. Con possibile distruzione di ricchezza. 
Il quarto difetto è il più grande. Quando lo Stato promette il rimborso in dieci anni della metà dell'importo (ma in certi casi è arrivato ai due terzi) con ciò stesso pone questa spesa a carico dei futuri contribuenti. Dunque tiene un comportamento doppiamente scorretto: non soltanto è generoso a spese dei contribuenti, ma addirittura dei contribuenti futuri che non possono punirlo col voto.
Non è comunque una novità. È esattamente ciò che hanno fatto i nostri governanti italiani negli anni della spesa folle. Dc e Pci hanno creato un enorme debito pubblico con la spensieratezza di chi pensava che, tanto, il conto l'avrebbero pagato le generazioni future. E così è stato. Il conto è stato ereditato dalle "generazioni future", cioè le attuali,  ed è così pesante che non siamo in grado di pagarlo. Con possibili conseguenze disastrose.
Questa favola ha una vecchia morale: "Primum non nocere". Lo Stato non deve curare tutti i mali. Non deve fare regali e concedere incentivi a spese degli altri. E per evitare di fare danni deve diffidare delle buone intenzioni. Purtroppo la nostra nazione, forse per una concezione medieval-cristiana di pauperismo e assistenzialismo che si è poi trasfusa in principi vagamente sovietici, ha sempre sperato in regalie del Sovrano. Immaginandole costantemente a proprio favore e a spese altrui. E in generale l'idea che chi vuole qualcosa se la debba procurare da sé è vista come brutale e contraria ai doveri di solidarietà e giustizia sociale. Coi risultati che sappiamo. 
Questa mentalità è tanto profondamente radicata nel nostro Paese che non c'è niente da sperare. Neanche coloro che non possono permettersi di approfittare degli incentivi alzano la voce: l'idea che si favorisca qualcuno è sempre vista positivamente. Se poi la cosa è in linea con la retorica corrente, chi oserebbe protestare? Non si può essere contro il vento o contro il Sole.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 agosto 2014
P.S. Non si intendono invitare i cittadini a non approfittare degli incentivi. Se un Comune decide di far passare una strada su un sito archeologico è normale che ci si opponga con tutte le proprie forze. Ma se malgrado tutto quella strada fosse realizzata, sarebbe stupido non servirsene.


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POLITICA
18 agosto 2014
LOSE-LOSE
I pessimisti - forse poco informati - sostengono che per l'Italia non ci sono speranze. Si tratta soltanto di sapere quando ci sarà il crac. Gli ottimisti - forse poco informati - pensano che ne usciremo ma non sanno dire con quale rimedio né ad opera di chi. Facendo parte dei primi, ci affrettiamo a studiare le idee di Alesina e Giavazzi(1), perché non sono disinformati e non appartengono né ai pessimisti né agli ottimisti, né ai governativi  né agli antigovernativi. Nell'articolo infatti aprono grandi crediti al Primo Ministro ma cominciano dandogli torto quando sostiene che "non esiste un caso Italia": fatto 100 il Pil del 2008, quello italiano è oggi al 91%, mentre quello della Francia è salito a 101% e quello della Germania addirittura al 104%. 
Reso omaggio al loro sforzo di obiettività, rimane lecito discutere le loro proposte per uscire dal pantano. La prima sarebbe "un taglio simultaneo delle tasse in tutti i Paesi", e corrispondenti graduali  riduzioni di spesa, ma loro stessi ammettono che il progetto è di difficile attuazione. Non foss'altro, aggiungiamo, perché richiederebbe l'accordo di tutti. 
La strategia alternativa è un taglio delle tasse sul lavoro e una liberalizzazione del suo mercato (costo 33 miliardi l'anno), naturalmente con riduzioni delle uscite della medesima entità. Le idee su dove reperire i risparmi sulla spesa abbondano e basta seguire i suggerimenti di Carlo Cottarelli o, prima di lui, dello stesso Giavazzi. Ma qui casca l'asino: innanzi tutto si sono allineate due riforme di cui fino ad oggi nessun governo si è mostrato capace. È come dire che si batterebbe il campionato del mondo di salto, superando l'asticella a due metri e mezzo. Ma siamo sicuri che rientri nelle capacità umane? Inoltre una liberalizzazione del mercato del lavoro trova ostili moltissimi italiani e soprattutto il partito del Primo Ministro. Infine trentatré miliardi sono una somma sbalorditiva: ricordiamo che il Governo non ne ha trovati quattro e mezzo per abolire la tassa sulla casa e non sa dove sbattere la testa per coprire il regalo degli ottanta euro. 
Tagli di spesa? Non scherziamo. Se fossero stati facili, tutti i governi li avrebbero già attuati. Avrebbero fatto felici gli italiani e avrebbero acquisito imperitura gloria. In realtà non siamo ancora riusciti a far sì che per gli ospedali le siringhe abbiano lo stesso costo in tutta l'Italia, altro che risparmiare decine di miliardi. Poi, per dimostrare all'Europa che siamo finalmente cambiati (ma lo siamo?) a questi miracoli bisognerebbe aggiungere le grandi riforme. Soprattutto quella dello Statuto dei lavoratori, quella della giustizia civile e quella della P.A. E che ci vuole.
Nelle previsioni, le spese sarebbero immediate e i benefici futuri. Dunque a breve l'Italia sforerebbe i parametri e tornerebbe ad essere "sorvegliata". Ma, ci consolano gli editorialisti, "più riforme variamo prima di violare le regole, più tenue, o addirittura irrilevante, sarà la sorveglianza". Ora, della sorveglianza uno potrebbe anche disinteressarsi: il punto è che se l'Italia fosse in grado di riformarsi non si troverebbe nella situazione attuale. E invece c'è fino al collo. 
Naturalmente ciò che non è mai avvenuto potrebbe avvenire domani ma noi italiani siamo purtroppo noti per essere prodighi di promesse. Ormai tutti, per credere alle nostre grandi riforme, vorrebbero prima vederle. È dunque difficile pensare che l'Europa allenti i lacci dei trattati sulla fiducia. Col fiscal compact abbiamo avuto la faccia tosta di impegnarci a rimborsare ogni anno il 5% della parte del debito pubblico eccedente il 60% del Pil (secondo Wikipedia). Ora il debito è di oltre 2100 mdl  e corrisponde a oltre il 130% del Pil;  130-60 fa 70 e il 70% di 2.100 mld fa 1.533 mld. Divisi per venti (5%), oltre settanta miliardi l'anno. Potremmo mai pagarli, rimborsando nel contempo i titoli in scadenza?
Gli editorialisti si rendono conto dell'inverosimiglianza di ciò che hanno proposto e ipotizzano una terza soluzione: rimanere al di sotto del 3% del rapporto deficit-Pil, "con tagli marginali e qualche aumento nascosto della pressione fiscale". Purtroppo ciò ci manterrebbe nell'attuale stagnazione e le previsioni degli osservatori continuerebbero a peggiorare. Essi arrivano dunque ad una conclusione non win-win (positiva in ogni caso), ma lose-lose: è molto difficile che riusciamo a muoverci, ma  rimanendo immobili avremo un altro anno di "crescita negativa", con possibili effetti devastanti sullo spread, sulle tasse e sul rapporto debito-Pil. E questo potrebbe salire al 150%, "sollevando dubbi sulla sostenibilità del nostro debito", per chi ne avesse. I pessimisti non ne hanno. 
I rischi maggiori, dicono,  sono comunque quelli legati all'inerzia. Purtroppo i nostri connazionali, lo abbiamo scritto tante volte, sono dei ferventi dell'immobilismo. La speranza è sempre che il Futuro risolva da solo tutti i problemi. E in fondo è vero, li risolverà. Tutto sta a vedere come.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
18 agosto 2014
(1) http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_17/terapia-coraggiosa-b52dfb04-25d5-11e4-9b50-a2d822bcfb19.shtml



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POLITICA
13 agosto 2014
NEANCHE I GATTI VEDONO AL BUIO
"Il debito delle Amministrazioni pubbliche è salito a giugno di 2 miliardi di euro, raggiungendo un nuovo massimo storico a 2.168,4 miliardi. Nei primi sei mesi del 2014, comunica Bankitalia, il debito pubblico è aumentato di 99,1 miliardi, riflettendo il fabbisogno della P.a (36,2 mld) e l'aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (67,6 mld)", (ANSA) - ROMA, 13 AGO. 
Il comunicato è asciutto, "matter of fact", si direbbe in inglese. Ma è un po' come se Noè, dopo trentotto giorni di diluvio, guardando il cielo dicesse con aria meditativa: "Piove".
Ma noi non siamo nelle condizioni di questo flemmatico Noè, la cui arca dopo tutto galleggiava. Come ci si sgola a ripetere da mesi o forse da anni, siamo su uno scoglio mentre l'acqua del debito pubblico continua a salire. E chi lo dice passa per inguaribile pessimista. Oppure - come ci si esprime in alto loco - per gufo. E allora pur di essere ottimisti bisogna immaginare che abbiamo le branchie, siamo a sangue freddo e una dieta di pesce ci farà vivere fino a cent'anni.
Onestamente, che cosa ci si deve dire, di più, per capire che siamo avviati verso il disastro? L'Imu non si è riusciti ad abolirla, perché costava circa quattro o cinque miliardi. Qualcuno ha denunciato Renzi alla Corte Costituzionale per la storia degli ottanta euro ai preferiti del governo, e tuttavia la regalia non va oltre i dieci miliardi, come costo. Che dire di un disavanzo della Pubblica Amministrazione che è di 35,2 miliardi? E se il Tesoro ha avuto bisogno d'aumentare il debito pubblico di altri 67,6 miliardi, è segno che gli interessi sul debito li ha pagati contraendo nuovi debiti. E c'è ancora andata bene, dal momento che una congiuntura favorevole ha " contenuto l’aumento del debito per 4,8 miliardi di euro". Senza dire che nessuno ci assicura che quella congiuntura favorevole continuerà. Se le Borse si spaventassero, per qualsivoglia ragione (e dovrebbe bastare la previsione che l'Italia non sarà mai in grado di ripagare il suo debito), sarebbero dolori.
Non va meglio dal lato delle entrate. Mentre siamo schiacciati dalla pressione fiscale, registriamo nel primo semestre una diminuzione del gettito del 7,7% (3,5 miliardi), rispetto allo stesso semestre del 2013. Lo Stato, mentre strizzava ulteriormente i contribuenti, ha incassato 188,1 miliardi in meno. Non si sta più tosando la pecora, la si sta uccidendo.
L'Italia affonda. Che cos'altro debba succedere perché gli italiani si allarmino non si riesce ad immaginare. Forse dovrebbero imparare a leggere. Draghi ha ammonito solennemente l'Italia che deve fare le riforme strutturali promesse, e Renzi ha orgogliosamente risposto che - come disse la Buonanima - "L'Italia farà da sé". E infatti si è occupata del Senato. Poi, quando riprenderà fiato, si occuperà della legge elettorale. E quando il mare sommergerà lo scoglio su cui siamo, ci salveremo salendo sulle barchette di carta fatte con le nuove schede elettorali.
Molti, se non riusciamo a realizzare le necessarie riforme,  discutono della proposta di Draghi di cedere parti della propria sovranità all'Europa, e Renzi, come i suoi predecessori, rifiuta orgogliosamente. Ma nel frattempo non fa niente, perché niente l'attuale maggioranza gli consente di fare. E forse neanche un'altra maggioranza potrebbe fare qualcosa, perché gli italiani si ribellerebbero.
E allora la sintesi è questa: non solo le riforme probabilmente non salverebbero l'Italia dal disastro, ma non è in grado di farle né il Parlamento italiano né un'autorità comunitaria. In democrazia non si governa contro un intero, grande Paese. E allora, nel momento in cui non si può far nulla, la reazione giusta è quella dell'orchestrina del Titanic: continuiamo a suonare, e voi a ballare, ché tanto, che piangiamo o ridiamo, poi moriamo lo stesso.
Forse l'intera Europa vive questo momento con l'atteggiamento mentale di colui che, cadendo dal ventesimo piano, al decimo diceva: "Fino ad ora tutto bene". Da un lato la frase è demenziale, dall'altro è saggia. Come rispondeva una signora inglese a chi l'ammirava per il fatto che non si lamentava mai dei suoi malanni: "Would it help?", "A che servirebbe?".
Qualcuno potrebbe anche chiedere a che serva questo articolo. Agli altri non so. A me - oltre che a confermarmi che non sono pazzo - serve per metterlo sotto il naso di coloro che mi accusano di veder nero. Dimenticando che neanche i gatti vedono niente, quando l'oscurità è completa.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 agosto 2014 

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ECONOMIA
18 luglio 2014
LE TEORIE PER USCIRE DALLA CRISI
Si fa un gran parlare di ripresa economica e ci si chiede quale sarebbe lo strumento per ottenere questo bel risultato. Le proposte sono diverse. Alcuni sono partigiani  di un intervento più risoluto dello Stato il quale, anche contraendo debiti, potrebbe rilanciare la produzione ed abbattere la disoccupazione con massicci investimenti. Altri invocano tagli di spesa ed una forte riduzione della tassazione. Una cosa è certa: se ci fosse una ricetta sicura, la discussione cesserebbe. E dal momento che si è nel campo delle ipotesi anche il profano può dire la sua.
Il semplice fatto che gli economisti si pongano il problema del “che fare” implica che esista qualcuno che può “fare”. E naturalmente si parla dello Stato. Nessun altro organismo possiede gli strumenti coercitivi e le risorse per influire significativamente sull’economia di una nazione. L’Amministrazione tuttavia non ha una grande capacità imprenditoriale. Non sa produrre ricchezza con risultati economici apprezzabili, e lo si è visto dovunque si sia tentato di applicare il capitalismo di Stato. Tanto che nessuno oggi osa proporre questa soluzione. 
Lo Stato non opera positivamente ma per sottrazione. Non può far concorrenza alle imprese, può soltanto favorire una produzione in confronto ad un’altra, in quanto imponga alla prima tasse e pesi minori che alla seconda. Gli strumenti dello Stato sono le leggi e il fisco, e questi non “producono”, si limitano ad indirizzare, usando la “forza coercitiva”.
Uno Stato può tassare molto e intervenire molto, o tassare poco e intervenire poco. Il vero discrimine, al di là delle sapienti teorie, è il quantum dell’azione statale, e per conseguenza il quantum di pressione fiscale. In questo campo è questione di fede. Chi pensa che lo Stato compia interventi benefici non sarà mai convinto da chi afferma che lo Stato è una sanguisuga, e chi pensa che lo Stato sia una sanguisuga non sarà mai convinto da chi afferma che esso sia benefico. È tanto inutile discutere con un nostalgico del comunismo quanto discutere con un nostalgico del capitalismo ottocentesco.
E tuttavia si può porre un problema a monte: il prelievo fiscale crea ricchezza o ne distrugge? Va innanzi tutto scartata l’ipotesi che lo Stato prelevi cento e distribuisca cento: infatti ci sono i costi del prelievo e della distribuzione. Anche se lo Stato prelevasse poco, e i suoi funzionari fossero altissimamente produttivi, il saldo sarebbe comunque aritmeticamente negativo. Inoltre è stupido sognare che lo Stato non prelevi nulla: si ha pure bisogno dell’esercito, della polizia, della scuola, delle strade, delle mille cose che i privati esigono ma non possono procurarsi da sé. Dunque la scelta è fra il prelievo “assolutamente necessario” (bassa pressione fiscale), e il prelievo “per attività non assolutamente necessarie” (alta pressione fiscale). Col limite finale dello Stato (sovietico) che, salvo eccezioni, si riserva tutte le attività.
La distinzione non è costante nel tempo. Quando non esistevano le automobili, le ferrovie facevano parte delle spese necessarie: i cittadini infatti non avevano altro modo per spostarsi sul territorio. Ma oggi sono ancora necessarie? Un Paese che continua a gestire ferrovie tenendo basse le tariffe opera antieconomicamente. Lo Stato è notoriamente un pessimo imprenditore - anche perché servito da impiegati e salariati che, mancando l’interesse personale e il controllo del “padrone”, battono fiacca - e dunque la ricchezza che distribuisce è solo una frazione di quella prelevata per produrla. Nel bilancio generale provoca dunque una distruzione di ricchezza. Si invochino pure le soluzioni stataliste, purché si confessi che le si vogliono per motivi morali e non economici. Un biglietto del treno che copre per metà o meno il costo del servizio (il quale servizio a sua volta è inefficiente) è un assurdo economico. Potrebbe essere un sussidio in favore dei più poveri, ma alla comunità costerebbe di meno versare la metà del costo di quel biglietto ad una compagnia di trasporti privata, che almeno opererebbe in modo economico ed in regime di concorrenza.
Il discrimine macroeconomico, nell’attuale crisi come nella normale vita del Continente, è l’alto o basso intervento dello Stato. E poiché da questo intervento dipende l’alta o bassa pressione fiscale, le grandi teorie non importano. Si tratta soltanto di decidere se si vuole che i cittadini siano liberi e responsabili di sé o se devono essere sotto la tutela di uno Stato che si occupa di tutto, sprecando involontariamente, ma inevitabilmente, ricchezza.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
18 luglio 2014

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ECONOMIA
29 giugno 2014
PERRY È LA' E NON LO VEDIAMO
Ci sono quelli che la “ripresa economica” la dànno per avvenuta. La definiscono “debole”, “fragile”, pressoché invisibile come gli abiti nuovi dell’imperatore, ma è lì. E se non la vedete è colpa vostra. Altri, di vista meno acuta, la dànno per imminente. Anche se sono anni che ne sentiamo spostare in avanti la data. Ma su un punto l’universo mondo sembra d’accordo: la ripresa o c’è o ci sarà presto. 
Atteggiamento stupefacente. Se si sono poste tutte le condizioni perché un avvenimento si verifichi, non rimane che aspettare. Ma se non si è fatto nulla per modificare la realtà che ha condotto alla crisi, quell’ atteggiamento è demenziale. Durante la siccità i contadini attendono la pioggia e basta, sia perché non possono provocarla, sia perché è fatale che piova, una volta o l’altra. Ma un atteggiamento del genere non si giustifica in economia. In Russia hanno aspettato per settant’anni che il comunismo producesse la prosperità promessa e quella prosperità non si è mai avuta. 
A sentire il governo, ciò che produrrà questa ripresa – se non dovesse verificarsi prima per impulso dello Spirito Santo – sono le riforme. Cose taumaturgiche già solo a nominarle. E tuttavia, di quali stiamo parlando? E quanto saranno incisive? Se si stabilisse che tutti i documenti della Pubblica Amministrazione devono essere scritti su carta verde pallido, questa disposizione influenzerebbe l’intera macchina dello Stato: ma non cambierebbe nulla. E anche quando si parla della giustizia, bisognerebbe scendere sul concreto specificando quale sarebbe il provvedimento che la renderebbe veloce e credibile. Invece oggi nessuno osa proporre nemmeno uno schema. La scelta è infatti fra una riforma possibile che non riforma niente e una riforma impossibile che riforma tutto, avendo tuttavia la certezza che i magistrati protesterebbero comunque. E magari, come tante altre volte, l’avrebbero vinta.
Gli atteggiamenti ottimistici possono far contente le folle e portare voti ai politici ma non servono a comprendere la realtà. Alcune situazioni di degrado sono senza rimedio (la decadenza dell’Impero Romano), altre (il Giappone dopo la visita del Commodoro Matthew Perry) sono suscettibili non solo di salvataggio ma di impensati e positivi sviluppi. Tutto dipende da come un popolo vive il difficile momento e in primo luogo dalla sua mentalità. Il Giappone ebbe l’intelligenza di capire che o cambiava o sarebbe rimasto indietro. E cambiò, accidenti se cambiò. I romani invece si cullarono  nella fede dell’immortalità dell’Impero e sperarono sempre di cavarsela senza sporcarsi le mani personalmente. La loro furbizia li perdette.
Se parliamo delle grandi nazioni europee, il caso dell’Italia è fra i peggiori. Le cause della sua decadenza, quanto meno ad alcuni, sono chiare. Esse sono costituite dall’accumulazione di un’infinita serie di errori che la straordinaria capacità di sopravvivenza degli italiani ha saputo a lungo neutralizzare. Finché il vaso non ha traboccato. Ma la convinzione generale - se si eccettuano i veri produttori di ricchezza, imprenditori e autonomi - è che la ripresa deve esserci alle condizioni attuali. E cioè, mentre si proclama con voce stentorea che queste condizioni devono essere in grande misura cambiate, in concreto si pretende che cambino per non cambiare. Che le riforme riguardino sempre altri. Che nessuno le paghi. Insomma che l’Italia rimanga com’è.
Un esempio è il mercato del lavoro. Ammesso per ipotesi che la salvezza possa venire da una legge contenuta in meno di una sola riga – “libertà di licenziamento, libertà di retribuzione” – quanti sarebbero disposti a sottoscriverla? Tutti tendono a pensare che il grande freno alla liberalizzazione del lavoro venga dai sindacati: ma se i sindacati fossero la Camusso, Bonanni e Angeletti, non sarebbero sufficienti neanche per giocare una partita di bridge. Se hanno tanta forza, è perché hanno dietro di sé i lavoratori che la pensano come loro. 
Il Partito del Freno è forse il primo, in Italia. Per questo, per potersi vantare d’aver cambiato qualcosa, l’attuale Primo Ministro si è lanciato in primo luogo in riforme che non riguardano la vita quotidiana della gente: la legge elettorale e l’abolizione del Senato. Se invece fosse stato convinto che la riforma capace di dare una svolta all’Italia era, per dire, quella della giustizia, da quella avrebbe dovuto cominciare, non dal problema se i nuovi senatori debbano o no essere eletti e retribuiti. Ma è stato troppo furbo per tentare l’impossibile.
Si chiarisce così il problema della ripresa. Molti credono che essa sia fatale. I miscredenti invece si chiedono se l’attuale assetto nazionale sia ancora capace di produrre prosperità o se esso sia su un binario morto. E quale Commodoro Perry gli italiani aspettino per accorgersene.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
28 giugno 2014 

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ECONOMIA
25 maggio 2014
IL RETROSCENO
In materia d’economia la nostra libertà di manovra è molto limitata dai mercati internazionali e dai trattati sottoscritti con l’Unione Europea. Infatti è stato quasi senza poterci difendere che abbiamo vissuto – insieme con altri ma più gravemente di altri – la grande crisi del 2011. In quel momento si temette un default dell’Italia e si mise perfino in dubbio la sopravvivenza dell’euro. Poi, tolto di mezzo Berlusconi, pietra d’inciampo del mondo, tutto si stabilizzò. A parte una fiammata nell’estate del 2012, tutto è rientrato nell’ordine: non ci sono più stati pericoli e persino lo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi è ridivenuto insignificante.
La storia ha però avuto un retroscena, che forse è stato un “retr-osceno”. La crisi del 2011 è stata artatamente provocata dall’estero e artatamente gonfiata dai media nazionali per costringere Berlusconi alle dimissioni. Le prove sono state ampiamente fornite dal giornalista americano Alan Friedman, dall’ex premier spagnolo Zapatero, dall’ex segretario del Tesoro americano Geithner e anche dalle testimonianze di protagonisti insospettabili perché visceralmente antiberlusconiani come Mario Monti, Carlo Debenedetti e Romano Prodi. Solo il Presidente della Repubblica ha smentito tutto ma le sue affermazioni non hanno provocato nessuna seria eco. A volerle discutere, non si sarebbe fatto un favore alla suprema carica dello Stato e si sarebbe rischiata qualche imputazione per vilipendio. I media dunque, anche per non dare argomenti a Berlusconi, si sono limitati a “dimenticare” lo scandalo e a sperare che altrettanto facessero i cittadini. Passando anche sopra al fatto che quelle mene nazionali e internazionali sono andate contro gli interessi e contro la dignità dell’Italia, un Paese trattato come una colonia popolata da collaborazionisti. Lo scherzetto ci è costato caro. I mercati ci hanno messo anni a riprendere fiducia nell’Italia.
Tutto ciò è però secondario rispetto a ciò che si può dedurre da quella crisi artificiale. Oggi sembra che per l’Europa tutto vada bene, ma è proprio così?
Immaginiamo un miliardario molto malato che, per distinguere fra i suoi possibili eredi chi gli vuol bene e chi invece aspetta soltanto d’incassare, faccia finta che gli sia stata proposta una cura che, senza garantire i risultati, gli costerà la maggior parte del suo patrimonio. Chi lo incoraggerà gli vuole veramente bene, chi lo scoraggerà penserà soprattutto ai soldi. Anche l’Europa ha fatto finta di essere in punto di morte perché voleva ottenere un certo scopo ma, come il miliardario, non avrebbe potuto farlo credere se in realtà fosse stata in buona salute. Non è che per caso sia affetta da un male che una volta o l’altra trasformerà la sceneggiata in realtà?
I mercati borsistici sono emotivi. Tutto vogliono essere i primi a scendere dalla nave che affonda e i primi a saltare sul carro del vincitore. E sarebbero soprattutto felici di provocare il movimento che li avvantaggia. Ma per influenzare i mercati bisogna disporre di immensi capitali e di dati obiettivi credibili. Non basta che la Fiat, l’abbiamo visto recentemente, annunci piani mirabolanti per il futuro: la Borsa, se rimane scettica, boccia i suoi titoli e fa assolutamente il contrario di ciò che i dirigenti dell’impresa si sarebbero aspettati.
Dunque, se nel 2011 il mondo ha potuto mostrare così poca fiducia nell’Europa in generale, e nell’Italia in particolare, è perché i dati obiettivi sembravano effettivamente negativi. Ci sono stati  il coro della pubblicistica interessata, le manovre borsistiche tedesche e quel complotto di cui ora tanto si parla: ma sulla base del nulla non sarebbero bastati. I mercati non si sarebbero lasciati ingannare. E in realtà a tutt’oggi i fondamentali dell’Europa (salvo quelli tedeschi, e ancora!) non sono incoraggianti. La dichiarazione di Mario Draghi (“Faremo tutto il necessario”, più o meno) è stata soltanto velleitaria. Contro le Borse mondiali non vince neanche Sansone. 
Il continente continua ad essere in grave difficoltà. Ammesso che possa tirare avanti, è in via di guarigione o di costante peggioramento? I nostri parametri peggiorano da anni. Il nostro debito pubblico continua ad aumentare. La prospettiva dei versamenti richiesti dal Fiscal Compact è talmente spaventosa da pensare che non ce ne dobbiamo preoccupare: perché, tanto, non li potremo effettuare. Se nel 2011 si è giocato col fuoco, nessuno ci dice che in futuro non ci troveremo in un incendio da cui non saremo in grado di uscire.
L’euro è malato, l’Europa è malata, l’Italia, la Spagna e la Francia sono malate. Il fatto che tutti considerino la malattia inesistente, come Don Ferrante con la peste di Milano, non tranquillizza affatto. Ma ne parleremo dopo le elezioni.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 maggio 2014


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23 aprile 2014
SE SIA GIUSTIFICATO IL PESSIMO PER L'ITALIA

Se fondato, il pessimismo non è un pregiudizio
===

Alcuni amici - a proposito della situazione socio-economica italiana e a proposito delle iniziative del nuovo Primo Ministro - mi accusano di un pessimismo talmente radicale da andare oltre “il pessimismo della ragione”. L’accusa è grave. Il pessimismo - che sa tanto di malaugurio - si giustifica se inevitabile, se fondato sui dati di fatto, se frutto della spassionata osservazione della realtà. Se invece supera le indicazioni della ragione, diviene pregiudizio, mania, patologia. E chi vuole essere innanzi tutto razionale deve allarmarsi.
Mentre riconfermo la stima e la gratitudine agli amici che mi hanno criticato, tenterò di esporre le mie ragioni. 
L’ottimismo e il pessimismo non riguardano i dati certi. Se sta piovendo, si può soltanto constatare il fatto. Non c’è modo da essere ottimisti o pessimisti, al riguardo. Di questi atteggiamenti si potrà parlare a partire dal momento in cui si esprimono giudizi sul futuro (“Non smetterà almeno fino a domani”), oppure sul presente ignoto (“Questa pioggia favorisce la produzione agricola”, oppure “Questa pioggia sta danneggiando la produzione agricola”). Anche se la distinzione in fondo può essere superata da questa formulazione, che comprende tutti i casi: “Il pessimismo e l’ottimismo si possono manifestare soltanto rispetto ai dati incerti”.
Forse è stato Bertrand Russell che, tanti anni fa, ha affermato che non sempre si può distinguere nettamente il vero dal falso. Vi sono fra loro almeno altre due categorie: la probabilità del sì e la probabilità del no. E, aggiungiamo, la probabilità va da uno zero che corrisponde al no, ad un cento che corrisponde al sì. Il dato incerto, per sua natura, si pone necessariamente nell’ambito della probabilità.
Se gli esiti possibili sono A e B, e le probabilità dell’uno o dell’altro sono ambedue al 50%, dire che finirà bene o male è del tutto arbitrario. E chi dirà l’una o l’altra cosa, si dimostrerà irrazionalmente ottimista o pessimista. Dunque, fra persone ragionevoli, la discussione non dovrà mai essere sull’atteggiamento pessimista od ottimista dell’interlocutore, ma sulle ragioni di quell’atteggiamento.
Per quanto riguarda la nostra nazione, viviamo una crisi che dura da anni e che, invece di avviarsi a soluzione - come proclamano molti politici, dimostrando un intrepido ottimismo della volontà - va aggravandosi. Naturalmente, come dice un bel proverbio siciliano, “buon tempo e cattivo tempo non durano tutto il tempo”. Dunque una volta o l’altra se ne uscirà. Anche il pessimista riconosce che gli esseri umani muoiono, le nazioni no. O almeno, non nel giro di qualche decennio. Dunque l’Italia si riprenderà, ma dal momento che tutto ciò è posto, dogmaticamente, in un incerto e forse lontano futuro, è inutile occuparsene. Un po’ come non ci occupiamo del fatto che dobbiamo morire, pur essendo ciò assolutamente certo.
Riguardo alla nostra realtà, il nostro atteggiamento dovrà essere ottimista o pessimista secondo le probabilità obiettive di una vigorosa ripresa economica. E qui bisogna notare, melanconicamente, che gli amici che mi accusano di eccessivo pessimismo lo fanno non con argomenti a favore delle probabilità positive, ma, per così dire, con l’argomento che “sarebbe troppo brutto pensare il contrario”. Un po’ come quando vorremmo smentire la diagnosi di cancro per una persona cara. Solo perché ci è cara.
Io vado insistendo sui punti seguenti. Se l’Italia fosse un Paese padrone della propria politica monetaria, e non avesse debiti, saremmo autorizzati a sperare in grandi, positivi cambiamenti. Anche per merito di Matteo Renzi. Purtroppo l’Italia ha un debito pubblico tale che, nel caso di un’improvvisa perdita di fiducia delle Borse, rischierebbe gravissime conseguenze: infatti, non potendo manovrare l’euro a piacimento, non può farvi fronte “stampando moneta”. È inserita nell’eurozona e la situazione è tale che se vi rimane agonizza e se ne esce forse agonizzerà ancora di più. Inoltre ha sottoscritto dei trattati, in materia di spesa pubblica, pareggio di bilancio e rientro dal debito, che ne limitano l’azione quasi alla scelta della squadra da mandare ai campionati di calcio. Come se non bastasse, i parametri economici continuano a peggiorare. 
In conclusione, non sono severo nei confronti  di Renzi, ciò sarebbe il meno: è la situazione che mi rende pessimista. E non serve a niente che qualcuno mi definisca tale, per smentire la tesi. È la tesi stessa, che bisogna smentire. Ricordando che le vaghe speranze non sono seri argomenti. Non serve dire “se il pil aumentasse di tot il rapporto del debito col pil cambierebbe così e così”. Sarebbe come scrivere: “Se non fossimo in crisi non saremmo in crisi”. Chiunque è  autorizzato a credere nei miracoli, purché non definisca chi non ci spera un pessimista radicale. 
Naturalmente la storia va avanti. Ma nel nostro caso potrebbe “andare avanti” più per un cataclisma economico che per volontà di Renzi. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 aprile 2014


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ECONOMIA
17 aprile 2014
L'ESSENZIALE DELLA PATATA NON È IL SUO FIORE
Il nostro modello socio-economico è al capolinea?
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La patata è anche un ortaggio. Anche? Sì, perché c’è stato un momento in cui è stata soprattutto un fiore. Il delicato fiore della patata. Mentre alcuni prodotti del Nuovo Mondo, come il pomodoro o il mais, hanno subito avuto un’accoglienza pressoché entusiastica in tutto il mondo, non soltanto la patata non ha avuto successo in Oriente ma in Europa per lunghi decenni ha stentato ad entrare nel ricettario. Era considerata velenosa (è vero, certe parti contengono solanina), era disprezzata perché cresceva sotto terra, tanto che era anche chiamata, pensando al tartufo, “tartufola”, da cui Kartoffel, e  dicono che in Francia da principio se ne apprezzasse soprattutto il fiore. Dunque della patata era più facile vedere i petali sulla scollatura di una bella signora che i tuberi dentro la sporta delle massaie. Non sempre di qualcosa si apprezza il meglio.
Ciò avviene anche nel giornalismo. Con la sua tendenza alla sintesi e alla volgarizzazione, il quotidiano potrebbe essere un eccellente strumento di acculturamento. Anche chi non leggerebbe mai un libro sulla vita di  Alessandro Magno o sulla filosofia di Diogene, potrebbe apprendere da un articolo il divertente aneddoto dell’incontro fra i due. E avrebbe almeno un’idea dei due personaggi. Invece gli articoli che suscitano più interesse sono quelli sportivi: salvo errori, “la Gazzetta dello Sport” è stato a lungo il giornale più venduto. Poi suscitano grande  interesse la stampa rosa e la cronaca nera. I giornali seri presentano come argomento importante la politica ma, anche qui, spesso, non l’essenziale. All’interno della politica è raro che abbiano successo gli articoli di riflessione colta. Più di tutto attirano le beghe, la maldicenza, gli scontri fra i protagonisti. Per decenni, per essere letti è bastato mettere il nome di Berlusconi nel titolo. Il giornalista che non vuol essere relegato in quel ghetto che chiamano “cultura“ deve rassegnarsi: o commenta l’attualità, e naturalmente, gli scandali, veri o immaginari, cose di cui nessuno conserva memoria un anno dopo, o è fuori dal giro. 
Tutto ciò rende stucchevole la politica. Star sempre a discutere di ciò che farà Berlusconi, delle promesse di Renzi, dei contrasti all’interno del Pd, della sorte di Dell’Utri o dell’ultima volgarità di Grillo, è di una noia mortale. Non sono cose più importanti di una chiacchiera in portineria. Sarebbe invece importante sapere se il modello di società che conosciamo stia attraversando un’interminabile crisi da cui uscirà lucente e combattivo, o se sia giunto al capolinea. Almeno nell’Europa occidentale. Se bisognerà ripensarlo, e in che direzione; se sarà qualcosa di nuovo o se, dopo averlo mondato di tutti i parassiti e i pesi inutili dai quali è paralizzato, un ritorno al passato. Ecco che cosa ci piacerebbe sapere.
Che il modello liberista funzioni è dimostrato dal fatto che ha creato la prosperità dei Paesi che per primi hanno avuto la rivoluzione industriale. Poi ha creato la prosperità di quelli che hanno seguito gli antesignani. Infine, quando tutti questi hanno cominciato a perdere velocità, ha fatto il successo dei Paesi emergenti e infine si è avuta l’esplosione economica della Cina. Questa si è trasformata da Paese in cui la gente moriva effettivamente di fame in uno schiacciasassi economico che va come una Ferrari. Ma anche la Cina ha cominciato a rallentare. Ecco il punto. Si direbbe che il liberismo prima crea prosperità, poi ne crea sempre meno, rallenta e infine conduce quasi alla paralisi. 
Naturalmente al riguardo si possono sostenere due tesi opposte. La prima, che sia un modello sbagliato, che col tempo (però, oltre secoli!) mostra la corda; la seconda, che credendolo invincibile e onnipotente, lo si è caricato di tanti pesi e di tanti freni, che alla fine non funziona più. 
Non è dubbio da poco. Nel primo caso, bisognerebbe aumentare il socialismo, malgrado i pessimi risultati del passato; nel secondo caso, bisognerebbe attuare antistoriche marce indietro, che troverebbero all’opposizione non solo tutti coloro che di quei pesi e di quei freni beneficiano, ma anche la grande massa del popolo. Un popolo indotto dalla prosperità a ragionare più in termini etici che in termini economici.
Eppure, di tutto questo non si parla. Chi nell’anima è ancora socialista è tanto convinto delle proprie idee che agli avversari è disposto a riservare soltanto disprezzo. E chi non lo è, sente di essere guardato come un pericoloso eretico. Nel frattempo l’orologio della storia gira, e quando emetterà la sua sentenza lo farà senza tener conto dei sentimenti di nessuno.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 aprile 2014


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ECONOMIA
13 aprile 2014
COME TORNARE ALLA PROSPERITA'
cioè all'età dell'oro di prima dell'euro
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Gli italiani sono tendenzialmente faziosi, fino a chiamare l’invasore straniero pur di andare contro il proprio nemico. Per secoli la nazione si è divisa fra guelfi e ghibellini e questa distinzione si è prolungata, anche per la forte influenza del Papato in Italia, fino a tempi recenti. 
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la trincea ha separato “cattolici” e “laici”, fra virgolette. Infatti i primi lo erano spesso di facciata, per acchiappare voti; i secondi – a parte l’erroneità della designazione – erano soltanto insofferenti dell’influenza della Chiesa sulla politica. La distinzione comunque corrispondeva anche, grosso modo, a destra occidentale e sinistra marxista.
Col tempo la guerriglia su base religiosa è venuta stemperandosi fin quasi a scomparire. Oggi in Italia possiamo identificare i miscredenti, che sono la maggioranza, e i credenti moderni, devoti di Papa Francesco, che ai tempi del Concilio di Trento sarebbero finiti sul rogo. Ma nella mentalità comune la divisione fra destra e sinistra è rimasta vivace. Ecco alcuni dei rispettivi pregiudizi. La destra è conservatrice e vuole amministrare bene il Paese, mentre la sinistra vuole sfasciarlo; essa promuove i meritevoli mentre la sinistra protegge i fannulloni; favorisce la produzione e le imprese che creano ricchezza, mentre la sinistra la ricchezza vuole soltanto rubarla; è compassionevole, ma non con chi vuol vivere a spese dello Stato. La sinistra invece vede sé stessa in modo opposto: è progressista e vuole la ridistribuzione della ricchezza, mentre la destra è per la conservazione dei privilegi; protegge i lavoratori contro lo sfruttamento, mentre la destra è serva dei padroni; è compassionevole verso i più deboli mentre la destra è cinica; vuole un reddito per i disoccupati e le casalinghe (e una casa per tutti) mentre per la destra tutti costoro possono anche morire. 
In questo contesto si sono inserite le diverse congiunture economiche. Prima gli anni ferventi della Ricostruzione, poi quelli del boom economico e infine quelli della prosperità e della spesa allegra, a carico delle generazioni future. Tutto ciò fino agli Anni Novanta. Poi la macchina - non solo italiana, si pensi alla Francia - ha cominciato a perdere colpi, e infine la nazione è piombata in una crisi drammatica da cui non sa come uscire. 
Qui si pongono, soprattutto per la base elettorale, lancinanti interrogativi. Se prima tutto andava bene, perché non torniamo al modello socio-economico di allora, più a sinistra di quello attuale? Né è strano che la gente abbia un invincibile pregiudizio a favore di quel modello, in un Paese per lunghi decenni dominato da un partito che non esitava a confessarsi devoto a Mosca e da una Democrazia Cristiana populista.
In realtà i vincoli di bilancio che ci pone l’Europa sono sbagliati per l’Italia com’è, mentre vanno benissimo per la Germania liberista. E tuttavia, per i meno informati, essi sono “di destra”: dunque non rimane che tornare ai valori “di sinistra” con cui siamo stati felici. Il sentimento è così forte che il Pd, proprio perché sostiene le istituzioni europee e l’euro, rischia di perdere consensi, mentre rischiano di guadagnarne partiti di destra come la Lega.
E qui si pone un grande problema che i dotti chiamerebbero epistemologico. Dato un fenomeno, che cosa l’ha causato? La prosperità di quegli anni è stata dovuta alla politica di sinistra, o si è avuta malgrado la politica di sinistra? Nel primo caso dovremmo tornare all’inflazione a due cifre, all’aumento del debito pubblico, al potere di veto dei sindacati e a provvedimenti radicali per l’occupazione: per esempio dovremmo proibire alla Fiat di chiudere degli stabilimenti o di andarsene dall’Italia. A costo di vietare l’importazione di automobili dall’estero. 
Se invece la prosperità di allora fu dovuta alla fiscalità più bassa e alle minori spese dell’erario, non c’è che da ridurre la tassazione e far dimagrire drammaticamente lo Stato. Non d’un pochino, ma come si fa con quegli obesi cui non si richiede di perdere qualche chilo, ma la metà del peso. Come è ovvio, trattandosi di “storia con i se”, il problema è irresolubile. Ognuno continuerà a pensare che la ricetta giusta sia la propria.
Di fatto, se non avesse impegni internazionali, proseguendo la convergenza fra sinistra convinta e destra nostalgica della sinistra (copyright Dc), l’Italia tornerebbe al passato degli Anni Settanta e Ottanta. E ne vedremmo i risultati, a nostro parere disastrosi. Stando invece le cose come stanno, bisognerà vedere come finirà la partita dell’Europa. Essa potrebbe riportarci alla prosperità - per chi ci crede - o metterci il contatore a zero e imporci il travaglio della rinascita. Non ci rimane che aspettare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 aprile 2014


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ECONOMIA
5 aprile 2014
L'ITALIA IN ATTESA DELLA "LIVELLA"
Anche le malattie non curate hanno un esito
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Le persone ragionevoli che si interessano dell’Italia tornano instancabilmente al problema dei problemi: come si esce dall’attuale crisi e come si traghetta la nazione da un modello socio-economico che non funziona ad uno che sia positivo e durevole. Infatti, se non si trova un rimedio alla malattia, la malattia il rimedio lo troverà da sé. Se non proprio facendo morire il malato, facendolo alzare dal letto a calci per mandarlo a lavorare in miniera. L’attuale situazione italiana non può durare indefinitamente. Dunque sarebbe bene cercare una via d’uscita – quale che ne sia il costo – prima che un improvviso collasso non ci permetta poi di governare gli avvenimenti. 
Una nazione vive una crisi interminabile quando il suo modello non è più adeguato alla realtà. Immaginiamo un Paese che benefici di una monocultura: se la concorrenza comincia a vendere un prodotto che ha le stesse caratteristiche e costa la metà o un terzo, le conseguenze saranno drammatiche. Anche se i cittadini sono capaci di riconvertirsi ad altre attività produttive, e perfino se sono disposti ad accettare un notevole abbassamento del livello di vita, per ritrovare un equilibrio avranno bisogno di tempo. 
Il modello socio-economico di un Paese non è valido o sbagliato in sé, ma in rapporto alle condizioni obiettive. La rivoluzione industriale dette alla Gran Bretagna un vantaggio tecnologico sul resto del mondo, ma se quella nazione si fosse ostinata a contare sulla superiore qualità dei suoi filati o delle sue locomotive, quando quella tecnica era divenuta patrimonio di molti altri Paesi, avrebbe commesso un errore molto costoso. Se essa è ancora oggi un grande Paese è perché gli inglesi hanno saputo diversificare la loro produzione, adattandosi al mercato attuale.
Il caso italiano invece sembra senza speranza perché il nostro modello è stato concepito nella seconda metà del XX Secolo, quando l’incremento produttivo e demografico copriva molte magagne e perdonava molti errori, e noi non vogliamo cambiarlo oggi che la situazione è molto mutata. L’euro ha un valore troppo alto e quasi ci impedisce di esportare; i prodotti stranieri, di buona qualità e di basso costo, invadono i nostri mercati e fanno chiudere le nostre imprese; la demografia è ferma e ci sono troppi pensionati rispetto ai lavoratori produttivi; lo Stato ha troppi compiti e ne deriva una fiscalità di rapina; le leggi sul lavoro sono adatte ad un mondo in cui i dipendenti potevano fare i difficili mentre la disoccupazione attuale dovrebbe indurre tutti a più miti consigli; abbiamo un sistema giudiziario tanto inefficiente da rasentare la denegata giustizia sistematica; infine abbiamo un’invadenza dell’ordine giudiziario che condiziona, non sempre per il meglio, la vita politica ed economica del Paese. Ce n’è abbastanza per dire che bisognerebbe cambiare registro. Ma come farlo?
La nostra uscita dall’eurozona, a quanto dicono molti competenti, sarebbe una soluzione drammatica, se non tragica. Ma si dimentica che essa potrebbe esserci imposta da avvenimenti incontrollabili, per esempio un attacco delle Borse: e dunque sarebbe ragionevole vedere quali provvedimenti si possono adottare, in questo momento di calma, per pilotare il nostro Paese verso una diversa formula socio-economica. Ma nessuno osa avanzare proposte adeguate alla realtà. E se qualcuno lo fa, ha tutti contro. 
E allora bisogna rassegnarsi. È vano che Matteo Renzi parli dalla mattina alla sera di riforme, perché quelle capaci di salvare il Paese non può nemmeno proporle. Per questo ci gingilliamo con sciocchezze come gli ottanta euro in più al mese a pochi lavoratori: non tutti, si badi, e non i pensionati a meno di mille euro al mese, che da soli sono già sette milioni. Né importano le riforme del Senato o della legge elettorale, che per l’economia contano zero. Per la disoccupazione da un lato c’è chi parla di “investimenti dello Stato” (cioè di operazioni improduttive a carico di contribuenti già esausti), dall’altro si dimentica che se continuano a sbarcare immigranti è perché gli italiani non cercano un lavoro ma un “posto”. Un’occupazione che non costringa ad alzarsi alle tre o alle quattro del mattino: ragione per la quale i fornai non trovano lavoranti. O li trovano, ma con la pelle scura. Abbiamo deriso Hitler e il suo Herrenvolk, ed ora il popolo di signori siamo diventati noi. Purtroppo, a poco a poco la “livella” della crisi ci costringerà ad ammettere che non siamo diversi da quelli che consideriamo inferiori. È vero che non si può andare contro l’opinione dell’intera nazione. Ma nel frattempo la bomba fa tic tac.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 aprile 2014


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ECONOMIA
28 marzo 2014
UN HAPPY ENDING PER RENZI
I sogni son desideri
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La caratteristica pressoché costante delle fictions, dai film polizieschi a quelli avventurosi, dalle commedie rosa ai drammi, è quella di presentare una situazione in cui pare che debba andar malissimo e invece, alla fine, tutto si aggiusta. Happy ending. Perfino nelle tragedie, dopo tutto, c’è a volte un happy ending. È vero, Amleto muore, ma muoiono anche l’intrigante Polonio, la madre infedele, lo zio assassino, lo sleale Laerte. E già arriva Fortebraccio, a raddrizzare i residui torti.
Tutto ciò perché ognuno sogna di trionfare, almeno proiettivamente, sulle avversità e sulle più ovvie previsioni. Nella favola Cenerentola diviene una principessa. Nella realtà una sguattera sporca e ignorante sarebbe rimasta una sguattera sporca e ignorante. Questo bisogno di riscatto immaginario è così forte da distorcere perfino la nostra percezione della situazione. Se fossimo su una nave che sta affondando in mezzo all’oceano, senza scialuppe di salvataggio, non avremmo speranza. E tuttavia, se qualcuno salisse su una sedia e dicesse: “Ho io la soluzione!” forse che non l’ascolteremmo tutti col più grande interesse? Sarebbe evidente che non può averla, quella soluzione, ma in quel momento tutti saremmo disposti a credere a Babbo Natale.
Qualcosa del genere avviene oggi in Italia. La nostra è una condizione così drammatica che siamo disposti ad attaccarci a qualunque speranza, a qualunque spiraglio di luce, a qualunque promessa di Dulcamara. Ed è tanta la voglia di veder riuscire l’attuale Primo Ministro là dove tutti sono falliti, che ciò lo rende fortissimo: nessuno vuole rischiare di essere additato un giorno come colui che si mise di traverso sulla sua strada. La sua e quella dei nostri sogni. Per questo Matteo Renzi si può permettere di parlare tanto, in prima persona. Per questo può addirittura minacciare di andarsene, con ciò intendendo che non si troverebbe mai qualcuno capace di sostituirlo.
Questa rappresentazione, tra la Vida es Sueño di Calderón de la Barca e l’Enrico IV di Pirandello, anche se ci coinvolge tutti, non per questo diviene realtà. Le riforme che non toccano l’economia sono possibili. La legge elettorale non costa niente e si può perfino abolire il Senato, se da quelle parti l’istinto di conservazione si è affievolito. Ma già l’abolizione delle Province o la riforma della Pubblica Amministrazione sono improbabili fatiche d’Ercole. Dove invece l’oceano non perdona è nel rilancio dell’economia, nel governo del debito pubblico e negli adempimenti del fiscal compact. Qui non ci sono alchimie che tengano. Anche a non dubitare della buona volontà di Renzi, e del suo coraggio che sfiora l’incoscienza, nessuno può sperare di nuotare per qualche decina di migliaia di chilometri per poi approdare su una bella isola coperta di palme e fiori esotici. 
La realtà non solo non migliora ma continua sorniona a peggiorare. E se già fatichiamo a pagare gli interessi sul debito mentre lo spread è anormalmente basso, come faremmo se esso tornasse ad essere anormalmente alto, come è stato più volte? E soprattutto, come faremo a pagare, al di là dei sessanta-novanta miliardi di interessi annui che già ci gravano sulle spalle, altri cinquanta o più miliardi l’anno, in obbedienza al fiscal compact, per rimborsare questo debito? È assolutamente evidente che non potremo farlo. Quand’anche il Primo Ministro fosse Superman. E bisogna chiedersi quali saranno le conseguenze. Non basta dire: “Non abbiamo i soldi per pagare e dunque non paghiamo, come non pagano altri Stati disastrati”. Perché questa è soltanto una constatazione. Bisogna pensare al valore del segnale. I mercati potrebbero perdere la fiducia nell’Italia, nell’euro, nel debito pubblico di quasi tutti i Paesi della zona euro, con catastrofiche conseguenze sull’intera Unione Europea.
Ma chi dice queste cose è guardato come un menagramo. La convenzione imperante è che, finché una parte della nave emerge dall’acqua, finché non ci bagniamo i piedi, possiamo continuare a far finta di niente. E questo è molto stupido. Un annullamento del fiscal compact oggi, mentre tutto sembra tranquillo, potrebbe essere “venduto” dall’Europa come un piccolo cambio di rotta. Se invece conseguisse al semplice fatto che uno dei Paesi più grandi dell’Unione non è in grado di far fronte ai suoi impegni, le conseguenze potrebbero essere ben altre. Le Borse sono emotive, quando non isteriche; e come oggi sono troppo ottimiste, con uno spread che ci mette quasi sullo stesso piano della Germania, domani potrebbero essere troppo pessimiste, fino a far scoppiare questo equilibrio che potrebbe andare avanti ancora per qualche anno. Ma, attenzione, non per sempre: precisazione che ha un peso enorme.
Il discorso di Renzi è italo-italiano, contingente e favolistico. La realtà economica ci attende e con noi attende l’intera Europa. Perché se l’Italia andrà a fondo non ci andrà da sola.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 marzo 2014


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ECONOMIA
20 marzo 2014
COSI' NON PUO' DURARE
Si può amministrare questa crisi?
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Il guaio dell’uomo è che vive per troppo poco tempo. I fenomeni importanti richiedono molti decenni, per concludersi, e alla fine o ci stanchiamo di aspettare la soluzione o più semplicemente non ci siamo più. L’esempio migliore è la decadenza dell’Impero Romano. I più avvertiti si rendevano conto che “così non poteva durare”, e infatti l’imperatore Giuliano fece un tentativo generoso di fermare il declino. Ma molti tiravano a campare. I decenni passavano e, pur andando di male in peggio, l’Impero Romano era sempre lì. Qualcuno poteva anche pensare che dopo tutto quegli scricchiolii in fondo non fossero importanti. Finché Odoacre tirò una riga sotto quel grande fenomeno storico e morì persino la lingua latina. “Così non poteva durare” e infatti “non durò”.
Alcuni uomini ragionevoli, negli Anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, si preoccupavano dell’immane debito pubblico che si stava accumulando, ne erano allarmati e ne parlavano con i pochi disposti ad ascoltarli. E invece gli ottimisti li guardavano scettici: parlavano di economia in espansione, di dilatazione demografica e dunque dell’allargamento della platea di contribuenti.  I pessimisti passavano per dei menagramo e infatti sono morti “avendo torto”. Ma chi ha continuato a vivere fino all’epoca presente, ha potuto vedere che l’aritmetica non fa sconti a nessuno: quel debito astronomico ci ha portati al disastro ed oggi è difficile trovare osservatori ottimisti. 
Nella vita bisogna innanzi tutto cercare di capire se i grandi problemi non dipendano dalla natura umana: perché in questo caso sarebbero ineliminabili e comunque non peggiorerebbero mai di molto, nel tempo. Sarebbero qualcosa con cui bisogna convivere. Se invece  le difficoltà di un momento storico sono di natura speciale e vanno aggravandosi (come nel caso della Roma antica), c’è da concludere che, magari con un percorso a denti di sega,  porteranno ad un crollo finale. 
Della natura umana fanno indubbiamente parte l’egoismo, la follia e la stupidità. In ambito pubblico ci saranno sempre la demagogia, la tentazione di appropriarsi del denaro dello Stato (pessimo sorvegliante dei suoi beni) e la tendenza a rinviare le soluzioni dolorose. Nel caso del popolo italiano, bisogna aggiungere a queste caratteristiche una sorta di insensibilità all’economia, la mancanza di senso civico e la pulsione irresistibile a dividersi su qualunque argomento. In questi anni abbiamo avuto un’interminabile discussione sulla legge elettorale perché da un lato si vorrebbe la perfetta rappresentatività, dall’altro la perfetta governabilità. Cosa impossibile. Se il Parlamento italiano fosse veramente rappresentativo della volontà dei cittadini, dovrebbe avere una sessantina di partiti. Quanto alla governabilità, dal momento che essa si ottiene a scapito della rappresentatività, in tanto la si potrebbe ottenere, in quanto i perdenti si rassegnassero al gioco democratico. E da noi non c’è da contarci.
Nel caso attuale il problema è: la nostra situazione economica fa parte integrante dell’Italia eterna o ci stiamo avvicinando alla deflagrazione? Matteo Renzi, per come parla (e parla tantissimo), sembra credere che si tratti solo di amministrare il Paese con più coraggio di prima. E se avesse ragione, ci sarebbe da esserne felici: avremmo scoperto contemporaneamente di avere avuto il cancro e di essere riusciti a debellarlo con una risoluta chemioterapia.
Se viceversa Odoacre fosse a meno di cento chilometri da Roma, si potrebbe non badare a tutto ciò che raccontano giornali e televisioni. Sarebbe questione di tempo, ma ciò che è fatale avverrà. Per dirne una, ai sensi del fiscal compact, presto l’Italia dovrà cominciare a “rientrare” dal debito pubblico, fino ad arrivare in vent’anni al 60% del pil. Intanto, con i governi recenti, incluso quello del virtuoso Mario Monti, il nostro debito non è diminuito ed anzi ha continuato ad aumentare: ma parliamo dei doveri cui ci siamo impegnati per il futuro. 
Attualmente il nostro debito pubblico viaggia verso i 2.100 miliardi. Ciò corrisponde all’ingrosso al 130% del pil. Se ne deduce che dovremmo rimborsare il 70% del nostro debito (130-70=60) e Il 70% di 2.100 è 1.470 miliardi. Somma che, diviso venti , fa 73 miliardi l’anno. Ma gli italiani non sono quelli che hanno perso la guerra dell’Imu, che pure corrispondeva a miseri quattro miliardi? 
Anche ammettendo che la cifra di 70 miliardi sia sbagliata, e che quella giusta sia di cinquanta miliardi, come dicono, i governanti italiani dove andranno a prenderli, cinquanta miliardi oltre i 60-90 che si pagano per gli interessi? Nelle nostre tasche sicuramente no. Semplicemente perché non li abbiamo. E allora?
L’agiografia rende pessimisti. I santi hanno operato molti miracoli ma ne mancano certamente due: la ricrescita di un arto amputato e il risanamento dei conti pubblici.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 marzo 2014

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ECONOMIA
18 febbraio 2014
IL CREDO DEL LIBERISTA
Tutti sperano che i governi riescano a risolvere la crisi, in realtà basterebbe che non la provocassero.

Per assicurare i servizi essenziali, lo Stato è costretto ad imporre tributi. Purtroppo da questa necessità nascono gravissimi problemi. 
1. Dal momento che è lo Stato stesso colui che stabilisce quali siano i “servizi essenziali”, nel corso del tempo il loro numero è stato dilatato in modo smisurato. E dal momento che lo Stato è (inevitabilmente) un pessimo amministratore, nelle sue mani quei servizi divengono insieme scadenti e costosissimi, sicché l’erario è tanto affamato di denaro da somigliare a un rapinatore. 
2. Lo Stato ha le mani in pasta in tutta l’economia e da questa bulimia è derivata l’idea che esso possa dirigerla. Cosa purtroppo vera.  Basta già la leva fiscale. Se ad un prodotto nazionale fa concorrenza un prodotto straniero, è facile difendere il prodotto nazionale mettendo un dazio su quello straniero. Ciò ne alzerà artificialmente il costo e gli toglierà il vantaggio competitivo. Analogamente basta tassare in modo diverso due prodotti nazionali alternativi (zucchero e dolcificanti, ad esempio) per favorirne uno e sfavorirne un altro. Alla fine, intervenendo su ogni attività, si crea un modello socio-economico imposto dall’alto. Con la conseguenza ulteriore che alla fine dinanzi ad una crisi tutti si aspettano che la soluzione la fornisca lo Stato. Esso sembra infatti la guida e il padrone dell’economia.
3. Purtroppo lo Stato ha alcuni difetti ineliminabili. Deve finanziare in pura perdita organismi assolutamente necessari alla comunità (ad esempio la scuola) e da questa idea che qualcosa “vada fatta”, a prescindere dalla sua economicità, nasce una mentalità che si estende ad altri campi. Così le spese aumentano in modo esponenziale, lo Stato si rassegna allo sperpero e in conclusione si rifà inevitabilmente aumentando la pressione fiscale. Del resto in questo è incoraggiato dai cittadini i quali, per nessuna ragione al mondo, rinunciano al pregiudizio che ciò che fornisce lo Stato “è gratis”. E poi si stupiscono del soffocante peso delle tasse.
4. Tuttavia, la nota più interessante, dal punto di vista economico, è che ogni intervento dello Stato avviene non “per addizione di ricchezza” ma “per sottrazione di ricchezza”. Sarebbe “per addizione” l’intervento di uno Stato che, per mantenere l’industria nazionale, riuscisse a contrastare un prodotto straniero fabbricandolo esso stesso ad un costo ancora minore. Fantascienza. 
Al contrario l’intervento “per sottrazione” è, ad esempio, il dazio, come già accennato. I tosaerba italiani costano cento, la Slovenia ne offre di altrettanto buoni a ottanta e le fabbriche nazionali rischiano di chiudere. Se lo Stato mette un dazio di venticinque rende addirittura più convenienti i tosaerba italiani e ciò “salva” le nostre imprese. Ma si dimentica che la gabella non rende più competitivi i prodotti italiani, si limita ad obbligare i consumatori italiani a pagare cento (o magari centocinque, posto che l’industria è “protetta” ed opera quasi in regime di monopolio) ciò che potevano pagare ottanta. Ciò corrisponde a distruggere ricchezza: se infatti i consumatori pagassero i tosaerba ottanta, gli rimarrebbero venti o venticinque da spendere in altri prodotti, aumentando la produzione e dunque la ricchezza nazionale. 
Lo stesso vale per la politica fiscale. Se lo stato istituisce un’Imposta sul Valore Aggiunto che non è la stessa per tutti i prodotti (magari con eccellenti motivazioni morali), favorisce alcuni prodotti e alcune attività a scapito di altre, in quanto non operanti  a costi uguali. E si potrebbe continuare. Lo Stato, con i suoi interventi produce diseconomie. E perfino ingiustizie. Si consideri la Cassa Integrazione Guadagni, soprattutto quella straordinaria. Sembra un aiuto generoso e un segno di solidarietà, ma si dimentica che quel denaro viene dalle tasche di altri cittadini, non da un’astrazione chiamata Stato. E se quelle centinaia di lavoratori fossero dipendenti di salumieri, meccanici, piccole imprese edili, non riceverebbero un euro e potrebbero morire di fame nell’indifferenza generale. Dei sindacati in primo luogo. E ciò perché di quel licenziamento non si occuperebbero i giornali: sicché si può pensare che la Cig non serve a proteggere gli operai dalla povertà, ma il Governo da una cattiva stampa.
Il massimo che lo Stato può fare per favorire la prosperità nazionale è non occuparsene. Piuttosto che salvare a spese del contribuente le grandi imprese a rischio di fallimento, dovrebbe non strangolare con le tasse i piccoli imprenditori che chiedono soltanto di operare in pace pagando imposte ragionevoli. Ecco ciò che rilancerebbe l’intera economia. 
Ma la mentalità italiana, anche dinanzi ai disastri dello statalismo, anche contro ogni evidenza, rimane statalista. E dunque ci terremo la crisi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 febbraio 2014


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ECONOMIA
23 gennaio 2014
SE L'ITALIA POSSA USCIRE DALL'EURO
Per quanto riguarda il possibile interesse dell’Italia ad uscire dall’euro, è ovvio che la situazione è diversa secondo che l’operazione sia effettuata in accordo con Bruxelles o perché costretti dai mercati. Il primo caso sarebbe desiderabile (ma nessuno sembra volerne parlare) il secondo potrebbe presentarsi come si presenta, non invitata, una peritonite.
Il punto di partenza è l’allarme dei mercati. Ammettiamo che, per un motivo qualunque, o anche per pura emotività, nelle Borse ci si chieda se l’Italia finirà col cessare i rimborsi in euro. Quando ciò avverrà… pardon, quando ciò avvenisse, tutti si precipiterebbero ad incassare i titoli in scadenza senza rinnovarli e molti si precipiterebbero anzi a vendere i titoli non in scadenza. Sarebbe la crisi finale. Gli investitori non comprerebbero più i titoli di nuova emissione, vendendo i quali fino ad oggi l’Italia ha pagato i circa 70 mld di euro annui di interessi sul debito sovrano. E questa somma andrebbe ricavata da nuove tasse imposte agli italiani. Per capire quanto ciò sia impossibile basti pensare che ci si è accapigliati per mesi sull’Imu: cioè per quattro, non per settanta miliardi. Il Paese sarebbe dunque costretto ad uscire dall’euro e a pagare i debiti con moneta nazionale. Consideriamo le conseguenze. 
L’Italia ritorna alla lira e la propone al cambio di una Nuova Lira (NL) per un euro. I cambi internazionali ridimensionano senza complimenti questo valore, stabilendolo ad esempio che 1€=1,33 NL. E così chi sul mercato internazionale detiene euro italiani trasformati in NL subisce una perdita netta di potere d’acquisto  del 30% (con simmetrico aumento del 30%, per l’Italia, del costo delle materie prime, fra cui grano, petrolio, cotone, caffè e via dicendo). 
Ma le conseguenze più impressionanti si avrebbero sul debito pubblico. Sul totale di circa 2.100 mld, il 30% circa(1) è detenuto da investitori esteri (circa 630 mld), e costoro, ricevendo NL invece di euro, in termini di potere d’acquisto perderebbero di botto circa 189 mld. Quanto tempo bisognerebbe aspettare, prima che altri investitori osino comprare titoli italiani? E quale sarebbe l’interesse richiesto?
Il 70% del debito (1.470 mld) è invece in mani italiane, e qui il caso è un po’ diverso. Infatti il 30% di svalutazione della moneta all’estero non corrisponde al 30% di inflazione all’interno. Su questa seconda percentuale influirebbero infatti, in positivo e in negativo, altri fattori.
È vero che l’Italia non pagherebbe più titoli e interessi in euro ma, non potendo contrarre nuovi debiti perché gli investitori non avrebbero fiducia nella nostra economia, e non potendo ricavare il denaro con la fiscalità, sarebbe costretta a mettere in circolo una montagna di banconote a fronte di nulla. L’ammontare dei titoli pubblici in scadenza nel 2014 è previsto in 334,46 mld(1). Questi 334,46 mld dovrebbero andare per il 30% agli investitori esteri, cioè 100,33, e per i residui 234 mld agli italiani. Anche ad ammettere che miracolosamente lo Stato riuscisse a contrarre ancora debiti per 34 mld, rimarrebbero circa duecento miliardi che sarebbero immessi come liquidità nel sistema economico italiano. Come se non bastasse, ad essi si aggiunge il 70% dei settanta miliardi di interessi pagati annualmente, cioè 49 mld, arrivando ad un totale tondo di 250 mld. Quale conseguenza ha l’introduzione in un anno di liquidità per 250 mld di NL, a fronte di nulla? Quale inflazione aggiuntiva provocherebbe? 
È vero – come leggiamo nel sito citato – che il 42% del debito è detenuto da Banche, Assicurazioni e Fondi Comuni italiani; ed è vero che questi istituti potrebbero non precipitarsi a spendere il denaro (finto) che ricevono per i titoli in scadenza. Anche per non svalutarlo. Ma da un lato perderebbero la manna degli interessi (sui titoli rimborsati), dall’altro che farebbero di questo diluvio di liquidità, nel momento in cui ci sono tante “sofferenze”? E in generale, quale sarebbe l’effetto sull’inflazione? 
Prendendo in considerazione l’ipotesi dell’uscita dell’Italia dalla zona euro, bisogna dunque rispondere a queste domande: 1) qual è la percentuale di svalutazione prevedibile? 2) qual è la percentuale di inflazione prevedibile? 3) qual è l’effetto dell’improvviso arricchimento delle banche (Bankitalia inclusa) a fronte dell’impoverimento delle famiglie? 4) è possibile evitare il default? E quali le conseguenze possibili di tale default?
Di solito non ci si spaventa della svalutazione – che infatti a volte è definita “competitiva” – perché l’aggiustamento, anche quando si parla del 10%, è relativamente piccolo. Ma se in un dato Paese vi è un debito astronomico, a mano a mano che i titoli vengono rimborsati non si tratta più di una svalutazione normale ma di una svalutazione che somiglia molto ad una bancarotta. Fra l’altro, non è che avendo pagato 70 mld di interessi per il primo anno il problema sia finito. L’anno seguente la somma sarebbe minore, ma lo stesso spaventosa: e sarebbe ulteriore liquidità immessa nel circuito, a fronte di nulla.
La verità è banale: l’Italia non è in grado di pagare i suoi debiti e rischia il fallimento.
G.P.
(1) http://scenarieconomici.it/chi-detiene-i-titoli-del-debito-pubblico-italiano/
(2)http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/dati_statistici/titoli_scadenza_prossimi_12_mesi/

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ECONOMIA
12 gennaio 2014
I DATI ISTAT VISTI DALLA MASSAIA
Ogni volta che l’appassionato di musica classica legge il testo di un musicologo misura l’ampiezza della propria ignoranza. Scorge tutto un mondo di regole, di temi che si rincorrono, sente parlare di contrappunto, di schema sonata, di tecnica della fuga, fino a pensare che da questo punto di vista non ha mai capito niente. Poi però ricorda che tanti anni fa un vecchio direttore d’orchestra invidiava gli incompetenti perché percepiscono la musica non “tecnicamente”, ma “globalmente”. Cioè come dovrebbe essere fruita. Perché il compositore ha scritto per loro, non per i colleghi. 
Le parole di quel direttore d’orchestra tornano in mente a proposito dell’economia. Indubbiamente dinanzi ad un bilancio, dinanzi ad un grafico, dinanzi al testo di un competente, ci si può sentire smarriti. Ma poi si ricorda che i grandi economisti fanno spesso grandi errori e inoltre si possono discutere le teorie di Keynes o di Schumpeter, non certo quelle della massaia per la quale, ad esempio, “alla lunga nessuno può spendere più soldi di quelli che ha”. E dunque perfino la massaia può leggere i numeri dell’Istat(1) ricavandone qualche utile considerazione.
Il 2011 si è concluso con l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti, un uomo super partes e un grande economista che nessuno rimpiange. E tuttavia, rispetto a quel 2012 che l’ha visto al potere, il 2013 è stato ancora peggiore. Nei primi 9 mesi del 2013 il rapporto deficit/pil è stato pari al 3,7%, (ben lo 0,7% in più rispetto al 3%, limite comunitario) con un incremento di 0,3 punti rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. Nel terzo trimestre si è fermato al 3%, ma questo 3% è stato ancora superiore di 1,6 punti rispetto al corrispondente trimestre del 2012. Tutt’altro che un successo rispetto al già disastroso 2012. Per tasse e imposte leggiamo queste parole: “In calo la pressione fiscale nel 3/o trimestre, al 41,2%, ma in 9 mesi risulta in rialzo al 41,4%”. Anche altri dati non sono confortanti. “Nel terzo trimestre 2013 le uscite totali delle Amministrazioni pubbliche sono aumentate, rispetto allo stesso periodo del 2012, dell’1,2%”. Dunque lo Stato, non che mettersi a dieta, ha più fame di prima. “Le uscite correnti sono cresciute dell’1,0% (+1,1% al netto della spesa per interessi), quelle in conto capitale del 3,9%”. E il rosario continua: abbiamo “una riduzione dell’1,9% dei redditi da lavoro dipendente” mentre “le entrate totali nel terzo trimestre 2013 sono diminuite in termini tendenziali del 2,4%”. Se abbiamo capito bene, cioè se le “entrate totali” sono quelle fisco, e sono diminuite, malgrado la grandinata di tasse, è segno che la curva di Laffer funziona ancora. A questo punto sarebbe facile trattare da imbecilli Mario Monti ed Enrico Letta, con tutti i loro ministri. Ma sarebbe un errore. Che non siano stupidi, e che anzi siano superiori alla media, è provato dai posti che hanno raggiunto e dal successo che hanno avuto nella vita. L’ipotesi da fare è un’altra. 
Un grande clinico è uno che ha studiato molto, ha una memoria straordinaria, conosce a menadito la sintomatologia e le terapie consacrate per ogni singolo male. Tuttavia, se il suo paziente continua a peggiorare, può darsi che non si stia sbagliando lui ma la scienza medica. Il medico che un tempo prescriveva un salasso a un malato debilitato non era un “imbecille”, era uno che seguiva i dettami della medicina del suo tempo. La realtà tuttavia era impietosa allora come  oggi: il malato con i salassi peggiorava. E analogamente è lecito chiedersi se per quanto riguarda l’Italia gli illustri clinici Monti, Letta, ed anche i Soloni che siedono a Bruxelles e Berlino, non ci stiano prescrivendo la cura sbagliata. Lo faranno in buona fede, lo faranno secondo i dettami delle tecniche che hanno appreso, ma se il malato continua a peggiorare, siamo sicuri che questi dogmi siano più forti dell’evidenza dei fatti? Siamo sicuri che non bisognerebbe cambiare terapia?
Se non ricordiamo male, il grande progresso rappresentato da Galileo rispetto al Cardinale Bellarmino fu che il primo si fidava dei fatti e del cannocchiale, mentre il secondo seguiva il dogma e la Bibbia. Il tempo ha detto chi aveva ragione.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 gennaio 2014
(1)http://www.corriere.it/economia/14_gennaio_09/deficit-pil-sale-3percento-terzo-trimestre-2013-pressione-fiscale-calo-41percento-66fc3522-792d-11e3-a2d4-bf73e88c1718.shtml


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CULTURA
10 gennaio 2014
UN PRESENTE SENZA BUSSOLA

UN PRESENTE SENZA BUSSOLA

Se uno guarda il mondo dal 1935 al 1945 lovede come un palcoscenico in cui si recita un’orrenda tragedia ma i cuipersonaggi sono indimenticabili. Possiamo nominare i principali senza aprirenessun libro di storia: Mussolini, Hitler, Churchill, Stalin, Roosevelt, DeGaulle. E volendo si possono anche aggiungere i comprimari: Chamberlain,Daladier, Pétain, Eisenhower, Truman, Hirohito. Questi uomini hanno guidato iloro Paesi a volte verso la vittoria, a volte verso la salvezza, a volte versol’annientamento. E non è che si possa rimpiangerli tutti, l’orrore per alcunidi loro non si è ancora spento. Ma è impressionante il contrasto con l’immagineche presenta il Ventunesimo Secolo. Almeno fino ad ora. La scena rimane sempreaffollata, la situazione – economica, stavolta – è drammatica, ma non sidistingue un personaggio in particolare. Fra cinquant’anni  chi ricorderà i nomi di una Merkel, di unHollande o di un Rajoy?

Naturalmente nessuno che abbia nozione diche cosa siano state la Prima e la Seconda Guerra Mondiale oserà bestemmiarevagheggiando quegli anni: ma sarà lo stesso permesso di esprimere lo scoramentodinanzi allo spettacolo di un intero continente - per non parlare dell’interomondo sviluppato - che vive una crisi esistenziale non chiaramente identificatae non precisamente diagnosticata. Una crisi  per la quale nessuno propone seri rimedi edella quale non si intravedono né la fine né le conseguenze.

Si dice a volte che le situazioni drammatichefanno sorgere i grandi uomini. Se l’Europa, a partire da Valmy, non avessetentato di soffocare nell’uovo la Rivoluzione Francese, forse non ci sarebbestato Napoleone. Se Hitler non avesse tentato di impossessarsi dell’Europa,Churchill sarebbe rimasto un lord inglese con un passato di corrispondente diguerra in Sudafrica, battutista e letterato. Come mai allora, mentre l’Europaaffonda a poco a poco, non si vede nessuno che abbia la forza di salvarla e discongiurare un destino drammatico? Come mai nessuno sembra capace di indicarle almenola via da seguire, come fece De Gaulle con “Le fil de l’épée”? Anche se è veroche quel libro fu letto con più attenzione da Heinz Guderian – che seppemetterlo a frutto – che dagli alti gradi francesi.

L’assenza di grandi leader è unabenedizione, in tempo di pace. Come ha detto Brecht, beati i popoli che nonhanno bisogno di eroi. Ma se, pur non essendo in guerra, si rischia quasi dipatirne i danni; se è in pericolo quell’ideale di unità europea che per oltremezzo secolo ha reso inverosimili guerre come quella del 1914-18; se dallapromessa prosperità della moneta unica si passa alla rabbia e ai rancori cheoggi dominano tanta parte dei popoli europei, come mai il Destino non ci invial’uomo che ci salverà?

La sensazione, per chi è abituato aripercorrere i grandi eventi della storia, è che stavolta si vada avanti perinerzia. I vecchi principi che ci erano serviti da guida non funzionano più etuttavia abbiamo la sfortuna aggiuntiva di non avere nessuno che sia capace divederne altri. Di guidarci. Di farci traversare il Mar Rosso se non a piediasciutti senza almeno affogare.

Naturalmente, quando il presente saràdivenuto un passato freddo sul marmo della sala anatomica, gli storici saprannodirci chi avrebbe potuto essere il nostro Mosè, dove ha scritto la sua soluzione,dove essa è stata ascoltata o per dir meglio dove è rimasta inascoltata. Masarà un esercizio sterile. Non solo, se si fanno mille proposte, è fatale cheuna sia quella buona: ma nella politica e nella storia non vale nulla averel’idea giusta, se non si riesce ad imporla. De Gaulle, che pure alla lunga sidimostrò uno straordinario profeta, non riuscì ad evitare la débâcle dellaFrancia nel 1940.

Il presente è quello che è, e chi lo vive nonpuò far altro che subirlo. Ma è triste sentirsi inseriti nel mondo piùsviluppato che la Terra abbia conosciuto e nel contempo vedere che esso è fra ipiù privi di idee della storia.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

8 gennaio 2014


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ECONOMIA
9 gennaio 2014
L'OPERAIO ITALIANO PAGATO COME L'OPERAIO CINESE
Quando è cominciata la rivoluzione industriale, la Gran Bretagna era favorita da un know how che le permetteva di vendere i propri prodotti - allora pressoché inimitabili - ad alto prezzo, mentre importava le materie prime a basso prezzo. Il tempo è passato ed oggi anche Paesi lontani dall’Europa non sono inferiori a nessuno in materia di tecnologia. Quel vantaggio che rese ricca la Gran Bretagna non esiste più: gli ingegneri indiani non sono peggiori di quelli americani, i prodotti giapponesi non sono inferiori a quelli tedeschi. La stessa Cina, che fino a qualche decennio fa moriva di fame, oggi fa un’invincibile concorrenza al resto del mondo e Shanghai fa sembrare Milano un villaggio medievale. Ciò dipende, si dice, dal fatto che accanto ad una tecnologia in rapidissima ascesa, in Cina si ha un livello dei salari assurdamente basso. Per essere in grado di vendere un prodotto elettronico italiano allo stesso prezzo di uno cinese bisognerebbe che l’operaio italiano fosse pagato quanto l’operaio cinese, e ciò è impensabile. 
Questa affermazione è un atto di fede. Per scendere in strada dal primo piano o si prende l’ascensore o si fanno le scale. È “impensabile” saltare dalla finestra. Ma se la casa brucia? L’esperienza dice che in questo caso si salta anche da un “impensabile” secondo piano. Per discutere seriamente bisogna chiedersi da che cosa dipenda la differenza fra il salario cinese e quello italiano, in modo da sapere se essa sia sostenibile nel tempo, o se un giorno i due livelli tenderanno a pareggiarsi: o perché i nostri lontani concorrenti guadagneranno di più, come è avvenuto con l’operaio giapponese o coreano, o perché noi guadagneremo di meno. 
Per cominciare, bisogna sgombrare il terreno da alcune ubbie. L’operaio cinese ha gli occhi a mandorla e l’operaio italiano no, ma non è per questo che il secondo ha diritto a guadagnare di più. Non è neppure perché è più produttivo, visto che probabilmente più produttivi sono gli operai asiatici. O perfino americani. Non è perché è più competente, dal momento che gli operai dell’Estremo Oriente e del Sud Est asiatico lo sono altrettanto. E si potrebbe continuare. Alla fine si arriva ad una conclusione nello stile del Marchese del Grillo: “l’operaio italiano deve guadagnare di più perché è abituato a guadagnare di più”. E questo ci riporta ad una sorta di razzismo sociale. Non diverso da quello per cui i nobili francesi, prima della Rivoluzione, trovavano naturale che i borghesi lavorassero e loro no. Perché erano nobili.
Se l’euro scoppia, se l’unione monetaria salta, se l’Italia dichiara default, se insomma la lunga, interminabile crisi che viviamo arriva al suo esito finale, noi dovremo reinventarci un posto economico nel mondo. Dovremo ammettere che consumeremo tanto quanto saremo capaci di produrre, esattamente come il singolo non può spendere più di ciò che guadagna. Fra l’altro, se avremo dichiarato default, per parecchi decenni non disporremo più di credito. Nessuno ha ancora dimenticato i debiti insoluti degli zar e perfino quelli, non onorati, dei re di Francia nei confronti dei banchieri fiorentini. 
Se l’intero Paese ha un dato prodotto interno lordo, ognuno dovrà adattarsi a lavorare per avere la sua fettina di quel pil quale che sia il suo ammontare in quel momento, non quale vorrebbe che fosse. E se l’intero Paese è più povero e non può vivere a credito, anche il singolo sarà più povero e non potrà vivere a credito. Quando si parla di paghe, di stipendi, di pensioni, bisogna dimenticare una volta per tutte l’assurda affermazione di Luciano Lama per cui “il salario è una variabile indipendente”. Le spese degli imprenditori e dello Stato sono infatti strettissimamente dipendenti dall’andamento economico dell’intera nazione. Se essa ha un tracollo economico, bisogna che tutti si rassegnino a guadagnare di meno. Non ci sono conquiste sindacali, non ci sono diritti quesiti ed altre bellurie paraeconomiche che tengano. Il problema non è se sia pensabile o impensabile che i lavoratori siano meno pagati, il problema è se sia evitabile. E se non è evitabile, l’aggettivo impensabile cessa di avere un significato. Nessuno farebbe il bagno nella Manica, in inverno: ma se le Bianche Scogliere sono a trecento metri e l’alternativa è affogare, lascia perdere il freddo e nuota. Chissà che non ti salvi. 
La conclusione è semplice. Se si riuscirà a pilotare l’Italia fuori dall’euro, può darsi che si riescano a contenere i danni nell’ambito di un grave dramma economico nazionale. Anche con riduzione di redditi e consumi. Se invece non si farà nulla, e si attenderà lo scoppio dell’intero sistema, forse vivremo una vera e propria tragedia economica, in preda alle convulsioni di una crisi priva di guida.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 gennaio 2014


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ECONOMIA
5 gennaio 2014
LA CRISI DELLA CLASSE MEDIA AMERICANA
(e  le sue lezioni per l’Italia)
Sulla nota rivista americana Stratfor è comparso un articolo di George Friedman estremamente interessante ma molto lungo da tradurre. Lo riporto sotto, per chi volesse leggerlo, e intanto offro un riassunto a chi non ha molta familiarità con l’inglese. G.P.

Riguardo alla crisi della classe media americana Friedman fa notare che il confronto non va fatto tra la situazione attuale e quella che si aveva all’inizio dell’attuale crisi, ma fra oggi e gli Anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. “Il fiasco dei subprime trovò la sua origine nell’incapacità di capire che le fondamenta della vita della middle class non erano sottoposte ad una pressione temporanea ma a qualcosa di più essenziale. Mentre un solo stipendiato poteva sostenere una famiglia della middle class nella generazione successiva alla Seconda Guerra Mondiale, ora ci volevano almeno due stipendiati. Questo significava che l’aumento delle famiglie a doppio reddito corrispondeva al declino della middle class”.
Friedman nota infatti che, fino alla metà del secolo scorso, pur lavorando solo l’uomo, si riusciva a vivere, a mandare i figli a scuola, ad avere un’automobile o due, a fare le ferie con tutta la famiglia una volta l’anno e a comprarsi la casa, mentre oggi nella maggior parte delle famiglie è necessario che ambedue i coniugi lavorino ed essi non riescono più né a comprare la casa né a fare le ferie come un tempo. Tutto ciò è sostenuto da cifre e statistiche.
Naturalmente negli anni recenti c’è stata (e c’è) una grave crisi economica, ma va notato che coloro che si indebitarono al di là delle loro possibilità, fino a dar luogo alla crisi dei subprime, non erano folli come potrebbero sembrare. Infatti “gli Stati Uniti furono fondati sull’assunto che la marea montante solleva tutte le imbarcazioni”, cioè su un costante progresso dell’economia e un costante aumento delle retribuzioni. Purtroppo, “così non è stato per l’ultima generazione, e non ci sono indicazioni che la realtà socio-economica cambierà nel prossimo futuro”. 
Il fatto è che certi dati fondamentali del modello economico americano sono cambiati. Un tempo, le grandi industrie “offrivano un posto di lavoro di lungo termine, alla classe media. Non era infrequente che si spendesse la propria intera vita lavorando per una di esse. Lavorando per una società si ricevevano aumenti di stipendio annuali, che si facesse parte o no di un sindacato. La classe media aveva la sicurezza del posto di lavoro e degli aumenti di paga, insieme con altri benefici, fra cui la pensione”. Ora tutto questo è finito. 
È avvenuto che le grandi imprese sono diventate pletoriche, complesse, costose, meno specializzate, fino a divenire antieconomiche e rischiare il fallimento. A questo punto è nata la tendenza a “ri-ingegnerizzare” le imprese, nel senso di riorganizzarle diminuendo gli addetti, modernizzando la produzione, concentrandosi sui prodotti del core business, in altre parole licenziando parecchia gente e magari pagando meglio (perché più specializzati) coloro che sono rimasti.  Con quali sentimenti, in chi è rimasto senza lavoro, è facile immaginare.
La situazione attuale vede molti lavoratori che ricominciano e ricominciano e ricominciano, nel senso che stanno un paio d’anni in qualche impresa, poi magari sono licenziati, o la società fallisce, e passano ad un’altra, ripartendo dalle retribuzioni iniziali, e così di seguito, senza aumenti di salario e certo senza rimanere vent’anni nello stesso posto. Per non parlare dei periodi di disoccupazione.
Fra l’altro, questa situazione danneggia anche le imprese sopravvissute e produttive, perché la crisi, mentre da un lato produce “un’economia sempre più efficiente”, produce dall’altro una popolazione che “non può consumare ciò che viene prodotto perché non se lo può permettere”.
“La sinistra sosterrebbe che la soluzione sia costituita da leggi che trasferiscano ricchezza dai ricchi alla classe media. Ciò farebbe aumentare i consumi ma, secondo l’ampiezza dell’intervento, minaccerebbe attraverso lo stesso trasferimento il quantum di capitale disponibile per gli investimenti, ed eliminerebbe l’incentivo ad investire. Non si può investire ciò che non si ha, e non si accetterà il rischio dell’investimento se il profitto è poi trasferito ad altri”. Il libero mercato, scrive Friedman, se può assicurare la prosperità, non può assicurare la distribuzione della ricchezza. Frase che personalmente sintetizzeremmo così: il libero mercato non assicura la distribuzione della ricchezza, il non libero mercato assicura la povertà per tutti.
Interessante è pure l’osservazione sull’imprevedibilità dei risultati rispetto ai fini. Friedman parla lungamente dei programmi del governo in favore dei veterani della Seconda Guerra Mondiale. Favorendone (anche economicamente) gli studi, creò una classe professionale di laureati. Concedendo prestiti favorì la proprietà delle abitazioni dei privati e la creazione dei suburbi, a loro volta favoriti dallo sviluppo delle strade statali, create per facilitare lo spostamento di truppe fra la costa est e la costa ovest. Le strade resero possibili i facili spostamenti in direzione delle città, anche se se ne abitava a parecchi chilometri, là dove il terreno per costruirsi una casa era molto meno caro. E qui, per una volta, aggiungiamo, abbiamo degli esempi di risultati positivi non previsti, mentre gli esempi di risultati negativi non previsti, quando lo Stato agisce,  sono una folla. Uno dei massimi è la legge italiana del 1978 detta dell’ “equo canone” che, invece di offrire case a basso canone, è riuscita a ferire l’edilizia e ad assassinare il mercato delle locazioni.
Naturalmente si consiglia la lettura integrale dell’articolo. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 gennaio 2014



(1)The crisis of Middle Class and American Power
By George Friedman
When I wrote about the crisis of unemployment in Europe I received a great deal of feedback. Europeans agreed that this is the core problem while Americans argued that the United States has the same problem, asserting that U.S. unemployment is twice as high as the government's official unemployment rate. My counterargument is that unemployment in the United States is not a problem in the same sense that it is in Europe because it does not pose a geopolitical threat. The United States does not face political disintegration from unemployment, whatever the number is. Europe might.
At the same time, I would agree that the United States faces a potentially significant but longer-term geopolitical problem deriving from economic trends. The threat to the United States is the persistent decline in the middle class' standard of living, a problem that is reshaping the social order that has been in place since World War II and that, if it continues, poses a threat to American power.
The Crisis of the American Middle Class
The median household income of Americans in 2011 was 
49,103. Adjusted for inflation, the median income is just below what it was in 1989 and is 
4,000 less than it was in 2000. Take-home income is a bit less than 
40,000 when Social Security and state and federal taxes are included. That means a monthly income, per household, of about 
3,300. It is urgent to bear in mind that half of all American households earn less than this. It is also vital to consider not the difference between 1990 and 2011, but the difference between the 1950s and 1960s and the 21st century. This is where the difference in the meaning of middle class becomes most apparent.
In the 1950s and 1960s, the median income allowed you to live with a single earner -- normally the husband, with the wife typically working as homemaker -- and roughly three children. It permitted the purchase of modest tract housing, one late model car and an older one. It allowed a driving vacation somewhere and, with care, some savings as well. I know this because my family was lower-middle class, and this is how we lived, and I know many others in my generation who had the same background. It was not an easy life and many luxuries were denied us, but it wasn't a bad life at all.
Someone earning the median income today might just pull this off, but it wouldn't be easy. Assuming that he did not have college loans to pay off but did have two car loans to pay totaling 
700 a month, and that he could buy food, clothing and cover his utilities for 
1,200 a month, he would have 
1,400 a month for mortgage, real estate taxes and insurance, plus some funds for fixing the air conditioner and dishwasher. At a 5 percent mortgage rate, that would allow him to buy a house in the 
200,000 range. He would get a refund back on his taxes from deductions but that would go to pay credit card bills he had from Christmas presents and emergencies. It could be done, but not easily and with great difficulty in major metropolitan areas. And if his employer didn't cover health insurance, that 
4,000-5,000 for three or four people would severely limit his expenses. And of course, he would have to have 
20,000-40,000 for a down payment and closing costs on his home. There would be little else left over for a week at the seashore with the kids.
And this is for the median. Those below him -- half of all households -- would be shut out of what is considered middle-class life, with the house, the car and the other associated amenities. Those amenities shift upward on the scale for people with at least 
70,000 in income. The basics might be available at the median level, given favorable individual circumstance, but below that life becomes surprisingly meager, even in the range of the middle class and certainly what used to be called the lower-middle class.
The Expectation of Upward Mobility
I should pause and mention that this was one of the fundamental causes of the 2007-2008 subprime lending  crisis. People below the median took out loans with deferred interest with the expectation that their incomes would continue the rise that was traditional since World War II. The caricature of the borrower as irresponsible misses the point. The expectation of rising real incomes was built into the American culture, and many assumed based on that that the rise would resume in five years. When it didn't they were trapped, but given history, they were not making an irresponsible assumption.
American history was always filled with the assumption that upward mobility was possible. The Midwest and West opened land that could be exploited, and the massive industrialization in the late 19th and early 20th centuries opened opportunities. There was a systemic expectation of upward mobility built into American culture and reality.
The Great Depression was a shock to the system, and it wasn't solved by the New Deal, nor even by World War II alone. The next drive for upward mobility came from post-war programs for veterans, of whom there were more than 10 million. These programs were instrumental in creating post-industrial America, by creating a class of suburban professionals. There were three programs that were critical:
1. The GI Bill, which allowed veterans to go to college after the war, becoming professionals frequently several notches above their parents.
2. The part of the GI Bill that provided federally guaranteed mortgages to veterans, allowing low and no down payment mortgages and low interest rates to graduates of publicly funded universities.
3. The federally funded Interstate Highway System, which made access to land close to but outside of cities easier, enabling both the dispersal of populations on inexpensive land (which made single-family houses possible) and, later, the dispersal of business to the suburbs.
There were undoubtedly many other things that contributed to this, but these three not only reshaped America but also created a new dimension to the upward mobility that was built into American life from the beginning. Moreover, these programs were all directed toward veterans, to whom it was acknowledged a debt was due, or were created for military reasons (the Interstate Highway System was funded to enable the rapid movement of troops from coast to coast, which during World War II was found to be impossible). As a result, there was consensus around the moral propriety of the programs.
The subprime fiasco was rooted in the failure to understand that the foundations of middle class life were not under temporary pressure but something more fundamental. Where a single earner could support a middle class family in the generation after World War II, it now took at least two earners. That meant that the rise of the double-income family corresponded with the decline of the middle class. The lower you go on the income scale, the more likely you are to be a single mother. That shift away from social pressure for two parent homes was certainly part of the problem.
Re-engineering the Corporation
But there was, I think, the crisis of the modern corporation. Corporations provided long-term employment to the middle class. It was not unusual to spend your entire life working for one. Working for a corporation, you received yearly pay increases, either as a union or non-union worker. The middle class had both job security and rising income, along with retirement and other benefits. Over the course of time, the culture of the corporation diverged from the realities, as corporate productivity lagged behind costs and the corporations became more and more dysfunctional and ultimately unsupportable. In addition, the corporations ceased focusing on doing one thing well and instead became conglomerates, with a management frequently unable to keep up with the complexity of multiple lines of business.
For these and many other reasons, the corporation became increasingly inefficient, and in the terms of the 1980s, they had to be re-engineered -- which meant taken apart, pared down, refined and refocused. And the re-engineering of the corporation, designed to make them agile, meant that there was a permanent revolution in business. Everything was being reinvented. Huge amounts of money, managed by people whose specialty was re-engineering companies, were deployed. The choice was between total failure and radical change. From the point of view of the individual worker, this frequently meant the same thing: unemployment. From the view of the economy, it meant the creation of value whether through breaking up companies, closing some of them or sending jobs overseas. It was designed to increase the total efficiency, and it worked for the most part.
This is where the disjuncture occurred. From the point of view of the investor, they had saved the corporation from total meltdown by redesigning it. From the point of view of the workers, some retained the jobs that they would have lost, while others lost the jobs they would have lost anyway. But the important thing is not the subjective bitterness of those who lost their jobs, but something more complex.
As the permanent corporate jobs declined, more people were starting over. Some of them were starting over every few years as the agile corporation grew more efficient and needed fewer employees. That meant that if they got new jobs it would not be at the munificent corporate pay rate but at near entry-level rates in the small companies that were now the growth engine. As these companies failed, were bought or shifted direction, they would lose their jobs and start over again. Wages didn't rise for them and for long periods they might be unemployed, never to get a job again in their now obsolete fields, and certainly not working at a company for the next 20 years.
The restructuring of inefficient companies did create substantial value, but that value did not flow to the now laid-off workers. Some might flow to the remaining workers, but much of it went to the engineers who restructured the companies and the investors they represented. Statistics reveal that, since 1947 (when the data was first compiled), corporate profits as a percentage of gross domestic product are now at their highest level, while wages as a percentage of GDP are now at their lowest level. It was not a question of making the economy more efficient -- it did do that -- it was a question of where the value accumulated. The upper segment of the wage curve and the investors continued to make money. The middle class divided into a segment that entered the upper-middle class, while another faction sank into the lower-middle class.
American society on the whole was never egalitarian. It always accepted that there would be substantial differences in wages and wealth. Indeed, progress was in some ways driven by a desire to emulate the wealthy. There was also the expectation that while others received far more, the entire wealth structure would rise in tandem. It was also understood that, because of skill or luck, others would lose.
What we are facing now is a structural shift, in which the middle class' center, not because of laziness or stupidity, is shifting downward in terms of standard of living. It is a structural shift that is rooted in social change (the breakdown of the conventional family) and economic change (the decline of traditional corporations and the creation of corporate agility that places individual workers at a massive disadvantage).
The inherent crisis rests in an increasingly efficient economy and a population that can't consume what is produced because it can't afford the products. This has happened numerous times in history, but the United States, excepting the Great Depression, was the counterexample.
Obviously, this is a massive political debate, save that political debates identify problems without clarifying them. In political debates, someone must be blamed. In reality, these processes are beyond even the government's ability to control. On one hand, the traditional corporation was beneficial to the workers until it collapsed under the burden of its costs. On the other hand, the efficiencies created threaten to undermine consumption by weakening the effective demand among half of society.
The Long-Term Threat
The greatest danger is one that will not be faced for decades but that is lurking out there. The United States was built on the assumption that a rising tide lifts all ships. That has not been the case for the past generation, and there is no indication that this socio-economic reality will change any time soon. That means that a core assumption is at risk. The problem is that social stability has been built around this assumption -- not on the assumption that everyone is owed a living, but the assumption that on the whole, all benefit from growing productivity and efficiency.
If we move to a system where half of the country is either stagnant or losing ground while the other half is surging, the social fabric of the United States is at risk, and with it the massive global power the United States has accumulated. Other superpowers such as Britain or Rome did not have the idea of a perpetually improving condition of the middle class as a core value. The United States does. If it loses that, it loses one of the pillars of its geopolitical power.
The left would argue that the solution is for laws to transfer wealth from the rich to the middle class. That would increase consumption but, depending on the scope, would threaten the amount of capital available to investment by the transfer itself and by eliminating incentives to invest. You can't invest what you don't have, and you won't accept the risk of investment if the payoff is transferred away from you.
The agility of the American corporation is critical. The right will argue that allowing the free market to function will fix the problem. The free market doesn't guarantee social outcomes, merely economic ones. In other words, it may give more efficiency on the whole and grow the economy as a whole, but by itself it doesn't guarantee how wealth is distributed. The left cannot be indifferent to the historical consequences of extreme redistribution of wealth. The right cannot be indifferent to the political consequences of a middle-class life undermined, nor can it be indifferent to half the population's inability to buy the products and services that businesses sell.
The most significant actions made by governments tend to be unintentional. The GI Bill was designed to limit unemployment among returning serviceman; it inadvertently created a professional class of college graduates. The VA loan was designed to stimulate the construction industry; it created the basis for suburban home ownership. The Interstate Highway System was meant to move troops rapidly in the event of war; it created a new pattern of land use that was suburbia.
It is unclear how the private sector can deal with the problem of pressure on the middle class. Government programs frequently fail to fulfill even minimal intentions while squandering scarce resources. The United States has been a fortunate country, with solutions frequently emerging in unexpected ways.
It would seem to me that unless the United States gets lucky again, its global dominance is in jeopardy. Considering its history, the United States can expect to get lucky again, but it usually gets lucky when it is frightened. And at this point it isn't frightened but angry, believing that if only its own solutions were employed, this problem and all others would go away. I am arguing that the conventional solutions offered by all sides do not yet grasp the magnitude of the problem -- that the foundation of American society is at risk -- and therefore all sides are content to repeat what has been said before.
People who are smarter and luckier than I am will have to craft the solution. I am simply pointing out the potential consequences of the problem and the inadequacy of all the ideas I have seen so far.
George Friedman, Stratfor 1231


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ECONOMIA
1 gennaio 2014
ALMENO IL CORAGGIO DELLA VERITA'
Un detto insegna che “altro è parlar di morte, altro è morire”. E dovrebbe significare che la prima cosa è facile, la seconda no. E invece non è facile nemmeno la prima: infatti, pur di non parlare di morte, ci si contorce a volte fino al ridicolo. Nella pagina dei necrologi leggiamo: si è spento, è volato in cielo, è scomparso, è tornato nella casa del Padre, si è serenamente addormentato. Tenendo d’occhio quella pagina per qualche giorno, chissà quanti altri sinonimi si potrebbero trovare. Non uno che sia semplicemente morto.
La spiegazione di questi eufemismi è nella natura umana. L’uomo è l’unico animale capace di immaginare che non muoiono soltanto gli altri, muore anche lui: e dunque, soprattutto a partire da una certa età, di questo fatale esito ha una paura blu. Ma la mentalità magica non è scomparsa. Noi tutti rimaniamo abbastanza primitivi per credere che le parole possano determinare gli avvenimenti, e che dunque possiamo scongiurare quell’infausto evento non parlandone. La scienza ha fatto tanti progressi da farci credere che siamo veramente colti e civili e tuttavia neppure gli scienziati e i filosofi muoiono: anche loro vengono a mancare, non ci sono più, fruiscono di qualche eufemismo di schivata inteso a negare il fatto che siano morti.
Si può mostrare qualche comprensione nei confronti di chi, colpito da un grave lutto, non sa come esprimere il proprio dolore e il proprio affetto orbato, ma è difficile essere altrettanto tolleranti con chi si occupa di politica. Qui non si parla di un passato irrimediabile, ma di un futuro da organizzare, e purtroppo anche qui si crede alla magia delle parole.  Da un lato la gente sogna impossibili miglioramenti della propria condizione esistenziale e crede che le promesse siano un primo passo nella direzione della realizzazione. Dall’altro i politici, per avere successo, sono pronti a promettere qualunque cosa. Non costa nulla. Infatti, in condizioni normali questo incastro fra ingannati volontari e ingannatori interessati si conclude con qualche malumore durante la legislatura e un cambio di governo alle successive elezioni. Ma il gioco delle illusioni diviene delittuoso se la casa brucia. Se Annibale è alle porte, le madri non dicono ai figli di mettersi la maglia di lana, gli ingiungono di tornare vincitori o morire (“o con gli scudi, o sopra gli scudi”). Garibaldi disse ai suoi: “Vi offro fame, sete, marce forzate, battaglia e morte” e Churchill se ne ricordò, nel 1940, quando promise agli inglesi “blood, toil, tears and sweat” (sangue, fatica, lacrime e sudore). Si trattava di vincere contro la massima potenza militare europea, nel momento in cui il Paese era ancora praticamente disarmato, flotta a parte. Churchill non poteva promettere altro, dirà qualcuno. Vero. Ma avrebbe potuto mentire. E non lo fece.
A tutto questo si pensa, mentre Matteo Renzi ci ricopre di promesse per il futuro ed Enrico Letta di illusioni - se non di patenti menzogne - per il presente: fino a dire che nel 2013 il governo ha abbassato le tasse. Naturalmente nessuno vuole moraleggiare, la politica ha una sua sporca tecnica e nessuno ne è esente: ma è lecito chiedersi se ci si possa permettere di dire che Annibale in fondo vuole soltanto visitare Roma e Hitler vagheggia il trionfo della razza ariana, inglesi inclusi. Che altro bisogna aspettare, prima di dire la verità agli italiani?
L’Italia non ha affatto invertito la marcia che l’ha condotta vicino al disastro. Le spese dello Stato non diminuiscono; il debito pubblico e la disoccupazione aumentano; i negozi chiudono; i consumi calano; le imprese stentano e tutto ciò che il governo sa fare è portare l’Iva al 22%, appesantire tasse e imposte, raschiare il fondo del barile, senza riuscire a portare in porto neppure una riforma significativa quale quella del lavoro o dell’amministrazione della giustizia. Bisognerebbe invece prima spiegare agli italiani che cosa è necessario fare, e poi perché non si riesce a farlo. Proponendo infine le lacrime e il sangue necessari per salvare il Paese. Non si tratterebbe nemmeno di fare ciò che va fatto - forse nessuno ne è capace -  ma almeno di avere il coraggio di descriverlo, insieme con le conseguenze dell’inazione. E tuttavia nessuno ha questo coraggio.
Ecco la colpa di Letta. Ecco la colpa di Renzi. Ma non sono loro gli unici colpevoli. Tutti i politici sperano che un altro si intesti la conclusione tanto negativa quanto inevitabile di questa vicenda. E l’Italia intera gli tiene il sacco. Noi tutti continuiamo a sperare che un miracolo ci salvi dal disastro. Come Hitler che, nel bunker, sperava nel soccorso delle Walkirie. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
31 dicembre 2013


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politica interna
30 dicembre 2013
MATTEO RODOMONTE
Enrico Letta è un politico difficile da difendere. Ha delle qualità: è distinto e di bell’aspetto; parla almeno due lingue straniere; è certamente un politico di lungo corso. Ma i difetti non mancano. In mesi di governo non ha fatto niente di notevole: è riuscito a galleggiare, aumentare le tasse e rinviare la soluzione dei problemi. Per giunta affetta costantemente un ottimismo urticante che giorni fa definivamo disneyano. Insomma trasuda doppiezza e perbenismo democristiani. E tuttavia, c’è qualcuno più insopportabile dell’ignavo tronfio. Un personaggio di cui l’umanità ride da tempo immemorabile, senza riuscire a liberarsene. Cominciò Plauto, col Miles Gloriosus. Ne presentò un caso Tucidide, raccontandoci la storia di Cleone. In seguito abbiamo avuto Rodomonte, il modello per antonomasia, e tanti altri casi: per esempio il Mario Monti che nell’autunno del 2011 sputava veleno su Berlusconi dicendo: “Se fossi al suo posto, vedreste”. Infatti abbiamo visto. 
Oggi il personaggio di turno è Matteo Renzi. Il giovanotto è simpatico e sembra spontaneo, ma ciò non basta per assolverlo. Come non si poté assolvere Mario Monti in nome della sua aria di compito professore. E tuttavia bisogna sgombrare il terreno da un  errore: Rodomonte non realizza le prodezze di cui si dichiara capace ma ciò non esclude che altri possa farlo. L’uomo eccezionale è raro ma esiste. Dunque non si può liquidare il nuovo segretario del Pd con un’alzata di spalle. Bisognerà vederlo all’opera.
Per il momento, la prima cosa che bisogna concedergli è di essere un grande comunicatore. Ha accumulato una lunga serie di successi d’immagine perché si esprime con un linguaggio piano, da amico in pizzeria, senza avvolgersi nelle circonlocuzioni fumose dei professionisti della politica. Inoltre, pur essendo espressione di un partito che per molti decenni fu il più militarizzato, è riuscito a farsi percepire come antisistema. Essendo giovane, invece di farsi prendere sottogamba, è riuscito a ribaltare il pregiudizio fino a far sentire se stesso come “nuovo” e gli altri come “vecchi” da rottamare. Ha sparso a piene mani la retorica dell’ottimismo e del coraggio, fino a farsi eleggere segretario del Pd, ed oggi, a meno di un mese da questo successo, si presenta come il più risoluto innovatore. Ma proprio qui, cominciando ad esagerare, rischia di rompersi il naso. 
Le sue parole sono divenute arroganti e proterve. Rifiuta altezzosamente di essere appaiato ad altri “giovani” come Letta o Alfano: loro frutto degli apparati, lui munito di un’investitura popolare diretta. Come De Gaulle. Dichiara che sosterrà Letta soltanto se “farà le cose” che dice lui, il che corrisponde a minacciarlo di morte se non le farà. Secondo le stesse parole del suo accolito Davide Faraone: “Non basta un ritocco, un ‘rimpasto’, o si cambia radicalmente o ‘si muore’ ”. E il portavoce allinea gli errori che il Primo Ministro ha collezionato, soltanto dall’8 dicembre ad oggi, per dimostrare che è un inetto, uno che non ne azzecca una, uno che “fa marchette”, come una puttana. 
Retorica da basso comizio elettorale, dirà qualcuno: ma retorica compromettente. Renzi infatti avalla le parole di  Faraone anche a proposito di “grandi riforme per il paese, con tempi certi di realizzazione” e rilascia mazzi di cambiali con scadenza marzo o aprile. Questo Rodomonte promette di fare, in pochi mesi, quello che nessun Presidente del Consiglio è riuscito a fare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: riforma costituzionale,  riforma della legge elettorale “condivisa”, riforma del lavoro ed altro ancora. Dimentica quanti, prima di lui, si sono accostati con altrettanta fiducia al nodo di Gordio e ne sono usciti scornati. O non sa quante resistenze incontra chi prova a cambiare qualcosa, o il successo della sua infantile retorica lo ha completamente ubriacato. Fino a poco fa ha avuto l’abilità di tenersi sulle generali, ma ora si compromette sul piano della concretezza e non basteranno a salvarlo i jeans e l’assenza di cravatta. Il popolo italiano è disperato, ha già votato per Grillo e a momenti voterebbe per il Diavolo, ma una volta che il suo uomo sarà al potere vorrà vedere i risultati. E come potrà il sindaco realizzare la metà di ciò che ha promesso, nel momento in cui irrita i pochi alleati di un governo in bilico e si mette contro il suo stesso partito? Probabilmente l’astro in ascesa era troppo sfavillante per essere esaminato attentamente, ma quando si pesano i risultati la bilancia non si lascia abbagliare. Promettere troppo è comunque un errore. Chi compie il miracolo di realizzare la metà di quanto ha promesso si vedrà ancora rimproverare di non aver realizzato l’altra metà. 
Se questa diagnosi sia accurata o no, lo dirà la realtà. E dal momento che sono stati promessi “tempi certi e brevi”, prima che sia passato qualche mese tutti i dubbi saranno chiariti. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
29 dicembre 2013


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ECONOMIA
28 dicembre 2013
LA MARATONA DELL'INFARTUATO
La stanca metafora è sempre la stessa: cadendo dal ventesimo piano, all’altezza del decimo piano si può sempre dire: “Fino ad ora tutto bene”. Ma il governo Letta, non che consolarci, col suo ottimismo disneyano aggrava la nostra disperazione. Assicurare a chi si contorce per una colica renale che la sua salute è accettabile e presto migliorerà, anche se non gli si dà nessun aiuto, sa di incubo, se non di sadismo.
I giornali sono pieni di resoconti più o meno particolareggiati sui provvedimenti adottati dal Parlamento, e per seguirli ci vuole la pazienza di Giobbe, e il suo spirito di sopportazione. Ma la situazione può essere vista in modo panoramico. Per così dire, dal punto di vista di chi sta cadendo dal ventesimo piano e, arrivato al decimo, ancora non dice sciocchezze.
La comprensione della nostra realtà dipende necessariamente da una serie di passaggi concatenati. Circa dieci anni fa l’Italia è entrata nell’euro. Questa moneta unica ha sempre richiesto un ferreo controllo del bilancio statale. Infatti bisogna evitare che un singolo Stato la inflazioni, facendo poi pagare agli altri la svalutazione. Ma per far proseguire nel tempo la vita economica di nazioni diverse – con condizioni di partenza diverse e diverse legislazioni in materia di fisco e di lavoro – era necessario che accanto all’unione monetaria ci fosse quella politica. E infatti i “padri” dell’euro speravano che la moneta unica portasse alla nascita del governo unico. Cioè che il carro tirasse i buoi. Purtroppo non soltanto questa unione politica non si è avuta, ma essa appariva più probabile quando si è introdotto l’euro, dieci anni fa, che oggi. Allora c’era una sorta di entusiasmo, per l’Europa unita, oggi parlare di irritazione, al riguardo, è sicuramente un understatement. 
Il risultato di questi presupposti è che i Paesi hanno continuato fatalmente a divergere, mentre l’euro costringeva a far finta che ciò non avvenisse. Il debito pubblico è aumentato non soltanto in quei Paesi che sono entrati già sforando largamente il plafond del 60% previsto (l’Italia, ammessa infatti perché non facesse danni rimanendo libera e all’esterno), ma anche in Paesi – come la Francia – che prima erano sufficientemente virtuosi. Parigi ha ora un debito pubblico che si avvia al 90% ed ha perso la tripla “A” delle agenzie di rating. La Grecia è addirittura tecnicamente fallita, i greci sono disperati e il Paese è tenuto in vita dalla macchina cuore-polmone. Un disastro. 
A questo punto ci si è accorti che non soltanto si era creato un euro assurdo, ma non si era previsto il modo di smontarlo. Per giunta i rapporti intessuti nel frattempo si sono intrecciati inestricabilmente al punto che, uscendo un membro dall’eurozona, c’è il rischio che rovini tutto l’edificio. E dunque è interesse di tutti impedirlo, ad ogni costo. Germania inclusa.
E ora si può riprendere la catena da principio. L’Italia è nell’euro, ma paga enormi interessi per il suo debito pubblico in una moneta fortissima (vale quasi il 40% in più del dollaro americano). Ha un’economia non competitiva ed è in preda ad una depressione annosa e in via di peggioramento. Dal momento che il fabbisogno aumenta - e non si può ricorrere all’inflazione - si possono soltanto aumentare le tasse. Ma aumentare le tasse in un Paese economicamente depresso è come fare un salasso a chi sta morendo d’inedia, per giunta con risultati scarsi. Le imposte infatti accentuano la depressione, i consumi calano, e dunque cala anche il gettito fiscale. Per esempio quello dell’Iva, malgrado l’aumento della sua aliquota. È un circolo infernale. All’Italia ammalata si somministra una cura che aggrava la sua malattia. Ha un cuore pronto per il trapianto e le chiedono di salire le scale di corsa. 
Naturalmente Enrico Letta e gli altri ministri non sono tanto sciocchi da non vedere tutto questo, ma credono di non avere la libertà di adottare un’altra soluzione. Vivacchiano, dunque. Grattano il fondo del barile. Chiedono un obolo in più alla macchinetta del caffè dell’ufficio o a chi deve fare una raccomandata. Forse sognano già una tassa sui sorrisi, segno di benessere e dunque di maggiore capacità contributiva. Sperano di arrivare al nono piano, in modo da poter dire ancora “Fin qui tutto bene”. 
Il fatto è che il selciato, sotto, attende tutti noi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 dicembre 2013


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