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POLITICA
10 gennaio 2015
IL NOCCIOLO DEL PROBLEMA
Gli avvenimenti di Parigi, benché orribili, potrebbero essere stati utili a far capire alla gente che è stato assurdo disinteressarsi degli infiniti attentati contro Israele: siamo forse ebrei, noi? Assurdo disinteressarsi dell'Undici Settembre americano: siamo forse americani, noi? Perfino quando abbiamo letto di orrendi massacri in Pakistan o in Nigeria, in fondo al cuore molti hanno pensato: siamo forse neri, siamo forse asiatici, noi? Un po' per rassicurarci, e molto per vigliaccheria, abbiamo sempre cercato una differenza fra noi e le vittime. I terroristi massacrano i bambini di Beslan? Ma noi non siamo russi. Non tendiamo, come loro, ad invadere e dominare tutti i nostri vicini.
Insieme con questa subitanea presa di coscienza si pone il problema di sapere in che modo si può combattere il pericolo. Non serve dire: "Siamo in guerra". La guerra prevede due eserciti che si contrappongono, in divisa e con le armi in bella evidenza. Qui invece bisogna lottare contro un nemico che si nasconde fra la popolazione civile, attacca a tradimento cittadini inermi e fugge via. Il colmo della vigliaccheria, se si vuole: la lotta dunque richiede un'altra tecnica. Se si possono scegliere gli alleati, non si possono scegliere i nemici. 
Il nòcciolo del problema non è se questo terrorismo sia collegato o no all'Islàm. Lasciamo la questione agli intellettuali, e per competenza agli storici della Notte di San Bartolomeo. A noi, prosaicamente, interessa non essere ammazzati. Il problema è tecnico e da risolvere senza dimenticare che necessitas legem non habet. Per difendere la vita di nostro figlio uccideremmo anche cento nemici.
E qui bisogna fare un passo indietro. Se noi siamo colpevoli di non esserci sufficientemente interessati del terrorismo quando ha colpito altri Paesi, non siamo però gli unici colpevoli. Israele non ha avuto pace ed ha subito ogni genere di atrocità, finché non è riuscito a mettere fra sé e i palestinesi un lungo muro. Cosa naturalmente deprecata dalle anime belle nostrane, che soffrivano nel veder togliere ai poveri ragazzi palestinesi, già tanto sfortunati, l'innocente divertimento di ammazzare donne e bambini israeliani. E tuttavia la solidarietà verso quella minuscola democrazia è stata sempre stentata. La pietà internazionale è andata a chi ha dichiarato guerra ad Israele nel '48, nel '67 e nel '73, col chiaro intento di massacrare tutti i suoi abitanti. Tanto che si è considerata data iniziale del terrorismo internazionale l'Undici Settembre: perché è in quella data che gli americani si sono accorti che il terrorismo li riguardava personalmente. E anche noi, feudo intellettuale americano, abbiamo preso coscienza del fenomeno. Ma tutti, col tempo, ci siamo acquetati, perché alla tempesta è seguita la bonaccia e non abbiamo badato molto alla risposta che l'America ha dato al pericolo. 
Oggi è di moda dare addosso a George W.Bush per i controlli sulla vita dei cittadini, per la Nsa, per Guantánamo, e tutti dimenticano che, nei giorni, nelle settimane, nei mesi  successivi all'11 Settembre, gli americani sono vissuti col cuore in gola. Tutti aspettavano il prossimo colpo, meravigliandosi che già non si verificasse. Bush invece ha preso in mano la situazione e si è chiesto se importasse di più preservare i valori della democrazia americana o la vita dei cittadini. Ha scelto la vita dei cittadini. A qualunque costo. Ed è riuscito tanto bene a preservarla, che quegli stessi cittadini hanno considerato normale essere sopravvissuti, e anormale che, per difenderli, si fosse dovuto stravolgere qualche principio di legalità democratica.
Sono passati dodici anni, la violenza dei criminali fanatizzati colpisce Parigi, e ci rendiamo finalmente conto che anche noi abbiamo dei giornali e dei supermercati. Dunque dobbiamo chiederci che cosa sia preferibile, se mantenere intatte tutte le nostre guarentigie - e magari processare e condannare agenti italiani e statunitensi che spediscono in Egitto un fomentatore di terrorismo - oppure pretendere che gli imam predichino in italiano, che non si vada in giro  nascosti dal chador, che non si osi invitare al razzismo e all'antisemitismo, e che si spediscano in prigione, o ancor meglio fuori dall'Italia, i fomentatori di odio.
Questo continente, ubriaco di settant'anni di pace, crede di disarmare il nemico tendendogli la mano. Bisognerebbe invece essere rigorosissimi, e al limite intolleranti, verso chiunque metta in discussione i nostri principi di tolleranza democratica e di civile convivenza. Ai musulmani che si sentissero discriminati dovremmo rispondere: "Come ha detto qualcuno, non tutti i musulmani sono terroristi, ma quasi tutti i terroristi sono musulmani". Se volete non essere discriminati, ad ogni atto di terrorismo dovrete scendere in piazza con noi, agitando cartelli che gridano: "Allah non chiede a nessuno di uccidere".
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
10 gennaio 2015

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POLITICA
20 dicembre 2014
LA LEZIONE DEL TERRORISMO IN PAKISTAN
In Nigeria va in scena l'orrore senza fine. Un fanatismo assassino fa migliaia di morti innocenti (per non parlare delle centinaia di donne rapite) e tuttavia non si vedono in giro bandiere arcobaleno, non si vedono strade piene di gente che grida slogan  minacciosi e non si leggono appelli firmati da decine di intellettuali. In Nigeria non ci sono gli Americani, non c'è neppure Berlusconi, e il sentimento sostanzialmente razzista di tutti è: "Sono negri che ammazzano altri negri, che vuoi che me ne importi?"
Qualcuno potrebbe dire: "Non possiamo farci nulla", ed è la verità. Ma in passato abbiamo avuto proteste, sfilate e manifestazioni per la guerra in Vietnam, in cui certo non potevamo influire più di quanto possiamo farlo in Nigeria. E invece a Firenze (sindaco La Pira) per risolvere il problema si arrivò a intimidire Washington  con una risoluzione del Consiglio Comunale. 
"Non possiamo farci nulla" ma potremmo almeno aggiungere: "E ci dispiace". Anche se la cosa stupirà parecchi intellettuali italiani, i nigeriani, pur di pelle nera, sono umani quanto noi. Semmai - ma è una semplice opinione personale - si ha il diritto di contrastare vigorosamente la moda del relativismo riguardo alla civiltà dei vari Paesi. Noi italiani ammettiamo a ciglio asciutto che siamo più corrotti dei danesi: perché poi dovrebbe esserci vietato di dire che il livello di civiltà di un Paese come la Nigeria non è uguale a quello della Danimarca?
In questo campo il relativismo va contro la realtà. Chiunque abbia visitato un museo precolombiano non può non rimanere dolorosamente stupito dalla differenza di livello dell'arte di quei popoli, appena sei secoli fa, rispetto a quello dell'arte greca, venticinque secoli fa. E ancora, con quale coraggio si possono mettere sullo stesso piano la civiltà intellettuale della Grecia classica e quella dell'antica Bulgaria? Con quale coraggio si possono confrontare la filosofia greca e le credenze di tanti popoli, ancora oggi? I romani, che pure erano i padroni del mondo, ebbero il buon senso di inchinarsi dinanzi alla civiltà dei greci: perché non dovrebbero farlo tutti coloro che non hanno realizzato nemmeno un decimo, nemmeno un centesimo di quel che crearono gli Elleni?
Gli autori della strage di Beslan furono caucasici e i nigeriani sono neri. La razza non c'entra per niente. Ma dinanzi ad avvenimenti come quelli che si registrano in Nigeria, nel nord dell'Iraq o in Pakistan, non bisogna avere paura di concludere che questi gruppi umani hanno una diverso grado di civiltà. La follia nazista fu orrenda, ma durò tre o quattro anni, e i tedeschi non smettono di battersi il petto. Qui invece si tratta di molti decenni e la cosa non accenna a finire. Se i terroristi riescono ad avere il supporto della popolazione (pensiamo all'Afghanistan), è segno che una notevole parte di quella stessa popolazione si riconosce in loro. 
Non è semplice criminalità. Il rispetto dei bambini affonda le sue radici nell'istinto di conservazione della specie. I piccoli infatti costituiscono la speranza della sua continuità. Se un gruppo umano viola questo tabù - pensiamo a Beslan e a Peshawar - è impossibile non ipotizzare una callosa e imperdonabile insensibilità morale e sociale. Qualcosa che la vince persino sull'istinto.
S'è detto che parliamo di opinioni e non di certezze: ma se è lecito considerare di pari valore tutte le civiltà, sarà anche lecito reputare che non lo sono. In un Paese democratico europeo, un governo che, come avviene in Nigeria, non fosse capace di assicurare l'ordine pubblico, e non fosse capace di contrastare lo stragismo terroristico, cadrebbe. Se in Nigeria non cade, è segno o che il popolo tollera gli orrori oppure che il governo non è democratico. Ma anche questo - l'avere o non avere una democrazia - non permette di mettere sullo stesso piano la maggior parte dei paesi e la Gran Bretagna.
L'eccesso è punito dagli dei, e i Taliban dovranno fronteggiare le conseguenze della loro ferocia. Il capo dell'esercito, nel Pakistan ferito, ha richiesto di giustiziare circa tremila condannati a morte per terrorismo, uomini che erano stati fino ad ora risparmiati a causa della moratoria sulla pena di morte. E per cominciare sei di loro dovrebbero essere impiccati oggi o domani. 
È difficile rispettare la vita in un Paese in cui degli assassini possono uccidere a sangue freddo oltre cento bambini e ragazzi. I romani chiamavano criminali del genere hostes humani generis, nemici del genere umano. Persone capaci di ispirare ogni forma di spietata reazione.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
20 dicembre 2014

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politica estera
17 novembre 2014
L'ISLAM E LA FRUSTRAZIONE DI MASSA
I successi sempre maggiori dell'estremismo islamico in troppi Paesi del Vicino Oriente (Siria, Iraq) e del Medio Oriente (Afghanistan, Pakistan) per non parlare dell'Africa (Libia, Nigeria, e per qualche tempo anche Egitto) richiedono una spiegazione che in termini di certezza è forse impossibile. Ma la formulazione di qualche ipotesi è  comunque utile. 
Le probabili ragioni del secolare successo dell'Islàm, dall'Africa Occidentale fino al Sud Est asiatico, sono probabilmente due: una semplicità che lo rende comprensibile anche per i meno colti, e la sua astrattezza, col rifiuto di ogni forma di feticismo o di politeismo, che lo rende bene accetto agli intellettuali. L'Islamismo poggia su qualcosa di molto più universale delle complicazioni cristiane o induiste: il semplice bisogno di Dio. Anche quando è vietata, come è avvenuto nell'Unione Sovietica, i popoli non dimenticano la religione, e non appena sono liberi, anche settant'anni dopo riprendono a professarla. 
Come il Cristianesimo, l'Islàm considera Dio onnipotente e onnisciente, e porta questo principio alle sue estreme conseguenze logiche: se un Dio misericordioso sa tutto e può tutto, l'uomo non ha il dovere di attivarsi per modificare il corso delle cose. Quando vanno malissimo se ne deve soltanto dedurre che Chi la sa più lunga di noi vuole che vadano in quel modo. Il nostro dovere rimane quello d'abbandonarci umilmente alla sua volontà: ché del resto è questo il significato della parola "Islàm". Al massimo possiamo cercare di implorare la sua benevolenza prosternandoci fino a terra e adorandolo. 
Queste caratteristiche, accoppiate alla naturale indolenza dei popoli che vivono nei Paesi caldi (lo sosteneva Montesquieu  nella sua "théorie des climats") hanno fatto sì che molte nazioni musulmane non si siano attivate per migliorare la propria vita. La realtà è quella voluta da Dio, dunque è già la migliore possibile. E perché studiare, se l'essenziale che c'è da sapere sta nel Corano, come affermò il califfo Omar?
Per molti secoli la convivenza fra Cristianesimo ed Islàm, malgrado gli scontri militari, è stata sostanzialmente pacifica e i musulmani sono stati tradizionalmente tolleranti. Gli ebrei cacciati dalla Spagna nel 1492 furono accolti dall'Impero Ottomano e ancora un secolo fa in tutto il Maghreb la presenza degli "infedeli" non provocava la minima difficoltà. La lenta evoluzione che ha portato il mondo musulmano a contrapporsi al mondo occidentale, con connotati addirittura di odio, è recente, e forse ha avuto cause economiche. Finché l'Occidente cristiano non è stato molto più ricco dell'area musulmana, cioè finché non s'è avuta la rivoluzione industriale, gli islamici non hanno notato nessuna grande differenza fra il loro modo di vita e quello europeo. Quando invece il fossato si è allargato, con una progressiva accelerazione, il contrasto fra un mondo colto, prospero, possente, e un mondo ignorante, miserabile e imbelle, è divenuto veramente stridente. Il contrasto politico rimase contenuto finché ci fu l'Impero Ottomano, coinquilino e rivale di quello Asburgico, ma poi la Prima Guerra Mondiale certificò l'estrema decadenza e insignificanza dell'intera galassia musulmana. Cosa confermata dagli scontri titanici della Seconda Guerra Mondiale in cui  maomettani furono soltanto comparse. Forse allora divenne difficile accettare che tutto ciò avvenisse secondo la volontà di Dio. Pareva difficile ammettere che per tanto tempo, tanto platealmente e in tutte le direzioni, fossero favoriti gli infedeli.
A questo punto i seguaci del Profeta si posero inconsciamente un dilemma: o rinunciavano al principio dell'abbandono alla volontà di Dio, e dunque si rimboccavano le maniche, o al contrario dovevano ritrovare la dignità nella superiorità della loro fede. Scelsero questa seconda soluzione. Si crearono dunque una serie di dicotomie consolatorie: gli occidentali sono più ricchi, ma noi non badiamo ai vantaggi materiali; i cristiani se la spassano nel modo più immorale, noi abbiamo grandi valori che essi ignorano; gli infedeli si credono superiori perché sono più forti militarmente, noi siamo capaci di fargli paura perché siamo più valorosi e non temiamo di morire.
La frustrazione per la propria arretratezza ha trovato una soluzione immaginaria nell'estremismo religioso e al limite nel terrorismo. Ad esso sono infatti sfuggiti i Paesi più colti (Egitto, Marocco), quelli più ricchi (gli Emirati, ad esempio) quelli più forti (la Turchia), cioè quelli meno complessati. Mentre i Paesi più estremisti rimangono i più arretrati e i meno colti (Yemen, Afghanistan, Nigeria). Fra i musulmani in quanto individui, i più pericolosi sono i disadattati, sia nel loro proprio mondo (bin Laden), sia in Occidente (attentati in Spagna, a Londra e altrove).
A che cosa condurrà tutto ciò, lo si saprà nei decenni futuri: per il momento c'è soltanto da rinforzare le nostre difese. L'ideale sarebbe comunque che i musulmani scelgano: o accettano l'inferiorità economica cui li conduce il loro pio fatalismo, o vi rinunciano in favore di un'àlacre attività, come avvenuto in Asia.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 novembre 2014

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politica estera
25 agosto 2014
SE L'ISLAM VINCESSE
Mi scuso con i gentili lettori. Il sito è stato inaccessibile per tutta la giornata di ieri. Inaccessibile anche a me. G.P.

Maurizio Molinari, sulla Stampa(1), sostiene che il fanatismo islamico cominciò ad essere attivo avendo soprattutto un'organizzazione centrale (al Qaeda) e una testa (quella di Osama bin Laden). Oggi invece questo fanatismo si è diffuso, è diventato policentrico ed ha la sua base nelle sparse tribù del vasto mondo islamico. Ciò rende molto difficile proseguire una battaglia che potremmo anche non vincere.
Può darsi che questa tesi sia esatta da un capo all'altro. Essa sembra tuttavia non tenere conto di un dato storico: il successo a volte è più facile ottenerlo che amministrarlo. I grandi imperi - si pensi a quello d'Alessandro Magno - sono stati resi fragili dalle loro stesse dimensioni. L'Impero Romano si è sempre dovuto affannare per proteggere le sue frontiere, finché non ne è più stato capace. L'Impero di Mosca è imploso quando aveva raggiunto le sue massime dimensioni. Dopo qualche rovescio non grave ma umiliante, la stessa America di Obama ha deciso  di tirare i remi in barca e di leccarsi le ferite economiche piuttosto che dominare il mondo. E se questo vale per alcune delle più grandi potenze della storia, figurarsi se ci sia da contare su un successo stabile delle tribù islamiche.
Nessuno si nasconde che i terroristi, soprattutto se sostenuti da Stati canaglia, possono fare grandi danni. L'abbiamo imparato l'undici settembre del 2001. Ma essi non possono vincere una guerra. Possono indurre un occupante a "tornarsene a casa sua", come è avvenuto con i francesi in Algeria, ma se è già a casa sua, e non ha dove andare, il terrorismo può soltanto innescare una risposta forte e dura. L'esempio giusto qui è Israele la quale infatti, a forza di barricarsi, è stata capace di far cessare gli attentati sul suo suolo. Per un Paese comparativamente sconfinato come la Francia, o per un Paese circondato da un mare caldo come l'Italia, le difficoltà di controllare le frontiere sarebbero molto più difficili e forse impossibili: ma rimane vero che i terroristi non riuscirebbero mai ad impadronirsene.
Una conquista dell'Europa è assurda sin dal 732 d.C. In realtà gli integralisti islamici avrebbero già enormi difficoltà sullo stesso territorio della Ummah. Chi vince ha diritto al trionfo ma il difficile viene dopo, ed è governare. Ammettendo che questo fantomatico Stato Islamico della Siria e del Levante sunnita  conquistasse una grande parte del Medio Oriente, fatalmente si scontrerebbe con la parte maggioritaria dell'Iraq, che è sciita; contro un agguerrito Iran, patria della Shia, che da sempre tende a pesare molto nella politica dell'Iraq; contro l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che sono, sì, sunniti, ma non per questo disposti a condividere con degli straccioni le ricchezze che ricavano dal loro petrolio. Come se non bastasse,  avendo usato il terrore per ottenere il potere, i conquistatori dovrebbero aspettarsi che la stessa arma sia poi usata contro di loro. Se infine lo Stato Islamico si intestardisse a dichiarare corrotti e traditori i governanti di molti Stati arabi (a cominciare dall'Arabia), ai resistenti non mancherebbero né i finanziamenti né i "santuari". Farsi temere ed odiare non è poi quel grande affare che alcuni pensano. I barbari difesero a lungo le frontiere romane, gli europei dell'Est non vedevano l'ora di rimandare i russi a casa, a calci, dimenticandone per quanto possibile l'esistenza.
L'impotenza internazionale degli arabi nasce tradizionalmente dalle loro eterne divisioni, ma un ulteriore fattore di debolezza è dato dallo stesso integralismo islamico. Quanto più esso è estremista, tanto meno è capace di essere ricco e forte. Può darsi che l'unica cultura necessaria, come diceva il califfo Omar, sia la conoscenza del Corano, ma presto si scopre che Allah ha fatto agli arabi soltanto il dono del petrolio, non quello delle raffinerie o di un esercito efficiente. 
I propositi di molti musulmani fanatici sembrano nascere da sentimenti simili a quelli della volpe che non arrivava all'uva. Sentendosi del tutto incapaci di rincorrere la cultura e la prosperità dell'Occidente, prendono la direzione opposta: non lo studio ma la preghiera; non la ricchezza ma la purezza dei costumi; non la potenza militare ma la mera capacità di rendere la vita difficile al vincitore; non il progresso ma il ritorno all'Islàm delle origini, incluse le conversioni forzate e le stragi; non il riscatto, insomma, ma una fuga nell'ascesi religiosa.
L'Italia non ha una frontiera in comune con questa gente e sembra non comprendere la propria fortuna. La stupidità dei nostri governanti permette a migliaia e migliaia di musulmani - a motivo di una pietà che essi non avrebbero mai per noi - di entrare in Europa. Fino al giorno in cui alcuni di costoro - incolpevolmente, come lo scorpione che punse la rana - morderanno la mano che li ha nutriti. L'abbiamo già visto in Inghilterra e soprattutto in Francia. I nostri figli pagheranno il conto. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 agosto 2014
(1)http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=1


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CULTURA
26 luglio 2011
DIAGNOSI DIFFERENZIALE DEL TERRORISMO
In medicina la diagnosi differenziale è il procedimento che serve a distinguere due malattie che potrebbero essere scambiate l’una per l’altra. Analogamente, per definire il terrorismo, sia in tempo di guerra che in tempo di pace, dovremmo trovare ciò che lo differenzia dagli altri atti violenti.
A parere di chi scrive, il terrorismo ha ambedue queste caratteristiche:
1)    non ha lo scopo di ottenere un risultato concreto, come sarebbe l’impossessarsi di un carro armato del nemico uccidendo il suo equipaggio, ma quello di incutere terrore nei “nemici” mediante la diffusione della notizia. Ricerca cioè un effetto psicologico e pubblicitario. Come dicevano i Brigatisti Rossi, colpirne uno per educarne cento;
2)    la tecnica della sua azione è quella dell’agguato: l’obiettivo deve essere ignaro e possibilmente disarmato. Caso classico: i civili in una discoteca o in una pizzeria.
I dati identificativi sono lo scopo e la tecnica. Dal primo requisito si deduce che non si può parlare di terrorismo a proposito della Terreur rivoluzionaria (che sembra abbia dato il nome al fenomeno) perché, pure se essa inviava ai cittadini il messaggio di quanto pericoloso fosse opporsi alla Révolution, ciò non faceva con la tecnica dell’agguato. La sua repressione era feroce ma non indiscriminata e di solito si celebrava un simulacro di processi. Il fatto che poi si usasse troppo facilmente la ghigliottina (o perfino le noyade) non toglie che si trattava comunque di una giurisdizione formalmente legale.
Analogo discorso può farsi per il massacro dei Catari in Francia o dei Kulaki in Russia. In questi casi non si è avuta un’azione dimostrativa, tendente alla suggestione, ma un deliberato sterminio: cioè un’azione concreta. E questo vale anche per Hitler: il Führer tendeva all’eliminazione di tutti gli ebrei, non a suscitare il terrore. Prova ne sia che ha tenuto severamente segreta la Endlösung e fino all’ultimo momento moltissime vittime erano convinte di andare a fare una doccia collettiva.
Sicuramente terroristi sono stati invece gli attentatori delle Brigate Rosse in Italia o della Banda Baader-Meinhof in Germania. Per non parlare dei fanatici assassini musulmani. Qui si hanno i due elementi: da un lato le vittime ignare e disarmate, dall’altro lo scopo del terrore e della pubblicità. Infatti gli attacchi sono stati pressoché costantemente seguiti da comunicati e rivendicazioni.
Più problematico appare il caso di un attacco a militari. Questi sono ignari di quell’agguato in particolare ma sono armati e sanno, se occupanti, di essere sotto tiro. Azioni di questo genere se ne trovano anche nella remota antichità: per esempio gli attacchi degli Zeloti ai romani. E tuttavia bisogna distinguere due diverse fattispecie. Se gli attaccanti sono in divisa si tratta di un’azione di kommando, normale in tempo di guerra. Se viceversa gli attaccanti non sono in divisa, bisogna distinguere: se essi tendono ad uno scopo concreto, si tratta di azione di guerra, anche se gli autori, ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, sono lo stesso passibili di fucilazione immediata. Se viceversa essi hanno solo lo scopo di indurre il terrore nei commilitoni degli uccisi, si tratta di terrorismo. In ambedue questi ultimi due casi nasce il diritto alla rappresaglia.
Si può sentire rispetto per chi ama talmente un’idea da essere disposto a sacrificarle la propria vita e certo il terrorista suicida è meno spregevole di chi fa detonare una bomba a distanza o manda gli altri a morire. Ma tutto questo è secondario per la definizione di terrorismo: il fatto che gli attentatori si credano moralmente giustificati, o addirittura degli eroi e dei martiri, non cambia la loro qualificazione. Il colpevole ha il diritto di dire: “Credo di avere una mia giustificazione, per essere un terrorista”, ma non può negare di esserlo.
Se il terrorismo è qualificato dallo scopo psicologico e dalla tecnica dell’agguato contro vittime ignare si comprende perché qui non ci si occupi delle ideologie che hanno dato luogo al massimo numero di atti di terrorismo: fanatismo religioso, fanatismo politico, razzismo, anarchismo o quello che sia. A nostro parere nessuna ideologia giustifica il deliberato massacro di innocenti ignari.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
26 luglio 2011

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CULTURA
24 luglio 2011
SPIEGARE LA STRAGE NORVEGESE
La strage norvegese continua ad importunare il nostro cervello con le sue domande: come è possibile? perché mai? Si poteva evitare? Giornali e televisioni forniscono resoconti ma i particolari e le immagini sono inutili.  Il fatto, nudo e crudo, è che un individuo ha voluto uccidere decine, possibilmente centinaia di propri connazionali innocenti, per ragioni che alla persona normale risultano incomprensibili. E le domande continuano a rimbalzare sulle pareti della nostra scatola cranica: perché? come mai? Si può impedire che accada in futuro?
Nessuno ha tutte queste risposte. Si possono solo esprimere opinioni.
Breivik è un pazzo? Probabilmente sì. Lo diranno comunque gli psichiatri. Ma la follia da sola non spiega il fatto. Innanzi tutto, pazzia e follia sono termini correnti che non fanno parte della medicina e poi la realtà psichiatrica è molto più complessa: si va da disturbi tanto lievi da poter affermare che “siamo tutti matti”, a patologie così gravi che il soggetto appare addirittura subumano.
Forse c’è tuttavia un punto comune, in questi mille fenomeni. Se concepiamo il cervello umano come un immenso computer, è evidente che, pur guastandosi, non potrà avere manifestazioni diverse da quelle contenute in potenza nella sua memoria. È molto più facile che un maniaco religioso si manifesti in una società come quella descritta da Hawthorne che in una società talmente laica che Dio è dimenticato. Dunque è interessante vedere in che misura la “follia” di Anders Behring Breivik sia in linea col nostro tempo e la nostra società.
Nel Ventesimo Secolo, dopo avere tanto stigmatizzato le conversioni forzate del Medio Evo, si è arrivati alla semplificazione ultima: non siete quello che vorrei che foste, dunque vi sopprimo. Certo, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è stato pestato nella testa della gente un giusto orrore per il genocidio; e tuttavia ciò può avere avuto un effetto indesiderato: il fatto di parlarne tanto lo ha reso un “concetto corrente”. Breivik non ama i socialisti e la cosa più semplice è sopprimerli. “Atroce ma necessaria”, ha definito lui stesso la sua operazione.
L’idea di partenza è di Adolf Hitler. Ma mentre il Führer disponeva dei mezzi di una grande potenza, Breivik poteva agire solo a livello di privato. Ciò avrebbe potuto scoraggiarlo se non lo avesse soccorso un altro mito dei nostri tempi: la legittimità del terrorismo. Per secoli la guerra è stata uno scontro fra armati, poi è nata la pratica dello sterminio dei civili (olocausto e bombardamenti) e infine, con i terroristi islamici, si è arrivati all’assassinio artigianale di innocenti. Con una doppia motivazione: “non abbiamo altre armi” e “approfittiamo della pubblicità ottenibile”. E qui si è innestato un fenomeno interessante.
Mentre per il genocidio è rimasto di prammatica l’orrore, per l’assassinio di innocenti la società contemporanea, in odio ad Israele (e agli Stati Uniti), ha mostrato un atteggiamento costantemente benevolo. “Se non hanno altre armi, a disposizione!” Per questo si parla di legittimità del terrorismo. Si è arrivati a biasimare severamente Gerusalemme per la costruzione di una recinzione che impedisce agli assassini di entrare nel suo territorio, piuttosto che coloro che hanno l’intenzione di uccidere cittadini inermi.
Ottimo carburante, per le “idee” di un Breivik: primo, si può uccidere il nemico “in massa”; secondo, il fatto che i singoli ammazzati siano innocenti non ha nessuna importanza, “se non si hanno altre armi a propria disposizione”; infine solo un’azione di questo genere assicura la pubblicità necessaria all’“idea” che si vuole affermare. E poiché viviamo nel villaggio globale, per essere efficaci bisogna battere il record precedente: quello degli studenti americani che vanno ad ammazzare colleghi e insegnanti, quello del medico militare americano che va ad assassinare i commilitoni, e se fosse possibile quello delle Torri Gemelle. Fra l’altro, dal momento che telefilm pieni di cadaveri e di crudeltà inaudite ci ammanniscono ogni giorno dosi massicce di orrore criminale, per ottenere lo sperato “successo” bisogna battere questo orrore in quantità e qualità. Breivik sarà un folle ma, come dice un vecchio proverbio, il sacco si svuota solo di ciò che contiene.
Rimane l’ultima domanda: come difendersi? La risposta è che non c’è difesa. Se Breivik fosse stato in trincea, se avesse visto molti commilitoni morire e fosse arrivato al punto di stupirsi di essere ancora vivo lui stesso, come tanti fanti della Prima Guerra Mondiale, avrebbe avuto un maggiore rispetto per la vita. Ma siamo in un mondo dove i giocattoli sommergono i bambini, dove tutto è facile e anche da grandi anything goes, tutto è lecito. Come in un videogioco.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
24 luglio 2011


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politica estera
28 maggio 2011
I PALESTINESI E IL DIRITTO ALLA REAZIONE DEL PIU' DEBOLE
La completa libertà di parola che si suppone (a torto) sia consentita sui blog, permette ogni sorta di sciocchezza, di ingiuria, di assurdità. Quando però una tesi è sostenuta in buon italiano da persone garbate e ragionevoli, è bene prenderla in considerazione.
Un lettore sosteneva che i palestinesi, dal momento che reputano di avere subito una grave ingiustizia da parte di Israele, hanno diritto agli atti di violenza. Mentre Israele, essendo in torto, non ha il diritto di difendersi.
Diceva in particolare: se su Trieste piovessero missili lanciati dalla Slovenia o dalla Croazia, l’Italia avrebbe tutto il diritto di andare ad impartire una severa lezione a quegli Stati, “perché l’Italia non ha fatto nessun torto né alla Slovenia né alla Croazia”. Mentre il caso dei palestinesi è diverso.
Il ragionamento è per parecchi versi sorprendente.
Il concetto di comportamento negativo, comunque tale da legittimare una reazione, è del tutto opinabile. Nel 1939 la Germania aveva l’intenzione di attaccare la Polonia e sostenne di essere stata attaccata dalla Polonia: sicché la risposta di Hitler, con l’invasione dell’intero Paese, fu un atto di legittima difesa. Sappiamo benissimo che il Führer mentiva, ma come dimostrarlo sul momento? Chi vince decide qual è la verità. Per decenni l’Unione Sovietica ha stabilito che il massacro di Katyn era stato opera dei nazisti (e questo hanno creduto i comunisti locali e stranieri) e il riconoscimento della verità è cosa di un paio d’anni fa. Da un lato si può calunniare la controparte solo per poterla attaccare, dall’altro si può negare un proprio comportamento delittuoso. Il criterio è peggio che opinabile.
Ma ammettiamo che uno Stato Forte tenga un comportamento riprovevole nei confronti di uno Stato Debole: i cittadini di quest’ultimo devono ricorrere alla violenza, al terrorismo, all’aggressione bellica? La risposta è no. Semplicemente perché non è nel loro interesse. Se lo Stato Forte è tanto immorale da infliggere senza motivo sofferenze allo Stato Debole, tanto maggiori ne infliggerà quando sarà giustificato dalla legittima difesa. Fra l’altro, finché non avranno reagito, le vittime potranno sempre invocare il diritto e la morale violati, invece dal momento in cui avranno cominciato a scatenare attentati o comunque a compiere atti di guerra, non avranno diritto a nessuna considerazione. Chiunque dia inizio ad una rissa poi non si può lamentare se le prende.
Un caso esemplare è quello dei missili che per anni sono stati lanciati da Gaza sul territorio di Israele. I palestinesi reputano l’occupazione dei Territori un atto illegittimo, contrario alle risoluzioni dell’Onu ecc. Dimenticano che sono loro che, nel 1948, hanno violato la risoluzione dell’Onu concernente la spartizione della Palestina; dimenticano che allora, come nel 1967, essi hanno dato inizio ad una guerra con l’intenzione di cancellare Israele dalla carta geografica e possibilmente uccidere tutti i suoi abitanti; dimenticano che ci hanno ancora riprovato, con i loro alleati, nel 1973: ma ammettiamo che, soggettivamente, considerino l’occupazione Israeliana un’ingiustizia contro cui sarebbe giusto reagire. L’invio di missili con la speranza di far strage di israeliani innocenti è il mezzo giusto?
Da un lato è giuridicamente e umanamente inammissibile tentare coscientemente di uccidere dei civili colpevoli solo di avere un’altra nazionalità. Dall’altro, lo sparo di razzi sul territorio dello Stato vicino costituisce atto di guerra cui si ha il diritto di reagire con i metodi della guerra. Israele, dopo che per anni si era inutilmente lamentata, ha deciso l’operazione Piombo Fuso, dimostrando all’aggressore che era in grado di farlo pentire. Ed è quello che è successo: ciò che non avevano ottenuto le rimostranze giuridiche ed umane l’hanno ottenuto i carri armati. Gli abitanti di Gaza hanno avuto qualche migliaio di morti e la pioggia di razzi su Israele è cessata. Si è visto che l’unico modo di far cessare la violenza era la controviolenza.
I palestinesi si sono attirati tutti i guai in cui si trovano: un tempo sarebbe bastato che accettassero la partizione dell’Onu del 1947; oggi basterebbe che accettassero la convivenza pacifica con Israele e avrebbero il loro Stato. Gerusalemme infatti non chiede di meglio che dimenticarli. Con le loro aggressioni hanno solo ottenuto di non potere andare a lavorare in Israele e, all’occasione, rappresaglie grandiose come quella di Gaza.
Chi giustifica i palestinesi non li favorisce. Anche accettando il parere del lettore, pure se i palestinesi avessero il “diritto” di reagire contro Israele, è certo che non vi hanno interesse. Nei confronti di uno Stato più forte, né il terrorismo né gli attentati sono una risposta valida. Nessuna guerra è stata mai vinta così ed è possibile che la rappresaglia aggravi le condizioni del vinto invece di migliorarle.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
28 maggio 2011

9 maggio 2011
LA SOLUZIONE ISRAELIANA
Gli esperti concordano sul punto che la morte di Bin Laden non cambierà di molto il quadro del terrorismo internazionale. Più che un deterrente, essa potrebbe apparire come un esempio di martirio da seguire. È stato anche detto che la recente, inequivocabile dichiarazione americana di inaffidabilità del Pakistan nella lotta contro il terrorismo potrebbe condurre alla fine dell’alleanza. Come se non bastasse, gli avvenimenti del Nord Africa non sono tranquillizzanti. La rimozione di Mubarak, accolta con giubilo da Obama, non solo non ha ancora portato alla democrazia (ché anzi il potere dei militari è stato esteso ed accresciuto) ma sono aumentate le aperture ai Fratelli Musulmani ed è stato tolto il blocco di Gaza. E l’Egitto è il baricentro del Vicino Oriente. La stessa Libia del dopo Gheddafi potrebbe facilmente deragliare verso il campo integralista (che successo, per Francia e Regno Unito!) e c’è l’incognita di una Siria che potrebbe divenire un ancor più servile avamposto iraniano.
La prospettiva potrebbe essere quella di una radicalizzazione di tutti i Paesi musulmani, dalla frontiera del Marocco al Pakistan, per non parlare dell’Indonesia o della Nigeria. In che modo l’Occidente potrebbe confrontarsi con un simile mondo, ferocemente nemico? In passato si è seguito il principio del divide et impera: si è cercato di trovare alleati locali da opporre agli Stati Canaglia. Il nuovo quadro internazionale pone invece la domanda: come comportarsi, se non si trovano alleati e il fronte avversario è composto pressoché unicamente da Stati Canaglia?
Il problema sembra drammaticamente insolubile e tuttavia presto ci si accorge che la soluzione l’abbiamo sotto gli occhi. Uno Stato Normale (S) ha parecchio da temere da uno Stato Canaglia (C) solo se quest’ultimo è il più forte. Può allora temere di essere conquistato ed oppresso; e qualcosa ha ancora da temere se ha relazioni con esso: ne possono infatti partire sabotatori, terroristi e attentatori suicidi che, con mezzi relativamente modesti, possono rendergli la vita difficile. Ma se S è il più forte, la soluzione esiste ed Israele l’ha adottata da tempo: interrompere qualunque rapporto. Da quando quel piccolo Stato ha reso impermeabili le sue frontiere con una recinzione insormontabile, vive in pace e tranquillità. Uno sporadico attentato Israele lo mette nel conto, come è messo nel conto dagli altri Stati occidentali, ma il terrorismo è stato disinnescato e non conta più. Nei negoziati i palestinesi hanno ormai ben poco da offrire. La pace, la cessazione del massacro dei suoi cittadini innocenti, Israele l’ha realizzata da sé.
La soluzione va completata con la tecnica della rappresaglia. Per fare un esempio assurdo: se Copenhagen fosse la capitale di uno Stato Normale, Lubecca appartenesse ad uno Stato Canaglia e da essa partissero razzi o quelle altre offese che una frontiera non ferma, Copenhagen potrebbe mandare i suoi aerei, o le sue truppe, per un raid che, evitando i problemi e i costi di una occupazione, impartirebbe una severa lezione alla città (il modello è l’operazione Cast Lead, Piombo Fuso).
Sia detto en passant, la straordinaria lucidità politica e militare che Israele ha dimostrato dal 1948 non dipende dalla superiorità della menti ebraiche, dipende dal fatto che questo Stato si è sempre trovato in pericolo di vita. Ciò gli ha dato ogni volta il coraggio di fare ciò che era necessario, senza troppe preoccupazioni. L’Occidente commette grandi errori perché è troppo sicuro di sé. Un giorno potrebbe finalmente spaventarsi e far sapere al resto del mondo che non ha intenzione di attaccarlo ma di essere pronto, se attaccato, ad uscire dai suoi bastioni e a distruggere l’aggressore.
La prospettiva non è divertente ma quando le soluzioni gradevoli sono impraticabili bisogna adottare quelle sgradevoli. Rimarrebbero grandi difficoltà, derivanti anche dalle proporzioni degli Stati presi in considerazione, ma l’Occidente non ha ancora usato tutte le armi di cui dispone. Fino ad atti di forza come imbarcare su nostre navi gli immigranti illegali arrivati via mare e depositarli manu militari, con mezzi da sbarco, sulla battigia libica. Eventualmente reagendo con le armi a qualche difficoltà fatta dalla marina o dai soldati locali.
Si potrebbe addirittura vietare l’ingresso di tutti i cittadini di un dato Paese salvo quelli forniti di passaporto diplomatico e senza le guarentigie della “valigia diplomatica”. Insomma si potrebbe trattare uno Stato come Gaza, che favorisce apertamente i terroristi, con la prudenza e col disprezzo con cui si tratta un criminale pazzo.
L’Occidente ha ancora un futuro, naturalmente se dimostrerà più la volontà di sopravvivere che quella di meritare le lodi degli idealisti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
5 maggio 2011



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2 maggio 2011
CHE COSA CAMBIA CON LA MORTE DI BIN LADEN

Prometto: domani niente

Molti si chiedono se valesse la pena di fare una guerra per uccidere Bin Laden. Ora, dopo dieci anni, è fatta. Ma cambierà qualcosa, nella lotta al  terrorismo internazionale?

L’idea che si sia combattuta una guerra per eliminare Bin Laden è suggestiva ma infondata. È vero che il casus belli della guerra in Afghanistan è stata la richiesta americana che fosse consegnato il Mullah Omar per processarlo negli Stati Uniti, ma è anche vero che il rifiuto del governo di Kabul di allora non si spiega tanto con la volontà di proteggere quel Mullah – per questo sarebbe bastato dire che non si riusciva a trovarlo – quanto con l’orgogliosa e proclamata volontà di continuare la jihad contro gli Stati Uniti. Il dialogo di quei giorni potrebbe essere tradotto in questi altri termini: “Promettete di cessare la vostra attività terroristica?” Risposta: “No”. “E allora vi facciamo smettere con la forza”. In questo senso il commento di Teheran, secondo cui gli Stati Uniti, avendo eliminato il capo di Al Qaeda, non hanno più nessuna giustificazione per rimanere nel Medio Oriente, è indirizzato alla plebe.

A volte le guerre le provoca un singolo uomo, se è un dittatore, ma nessuno le fa per un uomo. Gli Stati Uniti non l’avrebbero fatta per il Mullah Omar o per Osama Bin Laden. Queste sono semplificazioni popolari o persino semplici imbrogli. Molti per esempio hanno pensato che la guerra contro l’Iraq sia stata fatta per rimuovere Saddam Hussein ma che quel dittatore fosse un criminale lo si sapeva anche quando gli americani lo sostenevano nella guerra contro l’Iran. La verità è che gli Stati Uniti non hanno tanto combattuto per eliminare quel despota, o perfino per dare l’occasione di un regime democratico a quel Paese, quanto per cambiare il quadro geopolitico della regione. Le nazioni sono pachidermi che non si muovono per una singola mosca. Neppure se è un tafano.

Qualcuno si meraviglia che ci siano voluti dieci anni per scovare ed uccidere Bin Laden. E invece è abbastanza naturale. Se si conosce bene il terreno e se si ha il sostegno di una parte della popolazione, si può essere latitanti e attivi molto a lungo anche in Italia: nessuno ha dimenticato il bandito Salvatore Giuliano, in Sicilia. E sottolineiamo che egli fu eliminato non mediante un’autonoma azione di polizia ma mediante il tradimento di un accolito. Come stupirsi che questo possa avvenire in Pakistan, dove gli estremisti islamici sono numerosissimi (tanto da mettere in pericolo il governo) o anche in Afghanistan, dove i Taliban hanno il controllo di vaste zone del territorio? Proprio per questo Washington non ha preventivamente informato Islamabad dell’azione.

Le televisioni ci informano della gioia degli americani per questo avvenimento e al riguardo molti rimproverano a Washington una “volontà di vendetta”. Si dimentica che tra la punizione inflitta dal giudice e la vendetta del privato c’è differenza solo quando questo privato poteva ragionevolmente ricorrere al giudice. Ma se non c’è un giudice al di sopra delle parti, o non ha forza (come l’Onu), o infine è in combutta con gli assassini (come le autorità di Gaza), l’unica possibilità di avere giustizia è quella di farsela da sé. La vendetta è condannabile solo se ingiustificata o sproporzionata. E in questo caso la morte di Bin Laden non compensa neppure lontanamente il male fatto.

Cambierà qualcosa,  con la morte di Osama Bin Laden? Probabilmente no. Un effetto che molti paventano è la già dichiarata volontà di vendetta degli integralisti islamici e dei terroristi in generale. Ma non c’è nulla di cui spaventarsi: non perché questi gentiluomini non siano capaci delle azioni più nefande, anche al prezzo della loro vita, ma proprio perché già in passato sono stati capaci delle azioni più nefande, anche al prezzo della loro vita. Dunque non hanno nessuna possibilità di fare di più. Se ultimamente, sempre che vogliamo dimenticare il caso di Marrakech, non hanno commesso attentati è perché non sono riusciti a realizzarli. Non abbiamo beneficiato della loro benevolenza in passato e non è ragionevole aspettarsela oggi. Le minacce dei terroristi sono sempre da prendere sul serio, ma oggi non più di ieri. Del resto, la prevenzione sta funzionando accettabilmente bene. Sono fra l’altro miracolosamente filati via senza incidenti il matrimonio di William d’Inghilterra e la beatificazione di Giovanni Paolo II: basterà non diminuire il livello di attenzione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it

2 maggio 2011

 

 

 


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1 maggio 2011
NAPOLITANO E GHEDDAFI, DUE CASI MOLTO DUBBI

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha tenuto un discorso di cui bisogna essergli grati. Ha detto che i suoi “richiami sono accolti con ipocrisia istituzionale”. “Sembra quasi talvolta, ha aggiunto, che l'accogliere oppure no, il far propri sinceramente o no quei miei richiami, sia una questione di galateo istituzionale o un esercizio di ipocrisia istituzionale”.

Il tono è quello di un’autorità che vede disattesi i suoi ordini. E il Presidente ha ragione. Se egli non avesse l’autorità per formulare quei “richiami”, spesso molto severi, le diverse formazioni politiche, sindacali o civili di volta in volta prese di mira potrebbero rispondergli che egli non ha il potere di richiamare nessuno. Al massimo – secondo la Costituzione – può inviare messaggi scritti alle Camere. Dunque, non che lamentarsi lui di essere inascoltato, potrebbero le forze politiche lamentarsi del fatto che lui parla molto e si permette di “richiamarle”. Ma le forze politiche e sindacali questa reazione non l’hanno affatto. Dunque il Presidente esercita un suo diritto ed è giustamente irritato quando parla di “ipocrisia”, di un vano “galateo istituzionale” e ancora di un “esercizio di ipocrisia istituzionale”.

Se così stanno le cose, bisogna vedere quale sanzione preveda la Costituzione per questa inosservanza degli ordini del Presidente della Repubblica. Lasciando da parte gli articoli tecnici, ecco che cosa prescrive l’art.87 sui poteri del Pdr:

“Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.

Può inviare messaggi alle Camere.

Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.

Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo.

Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.

Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.

Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.

Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere.

Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.

Presiede il Consiglio superiore della magistratura.

Può concedere grazia e commutare le pene.

Conferisce le onorificenze della Repubblica”.

Inoltre il successivo art.89 precisa: “Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità”.

Con sorpresa vediamo che non solo nella lista la maggior parte dei “poteri” riguardano formalità, ma non vi sono affatto compresi i “richiami” e, a fortiori, le sanzioni che discendono dalla loro inosservanza. E tuttavia, queste norme devono esistere. Non si immagina che il Presidente della Repubblica, nella persona di un indiscusso galantuomo come Giorgio Napolitano, si arroghi diritti e poteri che non ha, e neppure che le forze politiche consentano a chi non ne ha il potere di avere l’aria di dare loro ordini. Sarebbe dunque bello avere da parte degli organi politici un chiarimento ufficiale di questo apparente mistero costituzionale.

Ma oggi è evidentemente una giornata sfortunata. Infatti c’è un secondo dubbio. La Nato ha bombardato intenzionalmente un’abitazione privata (si pensava e si sperava che ci fosse personalmente Gheddafi) uccidendo un civile, il figlio del rais, e tre bambini, che osiamo sperare innocenti. Come si sa, chi cerca di uccidere dei civili in casa loro è un terrorista; e se questa regola vale per tutti, vale anche per la Nato. Come mai nei media europei, ed italiani in particolare, non si alzano grida di sdegno? O forse i figli degli insorti uccisi per sbaglio sono civili innocenti e non sono civili innocenti i nipotini di Gheddafi, uccisi intenzionalmente? Ché, certo, la loro abitazione non era un obiettivo militare.

Da notare che la Nato non ha confermato l’avvenimento. O per ipocrisia politico-militare o perché il fatto non è vero. E non è quello che importa. Importa il mancato scandalo in Europa: che quelle morti siano vere o no, non potrà essere negata l’indegna parzialità dei moralisti e la callosa insensibilità etica dell’Occidente.

In questo modo si obbedisce alla Risoluzione 1973 dell’Onu che invita a proteggere i civili libici? Quel testo parla soprattutto di zona di interdizione aerea, e come mai non lo si applica agli aeroplani della Nato, per impedire che compiano azioni assassine?

Interessanti, infine, le scene di giubilo a Bengazi ed altre città sotto il controllo dei ribelli. Questi dimostranti rappresentano il futuro democratico e civile della Libia?

Le discussioni giuridico-morali in guerra contano poco. Però se Gheddafi manderà dei terroristi ad uccidere i nostri figli non potremo chiamarlo criminale o mostro. Dovremo chiamarlo “plagiario di tecniche di guerra”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it

1 maggio 2011

 

 

 

 

politica estera
25 marzo 2011
Per gli interessati: IL PERICOLO DEL TERRORISMO LIBICO
Libya's Terrorism Option
By Scott Stewart
Un articolo da cui sono stati omessi due passaggi, di Scott Stewart, da Stratfor. L’articolo integrale è in nota.
___________________

Certamente il leader libico Gheddafi non ha alcun dubbio che le operazioni militari americane ed europee contro gli obiettivi militari libici sono attacchi contro il suo regime. Egli ha specificamente ammonito la Francia e il Regno Unito che essi arriveranno a pentirsi dell’intervento. Ora, simili minacce possono essere state costruite per dare ad intendere che se sopravvivrà, Gheddafi cercherà in futuro di escludere quei Paesi dall’accesso alle risorse energetiche della Libia. Tuttavia, visto l’uso che in passato ha fatto la Libia degli attacchi terroristici da scatenare quando si è sentita attaccata dalle potenze occidentali, le minacce di Gheddafi sollevano certamente la possibilità che, disperato e ferito, egli tenterà di nuovo di tornare al terrorismo come un mezzo per vendicarsi degli attacchi al suo regime. Mentre le minacce di sanzioni e ritorsioni hanno temperato l’uso del terrorismo da parte di Gheddafi negli anni recenti, la sua paura potrebbe venir meno se dovesse arrivare a pensare che non ha nulla da perdere.
Segue la lunga e particolareggiata descrizione dei molti attacchi terroristici attribuiti al regime di Tripoli.

Si giunge al punto su “La situazione attuale”.
Oggi la Libia si trova una volta ancora ad essere attaccata da un oppositore che ha una potenza militare di gran lunga superiore e contro cui le forze di Gheddafi non possono resistere. Pure se Gheddafi si assunse la responsabilità di alcuni dei passati attacchi terroristici della Libia e pubblicamente rinunciò al terrorismo nel 2003, questo passo fu una mossa puramente pragmatica, da parte sua. Non fu né il risultato di qualche epifania ideologica che fece sì che Gheddafi divenisse un tizio più buono e gentile. Dalla fine degli anni ’80 alla rinuncia al terrorismo nel 2003, Gheddafi ha mantenuto la capacità di continuare ad usare il terrorismo come una forma di utensile della politica estera: semplicemente ha scelto di non usarlo. Ma questa capacità rimane nella scatola degli attrezzi.
Diversamente da come ha visto le passate crisi, Gheddafi vede gli attuali attacchi contro di lui come molto più pericolosi per la sopravvivenza del suo regime delle schermaglie sul Golfo della Sirte o le operazioni militari francesi nel Ciad. Gheddafi è sempre stato un uomo freddo e calcolatore. Non ha esitato ad usare la violenza contro coloro che lo hanno affrontato, anche contro il suo proprio popolo. Ora è ridotto nell’angolo e in condizione di avere paura riguardo alla sua stessa sopravvivenza. A causa di questo, esiste la realissima possibilità che i libici impieghino il terrorismo contro i membri della coalizione che attualmente stanno realizzando ed imponendo la no-fly zone.
Gheddafi ha una lunga storia di uso del personale diplomatico, che i libici amano chiamare “comitati rivoluzionari”, per guidare ogni sorta di losche attività, dal pianificare attacchi terroristici al fomentare colpi di Stato. Di fatto, questi diplomatici sono spesso serviti come agenti per diffondere i principi rivoluzionari di Gheddafi negli altri Paesi.  A causa di questa storia, i membri della coalizione pressoché certamente controlleranno molto accuratamente le attività dei diplomatici libici all’interno dei loro Paesi – ed anche altrove.
Come illustrato dalla maggior parte degli attacchi terroristici descritti prima, lanciati o commissionati dai libici, costoro hanno spesso lanciato attacchi contro un dato Paese-obiettivo partendo da un Paese terzo. Questa attività di controllo dei diplomatici libici sarà molto aiutata dalla defezione di un grande numero di diplomatici in una varietà di Paesi. Questi diplomatici indubbiamente avranno minuziosamente informato i servizi segreti che cercavano indizi secondo cui Gheddafi si starebbe apprestando a riprendere la sua pratica del terrorismo. Questi transfughi si dimostreranno inoltre utili per identificare agenti dello spionaggio ancora leali a Gheddafi e forse perfino nel localizzare gli agenti dello spionaggio libico che lavorano sotto una copertura non ufficiale.
Ma i diplomatici non sono la sola sorgente cui Gheddafi può attingere per avere aiuto. Come notato prima, Gheddafi ha una lunga storia, quando si tratta di  usare mandatari per condurre attacchi terroristici. L’uso di un mandatario gli offre la possibilità di quel plausibile “rigetto di responsabilità” di cui ha bisogno per continuare a raccontare al mondo la sua storia, secondo la quale lui è l’innocente vittima di un’aggressione assurda. Forse, cosa ancor più importante, nascondendo la mano dopo aver gettato il sasso può anche riuscire ad evitare gli attacchi di rappresaglia. Mentre la maggior parte dei gruppi mandatari marxisti degli anni ’80, con cui i libici lavoravano, sono morti, Gheddafi ha altre opzioni.
Una è rivolgersi ai gruppi jihadisti regionali quali al Qaeda nel Maghreb (AQIM), mentre un’altra è coltivare le relazioni - che già migliorano - con i gruppi jihadisti in Libia quale il Gruppo di Combattimento Islamico Libico (Libyan Islamic Fighting Group, LIFG). In realtà, Gheddafi ha rilasciato dalla prigione centinaia di membri del LFIG, un processo che è continuato anche dopo che i moti sono cominciati, in febbraio. È dubbio che il LIFG realmente senta una qualche affinità con Gheddafi - il gruppo lanciò un’insurrezione contro il suo regime a metà degli anni ’90 e perfino tentò di assassinarlo - ma potrebbe essere usato per convogliare fondi ed armi ai gruppi regionali come AQIM. Questi gruppi certamente non provano amore per i francesi, gli americani o i britannici e potrebbero essere disposti a portare attacchi contro i loro interessi in cambio di armi e di fondi da parte della Libia. AQIM è disperata per la mancanza di risorse e si è trovata coinvolta in sequestri a scopo di estorsione e contrabbando di droga pur di trovare fondi per continuare la propria lotta. Questo bisogno di aiuto è più forte del loro disprezzo per Gheddafi.
A lungo termine i gruppi come AQIM e LIFG certamente costituirebbero una minaccia, per Gheddafi, ma dovendo fronteggiare la concretissima minaccia esistenziale da parte dell’irresistibile forza militare che attualmente è dispiegata contro di lui, Gheddafi potrebbe considerare la minaccia jihadista come molto meno pressante e seria.
Altri potenziali agenti per gli attacchi terroristici libici sono i vari gruppi rivoluzionari e ribelli dell’Africa con cui Gheddafi ha mantenuto il contatto e che ha perfino sostenuto per anni. Molti dei mercenari che, secondo quanto si dice, hanno combattuto a fianco delle forze lealiste libiche vengono da simili gruppi. Non è al di fuori del campo della possibilità che Gheddafi potrebbe fare appello a simili alleati per attaccare gli interessi francesi, britannici, italiani o americani, nei rispettivi Paesi dei suoi alleati. Simili attori avrebbero già accesso alle armi (probabilmente, per cominciare, fornite dalla Libia), e le capacità  dei servizi di sicurezza dei Paesi che li ospitano sono molto limitate in molti Paesi africani. Questo li rende posti ideali per condurre attacchi terroristici. Tuttavia, viste le limitate capacità dimostrate da simili gruppi, probabilmente richiederebbero  la supervisione e la guida della Libia (il genere di guida libica per i ribelli africani dimostrata ponendo una bomba nell’aereo del volo 772 dell’UTA) se essi dovessero condurre attacchi contro obiettivi non “soft” in Africa, come le ambasciate straniere.
Inoltre, come visto nel solco del complotto di al Qaeda per fare scoppiare una bomba nel giorno di Natale del 2009 nella Penisola Arabica, che aveva avuto origine in Ghana, i controlli degli aerei passeggeri e cargo negli aeroporti africani non è così rigoroso come lo è altrove. Quando si mette questo insieme con la storia della Libia in materia di attacchi agli aerei, e del porre bombe a bordo di aerei stranieri in Paesi terzi, la possibilità di un simile attacco deve costituire una serissima preoccupazione per i dirigenti dei servizi di sicurezza occidentali.
Il terrorismo ha comunque i suoi limiti, come si è visto con le attività di Gheddafi negli Anni ’80. Pure se i libici furono capaci di lanciare con successo parecchi attacchi terroristici, uccidendo centinaia di persone e traumatizzandone molti di più attraverso i moltiplicatori del terrore che sono i media, essi non furono capaci di causare nessun effetto durevole sulla politica estera degli Stati Uniti o della Francia. Gli attacchi servirono soltanto a rendere più forte la volontà di quei Paesi di imporre la loro volontà a Gheddafi, e alla fine egli capitolò e rinunziò al terrorismo. Quegli attacchi degli Anni ’80 sponsorizzati dalla Libia sono anche un importante fattore nel modo in cui il mondo vede Gheddafi – e probabilmente potrebbero oggi avere una parte importante nella decisione presa da Paesi come la Francia per la quale Gheddafi se ne deve andare. Naturalmente, è anche questo atteggiamento – che Gheddafi deve essere mandato via con la violenza – che potrebbe indurlo a credere che non ha nulla da perdere giocando la carta del terrorismo una volta di più.

Trad.di Gianni Pardo

Il testo originale.
Libya's Terrorism Option
By Scott Stewart
Alcuni passaggi dell’articolo di Scott Stewart, da Stratfor. L’articolo integrale è in nota.
On March 19, military forces from the United States, France and Great Britain began to enforce U.N. Security Council Resolution 1973, which called for the establishment of a no-fly zone over Libya and authorized the countries involved in enforcing the zone to “take all necessary measures” to protect civilians and “civilian-populated areas under threat of attack.” Obviously, such military operations cannot be imposed against the will of a hostile nation without first removing the country’s ability to interfere with the no-fly zone — and removing this ability to resist requires strikes against military command-and-control centers, surface-to-air missile installations and military airfields. This means that the no-fly zone not only was a defensive measure to protect the rebels — it also required an attack upon the government of Libya.
Certainly, Libyan leader Moammar Gadhafi has no doubt that the U.S. and European military operations against the Libyan military targets are attacks against his regime. He has specifically warned France and the United Kingdom that they would come to regret the intervention. Now, such threats could be construed to mean that should Gadhafi survive, he will seek to cut off the countries’ access to Libyan energy resources in the future. However, given Libya’s past use of terrorist strikes to lash out when attacked by Western powers, Gadhafi’s threats certainly raise the possibility that, desperate and hurting, he will once again return to terrorism as a means to seek retribution for the attacks against his regime. While threats of sanctions and retaliation have tempered Gadhafi’s use of terrorism in recent years, his fear may evaporate if he comes to believe he has nothing to lose.
    History of Libyan Reactions
Throughout the early 1980s, the U.S. Navy contested Libya’s claim to the Gulf of Sidra and said the gulf was international water. This resulted in several minor skirmishes, such as the incident in August 1981 when U.S. Navy fighters downed two Libyan aircraft. Perhaps the most costly of these skirmishes for Libya occurred in March 1986, when a U.S. task force sank two Libyan ships and attacked a number of Libyan surface-to-air missile sites that had launched missiles at U.S. warplanes.
The Libyans were enraged by the 1986 incident, but as the incident highlighted, they lacked the means to respond militarily due to the overwhelming superiority of U.S. forces. This prompted the Libyans to employ other means to seek revenge. Gadhafi had long seen himself as the successor to Gamal Abdel Nasser as the leader of Arab nationalism and sought to assert himself in a number of ways. Lacking the population and military of Egypt, or the finances of Saudi Arabia, he began to use terrorism and the support of terrorist groups as a way to undermine his rivals for power in the Arab world. Later, when he had been soundly rejected by the Arab world, he began to turn his attention to Africa, where he employed these same tools. They could also be used against what Gadhafi viewed as imperial powers.
On April 2, 1986, a bomb tore a hole in the side of TWA Flight 840 as it was flying from Rome to Athens. The explosion killed four American passengers and injured several others. The attack was claimed by the Arab Revolutionary Cells but is believed to have been carried out by the Abu Nidal Organization (ANO), one of the Marxist terrorist groups heavily sponsored by Libya.
On the evening of April 5, 1986, a bomb detonated in the La Belle disco in Berlin. Two U.S. soldiers and one civilian were killed in the blast and some 200 others were injured. Communications between Tripoli and the Libyan People’s Bureau (its embassy) in East Berlin were intercepted by the United States, which, armed with this smoking gun tying Libya to the La Belle attack, launched a retaliatory attack on Libya the night of April 15, 1986, that included a strike against Gadhafi’s residential compound and military headquarters at Bab Al Azizia, south of Tripoli. The strike narrowly missed killing Gadhafi, who had been warned of the impending attack. The warning was reportedly provided by either a Maltese or Italian politician, depending on which version of the story one hears.
The Libyan government later claimed that the attack killed Gadhafi’s young daughter, but this was pure propaganda. It did, however, anger and humiliate Gadhafi, though he lacked the ability to respond militarily. In the wake of the attack on his compound, Gadhafi feared additional reprisals and began to exercise his terrorist hand far more carefully and in a manner to provide at least some degree of deniability. One way he did this was by using proxy groups to conduct his strikes, such as the ANO and the Japanese Red Army (JRA). It did not take Gadhafi’s forces long to respond. On the very night of the April 15 U.S. attack, U.S. Embassy communications officer William Calkins was shot and critically wounded in Khartoum, Sudan, by a Libyan revolutionary surrogates in Sudan. On April 25, Arthur Pollock, a communicator at the U.S. Embassy in Sanaa, was also shot and seriously wounded by an ANO gunman.
In May 1986, the JRA attacked the U.S. Embassy in Jakarta, Indonesia, with an improvised mortar that caused little damage, and the JRA conducted similar ineffective attacks against the U.S. Embassy in Madrid in February and April of 1987. In June 1987, JRA operatives attacked the U.S. Embassy in Rome using vehicle-borne improvised explosive device and an improvised mortar. In April 1988, the group attacked the USO club in Naples. JRA bombmaker Yu Kikumura was arrested on the New Jersey Turnpike in April 1988 while en route to New York City to conduct a bombing attack there. The use of ANO and JRA surrogates provided Gadhafi with some plausible deniability for these attacks, but there is little doubt that he was behind them. Then on Dec. 21, 1988, Libyan agents operating in Malta succeeded in placing a bomb aboard Pan Am Flight 103, which was destroyed in the air over Scotland. All 259 passengers and crew members aboard that flight died, as did 11 residents of Lockerbie, Scotland, the town where the remnants of the Boeing 747 jumbo jet fell. Had the jet exploded over the North Atlantic as intended instead of over Scotland, the evidence that implicated Libya in the attack most likely never would have been found.
But the United States has not been the only target of Libyan terrorism. While the Libyans were busy claiming the Gulf of Sidra during the 1980s, they were also quite involved in propagating a number of coups and civil wars in Africa. One civil war in which they became quite involved was in neighboring Chad. During their military intervention there, the Libyans suffered heavy losses and eventually defeat due to French intervention on the side of the Chadian government. Not having the military might to respond to France militarily, Gadhafi once again chose the veiled terrorist hand. On Sept. 19, 1989, UTA Flight 772 exploded shortly after taking off from N’Djamena, Chad, en route to Paris. All 156 passengers and 14 crew members were killed by the explosion. The French government investigation into the crash found that the aircraft went down as a result of a bombing and that the bomb had been placed aboard the aircraft in Brazzaville, the Republic of the Congo, by Congolese rebels working with the Libyan People’s Bureau there. Six Libyans were tried in absentia and convicted for their part in the attack.
    The Current Situation
Today Libya finds itself once again being attacked by an opponent with an overwhelmingly powerful military that Gadhafi’s forces cannot stand up to. While Gadhafi did take responsibility for some of Libya’s past terrorist attacks and publicly renounced terrorism in 2003, this step was a purely pragmatic move on his part. It was not the result of some ideological epiphany that suddenly caused Gadhafi to become a kinder and gentler guy. From the late 1980s to the renunciation of terrorism in 2003, Gadhafi retained the capability to continue using terrorism as a foreign policy tool but simply chose not to. And this capability remains in his tool box.
Unlike his views of past crises, Gadhafi sees the current attacks against him as being far more dangerous to the survival of his regime than the Gulf of Sidra skirmishes or the French military operations in Chad. Gadhafi has always been quite cold and calculating. He has not hesitated to use violence against those who have affronted him, even his own people. Now he is cornered and fearful for his very survival. Because of this, there is a very real possibility that the Libyans will employ terrorism against the members of the coalition now implementing and enforcing the no-fly zone.
Gadhafi has a long history of using diplomatic staff, which the Libyans refer to as “revolutionary committees,” to conduct all sorts of skullduggery, from planning terrorist attacks to fomenting coups. Indeed, these diplomats have often served as agents for spreading Gadhafi’s revolutionary principles elsewhere. Because of this history, coalition members will almost certainly be  carefully monitoring the activities of Libyan diplomats within their countries — and elsewhere.
As illustrated by most of the above-mentioned terrorist attacks launched or commissioned by the Libyans, they have frequently conducted attacks against their targeted country in a third country. This process of monitoring Libyan diplomats will be greatly aided by the defection of a large number of diplomats in a variety of countries who undoubtedly have been thoroughly debriefed by security agencies looking for any hints that Gadhafi is looking to resume his practice of terrorism. These defectors will also prove helpful in identifying intelligence officers still loyal to Gadhafi and perhaps even in locating Libyan intelligence officers working under non-official cover.
But diplomats are not the only source Gadhafi can tap for assistance. As noted above, Gadhafi has a long history of using proxies to conduct terrorist attacks. Using a proxy provides Gadhafi with the plausible deniability he requires to continue to spin his story to the world that he is an innocent victim of senseless aggression. Perhaps more important, hiding his hand can also help prevent reprisal attacks. While most of the 1980s-era Marxist proxy groups the Libyans worked with are defunct, Gadhafi does have other options.
One option is to reach out to regional jihadist groups such as al Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM), while another is to cultivate already improving relationships with jihadists groups in Libya such as the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG). Indeed, Gadhafi has released hundreds of LFIG members from prison, a process that continued even after the unrest began in February. It is doubtful that the LIFG really feels any affinity for Gadhafi — the group launched an insurgency against his regime in the mid-1990s and actually tried to assassinate him — but it could be used to funnel funds and weapons to regional groups like AQIM. Such groups certainly have no love for the French, Americans or British and might be willing to conduct attacks against their interests in exchange for weapons and funding from Libya. AQIM is desperate for resources and has been involved in kidnapping for ransom and drug smuggling to raise funds to continue its struggle. This need might help it overcome its disdain for Gadhafi.
In the long run groups like AQIM and LIFG certainly would pose a threat to Gadhafi, but facing the very real existential threat from the overwhelming military force now being arrayed against him, Gadhafi may view the jihadist threat as far less pressing and severe.
Other potential agents for Libyan terrorist attacks are the various African rebel and revolutionary groups Gadhafi has maintained contact with and even supported over the years. Many of the mercenaries that have reportedly fought on the side of the Libyan loyalist forces have come from such groups. It is not out of the realm of possibility that Gadhafi could call upon such allies to attack French, British, Italian or American interests in his allies’ respective countries. Such actors would have ready access to weapons (likely furnished by Libya to begin with), and the capabilities of host-country security services are quite limited in many African states. This would make them ideal places to conduct terrorist attacks. However, due to the limited capabilities exhibited by such groups, they would likely require direct Libyan oversight and guidance (the kind of direct Libyan guidance for African rebels demonstrated in the UTA Flight 772 bombing) if they were to conduct attacks against hardened targets in Africa such as foreign embassies.
Also, as seen in the wake of al Qaeda in the Arabian Peninsula’s Christmas Day bomb plot in 2009, which originated in Ghana, passenger and cargo screening at African airports is not as stringent as it is elsewhere. When combined with Libya’s history of attacking aircraft, and placing bombs aboard foreign aircraft in third countries, the possibility of such an attack must surely be of grave concern for Western security officials.
Terrorism, however, has its limitations, as shown by Gadhafi’s activities in the 1980s. While the Libyans were able to launch several successful terrorist strikes, kill hundreds of people and traumatize many more through terror multipliers like the media, they were not able to cause any sort of lasting impact on the foreign policies of the United States or France. The attacks only served to harden the resolve of those countries to impose their will on Gadhafi, and he eventually capitulated and renounced terrorism. Those Libyan-sponsored attacks in the 1980s are also an important factor governing the way the world views Gadhafi — and today they may be playing a large part in the decision made by countries like France that Gadhafi must go. Of course, it is also this attitude — that Gadhafi must be forced out — that could lead him to believe he has nothing to lose by playing the terrorism card once again.



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politica estera
7 marzo 2011
IL DIRITTO ALL'ODIO
Grif era una gatta equilibrata ed intelligente. Un giorno incontrò una scolopendra, non si sa come arrivata lì, al terzo piano: la guardò come ipnotizzata e non osò avvicinarsi. Era un animale troppo grande per essere un insetto, troppo freddo per essere mangiabile, troppo inquietante per essere affrontato. E se fosse stato velenoso, se avesse avuto un pungiglione come gli scorpioni? Grif lasciò la scolopendra dov’era.
La diffidenza è normalmente un atteggiamento ragionevole: figurarsi quando si sono avute cattive esperienze, come quelle che l’Europa ha fatto riguardo ai rapporti con gli islamici. Sono esperimenti gravidi di insegnamenti.
Uno è stato quello francese. Da sempre Parigi si è sentita legata da un rapporto speciale con l’Africa e con il Maghreb in particolare: per questo tendenzialmente le sue porte sono sempre state aperte. Durante il periodo della colonizzazione, quelli algerini erano addirittura “dipartimenti d’oltremare”. Figurarsi dunque se gli algerini non avevano il diritto di andare a vivere in Francia. Anche dopo la guerra di liberazione le porte sono state aperte, soprattutto per gli harkis, che avevano combattuto insieme con i francesi. Il risultato è stato l’inserimento di centinaia e centinaia di migliaia di nordafricani nella società francese.
Con moltissimi di loro, si è naturalmente avuta una convivenza pacifica: e tuttavia non sono mancati chiarissimi segni di una mancata integrazione. Tanto più inquietanti in quanto manifestatisi non tanto in coloro che erano arrivati da emigranti, ma nei loro figli e nipoti, nati e cresciuti in Francia. Si sono avuti moti di piazza con centinaia di automobili incendiate, atti di vandalismo, scontri con la polizia: le banlieues, in certi momenti, sono divenute un campo di battaglia. La Francia in passato ha inghiottito senza problemi flussi enormi di emigranti dall’Italia, dalla Spagna, dal Portogallo e oggi un cognome italiano o ispanico non si nota affatto. Ma tutto questo non vale per gli immigrati islamici: essi si sentono - e sono sentiti - come diversi.
Qualcosa di analogo si è verificato in Gran Bretagna. Per qualche tempo (oggi non sappiamo) i cittadini del Commonwealth hanno avuto la possibilità di andare a stabilirsi sul suolo della madrepatria. Questo ha dato luogo a consistenti gruppi, quartieri interi di allogeni di religione islamica. Purtroppo, anche qui, molti dei discendenti non sono divenuti inglesi. Lo sono giuridicamente ma non di cuore. Dunque abbiamo assistito a sanguinosi attentati (senza contare i  molti che sono stati sventati) contro cittadini ignari ed inermi, compiuti da giovani che non hanno conosciuto solo l’Inghilterra e tuttavia la considerano l’oppressore e il nemico. Nessuna integrazione.
Ci si può naturalmente chiedere se la maggioranza degli immigrati condivida le posizioni estreme delle teste calde. Il primo istinto è di dire di no. Purtroppo, guardando più da vicino, si può arrivare alla conclusione che il punto di vista dei più è lo stesso che si ha a proposito di una rapina al furgone portavalori. Non si dimentica che si tratta di un grave reato ma molti non possono esimersi da un segreto sentimento di simpatia e quasi d’invidia: “Certo che se io fossi nei loro panni, se mi ritrovassi da un momento all’altro con due milioni di euro, tutti i miei problemi sarebbero risolti…”
La maggioranza degli arabi immigrati non è violenta, non infrange la legge, vive di lavoro, ma il suo cuore, che lo confessi o no, è con gli estremisti. Si è visto quando sono crollate le Torri Gemelle. La tragedia è stata letteralmente “vista”, attraverso i filmati televisivi, in tutto il mondo e in quell’occasione nei paesi islamici ci sono state scene di giubilo: e le folle non erano certamente composte solo da terroristi. Per loro, chi colpisce gli Stati Uniti, anche in modo sleale, anche ammazzando persone del tutto incolpevoli, anche con modalità che gridano vendetta agli occhi di qualunque società civile, merita l’applauso. Inoltre in occasione dei molti attentati (e non parliamo di quelli compiuti in Israele!) non ci sono mai stati chiari segni di dissociazione e di condanna, nemmeno da parte dei governi.
Se gli arabi hanno ragione o no di odiare l’Occidente non è problema che interessi: è giusto che essi abbiano il diritto di avere i sentimenti che vogliono. Ma a casa loro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it1
6 marzo 2011

POLITICA
13 ottobre 2010
GLI "OMICIDI MIRATI" E IL DIRITTO

In Europa un titolo di giornale come il seguente, “Germany seeks handover of Islamic militant” (1) non richiama l’attenzione: gli americani hanno catturato un terrorista islamico di nazionalità tedesca e i magistrati germanici ne richiedono l’estradizione. Il fatto getta tuttavia luce su un fenomeno che spesso si dimentica: il diritto non riguarda soltanto la patologia del vivere sociale, riguarda anche la sua fisiologia.
Se qualcuno restituisce velocemente un libro che gli è stato prestato, senza che il comodante gliel’abbia neppure richiesto o, peggio, senza che egli si sia rivolto al giudice, non è che il fatto non abbia significato: il comodato richiede la restituzione dell’oggetto e che ciò avvenga senza problemi non lo rende meno giuridico. Nello stesso modo, il diritto sanziona l’eccessivo fastidio che un condomino può dare ad un altro (problema delle “immissioni”), ma nella maggior parte dei casi i cittadini si astengono da simili comportamenti per un semplice sentimento del dovere civile.
Nel diritto internazionale, i rapporti fra gli Stati civili sono come i rapporti fra i vicini beneducati. Dal momento che un Paese rispetta la sovranità del proprio vicino, anche questi ne rispetterà la sovranità. Dal momento che il primo collabora con il secondo nella repressione della criminalità, anche il secondo lo farà col primo. Solo quando questo rapporto di civile convivenza si romperà, per una ragione o per un’altra, si passerà alla patologia dei rapporti interstatali. Una patologia che può sfociare nella guerra.
Il caso di cui parla l’articolo è classico. Gli americani arrestano un terrorista di nazionalità tedesca e, naturalmente, se risulterà colpevole in un processo, lo condanneranno. Le autorità tedesche non solo non difendono quel loro concittadino ma ne richiedono la consegna, per punirlo anche loro. Che cosa avverrebbe se invece un criminale tedesco commettesse dei delitti negli Stati Uniti, si rifugiasse in Germania e la Germania si rifiutasse di consegnarlo alle autorità americane? È ovvio che da quel momento i rapporti tra i due Paesi cambierebbero radicalmente.
In passato è avvenuto che dei terroristi palestinesi abbiano compiuto attentati con vittime innocenti in Israele e poi siano tornati nei Territori Occupati, senza essere minimamente disturbati dalle autorità locali. Il risultato è stato che alcuni di loro sono stati eliminati con gli “omicidi mirati”: un missile teleguidato che facesse saltare in aria la loro automobile, un telefonino esplosivo, un qualunque sistema che “retribuisse” il criminale per il male fatto. Naturalmente l’omicidio mirato è al di fuori delle regole della normale amministrazione della giustizia ma la domanda è: c’è alternativa?
Se nel condominio le immissioni sono eccessive - un cane che abbai continuamente, di giorno e di notte, sul balcone - c’è la possibilità di ricorrere al giudice e ogni altra difesa è inammissibile. Ma se non esiste un giudice e il vicino si rifiuta di porre rimedio al fatto, è giuridicamente comprensibile che si elimini il cane.
Gli “omicidi mirati” hanno scandalizzato alcuni giuristi sensibili, in Occidente, ma sono la conseguenza di uno Stato che solidarizza con i propri delinquenti. Né diversa è l’origine della guerra dell’Afghanistan: essa formalmente nacque dal rifiuto di consegnare il mullah Omar, fra gli autori della strage dell’11 settembre 2001.
Il rispetto dell’altrui territorio e delle altrui leggi non fa parte del diritto divino. È la conseguenza di una reciprocità di comportamenti virtuosi. Diversamente, cade ogni regola e ciascuno è autorizzato a farsi giustizia da sé. Come può.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
13 ottobre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta


(1) BERLIN -- German prosecutors said Monday they are seeking the handover of the Islamic militant whose disclosures under U.S. interrogation in Afghanistan helped trigger Europe's terror alert.
A request for the transfer of the 36-year-old German of Afghan descent has been filed to the relevant U.S. authorities with a view to prosecuting him in Germany, a spokesman for the federal prosecutor's office said. He spoke on condition of anonymity in line with department policy.
Germany accuses Ahmad Wali Siddiqui, who was arrested by the U.S. military in July in Afghanistan, of membership in a foreign terrorist organization - the Islamic Movement of Uzbekistan. Germany issued an arrest warrant for him in April, the spokesman said.
The 36-year-old Siddiqui is believed to have been part of the Hamburg militant scene that also included key Sept. 11, 2001, plotters. German officials have said he left Germany in March 2009 to seek paramilitary training in Pakistan's lawless border region.
Siddiqui is an old friend of Mounir el Motassadeq, who was convicted in Germany in connection with Sept. 11, and frequented the same mosque where the Hamburg-based plotters often met, German officials said last week.
Richard Holbrooke, the U.S. special representative for Pakistan and Afghanistan, said in Berlin on Monday that German officials had access to the man in U.S. custody and that the two nations were in contact to evaluate the request for his handover.
Hamburg security officials in August shuttered the Taiba mosque, known until two years ago as al-Quds, because of fears it was becoming a magnet for homegrown extremists.
U.S. officials say Siddiqui provided details on alleged al-Qaida-linked plots against Europe that prompted Washington to issue a travel alert earlier this month. Other countries issued similar warnings.
Holbrooke said the intelligence "completely justified alerting the public in Europe and the United States to be cautious, without being paranoid."
Authorities say Siddiqui left Germany along with 10 other extremists to seek paramilitary training, joining dozens of other European militants close to the Afghan border.
"They think it will be romantic to go there and fight the jihad against the Americans and the NATO forces," Holbrooke said. But in fact they are being misled and victims of the radicals' propaganda, he said.
Germany's Federal Criminal Police Office has said there are indications that some 220 people have traveled from Germany to Pakistan and Afghanistan for paramilitary training, and "concrete evidence" that 70 of those had done so. About a third of them are thought to have returned to Germany.
Pakistani intelligence officials have said they believe between 15 and 40 Germans are in the border area - a lawless region where many top al-Qaida Arab leaders are believed to be hiding, including Osama bin Laden and his Egyptian deputy, Ayman al-Zawahri.
The head of Germany's police union, Konrad Freiberg, warned Monday that recent reports about increased extremist movements to paramilitary training camps in Pakistan and back to Germany "do not bode well."
Authorities assume that a core group of 131 Islamic extremists in Germany is capable of contemplating "politically motivated crimes with considerable impact," German news agency DAPD quoted him as saying.

POLITICA
27 dicembre 2009
ODIARE PER PRIMI
L’odio ha una caratteristica: chi se lo confessa varca un Rubicone e per questo crede di avere un vantaggio. Dal momento che “odia per primo”, reputa che la controparte non sarà armata di altrettanta animosità e pensa che con la propria mancanza di scrupoli avrà il vantaggio del primo colpo. Ma questo comportamento, se non conduce ad una rapida vittoria, fa sorgere un odio simmetrico e moralmente giustificato nella controparte. Una reazione che a volte può portare ad una punizione durissima: Hiroshima è anche figlia di Pearl Harbour.
Le regole di guerra, contrariamente a quanto pensano gli sciocchi, non nascono dall’amore della legalità ma dall’interesse reciproco. Se noi uccidiamo i prigionieri, il nemico ucciderà i nostri commilitoni catturati. Se si ha la “furbizia” di utilizzare le ambulanze per portare soldati o armi, il risultato inevitabile è che si sparerà contro le ambulanze. E neanche noi potremo trasportare i nostri feriti.
Una vicenda esemplare è quella della Palestina. I palestinesi hanno cercato di battere Israele e, avendo perso le guerre, hanno cercato altre soluzioni: i dirottamenti aerei, il sequestro di un transatlantico, l’assassinio degli atleti, l’intifada e ogni altra forma di lotta sleale, fino ad arrivare ai terroristi suicidi. Sembrava fosse l’ultimo stadio e invece ci si è spinti a far indossare cinture esplosive anche alle donne e ai ragazzi. Col risultato che i controlli sono divenuti implacabili. C’è dovunque un grande numero di blocchi stradali, ci sono due barriere invalicabili, una intorno a Gaza e l’altra intorno ad Israele dove – naturalmente - non si sente più parlare di massacri. Ma nel frattempo i palestinesi hanno perso i vantaggi che derivavano da una pacifica coesistenza con Gerusalemme.
Tutto questo torna in mente, leggendo del fallito attentato di Detroit. Uno studente di ingegneria nigeriano, ricco e di buona famiglia, ha tentato di far cadere un aereo con 276 persone a bordo. Prima i terroristi erano dei poveracci, fanatici e ignoranti, nati in nazioni arretrate; poi per renderli insospettabili si è elevato il livello (si pensi alle Torri Gemelle); poi si sono reclutati cittadini dei Paesi - obiettivo, si pensi alle bombe nella metropolitana di Londra, opera di giovani musulmani nati in Inghilterra e di nazionalità britannica; infine si è arrivati al livello degli studenti di ingegneria, figli di banchieri: e qual è il risultato di tutto questo? Che mentre prima in Occidente ci si sarebbe fatto qualche scrupolo, nel trattare un professionista islamico con la diffidenza e la rudezza riservate ai possibili terroristi, ora non si faranno eccezioni per nessuno. Gli israeliani infatti non ne fanno neppure per le donne incinte o per le ambulanze che trasportano morenti bisognosi di aiuto. Chi semina vento raccoglie tempesta.
È triste che uno sparuto gruppo di islamici criminali – insignificante se se confrontato con l’enorme marea di musulmani pacifici e inoffensivi – insegni all’Occidente l’odio per una grande religione. Le misure antiterrorismo sono sempre più severe e domani, per prudenza, si potrebbero non accettare più, a bordo degli aerei, coloro che avessero la sfortuna di avere un passaporto yemenita, saudita o pakistano. Gli stessi inglesi o francesi di origine musulmana potrebbero essere oggetto di discriminazioni, sia legali sia di fatto. Il terrorismo rischia di ingenerare nel mondo una sorta di razzismo religioso di cui francamente non si sentiva il bisogno. E di cui i musulmani innocenti sarebbero le prime vittime. Una discriminazione che peserebbe anche su quegli occidentali che avessero l’idea di convertirsi all’Islàm, come quel medico militare demente che ha fatto una strage negli Stati Uniti. Domani nessuno aspetterà i primi segnali di pericolo: basterà una fede evidente.
Purtroppo, non è detto che l’incredibile somma di svantaggi freni i fanatici. In Palestina si è insistito a sparare razzi su Ashkelon, sperando di fare vittime civili, finché Gerusalemme non ha perso la pazienza ed ha severamente punito Gaza. A quel punto i terroristi hanno smesso: ma non potevano non cominciare?
Il mondo ha un futuro in cui il sospetto, l’odio e l’ingiustizia avranno uno spazio maggiore, per colpa di chi, odiando per primo, si sarà creduto più furbo degli altri.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 dicembre 2009

POLITICA
6 novembre 2009
MATTO, FANATICO, CRIMINALE: MATTO FANATICO CRIMINALE
Il maggiore medico e psichiatra Nidal Malik Hassan, si legge sul “Corriere della Sera”, è un fervente musulmano e un antimilitarista: “ha visto troppe volte gli effetti della guerra sui soldati”, sostengono i suoi parenti. Effetti drammatici sul corpo e nella psiche. Per questo, quando ha saputo che doveva andare in Iraq, ha ucciso dodici militari e ne ha feriti una trentina.
Questa è la notizia come la dànno i giornali: e si rimane sbalorditi. Come non si accorgono che la perorazione antimilitarista è assolutamente ridicola? Non è perché si è commossi dalle mutilazioni, dalle menomazioni e dalle morti in guerra che, per metterci rimedio, si provocano morti, mutilazioni e menomazioni.
Le spiegazioni più probabili sono: Hassan (che alla voce “nazionalità” ha scritto sui suoi documenti “palestinese”) è un matto fanatico; oppure un terrorista musulmano; o infine un matto fanatico terrorista musulmano intossicato da una “teoria” che nel mondo sembra essere etiologicamente alla base di molte nevrosi. E, purtroppo, di molti lutti.
E c’è un ulteriore aspetto negativo: episodi del genere rendono sospetti non solo tutti i musulmani ma anche i loro figli, pure nati nei Paesi occidentali come Hassan. Un bel risultato, veramente.

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