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SOCIETA'
6 ottobre 2011
RASHOMON A PERUGIA

Tanti anni fa il Giappone sorprese l’Europa con un film che ebbe un indimenticabile successo. Si intitolava “Rashomon” e raccontava la storia di un delitto rispetto al quale fornivano indicazioni diverse parecchi personaggi, in particolare l’accusato, la moglie della vittima e perfino il morto, evocato magicamente.

Questo film a torna in mente in Italia dove tanta parte del pubblico (e delle televisioni) segue con passione i casi criminali che la colpiscono. Ne discute instancabilmente quando sono appena avvenuti e poi durante le indagini, durante il processo, dopo la sentenza, mente si aspetta l’appello, dopo la sentenza di appello, chiamando alla fine i protagonisti per nome e credendo di essersi fatta un’opinione molto fondata: è bastato ascoltare i dibattiti. L’ideale di ognuno è quello di arrivare in breve tempo ad una rocciosa convinzione – innocentista o colpevolista – per poterla poi ribadire in ogni occasione e trionfare se la vicenda si conclude nel senso desiderato, o stramaledire i giudici e la loro imbecillità se le cose vanno diversamente.

Naturalmente questi tifosi non hanno mai letto un fascicolo giudiziario, non hanno mai seguito un processo in aula dal principio alla fine (come sono costretti a fare i giudici e gli avvocati) non hanno mai studiato una sentenza. Non conoscono la complessità e, a volte, l’opinabilità dei fatti; non hanno idea delle distinzioni giuridiche che impongono; non hanno sofferto il contrasto a volte sapiente tra le tesi dell’accusa e della difesa. E tuttavia, diversamente dagli avvocati, che di queste cose hanno esperienza diretta, sono assolutamente convinti di due cose:

1)         la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato è sempre chiara come il sole.

2)         I magistrati, se sono in buona fede, non possono che arrivare alla conclusione da loro prevista. E se non ci arrivano è perché sono cretini, hanno antipatia (o simpatia) per l’accusato o vogliono fare cosa utile ad una parte politica contro l’altra.

L’errore di questa posizione è evidente. Non è affatto vero che l’innocenza o la colpevolezza siano sempre chiare. Soprattutto nei processi indiziari. Non è affatto vero che si possa arrivare ad una sola conclusione e soprattutto si può essere lacerati dal dubbio di condannare un innocente o permettere a un furfante di farla franca.

Dopo una condanna o dopo un’assoluzione clamorosa, i commenti acidi nei confronti dei magistrati nascono dal pregiudizio della loro infallibilità. I professionisti del ramo sanno che essi sono perfettamente umani ed hanno tante possibilità di sbagliare quanto gli altri. E per questo non si fanno illusioni. I profani invece li credono dotati di superiori poteri di fare giustizia. Se Piero Calamandrei ha potuto dire che, accusato di avere rubato la Torre di Pisa, si sarebbe dato alla latitanza, non è perché pensasse che tutti i magistrati fossero degli imbecilli o ce l’avessero personalmente con lui ma perché, conoscendo da vicino la macchina della giustizia, sapeva che il miglior modo di evitare una condanna non è essere innocenti, è non subire il processo.

Questo spiega il modo in cui i penalisti parlano dei grandi casi giudiziari ai quali non sono personalmente interessati. Il loro atteggiamento è prudente durante il procedimento (“Non ho letto le carte”, dicono) e di disincantato fatalismo quando si arriva alla sentenza. Troppe volte hanno visto condannare un loro cliente che essi ritenevano innocente – magari per autosuggestione, chissà – o assolvere un cliente proprio o altrui che ritenevano un fior di mascalzone. Già normalmente per loro le sentenze sono delle sorprese.

L’interesse della gente per i casi giudiziari nasce dal pregiudizio che essi siano simili ai film polizieschi: la trama è intricata ma immancabilmente, prima della parola fine, si scopre il colpevole. Un colpevole indubbio che per giunta, per tranquillizzare ancor di più lo spettatore, spesso confessa. Nella realtà il dubbio accompagna la maggior parte dei processi, se non per il fatto al centro del caso almeno per la qualificazione del reato e per le circostanze attenuanti o aggravanti da ravvisare.

Solo i telespettatori hanno le idee chiarissime e dormono benissimo. I presidenti di Corte d’Assise soffrono d’insonnia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

6 ottobre 2011


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POLITICA
29 giugno 2011
Offside giuridico della Cassazione
La sentenza n.25674 della Corte di Cassazione richiede non il commento di un articolo ma di interi libri di dottrina penale. Essa infatti introduce un principio talmente innovativo, e discutibile, da meritare la massima attenzione dei penalisti, dei giuristi e di tutti i cittadini.
L’episodio su cui essa verte è compiutamente narrato dal “Giornale”(1): benché il fatto sia espressamente previsto come reato, un giovane di 23 anni è stato assolto dall’accusa di avere coltivato una pianticella di marijuana. Sulla base di una inedita “problematica dell’offensività”, data la “modestia dell’attività posta in essere”, come dice l’articolista del “Giornale”, “il comportamento dell’imputato deve essere ritenuto del tutto inoffensivo e non punibile anche in presenza di specifiche norme di segno contrario”. “Non è punibile il reato che non procura danni a nessuno”.
Bisogna innanzi tutto riconoscere che il diritto è caratterizzato dall’esteriorità: esso tende a regolare i rapporti fra gli uomini e non il loro comportamento quando sono soli o quando, sia pure in presenza di qualcun altro, si limitano a pensare. La morale comanda alla mente e alla coscienza, il diritto comanda i comportamenti concreti. Ma questo è un principio affermato dalla dottrina, non dai codici. Se è vero che il principio della cosiddetta alterità – nel senso di rapporto interpersonale – è normalmente da seguire, nulla impedisce che uno Stato emani una legge che contraddice la regola dottrinaria. Alcuni Stati musulmani sanzionano con la morte l’abiura, cioè l’abbandono dell’Islamismo come religione: e certamente questo atto non lede nessuno. Questa può sembrare una norma da barbari, ma non è diversa da quella che applicava il “braccio secolare”, nella civilissima Europa, fino al Settecento, quando puniva col rogo l’eresia. Del resto, anche in tempi piuttosto recenti, alcuni Stati occidentali hanno dichiarato reato il suicidio, e dunque hanno punito coloro che l’avevano tentato. La stessa Italia ha a lungo considerato reato la bestemmia, che al massimo lede le convinzioni religiose altrui: reato tanto evanescente quanto dire male del Governo in presenza di un suo sostenitore.
Qualcuno protesterà che queste norme e le altre simili appartengono a legislazioni arretrate e contrarie ai sani principi laici dell’età moderna. Giustissimo, ma ciò non impedisce che quelle norme avessero perfetta natura giuridica. Dunque il principio che abbiamo chiamato dell’alterità non è indefettibile. E soprattutto, dal momento che gli Stati moderni si avvalgono di una legislazione scritta, il giudice che è chiamato ad applicare le norme non può disattenderle sulla base di un principio non consacrato nello stesso ordinamento. Diversamente, se reputassimo che altre norme, “superiori” alla legge scritta, debbano prevalere sulla legge scritta, il giudice potrebbe non condannare l’inquilino moroso al pagamento delle pigioni scadute in base al principio che la proprietà è un furto; potrebbe assolvere il ladro considerandolo una vittima dell’emarginazione sociale; potrebbe non condannare al risarcimento sulla base della totale involontarietà, e dunque non punibilità morale, dell’atto dannoso; potrebbe assolvere qualcuno per ignoranza della legge, visto che in concreto veramente non la conosceva, e la responsabilità morale è del tutto assente. Si potrebbero trovare mille esempi in cui il giudice deve obbedire alla legge e andare contro la propria coscienza. In realtà la coscienza del giudice non deve tendere alla realizzazione della giustizia, ma allo scrupolo che fa identificare esattamente la norma della legge scritta, sua unica Bibbia, da applicare al caso concreto. Quand’anche quella norma la reputasse ingiusta in sé.
Nel caso che qui si commenta, la tesi è aberrante. Per l’assoluzione, l’argomentazione secondo cui il giovane di Scalea non ha fatto danno a nessuno è insostenibile. Innanzi tutto, la legge ha inteso proteggere anche lui, come quando impone ai motociclisti di indossare un casco. E soprattutto il requisito del danno ad altri non è richiesto dal codice. Si direbbe che i magistrati della Suprema Corte abbiano voluto ad ogni costo non condannare uno sciocco ragazzo di ventitré anni, poco importando il danno fatto alla credibilità del nostro sistema giudiziario.
Nel momento in cui confessa che questa “problematica dell’offensività” è “destinata in futuro ad innovare tutto il sistema penale”, la Cassazione coscientemente e  indebitamente si sostituisce al legislatore. Questa decisione è un’ulteriore traccia del complesso di onnipotenza che affligge alcuni magistrati e che rischia di trasformare il nostro Stato di diritto in qualcos’altro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 giugno 2011

http://www.ilgiornale.it/interni/la_cassazione_legalizza_cannabis_terrazzo/29-06-2011/articolo-id=532074-page=0-comments=1


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permalink | inviato da giannipardo il 29/6/2011 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa
17 novembre 2010
BRESCIA, STRAGE SENZA COLPEVOLI
In materia penale, per formarsi un’opinione sufficientemente fondata bisognerebbe seguire i processi con maggiore accuratezza. Purtroppo, se si ha un minimo di competenza, si finisce col sapere che questo sforzo, pure notevole, non raggiunge il risultato. I giornali non bastano. Bisognerebbe leggere tutte le carte, assistere a tutte le udienze, saperne quanto ne sanno i giudici e gli avvocati implicati nel procedimento. E questo è sicuramente impossibile.
Non rimangono dunque che le seguenti soluzioni: affidarsi ai magistrati e dire che la verità giudiziaria è anche la verità storica (affermazione teoricamente azzardata) oppure adottare l’unica posizione veramente saggia: non dire niente di ciò che non si sa. Ma siamo umani. A volte vince la voglia di dire le nostre impressioni: i giudici hanno condannato, io avrei assolto, o viceversa. Cosa ammissibile se la si fa con umiltà, conoscendo i propri limiti e chiedendo scusa, per così dire, per l’eventuale errore.
Purtroppo ci sono persone dal temperamento passionale ed entusiasta, divorate dal sacro fuoco della Giustizia e della Vendetta, che fanno il passo più lungo della gamba: si riuniscono ai piedi della ghigliottina, si ergono a Tribunale del Popolo e sbrigano la faccenda in dieci minuti, per alzata di mano. Sono cose che abbiamo visto e che non possiamo dimenticare. Questi sanculotti giudiziari, questi Savonarola da bettola, questi avvelenatori all’inchiostro, sono coloro che hanno costretto l’innocente Giovanni Leone - il Presidente della Repubblica - nientemeno, alle dimissioni. Sono coloro che hanno firmato - in centinaia - per chiedere la testa del commissario Calabresi, testa che poi infatti gli offrirono Adriano Sofri e i suoi amici. E si potrebbe continuare.
Nulla è più soddisfacente per la folla degli incolti fanatici e degli intellettuali demagoghi di questo sentirsi uniti contro il colpevole che loro stessi hanno definito tale. Il richiamo del branco, quando si sente forte del numero e pronto al Terrore moralizzatore, è pressoché irresistibile. Di questa coorte di presuntuosi giacobini hanno occasionalmente fatto parte non solo intellettuali fin troppo celebrati come Umberto Eco, ma anche persone ragionevoli come Paolo Mieli.
La giustizia penale è qualcosa di troppo serio per usarla come trastullo. Bisogna ricordarsi che si gioca con la vita delle persone: sia quella degli accusati che quella delle vittime. Un magistrato forse non dorme la notte, pensando al rischio di assolvere un colpevole o, ancor peggio, di condannare un innocente. E invece gli sciocchi camminano veloci, corrono cantando, anzi, perché non hanno dubbi e sono capaci di irridere chi, con strazio intimo, partecipa a queste tragedie.
L’ultimo, imperdonabile sciocco è Riccardo Barenghi. Lo si giudica severamente, senza eufemismi, perché si tratta di un uomo intelligente, un giornalista che per giunta ha una qualità che lo rende superiore alla media: è un umorista. E proprio per questo non merita la minima traccia di perdono. È come un grande chirurgo che non riesce a fare un’ipodermica.
Come si sa, i magistrati hanno assolto per non aver commesso il fatto gli imputati per la strage di Brescia e lui, con lo pseudonimo di Jena, ha scritto soltanto: “Fu suicidio”.
Fu suicidio. Barenghi irride i magistrati e vuol affermare che gli accusati sono sicuramente colpevoli. L’assoluzione è una tale negazione dell’evidenza che è come negare che la strage stessa ci sia stata. Che delle persone siano state uccise. Le vittime sono tali perché si sono suicidate. E allora qual è la conclusione? Primo: Barenghi è sicuro della colpevolezza degli imputati; secondo: Barenghi è sicuro che i magistrati sono stati degli assoluti cretini, incapaci di vedere la più plateale evidenza; terzo, per quanto si tratti di una tragedia, a Barenghi viene da (ir)ridere: “Fu suicidio”, scherza.
L’episodio rende tristi. Si ripensa con orrore alla turba galvanizzata,  sicura del fatto suo e disposta ad uccidere, “per fare giustizia”. E a quante persone ci sono, come Barenghi, capaci di incoraggiarla nei suoi linciaggi. E questo pur di spendere una battuta, pur di avere un briciolo di visibilità e successo, pur di apparire alla testa dei fenomeni.
Sono questi i momenti in cui si è felici che l’amministrazione della giustizia non sia affidata ai giornalisti, ai frequentatori dei blog, e alle “trasmissioni di approfondimento” della televisione. Non abbiamo molta stima dei magistrati, ma in questo campo ne abbiamo ancora molto, molto meno di Riccardo Barenghi.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
17 novembre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta.

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