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POLITICA
24 settembre 2014
LA DISCRIMINAZIONE DEL LAVORATORE EBREO
Un buon principio: mai arretrare dinanzi ad un'ipotesi. Infatti, se è negativa, e persino tremenda, ma poi si dimostra infondata, non sarà successo niente. Se invece si dimostra fondata, che importa che sia positiva o negativa?  Bisogna sempre avere il coraggio della verità. 
In questi giorni si discute molto dell'art.18 dello Statuto dei Lavoratori. C'è chi vorrebbe eliminarlo, c'è chi vorrebbe conservarlo per i lavoratori già assunti a tempo indeterminato, e c'è infine chi sarebbe disposto ad abolirlo in alcuni casi. Su un punto quasi tutti sono d'accordo: sul diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento per discriminazione. Cioè se un lavoratore è mandato via perché nero di pelle, omosessuale, musulmano od ebreo. Insomma non per una caratteristica personale ma per riferimento ad una categoria di appartenenza.
Una prima perplessità nasce dall'identificazione della categoria. Chi ricevesse la lettera di licenziamento perché "inefficiente", potrebbe sempre obiettare che il ritmo di lavoro non è soltanto una caratteristica personale, corrisponde ad un'intera categoria di persone.  C'è gente che cammina velocemente e gente che cammina lentamente, gente che divora il cibo e gente che rumina come un bovino. Insomma c'è una categoria di persone che nell'unità di tempo produce molto, e una categoria che produce poco. "Lei non può licenziarmi soltanto perché appartengo alla categoria degli inefficienti. Così lei mi discrimina". L'argomento può apparire capzioso, ma come confutarlo?
Quanto al nero, non può mai essere licenziato perché discriminato. Infatti è stato assunto benché nero. Parliamo allora del caso più semplice: il licenziamento per motivi indubbiamente "discriminatori" di cui non si poteva avere notizia al momento dell'assunzione. Premesso che l'antisemitismo è una forma di stupidità, quando non di malattia mentale, si farà l'esempio di un imprenditore che licenzia un ebreo perché ebreo. 
Il giudice - che ha dalla sua, oltre alla legge, il consenso dell'intera nazione - sta per imporgli la reintegrazione nel posto di lavoro del dipendente israelita e tuttavia il datore di lavoro, reputando d'avere qualche buona freccia al suo arco, chiede di parlare:
"Signor giudice, lei ha i capelli corti. Ciò significa che è andato a farsi tagliare i capelli, ed immagino abbia scelto il barbiere che la soddisfa come competenza, come prezzo e come vicinanza a casa sua. Comunque liberamente. Ora ammettiamo che lei sia antisemita come me, e scopra che quel barbiere è ebreo. Forse che non sarà libero di farsi tagliare i capelli da un altro? Certamente sì. Nello stesso modo, mi pare ovvio che si sia liberi di scegliere un medico o un avvocato secondo i propri parametri, e nessuno ci può impedire di evitare il medico o l'avvocato ebreo. Ora chiedo: in quanto cittadino, ho il diritto di non sposare un'ebrea; di non vedere un film con attori ebrei; di non avere né un avvocato né un barbiere ebreo; ho persino il diritto di non assumere un ebreo, purché non gridi ai quattro venti il motivo per cui non lo voglio. Ora vorrei sapere come mai, dopo tutta questa serie di libertà, inciampo sull'ultima, quella di licenziare l'ebreo assunto per errore. Non è logico.
Né vale dire che, mandandolo via, gli provoco un danno patrimoniale. Perché provoco un danno patrimoniale anche al mio barbiere, se vado da un altro barbiere, dopo che ho scoperto che lui è ebreo.
Insomma, questa legge non ha senso. A me pare razionale che un ebreo, soprattutto in un Paese in cui gli israeliti sono discriminati, dia lavoro ai suoi correligionari a preferenza dei gentili, ma corrispondentemente mi pare razionale che io mi tenga il lavoratore finché mi va, e lui stia con me finché gli va. Signor giudice, mia moglie ed io stiamo insieme da ventidue anni, abbiamo tre figli e non siamo sposati. Sa perché? Perché all'inizio ci siamo detti: se avremo voglia di stare insieme, non sarà necessario essere sposati; e se vorremo separarci è bene che non siamo obbligati a dar conto della nostra decisione ad avvocati e magistrati. Ora vedo che sono libero di lasciare una donna cui tengo moltissimo, e devo tenermi un ebreo che mi ha nascosto di essere tale, quando l'ho assunto? Se lei mi dice che devo riassumerlo perché questo vuole la legge, non potrò che obbedire: ma le assicuro che sono perfettamente capace di rendergli la vita impossibile. E questo la legge non lo vieta".
La vera soluzione del problema dell'art.18 non è questa o quella norma: è che sia facile assumere e facile licenziare in un mercato del lavoro così fiorente che chi perde l'occupazione ne trovi facilmente un'altra. 
Il resto è ideologia.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 settembre 2014

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POLITICA
20 agosto 2014
SPIEGARE GAZA
Qualcuno ha detto che "tutti hanno diritto al loro quarto d'ora di celebrità". Personalmente aspetto ancora il mio, ma l'ha certo avuto il deputato Di Battista, del M5S, quando ha affermato che con i terroristi si può/si deve dialogare. Sempre che non interrompano la vostra prima frase tagliandovi la gola. In realtà, tentare di dialogare con i fanatici (al massimo, per telefono) è azzardato, ma tentare di capirli - non di giustificarli - può essere utile. E analogo sforzo si può tentare riguardo al comportamento dei palestinesi che, dal 1948, sono soltanto riusciti a rendere ogni giorno più penosa la loro situazione. 
Allora gli abitanti della Cisgiordania (la Palestina è un'espressione geografica) avrebbero potuto avere uno Stato e l'hanno rifiutato pur di non "concederlo" anche agli ebrei. Avrebbero potuto lavorare come frontalieri  nelle loro imprese, con notevole sollievo per la propria economia, ma hanno finito col farsi identificare più come terroristi che come possibili operai. Avrebbero almeno potuto non attaccare Israele, ma hanno tentato in ogni modo di farlo, fino ad esserne separati da una recinzione impenetrabile e - nel caso di Gaza - fino a vivere in un territorio chiuso da ogni lato come una prigione. Eppure, invece di rassegnarsi ad un'evidente sconfitta, da Gaza hanno sparato tanti razzi, contro Israele, da innescare due devastanti reazioni (nel 2008-2009 e oggi). Non hanno seriamente danneggiato gli israeliani, ma hanno gravissimamente danneggiato sé stessi. Ogni aggravamento delle iniziative ostili si è infatti risolto in una loro maggiore sofferenza. Ciò tuttavia non li ha indotti a cambiare linea. Ecco il mistero che sarebbe bello chiarire.
Mi scrive una gentile amica: "Ho vissuto per un anno in Cisgiordania lavorando per i palestinesi, ho molto apprezzato le loro grandi qualità (onestà e solerzia) ma mi ha sempre stupito la loro straordinaria capacità di farsi del male. Ero là quando l'Iraq ha invaso il Kuweit e loro, che ricevevano da quel paese degli aiuti straordinari, hanno tifato per Saddam che aveva sparato dei razzi su Israele. Dall'oggi all'indomani i kuweitiani hanno smesso di sostenerli".
Secondo l'insegnamento di Socrate, nessuno sbaglia volendo sbagliare. Dunque bisognerà cercare una spiegazione che, soggettivamente, ponga i palestinesi dal lato della ragione. I soldati della Prima Guerra Mondiale, che si tagliavano un dito per dire che non potevano più sparare, volevano soltanto non morire in battaglia. Dunque, anche ad ammettere che i palestinesi si comportino in modo oggettivamente autolesionistico, bisogna cercare una spiegazione corrispondente alla ricerca di una utilità.
I palestinesi - soprattutto quelli di Gaza - sopravvivono grazie ai generosi finanziamenti di Stati come il Qatar e, in passato, del Kuwait. Se hanno potuto applaudire Saddam Hussein e manifestare la più totale indifferenza nei confronti del loro benefattore Kuwait aggredito e invaso, è perché reputavano che Israele li danneggiasse più di quanto il Kuwait non li aiutasse. A fronte di questa "verità" fondamentale, che ciò non fosse vero, che avessero bisogno della carità dei kuwaitiani, non contava.
I palestinesi sono poveri, incolti, e oggetto di una martellante propaganda che finisce con l'ingenerare una sorta di paranoia collettiva. Gli si ripete da mane a sera che tutti i loro guai sono causati dagli ebrei. Che questi siano assenti, che se ne stiano volentieri a casa loro, che chiedano soltanto di essere lasciati in pace, che siano militarmente infinitamente più forti, pur essendo un'evidente realtà, non conta. Il massimo bisogno è quello d'avere una spiegazione per il proprio disagio. La possibilità di dare a qualcuno la colpa di tutto. La speranza di risolvere un giorno, d'un sol colpo, tutte le proprie difficoltà, eliminando fisicamente l'odiato nemico. Il Kuwait forniva soldi, l'odio degli ebrei una speranza di riscatto.
Per chiudere a questo punto gli occhi sulla realtà, è necessaria una sconfinata ignoranza accoppiata alla risoluta intenzione di credere non ciò che è evidente ma ciò che è consolante. L'antico meccanismo del capro espiatorio, cioè il rigetto delle proprie colpe su altri, accoppiato con un antisemitismo divenuto il loro stesso sangue, fa sì che i palestinesi si rifiutino di ragionare. Anche quando, a causa di queste idee, si procurano dei guai, di essi dànno la colpa ad Israele: coloro che hanno provocato l'attuale tragedia di Gaza non sono i criminali che hanno sparato centinaia di razzi sperando di fare dei morti nella popolazione civile di Israele, sono gli israeliani che, cercando di farli smettere, hanno attuato una violenta rappresaglia. Come se si potesse sostenere che il torto della violenza è di chi si difende e non di chi della violenza ha preso l'iniziativa. Israele serve egregiamente a spiegare tutti i mali del mondo e tanto basta. Le parole e i fatti urtano contro qualcosa che è più forte di loro: la Fede.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
20 agosto 2014

PER GLI EVENTUALI COMPETENTI IN LINUX
Provo ad installare Ubuntu, non scelgo "Installa Ubuntu" nella versione che cancellerebbe Windows 7, scelgo "altro". Ci sono le varie opzioni: Dimensione , utilizzo ecc. Ma soprattutto: "punto di mount": qual è? /boot? /home/? Un altro?
Quando mi SI chiede se formattare, devo dire sì o no?
Cliccando su Nuova Tabella Partizioni per alcune delle soluzioni sopraddette, (in particolare spazio libero), a sinistra si attivano il + e il - (Change). Si ottiene la finestra "Crea partizione". Quale scegliere? Dimensione 105, per esempio? Partizione primaria o partizione logica? Inizio? Fine? Punto di mount? Formattare sì o no?
Fino ad ora tutti i tentativi, con le varie combinazioni, dànno sempre il risultato della scritta: “Non è stato definito alcun file system di root. Correggere questo problema dal menù di partizionamento”. 
Qualcuno può aiutarmi indicandomi il percorso da seguire, fra tutte queste opzioni?
Ringrazio anticipatamente. 
Gradirei mi si rispondesse al mio indirizzo privato giannipardo@libero.it


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SOCIETA'
16 aprile 2014
GARA DI ASSURDITA'
Perché la trovata di Grillo sulla P2 è soltanto sciocca
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Beppe Grillo ha messo in giro un’immagine in cui il famoso cancello d’ingresso di Auschwitz non reca la crudele e bugiarda scritta “Arbeit macht frei“ (il lavoro rende liberi) ma la scritta “P2 macht frei” (la P2 rende liberi). Questa seconda versione, oltre ad essere fuor di luogo, non significa assolutamente niente. A dispetto del collegamento con Auschwitz, la P2 non fu affatto un’associazione per delinquere, contrariamente a quanto crede Grillo. E, bisogna ricordarlo, a quanto ha creduto la senatrice Tina Anselmi: che però non riuscì a farlo credere anche ai magistrati. Forse fu una società di mutuo soccorso ad alto livello. A tutto concedere un super-Rotary per reciproche raccomandazioni. Comunque un club che al massimo rendeva indebitamente ricchi, non parte del fumo che usciva da certi camini. Ma fa tanto fino mettere insieme Auschwitz (ovvia universale condanna) e P2 (dovuta universale condanna). Il Minosse contemporaneo del resto è lo  specialista dell’universale condanna.
A quel fotomontaggio insulso è seguita un’automatica levata di scudi. Tutti hanno ritenuto che così si era offesa la sacra memoria della Shoah. Cosa incomprensibile. Se la trovata del comico è priva di senso, non ha senso neppure sostenere che essa ha offeso la memoria di milioni di vittime. Non è necessario opporre al delirio criminale di Hitler uno speculare delirio intellettuale e non bisogna soffrire di complessi di persecuzione. Chi ha simpatia per gli ebrei, chi reputa che Israele abbia ragione al novantanove per cento, non per questo deve vietarsi di giudicare cretino un ebreo cretino. Né deve esitare a dargli torto, se pensa che ha torto. L’antisemitismo è forse una forma di malattia mentale ma ad esso bisogna opporre un disteso equilibrio, non un “semitismo” fanatico e suscettibile. Per questa ragione, se non fosse diventata un caso nazionale,  alla prodezza di Grillo non si sarebbe dovuto dedicare una riga: non merita nemmeno quella. Diversamente bisognerebbe commentare per iscritto ogni scemenza che si sente al caffè o dal barbiere.
Ma la saga continua e Grillo è stato trattato da reprobo. È stato reso simile a Catilina nel famoso quadro di Cesare Maccari. Ma lui non si è ”dégonflé”, per dirla alla francese: non solo ha detto di “non dover chiedere scusa a nessuno” - e in questo potrebbe aver ragione, il buon gusto non ha mai richiesto delle scuse, personalmente - ma ha aggiunto ancora una volta, da leader che indica a tutti la strada da percorrere, che “Dovrebbero sostituire il portavoce della comunità ebraica, perché è stupido e ignorante”. L’incauto si era permesso di dire che il post di Grillo era “un’oscenità”.
Qui, come per “P2 macht frei”, torniamo a non capire. Come mai Grillo fruisce di questa costante impunità? Definire urbi et orbi il portavoce della comunità ebraica “stupido e ignorante” costituisce il reato di diffamazione. Fra l’altro, da un lato il leader del M5S non può invocare la libertà di esprimere le proprie opinioni politiche che la Costituzione garantisce ai parlamentari, perché tale non è, e sempre ammesso che sia un’opinione politica definire qualcuno stupido e ignorante; dall’altro, non può neppure avvalersi della scusa dell’umorismo, perché non si vede a chi mai venga da ridere sentendo insultare un galantuomo, a muso duro. 
Grillo è un cittadino qualunque. Come oggi Silvio Berlusconi, per dire. E quante querele rovinerebbero sulla testa dell’uomo di Arcore, se si permettesse di dire cose del genere? Né risulta che Beppe abbia una bocca bella come quella di Virna Lisi di tanti anni fa.
 Questo è uno strano Paese che, mentre è pronto a credere provato qualunque crimine fantasioso sia attribuito al pregiudicato Berlusconi, perché iscritto d’ufficio nell’elenco dei “Cattivi”, perdona tutto al pregiudicato Grillo, forse perché ha molti più capelli. Intendiamoci, è sperabile che il rappresentante della Comunità Ebraica non gli dia importanza e non lo quereli. Le parole di Grillo sono spesso un trascurabile e fastidioso rumore di fondo. Ma che alla querela non pensi nessuno e nessuno ringrazi quel rappresentante degli ebrei per la sua longanimità, può apparire incomprensibile. 
Forse per questo si ripensa ad Henry Kissinger che una volta confessò di non essere “abbastanza intelligente per capire la politica italiana”. Anche se temiamo di fare il passo più lungo della gamba dichiarandoci “non abbastanza intelligenti”, come Kissinger.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 aprile 2014


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SOCIETA'
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni.  
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”.  
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
21 maggio 2010
ISRAELE DICE NO A CHOMSKY: GIUSTO?
Noam Chomsky è un intellettuale di fama mondiale nel campo della linguistica. Ciò malgrado, ha anche fama mondiale nel campo delle sciocchezze. Basti dire che si è reso celebre con le sue posizioni antiamericane fino al delirio: è arrivato a dire che l’attentato dell’11 settembre è colpa dell’America (“se l’è cercata”). A suo parere, per quanti crimini abbia potuto commettere Osama bin Laden, quelli degli Stati Uniti sono peggiori. Il suo fanatismo di antisemita (lui ebreo!) e di anti-americano è furioso e viscerale. Anche il suo odio per Israele è senza limiti: quella democrazia è popolata principalmente da ebrei amici degli Stati Uniti, dunque è il peggio del peggio. I suoi amici sono Hamas, gli Hezbollah e i terroristi in generale, tanto è vero che ha “abbracciato con calore  e amicizia Nasrallah” (come riferisce Pierlugi Battista sul Corriere della Sera di oggi, 1). Come stupirsene? In passato il professore è stato per il comunismo sovietico, per Mao, ed anche per Pol Pot, il macellaio cambogiano. Più recentemente, “Ha paragonato con disinvoltura gli agenti della Cia agli aguzzini della Gestapo” ed è comunque a favore dei talebani, del regime cubano, dell’atomica iraniana… non si finirebbe mai. Forse basterebbe dire che Chomsky delira tous azimuths, come diceva De Gaulle: in tutte le direzioni. 
Questo campione dell’amore per la tirannide e il terrorismo si è ora visto negare l’ingresso nei Territori Occupati. Voleva andare a farsi applaudire dai palestinesi dicendo di Israele, come al solito, che è un Paese stalinista, in cui vige l’apartheid, meritevole di annientamento, e oggi l’universo mondo condanna Gerusalemme per questo divieto. Si sostiene che, anche se lo studioso afferma cose orribili, una democrazia deve tollerare tutto questo in nome della libertà di parola. Scrive il “Giornale” (2): “Non c’è telegiornale o quotidiano (il Teheran Times si è dato molto da fare, ma anche tutti i giornali israeliani o americani) che non abbia posto la grande questione della libertà di espressione. E hanno ragione: Chomsky aveva diritto di andare a raccontare ai palestinesi tutte le sue fumisterie”. 
Pierluigi Battista da parte sua sostiene questa tesi con tutt’intero il suo articolo: pur riconoscendo che quello studioso afferma cose assurde ed orrende, Israele avrebbe dovuto – a suo parere – dimostrare la propria grandezza, la propria natura di democrazia, la propria superiorità lasciando parlare questo guru della sinistra demenziale. Non per amore suo, naturalmente, ma come omaggio ai propri stessi principi: “Niente di peggio che regalare a Chomsky l’aureola di martire della libertà: proprio a lui che non fa mai mancare il proprio sostegno ai regimi più tirannici e illiberali”. La sua tolleranza sarebbe stata “Uno schiaffo ai suoi nemici, che richiedono per se stessi una libertà che mai concederebbero a chi la reclama dove essa è negata, da Teheran a Gaza”.
La tesi è rispettabile. Da un lato qualunque limite alla libertà di stampa è pericoloso, dall’altro chi ne abusa si squalifica da sé e la democrazia ha sufficienti anticorpi per trovare Chomsky patetico. Cionondimeno deve pure essere lecito dissentire.
Stabiliamo un parallelo. Reputo mio dovere essere cortese con tutti, anche con chi lo è meno di me: ma se qualcuno si comporta veramente da villano e poi, per evitare la reazione, si fa forte dei miei principi, si sbaglia pesantemente. Se Gesù diceva che “l’uomo è padrone anche del sabato”, io potrò ben dire che sono padrone dei miei principi. Per questo, se qualcuno mi sputa addosso, potendo lo ricoprirò di letame fino a lasciargli libero solo il naso per respirare.
Ecco perché sono d’accordo con Gerusalemme. Chomsky è in guerra con Israele e la ricopre di insulti? E allora perché meravigliarsi se Israele gli fa uno sgarbo? A dire la verità, se volesse rendergli pan per focaccia, dovrebbe farlo venire per poi arrestarlo e tenerlo in galera per un paio d’anni. Senza processo. Non ha forse detto, Chomsky, che Israele è uno Stato stalinista? Di che avrebbe da meravigliarsi? Oppure mentiva? E in questo caso non sarebbe giusto pagasse, per le sue calunnie?
Nel nostro mondo esiste una troppo larga licenza di comportarsi da stupidi. Qualche buon esempio, ogni tanto, non guasterebbe.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 maggio 2010
(1)http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=RPZIV).
(2)http://www.ilgiornale.it/esteri/chomsky_attacca_israele_ma_fa_lamico_dittatori/19-05-2010/articolo-id=446446-page=0-comments=1)

POLITICA
16 marzo 2010
SANTORO, CAPIRE UN FANATICO
Per capire gli altri il metodo più semplice è ricordare ciò che abbiamo sentito o pensato quando ci siamo trovati in una situazione analoga. Ma proprio per questo è difficile capire le persone in cui non riusciamo a riconoscerci.
In tutte le civiltà il furto è imperdonabile. L’uomo civile disprezza perfino il leone, quando si accorge che è capace di rubare le prede alle iene o ai leopardi. Il ladro dunque sa di esporsi al giudizio negativo della società e ciò malgrado continua il suo esecrabile “mestiere”: come mai? Probabilmente si considera già in partenza un reietto, uno cui è stato imposto un ingiusto marchio d’inferiorità e di infamia, tanto che ormai non ha più remore e se finisce in galera non è un dramma. Fa parte del gioco. Questa auto-squalificazione spiega certe audacie dei delinquenti: sono capaci di commettere reati balordi ed imprudenti perché si considerano merce vile e spendibile. Le conseguenze e il domani non contano. Per capire il ladro d’ appartamenti bisogna immaginare tutto un altro mondo mentale.
Partendo da queste premesse si può cercare di capire il fanatico. Costui, come il paranoico cui somiglia, è una persona normale in tutti i sensi, salvo per ciò che lo mobilita psicologicamente: lì non valgono i principi e i ragionamenti che si applicano negli altri casi. L’antisemita si lascia andare a tesi balorde e improbabili di cui di solito si vergognerebbe, l’antiamericano crede che la Casa Bianca ha organizzato l’abbattimento delle Torri Gemelle, lo scienziato fervente cattolico è capace di credere alla sospensione delle leggi fisiche nei miracoli, il comunista è capace di credere alla teoria marxista malgrado il suo universale fallimento, il tifoso è convinto che tutti gli arbitri ce l’hanno con la sua squadra. Persone normali salvo si tocchi quel certo tasto.
Per capire questi atteggiamenti bisogna pensare che la molla fondamentale è il sentimento di un’estrema evidenza.
Immaginiamo qualcuno la cui certezza di base sia che la modernità è un male. Costui, anche a voler posare a moderato, non riuscirà a non farsi sfuggire espressioni, commenti e battute che corrispondono alle sue teorie. Se qualcuno dicesse “Sono stato svegliato dal telefono” potrebbe dire sorridendo: “Ecco a che serve questa invenzione”. Un incidente stradale? Se solo fosse andato a piedi! Un mal di stomaco? Con la spazzatura che mangiamo oggi! E perfino il dramma di sapersi condannati a morte per cancro otterrebbe come commento: “Per fortuna, un tempo si moriva senza sapere né quando né perché”.
Il fanatico infatti è un maestro di paralogismi. Usa una logica ferrea, partendo da premesse false, per giungere a conclusioni assurde: se nelle Torri Gemelle sono morti pochi ebrei, è ovvio che sono gli ebrei che hanno organizzato l’attentato. Ad un livello meno scandaloso, è capace di affermazioni avventate, cominciando con le parole: “In  nessun Paese del mondo…” ma si stupirebbe se uno gli chiedesse: “Sei sicuro che questo non avvenga nel Bhutan? Nel Burkina Faso? In Birmania o nel Madagascar?” La domanda gli pare assurda. Lui diceva una cosa evidente di per sé, che importa del Burkina Faso?
 Il fanatico politico, anche quando si sforza di “essere moderato”, rimane un fanatico. L’antiberlusconiano viscerale, per esempio, dice che il Cavaliere “non rispetta nessuna regola”, ed è sostanzialmente “il padrone del suo partito e forse dell’Italia”. Mentre dice questo si considera un moderato perché in realtà lui pensa che sia un pendaglio da forca sfuggito al boia e una calamità per l’intero Paese. Se dunque qualcuno gli dice che il Cavaliere rispetterà pure qualche regola, a cominciare da quelle democratiche, si indigna. Come! Lui era stato moderato, aveva concesso il novantotto per cento, e ora gli si nega il due per cento?
Qualcuno una volta riassunse brillantemente l’antiberlusconismo con questa frase: “Se Silvio Berlusconi camminasse sull’acqua molti ne dedurrebbero che non sa nuotare”.
È con questa mentalità che si può arrivare a capire la buona fede di un personaggio come Michele Santoro. Parte da certezze assolute, innegabili, solari, ed esse tornano a galla continuamente. Per questo “Annozero” è profondissimamente fazioso mentre il suo conduttore si considera un onesto giornalista: egli infatti non dice quello che pensa di peggio, dice solo quello che pensa di meno peggio. Quello che reputa innegabile. E se gli vietano di dirlo, non pensa che attacchino lui, pensa che attacchino la possibilità di dire la pura verità.
Discutere con i fanatici non serve a nulla. Una volta – si era ai tempi del Psiup - un giovane di estrema sinistra affermava che in Italia non c’era libertà di stampa. “E chi ti impedisce di pubblicare un giornale”, gli chiese un amico liberale. “Chi me l’impedisce? Non ho i soldi”. “E allora non è che manchi la libertà di stampa”. “Manca eccome: lo Stato mi dovrebbe dare i soldi per pubblicarlo”. “Ah sì? rise l’amico. E chi ti dice che poi avresti dei lettori?” E qui giunse l’indimenticabile risposta finale: “Lo Stato dovrebbe obbligarli a leggere il mio giornale”. Di fronte a qualcuno che “ragiona” così bisogna subito dire che sì, in Italia non c’è libertà di stampa. Non c’è mai stata. E Santoro è la bocca della verità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 marzo 2010
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