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POLITICA
24 settembre 2014
LA DISCRIMINAZIONE DEL LAVORATORE EBREO
Un buon principio: mai arretrare dinanzi ad un'ipotesi. Infatti, se è negativa, e persino tremenda, ma poi si dimostra infondata, non sarà successo niente. Se invece si dimostra fondata, che importa che sia positiva o negativa?  Bisogna sempre avere il coraggio della verità. 
In questi giorni si discute molto dell'art.18 dello Statuto dei Lavoratori. C'è chi vorrebbe eliminarlo, c'è chi vorrebbe conservarlo per i lavoratori già assunti a tempo indeterminato, e c'è infine chi sarebbe disposto ad abolirlo in alcuni casi. Su un punto quasi tutti sono d'accordo: sul diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento per discriminazione. Cioè se un lavoratore è mandato via perché nero di pelle, omosessuale, musulmano od ebreo. Insomma non per una caratteristica personale ma per riferimento ad una categoria di appartenenza.
Una prima perplessità nasce dall'identificazione della categoria. Chi ricevesse la lettera di licenziamento perché "inefficiente", potrebbe sempre obiettare che il ritmo di lavoro non è soltanto una caratteristica personale, corrisponde ad un'intera categoria di persone.  C'è gente che cammina velocemente e gente che cammina lentamente, gente che divora il cibo e gente che rumina come un bovino. Insomma c'è una categoria di persone che nell'unità di tempo produce molto, e una categoria che produce poco. "Lei non può licenziarmi soltanto perché appartengo alla categoria degli inefficienti. Così lei mi discrimina". L'argomento può apparire capzioso, ma come confutarlo?
Quanto al nero, non può mai essere licenziato perché discriminato. Infatti è stato assunto benché nero. Parliamo allora del caso più semplice: il licenziamento per motivi indubbiamente "discriminatori" di cui non si poteva avere notizia al momento dell'assunzione. Premesso che l'antisemitismo è una forma di stupidità, quando non di malattia mentale, si farà l'esempio di un imprenditore che licenzia un ebreo perché ebreo. 
Il giudice - che ha dalla sua, oltre alla legge, il consenso dell'intera nazione - sta per imporgli la reintegrazione nel posto di lavoro del dipendente israelita e tuttavia il datore di lavoro, reputando d'avere qualche buona freccia al suo arco, chiede di parlare:
"Signor giudice, lei ha i capelli corti. Ciò significa che è andato a farsi tagliare i capelli, ed immagino abbia scelto il barbiere che la soddisfa come competenza, come prezzo e come vicinanza a casa sua. Comunque liberamente. Ora ammettiamo che lei sia antisemita come me, e scopra che quel barbiere è ebreo. Forse che non sarà libero di farsi tagliare i capelli da un altro? Certamente sì. Nello stesso modo, mi pare ovvio che si sia liberi di scegliere un medico o un avvocato secondo i propri parametri, e nessuno ci può impedire di evitare il medico o l'avvocato ebreo. Ora chiedo: in quanto cittadino, ho il diritto di non sposare un'ebrea; di non vedere un film con attori ebrei; di non avere né un avvocato né un barbiere ebreo; ho persino il diritto di non assumere un ebreo, purché non gridi ai quattro venti il motivo per cui non lo voglio. Ora vorrei sapere come mai, dopo tutta questa serie di libertà, inciampo sull'ultima, quella di licenziare l'ebreo assunto per errore. Non è logico.
Né vale dire che, mandandolo via, gli provoco un danno patrimoniale. Perché provoco un danno patrimoniale anche al mio barbiere, se vado da un altro barbiere, dopo che ho scoperto che lui è ebreo.
Insomma, questa legge non ha senso. A me pare razionale che un ebreo, soprattutto in un Paese in cui gli israeliti sono discriminati, dia lavoro ai suoi correligionari a preferenza dei gentili, ma corrispondentemente mi pare razionale che io mi tenga il lavoratore finché mi va, e lui stia con me finché gli va. Signor giudice, mia moglie ed io stiamo insieme da ventidue anni, abbiamo tre figli e non siamo sposati. Sa perché? Perché all'inizio ci siamo detti: se avremo voglia di stare insieme, non sarà necessario essere sposati; e se vorremo separarci è bene che non siamo obbligati a dar conto della nostra decisione ad avvocati e magistrati. Ora vedo che sono libero di lasciare una donna cui tengo moltissimo, e devo tenermi un ebreo che mi ha nascosto di essere tale, quando l'ho assunto? Se lei mi dice che devo riassumerlo perché questo vuole la legge, non potrò che obbedire: ma le assicuro che sono perfettamente capace di rendergli la vita impossibile. E questo la legge non lo vieta".
La vera soluzione del problema dell'art.18 non è questa o quella norma: è che sia facile assumere e facile licenziare in un mercato del lavoro così fiorente che chi perde l'occupazione ne trovi facilmente un'altra. 
Il resto è ideologia.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 settembre 2014

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ECONOMIA
24 marzo 2012
L'ITALIA COME IL TITANIC

La sintesi politica del momento attuale è la seguente. Il governo è diviso sulla riforma del lavoro, tanto che se ne lava le mani affidandola al Parlamento. Si prevedono logomachie infinite e voto finale alle calende greche. Non si ha il coraggio di applicare immediatamente la riforma – come si sarebbe fatto con un decreto legge – per rispetto, si dice, delle norme costituzionali. Infatti esse parlano di “casi straordinari di necessità e urgenza” (art.77) che qui non ci sarebbero. Che urgenza c’è, se l’Italia rischia soltanto di fallire? Ma, dicono, la Costituzione è intoccabile. Dio mio, le si è toccato il sedere – come minimo - tante di quelle volte, in passato, che forse potrebbe essere divenuta una professionista del ramo. Ma anche le professioniste ridivengono vergini, quando serve. Oggi invece non c’è né necessità né urgenza. Annibale è alle porte, ma solo per dare alle porte una mano di vernice. 
Probabilmente in realtà il decreto è stato evitato per non mettere il Pd dinanzi ad una scelta ineludibile e alla fine mortale. Dove si vede che questo partito vale più dell’Italia.
E allora si va in Parlamento. Qui le domande divengono infinite. 
Se esso può cambiare tutto, perché il Pd e i sindacati si sono battuti a morte contro il governo, per mesi, prima del varo di questo disegno di legge, che così sembra divenire solo una mite proposta? Se nelle Camere il Pd, l'Idv e la Lega si uniscono per cambiare l'art.18 nel senso voluto dalla Cgil, che cosa può fare il Pdl? Quali sono i numeri? Se in Parlamento una legge si vota prima articolo per articolo (e i partiti di governo potrebbero dividersi sull’art.18) e infine si dà un voto complessivo all'intera legge, che avverrà se, sul voto finale, Pd e Pdl voteranno in modo difforme? Se sull’art.18 Lega e Idv votano col Pd, come voteranno sull’intera legge, prevarrà l’opposizione al governo o il favore all’art.18 modificato? E cadrà il governo? Infine, si può ipotizzare che il governo ponga la fiducia sul disegno di legge come attualmente formulato? Oppure sul disegno di legge come risulterebbe dalla discussione in Parlamento, salvo la parte sull’art.18, in cui il governo adotterebbe la formula Fornero-Pdl? E comunque, si arriverà al punto finale prima delle elezioni del 2013? E i mercati, le Borse, gli imprenditori stranieri crederanno di più ai vaghi voti del governo e di Napolitano, o al fatto che niente cambia, in Italia, per mesi e per anni, in campo lavorativo? Se qualcuno sarà in grado di rispondere a tutte queste domande, Nostradamus al confronto risulterà uno sprovveduto.
Nella nebbia si può forse intravedere un filo conduttore. In Italia nessuno si fida di nessuno. Se, in caso di licenziamento per ragioni economiche, si delegasse il giudice a decidere se veramente c’è una ragione economica, destra ed imprenditori pensano che il giudice, essendo di sinistra, darebbe ragione al lavoratore anche quando ha torto. E lo reintegrerebbe. Si è visto molte volte. Se invece, in caso di licenziamento per ragioni economiche, il ricorso al giudice per il reintegro non fosse mai ammesso o fosse reso difficile, i lavoratori e i sindacati pensano che gli imprenditori, disonestamente, gabellerebbero per “licenziamento per ragioni economiche” anche un licenziamento per ragioni sindacali, disciplinari o di semplice antipatia. E spesso avrebbero ragione. Non solo tutti considerano la controparte disonesta, ma il peggio è che tutti hanno buoni motivi per considerarla tale. 
C’è una soluzione? Certo che c’è, in ogni Paese rispettabile: il giudice terzo, il giudice onesto, il giudice non politicizzato, il giudice imparziale di cui ci si può fidare. Mentre se non c’è un giudice terzo, un giudice onesto, un giudice non politicizzato, un giudice imparziale di cui ci si può fidare, nessuna legge potrà mai funzionare.
Se fosse vero quanto è stato detto, e cioè che nel licenziamento per ragioni economiche non si può ottenere in nessun caso il reintegro, la formula Fornero in concreto renderebbe i licenziamenti praticamente sempre possibili, anche per capriccio, se pure pagando un consistente indennizzo. Sarebbe una soluzione brutale e ingiusta ma funzionale alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Più o meno come quando, durante il naufragio del Titanic, si decise quali persone dovevano salire sulle scialuppe di salvataggio e quali certamente sarebbero morte. Ma è una soluzione moralmente inaccettabile. Meglio annegare tutti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 marzo 2012
Ricordo che da settimane "il Cannocchiale" ha reso impossibile l'inserimento di commenti. Non riesce neanche a me.


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politica estera
14 marzo 2012
LADY ELSA
Seguiamo da settimane, anzi da mesi, la discussione fra il governo - nella persona della ministra Elsa Fornero - e i sindacati. “Seguire” è tuttavia un verbo eccessivo. Indica un’attenzione costante o, quanto meno, la buona volontà di leggere tutto quanto viene pubblicato in materia. Invece l’osservatore disincantato legge solo i titoli perché vede la discussione con i sindacati come la pubblicità dei rimedi contro la calvizie: si vantano mirabolanti risultati sin dai primi tempi della Domenica del Corriere e tuttavia, a parte i “trapiantati”, ci sono ancora i calvi. E non solo fra coloro che non si possono permettere di spendere molto, ma anche fra i ricchi e famosi. 
Ciò non significa che la calvizie sia invincibile o che non si troverà mai un rimedio contro di essa. E nello stesso modo non è sicuro che i sindacati l’avranno sempre vinta: ma l’atteggiamento scettico è l’unico dettato dall’esperienza.
Dunque chiunque legga solo i titoli non ha il dovere di chiedere scusa: se qualcosa deve spiegare è perché non salti anche quelli. E forse può spiegarlo facendo rilevare che oggi siamo in una situazione diversa dalle precedenti: chissà, potrebbe magari esserci qualche novità. I ministri non hanno la viva speranza di ogni politico, cioè non contano di essere ancora ministri dopo il 2013; forse non contano neppure di entrare in un partito e di continuare a fare politica. Potrebbero dunque avere la tentazione di “fare la cosa giusta” perché il massimo prezzo da pagare – e cioè la scomparsa dalla scena politica – lo hanno già messo in conto. In secondo luogo, quando si tratta di dimostrare che intende “fare la cosa giusta”, il ministro “tecnico” dispone di una possente giustificazione: è quella l’opinione dell’Europa e dei mercati. Dunque può dire a tutti, a muso duro: “Da un lato non potete farmi niente, perché niente io voglio da voi; dall’altro che il governo abbia ragione non lo dico io, lo dicono delle autorità più in alto di me e di voi”. E, si sa, andare contro l’Europa non è politically correct.
Potenti motivi per sperare, dunque. E tuttavia l’uomo di buon senso non ci riesce. Da noi la demagogia parte sempre vincente. Mentre in Svizzera due cittadini su tre votano per non avere due settimane in più di ferie l’anno, in Italia abbiamo visto troppe volte prevalere la fazione che sostiene la tesi sbagliata. In un Paese allevato a credere all’utopismo sfasciatutto del Partito Comunista, se si facesse un referendum per scegliere se avere tutti una bottiglia di vino in regalo o la Luna nel pozzo, la Luna nel pozzo vincerebbe con largo margine.
Stavolta i sindacati sono più prudenti del solito perché la signora Fornero è forse capace di commuoversi sui cittadini che devono fare sacrifici, ma sembra meno incline alle lacrime quando si tratta dei privilegi degli iper-protetti. Lei non dimentica quei milioni di lavoratori senza padre né madre di cui si disinteressano i tribuni della plebe. Non sarà una Iron Lady, ma non è neppure detto che si riveli una Rubber Lady (una signora di gomma). 
La verità è che chiunque deve stare attento, quando affronta una donna di potere. La signora Fornero sa che se un uomo cede è accomodante, se una donna cede, si sa, è una donna. Per questo una signora importante è un avversario più temibile del previsto: ne seppero qualcosa gli argentini, quando sottovalutarono Margaret Thatcher. O coloro che osarono sfidare Golda Meir. Gli uomini hanno troppo a lungo disprezzato le donne perché esse non siano pronte a far loro rimangiare la loro arroganza. 
È vero, la Fornero ha di fronte un’altra donna, Susanna Camusso: ma costei è costretta a ripercorre sentieri talmente vecchi e frequentati che non vi cresce l’erba. Ciò che ripete è una canzone troppe volte sentita. Forse il suo coraggio di donna si rivelerebbe veramente se riuscisse ad andare contro i pregiudizi della sua base.
Non si riesce ad evitare di riporre qualche speranza in questa ministra del lavoro, ma rimane da vedere se il governo la sosterrà fino in fondo; se l’Italia non sarà messa a ferro e fuoco dalla base delirante della sinistra; se non ci sarà una tale serie di scioperi da mettere in pericolo la fragile stabilità economica dell’Italia; se infine Mario Monti, che non è una donna, non riterrà dopo tutto che, come si è rinviata la “seconda fase” per tre mesi, la si può rinviare per tredici. E all’art.18 e al rilancio economico dell’Italia che ci pensi qualcun altro. Forse San Gennaro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 marzo 2012


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politica interna
22 febbraio 2012
IL PD NELLA PADELLA O NELLA BRACE
Il governo-senza-Berlusconi è stato invocato per anni da tutte le forze d’opposizione. Lo scopo è stato evidentemente quello di liberarsi dell’ingombrante Cavaliere, ma per “vendere” la proposta al grande pubblico è stato necessario sostenere che il governo in carica non fosse in grado di guidare il Paese, mentre un governo di competenti “avrebbe saputo che cosa fare”.
Da queste parole, “avrebbe saputo che cosa fare”, derivano parecchie conseguenze. In primo luogo, l’affermazione presuppone che non esista la politica (la cui caratteristica è la legittima discussione e lo scontro aperto sulle cose da fare) ma un’obiettiva identificazione delle necessità e delle priorità del Paese che solo i cretini e i fanatici – cioè quelli del partito avverso -  possono negare. Una conseguenza ulteriore è che in questa ottica il “governo dei tecnici” - non essendo legato a un partito, ai suoi pregiudizi e alle sue necessità elettorali - per ciò stesso non potrà che fare il vero bene del Paese. Dunque chiunque si dovesse mettere di traverso sulla sua strada sarebbe inevitabilmente visto come un fanatico, un rinnegato e un traditore. Sono passaggi logici assolutamente ineludibili. 
Proprio con la motivazione della natura salvifica e infallibile del “governo dei tecnici” i due massimi partiti italiani hanno accettato di farsi da parte e fino ad ora l’ossimoro governativo è andato avanti. Ma ecco che si profila un ostacolo capace di mandare all’aria questa bella costruzione fantastica. 
Come è noto, il governo Monti, estremamente preoccupato della crisi economica dell’Italia, riguardo alle decisioni da prendere si è molto appoggiato alle autorità europee. In cambio ha offerto sia provvedimenti di austerity  sia la riforma del mercato del lavoro e alcune liberalizzazioni. La prima parte è andata liscia, perché la sinistra è stata da sempre, in Italia come altrove, il “partito delle tasse”, e perché la destra non ha temuto un’impopolarità che casomai si scaricava sul governo. Ora si è passati alla seconda parte, si parla in particolare dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, e sono dolori. La Fiom promette scioperi generali, la Cgil si è messa risolutamente di traverso e il Pd non se la sente di dissociarsi sia dal suo sindacato di riferimento sia da una buona parte della sua base elettorale. Il segretario Bersani a questo punto ha pubblicamente e solennemente affermato che il suo partito non accetterà supinamente le decisioni del governo ma valuterà le sue proposte e dopo deciderà.
Bello, se fosse così. In realtà, chiedendo a lungo “il governo dei tecnici”, il Pd ne ha con ciò stesso certificato l’ “infallibilità”. Inoltre, votando l’investitura al governo Monti, ha dichiarato di avere fiducia nella sua azione non politica, attenzione, ma tecnica. E come nessuno si sognerebbe di discutere il modo in cui opererà il chirurgo cui si è affidato, nello stesso modo nessuno può discutere l’azione economica di un governo formato da altissimi competenti. Se la sinistra obietterà che quelle norme del governo sono “sbagliate e ingiuste”, smentirà se stessa quando chiedeva il “governo dei tecnici”. Una designazione che si continuerà a mettere fra virgolette perché né una politica né un governo potranno mai essere “tecnici”.
Ora tutto dipende dalla fermezza di Monti. Se manterrà o no ciò che ha promesso, cioè la proposta della riforma del lavoro “con o senza l’accordo dei sindacati”, magari ponendo la questione di fiducia per evitare agguati. Perché se sarà senza l’accordo dei sindacati – come è ragionevole prevedere – il Pd dovrà scegliere tra rompere con la Cgil e con buona parte di un elettorato cui ha parlato per decenni dell’art.18 come del Santissimo Sacramento oppure rompere col governo. Pur sapendo che facendolo cadere sarà accusato di essere “un fanatico, un rinnegato e un traditore” e di avere impedito che il “governo dei tecnici” (sempre naturalmente infallibile) facesse il bene del Paese. Berlusconi e i suoi amici, che per la riforma del mercato del lavoro sono sempre stati, grideranno alto e forte che la sinistra non voleva un governo che facesse il bene della nazione, ma un governo che obbedisse alla Cgil. Sarà demagogia, ma rischierà di essere vincente. Senza dire che in occasione di quel voto il Pd potrebbe anche spaccarsi.
Bersani dovrebbe esprimersi con minore sussiego. Quello che lo aspetta, sempre che Monti mantenga la parola, è la scelta fra la padella e la brace. 
La destra normalmente è realistica e pragmatica, e questo è in linea con la ragione. La sinistra al contrario è idealistica e non “ragionieristica”, dunque non raramente irragionevole, se pure con le migliori intenzioni. Accettando “il governo dei tecnici” la destra non solo si è scaricata dal peso dell’impopolarità dei provvedimenti necessari, ma ha potuto aspettarsi leggi e decreti in linea con la propria politica. Insomma Berlusconi avrebbe furbescamente ceduto il passo a un governo amico, mentre Bersani ha aperto le porte a un cavallo di Troia. Alle prossime elezioni potrebbe pagarla più cara di quanto non pensi. Il fatto che nel Pd se ne accorgano solo ora non depone a favore della loro lungimiranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
22 febbraio 2012


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