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politica estera
27 aprile 2011
PERCHÉ L'ITALIA BOMBARDA LA LIBIA
Se mio padre è un perfetto galantuomo, sarebbe strano che non lo trattassi col massimo rispetto. Ma questo rispetto non può estendersi fino a giudicarlo una persona intelligente se tale non è. Nello stesso modo, la democrazia è il miglior tipo di regime che l’umanità sia riuscita ad inventare ma ciò non può obbligarci a non vedere i suoi difetti.
Una persona informata e con un minimo di cultura è allarmata pensando che le sorti del Paese dipendono anche dal voto di un uomo di cui ha conosciuto la perspicacia in occasione dell’ultima assemblea di condominio. Il cittadino medio è tanto incompetente in economia, in diritto e in politica quanto lo è in chimica, glottologia e storia degli Assiri. Dunque, per ottenere il suo consenso, bisogna spiegargli i problemi in forma per lui comprensibile e la conseguenza è che la politica è grandemente influenzata dalla retorica e dalla demagogia. Fino ad esserne non raramente stravolta. Inoltre, i cittadini diffidano con ragione dei governanti e i candidati si presentano sempre sotto il migliore aspetto morale. “Gli altri sono cattivi, noi siamo buoni”, “Gli altri pensano a se stessi e ai loro amici, noi siamo disinteressati, e vi faremo ottenere ogni sorta di vantaggi”. Il tutto dà luogo ad un autentico festival delle bugie.
Il correttivo, in democrazia, è che il buongoverno e il malgoverno hanno infine effetti concreti. Può avvenire che il corpo elettorale attribuisca all’esecutivo meriti o demeriti che non ha ma esiste comunque un controllo dei risultati che può condurre alla riconferma della maggioranza o al suo insuccesso.
Questo meccanismo funziona molto meno bene in politica internazionale. Se già i cittadini sanno poco di ciò che avviene nel loro Paese, figurarsi quali idee possano avere in campo geopolitico. Non solo gli mancano le necessarie nozioni di geografia fisica ed economica, non solo non sanno molto dei flussi energetici e delle merci, delle alleanze e delle storiche inimicizie, ma non sono nemmeno equipaggiati per capire come funziona questo mondo: qui imperano infatti la nuda forza, gli interessi privi di scrupoli, l’egoismo più sconfinato elevato al livello di suprema virtù. Gli Stati hanno fra loro rapporti che, sotto l’apparenza della cortesia, corrispondono a quelli di animali in competizione per il cibo e le femmine. E che per il cibo e le femmine sono disposti a sopprimere i concorrenti.
La forza dei dati concreti spiega molti comportamenti che sorprendono l’uomo della strada. Questi non si rende conto che spesso contano più le necessità obiettive che i programmi politici. Obama ha fatto una campagna elettorale dando ad intendere che avrebbe totalmente cambiato la politica di Bush, avrebbe chiuso Guantanamo e avrebbe posto fine agli impegni bellici internazionali degli Stati Uniti, e di fatto ha lasciato tutto come prima. Anzi, ha aumentato il numero degli effettivi impegnati in Afghanistan. L’idolo delle sinistre (e delle donne) J.F.Kennedy si è reso responsabile dell’impantanamento degli Stati Uniti nel Vietnam. Un caso simile si è avuto persino da noi: Massimo D’Alema, da Presidente del Consiglio, ha impegnato l’Italia in un’azione bellica nei Balcani, a fianco degli Stati Uniti, contro la quale avrebbe ferocemente protestato – anzi, sarebbe “insorto” – se in quel momento avesse fatto parte dell’opposizione. Soprattutto tenendo conto delle tradizioni pacifiste e antiamericane della sinistra. Ma un conto è tenere un comizio a Bologna, un altro guidare l’Italia. Come ha detto Bismarck, “Quanto meno la gente sa di come si fanno le salsicce e le leggi, tanto più serenamente dorme” (1).
Se i governanti sono necessariamente ipocriti in politica interna, in politica internazionale lo sono molto di più. In qualunque Paese civile si cerca di fare il bene di tutti, senza danneggiare nessuno, se possibile, e questo rende facile almeno l’apparenza della moralità. Viceversa, in campo internazionale non si può spiegare gran che ad un popolo ubriaco di morale e di buone intenzioni. Quand’anche esso riconoscesse la necessità di ottenere un certo risultato, vorrebbe che l’omelette fosse ottenuta senza rompere le uova. In campo internazionale i governanti hanno il problema di guidare il Paese o nascondendo le vere ragioni delle decisioni o ammantandole di falsi scopi.
La differenza fra politica interna e politica estera è la stessa che c’è fra “noi” e “loro”. Nella nazione, parliamo di “noi”: e “noi” siamo tutti. Nessuno può essere speso a vantaggio di un altro. Fuori dalla nostra nazione invece ci sono “loro”, e se appena la gente percepisce un pericolo, la regola diviene: meglio che perdano un miliardo “loro” che un milione “noi”; meglio che “loro” muoiano piuttosto che “noi” rischiamo di essere feriti.
Riguardo alla Libia, ciò che non si può dimenticare è che la geografia non cambia. Essa era lì al tempo dei Romani e sarà lì ben dopo di noi. E non cambia neppure l’economia: quel Paese ha tanto bisogno di vendere il suo petrolio e il suo gas quanto noi abbiamo bisogno di comprarlo. Dunque, se il bottegaio si è chiamato Gheddafi, è stato necessario avere a che fare con lui. Il fatto che sia antipatico, che in passato abbia maltrattato, depredato ed espulso gli italiani, avendo dopo persino la tracotanza di chiedere dei risarcimenti, non cambia il fatto che sia il negoziante sotto casa.
Poi il vento è cambiato e per ragioni che ignoriamo la Francia e l’Inghilterra hanno sentito l’urgenza di rimuoverlo dal potere. Molti italiani hanno allora dato libero sfogo alla loro antipatia, trasformandola audacemente in una buona ragione per azioni belliche, fino a considerare “protezione dei civili inermi” dei raid sull’ufficio di Gheddafi, chissà, magari con la speranza di ammazzarlo.
L’ultima giravolta del governo italiano – per noi incomprensibile – è la promessa di partecipare agli attacchi aerei. Ma visto che s’è capito ben poco di tutta la vicenda libica, possiamo solo sperare che il nostro governo sappia ciò che fa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
27 aprile 2011

 (1) “Je weniger die Leute wissen, wie Würste und Gesetze gemacht werden, desto besser schlafen sie!”


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POLITICA
18 agosto 2010
HIROSHIMA - ERRATA CORRIGE
Come qualcuno forse ricorderà, recentemente ho pubblicato un articolo dal titolo “Gli Stati Uniti  si devono scusare per Hiroshima?”.
In esso c’era la seguente frase: “Con l’aviazione e con la moderna tecnologia le cose sono cambiate. Quel gentiluomo di Hitler ha avuto la brillante idea di indurre la Gran Bretagna alla resa o all’accordo non battendola in battaglia ma terrorizzando e ammazzando un gran numero di civili. Ci ha provato a Coventry e ci ha provato a Londra, con i bombardamenti e con i primi missili. Ma oltre che un crimine contro l’umanità è stato un pessimo calcolo. Non solo l’Inghilterra non si è arresa, ma ha poi restituito la pariglia con gli interessi ad Amburgo, a Colonia, a Dresda, dovunque, fin quasi a fare della Germania tabula rasa”.
Mi scrive ora un amico, il dottor Guido Galli, che ho scritto una cosa inesatta.
“Caro Gianni,
d'accordo con il senso del tuo articolo, ma poiché la storia militare è un mio hobby devo  precisare meglio quanto affermi sui bombardamenti aerei della II guerra mondiale. Per tutta la prima fase della "battaglia di Inghilterra", e cioè dal 10 luglio al 25 agosto 1940, i tedeschi concentrarono la loro offensiva aerea su fabbriche (specie di aerei), porti ed installazioni radar ed anche, a prezzo di molte perdite, con risultati efficaci, come la distruzione delle essenziali stazioni radar di Dover, Pevensey, Dunkirk e Rye. Cercarono di risparmiare i civili, probabilmente perché Hitler sperava ancora in una pace ed accordo con l'Inghilterra (non era stato altrettanto riguardoso con i civili polacchi). Ma quando il Comando caccia britannico stava per perdere la battaglia, Churchill fece bombardare Berlino il 26 agosto da 81 bombardieri pesanti; a seguito di che Hitler nel discorso del 4 settembre annunciò: "Gli inglesi devono sapere che da questo momento, notte dopo notte,daremo loro la nostra risposta..-". E l'offensiva aerea fu spostata sulle città (a cominciare dal terribile bombardamento di Londra del 7 settembre,effettuato da 372 bombardieri scortati da 642 caccia), con la conseguenza che l'aviazione inglese poté riorganizzarsi. Di chi dunque la prima offesa e di chi la ritorsione? Naturalmente tutto ciò non assolve Hitler dalle sue molte colpe, né si può imputare a Churchill (anzi va a sua lode) una spietata decisione che probabilmente salvò l'Inghilterra. E' la logica della guerra, come dici.
Affettuosamente
Guido”
Mi scuso per la mia ignoranza (o dimenticanza, ma fa lo stesso) e sono lieto di fornire questo dato. Naturalmente precisazioni o improbabili tesi opposte saranno accolte con rispetto.
P.S. Ma gli inglesi avevano già il radar? E i tedeschi lo sapevano? Come mai la marina italiana ne ignorò sempre l’esistenza, perdendo anche per questo parecchie navi? Ma forse il dr.Galli voleva parlare di centrali di ascolto con aerofoni.


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POLITICA
4 novembre 2009
UN WARGAME PER L'IRAN
Qualunque persona di buon senso sa che le soluzioni ai problemi di politica internazionale che si possono inventare parlando con un amico o col barbiere hanno una probabilità su mille di essere valide. Dunque, anche la tattica che sarà qui suggerita, per l’Iran, ha ben poche possibilità di essere ragionevole: viene scritta solo per suscitare le obiezioni di chi è più competente, col risultato che alla fine ne sapremo tutti di più.
Giorni fa si è scritto, con un sentimento di disperazione ma purtroppo  molto realisticamente, che quello dell’Iran è un problema insolubile . Si sono esaminate le diverse opzioni: la distruzione dei siti noti, l’invasione via terra ecc., ma nessuna di esse risolve il problema di un regime fanatico,  dotato della bomba atomica, che proclama di voler distruggere un intero Stato. E soprattutto: per quanto tempo bisognerebbe occupare l’Iran?
La soluzione che qui si propone parte proprio dalle difficoltà che sono state esposte e, per così dire, le trasforma in vantaggi.
In Afghanistan il grande problema è che i talebani si confondono con la popolazione, e per conseguenza gli Stati Uniti e i loro alleati non possono trarre vantaggio dalla loro enorme superiorità quanto ad artiglieria ed aviazione. In Iran invece il problema è quello di eliminare dei siti, ben individuati; e di distruggere prevalentemente cose e non persone. Washington potrebbe dire: sappiamo che nel tale luogo, tot longitudine est, tot latitudine nord, c’è un sito nucleare. Vi diamo due ore di tempo per evacuare tutti coloro che ci lavorano. Se il sito è in una città, sgombrate l’intero quartiere, ché se poi a voi non importa dei vostri cittadini, figuratevi a noi. Sappiate comunque che scadute quelle ore, del sito, che sia in campagna, su un’isola, in una città, non rimarrà pietra su pietra. Dolenti per i danni; dolenti per le eventuali vittime; dolenti per le eventuali fughe di radioattività ma sappiate che, se non rinuncerete ai vostri programmi, distruggeremo uno dopo l’altro tutti i vostri siti nucleari, sia quelli attuali sia quelli che doveste aprire in seguito. Qualunque attività di questo genere sarà come una “richiesta” di distruzione totale.
Purtroppo, se si volesse impedire che l’Iran, per rappresaglia, mini lo stretto di Ormuz, bisognerebbe distruggere l’intera flotta iraniana e qualunque cosa galleggi e possa portare una mina. In seguito si vieterebbe per giunta alle imbarcazioni battenti bandiera iraniana di lasciare i porti. Anche questa punizione terribile dell’Iran (che se la sarebbe cercata) è una cosa che una grande potenza, dotata di grandi mezzi tecnologici, può fare senza sforzo.
Come si vede si tratterebbe di ribaltare contro i suoi autori quella perfida invenzione del Ventesimo Secolo chiamata “guerra asimmetrica”. Stavolta asimmetrica nel senso che l’Occidente infliggerebbe colpi durissimi senza subirne alcuno. Nessuna assicurazione stipulerebbe una polizza sulla vita ai piloti iraniani che osassero levarsi in volo col loro aereo.
Naturalmente gli iraniani potrebbero cercare di portare tutte le fabbriche nel cuore delle montagne. Ma da un lato un buon bombardamento può sigillare le entrate della fabbrica dentro la montagna, dall’altro i drone e gli aerei potrebbero distruggere qualunque mezzo di trasporto che si avvicini a quella montagna, stavolta uccidendo anche gli occupanti dei mezzi. Fra l’altro, se gli americani volessero presidiare quell’entrata con dei paracadutisti bene armati, potrebbero farlo facilmente. Gli iraniani che osassero attaccare gli statunitensi in campo aperto sarebbero sterminati in men che non si dica. Occupare e presidiare un intero, grande paese, è impresa costosissima, impedire che si entri in una montagna si può fare con  l’aiuto dell’aviazione e poche decine di uomini.
Come è ovvio, l’opinione pubblica internazionale protesterebbe: lo fa sempre, e l’Iran avrebbe la solidarietà del blocco dei Paesi anti-Occidente, quella che all’Onu si chiama “maggioranza automatica”. Ma non si fanno omelette senza rompere le uova. O gli Stati Uniti fanno capire che fanno sul serio o, un giorno, potrebbero amaramente pentirsi di avere permesso ad un gruppo di fanatici religiosi di menarli per il naso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 novembre 2009

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