.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
2 dicembre 2013
DIFESA DEI POLITICI ITALIANI
Se uno causa due, e due causa tre, e tre causa quattro, può dirsi che quattro è stato causato da uno. Si chiama catena causale e si applica anche alla storia. 
Gli italiani sono rancorosi. Spesso lo sono a torto, ma figurarsi quando hanno ragione. È evidente che l’estromissione di Berlusconi dal Parlamento potrebbe provocare problemi al presente e al futuro. Lo scrive Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera”(1): “Solo una combinazione di mancanza di senso storico e di miopìa politica, di incapacità di guardare al di là del proprio naso può fare pensare che non avrà effetti di lungo termine sulla democrazia italiana il fatto che un leader che ha rappresentato e rappresenta milioni di elettori sia stato messo fuori gioco per via giudiziaria anziché politica. Solo la suddetta combinazione può far pensare che non si tratti di un fatto che segnerà il nostro futuro, scaverà nelle coscienze, alimenterà rancori che si perpetueranno nel tempo”. E questo è l’effetto finale, il numero quattro.
“Ma – dirà qualcuno – se Berlusconi  è colpevole di un reato che comporta la decadenza dalla vita politica, dei problemi di cui parla Panebianco è colpevole lui stesso”. Ragionamento fallace. Quando l’amministrazione della giustizia interferisce con l’attività politica, esiste sempre il sospetto che l’uomo politico possa essere stato assolto anche se colpevole, o condannato anche se innocente. Chi di noi è sicuro che sia giustificata la detenzione della signora Timoshenko? Proprio per questo, sin dai tempi della Rivoluzione Francese, si sono sottratti i politici al  giudizio dei magistrati, quanto meno per il periodo in cui rivestono la carica di rappresentanti del popolo. Diversamente come avrebbero potuto i rivoluzionari, tutti appartenenti al Terzo Stato, resistere ad un establishment che apparteneva tutto ai nobili e ai loro amici? E infatti anche la nostra costituzione, pure scritta sotto l’influenza dei comunisti di Togliatti, all’articolo 68 prevedeva tali guarentigie, che per estromettere Francesco Moranino, comunista pluriomicida condannato all’ergastolo, ci vollero lunghi e inauditi sforzi. 
Purtroppo, che la tutela dei parlamentari non sia intesa a favorire dei delinquenti ma il funzionamento della democrazia, non è concetto che la gente capisca. È ferma all’idea infantile di un magistrato avulso dalla realtà, privo di idee politiche e perfino di passioni, della cui obiettività ci si può fidare ad occhi chiusi. Per questo, quando ci fu l’insulsa tempesta di Mani Pulite, la gente considerò come un intralcio l’autorizzazione a procedere e desiderò che i magistrati potessero perseguire chiunque senza l’autorizzazione di nessuno. Ed ecco il numero tre della nostra catena causale.
Naturalmente dei politici competenti avrebbero dovuto resistere a questa richiesta: non nel proprio interesse ma nell’interesse della separazione e dell’equilibrio dei poteri. Avrebbero dovuto prevedere che, nel caso la magistratura avesse esagerato, perseguendo un politico molto popolare e innocente, o anche molto popolare e colpevole (impossibile stabilirlo),  avrebbero rischiato gravi conseguenze sociali. La legittimazione e la libertà d’azione politica in democrazia la dà il voto popolare, non il giudizio di un magistrato: è l’essenza stessa del sistema. Ma i nostri politici erano troppo ignoranti, troppo proni alla demagogia,  troppo pronti ad essere più giustizialisti dei giustizialisti. E quelli di sinistra per giunta erano ragionevolmente convinti che i magistrati amici avrebbero colpito solo la controparte. E tutti insieme non capirono che stavano per assassinare il sistema. Dopo avere proclamato per decenni, prima e dopo di allora, che la nostra Costituzione è la più bella del mondo, tanto da rifiutarsi di toccarla quando si tratta di rendere il Paese più governabile, l’hanno toccata entusiasticamente quando si è trattato di peggiorarla, abolendo di fatto l’art.68. E questo è il numero due della catena causale.
Ma andiamo al numero uno, alla causa prima: come mai i nostri politici furono così ignoranti, così sciocchi, così miopi, così imprevidenti? La ragione è semplice: si comportarono come si sarebbero comportati gli altri italiani. La tendenza nazionale è infatti alla superficialità emotiva. Dal momento che è stato articolo di fede che il fascismo è il “male assoluto”, si è adottato il principio che tutto ciò che il fascismo ha fatto è sbagliato. Il fascismo ha tentato di governare? Dunque governare è sbagliato, e Craxi è stato accusato di “decisionismo”. Come se decidere non fosse il mestiere del Presidente del Consiglio. Il fascismo ha imposto il militarismo (anche se d’operetta)? E noi saremmo stati disarmati e pacifisti. Il Paese ha subito una dittatura? E allora il Parlamento sarà prono ai desideri della piazza. Anche quando la piazza sbaglia. Dunque quei parlamentari in un certo questo senso sono innocenti perché si comportarono come si sarebbero comportati gli altri italiani. 
La nostra unica fortuna è che, fra gli altri difetti, non abbiamo quello del coraggio. Per questo eviteremo la rivoluzione.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
1 dicembre 2013
(1) http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_01/circoli-viziosi-reti-perdute-84d5ccf2-5a5b-11e3-97bf-d821047c7ece.shtml

4 dicembre 2011
SCALFARI NON HA LETTO LA COSTITUZIONE

Su Repubblica del 27/11 Eugenio Scalfari ha scritto: “La formazione del governo spetta al presidente della Repubblica il quale, a termini della Costituzione, nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri". E su questo stesso blog si è osservato: “Al Presidente della Repubblica non spetta affatto la formazione del nuovo governo ma (art.92) solo lanomina del Presidente del Consiglio dei Ministri. Nient’altro. Il PdR i ministri li nomina  ‘su proposta di questo’ – una proposta che non può rifiutare - e non gli è neanche richiesto un parere consultivo”.

Una settimana dopo, cioè oggi, Scalfari ripete lo stesso errore. E si è costretti a ripetergli le stesse cose.

“Penso e mi auguro – scrive - che i futuri governi siano sempre governi istituzionali che riflettano gli indirizzi della maggioranza parlamentare ma la cui composizione sia decisa dal capo dello Stato come la Costituzione prescrive con estrema chiarezza”. “la cui composizione sia decisa dal capo dello Stato come la Costituzione prescrive con estrema chiarezza?”: ma dove l’ha letto? Qui si sfida lui ed anche i lettori che dovessero condividerne le idee a indicare quale articolo della Costituzione assegna al Presidente della Repubblica il compito di “comporre il governo”.

Più oltre, riguardo ai ministri, il profeta scrive: “ma la [loro] scelta non spetta alle segreterie, spetta al capo dello Stato e questa è una distinzione fondamentale che preserva l`essenza del governo-istituzione e toglie ai partiti una tentazione che deformerebbe il loro stesso prezioso ruolo”. Assoluta fantasia anticostituzionale. La scelta dei ministri spetta al Presidente del Consiglio incaricato, non al Presidente della Repubblica, e il Presidente del Consiglio incaricato non può prescindere dal parere dei partiti che dovranno sostenerlo, perché diversamente essi non lo sosterrebbero. Amen.

Ma non c’è, in Largo Fochetti, qualche fattorino che abbia letto la Costituzione?

giannipardo@libero.it

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. SCALFARI IGNORANZA COSTITUZIONE

permalink | inviato da giannipardo il 4/12/2011 alle 9:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
8 ottobre 2011
LA COSTITUZIONE E IL MERCATO DELLE VACCHE

Un terzo dei giudici della Corte Costituzionale e un terzo dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura sono eletti a scrutinio segreto dalle Camere riunite, con speciali quorum e speciali maggioranze. Si vorrebbe così fare in modo che siano scelte persone universalmente stimate e al di sopra delle parti. In realtà – segnala oggi Ernesto Galli Della Loggia(1) – questo scopo, malgrado le speciali precauzioni, non è raggiunto. Invece di nominare personalità universalmente stimate, i partiti si mettono d’accordo e adottano il metodo brutale della spartizione. Secondo le sue parole: “Questa volta si vota per il candidato che hai scelto tu, qualunque esso sia [meglio, chiunque egli sia]; la prossima volta si voterà per quello che ho scelto io”.  E la Costituzione va a farsi benedire. L’editorialista si indigna perché, mentre tutti notano e deprecano le “sparate” di Bossi contro quel supremo Testo, nessuno si accorge o si straccia le vesti per questo obbrobrio. Ha ragione, ma omette di trarre dal caso concreto le necessarie conclusioni.

Un proverbio siciliano che non ci si stanca di ripetere insegna: “Col dritto non fare patto, con lo storto non fare contratto”. Cioè: col galantuomo non è necessario stabilire speciali norme e guarentigie, perché si comporterà comunque correttamente. Col farabutto neanche il migliore contratto ti proteggerà. In un Paese di furbi come l’Italia siamo invece tutti convinti che la norma scritta e particolareggiata ci salvaguardi. E infatti il nostro codice civile si compone di quasi tremila articoli.

In questo abbaglio sono caduti anche i padri costituenti. Hanno previsto che un terzo dei giudici costituzionali sia nominata dai magistrati – come se essi non avessero un partito, nel loro cuore, e a volte anche sulle loro bocche – e un terzo dal Presidente della Repubblica, come se egli non avesse, dopo una vita passata nelle istituzioni, passioni politiche. Il risultato – soprattutto avendo avuto negli ultimi decenni solo Presidenti venuti dalla sinistra - è che oggi la Corte Costituzionale è sentita come un organo che fa una precisa politica di sinistra. Che il fatto sia vero o no, il danno è lo stesso: la sua legittimità nasceva dall’essere dedita solo all’applicazione della Costituzione, e questa legittimità è andata perduta.

In politica le persone super partes non esistono. Galantuomini quanti ne vogliamo, ma l’essere super partes, in questo campo, significherebbe non avere idee. E chi, necessariamente, le ha, ne è influenzato più o meno gravemente. Se alcuni si spingono fino alla malafede, altri possono essere scorretti in perfetta buona fede. Oggi molti, nel centro-destra, sono convinti che la Corte Costituzionale abbia più volte agito aggirando la volontà popolare e superando i poteri del Parlamento, pur di dare ragione alla sinistra e farla vincere a tavolino, dal momento che aveva perso in campo. Ancora una volta: anche se non fosse vero, il danno sarebbe lo stesso. La finalità della Costituzione è stata azzerata e quella Corte, che doveva rappresentare l’imparzialità al più alto livello, è vista come un Sinedrio che realizza colpi di mano approfittando della toga.

All’andazzo non sfugge certo il Parlamento. La Costituzione ha avuto l’ingenuità di ipotizzare personalità super partes ma i parlamentari fra i loro molti difetti non hanno quello dell’ingenuità. E per questo, invece di farsi fregare da qualcuno che si proclama disinteressato, preferiscono piazzare un loro uomo, o almeno, quando questo non è possibile, sapere che è stato eletto un loro nemico.

E c’è una considerazione ancor più generale. In una nazione tradizionalmente faziosa come l’Italia, in cui per un fiorentino è meglio un morto in casa che un pisano all’uscio, è inutile sperare in una superiore qualità di disinteresse, di competenza, d’imparzialità. Dunque è bene che qualunque decisione sia presa da un organo dichiaratamente politico, che almeno di quella decisione risponda agli elettori. Nessun Consiglio dei Saggi, nessuna Corte Costituzionale, solo un Parlamento che sbaglierà, e adotterà magari decisioni viziate di parzialità, ma lo farà alla luce del sole e, quanto meno, essendo legittimato dal voto popolare.

In Italia l’imparzialità è inverosimile. Il massimo che si può sperare è che l’ingiustizia, invece di nascere dalla decisione di una lobby, corrisponda almeno alla volontà dei cittadini.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

7 ottobre 2011

(1)http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_07/dellaloggia-costituzione-voto-csm_a1d3b23c-f0a5-11e0-a040-589a4a257983.shtml


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. csm costituzione loggia consulta

permalink | inviato da giannipardo il 8/10/2011 alle 8:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
22 settembre 2011
PRATICABILITA' DELLA SECESSIONE

Quando parla di secessione la Lega non è molto simpatica. Non che i sentimenti delle regioni settentrionali siano incomprensibili, basta vedere come cambia il mondo non appena si comincia ad andare a sud di Roma. In qualche caso si ha la sensazione di essere andati all’estero. Né le cose migliorano se si ha bisogno di un ospedale, se si parla di ordine pubblico e di tanti altri aspetti del Meridione. Ma l’unità nazionale è un valore culturale che trascende tutto ciò. Si potrebbe concepire che si separino le economie, le risorse fiscali, tutto quello che si vuole, ma che si facciano due Paesi di una nazione che è veramente unita, è assurdo. La Lombardia ha ragione se non vuole pagare per la Lucania, non ha ragione se non vuol far parte dello stesso Paese. Ma queste affermazioni corrispondono ad una libera opinione, non ad un parere giuridico: dal punto di vista giuridico c’è molto più da dire.

Nel dibattito sulla secessione del Nord è recentemente intervenuto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale ha stabilito solennemente che: “Agitare quella bandiera significa porsi fuori dalla storia e dalla realtà”. E di solito qualunque affermazione del Presidente è accolta con rispetto e quasi devozione. Di solito. Stavolta invece il capogruppo della Lega alla Camera Marco Reguzzoni ha letteralmente rimbeccato il Pdr: “Per principio e anche per doveroso rispetto non commentiamo mai le dichiarazioni del capo dello Stato. Bossi però a Venezia ha fatto riferimento alla necessità che si possa esprimere il popolo, il popolo è sempre sovrano e quindi è l'unica figura che è sempre sopra il capo dello Stato. Il popolo ha sempre diritto di dire la sua”. Poi ha cercato di mitigare la tagliente risolutezza di queste parole, ma ha confermato il concetto. Cosa cui Felice Belisario (Idv) ha reagito parlando di affermazioni di una gravità assoluta e stabilendo una volta per tutte che “un referendum per la secessione non è neanche immaginabile”.

Un festival di parole in libertà.

In primo luogo, se in Italia ci fosse una secessione armata, tutte le discussioni giuridiche non avrebbero valore: conterebbe il fatto. Poi, come per l’unità d’Italia si fecero dei referendum per l’annessione al Regno di Sardegna, ben si potrebbero fare dei referendum per staccarsi dallo Stato cui si è fino a quel momento appartenuti. Ma è addirittura nel nostro ordinamento giuridico che sono previsti gli strumenti per questa eventuale secessione. Che non è augurabile: ma augurarsi che qualcosa non avvenga non corrisponde a ritenere impossibile che avvenga.

L’Art. 5 della Costituzione comincia affermando che la Repubblica è una e indivisibile. Ma afferma anche, all’art.138, che la Costituzione si può cambiare, mediante un’opportuna procedura. E dunque, con quella procedura, si potrebbe modificare l’art.5 scrivendo che essa è divisibile. Per esempio se ciò desiderano i cittadini di una regione, magari esprimendosi con un referendum. Poi che farebbe, l’on.Belisario, dichiarerebbe che non riconosce più la Costituzione Italiana?

Si può andare oltre. L’idea che un’istituzione sia immodificabile per legge è stupida. E in questo senso è stupido l’Art.139 della Costituzione quando afferma che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. E perché no? E se gli italiani volessero tornare alla monarchia chi glielo impedirebbe, un rigo nella Costituzione? Senza dire che, in quel caso, la Corte Costituzionale si affretterebbe a decidere che quell’articolo è… incostituzionale, in quanto va contro il diritto del popolo sovrano di darsi le leggi e le istituzioni che desidera.

Ecco perché si parlava di parole in libertà. Non bisogna credere che le leggi corrispondano necessariamente a ciò che noi crediamo ovvio e non bisogna credere che le leggi comandino agli uomini invece che gli uomini alle leggi. Le parole di sdegnosa e indignata condanna delle opinioni altrui qui sono fuor di luogo. Nessuno ha autorità sulla storia e men che meno questa autorità possono averla un paio di righe in un testo di legge.

Ciò detto, è un bene che l’Italia rimanga unita, non solo per i motivi sociologici e culturali di cui si diceva, ma anche perché in tempo di pace la Slovacchia può separarsi dalla Repubblica Ceca e non correre rischi; se il tempo si annuvola, forse ci si ricorda che già la Cecoslovacchia fu troppo piccola per difendersi da vicini aggressivi.

La guerra è come il Vesuvio: anche quando sembra morta può svegliarsi e causare i danni che i vecchi non hanno dimenticato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 settembre 2011

http://www.corriere.it/politica/11_settembre_21/reguzzoni-secessione-replica-napolitano_4f0c8974-e421-11e0-bb93-5ac6432a1883.shtml

 

politica interna
28 aprile 2011
L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA. E IL BUON SENSO
In Italia c’è la moda di idolatrare la Costituzione Italiana quasi fosse stata ispirata dallo Spirito Santo. O direttamente dettata sul Sinai a un Mosé antifascista. È invece lecito considerarla pericolosa: soprattutto nelle parti più generali. Abbiamo scritto in passato che l’art.3 (uguaglianza di tutti i cittadini) autorizzerebbe la Corte Costituzionale ad abolire la distinzione tra i gabinetti per gli uomini e gabinetti per le donne. Infatti, dove si ferma l’uguaglianza?
L’accenno alla Corte Costituzionale non è casuale. Se infatti una legge demenziale - come quella ipotizzata – è votata dal Parlamento, di quella legge deputati e senatori devono poi rispondere ai loro elettori. Se invece il provvedimento nasce da una decisione della Corte – organo non eletto e che si vorrebbe non politico – quale strumento si ha, per difendersi da una follia?
Né si tratta di un caso teorico. Le decisioni della Consulta, a proposito dei referendum, dei “lodi Alfano” e di tante altre materie, lasciano più che perplessi. Si tratta infatti di decisioni politiche con l’alibi del puro diritto, senza che poi i quindici magistrati debbano risponderne al Sovrano, cioè al popolo.
Un caso in cui la Costituzione e quel Supremo Organo che ne è il Profeta potrebbero far danni è l’art.11. Esso recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Lasciando ai costituzionalisti il compito di scrivere interi trattati su queste poche righe, se ne possono evidenziare i punti essenziali. L’Italia ripudia la guerra d’aggressione: ma nessuno Stato mai ha confessato d’aver dato inizio ad una guerra d’aggressione! Roma conquistò un immenso Impero “per difendersi”. Niente di diverso ha fatto la Russia, soprattutto perché priva di confini naturali. Perfino Hitler - un vero aggressore, se mai ce n’è stato uno - si aggrappò al concetto di Lebensraum, spazio vitale: insomma attaccò la Cecoslovacchia e la Polonia per sopravvivere. Per questa parte la formulazione è dunque inutile: se l’Italia è pacifica, non aggredirà mai nessuno, anche se non fosse scritto nella Costituzione; e se aggressiva fosse, direbbe che quella non è una guerra d’aggressione. E comunque la Corte potrebbe dichiarare “incostituzionale” una guerra che il Parlamento considera “difensiva”.
“Come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”. E a chi mai potrebbe venire una simile idea? La guerra può servire a procurarsi delle risorse, ad allargare i propri confini, ad eliminare una minaccia, a moltissimi scopi, ma mai ad uno scopo “ideale” – se pure negativo – come offendere la libertà altrui. Se oggi già si dichiara assurda l’idea di esportare la democrazia (cioè di regalarla, la libertà), figurarsi quanto assurda sarebbe l’idea di far morire alcuni dei propri soldati pur di andare a dar fastidio ad un altro popolo.
La rinuncia alla guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” non è meno discutibile. Innanzi tutto, se siamo aggrediti, non possiamo che difenderci. Con la guerra. Se poi si volesse che il senso di quelle parole sia che la guerra si può evitare col negoziato, si direbbe cosa giustissima, se soltanto si potesse essere certi che, sempre e comunque, la trattativa avrà successo. Ma così non è. E allora? Se l’imperativo di non far guerra non prevedesse eccezioni, l’Italia sarebbe soccombente in qualunque negoziato: infatti qualunque controparte saprebbe in anticipo che, in caso di rottura, noi non ricorreremmo alla forza.
Il resto dell’articolo ipotizza una polizia internazionale, capace di assicurare la pace. Ma questa polizia non esiste. L’Onu non ha un esercito. E quando questo esercito si trova, c’è sempre il sospetto che chi è disposto a fornirlo abbia interesse a farlo. Se gli Stati Uniti non avessero voluto contenere l’espansionismo comunista, chi avrebbe impedito alla Corea del Nord di annettersi la Corea del Sud? Un esercito Onu può non essere disponibile per una causa giusta e può essere disponibile per una causa che una delle parti reputa ingiusta. Chi ci assicura che il Palazzo di Vetro sia infallibile? Già oggi Gheddafi può dire che una Risoluzione dell’Onu consente l’aggressione immotivata al suo Paese, con lo scopo di un regime change che non fa parte della Carta. Siamo sicuri che intervenire in una guerra civile sia conforme agli ideali delle Nazioni Unite? E chi dice che gli insorti non si riveleranno peggiori del Colonnello?
Il ripudio della guerra senza condizioni, se applicato alla lettera, corrisponderebbe alla castrazione del Paese. Il riferimento all’Onu, d’altra parte, è tutt’altro che tranquillizzante. Oggi quell’Organizzazione vuole rimuovere, e all’occasione uccidere, Gheddafi, tempo fa ha affidato alla Libia dello stesso Gheddafi la Presidenza della Commissione per i Diritti dell’Uomo. Da decenni rivede le bucce del comportamento di Israele per dare soddisfazione alla “maggioranza automatica” (notoriamente composta da nazioni antidemocratiche) e chiude gli occhi sulle aggressioni mortali subite da quel piccolo Paese.
Insomma, che l’Italia faccia o non faccia guerre. Ma ci risparmi l’ipocrisia della Costituzione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
28 aprile 2011

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Guerra libia costituzione art.11

permalink | inviato da giannipardo il 28/4/2011 alle 14:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 ottobre 2010
FECONDAZIONE E COSTITUZIONE
Il Tribunale di Firenze (1) ha sollevato il dubbio di costituzionalità sulla norma della legge 40 con la quale si vieta la fecondazione eterologa, cioè quella effettuata con ovuli o seme donati da persone diverse dai coniugi. Già tempo fa la Corte Costituzionale ha annullato l’obbligo - stabilito dalla stessa legge - di produzione di tre soli embrioni in ogni ciclo di fecondazione e del loro impianto contestuale. Oggi, mentre da un lato il ministro Fazio difende la legge e il Parlamento che l’ha votata, e il sottosegretario alla salute Eugenia Roccella dice che si vuole “tornare al Far West” (le cui tecniche d’inseminazione artificiale, vista la competenza dei cow boy, non erano in linea con la bioetica) l’intervento della Consulta è invocato dal magistrato secondo il quale la legge è affetta da “manifesta irragionevolezza”. Abbiamo deputati e senatori quanto meno in maggioranza manifestamente irragionevoli.
La persona più qualificata per difendere una tesi è probabilmente quella che lo fa contro i propri interessi o almeno contro le proprie convinzioni. Per dimostrare che, per una volta, quella persona sono io, sono costretto a parlare in prima persona. Personalmente sono un miscredente e un fanatico della libertà della scienza. Per me il concetto di bioetica è una stupidaggine. Nessuna tecnica scientifica può essere immorale: immorale può essere solo l’uso che se ne può fare. Un tossicologo è un esperto in veleni, non un avvelenatore. Per gli stessi motivi, non considero la vita “sacra”: la considero un legittimo diritto di ognuno e per questo, dal momento che si tratta di un diritto e non di un dovere, ognuno può farne quello che vuole: suicidarsi, scrivere un testamento biologico, richiedere l’eutanasia, ecc. Credo si sia capito che tipo di briccone io sia.
Anche per me, con la legge 40 abbiamo avuto una norma che risponde, più che a criteri scientifici o giuridici, a convinzioni su base religiosa. O, come vorrebbero alcuni, “etica”. Anche se costoro danno a questo aggettivo un significato che poi impongono agli altri per via legislativa. Ma è una legge votata da una maggioranza di parlamentari e in democrazia si obbedisce anche alle leggi che personalmente si disapprovano.
Non tutti però si rassegnano. C’è chi spera di vincere comunque, anche contro il Parlamento, e invoca l’incostituzionalità. Già in passato del resto la Consulta si è comportata come un potere capace di ribaltare le decisioni del Parlamento (chi ha dimenticato i due “lodi Alfano”?) e dunque chi reputa di essere dello stesso parere di quei quindici supremi magistrati può sperare di riuscire a prevalere sulla volontà dell’intero popolo italiano espressa dal suo Parlamento. Anche chi è totalmente contrario alla legge 40 non può che essere allarmato. Malgrado tutti i suoi difetti, non esiste un regime migliore della democrazia. Se un Parlamento sbaglia, nessuno ha il diritto di correggerlo, proprio perché il sovrano è il popolo, che esprime la sua volontà, se pure per via mediata, in quella sede. Diversamente forse si è cambiato regime. Forse si è in una democrazia octroyée, sottoposta all’ulteriore e supremo controllo dell’autorità religiosa, come nelle teocrazie, o dei militari, come fino a qualche tempo fa in Turchia. Se in Italia siamo a questo, non c’è da esserne lieti.
Ecco il punto. Per quanto riguarda il lodo Alfano si trattava di materia precisamente giuridica e si può capire (anche se non condividere) l’intervento contraddittorio della Consulta. Ma qui è facile porre una semplice domanda: in quale articolo mai la Costituzione si occupa di fecondazione artificiale? È evidente che per intervenire in simile materia la Corte Costituzionale deve appoggiarsi a concetti vaghi come il diritto alla vita, la libertà d’opinione, l’uguaglianza dei cittadini, ecc. Principi questi che, indiscutibili quando rimangono astratti, divengono opinabili nella loro applicazione concreta. E proprio della loro applicazione concreta si occupa il Parlamento. Quando la Corte Costituzionale interviene in una materia non precisamente stabilita dalla Carta, e dunque opinabile, e dunque di competenza del Parlamento, commette un atto anticostituzionale. Purtroppo non c’è una Corte Costituzionale d’appello, per correggere le decisioni anticostituzionali della Consulta e c’è solo da ripetere la tesi sostenuta in un precedente articolo: forse questo organo non dovrebbe esistere, dal momento che le sue eventuali prevaricazioni non sono sottoposte a nessuna sanzione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 ottobre 2010
(1)http://www.corriere.it/cronache/10_ottobre_06/fecondazione-legge-corte-costituzionale_f607ed7c-d126-11df-b040-00144f02aabc_print.html

POLITICA
16 agosto 2010
PER LA COSTITUZIONE NAPOLITANO HA RAGIONE
Il riassunto è facile da fare. Giorgio Napolitano ha detto che non esistono governi tecnici. È politico - e legittimo - qualunque governo che, a termini di Costituzione, ottenga la fiducia in ambedue le Camere.
Molti esponenti del centro-destra (anche Rotondi, Cicchitto, Calderoli, Sacconi) hanno detto che qualunque governo che non corrisponda al voto degli italiani sarebbe illegittimo. Secondo il virgolettato del Corriere della Sera (riferito a Maroni ed Alfano) “un esecutivo con chi ha perso le elezioni viola la Costituzione”. Bossi ha addirittura minacciato che il popolo della Lega scenda in piazza. Secondo loro, se cade questa maggioranza, bisognerebbe tornare a votare. Hanno torto.
Il Presidente della Repubblica, a termini di Costituzione, ha indubbiamente ragione. La legittimazione di un governo, comunque denominato, nasce dal voto delle Camere e per la sostanza è ovvio che adulti colti ed avvertiti non possono non avere idee politiche. Un governo apolitico non può esistere.
Se la sinistra parla di governo tecnico è per sfuggire all’accusa di voler mandare al potere un “governo-mandiamo-via-Berlusconi”, non corrispondente alla volontà degli elettori. Dunque le parole del PdR dovrebbero irritarli. Anche se è una questione “nominalistica” (come ha detto i Presidente) è un’utile foglia di fico per nascondere il ribaltone; e se a sinistra non manifestano disappunto, è perché considerano il PdR una loro risorsa.
Più interessante è però guardare alla sostanza del problema.
L’art.67 della Costituzione, afferma che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” e permette la costituzione di un governo diverso da quello voluto dagli elettori: basta che ottenga la fiducia in entrambe le camere. E ci può essere qualcosa che legittima un tale governo anche sostanzialmente. Immaginiamo un Paese che ha cento parlamentari, maggioranza cinquantuno. Un giorno questi cinquantuno stanno per dichiarare una guerra folle e sconsiderata ed ecco che dieci di loro si alleano con la minoranza per creare un governo pacifista. Non sarebbe forse una benedizione? Se è vero che di solito un governo diverso da quello voluto dagli elettori si ha per bieche finalità trasformistiche, nulla esclude che esso sia costituito per il bene della nazione.
Ma non siamo nati ieri. Sappiamo benissimo che questa finalità, in teoria valida, sarebbe invocata anche da chi vuole un ribaltone solo per sete di potere. Per costituire un governo diverso da quello voluto dagli elettori. Dunque è meglio lasciar perdere la legittimazione sostanziale e fermarsi a quella formale. La quale però basta.
Gli esponenti del centro-destra, quando definiscono anticostituzionale un governo diverso dall’attuale, hanno torto. Dovrebbero solo dire che, se si tenta di costituire un tale governo, faranno di tutto per impedirlo. Cosa possibile e, nel caso attuale, largamente fattibile. Soprattutto al Senato. E allora perché sostenere gridando, con una teoria sbagliata, qualcosa che si può ottenere per normale via parlamentare?
Tutto questo in punto di diritto positivo, ma esiste anche la cosiddetta “costituzione materiale”, che nasce dalla prassi, da quell’opinio iuris et necessitatis (l’opinione che la norma sia giuridica e necessaria) che a Roma creava la consuetudine. Né essa è disprezzabile, se è vero che è l’unica che abbiano gli inglesi.
Nelle ultime elezioni gli italiani hanno votato per Berlusconi: sulla scheda c’era addirittura il suo nome. Fare un governo contro di lui - alleandosi magari col diavolo, come ha detto Massimo Donadi dell’Idv - può essere costituzionale ma sarà sentito dai cittadini come un tradimento del primo articolo della Costituzione: “la sovranità appartiene al popolo”.
Napolitano dunque avrebbe dovuto dire che non esistono governi tecnici e avrebbe però dovuto aggiungere che anche un governo legittimato dal Parlamento, se non corrisponde alla volontà del popolo sovrano, costituisce un vulnus del principio fondamentale della Repubblica Italiana.
Chi ha buona memoria non ha dimenticato l’indignazione degli italiani in occasione del ribaltone del 1994.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 agosto 2010

POLITICA
14 gennaio 2010
I PRINCIPI GENERALI DELLA COSTITUZIONE
Se la Costituzione fosse indispensabile al funzionamento della democrazia di un paese sviluppato, il Regno Unito l‘avrebbe: ma non l’ha. Se ne deduce che della Costituzione si può fare a meno. Tuttavia è vero che se Reinhold Messner può scalare l’Everest senza maschera d’ossigeno, non tutti possono permetterselo. L’Inghilterra non ha bisogno di una Costituzione scritta perché le sue tradizioni democratiche sono così antiche, così solide, così indiscusse, che fanno parte del suo dna e non è più necessario imporglieli con una legge. I Paesi con tradizioni democratiche meno antiche (Germania, Italia), o politicamente passionali e litigiosi come la Francia, hanno invece una Costituzione scritta e fanno bene ad averla. Infatti distorsioni della pratica democratica si sono avute perfino in presenza di questa camicia di forza: la legge, come si dice sostenessero i Borboni di Napoli, ai nemici si applica, per gli amici si interpreta. Un esempio si è avuto nel 1994-1995 quando per favorire una parte politica, in contrasto con la volontà dell’elettorato, si impedì il ritorno alle urne.
Le Costituzioni si distinguono in flessibili e rigide. Le prime sono modificabili con legge ordinaria, dunque facilmente. Le seconde sono al contrario volutamente difficili da cambiare, e nel caso si voglia farlo si richiedono particolari procedure.
Le Costituzione italiana è rigida e contiene due generi di norme. Nella prima parte ci sono dichiarazioni di principio, per esempio quella riguardante l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge; nella seconda ci sono norme tecniche, per esempio la durata di una legislatura. Al riguardo si dice continuamente che si può modificare la seconda parte (quella tecnica), mentre deve rimanere assolutamente intangibile la prima parte, perché si tratta di principi di civiltà. Purtroppo, i grandi principi sono in concreto salvaguardati più dalla maturità politica del popolo che non dalle dichiarazioni reboanti – di discutibile natura giuridica - di una carta costituzionale. Per questo bisognerebbe limitarli al massimo: con interpretazioni faziose, essi possono condurre a risultati abnormi. Basti dire che in concreto l’eventuale incostituzionalità di una norma è dichiarata da un organo ad elezione politica come la Corte Costituzionale. Dal momento che la genericità di una norma si presta ad interpretazioni estensive o smaccatamente di parte, si corre dunque il rischio che una legge voluta dal popolo attraverso i suoi rappresentanti eletti sia annullata in base alle proprie convinzioni da un Sinedrio inamovibile.
Un esempio teorico. Secondo l’articolo 2, “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo…” Ma giuridicamente si può riconoscere solo un diritto esistente. Se invece si rinvia, come in questo caso, ad un fantomatico “diritto naturale” – indimostrato,  indimostrabile e di cui anzi i giuristi normalmente negano l’esistenza - si rinvia a proprie apodittiche e indeterminate convinzioni che un giorno potrebbero indurre a dichiarare “inviolabile” un diritto che è tale solo nella mente dei giudici costituzionali.
Un esempio pratico è il lodo Alfano. Veramente il Primo Ministro è uguale a un bidello di Catanzaro? La legge stabilisce mille differenze fra i cittadini a seconda della loro funzione. È contro l’uguaglianza dei cittadini l’art.68 della Costituzione che ancora oggi stabilisce che un parlamentare non possa essere arrestato senza il consenso della Camera cui appartiene? Questo è stato un caso in cui un eccellente principio generale ha prodotto notevoli danni politici, di cui ancora oggi subiamo le conseguenze. Ma i membri della Corte Costituzionale non sono angeli, hanno per la maggior parte simpatie per la minoranza parlamentale e le eventuali difficoltà del Paese non gli dispiacciono.
Non è utile che la Costituzione predichi grandi principi. O il Paese li applicherà senza che nessuno glieli gridi, oppure il fatto che la Costituzione li stabilisca solennemente non ne comporterà l’applicazione. Non ha avuto seguito nemmeno il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, che pure è stato votato dai cittadini a stragrande maggioranza! Né si può dimenticare che la Costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche era piena di ottimi principi: era la pratica che non la rispecchiava.
Solo gli ingenui e gli incompetenti credono che, affidandosi al giudice, si vada sul sicuro. Il diritto è uno dei più alti raggiungimenti di Roma e dell’umanità, ma cammina sulle gambe degli uomini e non sempre arriva dove doveva arrivare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 gennaio 2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. costituzione prima parte riforme principi

permalink | inviato da giannipardo il 14/1/2010 alle 8:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
POLITICA
7 gennaio 2010
L'ITALIA È UNA REPUBBLICA FONDATA SULL'EQUIVOCO
 “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Così comincia la Costituzione Italiana. Renato Brunetta ha detto che è un articolo da modificare e molti – naturalmente in primo luogo il giurista Di Pietro – gli hanno dato addosso: la Costituzione non si tocca. Ma che cosa bisogna pensarne, in realtà?
Bisogna cominciare col dire che la Costituzione si tocca, dal momento che non pare sia stata scolpita su tavole di pietra sul Monte Sinai. Bisogna solo vedere che cosa significhino quelle famose parole e quale guaio conseguirebbe alla loro eliminazione.
All’università si studia che la legge è del tutto indipendente dai lavori preparatori. Il richiamo alle ragioni per le quali si è stabilita una data norma fa parte dei metodi interpretativi ma non è nemmeno il principale. In diritto si considera la legge come un testo atemporale, da applicare partendo esclusivamente dalle parole che la costituiscono. Questo può anche condurre ad applicazioni diverse da quelle previste dal legislatore (interpretazione evolutiva) e la cosa non costituisce affatto un’illegalità. Se dunque si sostiene, come fanno in molti (e come le discussioni del 1947 autorizzano a fare) che quella formulazione echeggia la mentalità sovietica di buona parte della Costituente, non si dice nulla di veramente importante. Né salverebbero quella formulazione le parole dette già sul momento da Amintore Fanfani, quando sostenne che essa vieta che la Repubblica “possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui”. Perché questo non era necessario escluderlo: non era venuto in mente a nessuno. L’art.1 potrebbe essere valido ed importante quali che siano state le motivazioni per il suo varo perché quelle parole vivono di vita propria. L’unica condizione è che, appunto, esse significhino qualcosa.
Qualcuno ha fatto dell’ironia chiedendo se sarebbe stato possibile scrivere che l’Italia è una Repubblica fondata sull’ozio. Ma proprio questa “falsificazione” fa meglio capire che l’unico significato possibile – e allarmante – è che la Repubblica “ama di più” e “favorisce” i lavoratori dipendenti e li “preferisce” agli imprenditori, ai liberi professionisti, agli operatori di Borsa, ai pensionati, e a tutti coloro che nessuno immagina in tuta blu. Naturalmente non solo questo è un assurdo – dal momento che anche chi dirige la Banca d’Italia è un lavoratore, eccome – ma il principio andrebbe contro l’art.3, il quale stabilisce l’uguaglianza dei cittadini.
La verità è che Renato Brunetta ha torto, nel voler cambiare l’art.1: esso è talmente insignificante che, come dicevano i romani, vitiatur sed non vitiat, non ha senso ma non fa neanche male. E se piace tanto a Di Pietro, perché toglierglielo?
Come tanti altri articoli della Carta fondamentale, l’art.1 fa parte del “lato retorico” di quel testo, e ne condivide la pericolosità. Ad esso si possono dare interpretazioni lesive dei diritti di persone che, per qualche vaga ragione, si vogliano escludere dal novero dei “lavoratori”, come si può dare qualunque interpretazione si voglia al principio (art.3) che stabilisce l’uguaglianza fra tutti i cittadini. In fondo esso potrebbe anche servire a stabilire il diritto di un paralitico sessantenne ad essere assunto fra i pompieri operativi: non sono forse uguali, tutti i cittadini?
Ogni volta che lo desiderano, i magistrati e la Corte Costituzionale, per non applicare o modificare le leggi sgradite, possono far finta di applicare quei bei principi: ma sarebbe giusto rispondere col proverbio francese che qui veut noyer son chien l’accuse de la rage, chi vuole annegare il suo cane dice che ha la rabbia. Le interpretazioni non assolutamente letterali della Corte Costituzionale sono atti politici, non giudiziari. E chi ha inserito nella Costituzione grandi principi insieme ad un organismo, la Corte Costituzionale, chiamato ad applicarli, forse non si è reso conto che ha dato ad un corpo non elettivo il potere di annullare la volontà del corpo elettivo più importante del Paese: il Parlamento. L’art.1, in questo senso, è fra i meno dannosi.
Ma non è politicamente corretto dire tutto questo e ci si può aspettare di essere condannati alla gogna.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 gennaio 2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ART.1 costituzione brunetta dipietro

permalink | inviato da giannipardo il 7/1/2010 alle 10:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa
POLITICA
6 gennaio 2010
L'INTEGRAZIONE DEI MUSULMANI? IMPOSSIBILE
Il Corriere riporta una diatriba fra Tito Boeri (http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_04/musulmani-boeri-risponde-sartori_60cb5c78-f95c-11de-9441-00144f02aabe.shtml) e Giovanni Sartori (http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_05/sartori-replica-islam_ddd2dd00-f9c4-11de-ad79-00144f02aabe.shtml) sull’integrabilità degli islamici nella società occidentale. I loro argomenti sono seri e complessi, ma c’è un punto assolutamente centrale che merita commento. Secondo Sartori, l’“integrazione richiede soltanto che [l’immigrato] accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato”.
Il problema riporta ad un quesito che bisogna discutere preliminarmente: la democrazia può ammettere nel suo seno un partito il cui scopo sia quello di eliminare la democrazia? Il dilemma non è insignificante. Se si risponde sì, la democrazia è in pericolo; se si risponde no, si annulla un caposaldo fondamentale della democrazia stessa, la totale libertà politica.
Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma il buon senso dice che non si può chiedere a nessuno di suicidarsi. Meglio un limite alla libertà che perderla tutta. Meglio poter dire e fare tutto, salvo predicare l’assassinio del principe, che avere un principe che non permette nessuna libertà a nessuno e soprattutto non la libertà di cambiare il governo.
Si accenna a tutto questo perché la religione islamica è anche una dottrina politica che richiede l’unicità del potere. Il califfo è - e deve essere - contemporaneamente un capo religioso e un capo politico che governa in nome di Dio, secondo i principi stabiliti nel Corano. E come c’è un solo Dio non ci può essere che un solo tipo di governo. Qualcuno obietterà che questi sono i principi di bin Laden e degli estremisti in generale, ma non si può negare che essi esprimano la più rigorosa ortodossia. Non diversamente da come, nella religione cristiana, non si può negare che San Francesco sia stato più vicino alla predicazione del Vangelo di quanto siano stati i papi suoi contemporanei.
In Occidente, dalle parole: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” si è fatta derivare la separazione della sfera laica (e politica) da quella religiosa: ma un simile invito non esiste nella religione islamica. Mentre da noi chi si mette contro lo Stato in nome della religione è sottoposto a sanzioni penali, nel mondo islamico la ribellione in nome della religione è dovuta e obbligatoria. Il pio musulmano non può servire due padroni. La sua scelta è fra Dio e la morte per apostasia.
Le persecuzioni contro i cristiani costituiscono in questo senso un fenomeno interessante, anche se nato da un fraintendimento. I romani non invitavano quei credenti a divenire pagani, ad essere devoti di Mitra o Iside, ma soltanto a dichiarare la loro fedeltà allo Stato. E pure se essi rifiutavano per motivi di fede, le persecuzioni rimanevano politiche, non religiose: i cristiani erano visti come potenziali traditori. E sorridendo si potrebbe aggiungere che non vorremmo – come temeva Oriana Fallaci - che in Europa si finisse con un nuovo editto di Costantino a favore di Maometto.
La distinzione fondamentale è fra democrazia - governo di popolo quand’anche il popolo dovesse rendere lecito un peccato come il divorzio - e Islàm, in cui il potere appartiene a Dio, secondo l’interpretazione dei suoi rappresentanti. Per i maomettani più ortodossi i governanti laici sono abusivi. E questa non è l’ultima ragione per la quale i governi dei Paesi islamici moderati guardano agli integralisti con sospetto e allarme.
E se, a rigore, è illegittimo giurare fedeltà ad uno Stato come l’Egitto o la Giordania, guidati da musulmani, che dire di uno Stato guidato da un infedele?
Il musulmano ortodosso che venisse chiamato a giurare fedeltà alla Costituzione Italiana avrebbe la scelta fra abiurare la sua religione o mentire. E mentire potrebbe facilmente: mentre è inammissibile che il pio maomettano menta ad un altro maomettano, la menzogna è ammessa se si parla ad un infedele. E diverrebbe così uno di quei cittadini a mezzo servizio, come ce ne sono tanti in Francia e in Gran Bretagna, che non si integrano e si sentono soggetti ad un’altra autorità civile e morale: prova ne sia che chiedono il diritto di mantenere le loro costumanze (per i cibi, per la poligamia), di avere una giustizia propria (la sharia) e in alcuni casi (pochissimi per fortuna) si spingono a diventare terroristi contro il Paese che ha concesso loro la cittadinanza.
L’integrazione degli islamici non è facile come dice Tito Boeri. Essa è possibile solo al prezzo di una sostanziale apostasia. È ragionevole chiedere una conversione che molti accetterebbero solo a fior di labbra, perché accoppiata con un lavoro che rende bene?
La cosa migliore, se c’è bisogno di lavoratori, sarebbe rivolgersi verso est. Oppure accettare i musulmani, ma senza farsi illusioni sulla loro integrazione. L’esperienza francese ce lo insegna.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 gennaio 2010
POLITICA
17 dicembre 2009
MOLLICHINE - FINI E LE RIFORME CONDIVISE
MOLLICHINE
Un titolo che fa sognare mezza Italia: “Oggi Berlusconi torna a casa”.
Fini critica la fiducia al governo. È comprensibile. Infatti lui non l’ha per niente.
Boom di vendite per le miniature del Duomo di Milano. In attesa di una nave carica di kit per voodoo casalinghi con bambole di Berlusconi, aghi e tutto.
Vogliono fare a pezzi la Bocconi. Stiamo tornando al terrorismo: a pezzi e Bocconi.
L’attentato alla Bocconi del “Fronte anarchico informale”. Alla buona. Non è inamidato e complimentoso. Non dice: “Le reca disturbo se depongo qui questa bombetta?”
Fini: superato il livello di guardia. Siamo alla guardia scelta. Per il livello di maresciallo c’è tempo.
Dinanzi al giudice, Tartaglia: “Mi piace Di Pietro”. È chiaro: mira all’infermità mentale.
Il garante Rai: “Verificare obiettività ed equilibrio”. A verifica effettuata: “Non ci sono”.
A Copenaghen sembra che non si arriverà ad un accordo sul clima: tira una brutta aria.
Bocconi. Cesare Martinetti, sulla Stampa: “Non siamo agli Anni Settanta”. Basta un’occhiata al calendario.
Fini: “Sto con Napolitano”. And the apple pie.
Stampa. Il Pdl offre la tregua al Pd. Da domani niente più dum dum, solo pallottole normali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 dicembre 2009

FINI E LE RIFORME CONDIVISE
Molti dicono che le grandi riforme, in particolare quella della Costituzione, devono essere condivise: cioè progettate e votate insieme da maggioranza ed opposizione. Sono parole ragionevoli che dovrebbero essere approvate da tutti. E in effetti lo sono: in teoria. Nella pedestre realtà, le cose stanno tanto diversamente da essere autorizzati a sorridere.
In psicoanalisi si parla del “principio di realtà”. Il nevrotico è capace di avere paure sganciate dai pericoli, può credersi amato oppure odiato senza essere né l’una né l’altra cosa, e la terapia tende appunto a fargli ricuperare il “principio di realtà”. Quello per cui, anche se uno ha una paura folle di prendere l’ascensore, sa che l’ascensore non è pericoloso e fa uno sforzo per usarlo.
Le più grandi difficoltà nascono dal fatto che alcune false rappresentazioni sono utili all’interessato. L’artista che non riesce a sfondare può interpretare la cosa come il risultato dell’incompetenza di critici e pubblico o come un meritato giudizio negativo sulla sua opera. È evidente che, quand’anche tutto orientasse effettivamente verso la seconda interpretazione, la prima è molto meno frustrante ed è per questo quella più spesso adottata.
Per quanto riguarda le riforme condivise, non c’è dubbio che l’ideale sarebbe una leale collaborazione nell’interesse del Paese; ma questa collaborazione, secondo il principio di realtà, è nel novero delle cose possibili? Sembra che la risposta sia un risoluto e maiuscolo NO.
Non si tratta di stabilire di chi sia il torto. Non si tratta di vedere se le riforme che potrebbero proporre la maggioranza o l’opposizione siano utili e ragionevoli. Si tratta di osservare che, qualunque riforma, se proposta da destra, sarà rifiutata e stramaledetta da sinistra; e se proposta da sinistra sarà rifiutata e stramaledetta da destra. Anzi si può star certi che la sinistra non proporrà mai una riforma accettabile per il centro-destra, non per malvagità ma per non rischiare di essere accusata dai suoi elettori di essere scesa a patti con Silvio Berlusconi. In queste condizioni, a che serve parlare di riforme condivise?
Quali riforme può dunque realizzare il centro-destra, anche se il centro-sinistra si oppone? Non può modificare la Costituzione perché, quand’anche lo facesse, poi il centro-sinistra griderebbe tanto da indurre una buona parte degli elettori ad annullare la legge con un referendum. È già avvenuto. E quella riforma non era neppure cattiva. Dunque la maggioranza ha libertà di movimento solo in materia di leggi ordinarie. Purtroppo, anche in questo caso non può dimenticare che, se esse non piacciono al centro-sinistra, la Corte Costituzionale può annullarle. È già avvenuto, perfino in modo scandaloso col Lodo Alfano. E allora?
Rimangono tre soluzioni. Il centro-destra fa il possibile nelle condizioni obiettive, pur sapendo che le carte sono truccate. Oppure, seconda soluzione, sforna a getto continuo leggi anche chiaramente anticostituzionali, in modo che, fra il tempo della promulgazione e il momento in cui la Corte Costituzionale le annulla, hanno  prodotto i loro effetti. Potrebbe ad esempio sfornare un simil-Lodo Alfano ogni sei mesi. Naturalmente questa pratica sarebbe denunciata come eversiva e truffaldina, ma si potrebbe rispondere che è eversiva e truffaldina anche una Corte Costituzionale di parte. La terza soluzione potrebbe adottarla il solo Silvio Berlusconi, dicendo: “M’avete stufato. Me ne vado nei Mari del Sud. Fatemi sapere ogni tanto come vanno le cose”.
In realtà questa soluzione è da escludere perché il Cavaliere ha contratto un debito con gli italiani che hanno avuto fiducia in lui. Potrebbe però aspettare il 2013 e dire a tutti: “E ora sbrigatevela da soli. Non vi aiuterò nemmeno nella campagna elettorale”.
Chissà che quel giorno, dopo esserci lamentati per vent’anni di un uomo troppo ingombrante, non dovremo lamentarci di un vuoto troppo ingombrante. Perfino la sinistra sarebbe in imbarazzo: è forse la stessa cosa odiare Tremonti o Gianni Letta?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 dicembre 2009

POLITICA
13 dicembre 2009
BERLUSCONI CHIARISCA
Qualche giorno fa, dopo che Silvio Berlusconi ebbe detto, in sede europea, quello che pensava del “partito dei giudici”, della politicizzazione della Corte Costituzionale, della sinistra e di tutto il resto, Gianfranco Fini, accigliato, commentò la notizia più o meno con queste parole: “Berlusconi chiarisca”.
L’esame semantico di questo verbo può condurre a risultati interessanti.
Se a qualcuno si dà del cornuto, può avvenire che l’insultato reagisca con un pugno sul naso. Infatti “cornuto” significa tradito dalla moglie, o anche (per esempio in Sicilia) malefico, sleale, infame, spregevole. Ammettiamo invece che la vittima della contumelia reagisca dicendo: “Chiarisci”. Che senso avrebbe, l’invito?
L’unica ipotesi che si riesce a fare è che voglia indurre l’altro a compromettersi, in modo da poterlo punire senza lasciare spazio alle giustificazioni. Se l’insolente infatti dicesse: “Tua moglie ti ha tradito”, potrebbe vedersi chiedere di dimostrarlo, ed eventualmente potrebbe essere condannato penalmente, oltre che al pagamento dei danni. Per non parlare del citato pugno sul naso. Se invece dicesse: “Intendevo che sei un miserabile, sleale e infido”, l’altro potrebbe sempre rispondere (salvo il pugno sul naso) con analoghi insulti: infatti l’onorabilità delle famiglie sarebbe stata lasciata da parte e la reciprocità delle ingiurie esclude la punibilità.
Dunque l’invito a chiarire è una sfida. È come dire: “Vediamo se hai il coraggio di ripetere chiaramente ciò che hai detto. E se lo farai te ne pentirai”. Ma se l’altro non chiarisce, se per esempio dice “Sai benissimo che significa cornuto”, questa parola riacquista intero il suo significato e di ingiuria e di denuncia di infedeltà coniugale. Chi ha lanciato la sfida a questo punto o dà di mano alla spada o fa una figura che è meglio non definire.
Nel caso dei due Presidenti, della Camera e del Consiglio dei Ministri, le affermazioni di Berlusconi non potevano essere più chiare. Tutti hanno detto   che si è espresso addirittura con brutalità, in modo non solo non diplomatico, ma addirittura impolitico, fino a sollevare le proteste di una buona parte dei benpensanti. Per costoro infatti certe cose non si dicono mai.  Bisogna sempre esprimere totale fiducia nella magistratura e dire che la Consulta è super partes, anche se tutti sanno che non è vero. Qualcuno ha perfino detto che “Ciò si insegna anche nelle ore di educazione civica”, come se questo dimostrasse chissà che. Anche il Papa è servus servorum Dei, ma provate a trattarlo da servo.
Berlusconi è stato chiaro fino all’aggressione e Fini non lo ha invitato a chiarire, ma a smentirsi. Infatti, dal momento che di confuso non c’era nulla,  il Cavaliere non altro avrebbe potuto fare. Ma l’invito è stato rigettato con stizza e sarebbe stato lecito aspettarsi la severa punizione di Fini. Qualcuno l’ha vista?
A questo punto è come se il dialogo prima ipotizzato si fosse svolto così: “Sei un gran cornuto!”, dice il primo. “Chiarisci, se hai il coraggio!” intima l’altro. “Intendo che sei una merda di uomo e tua moglie ha fatto bene a metterti le corna”. E il secondo concludesse: “Ah, è proprio quello che avevo capito”.
E poi qualcuno critica il Primo Ministro quando parla di teatrino della politica. Qui siamo addirittura alla pochade.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 dicembre 2009

POLITICA
10 dicembre 2009
LE PALLE DI BERLUSCONI
Quando si deve fare un titolo di giornale si va a cercare che cosa può attirare il lettore: stavolta tutti si riferiranno a questa frase di Silvio Berlusconi: “Tutti si dicono: dove si trova uno forte e duro con le palle come Silvio Berlusconi?".
Con le palle? È in questo modo volgare che si esprime un Presidente del Consiglio? Che bel mondo, il nostro. Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati, ha usato il termine “stronzo”. Bossi diceva di “avercelo duro”, o qualcosa del genere. Il turpiloquio, in Parlamento e in televisione, non fa più notizia.
Ma le cose gravi sono altre. Il Cavaliere ha detto cose gravissime e quando Fini gli ha ingiunto di chiarire ha replicato: “Non c'è niente da chiarire. Sono stanco delle ipocrisie, tutto qua”. Dunque non siamo di fronte ad uno sfogo o ad un momento di malumore e bisogna chiedersi che cosa implichino e che cosa significhino le sue parole.
Secondo il Cavaliere, in Italia c’è un partito dei giudici che vuole sovvertire il risultato elettorale, vuole esautorare il legislativo e perseguita il Capo del Governo con accuse pretestuose: “Il Parlamento fa le leggi, ma se queste non piacciono al partito dei giudici questo si rivolge alla Corte Costituzionale e la Corte abroga la legge. Stiamo lavorando per cambiare questa situazione anche attraverso una riforma della Costituzione”. La Corte Costituzionale, associata al partito dei giudici, “da organo di garanzia si è trasformata in organo politico. Abrogando il Lodo Alfano ha praticamente detto ai pubblici accusatori: riprendete la caccia all'uomo nei confronti del primo ministro”. I magistrati infatti, alleati di una sinistra che non vince nelle urne, vogliono farla vincere per via giudiziaria.
In che misura Il Cavaliere dice la verità, per quanto lo riguarda personalmente? A questa domanda ha risposto lui stesso quando ha detto: ““Sono stato investito da una serie di 103 procedimenti, 913 giudici si sono interessati di me, 587 visite della polizia giudiziaria e della Guardia di finanza, 2520 udienze: credo che sia il record universale della storia, ma sono stato sempre assolto perché per fortuna è solo una parte dei giudici che sta con la sinistra, mentre i giudici soprattutto del secondo e terzo livello sono giudici veri come negli altri Paesi”. Chi vuole affermare che Berlusconi non sia stato oggetto di persecuzione giudiziaria deve per prima cosa smentire questi numeri. E soprattutto deve dimostrare che siano corrotti i giudici che lo hanno assolto. Infatti, se è un uomo talmente criminale da essere oggetto di 103 procedimenti, e poi viene assolto, o sono infondate le accuse, oppure sono corrotti tutti i giudici che lo hanno assolto. Dilemma mica da ridere. Chiaramente è invece esistita ed esiste un’innegabile persecuzione giudiziaria. Come la trovata di fargli pervenire un avviso di garanzia mentre presiedeva un vertice internazionale per la lotta alla criminalità. Gli italiani oggi non prenderebbero sul serio nemmeno una condanna con fondati motivi.
Per quanto riguarda la Corte Costituzionale, ad ammettere che i rilievi mossi al cosiddetto Lodo Schifani fossero fondati, nel momento in cui il Parlamento, con l’avallo del Presidente della Repubblica, corregge il provvedimento nel senso indicato dalla stessa Consulta, il fatto che questa lo respinga non sembra in linea con una completa serenità di giudizio.
Se questa è la realtà, poco importa che la si denunci con parole poco diplomatiche: importa chiedersi quali sono le conseguenze. Se veramente siamo di fronte ad un tentativo di colpo di Stato attraverso l’ordine giudiziario, se per proteggere il Primo Ministro bisognerà cambiare le nostre istituzioni, è sì o no lecito dire che tutto questo è molto allarmante?
E tuttavia né i magistrati né la sinistra hanno il diritto di protestare: la controparte agisce in condizioni di legittima difesa. Se i magistrati hanno deciso di fare politica andando in tutti i modi contro il governo (“Resistere! Resistere! Resistere!”, diceva un alto magistrato), è strano che alla lunga l’esecutivo e il legislativo reagiscano?
Questa non è una tesi che viene tirata fuori oggi, per difendere Berlusconi contro venti e maree, anche mentre usa un linguaggio volgare. Ecco che cosa scrivevamo in ottobre: “C’è però un caso in cui la favola del re travicello funziona nel modo tradizionale. I magistrati hanno il compito di applicare le leggi, non di fare politica, e tuttavia da un paio di decenni parecchi di loro, alla luce del sole e sfacciatamente, si sono dati a crociate contro i governi non di loro gradimento. Hanno ignorato una divisione dei poteri che non è stata inventata per ragioni di simmetria, ma per evitare che uno dei poteri prevarichi sugli altri. Il giudiziario fra l’altro è il più debole dei tre e sopravvive solo se gli altri due lo rispettano: dunque ha più da perdere e ogni interesse a comportarsi correttamente. Viceversa, nel momento in cui si travalicano le proprie attribuzioni si rischia di ispirare reazioni violente. Giove potrebbe inviare un serpentone capace di limitare la libertà politica e civile dei magistrati. Se solo lo capissero”.
Il timore è che non l’abbiano capito. Anche se la colpa è più delle rane che di Giove, cioè dei magistrati d’assalto, e anche se l’esecutivo si trova in condizioni di legittima difesa, fondamentale è il dispiacere che tutto questo provoca. Il Pci, pure succubo di Mosca, non portò mai il paese sull’orlo della guerra intestina come questi funzionari di Stato che non hanno avuto nulla da temere. Nulla da temere, fino ad oggi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 dicembre 2009

POLITICA
1 novembre 2009
CHI HA ELETTO BERLUSCONI?
L’articolo di Giovanni Sartori di un paio di giorni fa, sul “Corriere della Sera” (“La costituzione immateriale”), dovrebbe essere preso sul serio perché l’autore è un illustre costituzionalista. Scrive dunque nel campo di sua competenza. Purtroppo, la competenza si smussa e a volte si annulla quando la materia entra in conflitto con l’emotività: è questa la ragione per la quale medici ed avvocati non curano o non assistono se stessi o i propri familiari. Perché una maggiore serenità è garanzia di una migliore efficacia professionale. Quella stessa che manca in questo caso a Sartori, che si è lasciato prendere la mano dalla sua antipatia per Silvio Berlusconi.
Egli sostiene che, dicendosi eletto direttamente dagli italiani, l’attuale Premier reputa d’avere “il diritto, in nome del popolo, di sca¬valcare, occorrendo, la vo¬lontà degli organi che non sono eletti dal popolo (tra i quali la Corte costituzionale e il capo dello Stato)”. E questa è una sonora stupidaggine. Se l’ha detta Berlusconi, Sartori farebbe bene ad indicare il riferimento documentale. Ma non l’ha indicato. In realtà questa è la sua propria opinione e fa male ad attribuirla a chi non l’ha.
Poi ci si può chiedere che senso abbia l’affermazione che il Presidente del Consiglio vorrebbe “scavalcare i poteri del Capo dello Stato”. Secondo i termini della nostra Costituzione, il Presidente della Repubblica è poco più di un notaio. Perfino il rifiuto eventuale della firma in calce alle leggi costituirebbe soltanto un ritardo nell’approvazione di esse. Semmai ben altri sono gli avversari di cui Berlusconi amerebbe sbarazzarsi. Chissà, magari quelli che non hanno il diritto di essere avversari di nessuno: come i magistrati.
Leggiamo ancora: “la tesi di fondo di Berlu¬sconi è che lui … e soltan¬to lui è «eletto direttamente dal popolo». Secondo Sartori “l’asser¬zione di fatto è falsa”. E lo dimostra come segue. È vero, dice, che c’era il suo nome sulla scheda, ma Berlusconi ha ottenuto il 28,9% dei voti degli aventi diritto. “Insom¬ma, intorno a un terzo del 'popolo' ”, che magari ha votato pensando a Fini o semplicemente in odio alla sinistra. “Fa una bella differenza”. “Dunque -  conclude - la tesi del popolo che si identifica, quantome¬no nella sua maggioranza as¬soluta di almeno il 51%, con un leader che vorrebbe onni¬potente (o quasi), è di fatto falsa”.  
Da questa teoria si deduce che il Presidente degli Stati Uniti non rappresenta il popolo di quel grande Paese e non è da esso eletto. Infatti la percentuale dei votanti è di solito di circa il 50% e dal momento che non sempre si vince con un grande scarto (basti pensare al problema George W.Bush-Al Gore), il Presidente è di fatto designato non da un terzo, ma da un quarto degli elettori. Dunque, secondo Sartori, non può vantarsi di essere stato eletto dal popolo. Tesi che, per un illustre costituzionalista, è veramente notevole.
In realtà, se non abbiamo capito male, Silvio Berlusconi non pretende d’avere i poteri di un dittatore, vuole solo sottolineare che mentre le grandi cariche dello Stato si hanno mediante un’elezione di secondo grado (deputati e senatori che, eletti, eleggono a loro volta il Presidente della Repubblica, per esempio), lui personalmente è come (di questo “come” si riparlerà) se fosse stato eletto direttamente dal popolo. Dunque è assurdo pretendere che stia ai politici (o, peggio, ai magistrati) decidere se sì o no il suo “conflitto d’interessi” o i suoi processi gli impediscano di essere un Presidente del Consiglio. Gli italiani hanno segnato una x su una scheda che portava il suo nome e sapevano per chi votavano. Hanno preferito lui a Veltroni. Non altro.
Rispetto alla congiunzione “come”, basterà dire che nelle elezioni politiche il nome del futuro Premier è indicato nella scheda di ogni partito. Anche di quelli che non hanno nessuna possibilità di vederlo eletto. Dunque il Presidente della Repubblica commetterebbe un grave abuso se non designasse il vincitore. In questo caso egli non opera una scelta, certifica ed ufficializza quella del popolo. Non può fare diversamente. O si crede che il preferito di Giorgio Napolitano sarebbe stato Silvio Berlusconi, se avesse potuto scegliere? E in questo senso si può parlare di “costituzione materiale”.
Sembra strano che sia necessario precisare cose del genere, a proposito dell’articolo di un grande costituzionalista.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1 novembre 2009

POLITICA
18 ottobre 2009
SCALFARI: LETTURA CRITICA

Nessun giornalista scrive esclusivamente capolavori e a tutti va perdonato qualcosa: ma quello che è difficile perdonare a Scalfari è la sua prosopopea. Se si dice al vicino di casa: “Ma le pare un autunno normale, con questo freddo?” si fa conversazione; se si prende un’aria dotta e attraverso una copiosa barba bianca si parla di un grave mutamento climatico, si fa ridere.

Al ballottaggio per la nomina del segretario del Pd, Scalfari dice che si dà “il massimo potere al terzo arrivato”. “Ho dunque proposto un accordo politico tra i tre candidati: si impegnino anticipatamente e pubblicamente, se nessuno di loro raggiungerà la maggioranza assoluta, a far affluire i propri voti in assemblea su quello dei candidati che ha ottenuto alle primarie la maggioranza relativa.  … La mia proposta, forse proprio perché veniva da persona esterna al partito, ha avuto successo: l'impegno è stato preso sia da Bersani che da Franceschini”.  E qui dovrebbe scoppiare la prima risata.

Dal momento che è del tutto improbabile che sia eletto segretario Marino, non rimangono che Franceschini e Bersani. E se uno dei due avesse molti più voti, al perdente non rimarrebbe che rassegnarsi e non perderebbe nulla, “appoggiandolo”. Viceversa Marino, che non ha chance reali in proprio, ha come potere quello di aiutare uno dei due. E per questo non si è impegnato a nulla. Si immagini inoltre che i risultati siano questi: Bersani 48%, Franceschini 42%, Marino 10%, è ovvio che il terzo, ammesso che potesse manovrare il suo 10%, deciderebbe il vincitore, al ballottaggio. E per questo, onestamente, non si è impegnato. Ma non basta. Lo stesso Scalfari sbaglia se immagina che, dopo un simile risultato Franceschini, ammesso che potesse ottenere l’appoggio di Marino, gli direbbe: “Ma no, ti prego, invita tutti a votare Bersani. Io del resto avevo deciso di andare a caccia, la prossima settimana”. Scalfari, tutto preso com’è dall’importanza che crede gli diano i due contendenti, non pensa a tutto questo?

Egli è poi riuscito, miracolosamente, a identificare un programma del Pd. “Sulla politica economica mi sembra che l'accordo sia generale”, dice. Ed è forse l’unico che ha visto un accordo generale, a sinistra, su un qualunque argomento. Ma ecco precisa: “Sul medio periodo è necessaria una grande riforma fiscale e un allungamento dell'età di lavoro che tenga conto dell'allungamento della vita”. La riforma non dice quale sia, e dunque non può essere contraddetto; per quanto riguarda l’allungamento, dove l’ha visto, l’accordo? Quando l’Unione Europea ci impose una modificazione dell’età di pensionamento delle donne sono scoppiate risse e, salvo l’eccezione di Emma Bonino, la tendenza della sinistra fu proprio quella di dire no.

C'è accordo generale sul clima e sulle energie alternative e pulite”. A parole. Se poi si scende sul concreto e bisogna pagare quelle energie diminuendo il pil, è un altro paio di maniche. Ma c’è il piatto forte: “C'è accordo generale sulla riforma della giustizia, della sicurezza e dell'integrazione”. Sta scherzando? Qual è la proposta della sinistra per la riforma della giustizia? Un inchino più profondo dinanzi ai magistrati che inseguono il Cavaliere?

Lo stesso ex-direttore del resto a Berlusconi dice il fatto suo. E qui la citazione dev’essere ampia. “La costituzione può essere rivista e modernizzata, ma non può essere cambiata. lo impediscono l'articolo 1, l'articolo 3, l'articolo 138 e l'articolo 139. Berlusconi non vuole rivedere la costituzione, vuole cambiarla. Vuole sostituire la democrazia parlamentare e lo Stato di diritto con una democrazia autoritaria senza organi di controllo e di garanzia ma interamente basata su sistemi di voto plebiscitari”. Più altre affermazioni da comizio, che lasceremo perdere. Vediamo piuttosto il diritto.

Innanzi tutto sfugge la differenza fra “rivedere e modernizzare” da una parte e “cambiare” dall’altra. Come si può modernizzare qualcosa senza cambiarla? Comunque questo cambiamento per Scalfari sarebbe impedito dall’art.1 e dall’art.139 e se ne deduce che per lui Berlusconi vuole reintrodurre la monarchia. Stiamo scherzando? Nient’affatto. L’art.139 recita seccamente: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Emulo di Bruto e Cassio, Eugenio accusa Silvio, novello Cesare, di volersi fare re.

L’art.3 parla dell’uguaglianza dei cittadini: e che c’entra? Se Scalfari intendeva parlare dell’immunità parlamentare, ricordi che quell’articolo è nato insieme con il 68 della stessa Costituzione. L’art.138, infine, lungi dal vietare una riforma della Costituzione, indica il modo con cui attuarla.

Se questa è la logica di Scalfari, c’è da pensare che vada bene per i lettori di Repubblica: ma solo per loro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

18 ottobre 2009


POLITICA
18 ottobre 2009
LE RIFORME CONDIVISE


Si parla di riforme della Costituzione e alcuni, come Gianfranco Fini, “auspicano” riforme condivise. Il verbo auspicare è truffaldino. Chi auspica non si attiva affatto per ottenere qualcosa, anzi  non la prevede neppure: guarda il volo degli uccelli (come gli auspici) e spera che essi predicano che le cose vadano in un certo modo. In un certo senso, auspicare è meno di sperare: perché la speranza, almeno, è del soggetto, mentre l’auspicio riguarda la sorte che è imprevedibile e dipende dal Fato.

Questo verbo conferisce tuttavia una sorta di superiore dignità a ciò che si dichiara desiderabile. Ogni sorta di alta autorità - Il Presidente della Repubblica, i Presidenti delle Camere, il Papa - non fa che auspicare e con questo dà la sensazione, alla collettività, di avere fatto la propria parte. In realtà non ha fatto niente e il problema. che non è quello di auspicare o no, rimane integro: è desiderabile, una certa cosa? Se sì, che cosa si può fare per ottenerla?

Per quanto riguarda le riforme costituzionali condivise, alla prima domanda (sono desiderabili?) sarebbe facile rispondere sì se tutti desiderassero le stesse cose; se invece si desiderano cose diverse, la condivisione non è possibile. Non si può ragionevolmente chiedere alla controparte di contribuire a fare qualcosa che le è sgradita. Tutto ciò posto, in un momento come quello attuale in cui qualunque consenso ad una proposta della maggioranza è visto come un tradimento, parlare di riforme condivise è farsi vento con il fiato. Se si vuole riformare qualche parte della Costituzione non rimane che farlo con la propria maggioranza. Poi, dal momento che la minoranza si precipiterebbe a promuovere il referendum abrogativo – come ha già fatto con successo una volta – tutto il problema si ridurrebbe alla campagna elettorale per quel referendum.

Non si tratta dunque di sapere se le riforme saranno condivise ma solo di sapere chi condurrà la migliore campagna di informazione, quando il popolo dovrà approvarle. Soprattutto tenendo presente che la gente non è competente di diritto costituzionale e ridurrà la questione ad interrogativi brutali e perfino fuorvianti. La riforma della giustizia per esempio potrebbe essere ridotta a questo quesito: “Volete che Berlusconi non sia condannato per i crimini che ha commesso e che i giudici debbano decidere sempre come vuole lui?” È ovvio che chi riuscisse a far credere che questo sia il problema indurrebbe chiunque a votare no. Voterei no anch’io, se fossi capace di credere una simile balla. Il problema consiste dunque nel dovere di spiegare di che si tratta, in modo da convincere della bontà dei propri argomenti chiunque non sia già convinto di dover in ogni caso “votare per Berlusconi” oppure “votare contro Berlusconi”.

In democrazia il comunicare è quasi più importante del fare. Se si fanno ben conoscere le difficoltà che incontra il governo, la gente apprezzerà il poco che è riuscito a fare; se non si sa illustrare la situazione reale, anche a fare cento, si rimprovererà al governo di non avere fatto centouno.

Tutto ciò induce alla tristezza. La democrazia rimane il miglior regime possibile ma è doloroso constatare come, dal momento che comanda la massa, si possa dipendere da chi riesce a presentarle un progetto – qualunque progetto! - nel modo più suggestivo: magari fino a condurre ad un disastro nazionale. La spedizione di Sicilia di Alcibiade apparve, prima che cominciasse, come una gioiosa avventura da cui tutti sarebbero tornati incolumi e ricchi. In realtà, dopo una tragica serie di rovesci e disastri, si concluse con la morte o la schiavitù di tutti i conquistatori. Atene dovette pentirsi amaramente di quell’iniziativa. Con animo non diverso applaudivano Hitler le folle di Monaco e di Norimberga: anche loro, suggestionate dal genio propagandistico di Göbbels, immaginavano un radioso futuro di prosperità e potenza. E tuttavia, invece di condannare Göbbels, bisogna imparare a fare meglio di lui e per scopi utili al Paese.

La bontà della riforma della nostra Costituzione dipenderà dal valore dei giuristi che la progetteranno, la sua approvazione dipenderà non dalla condivisione con la minoranza ma dalla pubblicità che si saprà fare alle modificazioni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 ottobre 2009

 


POLITICA
9 ottobre 2009
EX FACTO ORITUR IUS
Un lettore scrive al corriere della Sera che si è erroneamente “sostenuto che il presidente del Consiglio è eletto direttamente dal popolo. In realtà è il presidente della Repubblica a conferire l’incarico di formare il governo a chi ha vinto le elezioni”. Ed ha certamente ragione, la Costituzione infatti, all’art.92, afferma proprio questo. Nondimeno chi la pensa così ha più torto di quanto non riesca ad immaginare.
Il primo errore che commettono molti è quello di credere che il diritto regoli la vita associata. Non che non abbia importanza, naturalmente. Non che non s’imponga ai singoli con la forza della legge. Ma è la sua base che fa la differenza. Non è la legge che impone la moralità al Paese, è la moralità del Paese che crea la legge. Quando l’Italia aveva un’altra mentalità, esisteva il “delitto d’onore”. Poi la mentalità è cambiata, quella quasi-esimente per chi uccideva la moglie fedifraga è stata vista come un obbrobrio, e la norma è stata abolita. Era giusta la legge penale precedente o la seguente? La domanda è sbagliata. Infatti erano giuste tutte e due. Rispondevano a momenti storici differenti. Infatti comanda un principio noto a tutti i giuristi: ex facto oritur ius, il diritto è generato dal fatto.
 “Ma finché c’è si deve obbedire”, dirà qualcuno. E l’affermazione è incontestabile. In teoria. In pratica, se una norma non piace, non le si dà attuazione. La Costituzione, all’art.40, impone che lo sciopero sia regolamentato, e per decenni non si è data attuazione a questa norma costituzionale perché non piaceva (e non piace) ai sindacati. Per decenni il blocco stradale è stato un grave reato previsto dal codice penale ma gli scioperanti bloccavano così spesso le strade, che ad un certo momento lo Stato, che già prima non aveva punito i singoli colpevoli, forse per non rendersi ridicolo ha depenalizzato il fatto. Moralmente, è come se, non riuscendo ad arrestare nessun ladro, si abolisse il reato di cui all’art.624 C.p. I radicali hanno promosso un referendum per ottenere che fosse stabilita la responsabilità civile dei giudici ed hanno ottenuto una valanga di consensi. Si è mai avuta notizia di un giudice condannato in sede civile, per negligenza, ignoranza, errore inescusabile? La risposta è inutile andarla a cercare. È un rotondo NO. La legge c’è ma non si applica. Punto.
Quello che troppi non sembrano capire è che il diritto non è scritto nelle stelle e non è applicato da angeli. Ecco perché c’è da sorridere quando, malgrado fatti concreti chiarissimi, ci si attacca “all’imparzialità dei giudici”. È per questo che bisognerebbe augurarsi, avendo commesso un grave delitto, che esso non divenga una passione nazionale. Perché a quel punto c’è il pericolo che il giudice decida tenendo conto dell’eco che la sentenza avrà sulla stampa. Per non parlare delle sentenze che hanno risvolti politici: in questo caso, se i giudici sono imparziali, significherà soltanto che saranno parziali senza neppure accorgersene. E qui non si fa cenno a giudici di nomina politica, come quelli della Corte Costituzionale!
Se si vuole sapere chi il Presidente della Repubblica può nominare Primo Ministro, basta chiedersi: che avverrebbe se designasse l’autore di queste righe? L’Italia intera riderebbe. E se invece, avendo Berlusconi vinto le elezioni, designasse Bersani, che non è certo un quisque de populo come il sottoscritto? Si penserebbe ad uno scherzo. Perché mai un governo Bersani otterrebbe la fiducia in un Parlamento in cui il Pdl ha la maggioranza. Dunque, da sempre (cioè anche da prima che il nome del futuro Primo Ministro apparisse nelle schede elettorali), il Presidente della Repubblica ha designato come Primo Ministro colui che gli era stato designato dalla futura maggioranza. Figurarsi oggi che la scelta ogni campo la fa prima ancora di vincere le elezioni, scrivendo il nome del futuro premier nella scheda elettorale. E la Costituzione, chiederà quel lettore del Corriere della Sera? La Costituzione è meno importante dei fatti. Questi dicono che gli italiani hanno eletto Berlusconi, non diversamente da come, nel 2006, elessero Prodi.
La sostanza ultima è il fastidio che può dare lo scrupolo e il legalismo dei non-giuristi, che si dimostrano più realisti del re, proprio perché il re non l’hanno mai frequentato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 ottobre 2009
CULTURA
10 maggio 2009
IL RESPINGIMENTO
IL RESPINGIMENTO
Il governo, dando esecuzione agli accordi con la Libia, ha messo in atto i “respingimenti” previsti da norme internazionali ed utilizzati - a detta di Piero Fassino - anche dal governo Prodi sulla frontiera est. Tuttavia ha ottenuto tutta una serie di reazioni negative, sul piano morale e sul piano giuridico. Hanno protestato l’opposizione, l’Onu, la Chiesa e soprattutto i giornali di sinistra. Ma il governo ha riscosso, se pure a bassa voce, il plauso della stragrande maggioranza degli italiani e si pone il problema di un giudizio equilibrato.
Prima di proseguire bisogna sgombrare il campo da un equivoco. È stato detto (falsamente) che il provvedimento delle autorità italiane va contro la Costituzione (oltre che contro gli impegni internazionali, l’umanità e perfino il regolamento del Rotary) perché non permette di distinguere gli immigrati clandestini dai richiedenti asilo politico. In realtà la Costituzione (art.10) stabilisce che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. E questo significa in primo luogo che l’Italia può stabilire le condizioni per l’esercizio di questo diritto – per esempio la non clandestinità – e in secondo luogo che lo straniero deve essere in Italia: se il respingimento ha luogo dalle acque internazionali verso il porto di provenienza, l’Italia non c’entra per niente, né con l’immigrazione né con l’asilo politico.
Ecco perché il pianto greco sulle condizioni degli emigranti respinti in Libia è sorprendente: l’Italia può forse farsi carico di come la Libia, un paese sovrano, tratta i somali, gli ivoriani, i senegalesi che sono sul suo territorio? E allora perché non dovremmo occuparci di come il Sudan tratta i suoi stessi cittadini del Darfur, di come la Cina tratta i tibetani, o le varie tribù africane trattano i prigionieri fatti in occasione di scontri con altre tribù? Se ne fossimo capaci saremmo più efficaci, da soli, dell’intera Onu.
Ma la ragione del contrasto fra le reazioni degli italiani di buon senso e quelle delle anime belle è semplice: coloro che sono per l’accoglienza, la tolleranza, l’indulgenza, di solito non hanno nessun problema con gli immigrati. Il loro mondo - le case in cui vivono, i quartieri che frequentano, gli ambienti in cui si muovono – non incrocia mai il mondo degli immigrati. Se invece avessero come vicini di casa dei maghrebini rumorosi, se le prostitute invadessero i marciapiedi sotto casa loro, se fossero stati borseggiati da ragazzini rom, o – Dio guardi! – una ragazza di loro conoscenza fosse stata stuprata da clandestini, dall’oggi al domani  diverrebbero più intolleranti di quelli che prima avevano sprezzantemente definito razzisti.
Negli anni della grande migrazione interna italiana, a Torino un calabrese o un siciliano erano considerati dei selvaggi. La commessa di Alessandria che si fosse fidanzata con un ingegnere di Siracusa avrebbe dato un dispiacere al parentado. Fu il periodo in cui una casa era in locazione, “meridionali esclusi”. È vero però che il nord di quei lavoratori aveva bisogno ed è vero che, dopo qualche decennio, quei meridionali – o i loro figli – si sono perfettamente integrati. I problemi sono dunque due: l’Italia ha bisogno di questi immigrati? E questi immigrati, col tempo, si integreranno?
Alla prima domanda molti rispondono sì, ma questa risposta non è affatto in contrasto con un’immigrazione programmata e regolata. Se si ha bisogno di un panettiere, basterebbe assumere un panettiere sudanese che si è iscritto come tale al consolato italiano. Arriverebbe in aereo, non correrebbe il rischio di morire nel Mediterraneo e avrebbe un lavoro regolare.
Alla seconda domanda, si deve rispondere sì o no secondo la provenienza. Gli immigranti polacchi o rumeni alla seconda generazione saranno italiani, mentre gli immigranti musulmani non si integreranno mai. Lo dimostra l’esperienza francese e, più recentemente, l’esperienza inglese: chi non ne ha notizia si informi. Dunque è proprio questo flusso che bisognerebbe bloccare, non per disprezzo o per odio: è semplicemente che non bisogna importare persone che neppure decenni dopo si sentiranno a proprio agio da noi o ci permetteranno di essere a nostro agio con loro. In questo quadro, a lungo termine il blocco dell’immigrazione da sud è perfettamente giustificato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
10 maggio 2009

CULTURA
7 febbraio 2009
SCONTRO NAPOLITANO-BERLUSCONI

SCONTRO NAPOLITANO-BERLUSCONI

C’è chi ci accusa di avere una preconcetta simpatia per Berlusconi, e certo lo reputiamo il meno peggio, per l’Italia; c’è chi ci accusa di severità per il Presidente Napolitano, e certo non gli abbiamo mai perdonato il suo atteggiamento durante la rivoluzione ungherese del 1956. Cionondimeno, se Napolitano ha ragione e il governo Berlusconi torto, bisogna dare ragione a Napolitano e torto a Berlusconi. Non sulla base di giudizi politici ma esclusivamente giuridici.

I fatti in sintesi. La Cassazione ha stabilito che si può sospendere l’alimentazione di Eluana Englaro. La decisione non piace al governo Berlusconi, che emette un decreto per impedire che si dia attuazione alla sentenza della Cassazione. Il Presidente della Repubblica rifiuta di firmare il decreto.

Come è noto, la funzione del governo è quella di applicare le leggi approvate dall’organo legislativo. Poiché però può avvenire che i tempi del Parlamento siano troppo lenti per una data necessità, il governo può provvedere con decreto e a volte perfino con decreto-catenaccio, cioè con un provvedimento d’immediata attuazione. Per questo genere di decisione il requisito, previsto dalla Costituzione (art.77) è che si tratti di “casi di straordinaria necessità e d’urgenza”.

Nel caso Englaro, ammesso pure che la preservazione della vita di quella povera donna in coma irreversibile rappresenti un caso di straordinaria necessità – la necessità di salvarla da una decisione della Corte di Cassazione! – non si può ravvisare il requisito dell’urgenza, sia perché la donna è in coma da diciassette anni, sia perché la sentenza della Cassazione non è che sia stata emessa ieri o avant’ieri. Il Parlamento, se avesse voluto emanare una legge per disciplinare questo genere di casi, ben avrebbe potuto farlo nelle settimane scorse. Se non l’ha fatto, significa che non c’era urgenza. E questa urgenza non è certo nata ieri. Per queste ragioni, come giustamente si legge nella lettera che il Presidente ha inviato a Berlusconi, il decreto sarebbe incostituzionale, in quanto non emesso nelle condizioni previste dall’art.77. Noi potremmo aggiungere che sarebbe anche stato inopportuno nel contenuto, in quanto tendente a non dare attuazione ad una sentenza del supremo organo giurisdizionale.

Berlusconi pare abbia esclamato che, se le cose stanno così, bisognerebbe modificare la Costituzione. Per dire una cosa del genere, doveva essere proprio in preda all’ira e aver dimenticato la sua laurea in giurisprudenza.  Se fosse permesso al governo di emanare decreti ogni volta che gliene viene l’uzzolo, verrebbe meno l’essenziale distinzione fra il potere che approva le leggi (il Parlamento) e il potere che le attua (il governo). Né ci si può far forti di una “maggioranza automatica”: sia perché gli imprevisti in aula sono sempre possibili, sia perché, quando si tratta di materia dai riflessi etici, si possono anche avere travasi trasversali di voti.

Sarà pur vero che altre volte si sono emessi dei decreti privi dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza, ma questo significa soltanto che si è sbagliato quelle altre volte, non stavolta.

Come è chiaro, in tutto questo non entra affatto ciò che si crede sia opportuno fare nel caso Englaro. Se il Paese fosse così risoluto nel ritenere che la vita vegetativa va mantenuta a tempo indeterminato, anche quando non ci sono speranze (scientifiche) e anche quando l’interessato/a ha manifestato la propria volontà contraria (come ha stabilito in questo caso la Cassazione), non avrebbe che da emanare una legge. Non l’ha fatto ed oggi non può certo prendersela né con la Costituzione né col Presidente della Repubblica che la salvaguarda.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 febbraio 2009

 

sfoglia
novembre        gennaio

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.