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POLITICA
29 giugno 2011
Offside giuridico della Cassazione
La sentenza n.25674 della Corte di Cassazione richiede non il commento di un articolo ma di interi libri di dottrina penale. Essa infatti introduce un principio talmente innovativo, e discutibile, da meritare la massima attenzione dei penalisti, dei giuristi e di tutti i cittadini.
L’episodio su cui essa verte è compiutamente narrato dal “Giornale”(1): benché il fatto sia espressamente previsto come reato, un giovane di 23 anni è stato assolto dall’accusa di avere coltivato una pianticella di marijuana. Sulla base di una inedita “problematica dell’offensività”, data la “modestia dell’attività posta in essere”, come dice l’articolista del “Giornale”, “il comportamento dell’imputato deve essere ritenuto del tutto inoffensivo e non punibile anche in presenza di specifiche norme di segno contrario”. “Non è punibile il reato che non procura danni a nessuno”.
Bisogna innanzi tutto riconoscere che il diritto è caratterizzato dall’esteriorità: esso tende a regolare i rapporti fra gli uomini e non il loro comportamento quando sono soli o quando, sia pure in presenza di qualcun altro, si limitano a pensare. La morale comanda alla mente e alla coscienza, il diritto comanda i comportamenti concreti. Ma questo è un principio affermato dalla dottrina, non dai codici. Se è vero che il principio della cosiddetta alterità – nel senso di rapporto interpersonale – è normalmente da seguire, nulla impedisce che uno Stato emani una legge che contraddice la regola dottrinaria. Alcuni Stati musulmani sanzionano con la morte l’abiura, cioè l’abbandono dell’Islamismo come religione: e certamente questo atto non lede nessuno. Questa può sembrare una norma da barbari, ma non è diversa da quella che applicava il “braccio secolare”, nella civilissima Europa, fino al Settecento, quando puniva col rogo l’eresia. Del resto, anche in tempi piuttosto recenti, alcuni Stati occidentali hanno dichiarato reato il suicidio, e dunque hanno punito coloro che l’avevano tentato. La stessa Italia ha a lungo considerato reato la bestemmia, che al massimo lede le convinzioni religiose altrui: reato tanto evanescente quanto dire male del Governo in presenza di un suo sostenitore.
Qualcuno protesterà che queste norme e le altre simili appartengono a legislazioni arretrate e contrarie ai sani principi laici dell’età moderna. Giustissimo, ma ciò non impedisce che quelle norme avessero perfetta natura giuridica. Dunque il principio che abbiamo chiamato dell’alterità non è indefettibile. E soprattutto, dal momento che gli Stati moderni si avvalgono di una legislazione scritta, il giudice che è chiamato ad applicare le norme non può disattenderle sulla base di un principio non consacrato nello stesso ordinamento. Diversamente, se reputassimo che altre norme, “superiori” alla legge scritta, debbano prevalere sulla legge scritta, il giudice potrebbe non condannare l’inquilino moroso al pagamento delle pigioni scadute in base al principio che la proprietà è un furto; potrebbe assolvere il ladro considerandolo una vittima dell’emarginazione sociale; potrebbe non condannare al risarcimento sulla base della totale involontarietà, e dunque non punibilità morale, dell’atto dannoso; potrebbe assolvere qualcuno per ignoranza della legge, visto che in concreto veramente non la conosceva, e la responsabilità morale è del tutto assente. Si potrebbero trovare mille esempi in cui il giudice deve obbedire alla legge e andare contro la propria coscienza. In realtà la coscienza del giudice non deve tendere alla realizzazione della giustizia, ma allo scrupolo che fa identificare esattamente la norma della legge scritta, sua unica Bibbia, da applicare al caso concreto. Quand’anche quella norma la reputasse ingiusta in sé.
Nel caso che qui si commenta, la tesi è aberrante. Per l’assoluzione, l’argomentazione secondo cui il giovane di Scalea non ha fatto danno a nessuno è insostenibile. Innanzi tutto, la legge ha inteso proteggere anche lui, come quando impone ai motociclisti di indossare un casco. E soprattutto il requisito del danno ad altri non è richiesto dal codice. Si direbbe che i magistrati della Suprema Corte abbiano voluto ad ogni costo non condannare uno sciocco ragazzo di ventitré anni, poco importando il danno fatto alla credibilità del nostro sistema giudiziario.
Nel momento in cui confessa che questa “problematica dell’offensività” è “destinata in futuro ad innovare tutto il sistema penale”, la Cassazione coscientemente e  indebitamente si sostituisce al legislatore. Questa decisione è un’ulteriore traccia del complesso di onnipotenza che affligge alcuni magistrati e che rischia di trasformare il nostro Stato di diritto in qualcos’altro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 giugno 2011

http://www.ilgiornale.it/interni/la_cassazione_legalizza_cannabis_terrazzo/29-06-2011/articolo-id=532074-page=0-comments=1


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POLITICA
28 febbraio 2010
CALMA PIATTA
Stefano Folli, editorialista della Stampa, è un moderato - nel senso che non si butta ad avere idee ardite o troppo personali - e per questo può essere prezioso: non fornisce folgorazioni intellettuali ma aiuta a capire il clima del momento.
Nel suo articolo del 24 febbraio (1) scrive che: “Le cronache rovesciano nelle redazioni dei giornali notizie di collusioni inquietanti fra politica, mondo economico e malavita”, e riferisce, condividendole, le preoccupazioni di Giuseppe Pisanu - un “notabile” di lungo corso, come lo definisce - per il quale viviamo un momento che può «disgregare le basi della convivenza civile e delle istituzioni democratiche». Nientemeno. La nostra sarebbe un’emergenza tanto grave, e tanto diversa da quel ritratto ottimista che Berlusconi dà della nazione, da richiedere, come dice Gianfranco Fini, una sorta di union sacrée per procedere al varo di “riforme condivise” di cui c’è assoluta urgenza. Inoltre “si avverte tutta la difficoltà in cui è costretto ad agire Berlusconi”, fra l’altro perché “la magistratura è passata alla controffensiva”.
Folli non è il solo, a gridare questi allarmi. Si sente parlare da ogni parte di nuova Tangentopoli, di crollo di questa Seconda Repubblica (anche se è ancora la Prima), di crisi del sistema, di degrado civile, di Armageddon. Con tutto il rispetto dovuto all’illustre editorialista e agli altri noti commentatori, tutto questo ricorda una anziana signora, la zia Maria, che a novantadue anni, in buona salute, rifiutava le congratulazioni di un nipote: “Buona salute? Ma se ho appena avuto un raffreddore…”
Prescindendo dai raffreddori e considerando la situazione con la dovuta calma, si deve notare che gli scandali – non diversamente dagli omicidi per rapina - sono sempre esistiti. In Italia come nel resto del mondo. Bisogna lottare contro di essi, bisogna punire i colpevoli, ma è sciocco sognare di eliminarli per sempre. Né è il caso di dar loro chissà quale importanza politica: i reati non sono notizie, se per notizie si intendono le novità. Che la giustizia faccia il suo corso e tanto basta.
Per quanto riguarda le riforme condivise di cui parla Fini, la migliore risposta l’ha data sulla “Stampa”Riccardo Barenghi (Iena) con questa battuta: “Tesoro, mettiti a letto che ti racconto una favola per farti addormentare. Quale papà?  Quella delle riforme condivise”. Infatti in Italia c’è da sempre un tale clima di scontro che la sola idea di condividere qualcosa col “nemico” squalifica chi la propone. Tempo fa D’Alema, stanco della logomachia sulle beghe giudiziarie di Berlusconi, disse che una “leggina” che togliesse di mezzo questo problema sarebbe stata il male minore per l’intera Italia, avrebbe rasserenato il clima e permesso una più efficace legislazione. A momenti lo lapidavano.
L’unica riforma condivisibile sarebbe l’eliminazione di Berlusconi ma nel centro-destra questo  forse piacerebbe solo a Fini o quasi.
In Italia c’è una solida maggioranza che ha prenotato il Parlamento fino al 2013 e verosimilmente resterà in sella fino ad allora: pur di non andare a casa, è vissuta quasi due anni quella “nave dei folli” che fu l’ultimo governo Prodi. Berlusconi, del quale si avvertirebbe “tutta la difficoltà in cui è costretto ad agire”, in realtà ha le difficoltà normali di un Premier privo di reali poteri e costretto a mediare in un paese litigioso e linguacciuto. Inoltre, per quanto riguarda gli scandali, personalmente non è per nulla coinvolto. E non ha più problemi giudiziari.
La verità che sottostà a tutto questo è che nessuno si rassegna a vivere un momento insignificante della storia. Come la zia Maria, ha bisogno di credere che un raffreddore sia un dramma, che uno scandalo significhi crisi e che siamo alla vigilia della fine del mondo.
In realtà in Italia non sta avvenendo niente di speciale. Business as usual e anzi noia as usual: soprattutto dinanzi a tragedie immaginarie. Se proprio si ha bisogno di avventura, scontri, vittorie e sconfitte, si guardi il Grande Fratello. Se invece si hanno interessi di più alto livello, ci si occupi di politica internazionale. Le cronache giudiziarie si possono lasciare al Fatto Quotidiano e agli altri fogli di gossip.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 febbraio 2010
(1) http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/24-febbraio-2010/politica-corruzione.shtml?uuid=487f9d4e-2131-11df-9577-f5c6c14bceee&DocRulesView=Libero&correlato

POLITICA
26 febbraio 2010
GIULIO MILLS, DAVID ANDREOTTI
Benché il problema sia stucchevole, sia per la sua chiarezza, sia per le innumerevoli volte in cui è stato discusso, per la prescrizione riguardante David Mills è ricominciato il carosello di parole della sinistra. Essa vorrebbe dimostrare l’indimostrabile e cioè che:
 La prescrizione corrisponde alla 1) affermazione della colpevolezza dell’imputato con la 2) esclusione della condanna.
In realtà essa corrisponde alla 1) affermazione della non-evidenza dell’innocenza dell’imputato con 2) estinzione dell’eventuale reato per il passaggio del tempo.
Al riguardo basta leggere l’art.129 comma 2 del codice di procedura penale, il quale statuisce: “Quando ricorre una causa di estinzione del reato ma dagli atti risulta evidente che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, il giudice pronuncia sentenza di assoluzione o di non luogo a procedere con la formula prescritta”, invece di applicare la prescrizione. Se invece applica la prescrizione se ne deduce che “dagli atti NON risulta evidente che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso”.
Infatti nella sua requisitoria il Procuratore Generale presso la Cassazione Gianfranco Cioni ha richiesto l’applicazione della prescrizione e non l’assoluzione con formula piena perché «Non vi sono i presupposti per il proscioglimento nel merito di Mills». “Nel merito”, per chi non è abituato al linguaggio dei giuristi, significa “nel caso specifico, considerando i fatti che ci sono noti”. Il procuratore ha dunque detto: “non posso chiedervi l’assoluzione di Mills perché non sono sicuro che sia innocente: dunque applicate la prescrizione”. Viceversa non avrebbe potuto dire “sono sicuro della colpevolezza di Mills ma voi proscioglietelo per la prescrizione” perché l’art.129 non prevede la dichiarazione di colpevolezza dell’imputato cui è applicata la prescrizione. Lo prevede solo un fantastico articolo del diritto processuale penale inventato dai vari giornalisti di sinistra, con alla testa D’Avanzo e Travaglio.
Al riguardo tutto è stato più ampiamente spiegato a proposito del processo a Giulio Andreotti (1) e chi vuole può trovare in quella sede più ampie argomentazioni giuridiche.
Qui si possono solo aggiungere alcuni corollari.
Quando si giunge alla prescrizione, prima di cercare l’eventuale colpa dell’imputato, bisogna constatare una non eventuale ma concreta ed evidente colpa dei giudici. La legge ha previsto la prescrizione affinché un cittadino non sia tenuto nell’ansia di una condanna, e di una grave lesione di immagine, per anni ed anni: dunque concede un ampio margine agli inquirenti e ai giudicanti, ma poi pone un termine ultimo. Se la magistratura non riesce ad arrivare ad una sentenza neanche approfittando di questo ampio margine, è essa la prima colpevole, non l’imputato.
Nel caso Mills la scorrettezza dei giudici – oggi sanzionata nientemeno che dalle Sezioni Unite della Cassazione, cioè con sentenza cui dovranno in futuro attenersi tutti i giudici in casi analoghi – è stata solare. Essi hanno voluto reputare – per spostare in avanti il momento della commissione del fatto, in modo che non si avesse la prescrizione – che il reato attribuito al Mills sarebbe stato commesso quando egli avrebbe cominciato ad utilizzare la somma che è stato asserito avrebbe ricevuto, e non quando Mills ha avuto la disponibilità del denaro o quando si è avuto l’eventuale accordo corruttivo. Sarebbe come se  Tizio pagasse Caio, assessore comunale, per scavalcare gli altri in un appalto comunale, un anno dopo Caio cominciasse a spendere il denaro ricevuto per la corruzione e i magistrati dicessero che il termine per la prescrizione decorre da questo secondo momento. Un assurdo tale che il lettore normale, leggendo, si chiede se ha capito bene. E tuttavia su questa base si è avuto un processo Mills che è durato per anni, che è arrivato in Corte d’Appello ed ora in Cassazione.
E non è l’unica stranezza di questo processo. I magistrati di Milano hanno inventato un’ulteriore fattispecie giuridica, la “corruzione susseguente”. Nell’esempio di prima: Caio fa attribuire un determinato appalto a Tizio, che non vi ha diritto, e in seguito Tizio gli fa un regalo. Ora i casi sono due: o Tizio gli ha promesso il regalo, e si ha l’accordo corruttivo, momento da cui decorre la prescrizione; oppure Tizio non ha promesso niente a Caio e allora non si è avuta la corruzione. Ma questi semplici ragionamenti erano troppo difficili da capire, a Milano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 febbraio 2010
 (1) http://pardonuovo.myblog.it/archive/2010/01/10/andreotti-mafioso-o-no.html

P.S. Il risarcimento che è stato imposto a Mills di versare somiglia moltissimo all'affermazione di colpevolezza di Andreotti per il tempo su cui operava la prescrizione: un contentino ai giudici dei precedenti gradi di giudizio, per non squalificarli clamorosamente.

Tuttavia sarebbe bello poter sperare che i giudici successivi non stravolgano la legge per salvare la faccia ai colleghi. Infatti, come si può essere obbligati a versare un risarcimento per un reato che lo stesso giudice non può affermare nel dispositivo? Se sbaglio, sono pronto a riconoscerlo.



POLITICA
11 febbraio 2010
IL DL ALFANO: UN ASSURDO GIURIDICO?
Il governo ha varato il promesso decreto per evitare la scarcerazione per decorrenza dei termini dei detenuti di molti processi di mafia in seguito alla decisione della Cassazione che stabilisce la competenza della Corte d’Assise e non dei Tribunali. Con quella sentenza infatti i processi dovrebbero ripartire da zero.
Ho già espresso in tempo non sospetto le mie perplessità al riguardo (http://pardonuovo.myblog.it/archive/2010/02/06/mafiosi-in-liberta.html) ed ora posso confermarle sulla base delle scarne notizie che dà la Stampa di Torino. Il provvedimento sarebbe “una norma transitoria, per attribuire, per i processi in corso, ai Tribunali la competenza a giudicare reati di mafia”.
L’art.2, quarto comma, del codice penale prevede che: “Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”. E i mafiosi troveranno più favorevole la competenza della Corte d’Assise, che di fatto li farà scarcerare.
Ripetiamo: il Parlamento può benissimo modificare le norme processuali riguardo ad un dato reato e queste norme riguarderanno tutti i reati commessi DOPO quella modificazione. Ma per quelli commessi PRIMA della modificazione gli imputati hanno il diritto, ai sensi del citato articolo 2, di scegliere fra la vecchia e la nuova norma. Checché abbia deciso il governo o il Parlamento, salvo abolire l’articolo due, rinunciando ad una norma a favore dell’accusato che è tanto antica da avere un nome latino: “favor rei”.
Per il momento, prevedo un diluvio di ricorsi, col risultato possibile che non solo i mafiosi siano scarcerati ma che, in totale, i loro reati vadano in prescrizione. Prosit. E a nulla serve che il ministro Alfano dica che non la legge era sbagliata, ma l’interpretazione che ne ha dato la Cassazione. In primo luogo perché chi comanda è la Cassazione e in secondo luogo perché la Cassazione non ha affatto sbagliato. Si è limitata a far di conto.
Questa è quasi una richiesta di aiuto: chiedo a chiunque abbia avuto la pazienza di leggere queste righe e ne capisca più di me di dirmi dove mi sbaglio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 febbraio 2010

POLITICA
6 febbraio 2010
MAFIOSI IN LIBERTA'


Nel “pacchetto sicurezza” (legge del luglio 2008), volendo rendere sempre più dura la lotta alla mafia, sono stati previsti reati i quali, nel caso concorrano alcune circostanze, possono portare a condanne severissime. Condanne che solo la Corte d’Assise ha il diritto di infliggere. Sul momento nessuno se n’è accorto e i Tribunali hanno continuato a operare come prima. Ora qualcuno ha fatto notare la loro incompetenza per materia e dovranno quindi essere azzerati, ricominciando da capo, tutti i processi, salvo sia intervenuta sentenza definitiva.

La gravissima conseguenza è che parecchi mafiosi saranno scarcerati per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Rispondendo a questo allarme il ministro Angelino Alfano – sostenuto, per una volta, anche dall’opposizione – ha promesso che il governo “provvederà”: ma non ha detto come, e il nostro sospetto è che non ci sia nessun “come”.

Se la legge prevede organi diversi per reati di diversa gravità, è perché l’imputato che rischia di più è giusto abbia il giudice più affidabile: e infatti la competenza va dal giudice monocratico alla Corte d’Assise. Questa ripartizione delle competenze non è una concessione, è un diritto degli accusati, sancito dai codici a pena di nullità. L’incompetenza dei Tribunali nel nostro caso è un vizio insanabile come sarebbe insanabile una sentenza per omicidio volontario emessa da un giudice di pace.

Sorgono problemi anche per quanto riguarda la distinzione fra reati commessi prima o dopo il luglio 2008. Per i reati commessi dopo, gli imputati devono ovviamente essere giudicati ex novo e ripartendo da zero da una Corte d’Assise. Per i reati commessi prima, dal momento che va applicata agli imputati la legge che preferiscono tra la vecchia e la nuova (crediamo a insindacabile giudizio loro e dei loro avvocati), gli imputati potrebbero chiedere  di essere giudicati non dai Tribunali (come prima) ma ex novo dalla Corte d’Assise, se pure col rischio di subire una condanna più pesante. L’art.2, quarto comma, del codice penale prevede che: “Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”. Il loro interesse sostanziale sarebbe quello di essere scarcerati per decorrenza dei termini di carcerazione, il pretesto formale sarebbe quello di avere un giudice di più alto livello. Se ci sbagliamo, siamo pronti ad ascoltare chi ne sa di più.

E non si vede che cosa possa fare il ministro Alfano. Non può estendere in maniera abnorme i termini della carcerazione preventiva, che sono già fin troppo lunghi e non può nemmeno chiedere l’abrogazione del “pacchetto sicurezza” perché gli imputati (di delitti commessi dopo il luglio 2008) avrebbero il diritto di vederselo applicare quand’anche non fosse più legge vigente. A nostro parere – ma siamo pronti a ricrederci – il ministro non può far nulla.

Qualcuno potrebbe fare del sarcasmo su un Parlamento pieno di avvocati ed ex-magistrati che non si è accorto della gaffe, quando ha votato quella legge. Ma per quasi due anni non se ne sono accorti né i magistrati nelle loro aule, né l’opposizione e nemmeno quel partito che della legge penale si è fatto un programma di governo. Se dei mafiosi saranno scarcerati, nessuno se la potrà prendere con nessuno. Il guaio è stato provocato dalla demagogica tendenza al rilanciare sempre nel campo della severità. Da un lato si è fatta passare una legge draconiana, dall’altro si è reputato talmente inverosimile che quei reati fossero di competenza della Corte d’Assise che nessuno ci ha pensato.

In realtà il crimine si combatte molto meglio con la ragionevole certezza di pagare per il male fatto che con l’estrema, ma improbabile, severità della pena.

Se si arresta un mafioso su cento, quand’anche fosse condannato a morte, il racket continuerà. Se invece se ne arrestasse uno su due, o anche uno su tre, e lo si condannasse a soli due anni di carcere, senza 41bis, il pizzo cesserebbe. A volte il problema non è il diritto penale, ma la politica penale. Di controllo del territorio, non di terrorismo giudiziario.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 febbraio 2010
POLITICA
18 dicembre 2009
NOTICINA GIUDIZIARIA E MOLLICHINE
Ci sono dei casi in cui si spera vivissimamente che i giornali siano scritti da incompetenti e da distratti. Perché se la notizia è vera, c’è da piangere. Purtroppo oggi abbiamo uno di quei casi ("Stampa", 18.12.2009 ): la sentenza della Cassazione ha il suo bravo numero, 47997/09, il motivo dell’assoluzione di un ladro che ha rubato un cellulare è riportato fra virgolette e non ci sono dubbi.
Si legga: Il «delitto di furto è connotato, dal punto di vista dell’elemento soggettivo, dal dolo specifico, costituito da una specifica finalità che l’agente mira a perseguire, prevista dalla norma incriminatrice, che tuttavia non necessita si debba realizzare sul piano oggettivo per perfezionare il reato»; «è necessario che la condotta sia posta in essere al fine di trarne profitto». Nella specie, l'accusato voleva soltanto vietare al rivale «di inviare sms alla sua ragazza».
Queste parole possono essere chiarite. L’art.624 del codice penale stabilisce: “Chiunque s'impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la reclusione…” Ora, dice la Cassazione, il ladro, in questo caso, non voleva trarne profitto. Non voleva cioè possedere il telefono dell’altro: voleva ottenere un altro risultato. La tesi però è insostenibile: dove sta scritto che il profitto sia l’uso normale della cosa? Se, geloso del magnate che possiede un Cézanne, rubo il quadro e lo brucio, non sono colpevole di furto solo perché non l’ho appeso a casa mia? In questo caso il profitto è il piacere che il ladro ricava dal dolore del magnate. E poi, se rubo il documento che discolpa un innocente, non sono colpevole di furto solo perché a me quel documento non serve? Ognuno, dal furto, può trarre il profitto che vuole, persino quello di dimostrare, sportivamente, di essere capace di commettere un reato che ad altri non sarebbe mai riuscito. Nel caso del cellulare il piacere è quello di impedire all’altro di inviare sms, o di imporgli la spesa di un nuovo cellulare. Che c’è di speciale?
Ma si sa, queste sono le considerazioni di un signor nessuno, mentre la Suprema Corte ha i migliori magistrati d’Italia.
Povera Italia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 dicembre 2009
MOLLICHINE
Galli Della Loggia: né demonizzazione di Berlusconi né denuncia di Cicchitto. Giusto. Infatti Travaglio e Cicchitto hanno cominciato contemporaneamente.
Santoro: auguri a Berlusconi e a Spatuzza. Ricambiamo: auguri a lui e a Riina. Dovrebbe essere contento: almeno Riina è un capo.
Rubata ad Auschwitz la scritta “Arbeit macht frei”. Eppure dovrebbero saperlo che „Diebstahl macht Häftling”, il furto rende detenuti.
Berlusconi: “Mio dolore non inutile, se cambiano i toni della politica”. Visto il precedente di Gesù Cristo, e la realtà attuale, non c’è da essere ottimisti.
Scuola, via libera a 17.000 assunzioni senza concorso. Avevamo 17.000 persone colte a spasso! Ora sì che la scuola migliorerà.



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