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POLITICA
15 aprile 2011
GRANDI UOMINI, GRANDI ERRORI
Ci sono illusioni che sopravvivono a tutte le smentite. Si ha un bel ripetere che i numeri ritardatari del Lotto non hanno nessuna probabilità più degli altri di “uscire”, la gente continuerà a crederci. Analogamente non si ottiene nulla ripetendo che i Grandi Statisti sono da un lato più intelligenti e dall’altro più capaci di commettere errori di quanto la gente non pensi. Molti li giudicano cretini e poi si aspettano che non sbaglino mai.
Il fenomeno ha una spiegazione. I grandi del passato sembrano giganti perché hanno vinto. E infatti di Catilina sappiamo poco perché perse. Lo stesso Alessandro, se fosse morto in una delle sue prime battaglie, sarebbe stato l’ignorato figlio di Filippo. Il paragone con i contemporanei è sbagliato: è come confrontare con i vincitori delle passate edizioni i cento ciclisti del giro d’Italia di quest’anno. Risulterebbero quasi tutti dei brocchi.
“La familiarità genera il disprezzo”. Tutti sono pronti a trattare da grand’uomo Togliatti e ad irridere Pierluigi Bersani, mentre Togliatti è l’inescusabile complice di un grandissimo criminale e Pierluigi Bersani è un galantuomo. Ma il primo non fa parte del presente ed è facile mitizzarlo.
Bisognerebbe rispettare di più i contemporanei. Non si diventa Presidenti della Repubblica Francese se si è mezze calzette. Nicolas Sarkozy è un uomo straordinario. Ma anche gli uomini straordinari possono commettere enormi errori. Nel maggio del 1940 Mussolini ha creduto che la guerra fosse finita e questo è costato a lui la vita e all’Italia il peggiore disastro dal momento della sua unità. Sarkozy ha anche lui sbagliato quando ha creduto che come era andata in Tunisia e in Egitto dovesse necessariamente andare in Libia. Ha dichiarato guerra al vinto e ha sperato di cingere il proprio capo con una corona d’alloro ottenuta a basso costo. Purtroppo, la realtà gli ha risposto con una raffica di vecchie regole. Intervenire nelle vicende interne di un altro Paese non è quasi mai un buon affare. Una guerra non si svolge quasi mai come previsto. L’aviazione da sola non vince nessun conflitto e soprattutto non bisogna dimenticare che, quando parla il cannone, le nostre parole non si sentono. È inutile ripetere tre volte al giorno “Gheddafi se ne deve andare”. Si rischia di far notare ancora di più la propria sconfitta.
Sarkozy forse trascinerà la sua patria in qualcosa di peggiore della sconfitta: nel ridicolo. E non si capisce perché l’abbiano seguito una nazione pragmatica e saggia come la Gran Bretagna e (almeno in un primo momento) quegli Stati Uniti che hanno una situazione sia economica sia militare che non consente ulteriori avventure. Non  parliamo dell’Italia per carità di Patria.
Leggiamo dunque le scarne notizie che al riguardo compaiono oggi, fino alle 16, sul Televideo Rai. 
Ore 0,01 Libia. Per la Francia “Gheddafi deve andare via. Bisogna esercitare robusta pressione militare finché Gheddafi andrà via”.
2,07 Libia. Annullato volo per gli Usa del leader degli insorti libici Jibril. Lo ha reso noto la Commissione Esteri del Senato americano.
7,06 Brics. Vertice in Cina di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (Brics). Uniti sul “no” all’uso della forza in Libia.
11,15 Libia. Juppé: “La Francia è contraria ad armare i ribelli anti-Gheddafi. Non siamo in questa disposizione di spirito”.
13,14 Libia. Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, insiste per una soluzione “politica” e chiede immediato cessate il fuoco.
13,56 Libia. Clinton: gli Usa continueranno  a partecipare alle operazioni militari fino alla completa uscita di scena di Gheddafi.
La prima notizia corrisponde alla convinzione che si possa ottenere la pioggia parlando alle nuvole. L’ultima è pressoché falsa: la realtà mostra il ritiro sostanziale degli Stati Uniti, l’insufficienza delle azioni fin qui intraprese e l’impossibilità di andare oltre quello che s’è fatto fino ad ora. Robusta pressione militare? Ma se la Francia è contraria ad intervenire con truppe di terra e perfino (Juppé) “ad armare i ribelli anti-Gheddafi”! Gli Stati Uniti non ricevono il capo degli insorti, Jibril e il Segretario dell’Onu chiede un cessate il fuoco, come fa chiunque stia perdendo;  e sembra non rendersi conto che, se le armi tacciono, Gheddafi ha vinto.
Per questa campagna nata dalle rodomontate di un Presidente che pensava di schiacciare Gheddafi come una zanzara la campana a morto la suonano la Germania, che si è saggiamente astenuta dal partecipare, e soprattutto Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Questi Stati sono importantissimi e due di loro siedono addirittura nel Consiglio di Sicurezza, con diritto di veto. E se non si usa la forza, in Libia, come si obbliga Gheddafi ad andar via?
Per chi aveva scommesso su questa azione la realtà è molto mesta. Dal punto di vista militare gli insorti non hanno alcuna possibilità di vincere la guerra. Dal punto di vista politico la Libia non ha più le prime pagine dei giornali. Sul terreno a Gheddafi basterà aspettare che gli europei si stanchino di questa storia e se ne tornino a casa con le pive nel sacco.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 aprile 2011


POLITICA
7 dicembre 2009
LA GAFFE DI HILLARY CLINTON
C’era una massima che Indro Montanelli amava ripetere e che potrebbe spiegare l’atteggiamento di Hillary Clinton a proposito del processo  per l’assassinio di Meredith Kercher: “Sono il loro capo e dunque li seguo”. Dal momento che negli Stati Uniti la maggioranza dei cittadini è risolutamente innocentista (a differenza della Gran Bretagna, patria della vittima), la Signora si è sentita in dovere di dire che, benché non abbia studiato il caso, è pronta ad ascoltare le osservazioni di tutti coloro che reputano che la condanna non giustificata da prove e determinata dall’antiamericanismo italiano. Molte goffaggini in poche frasi.
Il ministro di un grande Paese non si permette di giudicare la giustizia di un altro grande Paese. Diversamente un nostro ministro, al tempo dell’indecente assoluzione di O.J.Simpson, avrebbe potuto dire che negli Stati Uniti si mandano assolti i pluriomicidi purché siano neri e grandi campioni sportivi. Sarebbero piaciute, queste parole, a Washington?
In secondo luogo la Clinton ha compuntamente affermato di non avere ancora studiato il caso. E chi può immaginare che ella perda tre o quattro settimane per leggere gli atti del processo, ammesso che si trovi un certosino capace di tradurli, magari solo in sei mesi? La verità è che ha buttato lì una frase per fare contenti i gonzi. Fra l’altro, negli Stati Uniti la giuria decide in assenza del giudice e senza fornire motivazioni, mentre da noi i giudici di Perugia spiegheranno per filo e per segno, probabilmente in una sentenza di centinaia di pagine, il perché della condanna. E sarà la Corte d’Assise d’Appello a dire se quei motivi siano convincenti. Hillary non poteva aspettare qualche settimana, se proprio voleva avere notizie di prima mano? La realtà è che la sua è una gaffe monumentale, quale ce la saremmo aspettata da personaggi come Borghezio, Diliberto o, peggio ancora, Di Pietro.
Ma val la pena di cercare le cause remote di tutto questo. Odiati nel mondo, gli americani reputano invariabilmente vittime di calunnie i loro connazionali giudicati all’estero. Il loro riflesso è quello di proteggerli sempre, sia quando siano innocenti, come nel caso del soldato che ha purtroppo ucciso Calipari, sia quando non lo sono, come nel caso di quell’aviatore che, per non aver rispettato i regolamenti, ha ucciso molte persone nell’incidente del Cermis. Usano fuor di luogo la massima our country, right or wrong.
Naturalmente questo pregiudizio di innocenza è una stupidaggine, ma è una stupidaggine anche l’antiamericanismo che lo fa nascere.
Malauguratamente c’è una seconda ragione, per non avere fiducia nella giustizia italiana. Essa è notoriamente una delle peggiori del mondo civile, per la sua lentezza ed inefficienza, e il dibattito politico l’ha affossata ancora di più, rendendola perfino moralmente inaffidabile. Un Paese in cui un giorno sì e l’altro pure si dà del delinquente al Primo Ministro non è un Paese serio. Se Berlusconi fosse un criminale, andrebbe arrestato; se il fatto non è vero, chi formula quelle accuse dovrebbe finire in galera. Se non avviene nessuna delle due cose, è segno che la giustizia è assente o si attiva quando ne ha voglia. Come quando, per puri fini politici, mandò a Silvio Berlusconi un avviso di garanzia per reati comuni mentre presiedeva un convegno internazionale sulla criminalità. Per poi assolverlo con formula piena. Quanto ci si può fidare di chi persegue a questo punto i propri scopi politici?
Come sa chiunque frequenti il nostro Paese, già gli italiani non hanno fiducia nella giustizia. E se non l’hanno loro, perché dovrebbero averla quelli che, per giunta, si sentono discriminati?
L’errore di Hillary Clinton è di credere che in Italia, per quanto la giustizia possa essere malandata, si condanni qualcuno per omicidio sulla base di un pregiudizio. Questo si può rischiare – come nel caso Andreotti-Pecorelli – solo quando si incoccia nel puro fanatismo politico ma per il resto non siamo a questo punto. La giustizia è in buona fede, competente e molto attenta. Basti vedere lo scrupolo col quale sono stati giudicati Anna Maria Franzoni e Adriano Sofri.
Infine, come dimenticare che è stato condannato anche un giovane italiano di buona famiglia come Raffaele Sollecito? Solo per fare un dispetto ad Amanda Knox e agli Stati Uniti? E Rudy Guédé, che ha praticamente ammesso le sue colpe, chiamando in correità gli altri, l’ha fatto per indispettire Washington?
Ci sono momenti in cui la stupidità estera ci consola di quella nazionale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 dicembre 2009

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