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ECONOMIA
6 dicembre 2014
FLAT TAX
Silvio Berlusconi ha proposto per tutti la flat tax al 20%. Con questa espressione si accenna all'immagine di una linea orizzontale (piatta) all'interno degli assi cartesiani, per dire che la tassazione non aumenta in funzione del reddito, ma rimane bassa e costante a tutti i livelli. Senza essere preconcettamente ostili a Berlusconi, si è tentati di bollare la proposta come demagogica e velleitaria. Infatti, ancora una volta, si parte dal risultato e non dalle premesse.
L'esempio massimo di questo errore è l'euro. Che cosa era desiderabile, per un continente uscito da devastanti guerre fratricide, soprattutto fra francesi e tedeschi? Che esse fossero rese impossibili dall'unità politica. L'assenza di frontiere, un destino economico comune fondato sulla libera circolazione di beni e capitali, e soprattutto tenuto insieme da una moneta comune, avrebbero aperto un periodo di pace e prosperità. Ecco il sogno dell'Unione Europea. Poiché però esso progrediva troppo lentamente, ad un certo momento i nostri coraggiosi governanti lanciarono il cuore oltre l'ostacolo e crearono l'euro. L'unione politica - causa - avrebbe dovuto condurre all'euro - effetto - e loro, visto che l'effetto tardava, l'hanno fatto nascere col cesareo: l'effetto avrebbe dovuto provocare la causa. Purtroppo, come era prevedibile, ciò non è avvenuto, e oggi siamo nella situazione che conosciamo.
Ora, con Berlusconi, ci risiamo. La tassa piatta è una buona idea, ma se oggi lo Stato preleva all'incirca il 50% di tutta la ricchezza prodotta dagli italiani, e se la pressione fiscale è oltre il quaranta per cento, se ne deduce che, applicando improvvisamente la tassa piatta, dall'oggi al domani lo Stato incasserebbe più o meno la metà di prima. E come farebbe fronte a tutte le sue spese? 
Ovviamente chi sostiene la tassa piatta dirà che questo provvedimento dovrebbe andare di pari passo con un drastico taglio delle spese, tanto da permettere allo Stato di sopravvivere con una tassazione al 20%. Fra l'altro, col tempo si avrebbe forse un gettito maggiore dell'attuale, derivante dall'impressionante rilancio economico. Possibile. Ma intanto, per avviare l'operazione, per qualche tempo lo Stato dovrebbe essere in grado di sopravvivere con la metà del gettito. 
Dunque le tappe teoriche della riforma sono le seguenti: a) lo Stato taglia la progressività della tassazione, e la porta ad un livello del 20% per tutti; b) mancando il gettito di prima, per qualche tempo, mentre opera i tagli necessari, lo Stato vive contraendo ulteriori debiti sul mercato borsistico internazionale; c) lo Stato opera tagli enormi nella spesa pubblica, praticamente dimezzandola; d)  l'economia riparte alla grande, lo Stato incassa anche più di prima dell'operazione e rimborsa anche i debiti contratti per l'occasione. Tutti sono felici e contenti.
Ma la realtà è implacabile. Per attuare il punto b), l'Italia dovrebbe innanzi tutto uscire dall'euro (diversamente l'Europa non ci permetterebbe certo una simile manovra), e Dio sa quanto sia facile e indolore. Inoltre dovrebbe fruire di un credito economico internazionale immenso. Viceversa è notizia di oggi che i nostri titoli sono stati degradati da Standard & Poor's a BBB-, "un gradino sopra il livello spazzatura", scrive il "Corriere". Di fatto, chiedendo somme enormi in prestito, potremmo non ottenerle e condurre l'Italia al default. L'esistente, astronomico debito pubblico è già una sufficiente minaccia. Anche il punto c) è impossibile, soprattutto in tempi brevi. In passato proprio lui, Berlusconi, che si dice liberale, e che per qualche tempo ha capeggiato la massima maggioranza parlamentare dell'Italia repubblicana, non ce l'ha fatta: perché dovrebbe farcela un altro governo? Tutti sono capaci di scrivere libri dei sogni. 
Infine, ammesso che la Fata Turchina, tralasciando per un po' di occuparsi di Pinocchio, avesse già realizzato i miracoli a), b) e c), chi ci assicura che poi si avrebbe il punto d)? Sulla carta tutte le teorie - dal deficit spending alla supply side economy - sono perfette; storicamente a volte l'una o l'altra di queste teorie hanno pure avuto successo, ma non tanto stabilmente da divenire certezza economica per tutti. Dunque questa dolorosa - e forse impossibile - rivoluzione copernicana dell'assetto economico-fiscale italiano potrebbe non dare i risultati sperati. E al passaggio, piccolo particolare, potrebbe far fallire l'Italia, riportandola all'anno zero dell'economia, forse ripartendo dal baratto. Il fallimento sarà magari inevitabile, ma perché provocarlo immediatamente?
La speranza è che Berlusconi abbia realizzato un'operazione pubblicitaria, consentitagli dal fatto di non essere al potere. Ma non è un'operazione che migliori la sua immagine pubblica.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
6 dicembre 2014

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POLITICA
14 novembre 2014
RENZI E BERLUSCONI, UN SEMPLICE RINVIO
Avant'ieri sera molti italiani aspettavano con ansia il responso dell'incontro fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Immaginavano che i due, giovialoni come sono, si sarebbero scambiati tante barzellette e tante pacche sulle spalle da ricorrere poi all'osteopata: ma a qualche conclusione dovevano pure arrivare. E invece poi il sospirato responso non fu affatto chiaro. Le stesse televisioni, che di solito hanno il compito di chiarire gli arcana imperii, non sono state d'aiuto. Come avessero dimenticato le regole fondamentali del giornalismo. Quando finisce una partita di calcio, prima di discutere dottamente delle strategie degli allenatori e dell'imparzialità dell'arbitro bisogna rispondere alla domanda fondamentale e assolutamente inevitabile: "Chi ha vinto?" Stavolta invece i media si sono limitati a placcarsi con singolare acquiescenza sulla retorica banale del comunicato congiunto. C'è voluto del tempo perché si rassegnassero ad ammettere che i due leader, dicendo di essersi intesi su tutto, non si erano intesi su nulla. 
Guardando le cose dall'esterno, sembra evidente che il vincitore e beneficiario di questo "Nazareno bis", almeno fino ad ora, sia l'assente, il convitato di pietra, come l'ha chiamato qualcuno: il Nuovo Centro Destra. Ottenuto lo sbarramento al 3%, ha buone possibilità di entrare in Parlamento e perfino di rimanere al governo col Pd. Se invece lo sbarramento fosse - poniamo - al 5%, presentandosi da solo probabilmente scomparirebbe, e chiedendo a Berlusconi di essere riammesso nella sua coalizione perderebbe la faccia. Senza dire che rischierebbe di non essere accettato. Una soglia alta è per il Ncd un pericolo mortale. Ed è probabilmente questo pericolo che ha dato ad Angelino Alfano il coraggio di dire a Renzi: "O una soglia bassa o facciamo cadere il governo ".
Questo "coraggio" non costa molto. Cadendo il governo si andrebbe a votare con la legge voluta dalla Corte Costituzionale, cioè con la proporzionale, e Alfano non desidera altro. Dunque potrebbe aver detto: "O la proporzionale con le buone, o la proporzionale con le cattive". Renzi, non potendo opporre nulla di serio, ha ceduto. E a sua volta ha fatto cedere un Berlusconi che non ha molta voglia di andare alle urne. Questi i fatti cui si risale a fil di logica.
Ma in Italia nulla è semplice. Il comunicato ufficiale rinvia compuntamente al Parlamento le questioni in sospeso e ciò fa sì che quella del Ncd non sia una vittoria definitiva. Da un lato è vero che fra un mese o due avrà ancora la possibilità di far cadere il governo, ma dall'altro, se fra qualche tempo il Parlamento imporrà il 3%, il 4% o l'8%, Alfano non potrà farci nulla. Il furbo Renzi potrà per giunta allargare le braccia e dirsi obbligato ad obbedire "al popolo sovrano". Mentre se avesse detto di no ora, sarebbe stato incolpato di avere rotto l'asse "costituente" con FI. 
Qualcuno potrebbe obiettare che quel comunicato ha comunque stabilito la soglia del premio di maggioranza a favore del primo partito (e non della coalizione) che raggiunge il 40% dei voti (e non il 35 o il 37%). Anche se poi il primo partito la coalizione l'ha al suo interno.  Comunque c'è una grande differenza fra le percentuali previste della sola Forza Italia e le percentuali ottenibili aggiungendoci tutti i "parenti" (non escluso neppure il Ncd). L'attribuzione del premio al partito è dunque un regalo al Pd o, Dio non voglia, al M5S. Almeno in teoria. In concreto questo intento è tanto cinico quanto velleitario. 
Il 40% è una soglia inverosimile. Il fatto che il Pd l'abbia toccata non deve illudere. Alle europee si vota per gioco e l'astensionismo è stato alto, quando si tratterà delle politiche molti alzeranno le terga dalla sedia e andranno ai seggi. Dunque si avrà al ballottaggio ed è allora che i partitini, se sarà mantenuto lo sbarramento al 3%, saranno importanti e per dare i propri voti a uno dei due primi arrivati venderanno cara la pelle. Il mercato delle vacche sarà segreto ma all'ultimo sangue. Fino ad ora la sintesi del "Nazareno bis" è questa: "Non temete, al primo turno nessuno avrà il premio. E al secondo ci metteremo d'accordo".
Comunque, come si dice in francese, "un coup pour rien", un giro d'assaggio. Essenziale, per un cambiamento, è che si mantenga il ballottaggio. Dunque non ci rimane che aspettare la legge elettorale sulla Gazzetta ufficiale.
Viviamo il festival dei pregiudizi, della paura e dell'egoismo. Il Pd e Forza Italia hanno il pregiudizio che debbono allearsi fra loro. Il M5S ha il pregiudizio che non deve allearsi con nessuno. FI ha paura di divenire del tutto irrilevante e non osa passare veramente all'opposizione. Il NCD dimostra il comprensibile egoismo di chi lotta per la propria sopravvivenza, anche a costo di provocare l'ingovernabilità. E l'Italia, in tutto questo, è il vaso di coccio.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 novembre 2014


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POLITICA
12 novembre 2014
RENZI GARANTE DI BERLUSCONI
 o di chi ne fa le veci

L'identificazione delle grandi tendenze politiche è difficile e le possibilità d'errore sono grandi. Ma il gioco vale la candela. È stato a forza di cercare come produrre l'oro artificialmente che si è arrivati a creare la chimica.
Oggi la massima tendenza che abbiamo sotto gli occhi è l'evoluzione del Pci e dei suoi successivi avatar. Se pure con un enorme ritardo sulla storia (avrebbe dovuto liquefarsi insieme con l'Unione Sovietica) e se pure con una snervante lentezza, dopo un quarto di secolo quel partito è divenuto altro da sé. Era per la lotta di classe, per la dittatura, per il capitalismo di Stato, insomma, a costo di impoverirci tutti e di privarci della libertà, per il modello sovietico, e oggi non si può negare al Pd di costituire un ribaltamento di tutto ciò. Anche se ha mantenuto la spinta utopica, il disprezzo  per i calcoli "ragionieristici", la tendenza statalistica, la convinta e apodittica convinzione della propria superiorità morale - insomma, tutti quei connotati che, a parere di Luca Ricolfi, l'hanno reso "antipatico" - ha però sinceramente abbracciato la democrazia e l'economia di mercato. Come se non bastasse - e con questo arriviamo all'attualità - Matteo Renzi è riuscito a compiere il miracolo di renderlo non temibile e addirittura "simpatico". Tanto che ha guadagnato parecchi voti al centro, proprio nel momento in cui quei voti hanno cominciato a perderli Berlusconi e i suoi. Ciò ha fatto pensare al sorgere di un partito capace, dopo essersi liberato della palla al piede dei massimalisti di sinistra, di divenire ecumenico come la Democrazia Cristiana. Dunque di farsi votare un po' da tutti, di sbaragliare il centrodestra e di essere il centro ineliminabile e vincente della vita politica nazionale. 
Ma proprio di questo è lecito dubitare. Il fatto che il Pd di Renzi non allarmi più i benpensanti non significa che gli italiani siano finalmente disposti a votare per i comunisti: significa che il Pd non è più comunista. La cosa è certificata dall'autentica contrapposizione agli estremisti di Sinistra e Libertà, dal disprezzo per gli invasati confusionari del M5S, e soprattutto dalla rottamazione dei dogmi più sacri del Pci. Dire che chi fa le leggi è il Parlamento e non i sindacati è fare un salto dal Medio Evo politico alla modernità della Gran Bretagna di quarant'anni fa, quella di Margaret Thatcher.
Tutto ciò potrebbe - è vero - portare il Pd a grandi successi ma, contrariamente a quanto pensano in molti, non porterà affatto alla scomparsa del centrodestra. Se, infatti, a sinistra c'è un partito X, socialdemocratico, laburista, "liberal", e comunque moderato, a destra ci sarà inevitabilmente un partito Y, liberale, conservatore, e comunque moderato, cui l'elettorato si rivolgerà non appena, per qualsivoglia ragione, sarà stanco del partito X. Non sono i partiti ad attirare i voti degli elettori, sono le tendenze degli elettori a creare i partiti. E poiché è nella natura umana, e particolarmente nella natura della democrazia, stancarsi di qualunque governo e dargli la colpa della propria insoddisfazione, in una democrazia che non sia bloccata (come era quella dei tempi della Dc) l'alternanza al governo è inevitabile. Se il partito da contrapporre a quello che non piace non esiste, lo si crea. Non è forse questa la spiegazione del successo di Berlusconi nel 1994?
Il successo attuale di Matteo Renzi e del suo Pd non è la fine della storia, è l'inizio di una nuova fase. Ancora qualche anno fa, quando tentava di andare al governo, la sinistra si serviva dell'immagine di un "non comunista", per esempio l'ex democristiano Prodi, per non allarmare l'elettorato. Ora Renzi è a Palazzo Chigi e nessuno ne è spaventato. Il suo partito è veramente divenuto "Democratico", ha lo stesso nome di quello americano e come quello si contrappone ad un partito "conservatore", di cui per così dire garantisce l'esistenza e la sopravvivenza.
Ecco perché questo è l'inizio di una nuova storia. Perché finalmente anche in Italia ci siamo accorti che il comunismo è morto, che gli avversari politici non sono il diavolo e non fanno temere l'apocalisse. Se può servire si potrebbe dire - con umorismo nero - che "i comunisti" e "i berlusconiani" sono in larga misura uguali: nel senso che attualmente, per quel che ne sappiamo, né gli uni né gli altri sono capaci di tirarci fuori dalla merda.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 novembre 2014

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POLITICA
17 ottobre 2014
SI DIMETTE IL PRESIDENTE CHE HA ASSOLTO BERLUSCONI
Tutti i giornali riferiscono che il dr.Enrico Tranfa, Presidente della Corte d'Appello di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo per concussione e prostituzione minorile, si è dimesso dalla magistratura per protesta contro quella stessa sentenza. Dicono che il fatto sia senza precedenti nella storia giudiziaria italiana e già per questo merita commento. 
Le dimissioni non sono state accompagnate né da dichiarazioni aspramente critiche nei confronti dei due colleghi di collegio, né da attacchi all'amministrazione della giustizia in generale. Dunque va dato atto al magistrato di avere rispettato fino all'ultimo la dignità dell'ordine cui ha appartenuto per trentanove anni. Spesso invece i politici, se cambiano casacca, sparano ad alzo zero contro la formazione di provenienza.
Altro suo titolo di merito è che le dimissioni non sono state accompagnate da interviste o gesti clamorosi. Il silenzio e l'assenza possono essere tanto una critica agli altri, quanto un'ammissione della propria incompatibilità.
Molta gente infine giudicherà positivamente la forte passione del dr.Tranfa per la giustizia. La sua esigenza di non firmare una sentenza che disapprovava è stata tanto impellente da spingerlo a un gesto clamoroso e di risonanza nazionale. Purtroppo, nella vicenda gli elementi positivi finiscono qui. 
In primo luogo va detto che una "forte passione per la giustizia" è un difetto, in un magistrato. Secondo il nostro ordinamento il giudice deve applicare la legge, giusta o ingiusta non importa. Quando la legge desidera che il giudice si regoli sulla base del suo sentimento stabilisce expressis verbis che decida "secondo equità". Nei rimanenti casi il principio è l'applicazione pedissequa della norma. La giustizia insomma è un ideale privato, estraneo all'amministrazione della giustizia, così chiamata con una certa esagerazione.
Naturalmente, quando si tratta di stabilire quale sia la legge da applicare, quale la misura della pena fra il minimo ed il massimo, o se lasciar prevalere le attenuanti o le aggravanti, la discrezionalità del giudice rimane grande, Ma essa non si estende al giudizio di colpevolezza o d'innocenza. Il giudice deve condannare l'imputato che le prove indicano come colpevole, anche se personalmente avrebbe preferito assolverlo, ed assolverlo, anche se evidentemente colpevole, quando le prove non sono sufficienti. Se non esiste la prova concreta che Berlusconi conoscesse la vera età della giovane Karima al-Mahroug l'assoluzione diviene un obbligo imprescindibile.
In secondo luogo, la fiera protesta del dr.Tranfa dovrebbe indicare che, nella sua lunga carriera, egli non si è mai trovato a reputare ingiusta una decisione. E questo è inverosimile. Si può dissentire dalla norma (il giudice antiproibizionista condannerà lo stesso il piccolo spacciatore di droga), si può dissentire dal giudizio dei colleghi, in alcuni casi si può essere in disaccordo con l'intero sistema, e tuttavia si rimane in magistratura. Ecco dunque che fanno capolino scomodi sospetti.
In primo luogo, le dimissioni sono state presentate a quindici mesi dal normale pensionamento, dopo trentanove anni di servizio. Dunque il magistrato non ha rinunziato praticamente a nulla dal punto di vista finanziario. Il gesto non ha comportato speciali sacrifici. In secondo luogo, qualcuno può ipotizzare che la protesta, più che giudiziaria, sia stata politica: e questo non è bello, quando si parla di un magistrato. In terzo luogo, l'avere presentato le dimissioni per il motivo ipotizzato dai giornali viola imperdonabilmente il segreto della Camera di Consiglio. Essendo il collegio composto da tre magistrati, di parere diverso dal suo non erano altri anonimi giudici, ma evidentemente gli altri due membri, in questo modo indicati nominativamente: la dott.ssa Ketty Locurto e il dr.Alberto Puccinelli. 
Il dr.Tranfa per giunta ha creato un sospetto, magari infondato, che si rivela reversibile: da un lato ha involontariamente fatto apparire i colleghi come berlusconiani disposti a commettere un'ingiustizia pur di favorire un leader a loro gradito, dall'altro ha permesso altrettanto bene di sospettare che lui stesso tenesse assolutamente a quella condanna perché odiava ed odia quel leader. Si sarebbe preferito non essere costretti a questo genere di dilemmi. 
Nel complesso questa sgradevole vicenda si inscrive nel vasto dramma italiano dell'interferenza nell'amministrazione della giustizia delle passioni personali - e a volte politiche - di tanti magistrati. Sarebbe stato meglio che il dr.Tranfa inghiottisse amaro, come fanno quotidianamente tanti suoi colleghi e come lui stesso avrà sicuramente fatto in passato, lasciando che questo processo rientrasse nella normale routine di un'amministrazione della giustizia certamente "umana, troppo umana": ma alla quale non abbiamo alternativa.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
17 ottobre 2014

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15 maggio 2014
NAPOLITANO NELLA TAGLIOLA
I dati di fatto non permettono al Presidente di dichiararsi estraneo
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Da anni Silvio Berlusconi parla del fatto che le banche germaniche, nell’estate del 2011, fecero sì che lo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi balzasse alle stelle, per far credere che l’Italia stesse per affondare. “Il mese prossimo non si potranno più pagare gli stipendi”. Lo scopo era quello di convincere tutti che l’unico modo di salvare l’Italia era quello di  eliminare l’odiato Cavaliere. Recentemente Alan Friedman ha scritto un libro in cui ha rivelato che in alto loco da mesi ci si organizzava per mandarlo a casa e sostituirlo con Mario Monti. E non si è trattato della tesi azzardata di un giornalista: i fatti sono stati corroborati da testimonianze importanti, a cominciare da quella dello stesso Monti. Infine è arrivata la testimonianza dell’ex ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Timothy Geithner, e si è costretti a ricordare una vecchia battuta: “Se uno ti chiama asino, protesta; se un altro ti chiama asino, protesta; se un terzo ti chiama asino, raglia”. E infatti ora ci si scandalizza per il disprezzo dimostrato da molti per le istituzioni democratiche e per l’offesa alla sovranità italiana perpetrata da alti funzionari stranieri. Tanto da chiederne conto a quel supremo garante di tutte queste cose che è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Purtroppo questi, dopo un lunghissimo silenzio, ha dichiarato che “le dimissioni di Berlusconi furono libere e responsabili”, e che lui personalmente non ha mai saputo di pressioni per farlo dimettere. 
Quando le dichiarazioni sono secche e significative si possono definire laconiche. Quando non dicono gran che, l’aggettivo diviene invece “elusive”. Un indizio è un indizio, due indizi sono due indizi, tre sono una prova. E nel mondo politico, dove basta anche un sospetto, c’è da essere estremamente preoccupati. Il Presidente, quand’anche fosse innocente, rischia di entrare nello scandalo fino ai capelli. Né gli basterebbe una qualche scusante “giuridica”. Del resto, la fiducia nei giudici è talmente calata che neanche un’assoluzione in giudizio farebbe stato, agli occhi dell’opinione pubblica. E non può neppure dire: “Non ci sto”, come fece Oscar Luigi Scalfaro. A quel Presidente la fecero passare, oggi il vento è cambiato e se Napolitano dicesse la stessa cosa sarebbe sommerso dai fischi.
Fra l’altro, dire che le dimissioni di Berlusconi furono libere richiederebbe una spiegazione. Egli aveva dunque tanta voglia di lasciare il posto ad altri? L’altro aggettivo, “responsabili”, è addirittura provocatorio. Sembra voler indicare un’ammissione di colpa da parte di Berlusconi: cosciente di essere d’inciampo, per il bene della Patria ha avuto il grande senso di responsabilità di farsi da parte. Ebbene, che qualcuno ci dica in che senso Berlusconi pensava di star danneggiando l’Italia. Questa era la tesi di Monti, non certo la sua. Per non dire che, se il Presidente tentasse questa probatio diabolica, sarebbe accusato di non essere e di non essere stato super partes. 
Né prova nulla il successivo voto di fiducia del Pdl a Monti. Se, a parere di Napolitano, Berlusconi aveva un tale amor di Patria da dimettersi, poi avrebbe dovuto impedire che l’Italia avesse un governo? O avesse un governo dichiaratamente di sinistra?
Napolitano afferma di non avere avuto notizia di pressioni per far dimettere Berlusconi. Ma ha avuto notizia dei suoi propri incontri con Mario Monti? E che cosa risponde alle altre testimonianze raccolte da Alan Friedman?
La sua posizione non è problematica, è impossibile. Se nega i fatti, rischia di essere sbugiardato. Se si dimette, le sue dimissioni suonerebbero come un’ammissione di responsabilità. Forse gli rimane la risorsa di fare il morto: “Non c’ero e se c’ero dormivo”. E vedere se la coalizione degli interessi dei partiti e dei poteri forti riuscirà a far sì che i giornali continuino a sottovalutare la vicenda finché non sia dimenticata.
Purtroppo per lui, anche questa mossa avrebbe il suo prezzo. Gianfranco Fini, cucendosi la bocca e aggrappandosi con tutte e due le mani alla poltrona, ha mantenuto la carica fino alla scadenza della legislatura: ma appena possibile il popolo italiano ne ha decretato la morte civile e anche la damnatio memoriae. Pessimo finale.
Probabilmente tutto ha avuto inizio con la diffusa convinzione che attaccare Berlusconi fosse lecito con qualunque mezzo. Inclusa la calunnia, incluso l’uso strumentale della giustizia, inclusa l’alleanza con lo straniero. Ma alla fine, a forza di credere di disporre di un’inconcussa impunità, si è arrivati al passo falso: un complotto che squalifica tutti quelli che vi hanno partecipato, italiani e stranieri. Questi ultimi in particolare hanno gravemente offeso la nostra sovranità e la nostra dignità. Purtroppo non è neanche detto che ci abbiano mal valutati: forse meritiamo il loro giudizio, visto che, come facevamo già nel Rinascimento, siamo disposti a complottare con lo straniero contro i nostri connazionali. Ma oggi gli stranieri pagano il fio di un’imperdonabile gaffe. Nel mondo diplomatico è lecito ritenere la moglie del tale Premier straniero una puttana. Ma non è lecito dirlo. Almeno, non ad alta voce.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 maggio 2014



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POLITICA
2 maggio 2014
GLI APPLAUSI AI POLIZIOTTI OMICIDI

Prima che condannati, i fenomeni vanno capiti

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Capire tutto corrisponde a perdonare tutto, afferma un detto francese. Manon è completamente vero. Si può forse capire che un Adolf Eichmann, stante la suamediocre personalità, consideri un incarico burocratico qualunque, da eseguirepuntigliosamente, quello di occuparsi dello sterminio di milioni di ebrei. Mala “banalità del male” - di cui parlò Hannah Arendt assistendo alsuo processo - non è una scusante e non rende assurda lavendetta dei sopravvissuti. Il giudice deve cercare di capire l’accusato alpunto da pensare che, al suo posto, forse avrebbe fatto la stessa cosa. Ma per concludere:“In questo caso oggi condannerei anche me stesso”.

L’equivalenza comprendere=perdonare non funziona, e ancor meno funzional’equivalenza condannare=comprendere. Al congresso del Sindacato Autonomo diPolizia i presenti hanno tributato una lunga ovazione di solidarietà agliagenti condannati ad anni di carcere per la morte di un arrestato per usoeccessivo della forza. Ciò ha provocato una tempesta di reazioni indignate, compresequelle del Ministro dell’Interno e del Presidente della Repubblica.  La condanna dunque è certa; lo è altrettantola comprensione?

La prima indicazione che si può ricavare dall’episodio è l’esasperazionedei poliziotti, i quali si sentono abbandonati da quello stesso Stato che sonochiamati a servire. Temono che esso sia tenero con i manifestanti violenti alpunto da volerli assolvere con ogni possibile scusa, anche quando cercano diammazzare gli uomini in divisa, mentre rivede senza sconti le bucce di questiultimi.

Non importa in che misura gli agenti di P.S. abbiano ragione o torto.Chi comanda i soldati deve convincerli della propria competenza e del rispetto chesente per loro: solo così ne otterrà il massimo rendimento. Se invece i fantipensano che il Capo sia un imbecille che li manda a morire per niente, siarriverà agli ammutinamenti della Prima Guerra Mondiale. Il paragone non èazzardato. I poliziotti antisommossa somigliano più a dei soldati che a dei carabinierialla ricerca di ladri. Nella polizia c’è una componente politica e militare chenel caso italiano mostra tutto il suo degrado.

Più importante è però l’occasione dell’episodio. Se i poliziottiavessero ritenuto i loro colleghi biechi assassini o anche semplicemente dei sadiciindifferenti alla vita dei cittadini, probabilmente non li avrebberoapplauditi. Da colleghi avrebbero avuto per loro una comprensione maggiore di quelladei normali cittadini ma non sarebbero arrivati all’ovazione. Invece, di tuttaevidenza, li reputano condannati da innocenti: a quanto pare, la parola deimagistrati ormai non è credibile neanche quando è consacrata in una sentenzaper omicidio. E questo fa spavento. La sfiducia nella magistratura si è insinuataanche in un corpo che con essa lavora a stretto contatto di gomito. Ciò è angosciantesia perché quella diffidenza potrebbe essere stata originata da esperienzematurate professionalmente, sia perché dalla collaborazione della forzapubblica con l’amministrazione della giustizia dipende la sicurezza dellanazione.

Da qui ci si avventura in ipotesi che non è possibile dimostrare.Forse  le vistose simpatie sinistrorse diuna parte della magistratura hanno spinto i poliziotti a pensare che dinanzi algiudice godano più simpatie di loro gli emarginati, i rivoluzionari e iviolenti. Ciò avrebbe indotto gli uomini che rischiano l’integrità fisica perservire lo Stato a sentirsi traditi e a non essere più sicuri della buona fede dicoloro che dovrebbero sostenerli.

Un secondo elemento che rientra nelle ipotesi indimostrabili è lavicenda di Silvio Berlusconi. Se da quando è entrato in politica egli avesseavuto tre processi e due condanne, la situazione sarebbe normale. Se invece laGuardia di Finanza è stata inviata a rovistare per circa cinquecento voltenelle carte delle sue imprese e il Cavaliere ha avuto qualcosa come quarantatréprocessi, l’intento persecutorio è chiaro. Né risolleva l’immagine deifunzionari in toga il fatto che, salvo che nell’ultimo processo, Berlusconi nonsia mai stato condannato.

Quello che importa ai cittadini – e anche i poliziotti sono cittadini - èche la gragnola di accuse - per la maggior parte infondate, come scritto nellesentenze - prova ad usura la capacità di intento politico in chi le ha mosse. Ese dei magistrati sono capaci di agire per motivi politici, perché nonpotrebbero aver agito per motivi politici anche quelli che hanno condannato icolleghi?

Probabilmente questa opinione è del tutto infondata, ma nel momento incui si parla di sentimenti popolari poco importa. Il fatto che in Italia sipensi che ci siano state e ci siano troppe contiguità tra politica e giustiziaè un danno incommensurabile. Molto più importante degli applausi nel congressodel Sap. Il termometro non è responsabile della febbre. Proprio non sappiamofra quanti anni la magistratura riuscirà a riemergere dal baratro in cuil’hanno precipitata alcuni suoi membri che volevano salvare il Paese.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

1 maggio 2014

POLITICA
24 aprile 2014
BERLUSCONI HA FALLITO, MA NON DA SOLO
L’idea che in questi ultimi vent’anni Forza Italia abbia fallito i suoi scopi, e che essa avrebbe dovuto fare ciò che sta tentando di fare Matteo Renzi è piuttosto diffusa. Tanto che parecchi elettori di centrodestra potrebbero votare per la sinistra. Ciò pone alcuni interrogativi. Perché Forza Italia ha fallito? Renzi riuscirà a fare ciò che non è riuscito a Forza Italia? E nel caso, perché lui sì ed altri no?
Sul futuro è inutile pronunciarsi. I motivi per essere pessimisti sulle realizzazioni dell’attuale Primo Ministro sono molto numerosi, ma non è il caso di raffreddare le speranze degli italiani, soprattutto dopo che per tanti mesi ed anni la luce in fondo al tunnel l’hanno vista soltanto i ministri. 
Riguardo al passato, innanzi tutto va notato che, se si parla di vent’anni, si commette un falso storico. Non è che durante tutto questo tempo il centrodestra sia sempre stato al governo e il centrosinistra sia stato sempre all’opposizione. Se dunque si ritiene che i provvedimenti ventilati da Renzi siano necessari, e se non li hanno realizzati neanche i governi di Prodi, D’Alema, Monti e Letta, le colpe vanno attribuite anche a loro. Se poi si sostiene che quelle riforme non avrebbero potuto realizzarle perché presenti soltanto nel programma del centrodestra, e che viceversa il merito di Renzi sia proprio quello di volerle varare, malgrado la loro origine, bisognerebbe in primo luogo dare al centrosinistra il torto di non avere visto per decenni la loro opportunità; in secondo luogo, bisognerebbe vedere se lo stesso partito di centrosinistra che in passato le ha osteggiate ora permetterà a Renzi di portarle a compimento. E comunque di una cosa possiamo essere sicuri: non le avrebbe permesse al centrodestra. 
Un politologo colto ma schizzinoso come Galli Della Loggia sostiene che la colpa di quanto avvenuto in passato sia di Silvio Berlusconi. Questi avrebbe pensato solo a sé stesso, si sarebbe circondato di mezze figure, e in realtà non avrebbe voluto che vincere le elezioni per poi non far nulla. Le spiegazioni sommarie hanno un loro fascino, ma con lo stesso stile sommario si può rispondere che, ammesso che Berlusconi non avesse nessun serio interesse a riformare – per dire – le leggi sul lavoro, aveva o non aveva un interesse a varare una riforma della giustizia che lo proteggesse dalla persecuzione giudiziaria? O Galli Della Loggia sostiene che egli non ha avuto neanche questo interesse?
La verità sembra essere un’altra. La combinazione del nostro sistema di governo, consacrato nella Costituzione, e il sostanziale immobilismo della nostra nazione, hanno impedito ogni seria riforma perché ogni seria riforma disturba qualcuno. E in un mondo politico in cui i piccoli partiti detengono la golden share, spesso i più grandi devono inchinarsi ai loro diktat. Attualmente un partito insignificante e forse destinato a sparire, come il Ncd, può far cadere il governo Renzi; e se non lo fa è soltanto perché ha una dannata fifa delle elezioni. Se viceversa le minacce di Alfano fossero credibili, per esempio a proposito dell’attuale decreto sul precariato, Renzi, Del Rio, Poletti e gli altri correrebbero ad assicurargli che gli obbediranno. È stato così per molti decenni. Chi si sentirebbe, onestamente, di rimproverare a Prodi la sua sostanziale immobilità, dal 2006 al 2008? Il poverino lavorava ventiquattr’ore al giorno per compiere il miracolo di tenere unita la coalizione. Per quanto riguarda lo stesso Berlusconi, chi ha dimenticato la guerra intestina dichiaratagli all’inizio da Bossi, poi dall’Udc (indimenticabile lo stile di Follini), poi da Fini? Il suo carro ha sempre avuto più bastoni fra le ruote che ruote.
Per il passato potrebbe dirsi che il fallimento è stato della “formula Italia”. E se Renzi riuscisse a “fare qualcosa” sarebbe come conseguenza di due nuovi fenomeni: in primo luogo gli italiani sono talmente disperati, che mentre prima hanno rifiutato le pillole ora prendono in considerazione l’operazione chirurgica; in secondo luogo, se le riforme di cui si parla (tassare gli interessi dei depositi dei proletari, alle Poste! tagliare gli stipendi dei magistrati! non tenere conto del parere dei sindacati!) le avesse proposte il centrodestra, avremmo visto la testa di Berlusconi su una picca. E la picca sarebbe stata sostenuta dal Pd.
In realtà, dubitiamo che Renzi riesca a condurre in porto alcune delle sue riforme proprio perché esse hanno un sapore di centrodestra. E c’è una seconda, anche maggiore ragione di pessimismo: tutte le riforme richiedono denaro. Da noi aumentare di molto la pressione fiscale è impossibile per ragioni economiche e cambiare il quantum della spesa erariale è impossibile per i trattati internazionali sottoscritti. A Renzi non rimane che camminare sull’acqua: e noi gli auguriamo di riuscirci.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 aprile 2014


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politica interna
4 marzo 2014
LA SPERANZA IN POLITICA
Possiamo sperare che Renzi compia un miracolo?
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Rispetto all’azione di Matteo Renzi ho espresso tante volte il mio scetticismo che qualcuno potrebbe pensare che lo disprezzi. Invece gli amici hanno capito che anch’io sarei lietissimo se il ragazzo avesse successo. E infatti, quando sottolineo l’inverosimiglianza dei suoi propositi, ribattono: “Anche se le tue obiezioni sono sensate, cosa ci impedisce di concedergli un minimo di credito? Cosa ci impedisce, essendo in una situazione terribile, di sperare che egli riesca?”
Secondo il Devoto-Oli, la speranza è l’“attesa fiduciosa, più o meno giustificata, di un evento  gradito o favorevole”. Se l’analista preleva il sangue di un cliente, costui spererà naturalmente di non sentirsi annunciare un brusco aumento della glicemia o della colesterolemia: ma può dirsi che la sua attesa sarà “fiduciosa”? Il tecnico gli dirà la verità, quale che sia, e il suo corpo non gli ha mai promesso l’eterna salute. Il risultato è imprevedibile. 
Il dizionario ha dunque ragione quando, riguardo alla fiducia, pone l’inciso: “più o meno giustificata”. Mentre sappiamo che la rimozione chirurgica di una cisti superficiale di solito non presenta il minimo problema, e dunque la speranza di liberarsene è “molto giustificata”, immaginare di risolvere la situazione fallimentare della propria azienda vincendo il primo premio della lotteria nazionale sarebbe da dementi.  Che cosa ci impedisce dunque di sperare che Renzi riesca? Nulla, salvo la ragionevolezza. 
Se la sua azione dipendesse soltanto dalla buona volontà, dall’intelligenza, dal coraggio, in molti ci lasceremmo andare alle più rosee speranze. Se invece per l’economia crediamo che il compito sia impossibile - per lui come per chiunque altro, di destra o di sinistra, di sopra o di sotto - anche sperare diviene impossibile. 
Per giunta - è notizia di oggi - i primi segnali concreti sono negativi. Ammettiamo che l’attuale Primo Ministro, invece di annunciare una grande riforma al mese, ci avesse promesso soltanto una nuova legge elettorale operativa entro novanta giorni. Sarebbe stato un miglioramento a costo zero, ma ci avrebbe autorizzati a sperare. Almeno una cosa l’avremmo avuta. E invece già qui, al primo ostacolo, la montagna ha partorito il topolino. Dopo essersi impegnato anche per iscritto ad attuare questa riforma subito, per ambedue le Camere, rendendola immediatamente operativa, Renzi ha ceduto ad Alfano (risoluto a non andare alle urne neanche per salvare i figli) ed ha accettato di limitarla alla Camera soltanto.  E il Cavaliere, per debolezza o per non perdere tutto, ha chinato la testa. Così, se il governo cade, avremo le migliori probabilità di avere le Camere con due maggioranze diverse. I transfughi di Forza Italia sono giustamente terrorizzati dal giudizio degli elettori e quel Renzi che roteava la scimitarra si è piegato ai loro interessi di poltrona dei. Scendiamo così dalle vette dei proclami alla concretezza dei compromessi e dei ricatti. Business as usual, signor Primo Ministro. E dire che questa era l’unica riforma nata sotto buoni auspici.
Non è stato cedimento da poco. Se la legge fosse stata valida per Camera e Senato (malgrado qualche difficoltà costituzionale) Renzi avrebbe potuto minacciare Alfano di mandarlo a casa con le elezioni anticipate. Ora al contrario è Alfano che tiene lui al guinzaglio. L’NCD ritarderà in ogni modo l’abolizione del Senato, perché fino a quel momento “non si potrà votare”, e così rimarrà al governo. Renzi per giunta si permette di prenderci per i fondelli dichiarando che la modificazione non ha importanza, “perché tanto il Senato va abolito”. Ma certo. Fra due anni, fra tre, comunque vada, la legislatura finisce nel 2018.
Se si sta attenti all’aria che tira, si direbbe che il giovane fenomeno il picco della parabola l’abbia già raggiunto. Finché si è trattato di “rottamazione”, di primarie, o di nomina a segretario del Pd, la sua ascesa è sembrata inarrestabile. Tanto che molti, per paura di saltare in ritardo sul carro del vincitore, gliele hanno date tutte vinte. Inclusa la sconcia decisione di rovesciare il governo Letta. Ma da quel momento è come se tutti avessero cominciato a chiedersi: “Ma veramente ho scommesso sul cavallo vincente?” E oggi in particolare: “È un cavallo vincente, chi si lascia dominare da Alfano?”
Renzi, per qualche tempo, è stato il sogno. Ma non appena s’è profilato il confronto con la realtà, è nata la gara a chi lo critica meglio, a chi ne vede i limiti, a chi lo giudica più severamente Anche per cose stupide, come la vicenda del sottosegretario Gentile. Figurarsi quanto facilmente gli si perdonerà, domani, di non aver attuato un programma firmato Münchhausen.
Sperare, dunque? Nessuno lo vieta. Anch’io ho comprato il biglietto della lotteria. Ma non ricordo dove l’ho messo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
4 marzo 2014

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politica interna
16 febbraio 2014
ALFANO COMPRI UN CORNO ROSSO

La superstizione è assurda, ma conBerlusconi funziona

 

Victor Hugo affermava che la leggenda è più storia dellastoria, nel senso che riassume in modo colorito ciò che gli accademicidirebbero scrivendo libri interi. Del resto, alcune leggende hanno anche unfondo di verità. Qualcosa di analogo si deve dire per la superstizione. Se èassurdo occuparsi di gatti neri o di astrologia, non è assurdo considerare dimalaugurio la rottura di una bottiglia di olio d’oliva. Con quel che costa. Enon è consigliabile passare sotto una scala: ci possono essere carichi sospesi.

Prima di fare spallucce, di fronte ad un imperativoapotropaico, bisogna chiedersi se non sia la forma plebea di un buon consiglio.In questo senso, se qualcuno dicesse che “andare contro Berlusconi porta sfortuna”,bisognerebbe chiedersi se per caso non ci sia qualche parte di verità.

Indubbiamente, la lista di coloro che hanno cercato disbarrare politicamente la strada al Cavaliere sembra l’elenco delle vittime diun naufragio. Si comincia da Occhetto e si prosegue, nominandoli alla rinfusa,con Rutelli, D’Alema, Monti e tanti altri. Alcuni, entrati nella grandepolitica dopo di lui, come Romano Prodi, ne sono usciti prima. E non parliamodi quelli che, magari favoriti dall’essere stati accolti fra i suoi alleati,gli si sono poi rivoltati contro, come Follini, Casini, Tabacci, Bocchino, e tantialtri, ormai nel cono d’ombra. Emblematico fino alla crudeltà il caso di GianfrancoFini: dal momento in cui si è erto contro il Cavaliere Nero è stato inseguitodalle Furie fino alla morte civile.  

A tutto ciò si ripensa nel momento in cui  Angelino Alfano, dopo essere stato portato algoverno da Berlusconi, non solo lo ha “tradito”, con gli amici suoi, quando ilpartito di provenienza ha deciso di far cadere il governo, ma oggi spara a zerosu Forza Italia, di cui denuncia la “violenza”, e definisce gli amici diBerlusconi addirittura “inutili idioti”. Ed ecco scatta la superstizione: ilNuovo Centro Destra sta sfidando la sorte? Non c’è per caso il rischio che fraqualche anno la gente chieda, “Alfano chi?”, come oggi chiede “Fini chi?”

Questa superstizione merita una spiegazione razionale,partendo dai tempi della Democrazia Cristiana. In Italia c’è da sempre unagrandissima parte dell’elettorato che un tempo era anticomunista e oggi ègenericamente contro la sinistra delle tasse. Achille Occhetto, a suo tempo,non lo capì. Avendo distrutto la Dc, pensava di avere distrutto anche il suoelettorato. E per questo sbatté duro contro Berlusconi. Gli italiani non stannoa distinguere in che senso un Casini è contro la sinistra in modo diverso daAlfano: sanno soltanto che con Casini c’è il rischio che egli si allei colnemico (come faceva la Dc, del resto), mentre con Berlusconi questo rischio nonc’è. Dunque non c’è spazio per i sottili distinguo: o contro “i comunisti”, oloro succubi.

È questo semplice schema che ha procurato tante delusioni aisuccessori del Pci e che spiega perché la lunga lista degli “oppositoriinterni” di Berlusconi è una lista di perdenti. Non si tratta di specialimeriti del Cavaliere (salvo la sua capacità di raccogliere voti) quando dellamancanza di campo politico al di fuori del suo partito. Fini ha tentatol’impossibile. Per lui non ci sarebbe mai stata collocazione a sinistra, e adestra tutto lo spazio era occupato da Berlusconi e dai suoi alleati. Perfino Montie Casini, prima delle ultime elezioni, si sono fatti delle illusioni. E si sonorotti il naso, tanto che oggi, realisticamente, Pierferdinando ammette che sec’è una salvezza è sotto l’ala del Grande Cattivo.

Il caso di Alfano e dei suoi amici è anche più tragico. Giàsarebbe stato da suicidi cercare di creare un partito di destra, ma loro sisono perfino intruppati col Pd, essendo squalificati dall’ineliminabilesospetto di averlo fatto per non rinunciare alle loro poltrone. Sicché sitrovano dinanzi a un dilemma: o mantengono l’orgoglio di un partito che non puòandare risolutamente a sinistra (ma per questo andranno a casa alla primaoccasione), oppure chinano la testa e, in nome di un paio di nomine a ministro,rinviano la loro inevitabile scomparsa alle prossime elezioni.

Se il loro calcolo, nell’ottobre del 2013, è stato quello dirimanere al potere per anni al seguito di Enrico Letta, devono riconoscere cheè stato un errore. Sia pure imprevedibilmente, sia pure per caso, ma cosìstanno le cose. Al giorno d’oggi, non gli resta che raccogliere i cocci e magarichiedersi che mestiere facevano prima di darsi alla politica. Del resto, gliinsulti di Alfano fanno pensare alla reazione della volpe secondo la qualel’uva non era matura. Anzi, faceva schifo.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

16 febbraio 2014

 

 


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POLITICA
16 febbraio 2014
LA FINE DEL MISTERO FINI
Fini, attaccando Berlusconi, non era pazzo. Era il beneficiario di una congiura che non ebbe successo.

È giusto rassegnarsi dinanzi ai grandi arcani – “Perché esiste l’universo?” – ma è difficile rassegnarsi dinanzi agli interrogativi terra terra, quelli che una spiegazione l’hanno certamente. E infatti l’innamorato deluso smania: “Perché mi ha lasciato senza dire una parola?”
Stranamente, questo tormento è stato vissuto da molti riguardo a Gianfranco Fini. Tutti a chiedersi: perché mai ha caricato Berlusconi a testa bassa, se rischiava soltanto di uscirne scornato? Che cosa pensava di ottenere? Non gli era chiaro che per lui non ci sarebbe stato posto – come poi si è visto – né a destra né a sinistra? E soprattutto: poteva una persona di normale intelligenza – almeno questo gli va riconosciuto – non capire ciò che tutti capivamo? E tutti giù a scrivere cento volte queste domande. 
Il tempo è passato, Fini è praticamente scomparso dalla scena e finalmente abbiamo la spiegazione di tutto. Ce la fornisce Amedeo Laboccetta, persona insospettabile, per decenni fedelissimo sodale e braccio destro del longilineo politico. In un’intervista che è essenziale leggere(1), ci rivela che il suo amico non era pazzo. È vero: odiava Berlusconi con l’odio implacabile che suscita il peso eccessivo della gratitudine - è riuscito a dire: “Non avrò pace fino a quando non vedrò ruzzolare la testa di Berlusconi ai miei piedi” - ma un progetto l’aveva. E non da solo, naturalmente: ché in questo caso ben poco avrebbe potuto fare. Infatti “Il golpe contro Berlusconi non è cominciato nell’estate del 2011 come scrive Friedman. Ma molto prima, nel 2009. E a muovere i fili furono il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quello della Camera Gianfranco Fini, con l’aiuto di settori della magistratura e il "placet" di ambienti internazionali”. E al suo amico ignaro, che si stupiva dell’audacia del suo comportamento, chiariva: “Ma tu credi che io porterei avanti un’operazione del genere se non avessi un accordo forte con Napolitano?"».
Il suo implacabile accanimento contro il Cavaliere non era dunque una “critica dall’interno”, o una manifestazione di dissenso e democrazia: serviva ad accreditarsi agli occhi dei congiurati come uno dei nemici più velenosi dell’Uomo da Abbattere. 
Come tutti noi, e come sempre incapace di concepire l’odio e il tradimento, Berlusconi non capiva. “Ci chiese cosa voleva Gianfranco, ci chiese se si sentiva troppo stretto nel ruolo di presidente della Camera. E arrivò ad offrirgli la segreteria del partito”, ma non ottenne nulla. Fini “Mi disse che non avrebbe mai lasciato la terza carica dello Stato perché da lì poteva ‘tenere per le palle Berlusconi’ ”. E quest’ultimo, sempre candido, tentò ancora, ma ottenne soltanto la conferma della qualità umana del Presidente della Camera. Narra l’intervistato: “Una volta Berlusconi e Gianni Letta si recarono nell’appartamento di Fini alla Camera. Il Cav gli domandò cosa voleva per piantarla. Fini chiese la testa di due ministri, La Russa e Matteoli, e di Gasparri, che era capogruppo al Senato. Berlusconi trasecolò: ‘Ma sono tuoi amici’. E Fini replicò: ‘L’amicizia in politica non è un valore’ ".
La sua intenzione incrollabile era quella di distruggere Berlusconi e di sostituirlo come capo del governo. Programma piuttosto ambizioso, per le forze di cui disponeva, “E infatti – spiega il suo amico - quando lo ‘costrinsi’ a spiegarmi con quali numeri e appoggi voleva farlo, mi confessò che Napolitano era della partita. Usò proprio queste parole. Aggiunse che presto si sarebbero create le condizioni per un ribaltone e che aveva notizie certe che la magistratura avrebbe massacrato il Cavaliere. ‘Varie procure sono al lavoro’, mi svelò, ‘Berlusconi è finito, te ne devi fare una ragione’. E aggiunse che come premio per il killeraggio del premier sarebbe nato un governo di ‘salvezza nazionale’ da lui presieduto con la benedizione del Colle”. Come si vede, un piano molto preciso. "Tu non pensare che io giochi d’azzardo" aggiunse. "Credi che mi muoverei così se non avessi un accordo forte con Napolitano?". Il lettore giudicherà da sé il comportamento di tutti gli attori di questo dramma, Presidente della Repubblica incluso, se tutti i fatti narrati sono veri.
Si arriva così al famoso voto di fiducia di dicembre cui Berlusconi sopravvisse per un paio di voti, e cui invece non sopravvisse Fini. L’esito del piano fu disastroso. Il Tirannicida rimase attaccato come un’ostrica alla sua poltrona di Presidente della Camera ma come un vuoto a perdere. E alla scadenza sparì. 
Se è triste morire, ancor più triste morire rimanendo vivi. Ma Fini l’ha meritato. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
16 febbraio 2014
(1)http://www.iltempo.it/politica/2014/02/12/quando-fini-mi-disse-che-era-d-accordo-con-il-colle-1.1218409


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politica interna
22 gennaio 2014
PERCHÉ CUPERLO HA TORTO
Gianni Cuperlo si è offeso per alcune parole dette da Renzi e si è dimesso da Presidente del Partito Democratico. Per farsi un’opinione sul fenomeno bisognerebbe avere ben capito quale fosse l’accusa e perché sia stata reputata tanto sanguinosa. Pare che Cuperlo abbia biasimato una certa pratica politica di cui egli stesso ha in passato beneficiato, e pare che Renzi glielo abbia apertamente rinfacciato. La materia è tanto futile da non meritare approfondimento. Un tempo se l’offesa era grave ci si sfidava a duello, ma non era offesa grave dire: “Ma questo un tempo l’hai fatto anche tu”. Grave era affermare che l’altro era un disonesto, un ladro, o che sua moglie era una puttana. Neanche in un tempo in cui si soffriva tanto il solletico si sarebbe arrivati a fare  un dramma di un’accusa come quella di Renzi. Soprattutto se – come egli afferma – si tratta di un fatto accertato. E se non si tratta di un fatto accertato, invece di andarsene Cuperlo avrebbe dovuto smentirlo, alto e forte.. Ma – bisogna ripeterlo – la questione è futile. Non interessa sapere chi ha ragione: interessa che le dimissioni siano un errore.
Ammettendo che Matteo Renzi si comporti con la grazia di un elefante; ammettendo che sia un prevaricatore; ammettendo che non soltanto voglia dominare il Pd, ma addirittura che il suo programma possa gravemente danneggiarlo, non se ne deduce il dovere di andarsene. Chi sente il patriottismo di partito ha il dovere di opporsi al Segretario con tutti i mezzi leciti. E questa opposizione sarà più efficace essendo il Presidente del Partito piuttosto che un qualunque iscritto, o anche un membro dell’Assemblea. 
Se Gianni Cuperlo è talmente suscettibile da dimettersi per qualche parola, non ha la pelle abbastanza dura per fare il politico. Quanto tempo sarebbe durato, Berlusconi, se si fosse offeso per ciò che gli dicevano? Se l’ex Presidente si è dimesso credendo di fare un dispetto al partito, ha torto anche per questo verso. In quel mondo, anche il gatto di casa è ambizioso. Ogni poltrona rimasta vuota, piuttosto che suscitare rimpianto per chi l’occupava, suscita l’appetito di chi non la occupa. È dunque strano che una persona intelligente, come sembra Cuperlo, agisca in questo modo. Se Renzi sbaglia, se è pericoloso per il partito, se ha tendenze autoritarie, non bisogna fuggire, bisogna presidiare la trincea ed essere pronti a sgambettarlo alla prima occasione. “Bouder”, come dicono i francesi, “tenere il broncio”, è tattica da bambini che vale con le persone che ci amano e che si preoccupano se ci vedono infelici. Ai terzi dei nostri sentimenti non importa un fico secco.
C’è un proverbio inglese di una saggezza indiscutibile: “if you can’t beat them, join them”, se non puoi batterli, alleati con loro. Ed ciò spiega perché tanta gente sia pronta a voltare gabbana. Se non posso battere Renzi, non mi rimane che divenire renziano. E se al contrario non me la sento di divenire un gregario di un tale vincitore, se dunque ho il coraggio di continuare una resistenza costosa e pericolosa, devo farlo stringendo i denti e rimanendo sul posto. A combattere.
Cuperlo ha perso l’occasione di dimostrarsi uomo d’azione, e dunque è un bene che si sia dimesso. Un guerriero dalla pelle dura come Rosy Bindi non l’avrebbe mai fatto.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 gennaio 2014


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POLITICA
21 gennaio 2014
IL PENSIERO SOMMARIO DI RENZI
In passato Matteo Renzi ha meritato molte critiche: in particolare per lo stile e per il rischio di essere uno sbruffone. Costui (Devoto-Oli) “si vanta, con aria di sufficienza e noncuranza, di capacità, qualità o possibilità per lo più immaginarie”. Dunque la prima ragione per sospettare di qualcuno è l’apparente contrasto fra l’ampiezza dei sui piani e le forze di cui si suppone disponga. E tuttavia, se poi il soggetto comincia a realizzare qualcuno dei suoi progetti, è necessario rivedere il giudizio. Chi si vantasse di poter rivoluzionare,  praticamente da solo, l’Impero più esteso del mondo, sarebbe un pazzo. Ma se quell’uomo si chiamasse Vladimir Ulianov, e se passasse alla storia col nome di Lenin, avremmo davanti il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.
Nessuno dice che Renzi abbia la stoffa di un Lenin. E neppure si può sostenere – almeno fino ad ora – che abbia compiuto grandi, storiche imprese. Epperò in un’Italia immobile fino alla paralisi, conformista fino all’ottusità - oppure parolaia, protestataria e inconsistente come il M5S - l’apparizione di qualcuno che sembra vivo fa scalpore. Sbalordisce e suscita speranze. Fra i nani, chi raggiunge il metro e mezzo sovrasta tutti.
I nostri uomini politici non sono dei nani, intellettualmente. Come a Bisanzio, i migliori di loro hanno conoscenze storiche, economiche, amministrative che ne fanno le menti più acute del Paese. Come mai sono spiazzati da un giovanotto venuto da Firenze che si comporta come un cane in un gioco di birilli e che invece di essere cacciato via a calci a poco a poco si sta trasformando nel padrone dei padroni dei birilli?
La prima spiegazione è la stessa che a suo tempo fu data per Berlusconi e ancora recentemente per Grillo: la qualità del suo linguaggio. Qualcosa che i politici anglosassoni sanno da sempre. Parlando non bisogna impressionare i colleghi con la profondità delle proprie riflessioni e l’altezza del proprio eloquio, bisogna farsi capire dagli ignoranti che domani voteranno. Renzi tuttavia è più vicino a Berlusconi che a Grillo, perché quest’ultimo a forza di parolacce si è fatto capire da tutti, soprattutto  dagli analfabeti, ma poi non ha saputo proporre nulla di serio. E rischia di sgonfiarsi. Berlusconi ha fatto molto di più, ma era “antropologicamente inferiore” perché non di sinistra, Renzi invece ha tutte le briscole in mano, da questo punto di vista. Soprattutto è riuscito a divenire Segretario del suo partito salendo sulle spalle della gente comune, e malgrado il parere dei maggiorenti del suo partito: a loro non deve nulla e non perde occasione di ricordarglielo.
Una seconda caratteristica del grande politico è il coraggio, qualità che condivide col Cavaliere, il quale ne è tuttavia il campione. La maggior parte delle persone non gioca il sicuro per l’incerto, non rischia di mettersi contro i potenti, non accetta la possibilità della sconfitta. Chi vuole molto rischia molto. E Renzi, proprio in questi giorni, dice: “Io mi gioco tutto”. 
Ed arriviamo infine al “pensiero sommario”, qualcosa che molti considereranno un difetto e che tuttavia è una qualità fondamentale dello statista. Il modo più semplice di illustrare il concetto è mostrare il suo contrario, la vicenda della legge elettorale fino a ieri. Mentre tutti si accordavano a sputare (anche troppo) sulla “legge Calderoli”, poi non si accordavano su nient’altro: perché ogni legge elettorale è imperfetta – come ripetuto infinte volte in questa sede – e perché nessuno voleva cedere una minima parte del proprio terreno. Per giunta, dopo la sentenza della Consulta, molti a torto si sono sentiti limitati dalle indicazioni di quel verdetto. E dunque, cercando la legge ideale che accontentasse tutti, si è perso tempo per mesi e per anni, senza cavare un ragno dal buco. Invece il politico superiore,  che si sa sostenuto dal popolo e che ha coraggio, mostra qui la qualità che lo rende diverso: non si imbarca nelle sottigliezze bizantine dei professori e sceglie una formula non perfetta ma “abbastanza buona”, e l’impone con un colpo di spada. E se in ciò il sindaco è stato aiutato da Berlusconi è perché anche Berlusconi è un condottiero. Probabilmente la legge ora proposta non piace al cento per cento a nessuno dei due ma – ecco perché sono diversi dagli altri – essi sanno anche che se aspettassero la soluzione ideale poi non andrebbero da nessuna parte. Ecco perché le critiche sapienti e i sottili distinguo dei commentatori sono fuori tema.
Ciò spiega al passaggio perché Renzi si è rivolto a Berlusconi e non ai maggiorenti di Forza Italia: gli altri sono soltanto dei politici, Renzi, se le sue qualità si confermeranno, dimostrerà di essere un condottiero ed ha parlato con l’unico di cui spera di dimostrarsi un collega, Berlusconi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 gennaio 2014


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politica interna
20 gennaio 2014
ABOLIRE IL SENATO, IDEA ANTICA
Il progetto Renzi-Berlusconi, di cui tanto si parla, sembra includa l’abolizione del Senato come parte del bicameralismo perfetto: un sistema su cui val la pena di spendere qualche parola. 
Col bicameralismo perfetto il Parlamento è diviso in due rami, e ciascuno di essi ha gli stessi poteri dell’altro: sicché una legge, per essere valida, deve essere approvata da ambedue le Camere nell’identico testo. Ciò significa che qualcuno ha l’idea di una nuova normativa, quell’idea diviene un progetto di legge, il progetto viene studiato dai competenti del suo partito, e se la coalizione cui il partito appartiene lo accetta, il testo passa alla competente Commissione Parlamentare. Quando la Commissione lo vara, il testo passa alla Camera, che lo discute, lo emenda, e alla fine lo approva. Il profano pensa che questa sia la fine dell’iter ma si sbaglia: a volte è l’inizio. La legge è infatti inviata al Senato il quale la discute, cambia qualcosa, e infine la rimanda alla Camera. Questa la discute ancora, cambia anch’essa qualcosa, magari perché scontenta dei cambiamenti effettuati dal Senato, e alla fine rinvia la legge al Senato. Finché una delle due Camere, magari per stanchezza, l’approva così come le è stata passata dall’altra. Tutto ciò ritarda enormemente i lavori legislativi.
Abolendo il Senato (o almeno togliendogli il diritto di interloquire nelle leggi, che è pressoché la stessa cosa) si renderebbe tutto molto più veloce: ed è ciò che vorrebbero Renzi e Berlusconi. Purtroppo sono possibili alcune obiezioni. Quando in America era in discussione la Costituzione, pare che Washingon abbia detto a Jefferson che i costituenti avevano creato il Senato per raffreddare la Camera legislativa “proprio come un piattino era usato per raffreddare il tè bollente”. E anche da noi il sistema lento e macchinoso che risulta dal bicameralismo perfetto è stato probabilmente voluto dai nostri padri costituenti per mettere l’Italia al riparo dai colpi di testa dei parlamentari. Infatti l’altra Camera ha la possibilità di correggere l’errore. È vero che i nostri politici ne hanno approfittato per ritardare quanto più è possibile i provvedimenti sgraditi, oppure per manifestare il loro solito e stupido anelito di perfezione, ma nessuno è al riparo dall’uso distorto di una buona istituzione. 
Noi italiani, per giunta, concepiamo la vita politica come una partita di calcio in cui si fischia o si applaude senza alcun rispetto per la verità. Sicché all’occasione i parlamentari approfittano di un cavillo dei regolamenti, o della momentanea assenza di qualche parlamentare della maggioranza,  e li usano come arma impropria. Il risultato è stato spesso una semiparalisi del Parlamento che ha reso comprensibile la voglia di togliersi una Camera dai piedi. Ma le obiezioni rimangono. La prima - e la più ovvia - è che la Costituzione del 1948 ha tenuto conto della natura degli italiani e questa natura non è cambiata. Il bicameralismo è lento ma il monocameralismo impedirebbe di correggere un errore o di mettere rimedio a un colpo di mano. La seconda obiezione è che, se il problema è la velocità, questo obiettivo si può raggiungere con altri mezzi. È vero che il rimpallo fra i due rami del Parlamento è defatigante, ma è anche vero che il ping pong (per non parlare di un eventuale ping pong ping…) potrebbe essere risolto fermandosi al primo pong. La Camera vota una legge, il Senato la emenda (o viceversa), ma a quel punto l’iter si ferma. Insomma si permette un solo riesame. 
Naturalmente qualcuno obietterà che così una Camera dovrà accettare senza fiatare gli emendamenti votati dall’altra, cioè una legge che magari essa reputa “difettosa”. Ed è vero. Ma l’obiezione vale anche per la situazione attuale. Infatti, quando cessa l’andirivieni tra Camera e Senato, è segno che una delle due Camere ha deciso di ingoiare il rospo delle ultime modificazioni dei colleghi. E allora, non si potrebbe limitare il ping pong a un solo ping e a un solo pong? Alla fine c’è sempre un rospo da ingoiare.
Molto più importante è abolire i Senatori a vita. O almeno togliere loro il diritto di voto. Per decenni essi sono stati sempre di sinistra, e già questa è un’anomalia. Poi hanno votato (naturalmente sempre a sinistra), soprattutto quando si è trattato di sostenere un governo che senza di loro sarebbe caduto, e questo è stato uno stravolgimento della volontà popolare. Nella nostra Repubblica la sovranità appartiene al popolo, non al Presidente che nomina quei senatori.
In conclusione le finalità del progetto renziano sono condivisibili, i mezzi per attuarli si potrebbero discutere. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 gennaio 2014


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POLITICA
19 gennaio 2014
NICE TRY, BEL TENTATIVO
C’è in noi un bambino che non muore mai. Neanche quando raggiungiamo gli ottant’anni. Il bambino non si entusiasma per Ottaviano che, divenuto Augusto, diviene – come Francesco Giuseppe – il primo impiegato di Stato dell’Impero. Troppo saggio, troppo grigio, troppo insignificante. L’eroe è Cesare che conquista la Gallia, contro forze soverchianti; il ribelle che passa il Rubicone; il genio politico, letterario e militare che diviene infine il mito della grandezza sconfitta dall’ingratitudine e forse dall’invidia.
Oggi il bambino tifa Renzi. L’Italia è così immobile, piatta, scoraggiata, che si sarebbe stati disposti ad applaudire chiunque prometta uno scossone. Quasi chiunque. Perché anche in questo campo ci sono condizioni minime. Si vede con Beppe Grillo: non basta sparare parolacce e dire male di tutti, per far nascere una speranza. Se si propone di abbattere la casa, ma non si dice come ci si riparerà dal freddo, poi, non si andrà lontano. Dire “no” non è una politica, è una tappa psicologica nello sviluppo del bambino piccolo. Molto piccolo. Renzi invece la casa sembra volerla ristrutturare, e anche se non ce la farà, l’applauso è assicurato. Il suo tentativo sarà stato generoso.
Naturalmente qualcuno lo accuserà di fare tutto questo perché divorato da una smodata ambizione Un’ambizione tanto forte da fargli chiudere gli occhi dinanzi ai pericoli che corre. Ma sarà un’osservazione inconcludente: quale grande condottiero ha avuto soltanto una modesta ambizione? 
E si potrebbe perfino andare oltre: quale uomo saggio si è mai buttato in un’impresa che in partenza appariva improbabile e disperata? Solo un pazzo  poteva alla fine rendersi famoso col nome di Cristoforo Colombo. Prova ne sia che sopravvisse non perché ci aveva azzeccato, ma perché la via per l’India era sbarrata dall’impresta America. Un saggio avrebbe insegnato la geografia o l’astronomia del tempo a Salamanca. Se dovessimo considerare l’ambizione un difetto, anche quando è grandiosa e per così dire patologica, dovremmo buttare nella spazzatura anche Alessandro Magno. Francamente troppo.
Un esempio della miopia di noi uomini privi di ambizione lo ha dato quell’uomo per altri versi geniale che si chiamava Indro Montanelli. Quando Silvio Berlusconi gli manifestò la sua intenzione di scendere in politica, lo scongiurò di non farlo, predicendogli non solo l’insuccesso, ma anche che “l’avrebbero fatto a pezzi”. Vent’anni dopo la profezia si è avverata, lo hanno fatto a pezzi, ma vent’anni di ritardo sono troppi, per considerare azzeccata una profezia. Nel frattempo Berlusconi è divenuto Primo Ministro circa sei mesi dopo quella conversazione, ed è rimasto sulla cresta dell’onda per due decenni. Più a lungo di Napoleone.
Dunque bisogna perdonare a Renzi i suoi eccessi, le sue intemperanze, le sue inutili provocazioni. Quel suo modo di essere a volta a volta  un ingenuo, un politico dal dente avvelenato, un ragazzino, un demagogo, un istrione. Perché è anche un trascinatore di folle capace di suscitare speranze anche in chi non la pensa come lui, ma spera che finalmente svegli l’Italia. Anche prendendola a calci nel sedere. Da vero condottiero, Renzi sembra sapere che in battaglia o si vince o si muore. Sul Rubicone non gioca ai dadi per vincere una misera posta: gioca per il montepremi. E non in tempi biblici, subito.
Se non ci si è sbagliati sul personaggio, e se non lo si è sopravvalutato, bisognerà vedere se questo incontro con Berlusconi sarà l’inizio di una serie di vittorie, come la campagna d’Italia per Napoleone, o l’inizio delle sconfitte. 
Purtroppo infatti, come il grande Corso, il giovane Matteo sembra capace soprattutto di farsi dei nemici. Che saranno magari dei lillipuziani, ma sono molti, E alla fine Gulliver rischiò di perderci la vita.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 gennaio 2014

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politica interna
16 dicembre 2013
LE LENTICCHIE DI ALFANO
L’esperienza non ci rende più intelligenti ma se siamo saggi ci impedisce di commettere due volte lo stesso errore. A questo aureo principio ci si è richiamati a proposito del Nuovo Centro Destra: “Stavolta non dobbiamo commettere l’errore di scervellarci per capire il senso della ribellione a Berlusconi, come a suo tempo abbiamo fatto per Gianfranco Fini”.
Qui bisogna mettere le mani avanti. Non è che Silvio Berlusconi sia infallibile e che l’idea di ribellarsi a lui sia una bestemmia. In politica, cercare di fare lo sgambetto al capo per prenderne il posto è quasi una regola accettata. Meno normale è darsi la zappa sui piedi. Se facendo lo sgambetto al capo si danneggia soltanto sé stessi, la cosa è peggio che immorale: è un errore. E nessuno ne è pregiudizialmente immune. 
Quando un politico di successo come Fini, universalmente stimato intelligente, fa una mossa incomprensibile, non bisogna partire dal pregiudizio genovese per cui, “se è morto, deve avere avuto la sua bella convenienza”. Non bisogna soprattutto tralasciare l’ipotesi terra terra che abbia commesso un’enorme sciocchezza. Sarà pure il “rasoio di Occam de noantri”, ma in un caso del genere potrebbe essere sufficiente.
Oggi la domanda è: qual è stato il motivo per il quale Alfano, Lupi e gli altri si sono dissociati da Berlusconi, fino a fondare un nuovo partito? Molta gente ha pensato che non essi non hanno voluto 
lasciare la poltrona: chi di ministro, chi di senatore, chi di semplice deputato. È un’ipotesi poco onorifica ma umanamente comprensibile e non va trascurata. La spiegazione fornita dagli interessati è stata invece che essi hanno voluto evitare il grave danno che la caduta del governo avrebbe provocato al Paese.  Anche se, a giudicare dai parametri economici, non è neppure detto che questo governo stia facendo il bene della nazione. Ma la cosa non è in discussione in questa sede. Ciò che importa è che comunque ambedue le ipotesi, quella ignobile - delle poltrone - e quella nobile - della salvezza della Patria - sono valide soltanto se si dà per certo che i “governativi”, ribellandosi al Cavaliere, abbiano salvato poltrona e governo per l’intera legislatura. Ma così non è. 
Si può ragionevolmente prevedere che un governo durerà per tutti gli anni previsti quando la situazione economico-politica è calma e la maggioranza  è solidissima in ambedue i rami del Parlamento. In realtà - si tende a dimenticarlo - il nostro debito pubblico continua a crescere ed è evidente che una volta o l’altra qualcuno - toh! - si accorgerà che esso non sarà mai rimborsato. E il governo potrebbe cadere da un momento all’altro per una grave ed improvvisa crisi borsistica internazionale. Poi non si deve dimenticare che una grande percentuale dei cittadini – quelli che hanno votato per Grillo e quelli che hanno votato per Berlusconi, per non parlare della Lega e di altri – sono contro questo governo: e questo pesa. Infine la legislatura potrebbe finire semplicemente perché Matteo Renzi vuole andare a nuove elezioni per prendere il posto di Enrico Letta. Né avrebbe la minima importanza che così farebbe le scarpe ad un compagno di partito: se Angelino Alfano è stato disposto a tradire Berlusconi, un uomo cui deve tutto, figurarsi Renzi che a Letta non deve nulla. E il “figlio” del Cavaliere potrebbe aver svenduto la primogenitura per poi vedersi togliere da sotto il naso il piatto di lenticchie.
Il sostegno che i “governativi” dell’NCD dànno al governo non è della stessa qualità di quello che offriva il Pdl. Prima il governo ha potuto temere che questo grande partito passasse all’opposizione e gli togliesse la fiducia, ora la minaccia dell’NCD ha le polveri bagnate. Se infatti questo partitino facesse cadere il governo, i suoi rappresentanti (più ministri che parlamentari, ha ironizzato qualcuno) andrebbero tutti a casa; magari per non fare più ritorno. Prima hanno rifiutato di obbedire al quasi amico Berlusconi, ora dovranno obbedire ai quasi nemici del Pd. Renzi li tratta già come portaacqua vagamente spregevoli e comunque insignificanti. 
Strano che a tutto ciò i transfughi non abbiano pensato in tempo. Sia il Pd sia Forza Italia, in caso di caduta dal trapezio, cadrebbero sulla rete, mentre loro non hanno soluzioni di ricambio. Letta rimarrà un maggiorente del Pd, Renzi rimarrà l’astro nascente, Berlusconi o la persona da lui indicata sarà quanto meno il capo dell’opposizione; loro dovrebbero piatire di essere accolti nella coalizione non con uno status simile a quello dei Fratelli d’Italia o d’altri alleati di vecchia data, ma come alleati minori e sospetti. Postulanti che la pietà vuole non si lascino ad intirizzirsi all’aperto, nel freddo della notte.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
16 dicembre 2013


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CULTURA
7 dicembre 2013
BRUTO AVREBBE UCCISO BERLUSCONI?
Un istinto magnanimo – per chi l’ha – spinge a vedere le ragioni dei vinti, dei condannati, dei reietti. Naturalmente non quando il crimine è motivato da ragioni abiette o demenziali, ma quando è ispirato da idee che possiamo accettare almeno come soggettivamente plausibili. Se Jago è spregevole perché agisce per invidia, si rimane invece perplessi dinanzi a Bruto il quale, come Cassio, non voleva il posto di Cesare; voleva anzi che Cesare non avesse quel posto di sovrano che poi ebbero tanti Imperatori, dopo Augusto. I due assassinarono un grand’uomo contro cui non avevano niente, personalmente, in nome di un’idea di Repubblica e in fin dei conti di libertà. I romani non perdevano tempo a descrivere conflitti intellettuali o di coscienza e il Bruto di cui parliamo è forse “l’uomo d’onore” di cui parla il Marcantonio di Shakespeare. Ma se Cesare l’ha chiamato figlio, e se il giovane non era un mostro, non può non aver superato un grave conflitto intimo. 
In primo luogo, Bruto non poteva ignorare che Cesare non era ancora un dittatore e che non si può eseguire una condanna a morte per un reato che non è stato ancora commesso. Dunque non può essere assolto. Inoltre contro i congiurati v’è sempre un argomento pressoché insormontabile: il rigetto della spendibilità di una vita umana in nome di qualcosa di astratto. Il tirannicidio è ammissibile quando si tratta di sopprimere un mostro non altrimenti eliminabile: Caligola, Hitler. Nei rimanenti casi, soprattutto quando il tiranno è caduto, da Mussolini a Ceausescu, il loro omicidio è soltanto un crimine. Senza dire della perplessità che suscita una condanna giudiziaria nella forma e politica nella  sostanza come non può non essere quella di un autocrate: e si pensa a Carlo I o Saddam Hussein. Anche se ragionevolmente quest’ultimo non può essere comparato al sovrano inglese.
Grazie al cielo, nella politica italiana non si procede con stilettate nelle spalle o con agguati in strade buie. Ma la lunga dominazione di Berlusconi sulla totalità del suo partito e su metà del Paese ha suscitato istinti belluini persino in coloro che gli dovevano tutto. Si direbbe che in loro si sia manifestato un freudiano anelito di maggiore età mediante il parricidio: i congiurati non hanno tanto voluto “uccidere il padre” per il male fatto a loro o al Paese, quanto per l’ombra che proiettava e li annichiliva. Le discussioni e le critiche politiche sono secondarie. Se Gianfranco Fini avesse agito per un razionale interesse politico non si sarebbe ridotto a un ricordo sbiadito ed irriso. Forse ha ceduto ad una pulsione passionale in linea con quella di Jago: se io non posso essere lui, che almeno lui non sia più sé stesso.
Oggi il discorso vale per Angelino Alfano. Anche lui drammaticamente chiamato “figlio” da chi ha pugnalato. In questo caso il momento in cui il tradimento sarebbe parso inverosimile è talmente vicino da avere ancora sapore di presente: non sono passati nemmeno tre mesi da quando i rapporti tra lui e Berlusconi erano improntati ad una tale affettuosità e fedeltà, che ambedue si sono sentiti in dovere, per decenza, di confermarli anche dopo la rottura. Ma è stato come promettere di raccogliere la pioggia che si è già infiltrata nel terreno. Infatti meno di due mesi dopo abbiamo un nuovo partito, col suo bravo simbolo da società del gas. Oggi si amerebbe dunque vedere nel progetto di Alfano qualcosa di più di una ribellione in nome della raggiunta maggiore età e invece si è costretti, come nel caso di Fini, a dubitarne. 
Se Alfano raggiungerà grandi risultati, ne saremo lietissimi e diremo che un’azione moralmente discutibile sarà stata valida politicamente. Ma non sembra probabile. Si è tenuto in piedi un governo che oggi sembra rattoppato con lo spago; la stessa partecipazione dei “governativi” domani potrebbe essere ridimensionata: lo chiede Renzi; il governo potrebbe adottare provvedimenti tali da mettere Alfano e gli altri dinanzi al dilemma se dimettersi – e avere rotto con Berlusconi per nemmeno un piatto di lenticchie – o accettare altre tasse, altra depressione, altre patrimoniali, per essere infine sputati via dall’elettorato alla prima occasione. 
Forse bisognerebbe pensarci più di due volte, prima di commettere un parricidio.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 dicembre 2013


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POLITICA
2 dicembre 2013
DIFESA DEI POLITICI ITALIANI
Se uno causa due, e due causa tre, e tre causa quattro, può dirsi che quattro è stato causato da uno. Si chiama catena causale e si applica anche alla storia. 
Gli italiani sono rancorosi. Spesso lo sono a torto, ma figurarsi quando hanno ragione. È evidente che l’estromissione di Berlusconi dal Parlamento potrebbe provocare problemi al presente e al futuro. Lo scrive Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera”(1): “Solo una combinazione di mancanza di senso storico e di miopìa politica, di incapacità di guardare al di là del proprio naso può fare pensare che non avrà effetti di lungo termine sulla democrazia italiana il fatto che un leader che ha rappresentato e rappresenta milioni di elettori sia stato messo fuori gioco per via giudiziaria anziché politica. Solo la suddetta combinazione può far pensare che non si tratti di un fatto che segnerà il nostro futuro, scaverà nelle coscienze, alimenterà rancori che si perpetueranno nel tempo”. E questo è l’effetto finale, il numero quattro.
“Ma – dirà qualcuno – se Berlusconi  è colpevole di un reato che comporta la decadenza dalla vita politica, dei problemi di cui parla Panebianco è colpevole lui stesso”. Ragionamento fallace. Quando l’amministrazione della giustizia interferisce con l’attività politica, esiste sempre il sospetto che l’uomo politico possa essere stato assolto anche se colpevole, o condannato anche se innocente. Chi di noi è sicuro che sia giustificata la detenzione della signora Timoshenko? Proprio per questo, sin dai tempi della Rivoluzione Francese, si sono sottratti i politici al  giudizio dei magistrati, quanto meno per il periodo in cui rivestono la carica di rappresentanti del popolo. Diversamente come avrebbero potuto i rivoluzionari, tutti appartenenti al Terzo Stato, resistere ad un establishment che apparteneva tutto ai nobili e ai loro amici? E infatti anche la nostra costituzione, pure scritta sotto l’influenza dei comunisti di Togliatti, all’articolo 68 prevedeva tali guarentigie, che per estromettere Francesco Moranino, comunista pluriomicida condannato all’ergastolo, ci vollero lunghi e inauditi sforzi. 
Purtroppo, che la tutela dei parlamentari non sia intesa a favorire dei delinquenti ma il funzionamento della democrazia, non è concetto che la gente capisca. È ferma all’idea infantile di un magistrato avulso dalla realtà, privo di idee politiche e perfino di passioni, della cui obiettività ci si può fidare ad occhi chiusi. Per questo, quando ci fu l’insulsa tempesta di Mani Pulite, la gente considerò come un intralcio l’autorizzazione a procedere e desiderò che i magistrati potessero perseguire chiunque senza l’autorizzazione di nessuno. Ed ecco il numero tre della nostra catena causale.
Naturalmente dei politici competenti avrebbero dovuto resistere a questa richiesta: non nel proprio interesse ma nell’interesse della separazione e dell’equilibrio dei poteri. Avrebbero dovuto prevedere che, nel caso la magistratura avesse esagerato, perseguendo un politico molto popolare e innocente, o anche molto popolare e colpevole (impossibile stabilirlo),  avrebbero rischiato gravi conseguenze sociali. La legittimazione e la libertà d’azione politica in democrazia la dà il voto popolare, non il giudizio di un magistrato: è l’essenza stessa del sistema. Ma i nostri politici erano troppo ignoranti, troppo proni alla demagogia,  troppo pronti ad essere più giustizialisti dei giustizialisti. E quelli di sinistra per giunta erano ragionevolmente convinti che i magistrati amici avrebbero colpito solo la controparte. E tutti insieme non capirono che stavano per assassinare il sistema. Dopo avere proclamato per decenni, prima e dopo di allora, che la nostra Costituzione è la più bella del mondo, tanto da rifiutarsi di toccarla quando si tratta di rendere il Paese più governabile, l’hanno toccata entusiasticamente quando si è trattato di peggiorarla, abolendo di fatto l’art.68. E questo è il numero due della catena causale.
Ma andiamo al numero uno, alla causa prima: come mai i nostri politici furono così ignoranti, così sciocchi, così miopi, così imprevidenti? La ragione è semplice: si comportarono come si sarebbero comportati gli altri italiani. La tendenza nazionale è infatti alla superficialità emotiva. Dal momento che è stato articolo di fede che il fascismo è il “male assoluto”, si è adottato il principio che tutto ciò che il fascismo ha fatto è sbagliato. Il fascismo ha tentato di governare? Dunque governare è sbagliato, e Craxi è stato accusato di “decisionismo”. Come se decidere non fosse il mestiere del Presidente del Consiglio. Il fascismo ha imposto il militarismo (anche se d’operetta)? E noi saremmo stati disarmati e pacifisti. Il Paese ha subito una dittatura? E allora il Parlamento sarà prono ai desideri della piazza. Anche quando la piazza sbaglia. Dunque quei parlamentari in un certo questo senso sono innocenti perché si comportarono come si sarebbero comportati gli altri italiani. 
La nostra unica fortuna è che, fra gli altri difetti, non abbiamo quello del coraggio. Per questo eviteremo la rivoluzione.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
1 dicembre 2013
(1) http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_01/circoli-viziosi-reti-perdute-84d5ccf2-5a5b-11e3-97bf-d821047c7ece.shtml

CULTURA
28 novembre 2013
IL CORAGGIO
È nozione comune che al mondo ci sono i coraggiosi e i codardi. E ognuno dovrebbe chiedersi a quale categoria appartiene. La risposta non è semplice. Infatti rifiutarsi di affrontare un serio pericolo per uno scopo futile non è vigliaccheria, è buon senso; al contrario, se il motivo è valido, fermarsi dinanzi ad un piccolo pericolo è da vigliacchi. Il guaio è che, sia la valutazione del pericolo sia quella del motivo, sono soggettive: il codardo troverà mille ragioni per essere tale, l’audace si sentirebbe pressoché disonorato se non affrontasse ogni rischio in cui è coinvolta la sua autostima. 
Inoltre, per i pericoli fisici, vi è l’interferenza dell’istinto. Se la ragione dice che saltando dal quinto piano non ci si può far male perché sotto è stata predisposta una rete che frenerà perfettamente la caduta, molti non se la sentiranno lo stesso di buttarsi. La paura di cadere dall’alto è profondamente radicata nell’essere umano ed è indipendente dalla ragione. Durante gli incendi, quando i pompieri stendono il telone, alcuni malcapitati esitano a gettarsi giù, anche se l’alternativa è quella di essere bruciati vivi.
Quando la materia è del tutto opinabile, l’unica salvezza è la statistica. Dal momento che la gente considera da coraggiosi buttarsi da cinquecento metri col paracadute, farlo è da coraggiosi. E poco importa che questo sport possa essere meno rischioso di altri. Mentre fa passare per sciocchi e vigliacchi la paura dell’aeroplano, usato ormai da milioni di persone. 
Nel conto del coraggio e della codardia bisogna mettere l’informazione. Qualcuno può sembrare coraggioso perché non sa il pericolo che sta correndo, mentre un altro può sembrare eroico mentre sta facendo qualcosa che sa del tutto priva di rischi. Solo dopo aver considerato tutti questi fattori si può decidere, con qualche speranza di accettabile approssimazione, chi è coraggioso e chi è vigliacco. In particolare, nel giudicare gli altri, bisogna tenere conto del contesto in cui agiscono. Una donna maltrattata dal marito che esita a separarsi per paura del giudizio dei parenti o del paese in cui abita, manca di coraggio. Sacrifica la propria libertà e perfino la propria integrità all’opinione di un prossimo conformista. Viceversa, se in Arabia Saudita una donna oppressa pensa di ribellarsi non è coraggiosa, è imprudente: in una società in cui tutti – le altre donne, gli uomini, i media, la religione e perfino le leggi – sono contro di lei, rivoltarsi condurrà soltanto a crearle problemi e sofferenze ancora maggiori.
Qui si inserisce una vecchia obiezione: se tutti subiscono l’oppressione, l’oppressione non finirà mai. Giusto. Ma da un lato la storia procede inesorabilmente e chissà che un giorno anche l’Arabia Saudita non si avvicini agli standard di libertà occidentali. Dall’altro – anche se può sembrare un calcolo meschino – è comprensibile che non si desideri vedere la propria figlia fustigata in pubblico per aver voluto lanciare la moda della minigonna a Riyad. Chi sale sul ring e sa già che i guantoni dell’altro eccedono nel peso, che l’arbitro gli darà sempre torto e che la partita è truccata, deve buttarsi per terra al primo pugno e farsi dichiarare k.o. Per semplice buon senso. 
L’argomentazione può essere applicata a Silvio Berlusconi. Se egli reputa di essere un perseguitato dalla giustizia italiana; se è sicuro dell’accanimento delle Procure della Repubblica nei suoi confronti; se è convinto che esista un partito dei magistrati che si serve illecitamente dei suoi poteri per eliminarlo, non deve salire sul ring. Soprattutto se molti spettatori sono tanto ingenui da credere che la partita sia onesta e l’arbitro super partes. In queste condizioni accettare battaglia è da incoscienti o, peggio, da presuntuosi. 
A suo tempo Montanelli l’aveva avvertito: “Ti distruggeranno”. E anche se Berlusconi è riuscito a resistere e a fare una carriera storicamente indimenticabile, il buon senso avrebbe voluto che combattesse finché la cospirazione contro di lui non fosse arrivata ad attuare il suo piano. Dunque sarebbero andati bene vent’anni di assoluzioni, non luoghi a procedere, prescrizioni e amnistie. Viceversa, nel momento in cui la Giustizia italiana si alza, butta via la bilancia per correre più velocemente e gli infligge una condanna definitiva, Berlusconi avrebbe dovuto prendere un aereo e lasciare l’Italia per sempre. Sarebbe stato vigliacco? No. Avrebbe tenuto conto della realtà. Il fatto che oggi insista a dichiararsi innocente, a dire che sarà assolto, in sede europea o di revisione, è contraddittorio: corrisponde ad avere fiducia nella giustizia. 
A meno che combattere  - da vincente o da vittima - non lo diverta più di quanto non divertirebbe molti di noi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
28 novembre 2013


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politica interna
11 novembre 2013
L'IMPASSE DI ALFANO
I tormenti del Pdl sono stucchevoli. Un giorno leggiamo che governativi e lealisti stanno per trovare una composizione, perché “si vogliono bene e vogliono l’unità del partito; un giorno leggiamo che sono alle torte in faccia, se non ai ferri corti”; un giorno si pensa che l’intero partito sosterrà il governo, un giorno si legge che ogni scusa sarà buona per rompere definitivamente. La tentazione è quella di dire: “Svegliatemi quando hanno finito”.
Su tutta la faccenda è lecito avere un punto di vista distaccato, se si parte dall’idea che nella vita ci sono atti da cui non si torna indietro. Neanche pentendosi. Neanche pagando lo scotto. Chi ha commesso una violenza carnale non se la cava scontando qualche anno di carcere. Anche dopo sarà sempre “quello che ha commesso una violenza carnale”. A chi dicesse che bisogna consentire a chi ha sbagliato di rifarsi una vita basterebbe chiedere: “Saresti contento, se volesse sposare tua figlia?”
Si può chiedere scusa per una gaffe, non si può azzerare un tentato parricidio, se pure politico. Quando Alfano, Lupi, Quagliariello e gli altri hanno deciso di confermare la fiducia al governo, costringendo Berlusconi ad umiliarsi in Parlamento, hanno compiuto un atto che non prevede la marcia indietro. Se anche ci provassero, somiglierebbero a quei coniugi che si rimettono insieme per le pressioni dei parenti ma poi la loro famiglia somiglia più ad un carcere che ad un nido d’amore. E dalle carceri si evade.
Le diatribe all’interno del Pdl non sono significative. Che le due fazioni stiano insieme o si separino, certo non si ameranno più. La pace, dopo un conflitto, si ha soltanto quando uno veramente vince e l’altro veramente perde, uno sopravvive e l’altro sparisce. Uno si chiama Berlusconi e l’altro Gianfranco Fini. Se Alfano e i suoi riusciranno ad esautorare il Cavaliere, Forza Italia gli apparterrà e il vecchio leader sarà messo da parte. Diversamente saranno loro stessi foglie morte spazzate dal vento. Con un nuovo partito di centro-destra, nella stessa area del Pdl e dopo avere “tradito” Berlusconi, è difficile che possano avere un significativo consenso elettorale. Ancora una volta il pensiero va a Fini. 
La loro azione è stata più azzardata che coraggiosa. Non perché si sia sicuri che l’ingiunzione di Berlusconi (“Dimettetevi!”) fosse una mossa azzeccata. Ché anzi non è neppure stata ordinata col normale, necessario garbo. Il punto è: conveniva disobbedire? La domanda è brutale ma inevitabile: anche ad ammettere che si siano schierati col governo per il supposto bene dell’Italia, anche ad ammettere che questo supposto bene abbiano realizzato (e per questo non ci sarebbe che da cavarsi il cappello) a loro personalmente è convenuto? Da questo cinico punto di vista c’è parecchio da dire.
In politica il successo non si ottiene per caso. Chi arriva in alto ha pensato per anni solo al potere, ha ingoiato rospi, è passato sopra agli scrupoli, ha lottato contro tutti, a volte inclusi gli amici. Coloro che invidiano i privilegi del grande politico non sanno quanto cari li abbia pagati. Ad ammettere che, quando ha cominciato la sua carriera, fosse un ingenuo ed un idealista, alla fine è uno che potrebbe dare lezioni a Machiavelli. Infatti il Segretario Fiorentino quel successo non lo ebbe. 
Se dunque i cosiddetti governativi hanno fatto il piano di salvare il governo a costo della loro vita politica, meritano molto più di De Gasperi o di La Pira d’essere proposti per la canonizzazione. Se invece hanno fatto quella mossa sperando di incrementare il loro successo, l’unico commento adeguato è un’incredula alzata di spalle. Soprattutto se pensano di ottenerlo parlando di metodo Boffo ed utilizzando gli stilemi della sinistra.
Il più incomprensibile rimane comunque Alfano. Sarebbe bastato che dicesse: “Fare cadere questo governo è un errore. Ma il capo è Berlusconi e se lui vuole che io mi dimetta obbedisco. Anch’io, se un giorno sarò al suo posto,  vorrei che i miei compagni di partito mi fossero altrettanto fedeli”. Avrebbe salvato il suo posto di delfino di Berlusconi, che ben pochi avrebbero potuto contendergli. Invece ora non gli rimane che rimettere il dentifricio dentro il tubetto.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 novembre 2013


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politica interna
1 novembre 2013
DECADENZA: IMPOSSIBILE SAPERE CHI HA RAGIONE
In questi giorni siamo sommersi dai problemi giuridici. Giornali e televisioni si affannano a parlarci di retroattività o irretroattività della legge Severino, di regolamento del Senato, di voto palese e di voto segreto, di imputati per il disastro (economico) dell’Ilva, dell’ipotesi che l’entrata delle Poste Italiane in Alitalia costituisca aiuto di Stato (vietato da Bruxelles), e si potrebbe continuare.
Eppure, anche se l’affermazione può suonare azzardata, tutti questi problemi non sono giuridici. Basta chiedersi: chi lascerebbe che un giovane teppista colpevole di lesioni volontarie sia giudicato da un magistrato che è suo padre? Qui si rischierebbe lo scandalo sia se il giudice assolve il giovinastro sia se lo condanna: perché nessuno crederebbe alla serenità del giudizio. Naturalmente il problema non è meno giuridico soltanto perché c’è un vincolo d’affetto fra giudicante e giudicato: ma è nozione comune che non si può avere una giustizia equanime quando l’influenza dell’affettività è soverchiante. Ciò dimostra dunque che la prima qualità del giudice non è la sua competenza giuridica ma la sua indifferenza al contenuto del procedimento, il suo totale disinteresse nella vicenda, il suo essere terzo affettivamente ed effettivamente. 
La figura del giudice, del resto, non è nata in altro modo: le parti la vedono bianca o nera, secondo che a loro convenga; per questo si rivolgono a qualcuno che non è coinvolto nella vicenda, nella speranza di avere un giudizio più obiettivo. E ciò malgrado i padri del diritto non si facevano illusioni: il giudice romano non si proclamava altezzosamente sicuro interprete della Giustizia, si limitava ad esprimere come la pensava, ciò che “sentiva”, e la parola “sentenza” ha proprio questa origine. 
Ogni volta che chi giudica è affettivamente implicato nella controversia, la sua opinione è soltanto un’opinione, priva di valore giuridico. E ciò vale per i giornalisti, i giuristi, i moralisti e perfino per i magistrati e la gente comune. Nessuno oserebbe sostenere che un avvocato  sia imparziale, ed è giusto che sia così. Sin dal primo momento in cui si occupa di un procedimento, il professionista lo vede nell’ottica predeterminata: il difensore nota tutto ciò che può essere utile all’imputato, l’accusatore tutto ciò che può sostenere la colpevolezza. E dopo un po’ di tempo questo punto di vista diviene così appassionatamente esclusivo, che in Corte d’Assise si possono vedere avvocati che perorano la causa del proprio assistito con fervente sincerità, fino a sudare, a scalmanarsi, a spendersi con totale dedizione.
Ecco perché la discussione sugli argomenti indicati all’inizio è stucchevole. In qualunque problema giuridico che riguardi Silvio Berlusconi alcuni diranno che ha ragione, comunque, anche se ha torto marcio, altri diranno che ha torto, comunque, anche se ha evidentemente ragione. Lo stesso vale per le discussioni in Parlamento. In tutti questi casi la decisione non è “giuridica”: dipende esclusivamente dalla forza. Nei processi normali questa forza è data dal potere dei giudici, in Parlamento dai numeri dalla maggioranza. 
Ma Berlusconi è solo un caso fra gli altri. In Puglia sono state rinviate a giudizio cinquantatré persone perché hanno fatto di tutto per mantenere la produzione dell’Ilva, per quanto inquinante. Fra gli accusati c’è il Governatore Nichi Vendola, colpevole, secondo i notiziari, di avere solo sbottato (in un’intercettazione, ancora una!) che avrebbe amato mandare al diavolo chi scriveva relazioni troppo severe. E questa frase vorrebbero chiamarla concussione. Se le cose stanno così, siamo alla caccia alle streghe. Magari questa affermazione è infondata e temeraria; magari quei magistrati hanno ragione fino all’ultima virgola delle loro carte, ma il fatto che il problema abbia risvolti politici ed ideologici (come l’ecologismo fanatico) fa sì che non si possa arrivare ad una conclusione giuridicamente fondata. Il problema non è “giuridico”. E questo purtroppo vale anche per molte decisioni della Corte Costituzionale. Non si finirebbe mai. 
Per tutte queste ragioni l’invadenza della magistratura è insopportabile. Ogni volta che un problema non è socialmente indifferente, la pretesa di agire in nome di un astratto diritto non è credibile. E la decisione del magistrato può essere vista come l’imposizione di un punto di vista indebitamento fornito di potere coercitivo.
Beati quei Paesi che non hanno bisogno di eroi, è stato detto. Ma beati anche quelli che non hanno magistrati che intervengono nella politica. Salvo casi eccezionalissimi, il loro intervento danneggia sia la politica sia l’amministrazione della giustizia.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
31 ottobre 2013


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31 marzo 2012
L'ITALIA IN BIANCO E NERO
Dicono che la storia non si fa con i se ed è una stupidaggine. Se si spiega che i Romani vincevano tante battaglie perché il loro esercito era molto ben organizzato è come se si affermasse che “se” l’esercito romano non fosse stato organizzato bene non avrebbe vinto tanto battaglie”. Quasi ogni giudizio storico può essere ribaltato, facendolo cominciare con un “se”. 
La cosa non è di poco conto: un libro di storia che non desse mai giudizi non servirebbe a nulla. Chissà quante volte gli ammiragli tedeschi, nei primi Anni ’40 del secolo scorso, si sono chiesti in che conto dovessero tenere la sorte dell’Invencible Armada. Se cioè anche nella loro epoca la mutevolezza del tempo sulla Manica rappresentasse un serio pericolo per una flotta che avesse voluto invadere l’Inghilterra. A Guglielmo il Conquistatore era andata bene, a Filippo II no. E sarebbe andata bene, a Guglielmo, se avesse incontrato la stessa tempesta degli spagnoli?
Se fare delle ipotesi è un modo per capire la storia, negli scorsi anni in molti ci siamo posti la domanda: e se Berlusconi improvvisamente sparisse? 
La sensazione era infatti che l’Italia vivesse una sorta di allucinazione. Un’esperienza extrasensoriale in cui un enorme gigante, alto qualche migliaio di chilometri, tenesse sotto i suoi piedi l’Italia. E quel gigante era Silvio Berlusconi. Fenomeno non nuovo, del resto. Per qualche tempo gli italiani avevano già vissuto una vicenda simile, negli Anni Trenta. Solo che quella volta, almeno nel mondo degli intellettuali e dei media, l’esperienza era stata coralmente positiva, e l’uomo si chiamava Mussolini; mentre stavolta, almeno nel mondo degli intellettuali e dei media, essa era negativa e l’uomo si chiamava Berlusconi. Da un lato l’Uomo della Provvidenza, dall’altra il Male Assoluto. Esagerazioni. 
Negli Anni del Consenso, chiunque avesse avuto il senso del reale si sarebbe chiesto se veramente quell’Italia di cartapesta fosse reale; se veramente gli italiani fossero cambiati; se veramente Mussolini fosse quel grand’uomo che molti pretendevano che fosse.  E soprattutto se il suo potere non potesse condurre l’Italia a qualche disastro. Come poi avvenne. Perfino quando si ha a che fare con un uomo assolutamente superiore, non bisogna per questo farne un mito: De Gaulle fu un personaggio straordinario e personalmente piansi alla sua morte. Ma quando in Canada gridò: “Vive le Québec libre!” mi chiesi se non gli avesse dato di volta il cervello.
Un osservatore neutrale, neutrale almeno in questo senso, si sarebbe sempre chiesto perché mai tutto dovesse ruotare intorno a Silvio Berlusconi. Perché dovesse costituire notizia - e perfino motivo di feroce critica - ogni sua parola, ogni suo gesto, ogni suo sospiro, per quanto insignificanti. Sembrava di vivere uno di quei mitologici spettacoli di Bartolomeo Bosco, il famoso illusionista del primo Ottocento, in cui un solo uomo, dicono, riusciva ad ipnotizzare un’intera platea.
Durante le furiose discussioni sulla colpevolezza o innocenza di Anna Maria Franzoni personalmente arrivai a scrivere: “Basta! Samuele l’ho ucciso io. E ora smettete di parlare di questo argomento!” Nello stesso modo, per anni, ho sognato di poter dire: “Berlusconi è morto. Per favore, occupatevi d’altro”.
La fortuna ha invece voluto che questo avvenimento potessi osservarlo da vivo io e da vivo lui. Berlusconi ha capito che non lo facevano governare, che non poteva salvare l’Italia, e che tutti gli avrebbero dato il torto della crisi. A questo punto, con grande intelligenza e senza perdere il sorriso, si è fatto da parte.
Come, da parte? Non c’è più? Non è neanche segretario del suo partito? Ma veramente?
L’Italia ha provato in questa occasione ciò che la Francia ha vissuto il 5 maggio del 1821. La fine di un’epoca e un diffuso sentimento di sgomento. La nazione è improvvisamente divenuta un enorme orfanotrofio. E con chi prendersela, ora? E su chi scherzeranno i comici? E di che cosa si discuterà? E perfino: a che servirà ora la magistratura?
Berlusconi si è fatto da parte e ci siamo ritrovati fra persone alte un metro e settanta. Nessun demiurgo e nessun Satana. Nessun Augusto e nessun Caligola. Siamo passati da uno spettacolo a colori sgargianti a un quaresimale in bianco e nero, officiato dalla voce monotona di Mario Monti. 
Berlusconi si è cavato lo sfizio di guardare l’Italia non sovrastata dalla sua ombra e si è procurata l’occasione di ridere un po’ della perdita di interesse dei talk show, della disperazione dei comici, della preoccupazione dei professionisti dell’anti-berlusconismo. Ha visto un intero Paese uscire dalla suggestione collettiva provocata da Bartolomeo Bosco e cominciare a sfollare dal teatro surriscaldato in una strada fredda, bagnata, deserta e invernale. 
Desolatamente reale. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 marzo 2012


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POLITICA
26 febbraio 2012
NOTE IN MARGINE AL PROSCIOGLIMENTO DI BERLUSCONI
Ieri si è concluso per prescrizione il processo Berlusconi-Mills, e sulla base dei commenti si sperava di poter farsi un’idea, se non dal punto di vista giudiziario, almeno da quello politico. Purtroppo oggi non ci sono le Rassegne Stampa della Camera dei Deputati e del Governo, ma il clima tuttavia lo forniscono sufficientemente alcuni titoli e un articolo di Repubblica.
Su questo quotidiano Massimo Giannini dimostra di non avere conoscenze in diritto penale. Scrive infatti che la prescrizione “ha permesso all'ex presidente del Consiglio di sottrarsi al suo giudice naturale”. Dunque egli ignora che il giudice “naturale” è quello la cui competenza è prestabilita dal codice. Se non avesse voluto fare cattiva figura, bastava si limitasse a scrivere “al suo giudice”, senza “naturale”. Diversamente è come se sostenesse che Berlusconi, il cui giudice naturale era a Catanzaro o a Lecce, è stato giudicato da un collegio incompetente, quello di Milano.
Egli scrive poi: “Come la sentenza della Corte di Cassazione ha già certificato nell'aprile 2010, confermando sul punto le due precedenti pronunce di primo e secondo grado, è scritto nero su bianco: Berlusconi fu il ‘corruttore’ dell'avvocato inglese, che ricevette 600 mila dollari per testimoniare il falso”. Una serie di stupidaggini. Se la sentenza riguarda l’applicazione della prescrizione a Mills, scrivendo quelle cose, la Cassazione si è comportata in modo scorretto. Applicando la prescrizione il giudice ha un’unica alternativa: se è certo dell’innocenza dell’imputato, lo assolve nel merito. Se invece è incerto riguardo alla sua colpevolezza o alla sua innocenza, applica la prescrizione. Si ripete, non se è certo della sua colpevolezza, solo se non è certo della sua innocenza. Non può certo affermare né la colpevolezza dell’imputato, né, a più forte ragione, quella di un terzo. Dovrà magari occuparsi del fatto, ma solo per stabilire il momento da cui decorre la prescrizione. Una sentenza di proscioglimento per prescrizione non può essere utilizzata per dichiarare (moralmente) colpevole l’imputato, se non da incompetenti faziosi. 
Ma di tutte queste cose non sembra sapere molto, Giannini. Inesatto è pure che Mills abbia testimoniato il falso. Tutte le persone informate della vicenda – di cui il nostro giornalista non fa parte – sanno che Mills ha cercato di proteggere Berlusconi schivando o aggirando certe domande, ma nessuno l’ha mai accusato di falso. Reticenza non è uguale a falsità
Inoltre, ma questo va detto di passaggio, non è vero che esista la prova di quel versamento. Giannini ha dimenticato che Gabriella Chersicla, consulente della Procura di Milano e del Pm Fabio de Pasquale, ha dichiarato – non nero su bianco, ma con voce audibile per orecchie sturate - che di quel versamento che avrebbe dovuto inchiodare Berlusconi non esiste traccia nelle carte contabili, da lei esaminate. E questo l’ha riconosciuto persino Peter Gomez, il socio di Travaglio. Un berlusconiano?  
Lo stravolgimento della natura della prescrizione si nota anche nelle parole di Di Pietro, che in un sottotitolo del Sole24Ore ha dichiarato: “I giudici non l’hanno assolto perché, evidentemente, il fatto l‘ha commesso”. Lui il codice deve averlo intravisto, ma anni di politica gliel’hanno fatto dimenticare.
Bersani invece fa solo tenerezza (titolo del Corriere): “Assoluzione? Rinunci alla prescrizione”. Bersani, come si sa, è laureato in filosofia. E si vede. 
 Mills – in viva voce e in italiano – si dichiara contento per Berlusconi. Quando gli viene rinfacciato che comunque lui è stato condannato in primo e in secondo grado (dimenticando il proscioglimento finale per prescrizione) nega la propria responsabilità e definisce la propria condanna ingiusta “soprattutto perché si trattava di aver fatto un accordo in ’99 di essere corrotto in ’97. Quindi era completamente illogico, il tutto”. Come si sa, gli inglesi sono pragmatici. Cioè quasi stupidi.
In un articolo di Ferrarella, sul “Corriere” (secondo quanto udito nella rassegna stampa di Radioradicale) il Pm De Pasquale, tempo fa, avrebbe dichiarato che: “Sarebbe un disastro se questo processo si dovesse concludere senza una sentenza”. Parole interessantissime. 
Considerando i tempi normali della giustizia italiana, l’unico dubbio che abbia mai riguardato Silvio Berlusconi, riguardo a questo processo, non è stato se si sarebbe mai potuti arrivare ad una sentenza definitiva, cioè di Cassazione, ma se si sarebbe mai potuti arrivare ad una sentenza di primo grado. E i fatti hanno dimostrato che non c’era tempo sufficiente neppure per essa. E allora si può chiedere: che differenza fa, per l’amministrazione della giustizia, che un imputato sia prosciolto per prescrizione in istruttoria, dopo la prima o la seconda sentenza? Nessuna, ovviamente. E se è arcisicuro che alla condanna definitiva non si arriverà mai, non sarebbe più utile che i magistrati si affrettassero a perseguire altri reati, più gravi e più recenti?
Se si considera un disastro il non pervenire alla condanna in primo grado – una condanna che si sa comunque destinata ad essere trasformata in proscioglimento in secondo grado – è dunque perché si tiene alla condanna in primo grado in sé e per sé: cioè per motivi politici. Né altra spiegazione si è stati tentati di dare al rifiuto di tanti testi a difesa. La differenza che non esiste in diritto, come si diceva, esiste eccome in politica. Intanto facciamo scrivere su Repubblica che Berlusconi è un corruttore, con tanto di bollo del Tribunale, poi si faccia pure prosciogliere per prescrizione. 
Ecco a che servono i soldi dei contribuenti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
26 febbraio 2012


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POLITICA
11 febbraio 2012
STEFANO FOLLI, LE LUCCIOLE, LE LANTERNE

Non sempre i titoli rispecchiano il contenuto degli articoli, ma stavolta sì: “Un premier non solo transitorio”. È la tesi di Stefano Folli, sul “Sole 24 ore”. Essa si fonda sulla stima internazionale che sembra riscuotere Mario Monti, come si vede nei suoi viaggi all’estero. Folli lo presenta come il salvatore della Patria e forse non solo della Patria: egli può “contribuire a cambiare il volto politico dell'Europa e a dare un nuovo senso alla comunità occidentale. Evitiamo l'enfasi...” E se in questo modo egli evita l’enfasi, figurarsi quando non la evita. Probabilmente il notista politico Folli si è lasciato suggestionare dalla copertina di “Time”, secondo la quale Monti potrebbe essere “l’uomo che può salvare l’Europa”, ed ha ceduto al pregiudizio di stima per le pubblicazioni di lingua inglese. Invece una sciocchezza è una sciocchezza, anche se scritta in inglese o in latino.

La sciocchezza in questione, però, riguarda la situazione politica italiana, non il sig.Mario Monti. Questi potrebbe benissimo meritare molte lodi per il suo stile e per ciò che ha fatto e continua a fare il suo governo. Ciò che si sottovaluta, o si fa finta di non vedere, è che la barca non è mandata avanti dal capovoga, ma dai rematori: in questo caso il Pdl e il Pd. E il miracolo non è che il capovoga dia il ritmo giusto, ma che i rematori affondino i remi e spingano nello stesso momento e nella stessa direzione. Se nell’autunno scorso Monti fosse stato posto a capo del Pdl, oggi saremmo nella stessa situazione che se fosse rimasto Berlusconi. Questo è un particolare che non si può ignorare e che anzi non è nemmeno un particolare: è il centro dell’attuale situazione.

Sbaglia Folli quando pensa che Monti sia insostituibile e che né l’Italia, né l’Europa né il mondo si sentiranno di fare a meno di lui. Perché pressoché chiunque, con un po’ di sale in zucca e il sostegno dei due grandi partiti, sarebbe in grado di governare l’Italia, e perfino capace di riformare il pernicioso art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Mentre nessuno ce la farebbe senza quel sostegno.  

Il commentatore sostiene però che quelle forze, “dal Pdl al Pd al terzo polo, non hanno alternative”. Sia. Ma in occasione delle prossime elezioni o costituiranno in un modo o nell’altro una coalizione o non ci riusciranno. Se ci riusciranno, vorranno metterci a capo un loro uomo, e addio Monti sorgenti dalle acque. Se non ci riusciranno, business as usual.

Naturalmente è lecito pensare che, pur adottandolo come proprio uomo e tenendogli le briglie strette, una Große Koalition potrebbe preferire il “Preside” al nodo gordiano della lite fra Pdl e Pd: ma non bisogna dimenticare che molte unificazioni di partiti non si sono avute perché nessun Segretario vuole rinunciare alla visibilità che dà quella carica. Monti potrebbe anche essere l’Uomo di Stato migliore dell’ultimo mezzo secolo, questo non gli impedirebbe di essere mandato a casa. Se gli inglesi hanno mandato a casa Winston Churchill è segno che si può fare a meno di chiunque, quali che siano i suoi meriti e i suoi allori.

La conclusione è semplice: molti italiani, e Stefano Folli con loro, confondono cause e conseguenze. È facile sembrare grandi attori, quando l’intera platea è solo una grande claque. È facile mandare avanti la barca, quando i rematori sono tutti concordi e obbedienti. Viceversa, nelle condizioni in cui si sono trovati ad operare prima Prodi e poi Berlusconi, neanche Ercole sarebbe riuscito ad ottenere quello sta ottenendo Monti.

Non bisognerebbe dimenticarlo.

giannipardo@libero.it

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-11/premier-solo-transitorio-081019.shtml?uuid=AayviDqE&fromSearch


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POLITICA
7 novembre 2011
IO, BERLUSCONI

A leggere ciò che scrivono i retroscenisti, c’è da pensare che Silvio Berlusconi viva come un fachiro dentro una teca di vetro, in una sala cui tutti hanno accesso, magari in compagnia di una piccola folla di cobra. Dunque qualunque cosa faccia o dica è pubblica e può essere riferita. Ecco perché i giornalisti sanno tutto ciò che è stato detto durante i consigli dei ministri, le battute che si sono scambiate Giulio Tremonti e l’uomo nella teca, ciò che Silvio ha detto durante una telefonata e naturalmente anche ciò che ha pensato ed ha intenzione di fare.

Personalmente, forse perché non ricevo un lauto stipendio dal “Corriere” o da “Repubblica”, non so molto di Berlusconi. Da un lato non posso scrivere nessun retroscena, dall’altro dubito perfino di ciò che affermano giornali e televisione. Insomma sono fra i più ignoranti del mondo. So a malapena che il governo è in pericolo e che l’attuale maggioranza è risicata. Ma da questo a dire che la prossima settimana si sfascia tutto o che la situazione rimarrà invariata fino al 2013 ce ne corre.

Tuttavia c’è una cosa che credo di sapere, anche perché me la ripetono tutti i santi giorni: l’opposizione e una parte della maggioranza invitano Berlusconi a dimettersi e l’interessato dice che non lo farà.

A questo punto, invece di rivelare agli amici il perché di questo atteggiamento (dal momento che non lo so) mi lascio andare a un gioco: “Se fossi Berlusconi, mi dimetterei?”

La risposta è no. Ed ecco quello che direi.

Indubbiamente, anche per battere un record, vorrei arrivare al 2013. Purtroppo, sono nelle condizioni di qualcuno che in piena notte, mentre tutti i distributori sono chiusi, rischia di rimanere senza benzina. Quelli che viaggiano con me mi ripetono che non ce n’è abbastanza e che ci converrebbe proseguire a piedi. E sul fatto che la benzina potrebbe finire hanno ragione: ma il consiglio è lo stesso sbagliato. Infatti, se scendiamo subito, faremo un bel po’ di strada a piedi; se invece proseguiamo magari presto l’auto si fermerà, ma faremo sempre meno strada a piedi di quella che faremmo scendendo prima che finisca la benzina.

Tornando al problema del governo: dimettendomi mi troverei nelle condizioni in cui mi troverò se mi votano la sfiducia. E allora perché somigliare a un tacchino tanto stupido da dire che il Natale è il primo dicembre? Non mi rimane che diffondere ottimismo, dire che ho la maggioranza, sorridere a tutti e dimostrarmi sicuro. Ché tanto, se mi mettessi a piangere, non durerei per questo un minuto di più.

Qualcuno però dice che, se mi dimettessi, la cosa faciliterebbe la ripresa dell’Italia. Veramente? Io non lo credo affatto. Un governo raccogliticcio e comprendente parecchi politici di sinistra dovrebbe attuare i provvedimenti di destra che io non sono riuscito ad attuare? È come chiedere ad un dilettante di riuscire dove non è riuscito un professionista.

E c’è di più. Se fossi sicuro che quelli che mi consigliano di andare a piedi poi mi terrebbero compagnia, potrei giudicare il loro consiglio giusto oppure sbagliato ma almeno disinteressato. Qui invece c’è il rischio che, se io scendo, gli altri si rimettano alla guida e mi lascino solo in mezzo alla strada. Insomma le anime buone che tanto si preoccupano delle sorti dell’Italia sono le stesse che dalle mie dimissioni contano di trarre vantaggio. A cominciare dall’opposizione. E allora, quanto vale il loro consiglio? Se un donatore di sangue vi invita all’Avis, forse vuole aiutare qualche malato. Ma se il sangue ve lo chiede un vampiro, crederete facilmente che sia per un’opera buona?

Infine confesso che mi diverto un mondo.  Sono al centro dell’attenzione di tutti. L’Italia intera non fa che parlare di me, dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. Peccato che io abbia poco tempo. Se solo ne avessi chissà quante cose scoprirei, su me stesso, leggendo i giornali e seguendo le televisioni. Saprei quante cose ho detto e fatto senza neppure saperlo. Che cosa ho intenzione di fare. E soprattutto quello che penso. Che riposo.

Fra l’altro, mi diverte anche l’aria di superiorità con cui parlano di me i pensosi commentatori politici e l’insignificante popolo minuto dei professionisti dell’antiberlusconismo: tutte persone che non contano niente, non hanno capito niente e che il tempo dimenticherà. Ed anzi, a proposito, penso che li punirò tutti indistintamente in modo crudele: non ne menzionerò neppure uno nelle mie memorie. Non vorrei che, dicendo male di uno di loro, gli regalassi un posto nella storia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

7 novembre 2011


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POLITICA
30 ottobre 2011
RENZI, I GIOVANI, I VECCHI
Gli uomini adorano semplificare. I primi film western  avevano questa grande qualità: da una parte gli indiani, tutti indistintamente cattivi e crudeli, dall'altra i cowboys, tutti indistintamente buoni e leali. Se qualche contrasto c'era tra questi ultimi, un contrasto che poteva arrivare alla mitologica scazzottata, poi c'era sempre la riconciliazione: con la stretta di mano e una pacca sulla spalla. Non per niente erano tutti buoni. 
Purtroppo la realtà è più complessa. I buoni non stanno tutti da una parte e i cattivi non stanno tutti dall'altra. La vita non è un western di John Ford.
 Un altro campo in cui gli uomini amerebbero semplificare è la distinzione fra i giovani e i vecchi: anche per l'eccellente motivo che tutti siamo già necessariamente divisi in questi due gruppi. E non è che si possa scegliere dove stare. I giovani non invecchiano solo se muoiono, e i vecchi non hanno modo di ridiventare giovani. Amleto, proprio per fingere la pazzia, dice a Polonio: “Perché voi stesso, signore, potreste benissimo arrivare alla mia età se, come un gambero, poteste andare indietro”.
I due gruppi sono separati ma, si dirà, in mezzo c'è la maturità che dovrebbe essere lo stato felice di chi non è né giovane né vecchio. Purtroppo, essa è rifiutata da tutti e chi ha quarant'anni si considera giovane; chi ha cinquant'anni al massimo riconosce di non essere più giovane ma “i vecchi sono gli altri. I sessantenni. Forse i settantenni”. Avviene per l'età ciò che avviene per la ricchezza: “Io non sono ricco, ricco è chi ha più di me”. Quand'anche si fosse miliardari.
Stabilito che si è pressoché inevitabilmente inseriti nel gruppo dei “noi”, contrapposto al gruppo dei “loro”, ci si sente obbligati a dimostrare che noi siamo migliori di loro. Ma chi è oggettivamente migliore? John Ford avrebbe avuto la risposta pronta, la realtà no.
Ci sono certo dati incontestabili: i giovani sono più vigorosi dei vecchi ma i vecchi hanno più esperienza dei giovani. I giovani sono più audaci e più inventivi, ma questo non sempre è una qualità; i vecchi sono più prudenti e conservatori, ma anche questo non sempre è una qualità. La conclusione è semplice: è migliore chi è migliore, non chi è giovane o vecchio. Non si può   preferire l'uno o l'altro a scatola chiusa. Al massimo, se in un campo si richiede molta esperienza, è meglio rivolgersi a qualcuno che questa esperienza l'ha. E dunque è anziano. Se al contrario si richiede vigoria fisica è meglio lasciar da parte i vecchi. Ma a parte questo, contano solo le qualità di cui si è in possesso, persino nel campo dell'esperienza: può avvenire che un giovane di trent'anni, il quale ha passato tutta la vita sui libri, sia uno storico migliore di quello che ne ha settanta e in settant'anni non ha capito molto.
Ecco perché la diatriba sull'età tra Matteo Renzi e la dirigenza del Pd è stupida da ambedue i lati. La discussione non dovrebbe vertere su rottamazioni e altre bagattelle. Il problema non è, come disse un grande filosofo, “Con questi dirigenti non vinceremo mai”: il problema è: “Con queste idee non vinceremo mai”. E, ancor peggio, con queste idee, quand'anche vincessimo, non sapremmo che cosa fare al governo.
Renzi è attaccato da ogni parte, inclusa la piazza di Firenze, perché sostiene che il problema non è Berlusconi ma il programma. E tutti gli danno addosso perché, in questo modo, sembra arrivare a patti con l'arcinemico, mentre a nostro parere Renzi si sta mostrando capace di guardare più lontano. Il Cavaliere non è eterno: non solo può darsi che il governo cada da un momento all'altro, non solo può darsi che perda le prossime elezioni, ma comunque bisogna pensare alla realtà italiana senza di lui. Il vero problema è quale politica intenda attuare la sinistra e che cosa farebbe in questo momento per salvare l'economia italiana. Ché se poi la conclusione fosse che farebbe tutto o parte di quello che sta facendo l'attuale governo, invece di combatterlo sempre e comunque, tanto varrebbe sostenerlo per ciò che vuol fare di giusto e combatterlo per ciò che vuol fare di sbagliato. L'antiberlusconismo è una scatola vuota.
Renzi è veramente un innovatore, nella sinistra: e cioè, a dirla tutta, non sembra uno scemo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it


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politica interna
25 ottobre 2011
BERLUSCONI IL TAUMATURGO

Fino a questo momento – mattina del 25 ottobre 2011 – non sappiamo se sì o no Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, o ancora meglio il Pdl e la Lega Nord, arriveranno ad un accordo sulle pensioni.

L’Europa ci richiede con insistenza questo provvedimento. Persino l’Udc e il Masaniello dell’Idv si dichiarano disposti a votarlo, sempre che Berlusconi si dimetta. Il che dovrebbe indicare che questa riforma - la prima delle tante di cui l’Italia ha bisogno – è assolutamente opportuna e forse inevitabile. E allora bisogna chiedersi: come mai la Lega si mette di traverso?

Ci sono certo delle ragioni. Il massimo numero di pensioni di anzianità è concentrato al Nord, ci sono le promesse ripetutamente fatte da Bossi e dai suoi amici, e il resto: nessuno sostiene che un partito si muove in una certa direzione senza una ragione. Ma qui non si tratta di un partito, si tratta dell’Italia, della sua situazione economica e della sua posizione rispetto all’Europa. Dunque è impossibile che i leghisti non si rendano conto del problema. E allora la spiegazione è probabilmente un’altra.

Silvio Berlusconi è, dopo Mussolini, l’italiano più ingombrante che la nazione abbia avuto dall’inizio del XX Secolo. Come avviene in questi casi, il personaggio viene gonfiato, nell’immaginario collettivo, fino a dimensioni sovrumane, poco importa se nella direzione positiva o in quella negativa. Forse ricordiamo male ma di Mao si disse che poteva anche placare le tempeste come al contrario, dopo la fine del fascismo, è stato difficile far passare il concetto che qualcosa di buono quel regime possa aver fatto. Di Mao, finché fu in auge, non si poteva che dire bene, era anche lecito attribuirgli dei miracoli, di Mussolini, una volta caduto, non si poteva che dir male e attribuirgli anche le colpe che non aveva. Come se fosse stato necessario.

Berlusconi è stritolato dalla stessa leggenda e ora, a quanto pare, essa ha contagiato anche i suoi alleati. La lega dovrebbe essere cosciente che se il Cavaliere, stanco, gettasse la spugna e si andasse a nuove elezioni senza la sua partecipazione, Bossi il governo lo vedrebbe col binocolo. Come mai allora insiste sulla propria posizione?

La risposta è che probabilmente, dai e dai, anch’essa ha perduto il contatto con la realtà. La sinistra ripete instancabilmente, giorno dopo giorno, ora dopo ora, che le dimissioni di Berlusconi sarebbero la soluzione di tutto. E questo realizzerebbe un miracolo per omissione, un miracolo che Berlusconi opererebbe con la sua sola assenza. Per la Lega invece quell’uomo è talmente speciale che gli si può chiedere l’impossibile ché tanto lui ne è capace. Gli si dice no per le pensioni, gli si dice no per qualunque cosa, e alla fine lui in qualche modo risolverà la questione: il governo non cadrà, l’Italia non fallirà e l’Europa ci applaudirà. Chiunque abbia un minimo di buon senso, chiunque non sia stato contagiato da questa stupida leggenda berlusconiana non può che scuotere la testa. Non solo la Tavola Pitagorica non è sensibile alla politica, ma Silvio Berlusconi è solo un uomo. Testardo, resistente, ottimista, perfino inventivo, ma nulla più di un uomo che può sbagliarsi, può stancarsi e soprattutto è incapace di operare miracoli.

In queste ore ci si può sorprendere a desiderare le sue dimissioni per dare un colpo mortale a tutti i suoi avversari e per mettere l’opposizione di fronte alle sue responsabilità. Improvvisamente tutti i critici interni ed esterni – professionisti dell’antiberlusconismo inclusi, in particolare certi giornalisti - sarebbero gettati nella spazzatura della storia. Improvvisamente l’opposizione sarebbe nel panico. Naturalmente darebbe la colpa di tutto, meteorologia inclusa, a Berlusconi, ma non basterebbe parlare del passato, perché ora il nuovo governo sarebbe responsabile del Paese, al presente, e dovrebbe dichiarare il default dell’Italia oppure affrontare la rivoluzione. La sinistra massimalista non accetterebbe certo dal Pd ciò che non accetta dal Pdl.

Se non fosse che in questo caro Paese ci abitiamo, se non fosse che l’esperimento non sarebbe in corpore vili, sarebbe proprio divertente vedere la fine dei niet di Bossi e dei proclami di Bersani. E comunque sarebbe bello veder tornare il mondo politico italiano alla realtà. Sembra che se ne sia allontanato parecchio, negli ultimi lustri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it,

25 ottobre 2011


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16 ottobre 2011
L'ECONOMISTA SUPER PARTES CHE SALVA L'ITALIA

L’articolo di Mario Monti sul “Corriere” di oggi (1) sarebbe anodino – e perfino poco interessante – se a scriverlo fosse stato un qualunque editorialista o economista. Il Rettore della Bocconi invece è stato molte volte indicato come il possibile Primo Ministro di uno di quegli esecutivi – battezzati con una ventina di nomi diversi –  che di fatto si chiamano soltanto TTB: tutto, tranne Berlusconi. Monti infatti dovrebbe essere un uomo estremamente competente e al di sopra delle parti. Purtroppo, il suo articolo di oggi non sembra dimostrarlo: la sua originalissima tesi è che la crisi attuale è colpa di Berlusconi e si risolverebbe se lui si dimettesse. Se questo è essere super partes, se così ci si dimostra obiettivi, non siamo messi bene.

Egli comincia col dire che l’Italia - malgrado le vanterie di Berlusconi - mette in crisi l’euro ed è di fatto un protettorato di Francia e Germania. Dimentica però di notare che tutto questo dipende non dall’attuale politica economica - l’Italia ha un avanzo primario migliore di quello della Francia, e dunque giudicata sul presente non creerebbe la minima preoccupazione - ma dal pregresso debito pubblico. Questo viaggia da decenni al di sopra del 100% del prodotto interno lordo, è nato negli anni Ottanta del secolo scorso ed è andato sempre crescendo. È vero, paghiamo tassi più alti della Spagna; è vero, se le banche e i privati non comprassero i nuovi titoli emessi per pagare quelli in scadenza, l’Italia dichiarerebbe fallimento dall’oggi al domani: ma tutto questo dipende dai 1.900 miliardi di euro del debito pubblico, non da Berlusconi. È così difficile da riconoscere? Invece Monti fa dire a innominate fonti straniere che “le principali responsabilità di questa situazione vengono attribuite al governo italiano in carica da tre anni e mezzo”. Responsabilità di oggi per un debito nato trent’anni fa. Come l’agnello che intorbidava l’acqua del lupo che stava a monte. Ecco che significa essere super partes.

Ma Monti spiega le colpe del governo. “L’Italia è più indietro [della Spagna] perché non c’è stato neppure il minimo riconoscimento di responsabilità da parte del governo”. Come se vestirsi di saio e battersi il petto cambiasse la realtà dei mercati e delle Borse. E qual è, comunque, il merito della Spagna? Nientemeno, quello di avere annunciato nuove elezioni. Traduzione, sempre rimanendo super partes: se buttiamo fuori Berlusconi tutto si risolve e i creditori del debito pubblico rinunceranno forse a riscuotere i loro titoli.

Il governo, dice Monti, avrebbe dovuto chiedere la collaborazione delle opposizioni. E con ciò dimostra di essere tanto al di sopra delle parti da averle perse di vista. Forse pensa che la Camusso applaudirebbe l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori, se Berlusconi lo proponesse.

Il governo avrebbe anche la colpa di avere scaricato su altri le responsabilità: sull’opposizione, sui magistrati, sui corrispondenti esteri (per la cattiva fama dell’Italia nel mondo). Anche a dargli ragione: che c’entra, tutto questo, con la crisi economica? Se fosse Primo Ministro Antonio Di Pietro il debito pubblico sparirebbe? Non si dovrebbero più pagare gli interessi? I mercati accorderebbero all’Erario tassi più favorevoli?

Ma in fondo perché insistere nell’analisi? Monti attribuisce a Berlusconi “un’ovattata percezione della realtà”, cioè gli dà del demente, e a suo parere coloro che lo sostengono “toccano livelli inauditi di servilismo”. Invece lui che è super partes stila queste auree parole: “la permanenza in carica dell’attuale presidente del Consiglio viene vista da molti come una circostanza ormai incompatibile con un’attività di governo adeguata, per intensità e credibilità, a sventare il rischio di crisi finanziaria e a creare una prospettiva di crescita”. La quale affermazione è di una stupidità talmente colossale che veramente vorremmo Mario Monti Primo Ministro per cavarci lo sfizio di vedere quale sarebbe la sua attività di governo adeguata, come renderebbe tutti nel mondo ammiratori del debito pubblico italiano e come creerebbe in un battibaleno una smagliante crescita economica dell’Italia. Lui e la sinistra sarebbero dunque capaci di decidere quei tagli alla spesa pubblica, di adottare quelle riforme liberiste e “anti-sindacali” che non è stato capace di adottare il centro-destra? Vorremmo proprio vederlo all’opera.

Si può non avere grande stima di Berlusconi, che fra l’altro scherza abbastanza per dare a volte l’impressione di essere solo un comico mediocre. Ma se si pensa di sostituirlo con questo genere di personaggi super partes, capaci di sparare con sussiego una simile sfilza di affermazioni balorde, forse dobbiamo sperare di rimanere sub partibus, tenendoci il governo che abbiamo.

Mario Monti ha tutto il diritto di avere un’idea politica anche chiaramente antigovernativa e antiberlusconiana. Non ha il diritto di presentarsi come neutrale.

giannipardo@libero.it

(1)http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_16/monti-false-illusioni-sgradevoli-realta_068269c4-f7bf-11e0-8d07-8d98f96385a3.shtml

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POLITICA
10 ottobre 2011
LA DANZA DELLA PIOGGIA CONTRO BERLUSCONI

 La prima idea era stata quella di pubblicare tutti i titoli politici di sabato scorso della rassegna stampa della Camera dei Deputati, per dimostrare quanti di essi sono anti-governativi e quanti giornalisti e uomini politici - praticamente tutti - hanno il preciso desiderio di mandar via il Primo Ministro. Non per contestare le loro tesi: soltanto per dire che la noia provocata da questo coro è indicibile. Solo i selvaggi possono pensare che la parola abbia poteri magici, che se lo stregone ballerà in un certo modo, farà certi versi e dirà certe cose, il cielo si commuoverà e interromperà la siccità. Gli uomini civili sanno che la pioggia non ci ascolta. La stessa Chiesa Cattolica, che pure ha previsto una preghiera “per far piovere” (pro pluvia), quella preghiera non la rivolge al cielo o alle nuvole, ma a Dio stesso. Questi, essendo onnipotente, ha anche la forza di far piovere.

Il singolo, dinanzi a qualcosa di sgradito, prima si dispera, poi si rassegna. Questo atteggiamento cambia quando sente di far parte di una grande folla che invoca la stessa cosa: perché le masse, nei moderni stadi come negli anfiteatri romani e nei moti di piazza, hanno quasi un sentimento di onnipotenza. Mentre il singolo piange la morte dei propri genitori, migliaia, forse milioni di persone non hanno “accettato” la morte di Elvis Presley: non può essere, è vivo. Un uomo non è niente, ma se fa parte di un esercito si sente invincibile, non si arrende dinanzi ai fatti e men che meno alla logica.

Che ciò avvenga al livello dei tifosi di calcio o di musica pop in fondo non stupisce. Per interessarsi a quegli spettacoli non si richiede la laurea in filosofia. Stupisce invece che nello stesso abbaglio cadano persone colte. In particolare quegli specialisti del senso del reale (e perfino del cinismo) che sono i politici, e quei giornalisti pensosi che gli reggono la coda.

È evidente che molti desiderano che Berlusconi si tolga di mezzo. Ed è pure evidente che ciò sarebbe loro utile: ma non ha senso ripetergli ogni giorno, con cortesia o con brutalità, che se ne deve andare, e a quali condizioni, e perché, e come, condendo l’invito con inchini o con insulti e dimenticando che il destinatario ha un interesse opposto e che può rispondere con un semplice, rotondo “no”. Molti reputano (o sostengono ipocritamente) che il famoso “passo indietro” sarebbe utile alla nazione, ed è per questo che lo chiedono; ma il Presidente del Consiglio reputa (o sostiene ipocritamente) che un suo ritiro danneggerebbe il Paese, e dice di no. Dopo questo pareggio il Primo Ministro ha ancora il coltello dalla parte del manico e due Camere pronte a riconfermargli la fiducia. A che scopo insistere instancabilmente con la danza della pioggia, se il cielo non ha orecchie?

Si parlava di una noia indicibile, del tedio ispirato da una diatriba sul sesso degli angeli in un’assemblea di atei. L’uggia è viepiù accentuata dal fatto che, ispirati dall’antipatia – e in qualche caso dall’odio – coloro che non sopportano Berlusconi ne spiano ogni parola, ogni sospiro, ogni battuta scema per riferirla, farsene beffe o indignarsi. Concludendo inevitabilmente che quella è una ragione in più per mandarlo via, come se la gaffe contribuisse al supposto potere dei critici di eliminare quell’uomo dalla scena politica. Il fatto è che quel potere non l’hanno e saremmo tanto lieti che se ne accorgessero. E che si discutesse d’altro.

Che Silvio straparli spesso e volentieri, riempiendo molto fastidiosamente i giornali, non è cosa che importi. Un politico è come un chirurgo: se mentre opera un malato bestemmia, prega o fischietta, quello che importa è come starà il paziente dopo l’intervento. Gli antiberlusconiani sono del parere che in questo caso il chirurgo stia ammazzando il malato? E sia: ma devono ottenere che gli si voti la sfiducia. Solo dopo avranno il diritto di mettersi a discettare della prossima mossa, a indicare con chi ci si allea e per fare che cosa. Discuterne oggi è straordinariamente inutile e straordinariamente noioso. Dopo avere battezzato con almeno una ventina di nomi diversi un governo senza Berlusconi, sembrano non essersi resi conto che il problema non è il nome del nascituro, ma che la donna partorisca.

Per questo viviamo un periodo in cui molti non hanno più la forza di leggere giornali o ascoltare dibattiti. Aspettiamo che lo stregone smetta di strapazzarsi e poi si potrà discutere fra persone serie.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

10 ottobre 2011


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POLITICA
5 ottobre 2011
DE BORTOLI SALVA L'ITALIA

Ferruccio De Bortoli, quand’anche non fosse il direttore del “Corriere della Sera”, non si chiamerebbe Barbara Spinelli. Dunque ciò che dice va preso sul serio, anche se rimane lecito contestarlo.

Nell’editoriale “Il sipario strappato”(1) sostiene che l’Italia è forte e sana, ma i mercati se la prendono con noi perché “Non siamo né credibili, né seri. Nessuno più investe in Italia e chi ci presta soldi vuole tassi usurari. La nostra immagine è a pezzi.” La manovra, pure di 58 miliardi, è insufficiente. “Riforme vere, privatizzazioni e liberalizzazioni, rimangono sulla carta. Siamo stati capaci di aumentare le tasse, ma la spesa pubblica (800 miliardi) prosegue la sua corsa. Abbiamo annunciato che avremmo abolito le Province: non era vero. Tagliato i costi della politica: una presa in giro”. “Il premier mostra di occuparsi solo delle sue questioni personali”, cioè delle intercettazioni. Infatti è l’unico intercettato, ne deduciamo. Importante la conclusione: “Non c'è membro del governo o della maggioranza che non affermi in privato che Berlusconi debba lasciare. Su questo giornale abbiamo suggerito al premier di fare come è accaduto in Spagna: annunciare che non si ricandiderà, chiedere le elezioni e non trascinare con sé l'intero centrodestra. Nessuna risposta”.

Innanzi tutto va notato che, per gli investimenti esteri, non è questione di credibilità ma di ordinamento giuridico e temperie sociale. Se in Italia abbiamo una legislazione del lavoro demenziale, se i sindacati sono reazionari, se il costo del lavoro è troppo alto e se abbiamo una tassazione opprimente, ce n’è abbastanza per non investire qui. Il Direttore pensa che se ci fosse da guadagnare gli stranieri si asterrebbero dal produrre in Italia perché non gli siamo simpatici e, invece di essere seri, ci scappa da ridere? Se si investe nei Paesi più arretrati, quando in vista c’è il dio dollaro (o euro), perché solo in Italia gli operatori economici dovrebbero lasciarsi guidare dai motivi poetici di De Bortoli?

La manovra è stata insufficiente, scrive. Vero. Ma il governo s’è beccato lo stesso lo sciopero generale. Siamo sicuri che ci si potesse permettere una manovra più incisiva? E lo stesso vale per le riforme non realizzate. Manca un sufficiente consenso per qualunque azione significativa e già la Lega non vuole che si tocchino le pensioni: aspetta cioè che il malato muoia, prima di curarlo.

Quanto alle province, De Bortoli dimentica che una legge non può abolirle: esse sono citate espressamente nell’art.114 e si possono abolire solo con una riforma costituzionale.

“La spesa pubblica prosegue la sua corsa”, ricorda, ma dimentica che s’è avuta una mezza rivoluzione quando il governo ha cercato di toccare i contributi alla cinematografia. Denaro buttato dalla finestra, indubbiamente, ma la protesta è stata vibrata: si attaccava toccava l’ “arte”! I costi della politica poi  fanno indignare tutti ma non incidono quasi per nulla sui problemi dell’Italia. E con questo arriviamo all’ultimo paragrafo dal quale si deduce che secondo De Bortoli tutto si risolverebbe con le dimissioni di Berlusconi. E dire che lui gliele ha pure suggerite. Non ha dunque sentito? Basta che annunci che non si ricandida, che si va ad elezioni anticipate e con questo eviterà di “trascinare con sé l’intero centrodestra”. A parte il fatto che il problema non è la sorte del centro-destra ma quella dell’Italia, se questa è la soluzione del primo giornale italiano, un blog qualunque come questo può proporre un viaggio di Napolitano a Lourdes, la nomina di Pierluigi Bersani a commissario della Nazionale di calcio o il divieto di scrivere con l’inchiostro blu. L’effetto sulla società e sull’economia italiana sarebbe più o meno lo stesso.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, 

5 ottobre 2011 (1)http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_05/il-sipario-strappato-ferruccio-de-bortoli_f5fd53c2-ef10-11e0-a7cb-38398ded3a54.shtml?fr=box_primopiano


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POLITICA
2 ottobre 2011
L'INVIDIA È PROFONDAMENTE LEGATA ALLA DEMOCRAZIA

Un’intervista comparsa sul Figaro il 12/08/2011. Il giornalista Jean Sévillia parla con Pascal Bruckner).

 

Effetto perverso dell’egualitarismo : gli uomini hanno tutti diritto alla ricchezza e alla felicità, ma questa aspirazione comune provoca la guerra fra loro. L’analisi (1) di un romanziere e saggista.

 

Come definisce l’invidia?

Pascal Bruckner: L’invidia è tanto il desiderio di ottenere ciò che appartiene agli altri quanto la voglia di spogliarli dei loro privilegi.

Questa caratteristica delle persone possiede dunque una dimensione sociale…

L’invidia è profondamente legata alla democrazia egualitaria. Questo sentimento era frenato, nella società dell’Ancien Régime, dallo stato sociale. Il commerciante poteva scimmiottare la nobiltà, come Monsieur Jourdain nel Borghese Gentiluomo, ma non poteva accedere a questa condizione, determinata dalla nascita. L’universo aristocratico manteneva una distanza insuperabile fra gli esseri umani. La Rivoluzione francese ha cambiato tutto, ravvicinando le condizioni, ed ha reso universale la concorrenza di tutti contro tutti. Se gli uomini, nelle nostre società, sono spesso agitati e inquieti è perché, in una democrazia, il successo di una minoranza e la depressione degli altri è intollerabile. Promettendo a tutti la ricchezza, la felicità, la pienezza, le nostre società legittimano anche la guerra felpata che gli uomini combattono gli uni contro gli altri, a volta a volta indispettiti o felici, secondo la loro sorte. Questo, insieme col veleno del paragone, al rancore che nasce dal successo spettacolare degli uni e dalla stagnazione degli altri, trascina ognuno in un circolo senza fine di appetiti e di delusioni. Non c’è peggiore ammaestramento di quello che s’infliggono gli individui in competizione quando aspirano collettivamente alle stesse cose. Tutti uguali, dunque tutti nemici. Ed è così che, secondo Stendhal, i tempi moderni registrano il trionfo dell’invidia, della gelosia e dell’odio impotente.

Che differenza c’è tra invidia e gelosia?

La gelosia riguarda la perdita di un essere che ci è caro e la cui tenerezza può esserci rapita. Gli anni Sessanta avevano creduto di potere eliminare questo sentimento mediante l’emancipazione dei costumi. Si è finito con l’accorgersi che esso si è dissimulato sotto altre strategie, ma rinasce continuamente malgrado gli sforzi impiegati per ucciderlo. La vita di coppia oscilla in permanenza fra questi due stati: vi si è gelosi della propria indipendenza e vi si è gelosi dell’altro o dell’altra. Ma questa brutta tendenza, con buona pace dei riformatori del cuore umano, non ha nessuna ragione di sparire. Al di là del desiderio di possesso, la gelosia segna la tragedia dell’alterità, il fatto che si va ad urtare sull’ineliminabile differenza dell’altro e sul fatto che ci sarà sempre fra noi un muro insuperabile. Se sono geloso soltanto delle persone che amo, tutto, al contrario, alimenta l’invidia: la beatitudine degli altri, la loro ricchezza, la loro posizione sociale e perfino la loro infelicità, la loro malattia, che li rendono più interessanti di noi.

Quali sono i sintomi dell’invidia?

Il più evidente riguarda i segni esteriori della ricchezza, in una società che valorizza più delle altre il successo economico. Quando le persone di ambienti differenti stanno insieme, lo stupore, ma anche la rabbia possono sgorgare dal loro confronto. “Essere povero a Parigi, diceva Emile Zola, è essere povero due volte”. La nostra miseria sarebbe più sopportabile se non vedessimo costantemente la felicità dei benestanti. Prendete una situazione tipica di questo periodo estivo: un porto turistico, Saint Tropez per esempio, dove la folla degli estivanti, in calzoncini e tongs, viene ad ammirare gli eletti e i prosperi che se la godono sui loro yacht. Urto brutale che può suscitare parecchie reazioni. Cioè: farò tutto per divenire un giorno uno di loro. Oppure: mi batterò perché nessuno abbia il diritto di ostentare la propria ricchezza in modo osceno dinanzi ai poveri. O ancora, posizione più saggia: sono felice della felicità dei milionari, ma non considero un successo l’ostentazione dei beni materiali.

Ma gli stessi ricchi sono presi nell’ingranaggio perverso della brama insaziabile nei confronti di quelli che hanno più di loro: accanto agli opulenti ordinari, ci sono le Grandi Belve la cui magnificenza urta i sentimenti degli altri. La stessa società che suscita l’invidia crea tuttavia dei meccanismi capaci di frenarla. Il primo, è il telegiornale. Lucrezio, nel De Rerum Natura, parlava del saggio che seduto sul bordo dell’alta roccia, guarda gli imprudenti perdere la vita in mare durante la tempesta. Questa formula, che è un elogio della moderazione e del sacro egoismo, descrive abbastanza bene la posizione del telespettatore del telegiornale delle venti. Se i media hanno l’ambizione di allarmarci riguardo alle tragedie del mondo, rinforzano anche il nostro sentimento di pace.  Quando il Giappone è devastato dallo tsunami, minacciato da un incidente nucleare, il telespettatore segue queste informazioni con un segreto compiacimento: è spaventoso, ma io sono al riparo. La mia vita è forse mediocre, ma essa è preferibile a quella delle popolazioni sinistrate. È orribile da dire, ma noi abbiamo a volte bisogno della disgrazia altrui per sentirci bene, confortati dalle nostre scelte. La seconda macchina per frenare l’invidia, è la stampa femminile. Da un lato essa ci squaderna sotto gli occhi persone belle, ricche e abbronzate, che sembrano avere ogni forma di successo, e nello stesso tempo essa registra con un certo sadismo il lento decadimento delle star, il loro imbruttimento, le loro rughe, i loro rotolini di grasso, i loro tormenti amorosi, i loro insuccessi professionali. Essa esalta lo splendore delle persone quanto il lato effimero di questo splendore: gli dei viventi regnano sovrani per qualche anno ma un giorno possono cadere dal loro piedistallo. Dopo tutto, i potenti di questo mondo non sono poi così contenti ed io non ho da desiderare il loro destino.

La nostra società non crea forse delle invidie artificiali?

Assolutamente sempre, ed è questo che spiega il suo fascino e il suo pericolo. Era già la discussione sul lusso fra Voltaire e Rousseau. Per il primo, il lusso rendeva gli uomini cortesi, brillanti, apriva il loro cuore ad ogni sorta di raffinatezza. Per Rousseau, al contrario, rappresentava la creazione d’appetiti fittizi che strappavano l’individuo a se stesso, ne facevano la preda dell’amor proprio. Oggi, il consumismo e le grandi città non cessano di suggerirci modelli di godimento, di piacere, di stili di vita di cui siamo privi.  Nei luoghi pubblici, nelle grandi arterie, incrocio degli sconosciuti il cui aspetto può attirarmi ma anche disturbarmi. Lo spettacolo della felicità degli altri non è sempre una fonte di compiacimento: può ferirmi quando è troppo ostentato, dimostrativo. Gli scoppi di risa di una comitiva gioiosa, risuonando nelle mie orecchie, mi rinviano alla mia solitudine, alla mia piccolezza.

Jules Renard diceva che non basta essere felici: è ancora necessario sapere che gli altri non lo sono. La felicità è un bene il cui prezzo è di non appartenere che a me. L’invidioso scruta con sadica bramosia la caduta delle persone che sono nello stesso tempo i suoi modelli e i suoi rivali. Ne trae un triste giubilo, non lontano dal risentimento, aspettando di trovare nuove persone che insieme corteggerà e detesterà.

La Seconda Guerra Mondiale ha aperto nel modo più drammatico un nuovo capitolo nella storia dell’invidia, conseguenza dell’Olocausto: la vittimologia. Tutti i popoli e le minoranze sognano di installarsi nella posizione inarrivabile dell’oppresso: potersi dire oggetto di una persecuzione, di un genocidio, significa beneficiare di una rendita morale che vi rende intoccabili, è accedere alla grande luce della riconoscenza. Da questo la concorrenza delle vittime che oppone discendenti di schiavi, ex colonizzati, ebrei, donne, proletari. L’affaire Strauss-Kahn ne è l’illustrazione perfetta, quella che oppone il maschio bianco, ricco e “perverso” alla cameriera africana piena di meriti. La colpevolezza del primo si deduce dal suo sesso e dalla sua ricchezza. Checché abbia fatto o non fatto, ha torto. Anche se la giustizia lo dichiarasse innocente, sarebbe colpevole. Incredibile rovesciamento: da mezzo secolo, la sofferenza è divenuta desiderabile, tutte le minoranze e tutti i popoli sognano di far parte dell’aristocrazia dei paria.

Si conosce l’origine delle proprie invidie? Si è coscienti di essere invidiosi?

Che se ne sia coscienti o no non cambia gran che: non si è per questo meno avidi. Ciò che suscita questa malattia tanto umana è la prossimità di coloro di cui si invidia il fisico, il salario, la vita amorosa, l’eleganza. Vivere costantemente accanto a persone più agiate, più dinamiche, che sottolineano i vostri limiti, non può che rendere più cocente la ferita narcisistica. C’è un ambiente in cui l’invidia regna sovrana, ed è quello dell’arte e della letteratura. Con un paradosso: questo ambiente, tradizionalmente orientato a sinistra, è anche quello in cui le leggi del mercato si applicano nel modo più spietato. Quando si è pittori, musicisti, attori, registi o scrittori, il valore è dovuto soltanto all’opinione degli altri. Quali che siano i vostri talenti, sarete stimato in funzione delle vostre vendite, dei vostri successi. Che essi calino ed ecco sarete considerati degli has been, sarete collocato nella categoria infamante dei perdenti. V’è uno iato fra la generosità politica ostentata dai grandi nomi del mondo dell’arte e dell’intelligentsia e la crudeltà senza limiti che caratterizza l’antagonismo fra artisti. In rialzo, in ribasso, come alla Borsa, la nostra quotazione sale e scende in un yoyo infernale che non controlliamo. Questa violenza agisce con totale evidenza nei circoli degli artisti sconosciuti, delle avanguardie dove non esiste previdenza sociale, reti di protezione, dove non c’è che l’approvazione o l’indifferenza del pubblico, il tribunale più versatile che ci sia. Come l’imperatore romano nei combattimenti dei gladiatori, è lui che alza o rovescia il pollice.

Qual è il contrario dell’invidia: il dominio di sé, l’ascesi?

L’impoverimento volontario per tutti è stato la risposta di un certo socialismo all’invidia suscitata dal capitalismo. L’applicazione di questo principio nell’ex Unione Sovietica ha provocato un gigantesco fallimento: invece di arricchire l’insieme della società, non ha condotto che a rendere anemico l’insieme del popolo. Questo discorso risorge oggi attraverso un certo ecologismo, negli slogan della “sobrietà felice”, dell’ “abbondanza frugale”, solo modo, ci dicono, per salvare il pianeta. La vera ricchezza non sarebbe nei beni, ma nei legami; spossessarsi materialmente corrisponderebbe ad arricchirsi spiritualmente. Non vedo per quale miracolo avremmo una vita culturale più ricca se le case fossero illuminate con le candele. Detto questo, uno dei torti di un certo liberalismo all’anglosassone è stato di disconoscere la forza dell’invidia. Le teorie liberali postulavano che l’egoismo dei singoli, quando era sottoposto al libero mercato, permetteva di concorrere alla felicità di tutti. Si dimenticava che, in una società come la nostra, i vinti non sono soddisfatti della loro sorte. Non tutti hanno risorse sufficienti per ripartire  su un’altra base se sono falliti. Gli americani e i francesi hanno due atteggiamenti diversi, nei confronti della sconfitta. In Francia è infamante e vi segna per tutta la vita; negli Stati Uniti, una giovane nazione in cui impera il culto dell’impresa, fa parte del corso normale della vita, è una tappa sul cammino del trionfo. Dipende anche dal fatto che abbiamo due usi diversi della ricchezza. Da noi, gli opulenti si nascondono, strategia della discrezione per non ferire  i meno abbienti; negli Stati Uniti si mostrano, strategia dell’ostentazione per suscitare l’ammirazione e incoraggiare gli altri a seguire il loro esempio.

Si può guarire dell’invidia?

Si esce dall’inferno dell’invidia attraverso l’ammirazione. L’altro non è soltanto un rivale il cui splendore vi ferisce, è anche un suggeritore nel senso che la parola ha in teatro. Ci suggerisce, ci sussurra mille modi di vivere in modo diverso, di tracciare nuove vie. Le folate velenose della gelosia possono allora ribaltarsi in emulazione, in curiosità, e divenire un veicolo di desideri invece che un ostacolo insuperabile. La società migliore è quella che sa mettere i vizi più inconfessabili al servizio del bene comune.

Trad. di Gianni Pardo, www.DailyBlog.it

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(1) Le Figaro - Pascal Bruckner : " L'envie est profondément liée à la démocratie"

JEAN SÉVILLIA Publié le 12/08/2011

Effet pervers de l'égalitarisme : les hommes ont tous droit à la richesse et au bonheur, mais cette commune aspiration provoque la guerre entre eux. L'analyse d'un romancier et essayiste.

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Comment définissez-vous l'envie?

Pascal Bruckner - L'envie, c'est autant le désir d'obtenir ce qui appar tient aux autres que de les dépouiller de leurs privilèges.

Ce trait de caractère possède donc une dimension sociale...

L'envie est profondément liée à la démocratie égalitaire. Ce sentiment était freiné, dans la société d'Ancien Régime, par le statut social. Le marchand pouvait singer la noblesse, comme Monsieur Jourdain dans Le Bourgeois gentilhomme, mais il ne pouvait accéder à cette condition déterminée par la naissance. L'univers aristocratique maintenait une distance infranchissable entre les êtres. La Révolution française va tout changer et, en rapprochant les conditions, rendre universelle la concurrence de tous contre tous. Si les êtres, dans nos sociétés, sont volontiers agités et inquiets, c'est que, dans une démocratie, la réussite d'une minorité et le marasme des autres est intolérable. En promettant à tous la richesse, le bonheur, la plénitude, nos sociétés légitiment aussi la guerre feutrée que se livrent les hommes, tour à tour dépités ou heureux, selon leur fortune. Cela, joint au poison de la comparaison, à la rancune qui naît de la réussite spectaculaire des uns et de la stagnation des autres, entraîne chacun dans un cycle sans fin d'appétits et de déceptions. Il n'est pas de pire dressage que celui que s'infli gent les individus en compétition lorsqu'ils aspirent collectivement aux mêmes buts. Tous égaux, donc tous enne mis. Et c'est ainsi que, selon Stendhal, les temps modernes marquent le triomphe de l'envie, de la jalousie et de la haine impuissante.

Quelle différence existe-t-il entre l'envie et la jalousie?

La jalousie concerne la perte d'un être qui nous est cher et dont la tendresse peut nous être ravie. Les années 60 avaient cru pouvoir éliminer ce sentiment par l'émancipation des mœurs. On a fini par s'apercevoir qu'il s'est dissimulé sous d'autres stratégies, qu'il renaît sans cesse des efforts déployés pour le tuer. La vie de couple arbitre en permanence entre deux états : on y est jaloux de son indépendance et on est jaloux de l'autre. Mais ce vilain penchant, n'en déplaise aux réfor mateurs du cœur humain, n'a aucune raison de disparaître. Au-delà du désir de possession, la jalousie marque la tragédie de l'altérité, le fait qu'on bute sur l'irréductible différence de l'autre et qu'il y aura toujours entre nous un mur infranchissable. Si je ne suis jaloux que des gens que j'aime, tout, en revanche, alimente l'envie : la béatitude des autres, leur fortune, leur position sociale et jusqu'à leur malheur, leur maladie qui les rendent plus intéressants que nous.

Quels sont les symptômes de l’envie ?

Le plus évident concerne les signes extérieurs de richesse, dans une société qui valorise plus qu'une autre le succès économique. Quand les êtres de milieux différents se côtoient, l'étonnement, mais aussi la rage, peuvent jaillir de leur confrontation. «Etre pauvre à Paris, disait Emile Zola, c'est être pauvre deux fois.» Notre misère serait plus supportable si nous ne voyions pas en permanence la félicité des nantis. Prenez une situation typique de cette période estivale : un port de plaisance, Saint-Tropez par exemple, où la foule des vacanciers, en short et en tongs, vient admirer les élus et les prospères qui mènent grande vie sur leurs yachts. Télescopage brutal qui peut susciter plusieurs réactions. Soit : je ferai tout un jour pour devenir l'un d'entre eux. Soit : je vais me battre pour que nul n'ait le droit d'étaler sa richesse de façon obscène devant les démunis. Ou encore, position plus sage : je me réjouis du bonheur des millionnaires, mais je ne place pas la réussite dans l'étalage de biens matériels.

Mais les riches eux-mêmes sont pris dans le mécanisme pervers de la convoitise insatiable envers les mieux lotis qu'eux : à côté des opulents ordinaires, il y a les Grands Fauves dont la magnificence offusque les autres. La même société qui suscite l'envie crée toutefois des mécanismes capables de la freiner. Le premier, c'est le journal télévisé. Lucrèce, dans le De natura rerum, disait du sage qu'assis au bord de la falaise, il regarde les imprudents s'abîmer en mer pendant la tempête. Cette formule, qui est un éloge de la modération et de l'égoïsme sacré, décrit assez bien la position du téléspectateur du 20 heures. Si les médias ont pour ambition de nous alerter sur les tragédies du monde, ils renforcent aussi notre sentiment de quiétude. Quand le Japon est ravagé par un tsunami, menacé par un accident nucléaire, le téléspectateur suit ces informations avec une complaisance secrète : c'est épouvantable, mais je suis à l'abri. Ma vie est peut-être médiocre, mais elle est préférable à celle de ces populations sinistrées. C'est affreux à dire, mais nous avons besoin parfois du malheur des autres pour nous sentir bien, confortés dans nos choix. La deuxième machine à freiner l'envie, c'est la presse people ou la presse féminine. D'un côté elle étale sous nos yeux des gens beaux, fortunés et bronzés, à qui tout semble réussir ; en même temps elle enregistre avec un certain sadisme la lente dégradation des stars, leur enlaidissement, leurs rides, leurs bourrelets, leurs tourments amoureux, leurs échecs professionnels. Elle exalte la splendeur des êtres autant que son côté éphémère : les dieux vivants règnent sans partage quelques années, mais un jour, ils peuvent tomber de leur piédestal. Finalement, les puissants de ce monde ne sont pas si contents et je n'ai pas à convoiter leur destin.

Quels sont les symptômes de l'envie?

Notre société ne crée-t-elle pas des envies artificielles?

En permanence, et c'est ce qui explique son charme et son danger. C'était déjà la querelle du luxe entre Voltaire et Rousseau. Pour le premier, le luxe faisait des hommes polis, brillants, il ouvrait leur cœur à toutes sortes de raffinements. Pour Rousseau, au contraire, il représentait la création d'appétits factices qui arrachaient l'individu à lui-même, en faisaient la proie de l'amour-propre. Aujourd'hui, le consumérisme, les grandes villes ne cessent de nous suggérer des modèles de jouissance, de plaisir, de styles de vie dont nous sommes privés. Dans les lieux publics, les grandes artères, je croise des inconnus dont l'allure peut m'attirer mais aussi me déranger. Le spectacle du bonheur des autres n'est pas toujours une source de réjouissance : il peut me blesser quand il est trop ostentatoire, démonstratif. Ces éclats de rire d'une joyeuse compagnie résonnant à mes oreilles me renvoient à ma solitude, à ma petitesse.

Jules Renard disait qu'il ne suffit pas d'être heureux : encore faut-il savoir que les autres ne le sont pas. Le bonheur est un bien dont le prix est de n'appartenir qu'à moi. L'envieux guette avec une gourmandise sadique la chute des êtres qui sont à la fois ses modèles et ses rivaux. Il en tire une jubilation morose, proche du ressentiment, en attendant de trouver de nouvelles personnes qu'il courtisera et détestera à la fois.

De façon plus dramatique, la Seconde Guerre mondiale a ouvert un nouveau chapitre dans l'histoire de l'envie, conséquence de l'Holocauste : la victimologie. Tous les peuples, les minorités rêvent de s'installer dans la position imprenable du réprouvé : pouvoir se dire l'objet d'une persécution, d'un génocide, c'est bénéficier d'une rente morale qui vous rend intouchable, c'est accéder à la grande lumière de la reconnaissance. D'où la concurrence victimaire qui oppose descendants d'esclaves, ex-colonisés, Juifs, femmes, prolétaires. L'affaire Strauss-Kahn en est l'illustration parfaite, qui oppose le mâle blanc fortuné et « pervers » à la femme de ménage africaine et méritante. La culpabilité du premier se déduit de son sexe et de sa richesse ; quoiqu'il ait fait ou pas, il a tort. Même si la justice le déclarait innocent, il serait coupable. Incroyable retournement : depuis un demi-siècle, la souffrance est devenue désirable, toutes les minorités et tous les peuples rêvent de faire partie de l'aristocratie des parias.

Connaît-on l'origine de ses envies? Est-on conscient d'être envieux?

Que l'on soit conscient ou non ne change pas grand-chose à l'affaire : on n'en est pas moins avide. Ce qui suscite cette maladie si humaine, c'est la proximité de ceux dont on jalouse le physique, le salaire, la vie amoureuse, l'élégance. Vivre en permanence auprès de gens plus aisés, plus dynamiques - qui soulignent vos limites - ne peut qu'aviver la blessure narcissique. Il y a un milieu où l'envie règne en maître, c'est celui de l'art et de la littérature. Avec un paradoxe : ce milieu, traditionnellement orienté à gauche, est aussi celui où les lois du marché s'appliquent de la manière la plus impitoyable. Quand vous êtes peintre, musicien, comédien, réalisateur ou écrivain, votre valeur n'est due qu'à l'opinion des autres. Quels que soient vos talents, vous serez considéré uniquement en fonction de vos ventes, de vos succès. Qu'ils fléchissent et vous voici qualifié de has been, rangé dans la catégorie infamante des perdants. Il y a un hiatus entre la générosité politique affichée par les grands noms du monde de l'art et de l'intelligentsia et la cruauté sans merci qui caractérise les antagonismes entre artistes. En hausse, en baisse : comme à la Bourse, notre cote monte et descend dans un yoyo infernal que nous ne contrôlons pas. Cette violence joue à nu dans les cercles de la bohème, des avant-gardes où il n'existe pas de sécurité sociale, de filets de protection, il n'y a que l'approbation ou l'indifférence du public, l'instance la plus versatile qui soit. Comme l'empereur romain dans les combats de gladiateurs, c'est lui qui lève ou baisse le pouce.

Quel est le contraire de l'envie: la retenue, l'ascèse?

L'appauvrissement volontaire pour tous a été la réponse d'un certain socialisme à l'envie suscitée par le capitalisme. La mise en œuvre de ce principe dans l'ex-URSS a provoqué un gigantesque échec : au lieu d'enrichir l'ensemble de la société, il n'a abouti qu'à anémier l'ensemble du peuple. Ce discours ressurgit aujourd'hui à travers un certain écolo gisme, dans les slogans de « la sobriété heureuse », de « l'abondance frugale », seule voie, nous dit-on, pour sauver la planète. La vraie richesse ne serait pas dans les biens, mais dans les liens ; se déposséder matériellement, ce serait s'enrichir spirituellement. Je ne vois pas par quel miracle nous aurions une vie culturelle plus riche si nous nous éclairions à la bougie. Cela dit, un des torts d'un certain libéralisme à l'anglo-saxonne a été de méconnaître la force de l'envie. .

Les théories libérales postulaient que l'égoïsme des êtres, lorsqu'il était soumis au libre marché, permettait de concourir au bonheur de tous. C'était oublier que, dans une société comme la nôtre, les vaincus ne se satis font pas de leur sort. Tous les êtres n'ont pas le ressort suffisant pour repartir sur une autre base s'ils ont échoué. Les Américains et les Français ont deux attitudes différentes vis-à-vis de l'échec. En France, il est infamant, vous marque à vie ; aux Etats-Unis, jeune nation portée par le culte de l'entreprise, il fait partie du cursus normal de la vie, il est une étape sur le chemin du triomphe. C'est qu'aussi nous avons deux usages de la richesse. Chez nous, les opulents se cachent, stratégie de la discrétion pour ne pas blesser les moins pourvus ; aux Etats-Unis, ils se montrent, stratégie de l'ostentation pour susciter l'admiration et encourager les autres à suivre leur exemple.

Peut-on guérir de l'envie?

On sort de l'enfer de l'envie par l'admiration. L'autre n'est pas seulement un rival dont l'éclat vous blesse, il est aussi un souffleur au sens que le mot a pris au théâtre. Il nous suggère, nous souffle mille manières de vivre autrement, de tracer de nouveaux chemins. Les bouffées venimeuses de la jalousie peuvent alors se renverser en émulation, en curiosité, autrui devenir un conducteur de désirs au lieu d'un obstacle intolérable. La bonne société est celle qui sait mettre les vices les plus inavouables au service du bien-être commun.

 

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