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21 luglio 2011
UN PREGIUDIZIO: IL PUBBLICO È STUPIDO
In materia d’arte, ognuno ha diritto alle proprie opinioni e nessuno può dimostrare niente. Dunque ciò che qui si afferma non è detto ex cathedra e si può legittimamente sostenere tutto il contrario. Ma proprio per questo, perché è lecita l’antitesi, sarà pure permessa la tesi.
 Chi in televisione ama soprattutto i telefilm polizieschi forse avrà notato che i prodotti italiani, in confronto con quelli americani, sembrano provinciali, sentimentali e, per così dire, “stupidi”. E questo è sorprendente. In Italia ci possono mancare tante belle qualità, non certo quelle intellettuali, e i nostri uomini di spettacolo non possono essere meno intelligenti dei colleghi americani: dunque il difetto deve risiedere altrove.
Un vecchio detto inglese insegnava che “un gentiluomo non è mai scortese, a meno che non voglia esserlo”. Nel nostro caso, non sarebbero gli autori delle opere, ad essere stupidi, ma lo sarebbe il pubblico italiano. Quanto meno a loro parere. Essi sono solo obbligati ad adattarsi. E infatti i nostri personaggi, se devono essere credibili, non possono che essere popolari - ancor meglio se parlano più o meno in dialetto - e “umani, troppo umani”. Come se fosse esclusa la possibilità di un protagonista coraggioso, largamente superiore alla media e soprattutto vincente. Il nostro pubblico si è estasiato dinanzi alle gesta di un John Wayne che non aveva paura di nessuno, che non sbagliava un colpo, nemmeno da cinquanta metri, che non mangiava mai, non dormiva mai, e risplendeva per la sua superiore moralità; ma poi lo stesso pubblico è reputato incapace di accettare un commissario di polizia italiano che non abbia problemi in famiglia, che non commetta errori, che sia capace di far trionfare il bene facendosi ammirare per le sue eccezionali qualità. John Wayne può essere un eroe perché è americano, l’italiano al cinema è Alberto Sordi. E se si vuole rappresentare uno straordinario protagonista, temendo il ridicolo si va a chiamare Clint Eastwood. Gli italiani possono essere eroi come Bud Spencer e Terence Hill ma solo col nome anglosassone e comunque buttandola a ridere.
Il pregiudizio si estende ai temi trattati. Una serie come Law and Order può pescare nella complessità della società per parlare seriamente di problemi etici e giuridici, all’occasione discutendone al massimo livello, nei dialoghi italiani invece sembra si sia giurato di non dire mai una battuta intelligente, di non fare mai un riferimento culturale, di non azzardare mai un paradosso politicamente scorretto. Nel film “Il Colpo” (regia di David Mamet) Gene Hackman dice: “Il denaro fa muovere il mondo!”; “Ti sbagli, gli rispondono: è l’amore”. “Sì, l’amore per il denaro!”. Perché non dobbiamo mai sentire frasi del genere?
Lo schema fa pensare a quello che in passato è stato valido per le donne. Non erano mandate a scuola, erano adibite a compiti degradanti e alla fine, vedi caso, erano reputate “stupide”. Nello stesso modo, la nostra produzione, convinta che è quello che noi italiani desideriamo, ci fornisce telefilm di ambiente deprimente. Per fortuna, abbiamo la possibilità di cambiare canale e decretare il successo, anche economico, di quei produttori (americani) che  ci mandano perfino serie piene di miracoli come C.S.I. e comunque non ci considerano un pugno di cretini: ma questo non fa cambiare opinione ai nostri soggettisti e ai nostri registi.
Non si possono fornire approfondite dimostrazioni di questa tesi. Sia perché qualcuno può ricordare un particolare film italiano (Otto e mezzo, di Fellini!) in cui l’intelligenza e la cultura scorrono con abbondanza amazzonica, sia perché qualcuno può citare telefilm americani di esemplare idiozia. Qui si parla solo di una tendenza. L’impressione generale è che, se gli americani fanno una serie stupida, è perché non sono riusciti a farla più intelligente; mentre gli italiani, se fanno un telefilm o un film intelligente, hanno l’aria di scusarsi, promettendo di non farlo più.
E poi mantengono la parola.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
21 luglio 2011

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permalink | inviato da giannipardo il 21/7/2011 alle 15:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
POLITICA
17 settembre 2009
LE SOVVENZIONI ALL'ARTE
Uno Stato che si rispetti favorisce le opere d’arte, le sostiene economicamente e a volte le commissiona. Il Partenone non è stato costruito per l’iniziativa di un ricco cittadino, ma a spese della città di Atene: tanto è vero che alla fine Pericle e Fidia ebbero problemi con l’accusa di peculato. Anche i grandi monumenti romani, il Colosseo, gli archi di trionfo, le terme di Caracalla furono costruiti con soldi pubblici. Se la stessa  Firenze ha conosciuto un’epoca d’oro, dal punto di vista artistico, è perché essa era da un lato molto prospera economicamente, ma dall’altro era guidata da autocrati sensibili all’arte e capaci di pagare grandi somme. Né diversamente è andata con la Roma rinascimentale dei Papi. Per tutto questo, sembra naturale che anche oggi lo Stato sborsi grandi somme per sostenere i teatri lirici, il cinema, e perfino molti giornali. E tuttavia, qualche obiezione si può sollevare.
La democrazia è un tipo di regime relativamente recente. Dopo la breve stagione della Grecia classica, per secoli la regola è stata l’autocrazia. Se dunque un imperatore decideva di costruire la Domus Aurea, non è che dovesse ottenere il consenso dei senatori. Nerone aveva il potere e lo usava, sia pure spendendo i soldi dello Stato, e non è che il popolo dovesse essere d’accordo. Nel mondo contemporaneo, invece, chi governa non ha il potere di spendere a suo piacimento: il popolo è acutamente cosciente che quelli sono soldi suoi, pagati con tasse e imposte, e vuole che gliene se ne renda conto. Ma è possibile rendere conto, degli investimenti nell’arte?
Il governante come può essere sicuro di spendere bene quel denaro? Se l’opera che risulta dalla sovvenzione è buona, il popolo ne darà il merito all’artista, se è cattiva ne getterà il biasimo sul governo che l’ha commissionata, “sprecando il denaro dei contribuenti”. Ma appunto: chi può sapere in anticipo se un’opera d’arte riuscirà o no?
C’è poi una seconda obiezione di notevole spessore. Un tempo, quando chi sovvenzionava aveva ogni potere, era considerato naturale che i sovvenzionati facessero di tutto per piacergli. In regime di democrazia, invece, se gli artisti cercano di far piacere al potere sono considerati spregevoli dall’opposizione e dagli intellettuali, se cercano di andare contro il potere è il potere stesso che è considerato sciocco e spregevole: perché paga chi ne dice male.
È un fatto che l’arte è gracile per natura e dunque sembra giusto sostenerla. Ma la soluzione più semplice è che lo Stato favorisca l’arte nell’unico modo che non ha controindicazioni: non le imponga fardelli, la sollevi il più che sia possibile dal peso di tasse e imposte. Con un’IVA bassissima su tutti i prodotti connessi alla cultura e all’arte (libri, spettacoli, produzione di film, ecc.), per esempio, ma senza mai dare un soldo ad alcuno. L’arte deve sopravvivere perché apprezzata dai destinatari. Detto brutalmente: deve piacere al pubblico e, se al pubblico non piace, è giusto che affondi.
Qualche rigo a parte meritano i teatri lirici. Questi, francamente, non solo fanno solo archeologia musicale (e non potrebbero fare altro, vista la qualità della produzione da quasi un secolo in qua) ma costano troppo e servono un numero troppo piccolo di cittadini. Forse bisognerebbe aiutarli, certo non svenarsi per loro.
I greci trasformarono le rappresentazioni teatrali in concorsi in cui votavano gli spettatori e il risultato sono le opere di Sofocle. Mentre in Italia si sovvenziona un’industria cinematografica in cui spesso i film seguono ideologie non condivise dalla maggioranza dei cittadini, non piacciono agli spettatori, costano più di quanto incassano e costituiscono uno spreco di denaro pubblico.
La libertà d’espressione non include il diritto di vedersi fornire un megafono. Quello, ognuno se lo deve procurare da sé.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 settembre 2009

POLITICA
15 settembre 2009
IL CINEMA ITALIANO
Non solo non vado mai al cinema, ma la maggior parte dei film che propone la televisione mi annoia. Assaggio quelli di cui mi è stato detto molto bene dai critici e, ciò malgrado, la maggior parte delle volte li abbandono dopo cinque-dieci minuti. Gli amici che mi raccomandano dei film mi mettono in imbarazzo: come dire loro, poi, che all’opera d’arte che mi avevano tanto glorificato ho resistito solo ventuno minuti, prima di gettare la spugna? Lo riconosco, è colpa mia.
E non sono colpevole solo di questo: ho anche un pregiudizio anti-italiano. Naturalmente, non dico che tutti i film italiani siano privi di gusto e raffinatezza: ci sono anche i film di Zeffirelli; non dico che non siano mai artistici: ci sono opere del neorealismo che giustamente fanno parte della storia del cinema; non dico che siano conformisti e ripetitivi: Federico Fellini è stato un innovatore e un visionario, a volte perfino vittima della sua fantasia (Satyricon). Ma qui non si parla di una dozzina di opere o poco più: si parla di centinaia e centinaia di produzioni, cioè di un’industria. E allora è lecito tracciare linee generali, riconoscere caratteristiche, identificare difetti.
Il cinema italiano sembra non credere che esista qualcosa al di là delle Alpi. I nostri registi non reputano possibile che il pubblico possa prendere sul serio un essere umano che non sia milanese, siciliano o romano, e che magari non parli in dialetto. Da noi non esiste l’uomo, esiste l’italiano che, in quanto tale, deve essere un impasto di debolezze e sentimenti, in modo da non potere in nessun caso essere un eroe. Questo spiega perché siamo stati afflitti da decine di film con personaggi come quelli interpretati da Alberto Sordi. Mai uno che avesse la grandezza di un Durand de la Penne, che pure è una figura storica. I nostri cineasti, all’idea di un eroe italiano, scoppiano a ridere. Se bisogna presentarne due – come i protagonisti della “Grande Guerra” – bisogna prima scusarsi presentandoli per più di un’ora come vigliacchi scansafatiche.
I film comici, poi, sono il peggio del peggio. L’italiano cinematografico è già spregevole, figurarsi quando si tratta di far ridere. Ed ecco una galleria di personaggi miserabili, avidi, vili e bugiardi, che ovviamente parlano in dialetto. L’idea di una comicità astratta come quella di Chaplin, o addirittura eroica come quella del Chisciotte, da noi non ha cittadinanza. Siamo convinti che gli italiani non abbiano il senso dell’umorismo. Qui la gag di successo è quella di uno che si siede su una sedia che non c’è. E avendo un mimo straordinario come Totò, gli abbiamo fatto fare film indecenti.
Il film italiano è caratteristicamente provinciale, sentimentale e vile. È così strano che uno abbia voglia di scappare, sin dalla prima inquadratura?
Gli americani fanno anche film che criticano aspramente il loro Paese, fino alla calunnia, ma i loro personaggi sono grandi. Grandi come il truce bandito Humphrey Bogart, come l’eroe senza macchia John Wayne, come lo straripante Orson Welles. Una folla di eroi positivi o negativi ma capaci di affrontare straordinarie avversità. La “one man war”, la guerra fatta da un solo uomo, esprime la sotterranea voglia dello spettatore di vincere proiettivamente da solo contro tutti: e questo eroe ha avuto spesso il viso di James Stewart. C’è un James Stewart italiano?
Magari è stato così più in passato che oggi, ma la professionalità e lo schema di Hollywood sono gli stessi. Ecco il merito (compensato dagli incassi) di quella grande filmografia: essa racconta storie che meritano di essere raccontate, non piccoli drammi di quartiere; ammette che il protagonista possa essere un uomo diverso dalla media; riconosce che un finale positivo – il famoso happy end – è meglio di un finale triste. E soprattutto non dimentica mai che il pubblico paga il biglietto perché vuole divertirsi, non perché vuole essere indottrinato.
E con questo si arriva all’ultimo, imperdonabile difetto della produzione cinematografica italiana “di alto livello”. I nostri registi, ovviamente di sinistra, intendono con le loro opere inviare un messaggio, anch’esso ovviamente di sinistra, ad un pubblico stupido e becero da educare. Il risultato è che fanno film che non si vendono. Ecco perché, pur non avendo seguito il Festival del Cinema di Venezia, ho trepidato fino all’ultimo momento temendo che premiassero il film di Tornatore. Perché è giusto che abbia ancora una lezione una confraternita in cui tutti si lodano vicendevolmente, promettendosi grandi trionfi e passando poi con amara sorpresa da una trombatura all’altra. Quando in Italia impareremo a fare onesti telefilm come Law and Order, forse meriteremo di vincere qualche premio. Perché avremo imparato che cos’è l’industria del cinema.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 settembre 2009


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