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POLITICA
21 novembre 2014
I SINDACATI E LA PELOPEA DEL MESSICO
A sedici anni mi rendevo conto di essere disorientato. Conoscevo soltanto il mio ambiente e mi chiedevo come si vivesse altrove; il prossimo mi pareva spesso poco intelligente e avrei voluto sapere se dipendeva dai coetanei che mi capitava di frequentare o era così tutta l'umanità. Soprattutto mi chiedevo come il mondo apparisse agli altri, visto che reagivano ad esso in modo così diverso da me. Fu così che il mio compagno di banco, condividendo la stessa curiosità, comprò un libro dal titolo promettente: “Psicologia”. Speravamo ambedue di trovare le risposte che ci mancavano ma fu una delusione. Paul Guillaume la prendeva molto alla lontana: cominciava con l'interessarsi alla ragione per la quale le piante crescono con la chioma verso l’alto (fototropismo positivo) mentre nulla spiegava del comportamento dei miei compagni. In compenso mi faceva notare la mia insufficiente curiosità: non mi ero mai chiesto perché gli alberi crescessero con la chioma verso l’alto. 
Il libro proseguiva però salendo nella scala degli esseri e, arrivato agli insetti, mi insegnò qualcosa di fondamentale: l'istinto è incosciente rispetto allo scopo da raggiungere. Partendo da un esperimento di Jean-Henri Fabre (il famoso entomologo) Guillaume descriveva il comportamento della pelopea del Messico. Questa sorta di vespa costruisce una celletta di fango, la riempie di ragnetti paralizzati, vi deposita le proprie uova (perché possano nutrirsene le larve) e infine sigilla il contenitore. Fabre demolì il fondo, tolse i ragni e notò che la vespa continuava imperterrita col suo programma: deponeva le uova e chiudeva la cella.
La cosa mi sembrò molto interessante. La pelopea effettivamente esagerava, ma non è che noi umani fossimo tanto migliori. Anche noi abbiamo dei comportamenti correnti che consideriamo naturali e necessari, senza che ci poniamo mai il problema del perché o dei risultati concreti del nostro agire. La maggior parte dei principi morali, ad esempio, ha  un'utilità per l'individuo oppure per la specie, ma ben pochi si pongono interrogativi, al riguardo. Immanuel Kant è addirittura riuscito a rendere astratto e autosussistente il comando morale condensandolo nell'imperativo categorico: "tu devi", la cui esistenza, nell'intimo dell'uomo, giustifica da sola la necessità dell'obbedienza.
Nei confronti dell'istinto l'uomo razionale si dovrebbe invece porre in posizione critica. L'attività sessuale, per esempio, ha il grande scopo di far sopravvivere la specie ma prima bisogna chiedersi se ci si può permettere un figlio. Il coito ha come molla il  piacere, ma esso non giustifica la violenza carnale. L'istinto deve essere dominato, e in questo campo si va dal piacere senza procreazione (metodi anticoncezionali) alla fecondazione in vitro (procreazione senza coito). 
Ma non tutti arrivano a questo livello. Vedendo le pessime condizioni in cui si trova l'Italia e le risposte che vengono fornite per salvarla, si è tentati di pensare che le reazioni della nazione siano prevalentemente istintive. La ragione prima della crisi è un'organizzazione sociale con troppe spese, troppe diseconomie e troppo fisco; dunque il rimedio sarebbe un drastico taglio delle spese, una guerra senza quartiere agli sprechi, e una riduzione massiccia della pressione fiscale. Ammesso che la mentalità socialistoide del Paese permetta tutto ciò. Invece siamo invasi da un biblico sciame di pelopee: ognuno, di fronte alla crisi, risponde con la mossa che gli detta il vecchio istinto. I sindacati fanno uno sciopero che, in questi casi, somiglia ad una protesta contro le maree, contro il plenilunio o contro la legge di gravità. Gli è troppo difficile capire che nessuna impresa può sopravvivere se non è competitiva come prezzi e come qualità: o può farlo soltanto se è posta a carico di contribuenti già schiacciati dalle tasse. I politici reagiscono con la demagogia, moltiplicano le promesse che non possono mantenere e alla scadenza, invece di chiedere scusa, ne offrono di più grandi: l'istinto non bada ai risultati. E l'intero Paese non ha una reazione migliore. Malgrado le infinite esperienze contrarie, continua ad aspettarsi la soluzione da quello stesso Stato che, cedendo alle sue richieste, ha creato il problema. Sobillato dai sindacati, continua a chiedere "investimenti" senza rendersi conto che essi si fanno con i soldi, i soldi si fanno con il fisco ed il fisco ha già assassinato l'economia italiana. Alla gente è stato creato una sorta d'istinto, quello di credere che lo Stato sia onnipotente. Del resto il vecchio detto: "piove, governo ladro!", in fondo significa proprio questo. Secondo la gente chi comanda dovrebbe essere capace di risolvere la quadratura del circolo: operare imponenti investimenti pubblici dopo avere abbassato la pressione fiscale. 
Forse in vecchiaia ho risolto il problema dei miei sedici anni. Spesso il prossimo mi appariva sciocco perché lo era.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
20 novembre 2014

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POLITICA
29 ottobre 2014
RENZI FRA HEATH E LA THATCHER
Tutti abbiamo tendenza ad inforcare il binocolo al contrario: è umano.  La vittima di un omicidio nel nostro palazzo è notizia infinitamente più importante di un terremoto che fa duecento morti in Cina. Meno perdonabile è il fatto che - probabilmente per l'ignoranza delle lingue straniere - viviamo talmente in vaso chiuso da riuscire ad ignorare la realtà del resto del mondo. Provate a dire in giro che l'Italia è stata sconfitta in modo ignominioso, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Provate a dire che la vittoria (degli Alleati) sulla Germania non è stata minimamente influenzata dai nostri partigiani. E poi il famoso "Sessantotto". L'abbiamo vissuto come una sorta di coraggiosa e soprattutto autoctona rivoluzione sociale mentre in realtà fu l'imitazione della protesta degli studenti parigini. I quali a loro volta imitavano i colleghi americani di Berkeley. Ma quanti accetterebbero senza discutere che il Sessantotto italiano fu l'imitazione di un'imitazione?
Ora abbiamo il fenomeno di Matteo Renzi e siamo convinti di assistere ad una clamorosa novità: in realtà non è così. O almeno: è una novità in Italia ma, per quanto riguarda i sindacati, si tratta di un fenomeno vecchio altrove. Per esempio in Inghilterra, dove si è verificato quarant'anni fa. 
Nei primi Anni Settanta del secolo scorso, l'Inghilterra era paralizzata dallo strapotere dei sindacati ed era dunque molto malata, dal punto di vista economico. Tanto che Edward Heath, conscio del pericolo rappresentato da questa anomalia, fece il possibile per riaffermare il potere dello Stato. Infine, prendendo il toro per le corna, cercò di farsi legittimare dalle urne e pose il dilemma: "Nel Paese deve comandare il governo oppure i sindacati?" Gli inglesi gli risposero che dovevano comandare i sindacati. 
Ma fu una vittoria di Pirro. La sconfitta dei conservatori non impedì che ci si rendesse conto che quella era la strada giusta. Infatti, il progetto che Sir Edward non aveva saputo o potuto realizzare fu ripreso e portato al trionfo da Margaret Thatcher. 
In Italia, quarant'anni dopo, il dilemma su chi debba realmente comandare non è stato ancora risolto. La nostra Costituzione stabilisce chiaramente che "la sovranità appartiene al popolo": dunque dovrebbe comandare il Parlamento, ma le norme sono un conto, la realtà è un altro conto. Nel 1987 gli italiani votarono in massa un referendum per istituire la responsabilità civile dei magistrati per dolo o colpa grave e tuttavia esso non fu applicato: né subito, né negli anni successivi. E  non lo è neanche oggi. C'è un detto che calunniosamente si attribuisce soltanto ai Borboni di Napoli: "Le leggi ai nemici si applicano, per gli amici si interpretano". E infatti, in materia di errori professionali, per i  medici le leggi si applicano severamente, per i magistrati si interpretano, giungendo alla conclusione che sono infallibili. Salvo sei o sette, in trent'anni.
Che in Italia comandassero i sindacati, per esempio, si vide ancora una volta quando il governo Monti proclamò ripetutamente e solennemente che avrebbe cambiato (abolito) l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Sia il Presidente del Consiglio, sia la ministra Fornero lo ripeterono tanto insistentemente che pensai: "Si sono spinti troppo oltre. Non potranno fare marcia indietro". Invece poterono. La Cgil disse no e loro chinarono la testa. Ne conclusi che, malgrado la mia veneranda età, ero un ingenuo e che l'Italia non sarebbe mai cambiata.
Ora arriva Matteo Renzi e riesce a non dimostrare rispetto nemmeno per l'infallibilità della sinistra estrema. È come se un parroco affermasse che Dio non esiste. Addirittura è arrivato a dire che chi fa le leggi è il Parlamento, non i sindacati. 
Naturalmente alcuni italiani a queste straordinarie conclusioni erano arrivati da soli. Ma il problema non era intellettuale. Da noi non sono le idee che vanno scoperte, quelle - almeno alcuni - le hanno. Soprattutto se hanno seguito le cronache inglesi. Ciò che è sempre mancato, da noi, è la forza di applicarle. Dunque la domanda è: Renzi è un Edward Heath maldestro e provocatore al di là del giusto, un ragazzotto che non ha mai sentito parlare di hybris e andrà a sbattere, o una Margaret Thatcher capace di rivoluzionare il suo Paese? 
E se non ci riuscisse - visto che fra l'altro gli piace moltiplicare gli ostacoli sul suo cammino - potrebbe quanto meno essere il precursore di qualche vero Uomo come Margaret Thatcher?
È quello che vedremo. Per il momento c'è un uomo abbastanza rozzo per indurre chi ha sempre amato i sindacati più o meno come l'orticaria a trovare che, dopo tutto, anche loro hanno qualche buona ragione.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
28 ottobre 2014

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POLITICA
18 ottobre 2014
TERNI E LA THYSSENKRUPP
A Terni la ThyssenKrupp ha annunciato 550 licenziamenti. La prima cosa da dire è che si tratta di una tragedia collettiva. Al giorno d'oggi il mercato del lavoro è asfittico e se si è oltrepassata una certa età l'handicap è spesso insuperabile. Se si ha una specializzazione all'interno di un tipo di fabbrica non è detto che questa specializzazione sia utilizzabile in un'altra fabbrica. Insomma, se si è l'unico sostegno della famiglia, c'è da essere sinceramente disperati. Dunque tutto ciò che si potrà dire più oltre non contraddirà né sottovaluterà il sentimento di dolorosa condivisione della gravità del problema. Si discute soltanto la validità dell'attuale reazione.
Per l'annuncio di questi licenziamenti, la Triplice sindacale ha proclamato lo sciopero generale provinciale e la città si è fermata. Hanno sfilato per protesta oltre diecimila persone, forse il massimo numero che si ricordi, e certo, per solidarietà, molti estranei all'impresa. Spettacolo tanto grandioso quanto triste.
Lo sciopero è un'arma lecita a condizione che danneggi il "padrone" più di quanto non danneggi il "proletario". Esso ha questo schema: i lavoratori chiedono qualcosa che costa un certo sacrificio al datore di lavoro, e gli fanno presente che, se pure con la perdita di qualche giorno di paga, gli potrebbero imporre un sacrificio ancora maggiore. Ma, se il datore di lavoro comincia a licenziare, è chiaro che la situazione economica è tutt'altro che rosea. O sono diminuite le commesse, o sono divenuti eccessivi i costi del lavoro, o si è in presenza di una concorrenza imbattibile, certo è che il "padrone" non naviga nell'oro. Se si priva di un consistente numero di operai è segno che, in prospettiva, è più probabile la chiusura dell'azienda che il suo rilancio. In queste condizioni, la minaccia dei lavoratori non può fare alcuna paura al datore di lavoro. Ché anzi, se aggrava la condizione economica dell'impresa,  può addirittura accelerarne il tracollo.
Ma questa banale aritmetica del dare e dell'avere in altri tempi non ha avuto corso legale. Infatti lo sciopero aveva un significato indiretto: il vero destinatario della protesta era lo Stato, cui si chiedeva d'intervenire - perfino con la minaccia di problemi di ordine pubblico - un po' facendo da mediatore, un po' minacciando l'impresa, e soprattutto mettendoci denaro di tasca sua. Cioè dei contribuenti. Dunque anche uno sciopero "assurdo" poteva recare beneficio ai lavoratori perché la soluzione non era economica, era politica e, per così dire, erariale. 
Tutto ciò oggi non è più possibile. Da un lato lo vieta l'Unione Europea, dall'altro lo Stato è in bolletta. Lo sciopero accende la miccia d'una bomba che non c'è più.
Nella situazione attuale l'approccio dovrebbe essere totalmente diverso. Se la produzione è divenuta antieconomica, lo sciopero non serve a niente. Un'impresa non può in nessun caso operare in perdita. Nessuno sarebbe disposto a rimetterci quattrini a tempo indeterminato ed essa  sopravvive soltanto se fa profitti. Se dunque la situazione non è del tutto negativa, i sindacati dovrebbero trattare con i dirigenti per vedere come si può salvare l'impresa e per conseguenza i livelli occupazionali. Dovrebbero proporre diversi sistemi di lavorazione, una razionalizzazione del lavoro, al limite una diminuzione dei salari. Non dovrebbero limitarsi a "chiedere": chiedere è un'attività da bambini. Fra adulti, o si lascia fare a chi ne sa di più o gli si dimostra che se ne sa più di lui. Le minacce non servono a nulla. Per giunta, se l'impresa è una multinazionale - come la ThyssenKrupp - bisogna ricordarsi che essa può sempre chiudere una fabbrica qui continuando a guadagnare altrove. 
In Italia si continua a sognare che si possa comandare all'industria ma questa è una perniciosa illusione. Soltanto lo Stato può operare in perdita, fra l'altro perché opera sempre in perdita, dal momento che si finanzia con i tributi. Ma non può dar ordini alle imprese private più di quanto un medico possa ordinare ad un malato di non morire. Dunque, in casi come questi, o ci mette dei soldi (per esempio con sgravi fiscali o finanziamenti a fondo perduto, sempre provvedimenti a carico dei contribuenti) o fa la mossa d'intervenire, mentre in realtà non può far nulla.
Una nota sarcastica meritano le maledizioni che per tanti decenni si sono sentite contro le multinazionali, simbolo della nequizia capitalistica. Bertoldo potrebbe chiedere come mai prima sono state esecrate e ora si piange all'idea che se ne vadano. "Se erano buone, perché le avete disprezzate? E se erano cattive, perché non applaudite, vedendole andar via?".
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
18 ottobre 2014

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POLITICA
25 agosto 2014
I SINDACATI IRRILEVANTI
I sindacati in Italia sono oggetto di sentimenti tanto forti quanto contrastanti. C'è chi li reputa all'origine del miglioramento delle condizioni salariali dei lavoratori dipendenti e c'è chi li reputa la causa prima del declino economico dell'Italia. Ogni discussione sul sindacato somiglia ad una guerra di religione, perché nessuno è disposto a fare marcia indietro. Non si tratta di fanatismo irragionevole: ognuno crede sinceramente di difendere l'interesse del Paese e questo induce atteggiamenti appassionati e a volte addirittura aggressivi. 
Attualmente tuttavia è come se il problema fosse un po' passato di moda. In questo crepuscolo economico che dura da troppi anni, i sindacati sono diventati meno visibili: non organizzano scioperi epocali, non combattono battaglie epiche. Perfino quando si tratta di temi scottanti come l'Alitalia o la Luxottica, e si prospettano tagli di migliaia di posti di lavoro, prima sembra che debba scoppiare la Terza Guerra Mondiale, poi tutto si acqueta. Perché la forza dei fatti è irresistibile. Ciò prova quanto sia sbagliata la discussione di cui si parlava all'inizio: fondamentalmente i sindacati non sono né all'origine del benessere dei lavoratori né all'origine dell'attuale crisi.
Da quando è nato, a partire dalla prima metà dell'Ottocento, il sindacato è stato visto come uno strumento per lottare contro l'avidità del datore di lavoro. Il dipendente, in quanto contraente debole rispetto all'imprenditore (o allo Stato in quanto datore di lavoro) da solo avrebbe avuto ben poco potere contrattuale rischiando di essere pesantemente sfruttato. In realtà non è il caso di sottoscrivere le tesi estremiste. Non tutti i datori di lavoro sono delle sanguisughe, non tutti i lavoratori sono battifiacca esosi. C'è ogni genere di datori di lavoro e ogni genere di lavoratori. È altro, ciò che interessa. 
Con la rivoluzione industriale si è avuta una concentrazione dei lavoratori - mentre prima i contadini era sparpagliati - e un aumento della ricchezza prodotta. La concentrazione ha condotto all'associazione, l'aumento della ricchezza ha posto il problema della sua suddivisione. E dal momento che ognuno tende naturalmente ad ottenere il massimo, la spartizione ha sempre avuto luogo a muso duro: il lavoratore ha minacciato lo sciopero, il datore di lavoro il licenziamento o la serrata. Ma tutto ciò ha riguardato la facciata. Non è la discussione fra le parti, è la tecnologia industriale che ha fatto sì che i lavoratori abbiano guadagnato sempre di più: sia perché producevano più ricchezza di prima, sia perché, se non accontentati, potevano andare a lavorare altrove. Infatti il miglioramento del livello di vita si è avuto sia nei Paesi che hanno inventato i sindacati (Gran Bretagna, fino ad arrivare al closed shop) sia in quelli che gli hanno concesso meno spazio (Svizzera). Se i prestatori d'opera hanno avuto fette di torta sempre più grandi non è perché ne lasciavano sempre meno agli imprenditori, ma perché le stesse torte erano più grandi.
Ma un'illusione prospettica ha prevalso sulla realtà. Si sono create delle leggende: si è creduto che i miglioramenti ottenuti fossero merito delle "lotte" dei lavoratori, invece che della loro produttività, e che si potesse chiedere indefinitamente di più, visto che insistendo si era sempre ottenuto qualcosa. A questi pregiudizi ha posto un termine brutale l'attuale crisi, ricordando che in tanto si può ottenere qualcosa di più, in quanto ci sia qualcosa di più da spartire. Nemo dat quod non habet, nessuno può dare quello che non ha. Oggi, se i lavoratori e i loro sindacati, abbarbicati ad abitudini e norme sul lavoro forse valide in un altro contesto economico, insistono nelle loro richieste, l'impresa o chiude la fabbrica oppure va ad aprirla altrove. 
Ecco perché i sindacati sembrano ogni giorno più irrilevanti. Non perché siano divenuti più ragionevoli, non perché abbiano imparato qualche regola economica, semplicemente urtano contro il fatto che la controparte non ha più nulla da dare. Si pensi all'Alitalia: oggi l'alternativa evidente, anche per una grande impresa (di quelle che lo Stato salvava con i soldi dei contribuenti) è la chiusura.
A chi dice che il vino rosso fa male bisogna segnalare che l'affermazione, così formulata, è insostenibile. Infatti bisogna chiedere: quanto vino? Un bicchiere a pasto - dicono i medici - migliora la nostra digestione. Nello stesso modo i sindacati, nella giusta dose, sono una cosa buona. Soprattutto quando si tratta di difendere il singolo lavoratore maltrattato, anche se di ciò si occupano pochissimo. Se invece si è ancora convinti che essi possano spremere soldi dalle pietre, potrebbero dimostrarsi nocivi. C'è mancato poco che, per motivi ideologici, la Cgil provocasse il licenziamento di tutti i dipendenti dell'Alitalia, col fallimento della compagnia. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 agosto 2014

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ECONOMIA
7 maggio 2014
LA CAMUSSO FORSE FUORI TEMPO MASSIMO
I sindacati sono associazioni private, previste dalla Costituzione all’art.39, che tuttavia non li definisce, reputando probabilmente che la parola stessa ne descriva la natura. Essi hanno dunque – secondo l’accezione corrente consacrata nei dizionari – la funzione di proteggere i lavoratori e rappresentarli nelle contrattazioni nazionali che li riguardano, come previsto del resto dall’ultimo comma del citato articolo.
Il contratto nazionale sarà sembrata una bella idea, a chi lo ha istituito, e tuttavia soffre di un ineliminabile difetto: appiattisce sulla stessa normativa situazioni che, da una regione all’altra, possono essere molte diverse. Ma anche ad essere una buona cosa, esso ha forse contribuito a produrre un effetto imprevisto. Dal fatto che il sindacato abbia poteri e funzioni nazionali è nata l’idea che esso possa e debba partecipare alla politica nazionale, per ciò che concerne il lavoro e, di riflesso, l’economia. Questa associazione delle principali organizzazioni sindacali riconosciute (la famosa Trimurti) al governo del Paese ha finito con l’avere un nome, “concertazione”. Al governo non basta essere sostenuto da una maggioranza parlamentare che gli fornisce gli strumenti legislativi per la sua azione, non gli basta, cioè, essere sostenuto dal voto dei cittadini di cui è legittimo rappresentante, dovrebbe anche contrattare (“concertare”) i provvedimenti con i sindacati, ottenerne l’assenso, e all’occasione subirne il “veto”. Come si è visto in occasione del tentativo firmato Monti-Fornero di riformare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Il sindacato pose il veto ad un governo nientemeno sostenuto da destra e sinistra, oltre che dichiaratamente dal Presidente della Repubblica, e il governo capitolò.
Come si sia potuti giungere a ciò si spiega con l’origine e della nostra Costituzione e della mentalità italiana. L’Italia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale non è uscita dalla mentalità totalitaria. Non è passata da un totalitarismo blando di destra ma più esattamente socialista ad una mentalità liberale (quella cioè realmente opposta al fascismo), è passata ad un totalitarismo blando di sinistra, confessatamente o inconfessatamente comunista. Ne è eco la Costituzione in molti passaggi, a cominciare dall’affermazione retorica e insignificante secondo cui la Repubblica è “fondata sul lavoro”. Quasi a dire che “i lavoratori” sono cittadini più uguali degli altri.
Da questa mentalità è nata la pretesa dei sindacati di essere, accanto al legislativo, all’esecutivo e al giudiziario un quarto potere dello Stato. Al punto che, quando il Primo Ministro afferma che i sindacati vanno ascoltati ma non obbediti, la signora Susanna Camusso, leader della Cgil, al congresso di questa organizzazione parla di “torsione democratica a favore della governabilità e a scapito della partecipazione”.
Traduciamo. I sindacati sono un potere dello Stato democratico, un po’ come “i Soviet degli operai e dei contadini” di leniniana memoria. Se il governo non se ne lascia condizionare viola la Costituzione e compie un atto contro la democrazia. Dal momento che nulla sostiene questa affermazione, almeno in Italia, se non la tradizione di prevaricazione dei sindacati, bisognerebbe dichiararsene scandalizzati. Ma nessuno lo farà. E dire che la loro pretesa di contribuire alla guida del Paese è ancor più sfacciata e infondata di quella dei magistrati, i quali quanto meno – se non un “potere” – almeno costituiscono un “ordine” dello Stato.
Ma di fatto è stato così per decenni, sicché la discussione si può spostare sul piano squisitamente politico. Renzi è molto deciso e il Paese ha preso coscienza del fatto che i sindacati sono stati un possente freno all’innovazione. Se, su questa base, il governo riuscirà a riprendere il timone del Paese, i sindacati “dovranno farsene una ragione”, per citare le parole del Primo Ministro. Se viceversa il governo cadesse, se la piazza, sobillata dai sindacati, facesse la voce grossa, potremmo in breve tempo tornare al “business as usual”, magari finché non rovini l’intero sistema.
Quante probabilità ha Renzi di riuscire nell’impresa? Il futuro è sempre oscuro. È vero che egli ha la fortuna di un certo vento antisindacale, che nel Paese diviene sempre più percettibile. Ed è soprattutto vero che soltanto un governo di sinistra può fare una riforma nella direzione della ragionevolezza economica, che di solito si attribuisce (come colpa) alla destra. Ma una base allevata a sentire il Parlamento come un intralcio al potere dei soviet degli operai e dei contadini potrebbe dargli qualche dispiacere. Del resto, questa base ha i suoi bravi rappresentanti all’interno dello stesso Pd. È una partita cui val la pena d’assistere, se pure senza farsi troppe illusioni.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
7 maggio 2014


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ECONOMIA
11 gennaio 2014
IL SALARIO E LA MORALE
Il lavoro, nell’economia classica, è uno dei quattro fattori della produzione e deve essere retribuito. Tuttavia, mentre nessuno si occupa del livello di retribuzione del capitale di rischio (se non per deprecarlo, all’occasione), per quanto riguarda la retribuzione del lavoro per molti esiste una componente “morale”: giustificatissima ed ineliminabile. Del resto lo dice la stessa Costituzione italiana, all’art.36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.
Questa norma va letta con estrema attenzione. Se, per vivere, un lavoratore e la sua famiglia hanno bisogno di cento, ma per quantità e qualità del lavoro la retribuzione “proporzionata” è di centoquaranta, il lavoratore deve avere centoquaranta. Se viceversa il lavoratore e la sua famiglia hanno bisogno di cento, ma per quantità e qualità del lavoro la retribuzione “proporzionata” è di ottanta, il lavoratore deve avere lo stesso cento, perché diversamente non potrebbe “assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”. Questa seconda parte della norma corrisponde a dire che il datore di lavoro (sempre che possa permetterselo) non deve corrispondere al lavoratore un salario commisurato soltanto a parametri economici, ma anche a parametri morali. Qualcuno inoltre dice che un eventuale esborso aggiuntivo è anche reso necessario da un’esigenza di ordine pubblico: infatti, se i lavoratori sono troppo sfruttati, un giorno potrebbero ribellarsi e darsi a violenze.
Il quantum della retribuzione del lavoro dipende dunque da tre elementi: il dato economico, cioè “la quantità e qualità” del lavoro; il dato morale; e infine il dato sociale. Sul primo non c’è nulla da dire: risulta naturalmente dalla legge della domanda e dell’offerta. Sul secondo è facile osservare che, se la contrattazione è libera, al datore di lavoro non importerà affatto sapere se, con quella paga, il suo dipendente ha ciò che gli serve per vivere dignitosamente o no. Se viceversa la contrattazione non è libera (per esempio per effetto di un salario minimo o di un contratto nazionale), il datore di lavoro assumerà il lavoratore soltanto quando il salario prestabilito sarà ancora compatibile con il bilancio dell’impresa. In altre parole saranno eliminati – o diverranno “in nero” – tutti i posti di lavoro economicamente corrispondenti a paghe inferiori al minimo di legge.
Interessante è il punto di vista della “rivoluzione economica”. Immaginiamo che in un Paese i datori di lavoro abbiano costituito un “cartello” così efficace da costringere i lavoratori ad accettare una retribuzione di cento, mentre un’equa retribuzione dovrebbe essere di centotrenta. E immaginiamo che tutti i lavoratori scendano in piazza con i forconi, fino a costringere i datori di lavoro a quel giusto allineamento economico. La conclusione sarebbe positiva. I lavoratori vivrebbero meglio, gli imprenditori non farebbero certo la fame e ci sarebbe una migliore giustizia sociale.
Ma ora facciamo un’ipotesi diversa. I lavoratori guadagnano cento e cento è la giusta retribuzione. Tuttavia, anche in base all’art.36 della Costituzione, essi sono convinti di meritare centotrenta. Dunque scendono in piazza con i forconi, provano a strappare quel nuovo salario ed ottengono di fatto la chiusura delle imprese. Perché se una retribuzione è antieconomica, non c’è possibilità di concederla. La conclusione dei due apologhi è che se la “rivoluzione economica” è ragionevole, tende ad un giustificato riallineamento della situazione lavorativa. Se invece è irragionevole, si traduce in una perdita economica per tutti. Purtroppo, nessuno può dire a priori se essa sia ragionevole o irragionevole: ma in fin dei conti lo dicono i fatti. Sicuro è che la violenza non potrà in nessun caso cambiare le leggi economiche le quali – diversamente da quelle dello Stato – non costituiscono un “dover essere” (Sollen, dicevano i giuristi tedeschi) ma un Sein (un “essere”). Né più né meno delle leggi di natura.
E questo chiude il cerchio. La retribuzione del lavoro può essere più o meno adeguata, economicamente, ma essa non può dipendere dalla morale o dalla volontà politica. Il suo incremento, e un conseguente miglioramento della condizione di vita dei prestatori d’opera,  potrà dipendere dalla lotta sociale, e perfino dalla violenza, ma soltanto se corrisponde ad una situazione economica sbilanciata, rispetto alla quale quella lotta sociale costituisce un acceleratore. Ma nessun acceleratore può far avanzare l’automobile, se nel serbatoio non c’è benzina.
Piccola nota. Poco fa s’è detto che “se una retribuzione è antieconomica, non c’è possibilità di concederla”. In realtà in qualche caso in Italia qualcuno l’ha ottenuta: perché lo Stato ci ha messo la differenza. Ma quella differenza proveniva dalle tasche dei contribuenti: cioè alcuni lavoratori erano costretti a passare ad altri lavoratori, non necessariamente più meritevoli, una parte del loro salario. E il risultato di questo genere di politica l’abbiamo sotto gli occhi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 gennaio 2014

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politica interna
17 marzo 2012
SE I SINDACATI DICESSERO DI NO
Nella situazione attuale, il governo, la Cgil, la Cisl, la Uil e la Confindustria dicono che, se non esistono certe condizioni minime, non firmano l’accordo. Purtroppo, le condizioni minime o non esistono per l’uno o non esistono per l’altro. 
Nell’antichità e nel Medio Evo si verificava qualcosa di simile con l’assedio. A volte esso si concludeva con un assalto vittorioso al castello, ma spesso si aveva uno stallo: l’assediante non riusciva ad entrare, l’assediato non riusciva a scacciarlo. E tuttavia alla lunga si manifestava una grande differenza, rispetto agli scacchi: l’assediato aveva bisogno di cibo e poteva arrendersi per fame; l’assediante era anch’esso in difficoltà, tanto che a volte desisteva.
Per quanto riguarda la riforma del lavoro, la situazione non è del tutto dissimile. Il “no” dei sindacati ha indubbiamente un peso ma non è un’arma risolutiva. Il governo  può infatti inviare comunque la riforma al Parlamento, e porre la questione di fiducia. Il problema si sposterebbe allora dal tavolo delle trattative alla società, ai partiti e al Parlamento.
Se i sindacati, in caso di un atto di forza, fossero in grado di mobilitare la società al punto da paralizzare l’Italia con una seria di scioperi, fino a mettere in pericolo la pace sociale e la stabilità economica, l’esecutivo potrebbe essere indotto a cedere. Ma i sindacati hanno ancora questo seguito? Essi avrebbero certo l’entusiastico consenso di personaggi esagitati come Landini della Fiom o i politici di Sinistra e Libertà, per non parlare dei fossili di Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, ma non è detto che avrebbero il sostegno del Pd. E questo potrebbe pesare parecchio, sia nel quantum delle adesioni alle manifestazioni, sia nel giudizio che i giornali darebbero della protesta. Si è visto con le manifestazioni Anti-Tav.
Il problema principale dunque non riguarda i sindacati o gli extra-parlamentari ma i tre partiti della maggioranza. Una volta che la riforma fosse definita, magari dopo l’abbandono del tavolo dei negoziati da parte della Cgil, che farebbe il Pd? Un tempo si diceva che la Cgil era la cinghia di trasmissione del Pci, poi si è detto che il Pd è la cinghia di trasmissione della Cgil: ora Bersani e i suoi avrebbero il coraggio di disobbedire al “loro” sindacato e a una buona parte della loro base, allevata nel più utopico massimalismo?
Se dovessero sposare la causa della Cgil poi dovrebbero votare la sfiducia a Monti. E questo probabilmente non basterebbe neanche a far cadere il governo, perché il Pdl (da sempre desideroso di attuare quella riforma) e l’Udc sarebbero in grado di confermare la fiducia all’esecutivo.  
La conseguenza sarebbe che il provvedimento passerebbe comunque e la situazione politica sarebbe totalmente cambiata. Il governo non sarebbe più l’espressione di una maggioranza tripartita ma di un centro-destra sostenuto da Pdl e Udc, cosa di cui sarebbe felice Silvio Berlusconi; il Pd invece sarebbe indicato come il partito degli sfascisti, il partito di quelli che non vogliono conformarsi ai pressanti consigli dell’Europa, il partito di quelli che vogliono fare fallire l’Italia come la Grecia. Pessimo affare.
Se invece il Pd decidesse di votare la fiducia al governo Monti, se pure condendo la decisione con tutta la retorica possibile a proposito del dovere di salvare la Patria, di fatto si attuerebbe la più grave frattura fra il Pd e la Cgil dell’era repubblicana. La conseguenza più ovvia sarebbe che soprattutto la sinistra estrema ed extraparlamentare griderebbe che il Pd non è affatto “il partito dei lavoratori”, ma “il partito dei padroni”, “il servo dei capitalisti”, “l’alleato della Confindustria” e, ancora peggio, uno che ha fatto un favore a Berlusconi. Se non è un pessimo affare, certo è una gatta da pelare.
In tutto questo frangente il governo potrebbe rimanere sereno e tirare diritto. Infatti, pretendendosi tecnico,  non dovrebbe mirare a rimanere al potere dopo le elezioni; dovrebbe essere pronto a fare le valigie, se battuto in Parlamento; e infine, più semplicemente, dovrebbe essere disposto a continuare a governare se pure con una maggioranza meno grande. Ma per profittare di questa comoda posizione dovrebbe essere capace di dimostrare fermezza. E questa non è una qualità che abbondi, a sud delle Alpi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 marzo 2012


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politica estera
14 marzo 2012
LADY ELSA
Seguiamo da settimane, anzi da mesi, la discussione fra il governo - nella persona della ministra Elsa Fornero - e i sindacati. “Seguire” è tuttavia un verbo eccessivo. Indica un’attenzione costante o, quanto meno, la buona volontà di leggere tutto quanto viene pubblicato in materia. Invece l’osservatore disincantato legge solo i titoli perché vede la discussione con i sindacati come la pubblicità dei rimedi contro la calvizie: si vantano mirabolanti risultati sin dai primi tempi della Domenica del Corriere e tuttavia, a parte i “trapiantati”, ci sono ancora i calvi. E non solo fra coloro che non si possono permettere di spendere molto, ma anche fra i ricchi e famosi. 
Ciò non significa che la calvizie sia invincibile o che non si troverà mai un rimedio contro di essa. E nello stesso modo non è sicuro che i sindacati l’avranno sempre vinta: ma l’atteggiamento scettico è l’unico dettato dall’esperienza.
Dunque chiunque legga solo i titoli non ha il dovere di chiedere scusa: se qualcosa deve spiegare è perché non salti anche quelli. E forse può spiegarlo facendo rilevare che oggi siamo in una situazione diversa dalle precedenti: chissà, potrebbe magari esserci qualche novità. I ministri non hanno la viva speranza di ogni politico, cioè non contano di essere ancora ministri dopo il 2013; forse non contano neppure di entrare in un partito e di continuare a fare politica. Potrebbero dunque avere la tentazione di “fare la cosa giusta” perché il massimo prezzo da pagare – e cioè la scomparsa dalla scena politica – lo hanno già messo in conto. In secondo luogo, quando si tratta di dimostrare che intende “fare la cosa giusta”, il ministro “tecnico” dispone di una possente giustificazione: è quella l’opinione dell’Europa e dei mercati. Dunque può dire a tutti, a muso duro: “Da un lato non potete farmi niente, perché niente io voglio da voi; dall’altro che il governo abbia ragione non lo dico io, lo dicono delle autorità più in alto di me e di voi”. E, si sa, andare contro l’Europa non è politically correct.
Potenti motivi per sperare, dunque. E tuttavia l’uomo di buon senso non ci riesce. Da noi la demagogia parte sempre vincente. Mentre in Svizzera due cittadini su tre votano per non avere due settimane in più di ferie l’anno, in Italia abbiamo visto troppe volte prevalere la fazione che sostiene la tesi sbagliata. In un Paese allevato a credere all’utopismo sfasciatutto del Partito Comunista, se si facesse un referendum per scegliere se avere tutti una bottiglia di vino in regalo o la Luna nel pozzo, la Luna nel pozzo vincerebbe con largo margine.
Stavolta i sindacati sono più prudenti del solito perché la signora Fornero è forse capace di commuoversi sui cittadini che devono fare sacrifici, ma sembra meno incline alle lacrime quando si tratta dei privilegi degli iper-protetti. Lei non dimentica quei milioni di lavoratori senza padre né madre di cui si disinteressano i tribuni della plebe. Non sarà una Iron Lady, ma non è neppure detto che si riveli una Rubber Lady (una signora di gomma). 
La verità è che chiunque deve stare attento, quando affronta una donna di potere. La signora Fornero sa che se un uomo cede è accomodante, se una donna cede, si sa, è una donna. Per questo una signora importante è un avversario più temibile del previsto: ne seppero qualcosa gli argentini, quando sottovalutarono Margaret Thatcher. O coloro che osarono sfidare Golda Meir. Gli uomini hanno troppo a lungo disprezzato le donne perché esse non siano pronte a far loro rimangiare la loro arroganza. 
È vero, la Fornero ha di fronte un’altra donna, Susanna Camusso: ma costei è costretta a ripercorre sentieri talmente vecchi e frequentati che non vi cresce l’erba. Ciò che ripete è una canzone troppe volte sentita. Forse il suo coraggio di donna si rivelerebbe veramente se riuscisse ad andare contro i pregiudizi della sua base.
Non si riesce ad evitare di riporre qualche speranza in questa ministra del lavoro, ma rimane da vedere se il governo la sosterrà fino in fondo; se l’Italia non sarà messa a ferro e fuoco dalla base delirante della sinistra; se non ci sarà una tale serie di scioperi da mettere in pericolo la fragile stabilità economica dell’Italia; se infine Mario Monti, che non è una donna, non riterrà dopo tutto che, come si è rinviata la “seconda fase” per tre mesi, la si può rinviare per tredici. E all’art.18 e al rilancio economico dell’Italia che ci pensi qualcun altro. Forse San Gennaro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 marzo 2012


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ECONOMIA
27 dicembre 2011
IL SINDACALISTA A CAVALLO


I sindacati hanno favorito i lavoratori? Sembra una domanda stupida, dal momento che sono nati proprio per questo. Ed è vero che prima non c’erano i sindacati e i contadini e gli operai erano sfruttati come animali da soma, poi ci sono stati i sindacati e i lavoratori hanno avuto retribuzioni meno miserabili. Ma ciò non significa che i due fenomeni storici siano l’uno la causa dell’altro: una sequenza cronologica non è necessariamente una sequenza causale.

Galileo Galilei, nel formulare i principi del metodo scientifico, ha raccomandato lo scrupolo nell’identificazione delle cause. Se ogni mercoledì si è fatto un certo esperimento a caldo, e facendolo a freddo di giovedì non riesce, bisogna vedere se la causa dell’insuccesso sia la temperatura o il giorno della settimana. Bisogna ripetere l’esperimento a freddo di mercoledì e a caldo di giovedì.

È vero che i sindacati hanno ottenuto patti migliori per i lavoratori: ma ci si può chiedere se la possibilità di concederli era sempre esistita - e ai lavoratori non erano stati concessi – oppure se, con o senza i sindacati, sono stati concessi quando è stato possibile concederli. I miglioramenti sono dovuti ai sindacati o al progresso economico?

Prendiamo l’orario di lavoro. Nell’economia primitiva la produttività è così bassa che si sopravvive lavorando da mane a sera. È stato così per millenni. Quando la produttività si è elevata, sono invece cambiate le condizioni oggettive: non è stato più necessario lavorare per dodici ore al giorno, perché in otto si produceva sufficiente ricchezza per far vivere il prestatore d’opera e rendere conveniente il pagamento del suo salario. La prima condizione per ottenere un orario di lavoro diverso non è stata il modo di chiederlo, ma il quantum di ricchezza prodotta in quel tempo. I sindacati non avrebbero “creato” le conquiste dei lavoratori ma si sarebbero semplicemente fatti interpreti delle mutate condizioni produttive.

Che la condizione dei prestatori d’opera dipenda più dalla situazione economica che dall’ideologia si è visto anni fa in Giappone. A lungo i suoi operai sono stati presi in giro, in Italia, perché cantavano l’inno dell’impresa e non scioperavano mai. La leggenda li avrebbe voluti schiavi stupidi come formiche. In realtà il Paese cominciò a produrre ricchezza, arrivò ad essere la seconda economia del mondo e i lavoratori divennero benestanti. È molto più importante produrre ricchezza che pensare a come distribuirla. Né diversamente vanno le cose nella Cina attuale. Qui i salari sono bassi, i sindacati non contano ma nessuno soffre la fame come ai tempi di Mao, i grattacieli sorgono come funghi, le automobili, un tempo una rarità, aumentano drammaticamente e il livello di vita è molto migliorato.

La regola ha avuto conferme anche in Europa. I sindacati dei metalmeccanici tedeschi, pur di ottenere che alcune grandi imprese non spostassero la loro produzione all’estero, hanno accettato riduzioni di salario. In Italia gli operai della Fiat, checché dicessero i sindacati, hanno capito che o accettavano modelli produttivi diversi o perdevano il lavoro. Perché anche la Fiat avrebbe “delocalizzato”.

Le leggi dell’economia sono implacabili anche per quanto riguarda l’occupazione. Se i salari sono più alti di ciò che sarebbero in regime di libera contrattazione, chi ha un lavoro farà di tutto per non perderlo (si veda la venerazione per l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori) e chi non l’ha non l’otterrà: perché il mercato può assorbire solo quei lavoratori che non si rischia di avere in soprannumero e che producono tanta ricchezza da compensare gli errori strutturali del modello produttivo. I lavoratori saranno così divisi in occupati, con vantaggi superiori a quelli che meritano, e sottoccupati o disoccupati, della cui disperazione nessuno si curerà. Tutto questo mentre prospera il mercato nero del lavoro, in particolare quello degli immigrati.

Una libera economia è l’arma migliore per contrastare la disoccupazione e gli abusi a carico dei dipendenti. Se c’è lavoro, e un operaio è trattato male dall’imprenditore, andrà a lavorare da un altro. Se non c’è lavoro, sarà spesso assunto come precario, dovrà sempre chinare la testa e perfino firmare sottobanco patti contrari ai suoi diritti. La rigidità del mercato incrementa la disoccupazione invece di diminuirla.

Il lavoro è regolato dalle leggi della domanda e dell’offerta, come gli altri, e volendone turbare l’andamento naturale si distrugge ricchezza. L’unico prezzo giusto di qualunque bene o prestazione è quello determinato dall’autoregolazione economica, evitandone le distorsioni (per esempio con le leggi antitrust). Ecco perché un Paese privo di risorse naturali, come la Svizzera, dei cui sindacati non si hanno notizie, è più prospero di un Paese come l’Italia, in cui ci sono dei sindacalisti, come Giorgio Cremaschi, che tendono ad assumere atteggiamenti da Bartolomeo Colleoni a cavallo. Per poi guidare le grandi masse verso la disoccupazione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

27 dicembre 2011


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ECONOMIA
22 novembre 2011
LA FIAT GIOCA L'ASSO DI BRISCOLA

Affaritaliani.it reca questo titolo(1): “La Fiat ha disdettato i contratti vigenti nell'intero gruppo, passo necessario per introdurre in tutti gli stabilimenti il nuovo contratto sul modello di quelli siglati a Pomigliano e Mirafiori”. Sembra una nota aziendale ed è una rivoluzione.

Va premesso che quasi un anno fa i sindacati (con l’eccezione di Fiom, Cgil e Ugl) avevano accettato  il “contratto unico aziendale” ma spesso non si fa attenzione all’effetto concreto di una decisione finché non se ne constatano le conseguenze. E ora la conseguenza è che la Fiat, improvvisamente, dà poco più di un mese di tempo ai sindacati aziendali per concludere il nuovo accordo. Naturalmente parla anche di possibili condizioni “migliorative”, ma è tutto eccipiente rispetto alla sostanza ultima:  i grandi sindacati sono stati espulsi dalla Fiat. Quelli aziendali dichiarano coraggiosamente di “accettare la sfida”, ma una cosa è certa: chi può minacciare la chiusura possiede l’asso di briscola. Ed è interessante vedere come questo sia stato possibile. Come si sia potuti arrivare a tutto ciò in un Paese come l’Italia in cui i sindacati – come nella Gran Bretagna di Edward Heath - hanno sempre avuto l’ultima parola.

Come spesso avviene, i grandi cambiamenti della società non hanno come causa una decisione del governo o una rivoluzione di popolo ma piuttosto una maturazione culturale indotta dai fatti. La Rivoluzione Francese non provocò un cambiamento di mentalità, ne fu la conseguenza: la vera causa fu l’Illuminismo. Un movimento così possente da trionfare anche dopo Waterloo e dopo la Restaurazione. In Inghilterra ciò che Heath non seppe fare lo fece la Thatcher quando dimostrò che il governo poteva resistere per mesi allo sciopero dei minatori. Ma probabilmente ciò dipese – oltre che dalla ferrea natura della Lady – dal fatto che i tempi erano maturi. I britannici erano stanchi delle prevaricazioni dei sindacati e li privarono del loro sostegno: e infatti non solo i minatori piegarono la testa allora, ma i sindacati non furono mai più imperiosi ed arroganti come erano stati prima. La Gran Bretagna aveva voltato pagina, tanto definitivamente da non tornare indietro nemmeno quando Blair, laburista, andò al governo.

In Italia non s’è avuto né un Illuminismo sindacale né uno scontro aperto come quello dei minatori con la Thatcher. Più semplicemente, cominciando dalle finanze dello Stato, ha comandato il brutale linguaggio della Tavola Pitagorica. In passato, quando la grande impresa si è scontrata con i “lavoratori”, il governo si è affrettato a “mediare” in favore del sindacato, essendo anche pronto a mettere la mano in tasca per concludere l’accordo. Oggi non se lo può più permettere. Dunque la Fiat è ridivenuta un’impresa che o sopravvive con le proprie forze o non sopravvive. Proprio per questo si è potuta presentare a Pomigliano d’Arco dicendo, con la voce di Marchionne: “O accettate questi patti sindacali o la Fiat chiude. E voi restate senza lavoro”. I lavoratori, checché abbia potuto gridare la Fiom, illusa che i tempi non cambiassero mai, hanno ovviamente votato per il lavoro. E ora la stessa cosa si propone per tutti e 72.000 i lavoratori della Fiat.

Prima abbiamo avuto molti decenni di follia ideologica e si è a lungo creduto che i “principi” valessero più dell’aritmetica. Ora si ritorna alla realtà: il lavoro è uno degli elementi della produzione e deve essere rimunerato al massimo ma compatibilmente con i limiti economici dell’impresa. Non esiste alcun deus ex machina che possa rendere il salario una variabile indipendente.

È stato necessario sbattere il naso contro un possibile fallimento per ricuperare il semplice buon senso. Ma, si sa, il buon senso in Italia è stato spesso considerato cosa da persone insensibili. O da nemici dei lavoratori.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

22 novembre 2011

 (1)http://affaritaliani.libero.it/economia/fiat-accordi-sindacali211111.html

 


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POLITICA
19 giugno 2011
DIANA DI EFESO FOR PRESIDENT
Nella realtà ci sono due ruoli fondamentali, quello del fornitore e quello del fruitore. Il chirurgo che prende l’autobus ha il diritto di disinteressarsi di tutti i lati tecnici e giuridici della guida. Lui è il fruitore e l’autista è responsabile di tutto, inclusa la sua sicurezza. Viceversa, se lo stesso autista chiede di essere operato, è il chirurgo che ha tutti i doveri e tutte le responsabilità. Ora è l’autista il fruitore.
Questo dualismo col tempo ha condotto a degli eccessi. Se un bambino elude la sorveglianza e si butta dal balcone, il magistrato condanna i genitori per omicidio colposo: con ciò stabilendo il principio che essi non dovrebbero assolutamente mai, neppure per un momento, perdere di vista il piccolo. E noi ci chiediamo se quello stesso magistrato lo abbia fatto con i suoi figli. A scuola, se un ragazzo non studia, si ha tendenza a dare il torto alla famiglia (ha problemi, i genitori non seguono abbastanza “il bambino”) o agli insegnanti: “un insegnante bravo dà agli alunni la voglia di studiare”. I ragazzi non sono tenuti a nessuno sforzo: sono esclusivamente dei fruitori.
Partendo da queste premesse, l’individuo si abitua a restringere l’ambito della propria responsabilità e a dilatare straordinariamente quella altrui. In campo lavorativo la tendenza è quella a disinteressarsi del prodotto finale (è responsabilità di coloro che dirigono il lavoro) e all’economicità della gestione. Si chiede di più anche quando si sa che l’impresa è sull’orlo del deficit. Il fruitore del salario osa sfidare l’impresa che ipotizza di andare a produrre altrove come se potesse obbligarla a rimanere. O come se l’essere operaio lo mettesse nella condizione del neonato che si disinteressa del modo in cui la madre produce il latte.
La tendenza dura da tanto tempo che sarebbe ingiusto puntare il dito contro qualcuno in particolare: è un fenomeno epocale. I singoli possono anche non accorgersi della sua novità. Considerano del tutto naturale ciò che hanno visto da quando sono nati. E infatti – ci scommetteremmo - molti lettori di queste righe sosterranno, per gli alunni e per gli operai, che essi non hanno più responsabilità dei passeggeri dell’autobus.
La catena fruitore-fornitore procede verso l’alto, restringendosi come una piramide, fino a colui che non può passare il cerino a nessuno: lo Stato. Questo ha condotto ad una elefantiasi della macchina pubblica e delle sue funzioni. Dal momento che è più comodo essere fruitori e che fornitori, ognuno ha cercato di passare le proprie responsabilità al vicino e il risultato è il mito di una Entità onnipotente e provvidenziale, responsabile di tutto e cui si ha il diritto di chiedere qualunque cosa. Perché questa Grande Madre Metafisica ha il dovere di fornire qualunque cosa.
Si tratta di una mitologia non diversa da quella dei greci quando scolpirono la statua della Diana di Efeso. A Villa d’Este (Tivoli) se ne può vedere una copia in travertino: una figura di donna turrita (a proposito, come l’Italia) dalle innumerevoli mammelle da cui sgorga acqua, simbolo ininterrotto di vita. Noi tutti siamo convinti di poterci attaccare alle mammelle di Mamma Italia.
La politica è stata trasformata da questa mentalità. Mentre in teoria il contrasto dovrebbe essere fra ciò che il governo fa e ciò che l’opposizione propone, in pratica tutti reputano che la politica alternativa consista nel chiedere. I sindacati, anche quelli moderati, minacciano lo sciopero generale se lo Stato non rilancia l’economia (senza dire come potrebbe farlo); ai precari Santoro dice che “dovrebbero scendere in piazza”, cioè chiedere, minacciando violenze; il colmo lo abbiamo a Pontida dove il principale ed essenziale alleato di governo chiede riforme ed altro, minacciando la maggioranza come se non ne facesse parte o come se non fosse in nessun modo responsabile della politica sin qui attuata. Il capo, Umberto Bossi, è uno straordinario animale politico: sa di dover dire queste sciocchezze per fare contento un uditorio abituato alla politica del “chiedere a brutto muso”.
In queste condizioni, c’è da stupirsi che qualcuno accetti di mettere le mani sul volante del fornitore finale. Se avessero più buon senso di quanto non siano ambiziosi, i ministri dovrebbero in blocco andare a sedersi fra i passeggeri. Forse l’autobus lo guiderà la Diana di Efeso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
19 giugno 2011

Ecco l’immagine, per chi volesse vederla:
http://www.psicologia.roma.it/Gallerie/Tivoli/Tivoli%20statua%20seni.jpg

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POLITICA
28 luglio 2010
LA SPIETATEZZA DELLA FIAT
La spietatezza è qualcosa di terribile. Si pensa ai torturatori, agli sterminatori, a tutti coloro che sono indifferenti al dolore altrui. Dirne bene è impensabile. E tuttavia, come per l’egoismo, per l’obbedienza e per parecchi altri concetti, il confine tra positivo e negativo è più incerto di quanto non si pensi.
In anni lontani, la Fiat è stata in tali difficoltà, da far temere per il lavoro di migliaia e migliaia di dipendenti. Per questo lo Stato è intervenuto a suo favore e nessuno l’ha dimenticato. Infatti, ora che la Società è disposta a dar lavoro agli italiani solo se può operare in modo economico, molti dicono: la Fiat ha ricevuto denaro dallo Stato, ora lo restituisca, operando qui in condizioni meno vantaggiose che altrove o addirittura in perdita.
Naturalmente la richiesta è assurda. Questi “regali” sono stati spesi decenni or sono e la Fiat non li tiene certo in cassaforte; se erano “regali”, non se ne può chiedere la restituzione; inoltre, come fare il bilancio fra ciò che la fabbrica ricevette e ciò che restituì in termini di ricadute positive per il Paese? E quanto costerebbe ora produrre in perdita, a tempo indeterminato? È chiaro che si tratta di chiacchiere da bar.
L’errore di tutto questo sta a monte. Se vedo un uomo che sta per affogare, e sono in grado di salvarlo, lo salvo senz’altro. Ma non devo aspettarmi nulla, da lui. Devo salvarlo in pura perdita, in nome del sentimento di umanità. Se viceversa qualcuno si trovasse in gravi difficoltà economiche ed io lo aiutassi, commetterei una grossa imprudenza. In questo campo chi è stato salvato una volta crede spesso di avere acquisito il diritto di esserlo di nuovo ed anzi, se non lo è, si arrabbia e minaccia di non restituire il primo denaro. Nello stesso modo: se il governo aiuta di nuovo la Fiat, sarà condannato da tutti i contribuenti italiani: “Perché dare ancora denaro agli Agnelli?”; se non l’aiuta, sarà condannato da tutti i lavoratori e tutti i sindacati italiani: “Il governo fa il Ponte sullo Stretto e pur di non aiutare la Fiat crea migliaia di disoccupati”. La soluzione? Ora forse non c’è ma un tempo ci fu: il governo non avrebbe dovuto mai aiutare la Fiat. Se aveva da fallire, che fallisse. E se gli operai avevano da rimanere disoccupati, che lo rimanessero: a chi chiedeva l’intervento dello Stato, si sarebbe dovuto rispondere che non si poteva aiutare un’impresa privata a spese dei contribuenti.
È una regola generale che si può applicare in mille direzioni. Dopo la guerra gli Stati Uniti concessero all’Europa grandi aiuti economici - il famoso “Piano Marshall” - e parecchi anziani lo ricordano ancora con gratitudine. Ma moltissimi sono pronti a dire: “Se hanno concesso aiuti, è segno che gli conveniva. Non l’hanno certo fatto per generosità”. E allora se ne deduce che, in casi simili, uno Stato deve aiutarne un altro solo se gli conviene. Quanto meno, quando sarà criticato, non si morderà le mani.
La regola vale anche ai livelli minimi. Un uomo rifiutò di vendere una casa alla sorella perché costei, che prometteva di pagare a rate, era troppo povera. Le diceva: “O pagherai le rate, affamando i tuoi figli e facendomi condannare da tutti come strozzino, o non pagherai le rate e io avrò perso l’appartamento”. La sorella si offese e ruppero i rapporti: ma li avrebbero rotti comunque.
In totale, non si può agire a fin di bene se si ha la certezza che, dopo, si sarà condannati da tutti. Perché se questo avverrà, sarà segno che si è agito male. E se non si può evitare la condanna, bisogna almeno evitare inutili perdite economiche.
Sergio Marchionne, avendo il coltello dalla parte del manico, non dovrebbe cedere su nulla. Tanto, anche a cedere fino a rischiare il fallimento, domani direbbero che, se la Fiat ha fatto questo o quello, è segno che le conveniva questo o quello.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 luglio 2010

POLITICA
23 luglio 2010
UN SILLOGISMO SULLA FIAT

Tesi. La Fiat conta di produrre la monovolume in Serbia e non a Torino Mirafiori per i costi infinitamente minori della manodopera, per il diverso comportamento dei sindacati e per le condizioni di favore - fiscali e finanziarie - offerte dal governo di quel Paese. In sostanza, per interesse.
Antitesi. Operai, sindacati, governo, giornali e pubblica opinione condannano la Fiat e chiedono che la produzione rimanga in Italia, anche per le ricadute in termini occupazionali. Naturalmente riconoscendo che, dal punto di vista economico, l’offerta serba rimane imbattibile.
Sintesi. Si chiede alla Fiat di produrre in Italia, eventualmente anche a costi antieconomici, ma chi ripianerà gli eventuali deficit, lo Stato? E la protesta contro i favori fatti alla Fiat non era forse corale? Insomma, la sintesi è: chi chiede che la Fiat produca la monovolume a Mirafiori chiede che la Fiat sopravviva a spese dei contribuenti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 luglio 2010


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POLITICA
23 giugno 2010
QUASI SCHERZANDO
S’I FOSSI MARCHIONNE

Per chi venera il realismo come una stella polare, il referendum di Pomigliano significa puramente e semplicemente che non c’è una sufficiente maggioranza di operai disposta a promettere la pace aziendale alla Fiat. Conseguentemente, se l’impresa mantenesse quanto promesso, dovrebbe avviare la produzione della nuova Panda in Polonia e non in Campania. Ma in questo caso si sentirebbe stramaledire da un coro di voci indignate: governo, sindacati, operai, giornali, politologi, prelati, tutti direbbero che vuole affamare Pomigliano d’Arco; che tutti i sindacati avevano firmato (dimenticando che la Fiat chiedeva appunto che fossero tutti, e così non è stato); che la Fiat essa aveva preso l’impegno di investire, se il referendum avesse avuto un risultato positivo (dimenticando che essa chiedeva un autentico plebiscito, non la semplice maggioranza), ecc.
Se Pomigliano piange, Torino non ride. Problemi per tutti.
A questo punto si può giocare a fare ipotesi sul modello di quelle di Cecco Angiolieri. S’i fossi foco, s’i fossi papa, s’i fossi Marchionne.
Nei suoi panni, si potrebbe passare la patata bollente agli altri, stilando un comunicato stampa come quello che segue:
“1) La Fiat prende atto del fatto che il 36% di coloro che hanno votato nel referendum dei lavoratori di Pomigliano d’Arco, e un sindacato che rappresenta il 17% di tutti loro, non sono d’accordo  sulle condizioni di lavoro proposte. La produzione della Nuova Panda sarà dunque avviata in Polonia.
2) La Fiat potrebbe avviare questa produzione a Pomigliano se la Fiom firmasse l’accordo e se questo accordo fosse confermato dagli operai con un secondo referendum in cui i sì giungano almeno all’85%.
3) Infine l’impresa è disposta ad investire a Pomigliano alle condizioni precedenti se lo Stato si impegna, in caso di difficoltà economiche, a ripianare il deficit dell’impresa”.
In questo modo, al punto uno si mantiene quanto prospettato in precedenza; al punto due si rende chiaro che la responsabilità della mancata produzione ricade sulla Fiom e su quel 36% dei lavoratori che ha detto no; al punto tre, che se si impone ad un’impresa di operare in deficit, questo onere ricade poi sui contribuenti. Ed è bene che questi lo sappiano.
Sarebbe divertente vedere come reagirebbero, le anime belle di ogni colore.
S’i fossi Marchionne, sare’ allor giocondo...
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 giugno 2010

POLITICA
23 giugno 2010
A POMIGLIANO NON SONO MATTI
La previsione di tutti era quella di una vittoria schiacciante dei sì, e questa vittoria non s’è avuta. Si sono espressi positivamente meno di due operai su tre ed ora è necessario tentare di capire il fenomeno.
L’alternativa secca, per come era stata proposta e capita, era: volete un lavoro, anche se a condizioni meno favorevoli, o preferite essere disoccupati? Pareva una domanda retorica. Addirittura finta. Come chi chiedesse: preferite essere pressoché sani o gravemente malati? Il risultato invece è stato che un lavoratore su tre “preferisce essere disoccupato”. Come si spiega?
Secondo Hegel “tutto ciò che è razionale è reale”. Poiché è assurdo che si metta volontariamente a rischio il proprio posto di lavoro, bisogna trovare una spiegazione che faccia apparire ragionevole il no di un lavoratore su tre.
Se a Pomigliano non sono matti, si può star certi che anche quelli che hanno votato no non vogliono mettersi nei guai. Dunque - ecco  l’applicazione della razionalità teorica hegeliana - hanno pensato che, anche esprimendosi così, non avrebbero perso il lavoro. Hanno pensato che la Fiat chinerà la testa e andrà a costruire la nuova Panda in Campania anche alle vecchie condizioni sindacali.
Un simile atteggiamento - apparentemente illogico, dopo le ripetute minacce di Marchionne - si spiega con l’esperienza. L’esperienza della vigliaccheria dello Stato italiano. “Se diciamo no, e la Fiat se ne va, il governo potrà permettersi cinquemila disoccupati? Certo che no”. Dunque, pur votando come hanno votato, i lavoratori di sinistra non sono disposti a perdere niente. Continuano a credere di essere più forti della Fiat, dello Stato e perfino della logica economica. Hanno torto? Solo il futuro lo dirà.
Attualmente l’atteggiamento corrente sui giornali e nel mondo della politica è questo: “Il sì non è stato schiacciante ma c’è stato. Ora sta alla Fiat prenderne atto...” In altri termini si spera che la Fiat faccia finta di avere vinto. Che porti quella produzione in Campania, si sobbarchi le condizioni produttive di sempre, fino ad arrivare all’inefficienza, al deficit e, chissà, alle sovvenzioni dello Stato. Purché non crei problemi al governo, ai sindacati che avevano accettato le condizioni (a cominciare dalla Cgil di Guglielmo Epifani)  e a tutti i partiti che le avevano avallate (a cominciare dal Pd).
Probabilmente in questo momento la trattativa si sarà spostata più in alto. Marchionne dirà al Governo: “In queste condizioni mantengo la produzione in Polonia. Se volete che vada a Pomigliano d’Arco, dal momento che un operaio su tre è largamente sufficiente per creare condizioni di vita impossibili, mi dovete garantire che, in caso di difficoltà, lo Stato si  farà carico del deficit”. Tremonti dirà di sì? E nel caso dicesse di no, lo Stato avrà l’energia per affermare che la questione non lo riguarda, che è stato un problema tra un’impresa privata e i suoi operai?
Gli italiani e i loro governanti - dai tempi delle compagnie di ventura - sono disposti a fare la mossa della guerra, ma non a farsi seriamente male. Senza avere simpatia per la Fiom e per gli operai che hanno votato no, comprendiamo dunque che l’esperienza è dalla loro parte.
Anche nella mentalità internazionale, del resto, in materia di vigliaccheria e tradimenti il nostro Paese si è fatto una fama. Temiamo che si avrà un’ulteriore spinta nella direzione di questo pregiudizio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 giugno 2010

POLITICA
16 giugno 2010
CANDIDE A POMIGLIANO D'ARCO
Esistono interi trattati di storia delle relazioni industriali, ma senza essere specialisti di diritto del lavoro, si può facilmente azzardare che lo sciopero è la conseguenza della capacità dei lavoratori di fare blocco unico. Questo era probabilmente impossibile quando l'attività produttiva era essenzialmente agricola: in quel caso i prestatori d'opera erano troppo sparpagliati, troppo ignoranti e troppo poveri per difendersi. Invece con l'urbanesimo, con la concentrazione della forza lavoro nelle fabbriche, quell'unione dei prestatori d'opera è stata possibile ed ha loro consentito di porsi, nei confronti del "padrone", su un piede di parità, tanto da imporgli una trattativa. "Tu hai il coltello dalla parte del manico ma se noi non produciamo tu non guadagni. Ti conviene dunque trattare e concedere qualcosa".
Naturalmente questo strumento, lo sciopero, che ha un costo per l'impresa,  ne ha soprattutto uno per i lavoratori: si perde una giornata di salario ed invece è ogni giorno che bisogna dar da mangiare ai propri figli. Come se non bastasse, in questa guerra ognuno ha cercato di utilizzare tutti i trucchi possibili, leciti e illeciti. I datori di lavoro hanno tentato di intimidire i capi sindacali o hanno tentato di comprarli, hanno cercato di utilizzare la serrata (chiusura temporanea dell'impresa), ecc. I lavoratori da parte loro hanno utilizzato gli scioperi a singhiozzo, lo sciopero di pochi che però blocca tutta la produzione ecc., L'articolo 39 della costituzione precisa che "Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano" ma è rimasto inapplicato, nel senso che non si è mai creata una legislazione in materia. Soprattutto non ci sono state regole sufficienti per tutelare le imprese da un uso improprio o sleale delle vertenze sindacali.
Questo quadro è rimasto inalterato più o meno per decenni. Se la battaglia era condotta fino alle estreme conseguenze, l'impresa aveva solo l'alternativa fra cedere fino al deficit (nel caso, col sostegno dello Stato) o chiudere. Il sindacato invece aveva mano libera: in primo luogo perché nessuna impresa vuol morire e poi perché la giurisprudenza e la politica erano pressoché costantemente dal suo lato. Tutto è andato avanti così fino alla famosa "Marcia dei quarantamila" (http://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_dei_quarantamila), che alla fine degli anni Settanta pose un termine al crescendo demenziale del sindacalismo distruttivo e autodistruttivo. Un sindacalismo che, più che a migliorare la condizione degli operai, sognava di demolire il sistema capitalistico.
Qualcosa, da quel momento finale di esasperazione, è andato un po' meglio, ma il potere dei sindacati è rimasto grandissimo. Si pensi alla vicenda dell'Alitalia, condotta tecnicamente al fallimento.
La vera svolta si ha tuttavia in questi giorni, perché anche in Italia si vede che l'impresa ha un'alternativa che un tempo non aveva: può andarsene e lasciare disoccupati i lavoratori. È a questo che si assiste a Pomigliano d'Arco. Dopo che per decenni l'alternativa è stata, da parte dei sindacati, "O così o chiudete", ora, con la globalizzazione e l'Unione Europea, l'alternativa è divenuta, da parte dell'impresa, "O così o ce ne andiamo". E la prospettiva degli operai è la fame.
I dirigenti Fiom non ci stanno, a questo "ricatto", e dimenticano gli innumerevoli ricatti inflitti prima alle aziende. Dimenticano soprattutto che, se la Fiat veramente rinunciasse a fabbricare la nuova Panda a Pomigliano d'Arco, loro, i dirigenti sindacali, il giorno dopo avrebbero di che vivere, mentre gli operai si troverebbero disoccupati. Questi signori giocano ai duri e puri, ma fanno gli eroi con le vite degli altri.
Il referendum del ventidue giugno probabilmente darà loro una risposta analoga a quella che darebbe il Candide volterriano, se fosse un operaio campano: "Tutto ciò che dite è bello e nobile, cari dottori Pangloss, ma quello che m'importa in primo luogo è avere un lavoro e un salario".
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 giugno 2010


POLITICA
15 giugno 2010
PERCHÉ LA FIOM DICE DI NO
La vicenda di Pomigliano d'Arco è chiara: la Fiat è disposta ad investire circa settecentocinquanta milioni di euro per riportare la produzione della Panda in Italia ma vuole che gli operai accettino condizioni di lavoro che impediscano, in futuro, comportamenti che renderebbero antieconomica la produzione. Dal momento che l'alternativa è la disoccupazione, tutti i sindacati hanno accettato. Dicono naturalmente di averlo fatto nell'interesse dei lavoratori ma in realtà rischiano di essere sconfessati dall'eventuale referendum e dunque preferiscono porsi alla testa del fenomeno piuttosto che subirlo.
La Fiom/Cgil invece dice di no. Teoricamente le argomentazioni degli altri sindacati dovrebbero valere anche per essa ma, secondo la legislazione attuale, se un sindacato non accetta un accordo, conserva intera la sua libertà di manovra. Un giorno potrà dunque ordinare lo sciopero dei suoi iscritti e questi, pure rappresentando solo una piccola frazione della forza lavoro, potranno paralizzare la produzione. Per questo - sempre che poi mantenga la parola - la Fiat ammonisce: o firmano tutti o non investiremo a Pomigliano.
Interessante è vedere il punto di vista della Fiom. Il problema è: nel rapporto fra azienda e lavoratori deve prevalere la normativa nazionale o l'accordo particolare siglato all'interno della stessa azienda? Se prevale la prima, il sindacato ha l'ultima parola, anche se ciò dovesse comportare l'antieconomicità della gestione; se viceversa prevale l'accordo particolare, il sindacato perde il suo potere di vita o di morte. E perde anche il diritto di proteggere i peggiori fra i suoi associati, gli assenteisti e i falsi malati, per esempio. E c'è di peggio: la pratica si potrebbe estendere a macchia d'olio nel resto d'Italia. In queste condizioni si capisce che la Fiom resista: in tutti gli organismi, dagli unicellulari in su, l'istinto di conservazione è il più forte. E nel suo caso la sopravvivenza dipende dal rimanere estremista.
Ora se la Fiom non firma e la Fiat investe lo stesso a Pomigliano, il sindacato avrà vinto. Se invece la Fiat mantiene la sua posizione e non apre la linea di produzione, Dio protegga la Cgil dalle stramaledizioni dei lavoratori.
Il sindacato d'origine comunista è rigido perché è più interessato al dato ideologico che al dato economico. Cedendo la darebbe vinta al "capitalismo selvaggio" (l'unico che conosca) e se, per non farlo, deve sacrificare il lavoro di migliaia e migliaia di lavoratori, tanto peggio: non si può chiedere ad un prete di dichiararsi ateo.
C'è tuttavia una ragione più curiosa, per il suo comportamento. Il mondo sviluppato non conosce una guerra da più di sessant'anni e la società attuale è pietosa, soccorrevole, pronta alla comprensione e al perdono. Oggi chiunque si trovi in difficoltà si volge allo Stato come un tempo ci si rivolgeva alla Divina Provvidenza. Ci si aspetta che l'Amministrazione pubblica risolva i problemi di tutti, protegga tutti, si occupi del bene di tutti. Il singolo non ha il dovere di essere prudente e di badare a se stesso come fa un vero adulto. Prevale l'idea che lo Stato debba prevedere ed impedire ogni male, anche quello che il cittadino, simile ad un bambino piccolo, può fare a se stesso. Ecco perché l'Amministrazione, come una madre apprensiva, è costretta ad imporre la previdenza, a inventare norme antifortunistiche inverosimili, per i luoghi di lavoro, molto, ma molto più severe di quelle che ciascuno attua in casa propria, per il bene dei propri figli. Anche se poi, all'italiana, la legge non viene messa in pratica. Non è dunque strano che questa società, nella persona del sindacato, pretenda poi che si perdoni anche chi all'occasione timbra il cartellino e va ad occuparsi poi degli affari suoi. È solo una marachella. Si può bastonare un bambino, solo per questo?
In questa società nessuno deve - dovrebbe - rimanere indietro. E nessuno dovrebbe pagare il prezzo dei propri errori o delle proprie colpe. Il cittadino è irresponsabile. La Fiom/Cgil  e gli operai hanno, come i bambini, il diritto di far male a sé e agli altri: tanto, se ci riescono, la colpa è dei grandi che non gliel'hanno impedito. Del governo, in particolare. Il fanciullino deve essere soccorso anche se ha fatto sì che la fabbrica Fiat rimanga in Polonia.
Non è uno scherzo. Se la Fiat non investirà a Pomigliano d'Arco, il sindacato l'accuserà di avere provocato un "problema occupazionale". Dirà che se quelle cinquemila famiglia fanno la fame la colpa non è del sindacato, è dei capitalisti, gli stramaledetti che con la produzione vogliono guadagnare. Che intervenga lo Stato. Che attinga al pozzo di San Patrizio. Che Berlusconi venda la villa di Arcore. Nella favola moderna, se il bambino non si salva è sempre colpa del governo.
La Fiom è convinta che lo Stato debba provvedere al pane dei cinquemila di Pomigliano. Dove lo prenderà, sono affari suoi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 giugno 2010

POLITICA
12 giugno 2010
IL SECCHIO VUOTO DEL SINDACATO
L'attuale trattativa tra la Fiat e i lavoratori di Pomigliano d'Arco, oltre che per le cinquemila famiglie interessate, è significativa dal punto di vista storico e teorico.
Luciano Lama, l'indimenticato leader sindacale della Cgil, una volta definì il salario "una variabile indipendente": indipendente dal rendimento dei lavoratori, dai bilanci dell'impresa e dalla sostenibilità economica. Forse pensava che l'erario avrebbe ripianato il deficit delle imprese (tutte?), forse pensava che sarebbe intervenuto San Gennaro, forse voleva solo far fallire lo Stato borghese: certo è che sul momento non ci fu una sollevazione, contro quell'enormità. Nessuno osò fiatare: Mussolini no, ma il sindacato aveva sempre ragione. In realtà, c'era da inorridire. La frase di Lama aveva la stessa logica di chi dicesse che si può dividere cento in tre ed avere tre volte quaranta, oppure che un secchio può versare più acqua di quanta ne contenga. E dire che già nel Medio Evo - epoca buia - si diceva "nemo dat quod non habet", nessuno può dare ciò che non ha. Ma forse nel sindacato non si masticava molto latino e ancor meno filosofia.
Il tempo è passato ed ha rimesso le cose a posto. Già in Germania, qualche tempo fa, in alcune grandissime fabbriche, fu proposta l'alternativa: o abbassamento del salario o "delocalizzazione". Cioè trasferimento all'Est degli impianti. I lavoratori votarono per l'abbassamento del salario. Ora una situazione analoga si riproduce a Pomigliano d'Arco: o gli operai rinunciano a quei comportamenti che potrebbero rendere l'attività antieconomica, oppure la Fiat Panda continuerà ad essere fabbricata all'estero. I sindacati (Fiom a parte), sono pronti a firmare e un tempo questo sarebbe stato un trionfo, per l'azienda: ma anche qui ci sono novità. La Fiat sa che non ha margini: non può più contare sullo Stato. E per questo non firma.
Il leader del sindacato dissenziente, Maurizio Landini, sostiene che l'azienda vuole togliere ai lavoratori il diritto di sciopero e il "diritto" di ammalarsi, ma la Fiat non potrebbe mai dire cose del genere. Il diritto di sciopero è nella costituzione. Dunque, per giudicare adeguatamente la trattativa, bisognerebbe conoscerne i particolari. Tuttavia, la sostanza la capì perfino Pinocchio: dopo avere mangiato le pere, la marionetta fu costretta dalla fame a mangiare i torsoli.
La Fiom parla di "ricatto" e fa finta di non accorgersi che la Fiat è a sua volta ricattata dal mercato. Per questo tutti concordemente suggeriscono che sull'accordo si pronuncino i lavoratori, anche se in passato i sindacati hanno sempre osteggiato il referendum. Stavolta però gli serve per passare la patata bollente agli operai: "Volete lavorare senza danneggiare in nessun modo l'azienda o preferite essere disoccupati?" Gran dilemma.
A proposito di "ricatto" la verità è che non c'è più quello del sindacato. In Italia questa è una sorta di rivoluzione.  Una nazione abituata a considerare i freddi numeri e la logica economica come una sorta di aberrazione comincia a fare i conti con la realtà. Anche quella storica.
Molti credono che la differenza di livello di vita fra l'Ottocento e il Novecento dipenda dalle "conquiste dei lavoratori" mentre per comprendere che non è vero basta esaminare la logica del salario. Si faccia il caso che il lavoratore produca dieci e il datore di lavoro gli paghi nove (la differenza è il plusvalore dei marxisti): questo significa che, in costanza di percentuale, il quantum assoluto del salario dipende dal quantum assoluto di ricchezza prodotta. Se l'operaio produce cento ha un salario di novanta, ma se produce mille ha un salario di novecento. Ecco l'origine della differenza di livello di vita fra gli operai dell'Ottocento e quelli attuali. Quelle che chiamano "conquiste dei lavoratori" sono in realtà "conquiste della produttività". Se gli operai dell'Ottocento avessero chiesto un salario che gli consentisse di vivere come vivono oggi, sarebbero stati tutti licenziati. Non per vendetta, ma perché nessun datore di lavoro se li sarebbe potuti permettere. L'imprenditore versa all'operaio meno ricchezza di quanta l'operaio ne produca perché diversamente non avrebbe interesse ad assumerlo. La riprova di tutto questo è che sono molto prosperi anche Paesi a bassa sindacalizzazione come la Svizzera (per non parlare degli Stati Uniti) e che nel Paese in cui è stato a lungo abolito il plusvalore, l'Unione Sovietica, il governo si è dovuto mantenere al potere con la forza ed ha condotto l'intero popolo alla miseria.
A Pomigliano d'Arco si comincia a studiare storia con esempi concreti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 giugno 2010
POLITICA
21 ottobre 2009
TREGUA, PACE E GIUSTIZIA
     Un lungo articolo di Daniel Pipes[1] sostiene che Israele non otterrà mai la pace con le concessioni ma conseguendo una vittoria. Yitzhak Rabin diceva che la pace si fa con i nemici ma – precisa Pipes – con i nemici vinti: la vittoria non ha alternative. Questa tesi è interessante per una riflessione più generale.

La nostra epoca è lodevolmente pacifica e, per così dire, “compromissoria”. Di fronte a qualunque contrasto il primo imperativo non è quello di dar ragione a chi ha ragione, ma quello di giungere ad un accordo tenendo conto degli interessi di chi ha torto. Se un poveraccio disoccupato rubasse un milione di euro, e fosse scoperto prima ancora che avesse speso quel denaro, giustizia vorrebbe che il denaro fosse interamente restituito al legittimo proprietario. Di fatto, secondo la mentalità corrente, sarebbe giusto che la maggior parte di quel denaro tornasse al ricco, ma una parte rimanesse al disoccupato, perché in stato di necessità; perché ha una famiglia; perché è la prima volta che ruba; perché, soprattutto, il dogma è che la ragione non sta mai tutta da una parte. In che modo è divenuto ricco, quel tale? Quanto ha pagato d’imposte? Le ha pagate tutte? Ed è giusto che ci sia da un lato chi è ricco e dall’altro chi non ha abbastanza da mangiare?

Questo tipo di ragionamento è assurdo. Se il bisogno scusasse, tutti si dichiarerebbero in bisogno. Il disoccupato deve essere aiutato dallo Stato, non può pretendere di derubare un privato. Inoltre, chi dice che il disoccupato non sia tale perché licenziato come ladro dall’impresa presso cui lavorava? Ipotesi perversa? E non è perverso chiedersi in che modo si è arricchito il derubato?

Analogo è il vangelo dei sindacati. Se il banconista licenziato vieta ai clienti di entrare nel bar, siamo di fronte a un reato. Se invece trecento dipendenti occupano una grande azienda, si chiama azione sindacale e per essa tutti esprimono comprensione. Bisogna concedere qualcosa ai quei lavoratori, indipendentemente dal fatto che abbiano ragione o torto.

È triste che questa mentalità imperi anche in ambito internazionale. La nostra epoca ama la tregua più della pace e la pace più della giustizia. Sosteneva una volta Luttwak che nell’ex-Jugoslavia il problema sarebbe rimasto eterno se non si fosse permesso ad un gruppo etnico di sterminarne un altro o almeno di scacciarlo da un dato territorio. A prescindere dal dato giuridico e a prescindere dalle esigenze di umanità, in passato si è raggiunta una pace stabile quando una parte è riuscita a schiacciare completamente l’altra. Gli esempi sono infiniti, aggiungiamo. Nel 1918 la Germania guglielmina perse l’Alsazia-Lorena ma il Paese non fu devastato: da questo nacque il revanscismo. Il Terzo Reich subì invece un disastro completo e crudele e il risultato è stato che la Germania non solo non ha più parlato di riavere l’Alsazia-Lorena ma ha rinunziato senza fiatare a grandi territori a est e persino a Königsberg.

La tesi di Luttwak può far saltare sulla sedia ma essa è vera de facto ed è orrendo che funzioni anche quando chi aggredisce ha torto e chi è aggredito ha ragione. Per questo è inaccettabile che si vieti a chi ha ragione di conseguire una vittoria totale e stabile. La pace è sicura solo quando lo sconfitto sa di non avere possibilità di rivincita. Se invece, come avviene, si ama più la tregua che la pace, e si fa di tutto perché intanto si cessi di sparare, chi stava perdendo da quel momento pensa a una seconda manche.

La regola è semplice: si deve sperare che l’aggredito sia veramente tale e non un aggressore che si maschera da aggredito, ma poi, se si vuole la pace, gli si deve permettere di vincere veramente la guerra.

Oggi l’amore della realtà (che è la stessa per il banconista e per i trecento lavoratori) e l’amore della giustizia (per cui l’aggredito deve avere il diritto di difendersi) è insufficiente. Si ha tendenza a sognare e predicare tonnellate di alta moralità, col rischio che questa nobiltà sia pagata da chi ha ragione. Senza dire che il prolungarsi di un conflitto alla lunga è pagato più duramente anche da chi ha torto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 ottobre 2009



[1] http://www.danielpipes.org/7653/peace-process-or-war-process


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