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POLITICA
7 aprile 2012
"MA È MIO FIGLIO!"
In occasione delle disavventure di Umberto Bossi a causa dei figli, qualche giornale è andato a ripescare i tristi episodi che hanno riguardato altri politici per ragioni analoghe. Il caso più tragico è stato quello di Carlo Donat Cattin il cui figlio fu un militante dell’organizzazione terroristica  Prima Linea. Ma la lista è inutile: il fatto è notorio. Gli stessi imperatori romani di solito si associavano da vivi un successore, adottandolo, piuttosto che lasciare il potere a un figlio naturale che non valeva quello scelto. Saggia si è dimostrata pure la Chiesa che, vietando ai sacerdoti di avere figli, ha anche evitato che un Papa fosse figlio di un altro Papa. Rimane comunque da vedere perché tanta gente si sia messa nei guai a causa dei figli e perché in Italia il fenomeno sia ancor più grave che altrove.
Come tutti i primati, ogni uomo ha l’istinto di propagare i propri geni e per questo non è istintivamente monogamo. Tuttavia, questo istinto deve convivere con le necessità di cure parentali le quali, nella nostra specie, sono particolarmente gravose e fisiologicamente destinate a durare finché i figli siano in grado di sopravvivere e riprodursi da soli. Cioè fino alla pubertà. È stato così per milioni di anni, tanto da riuscire ad appaiare maternità e paternità, e a rendere il padre un genitore responsabile quasi quanto la madre. 
Le cose si sono molto complicate nella civiltà moderna. Se una volta l’inserimento nella società avveniva naturalmente con la maturazione delle capacità riproduttive e muscolari – cioè prima dei sedici anni – oggi l’inserimento avviene molto più tardi e, nella “buona borghesia” un paio d’anni dopo la laurea. Ciò ha esteso le cure parentali ad un arco di tempo enorme. Una volta presa l’abitudine di considerare i figli sempre figli e sempre bisognosi di aiuto, anche quando hanno oltre venticinque anni, il gradino finale dei doveri è rendergli facile anche l’ultimo sforzo: quello di procurarsi un reddito.
Ecco perché l’infantilizzazione dei figli è in Italia più grave che altrove. Se il mercato lavorativo è favorevole, il giovane può facilmente affrancarsi dai genitori e l’istinto dell’indipendenza può spingerlo a lasciare la casa paterna; viceversa, in una società in cui è difficilissimo trovare un lavoro, è naturale che i genitori attivino risorse finanziarie e relazioni sociali per favorire i figli. Spesso dandosi da fare più dei figli stessi. 
Chi ha dovuto farsi posto nella vita senza l’aiuto di nessuno sa che differenza faccia. Il figlio dell’avvocato sarà immensamente più favorito del figlio dell’idraulico che si è laureato in legge. Avviene correntemente che il primo abbia tanto di studio, anche se è un mediocre, mentre il secondo, brillante giurista, cercherà disperatamente di superare il concorso per divenire vigile urbano. Il risultato è quasi il blocco della mobilità sociale, un’ingiustizia patente e tuttavia talmente “umana” che non bisogna dire “io non mi comporterei così”. 
Per i genitori i figli sono persone diverse da tutte le altre. Per loro trovano sempre giustificazioni e sperano di portarli almeno al proprio livello. L’avvocato di cui si diceva sarebbe molto deluso di sapere il figlio divenuto impiegato presso uno spedizioniere. Eppure perché mai quel figlio, che è riuscito a stento a divenire geometra in una scuola estremamente generosa di diplomi, dovrebbe meritare una migliore carriera? E tuttavia: “Sarà una nullità ma è mio figlio”. 
Gli errori di un Umberto Bossi che cerca disperatamente di negare i limiti di un figlio che non riesce nemmeno a farsi regalare l’esame di Stato sono patetici. È sintomatico che cerchi di dare la colpa di quelle bocciature ai professori o perfino alle mene politiche. Meglio la fantasia dell’universale complotto dei docenti che la realtà dell’impreparazione del rampollo.
Longanesi diceva che sulla bandiera italiana dovremmo scrivere “Ho famiglia”, ed aveva ragione. Ma forse quella scritta andrebbe completata così: “E voi mi capite”. Infatti la retorica nazionale è ben lungi dal predicare il distacco dagli affetti in nome del proprio dovere e del proprio onore. Fra l’altro, se lo facesse, predicherebbe nel deserto.
Bossi si è lasciato guidare dall’istinto e dalle cattive abitudini di un Paese che, in questo campo, è un immenso Meridione, altro che Padania. Per questo, se non possiamo perdonarlo, possiamo almeno capirlo. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 aprile 2012


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politica interna
6 aprile 2012
BOSSI, IL CATTIVO GUSTO DELLA STORIA
Franz Schubert fu un grandissimo genio musicale. Non è possibile paragonarlo a Mozart – ma forse nessuno può essere paragonato a Mozart – e tuttavia ebbe in comune con il salisburghese il dono della melodia come pochi altri. Fu un vero, grande e tuttavia tenero poeta del pentagramma. Un artista cui facevano torto l’aspetto, la timidezza, la povertà, e che tuttavia avrebbe meritato l’amore e l’ammirazione fanatica che oggi riscuotono ragazzotte che si dimenano urlando mezzo nude dinanzi ad un microfono. Invece il povero Franz non ebbe un’oncia di questo successo. La storia ci dice addirittura una cosa orribile: morì giovanissimo per la sifilide contratta accoppiandosi con una puttana. Franz Schubert con una puttana, come dire Giulio Cesare che ha paura di un topo o Einstein che sbaglia un’addizione. Sarebbe stato più adeguato, per lui, cadere combattendo per un ideale, come Lord Byron a Missolungi, o essere ucciso da un marito geloso, o perfino che si suicidasse per amore: vedere invece un angelo abbattuto dalla sifilide è cosa che strazia.
Purtroppo la vita non ha di queste preoccupazioni neanche ai più alti livelli. Un imperatore come il Barbarossa avrebbe meritato di morire circondato dal rispetto e dal pianto dei suoi fedeli, o ucciso in una battaglia che il suo esercito avrebbe comunque vinto; sarebbe stato persino concepibile che fosse ucciso a tradimento, sono cose che nelle corti sono sempre avvenute. E invece annegò in un fiume - forse per essere andato a bere e bagnarsi un po’ - dimenticando di togliersi la corazza.
Per tutti questi motivi c’è da essere dispiaciuti per le dimissioni di Bossi. Anche se ispirava ben poca simpatia, anche se la sua rozzezza era spesso insopportabile, quell’uomo fu il paradigma del genio politico al di là delle raffinatezze politologiche. Un Masaniello, forse, ma molto più capace di Masaniello di avere successo e durare nel tempo. La sua proposta iniziale fu ben poco credibile e il personaggio rimase sempre in buona misura folcloristico: nondimeno il suo fiuto politico fu indiscutibile e il suo successo straordinario, soprattutto se comparato con la qualità del suo messaggio. Se fosse morto quando è stato colpito dall’ictus - un evento tragico - la sua parabola sarebbe stata veramente mirabile. Invece la sorte ha voluto che lo vedessimo trascinarsi e faticare perfino a parlare. Invischiato infine in beghe di soldi, di famiglia, di miserie fin troppo umane. 
In questo la vita è stata crudele. Anche ad ammettere che si dovesse arrivare alla conclusione della sua totale innocenza, gli schizzi di fango, nei pressi di via Bellerio, sono volati troppo in alto per non sporcare anche lui.
Di questo bisogna essere addolorati. Solo se si è di animo gretto si riesce a godere dell’infortunio di chi ha avuto innegabili tratti di grandezza, il genio dell’innovazione vincente, la forza del costruttore di destini.
Umberto Bossi non è mai stato simpatico. È stato a volte difficile sopportare il suo modo di parlare, i suoi ideali separatisti, il suo disprezzo per l’Italia e per la sua bandiera. La sua violenza verbale lo ha apparentato a personaggi rozzi come Di Pietro – senza arrivare agli eccessi dolosi di quest’ultimo, ma in questo l’ex pm ha pochi rivali – anche se la sua è sempre sembrata la ruspante manifestazione di uno spirito rustico e grezzo più che malevolo. L’uomo aveva anche tratti di grande carattere, cosa che Berlusconi capì prima di altri. Infatti gli accordò il perdono dopo il “ribaltone” e, contro la previsione di tutti, non sbagliò contando sulla sua imperitura amicizia.
Se avesse avuto più buon gusto e un maggiore senso delle proporzioni, la storia avrebbe previsto  per un simile leader una caduta crudele, se si vuole, ma grandiosa. Vederlo crocifisso su problemi di denaro, forse su piccole ruberie, forse sulle sue debolezze di padre e di marito, è cosa che fa stringere il cuore. Ci si sente obbligati ad esprimergli un po’ di comprensione e l’imbarazzata compassione verso un nemico che si sarebbe voluto veder battuto, magari, ma non così.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 aprile 2012


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POLITICA
28 ottobre 2011
IL CANCRO DELLA DEMAGOGIA

Recentemente Gianfranco Fini, invece di pensare ai trecentomila scheletri che ha nell’armadio, ha irriso a Ballarò la moglie di Bossi, ex insegnante, perché a suo tempo si è messa in pensione a trentanove anni. I leghisti si sono vivamente risentiti e in Parlamento si è quasi arrivati allo scontro fisico. Da una battuta scema si è passati alla solita tragicommedia nazionale.

Molti hanno risposto a Fini che la signora ha lasciato il lavoro ai sensi di una legge vigente in quel momento. Dunque non le si può imputare nulla. In quel caso il delinquente è stato quel Parlamento che ha votato una legge demagogica senza curarsi dell’ingiustizia di caricare, sulle spalle dei contribuenti, il mantenimento di persone che potevano benissimo lavorare ancora a lungo. Per non parlare del danno ai conti dello Stato. Ma, appunto, chi erano questi deputati e questi senatori?

La legge è del 1973 e gli Anni Settanta del secolo scorso sono stati quelli del compromesso storico. Come sa chiunque si interessi di politica, il tempo in cui praticamente tutte le leggi sono state concordate fra il Pci e la maggioranza, in questo caso composta da Psi, Psdi, Pri e Dc, tre partiti di sinistra e uno che “guarda a sinistra”. Infatti, secondo i massimi pensatori politici del tempo (per esempio Aldo Moro) non si poteva tenere fuori dall’area del potere un partito che riceveva i suffragi di un terzo degli italiani, anche se formalmente il Pci doveva rimanere all’opposizione, perché il suo ingresso nel governo avrebbe creato uno sconquasso non solo nell’area Nato ma anche nell’area del Patto di Varsavia. L’Unione Sovietica temeva, come scrive Malgieri(1), che i satelliti avrebbero potuto sognare analoghe e speculari proposte. Il Pci dunque stava all’opposizione ma dall’opposizione co-governava.

La legge di cui parliamo è stata voluta da tutti i partiti italiani dell’ “arco costituzionale”, in particolare dal Pci, e non si è esitato a concedere la pensione alle impiegate pubbliche con figli dopo quindici anni di servizio, e agli impiegati pubblici in generale dopo venti. Con assegni pressoché pari alla retribuzione. Sempre secondo Malgieri(2), qualcuno si rendeva conto della immensa nocività del provvedimento, ma in particolare il Pci non aveva interesse a fare il bene dell’Italia. In tale perverso gioco, l'opposizione poté perfino compiacersi del ‘tanto peggio, tanto meglio’ dato che, alla fin fine, avrebbe potuto sperare di far ricadere la responsabilità del ‘peggio’ sugli altri, dato che la pubblica opinione, in vasta misura, non si rendeva conto dei legami consociativi occulti”.

Gianfranco Fini dovrebbe dunque prendersela in primo luogo con quel Terzo Polo nel quale è andato ad accasarsi, perché gli ex Dc sono i primi responsabili dello sconquasso. Inoltre dovrebbe prendersela col Pd, che raccoglie gli eredi del Pci e della sinistra Dc. Il peggio del peggio. Mentre sicuramente innocente è la Lega Nord che in quel tempo non esisteva. Prendersela con un singolo cittadino, e con la moglie di Bossi in particolare, è perfettamente stupido.

Immaginiamo che un miliardario impazzisca e si metta a distribuire a migliaia biglietti da cento euro a tutti quelli che incontra. Ci si può ragionevolmente aspettare che i viandanti rifiutino il regalo con la motivazione che quell’uomo, così facendo, sta sottraendo una parte dell’eredità ai suoi figli? Li si può condannare? È quell’uomo, il pazzo, non loro.

Stava ai parlamentari non comportarsi come una banda di lanzichenecchi all’assalto dell’Erario. Sono loro che avevano l’elementare dovere di proteggere le finanze dello Stato e di non caricare, col debito pubblico alimentato da leggi del genere, un peso insostenibile sulle spalle delle generazioni future. E se la signora Bossi, una singola professoressa, non si fosse messa in pensione, avrebbe salvato l’Italia? In un mondo in cui si è dovuto attendere il 1992 perché si cominciasse a mettere rimedio alla monumentale stupidità di quella norma?

La colpa di quell’antica legge come dell’attuale battuta di Fini è dell’irrefrenabile tendenza italiana alla demagogia. Una tendenza di cui abbiamo un altro bell’esempio nella reazione dei partiti e dei sindacati  alle richieste dell’Europa e ai provvedimenti del governo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

28 ottobre 2011


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politica interna
25 ottobre 2011
BERLUSCONI IL TAUMATURGO

Fino a questo momento – mattina del 25 ottobre 2011 – non sappiamo se sì o no Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, o ancora meglio il Pdl e la Lega Nord, arriveranno ad un accordo sulle pensioni.

L’Europa ci richiede con insistenza questo provvedimento. Persino l’Udc e il Masaniello dell’Idv si dichiarano disposti a votarlo, sempre che Berlusconi si dimetta. Il che dovrebbe indicare che questa riforma - la prima delle tante di cui l’Italia ha bisogno – è assolutamente opportuna e forse inevitabile. E allora bisogna chiedersi: come mai la Lega si mette di traverso?

Ci sono certo delle ragioni. Il massimo numero di pensioni di anzianità è concentrato al Nord, ci sono le promesse ripetutamente fatte da Bossi e dai suoi amici, e il resto: nessuno sostiene che un partito si muove in una certa direzione senza una ragione. Ma qui non si tratta di un partito, si tratta dell’Italia, della sua situazione economica e della sua posizione rispetto all’Europa. Dunque è impossibile che i leghisti non si rendano conto del problema. E allora la spiegazione è probabilmente un’altra.

Silvio Berlusconi è, dopo Mussolini, l’italiano più ingombrante che la nazione abbia avuto dall’inizio del XX Secolo. Come avviene in questi casi, il personaggio viene gonfiato, nell’immaginario collettivo, fino a dimensioni sovrumane, poco importa se nella direzione positiva o in quella negativa. Forse ricordiamo male ma di Mao si disse che poteva anche placare le tempeste come al contrario, dopo la fine del fascismo, è stato difficile far passare il concetto che qualcosa di buono quel regime possa aver fatto. Di Mao, finché fu in auge, non si poteva che dire bene, era anche lecito attribuirgli dei miracoli, di Mussolini, una volta caduto, non si poteva che dir male e attribuirgli anche le colpe che non aveva. Come se fosse stato necessario.

Berlusconi è stritolato dalla stessa leggenda e ora, a quanto pare, essa ha contagiato anche i suoi alleati. La lega dovrebbe essere cosciente che se il Cavaliere, stanco, gettasse la spugna e si andasse a nuove elezioni senza la sua partecipazione, Bossi il governo lo vedrebbe col binocolo. Come mai allora insiste sulla propria posizione?

La risposta è che probabilmente, dai e dai, anch’essa ha perduto il contatto con la realtà. La sinistra ripete instancabilmente, giorno dopo giorno, ora dopo ora, che le dimissioni di Berlusconi sarebbero la soluzione di tutto. E questo realizzerebbe un miracolo per omissione, un miracolo che Berlusconi opererebbe con la sua sola assenza. Per la Lega invece quell’uomo è talmente speciale che gli si può chiedere l’impossibile ché tanto lui ne è capace. Gli si dice no per le pensioni, gli si dice no per qualunque cosa, e alla fine lui in qualche modo risolverà la questione: il governo non cadrà, l’Italia non fallirà e l’Europa ci applaudirà. Chiunque abbia un minimo di buon senso, chiunque non sia stato contagiato da questa stupida leggenda berlusconiana non può che scuotere la testa. Non solo la Tavola Pitagorica non è sensibile alla politica, ma Silvio Berlusconi è solo un uomo. Testardo, resistente, ottimista, perfino inventivo, ma nulla più di un uomo che può sbagliarsi, può stancarsi e soprattutto è incapace di operare miracoli.

In queste ore ci si può sorprendere a desiderare le sue dimissioni per dare un colpo mortale a tutti i suoi avversari e per mettere l’opposizione di fronte alle sue responsabilità. Improvvisamente tutti i critici interni ed esterni – professionisti dell’antiberlusconismo inclusi, in particolare certi giornalisti - sarebbero gettati nella spazzatura della storia. Improvvisamente l’opposizione sarebbe nel panico. Naturalmente darebbe la colpa di tutto, meteorologia inclusa, a Berlusconi, ma non basterebbe parlare del passato, perché ora il nuovo governo sarebbe responsabile del Paese, al presente, e dovrebbe dichiarare il default dell’Italia oppure affrontare la rivoluzione. La sinistra massimalista non accetterebbe certo dal Pd ciò che non accetta dal Pdl.

Se non fosse che in questo caro Paese ci abitiamo, se non fosse che l’esperimento non sarebbe in corpore vili, sarebbe proprio divertente vedere la fine dei niet di Bossi e dei proclami di Bersani. E comunque sarebbe bello veder tornare il mondo politico italiano alla realtà. Sembra che se ne sia allontanato parecchio, negli ultimi lustri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it,

25 ottobre 2011


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POLITICA
19 giugno 2011
DIANA DI EFESO FOR PRESIDENT
Nella realtà ci sono due ruoli fondamentali, quello del fornitore e quello del fruitore. Il chirurgo che prende l’autobus ha il diritto di disinteressarsi di tutti i lati tecnici e giuridici della guida. Lui è il fruitore e l’autista è responsabile di tutto, inclusa la sua sicurezza. Viceversa, se lo stesso autista chiede di essere operato, è il chirurgo che ha tutti i doveri e tutte le responsabilità. Ora è l’autista il fruitore.
Questo dualismo col tempo ha condotto a degli eccessi. Se un bambino elude la sorveglianza e si butta dal balcone, il magistrato condanna i genitori per omicidio colposo: con ciò stabilendo il principio che essi non dovrebbero assolutamente mai, neppure per un momento, perdere di vista il piccolo. E noi ci chiediamo se quello stesso magistrato lo abbia fatto con i suoi figli. A scuola, se un ragazzo non studia, si ha tendenza a dare il torto alla famiglia (ha problemi, i genitori non seguono abbastanza “il bambino”) o agli insegnanti: “un insegnante bravo dà agli alunni la voglia di studiare”. I ragazzi non sono tenuti a nessuno sforzo: sono esclusivamente dei fruitori.
Partendo da queste premesse, l’individuo si abitua a restringere l’ambito della propria responsabilità e a dilatare straordinariamente quella altrui. In campo lavorativo la tendenza è quella a disinteressarsi del prodotto finale (è responsabilità di coloro che dirigono il lavoro) e all’economicità della gestione. Si chiede di più anche quando si sa che l’impresa è sull’orlo del deficit. Il fruitore del salario osa sfidare l’impresa che ipotizza di andare a produrre altrove come se potesse obbligarla a rimanere. O come se l’essere operaio lo mettesse nella condizione del neonato che si disinteressa del modo in cui la madre produce il latte.
La tendenza dura da tanto tempo che sarebbe ingiusto puntare il dito contro qualcuno in particolare: è un fenomeno epocale. I singoli possono anche non accorgersi della sua novità. Considerano del tutto naturale ciò che hanno visto da quando sono nati. E infatti – ci scommetteremmo - molti lettori di queste righe sosterranno, per gli alunni e per gli operai, che essi non hanno più responsabilità dei passeggeri dell’autobus.
La catena fruitore-fornitore procede verso l’alto, restringendosi come una piramide, fino a colui che non può passare il cerino a nessuno: lo Stato. Questo ha condotto ad una elefantiasi della macchina pubblica e delle sue funzioni. Dal momento che è più comodo essere fruitori e che fornitori, ognuno ha cercato di passare le proprie responsabilità al vicino e il risultato è il mito di una Entità onnipotente e provvidenziale, responsabile di tutto e cui si ha il diritto di chiedere qualunque cosa. Perché questa Grande Madre Metafisica ha il dovere di fornire qualunque cosa.
Si tratta di una mitologia non diversa da quella dei greci quando scolpirono la statua della Diana di Efeso. A Villa d’Este (Tivoli) se ne può vedere una copia in travertino: una figura di donna turrita (a proposito, come l’Italia) dalle innumerevoli mammelle da cui sgorga acqua, simbolo ininterrotto di vita. Noi tutti siamo convinti di poterci attaccare alle mammelle di Mamma Italia.
La politica è stata trasformata da questa mentalità. Mentre in teoria il contrasto dovrebbe essere fra ciò che il governo fa e ciò che l’opposizione propone, in pratica tutti reputano che la politica alternativa consista nel chiedere. I sindacati, anche quelli moderati, minacciano lo sciopero generale se lo Stato non rilancia l’economia (senza dire come potrebbe farlo); ai precari Santoro dice che “dovrebbero scendere in piazza”, cioè chiedere, minacciando violenze; il colmo lo abbiamo a Pontida dove il principale ed essenziale alleato di governo chiede riforme ed altro, minacciando la maggioranza come se non ne facesse parte o come se non fosse in nessun modo responsabile della politica sin qui attuata. Il capo, Umberto Bossi, è uno straordinario animale politico: sa di dover dire queste sciocchezze per fare contento un uditorio abituato alla politica del “chiedere a brutto muso”.
In queste condizioni, c’è da stupirsi che qualcuno accetti di mettere le mani sul volante del fornitore finale. Se avessero più buon senso di quanto non siano ambiziosi, i ministri dovrebbero in blocco andare a sedersi fra i passeggeri. Forse l’autobus lo guiderà la Diana di Efeso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
19 giugno 2011

Ecco l’immagine, per chi volesse vederla:
http://www.psicologia.roma.it/Gallerie/Tivoli/Tivoli%20statua%20seni.jpg

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7 maggio 2011
FRATTINI E BERLUSCONI, GARA DI GAFFE
I nemici all’occasione mi chiamano servo di Silvio Berlusconi. Caudatario (se sono colti) o leccaculo (se sono volgari). Infine, se sono dei sognatori, mi accusano di essere sul libro paga del Cavaliere. È quest’ultima accusa che mi offende di più: non perché troverei la cosa umiliante, ma perché né Berlusconi né nessuno, vigliacca miseria, mi dà un euro per quello che scrivo.
Dunque mi occuperò piuttosto di un paio d’amici che mi rimproverano più moderatamente di “dare sempre ragione  a Berlusconi”. Uso il buon senso in molte direzioni ma, quando si tratta di Silvio, mi arrampico sugli specchi pur di difenderlo.
Non tenterò di fargli cambiare idea. Se sono paranoico, non li convincerò. Se la loro accusa è sbagliata, non è difendendomi che mi salverò: diranno che voglio prendere due piccioni con una fava, dichiarare infallibile non solo Berlusconi ma persino il suo servo. Limitiamoci ai fatti.
Titolo sul Corriere della Sera: “Libia, missione finita in 3/4 settimane” (1). Franco Frattini: “Le ipotesi più realistiche sono di 3/4 settimane, le più ottimistiche parlano invece di pochi giorni”. Raramente il ministro di un grande Paese ha detto parole più avventate,  correndo il rischio di essere subissato dai fischi del loggione.
In guerra le previsioni sono più azzardate di quelle del calcio: nel 1914 le grandi potenze pensavano che la guerra sarebbe durata pochissimo tempo. In realtà la guerra durò moltissimo e fu tale che perfino quelli che la vinsero ne uscirono dissanguati e stremati. Meglio non fare previsioni. L’unica guerra di cui si può essere sicuri che sarà veramente “breve” è quella cui non si partecipa.
Se l’Italia fosse in guerra da sola, la frase non sarebbe grave: passato il termine, il ministro potrebbe sempre dire che il nemico resiste e bisogna continuare a combattere. Ma in questo caso l’Italia partecipa al conflitto perché membro della Nato. Lo fa malvolentieri, tanto che se alla fine si è decisa a partecipare alle azioni militari è per le pressioni degli alleati. Ora, se fra tre-quattro settimane Gheddafi non si sarà arreso, l’Italia che cosa farà? Mettiamo che prosegua nel suo impegno: Frattini ha dato fiato alla bocca solo per far fesso e contento Umberto Bossi? Se invece si ritirerà dalle operazioni militari come mai avrà fra tre o quattro settimane il coraggio che non ha avuto recentemente, quando bastava dire di no a Sarkozy?
Berlusconi in questa occasione ha fatto anche peggio di Frattini. L’impegno attivo nella campagna di Libia l’ha deciso da solo, dimenticando che la Lega non è un soprammobile della maggioranza. Essa ha il potere di far cadere il governo e il diritto di essere consultata sulle decisioni importanti. Bossi sarà rozzo e brutale, ma in questo caso la sua impuntatura è stata giustificata. Non si è trattato di insufficiente tatto politico: ha subito un’autentica mancanza di rispetto per un intero partito e per il suo leader. Talmente innegabile che Berlusconi non ha trovato una linea di difesa decente e deve ringraziare il buon carattere dell’Umberto (e il suo proprio interesse a non far cadere il governo) se alla fine, nella mozione della maggioranza, non c’è stata la smentita pura e semplice della posizione del Premier. Il problema è stato solo rinviato con l’impegno ad ottenere dalla Nato la fissazione di un breve termine della guerra.
La domanda diviene: che farà l’Italia, se la Nato dirà che vuole proseguire a tempo indeterminato? L’Alleanza non avrebbe torto. È contro ogni strategia militare annunciare in anticipo che si vuol finire la guerra: è come dire al nemico che per vincere gli basterà un giorno di più degli avversari.
Se fosse serio, l’annuncio di Frattini significherebbe che fra un mese l’Italia smetterà le azioni contro la Libia, quale che sia l’opinione della Nato. Se invece non fosse serio, e tendesse a prendere Bossi per i fondelli, bisognerebbe vedere se il Senatur è uomo da permetterlo o no. Berlusconi stavolta ha proprio “écrasé une merde”. È difficile che la notte non faccia brutti sogni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
6 maggio 2011

(1)    http://www.corriere.it/esteri/11_maggio_06/frattini-fine-missione-libia_21a53fde-77b7-11e0-b371-0fccdd35dd86.shtml

POLITICA
29 ottobre 2009
BERLUSCONI NON È ETERNO

BERLUSCONI NON È ETERNO

Per spiegare i fermenti nel Pdl, partiamo da un’ipotesi irreale.

Immaginiamo che scenda dal Cielo l’arcangelo Gabriele e annunci a tutti che il Padreterno ha deciso che Berlusconi vivrà in perfetta forma fino a centocinquant’anni. Per prima cosa bisognerebbe usare il defibrillatore cardiaco per molti esponenti di sinistra ma dopo, affrontata la più grande emergenza, bisognerebbe pure occuparsi dei politici del Pdl. Essi infatti, pur non avendo mancamenti, avrebbero turbamenti psicosomatici: un Berlusconi destinato ad accompagnarli tutti quanti nella tomba sarebbe un leader ineliminabile e nessuno avrebbe più la speranza di prenderne il posto. Diverrebbe anzi obbligatorio manifestargli la più indefettibile devozione e fedeltà. Extra Ecclesiam nulla salus.

In realtà il Premier ha oltre settant’anni e l’arcangelo Gabriele, per quanto se ne sa, non si è mosso dal suo posto. Esiste certo l’allarmante precedente di Fanfani e di Konrad Adenauer, il primo ancora premier a 79 anni e il secondo politicamente attivo a novant’anni: ma di solito ci si leva di torno prima ed è su questo che si fonda la “speranza” di molti politici del centro-destra.

Che all’interessato piaccia o no, anche Berlusconi è mortale: ed è questa la causa del fenomeno ricorrente delle fronde nel centro-destra. Per quanto utile il Cav. possa essere alla sua parte politica, rimane il fatto che, da un giorno all’altro, si potrebbe aprire la successione. Ognuno si domanda: “In che posizione sarei, nella corsa alla premiership?”

Per questo molti hanno un comportamento bifronte. Sono fedeli al Capo, perché diversamente rischiano la sorte di Casini e di altri, e tuttavia sono pronti a subentrargli mortis causa o a fargli le scarpe, se quello, almeno politicamente, non si decide a morire. La loro unica fortuna, a ripensarci, è che Berlusconi sia sceso in politica quando già aveva quasi sessant’anni: avesse cominciato giovanissimo, come Fini, per gli ambiziosi sarebbe stato un incubo lungo mezzo secolo.

Nel mondo politico i fermenti sono tanto più forti quanto più la maggioranza è incerta e manca di una forte leadership. Infatti, negli anni del dominio democristiano, i governi italiani si sono fatta la fama universale di non durare nemmeno un anno. In quel tempo si potevano coltivare grandi speranze: per così dire il turno veniva per tutti, una volta o l’altra. Come diceva Napoleone, ogni fante aveva nel suo zaino un bastone di maresciallo, e ognuno in questo caso voleva subito e concretamente quella carica. A costo di assassinare politicamente chi maresciallo era già.

Nel caso del Pdl la leadership è fortissima e dunque nessuno azzarda un assalto frontale. Ma il fattore anagrafico è nelle menti di tutti e questo innesca le prime schermaglie, perché fra i possibili successori non ce n’è uno che sia evidentemente destinato a prevalere sugli altri. Fini si è fatto molti nemici; Tremonti è soprattutto un tecnico; Bossi è malandato e un po’ troppo rozzo, per la prima carica politica dello Stato; Gianni Letta è troppo signore e “tessitore” per essere un capo risoluto. Né mancano altri che scalpitano per un avanzamento: il fatto è che tutti possono concorrere, anche gli outsider: quando non si sa in anticipo chi vincerà tutti i fanti lustrano il proprio bastone segreto di maresciallo. Bisogna capirli. Nessuno fa politica soltanto per servire il Paese: la prima cosa da servire è la propria ambizione e il proprio narcisismo. È normale.

Le “uscite” di Gianfranco Fini, le ambizioni di comandante di Tremonti o le stilettate alla schiena di qualche altro sono dunque fisiologiche, per la politica. L’unica cosa che si può discutere è se siano utili e funzionali per gli interessati. Poi, se rimanesse tempo e buona volontà, sarebbe bello se ogni tanto tutti, anche i politici, si chiedessero che cosa sarebbe utile all’Italia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

28 ottobre 2009

POLITICA
23 agosto 2009
BOSSI SCHIAFFEGGIA LA CHIESA

Quando si tratta di Bossi – e a più forte ragione quando si parla di Di Pietro – è facile essere imbarazzati. Quand’anche avessero ragione su un dato argomento, la rozzezza dei due politici provoca immancabilmente conati di fuga: e tuttavia bisogna resistere. Il vecchio detto che insegna: Amicus Plato, magis amica veritas (Platone è un amico, ma amo di più la verità), deve funzionare quand’anche si trattasse di un Plato Inimicus.
L’ultima polemica di cui sono pieni i giornali – anche perché non c’è molto altro di cui parlare – è la reazione del Senatùr alle critiche dei prelati riguardanti la tragedia degli emigranti nel Mediterraneo. I fatti sono noti. Pur parlando in generale, la Chiesa ha accusato ripetutamente – fino a paragoni assurdi con la Shoah – tutti i governi occidentali e intanto il più vicino: quello di Roma. Ha parlato di “offesa all’umanità”, di “rispettare sempre i diritti (quali?) dei migranti, senza chiudersi all'egoismo», di “un senso di egoismo per cui non si vuole condividere con lo straniero ciò che si ha” (Monsignor Vegliò). Infine il vescovo di Mazara del Vallo è arrivato a dire che: «Le sparate a salve di Bossi sono solo per i suoi seguaci e non per chi come noi vuole risolvere la situazione”. Le sparate? E se Bossi avesse parlato delle sparate di certi vescovi? Invece si è limitato a dire - nientemeno, stavolta il Senatùr è stato più moderato di un prelato - «Quelle dei vescovi sono parole con poco senso».
Tornando sul terreno della realtà, la Chiesa dimentica che: 1) lo Stato italiano è quello che è subito intervenuto, salvando i sopravvissuti, non appena ha avuto notizia del problema; 2) lo Stato italiano, anche mediante gli accordi con la Libia, cerca di impedire che dei disperati si mettano in pericolo su imbarcazioni di fortuna per affrontare l’alto mare; 3) infine che è troppo facile dare ai governi occidentali la colpa dei mali del mondo: questa è solo la versione moderna e teologica dell’antico “piove, governo ladro!” Un atteggiamento sostanzialmente volgare quanto quello di Bossi quando – a proposito di egoismo ed altruismo - risponde per le rime con queste parole: «Che le porte le apra il Vaticano che ha il reato di immigrazione; che dia lui il buon esempio”.
A questo punto i giornali  - soprattutto i giornali di una sinistra che ha completamente perduto il contatto con il popolo – annunciano che “Bossi attacca il Vaticano”, “Bossi attacca la Chiesa”, e chiudono gli occhi sul fatto che – per una volta! – l’Italia ha reagito in condizioni di legittima difesa. Il governo è l’aggredito, non l’aggressore.
Nel film “La Calda notte dell’ispettore Tibbs” c’è una scena indimenticabile. Il poliziotto nero, calato dal nord nel sud ancora razzista, dice ad un maggiorente qualcosa cui quello reagisce dandogli uno schiaffo: solo che Tibbs, il nero, lo schiaffo glielo restituisce a strettissimo giro di posta. Il bianco è peggio che offeso o indignato: è sbalordito, al di là di ogni concepibile reazione. Per lui un bianco poteva schiaffeggiare un nero, ma il fenomeno reciproco non l’aveva mai preso in considerazione. Nello stesso modo se la Chiesa non vuole essere criticata, anche pesantemente e anche volgarmente, non critichi e non attacchi gli altri, anche pesantemente e anche volgarmente. Se no, rischia lo schiaffo del poliziotto nero. O pretende il diritto di criticare gli altri mentre gli nega il diritto di rispondere? Se è così, è chiaro che da questa parte delle Alpi non è ancora arrivata la lezione di Lutero.
Bossi reagisce rozzamente ma non ingiustificatamente. Se il Vaticano, molto piccolo, non può far molto, per gli emigranti, perché critica Malta, che è molto piccola? E se invece, prima di accusare gli altri di inumanità, facesse ospitare due emigranti in ogni parrocchia italiana, quanti ne soccorrerebbe?
Rimane l’ipotesi – orrenda, secondo i giornali – che i cinque sopravvissuti siano incriminati per immigrazione clandestina. Al riguardo chi si indigna dimostra la propria ignoranza di diritto. Se un padre di famiglia provoca un incidente stradale in cui muore suo figlio, forse che non ne soffrirà? E forse che la magistratura, solo per questo, si asterrà dal condannarlo per omicidio colposo? L’avere sofferto non è una discriminante. Purtroppo, si direbbe che il diritto e il buon senso non pesano nulla, in certi giornali. E a volte, nemmeno nelle chiese.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 agosto 2009

POLITICA
17 agosto 2009
BOSSI E I DIALETTI
Quando tutto è quieto, Bossi sembra faccia il possibile per rendersi visibile. E insopportabile. L’ultima proposta è quella dell’insegnamento del dialetto nelle scuole e la replica, in questi casi, è sempre la stessa: i ragazzi hanno già abbastanza da imparare – e non l’imparano! – senza che gli si insegnino il codice della strada, l’ecologia, le religioni non cristiane e ora i dialetti. I ragazzi escono dal liceo classico ignorando chi è Shakespeare, chi, fra Molière e Racine, ha scritto tragedie, se Mozart era austriaco o tedesco e perfino se Donizetti sia un calciatore o un musicista. E gli si vorrebbero insegnare i dialetti?
Il dialetto è una parlata che assume il nome di lingua per ragioni politiche: Malta, divenendo indipendente, ha elevato il dialetto locale alla dignità di lingua, in modo che i suoi abitanti parlino male l’italiano o l’inglese e si capiscano solo fra loro. Una seconda ragione, perché un dialetto divenga lingua, è quella precisamente culturale: l’italiano è divenuto lingua nazionale per questo secondo motivo. Un terzo motivo è precisamente linguistico: si chiama lingua un dialetto che le sue strutture o il suo lessico rendono un unicum. Tuttavia, in questo ultimo caso, nasce il problema delle varietà di espressione: mentre infatti le lingue sono unitarie ed hanno caratteristiche ufficiali e cogenti, i dialetti, anche quando sono glottologicamente delle lingue, cambiano da un posto all’altro. Se si volesse insegnare il sardo nelle scuole, quale bisognerebbe insegnare, quello del Nord o quello del Sud, o quale altro ancora? E se infine si volesse insegnare il dialetto del comune, come si farebbe ad essere sicuri di poter reclutare sul posto un numero sufficiente di insegnanti? E se un alunno si trasferisse da un comune all’altro, come farebbe? Nell’ambito della stessa provincia ci sono comuni – come Linguaglossa e San Pietro, a sud di Caltagirone – che distano oltre 135 chilometri: le differenze di dialetto in questo caso possono essere impressionanti. E quale dialetto insegnare, nelle zone di “frontiera linguistica”? A Novi Ligure bisognerebbe insegnare il piemontese, visto che è in Piemonte, o il ligure, nel caso il dialetto fosse ligure come il nome?
Ma c’è un errore ancora più profondo. Oggi si parla dei dialetti con simpatia, come si parla di un amico defunto perché, secondo l’imperativo latino, de mortuis nil nisi bonum, dei morti non si può che dir bene. Ma com’era, l’amico, da vivo?
Chi la vicenda del dialetto l’ha vissuta personalmente, ricorderà che esso non significava, un tempo, “radicamento”, come si pretende oggi, ma confinamento al proprio ambiente di nascita, ignoranza, rischio di rendersi ridicoli, marchio d’inferiorità. L’esigenza di uscirne, parlando la lingua nazionale, era tanto forte, che non raramente si creavano dei calchi divertentissimi: di cui però gli autori facevano le spese.
Il dialetto in qualche caso è stato vissuto come civetteria: l’erudito napoletano avrà parlato in dialetto col suo assistente universitario, e la stessa parlata avrà usato, umilmente, col suo fruttivendolo. Ma si sentiva in grado d’insegnare l’italiano anche ad un toscano. L’unico caso in cui il dialetto – almeno fino a qualche tempo fa, per quanto ne sappiamo – è stato adottato come segno di appartenenza alla patria comune, è quello del Veneto. E non si può dire che la cosa vada a vantaggio di quella regione. Se il Veneto avesse prodotto più letteratura della Toscana, si potrebbe mostrare qualche comprensione. Ma che qualcuno si creda speciale perché è nato a Treviso piuttosto che a Ravenna, francamente non si capisce.
Se il dialetto deve servire a restringere l’orizzonte della civiltà, in un momento in cui l’inglese è la lingua mondiale e il francese sta divenendo un dialetto europeo, non c’è ragione di dire grazie a Bossi. Se lui rimpiange che il prefetto di Trapani operante a Varese non conosca il lombardo, noi rimpiangiamo che lui non sia in grado di farsi capire cinquanta o sessanta chilometri a nord di Varese.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 agosto 2009


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