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POLITICA
10 dicembre 2014
CHE NOIA, LA CORRUZIONE

 

Il behaviourism è quella teoria psicologica che vuolestudiare i comportamenti partendo dalle azioni concrete, senza inferirne gliatteggiamenti soggettivi corrispondenti, considerati inconoscibili. E albehaviourism, in opposizione a tutto ciò che si sente in giro, vien fatto dipensare a proposito della corruzione in Italia. Prima di stracciarci le vesti,non sarebbe il caso di esaminare i fatti?

La costante reazione agli scandali, attualmente quellograndioso di Roma, veramente degno di una capitale, è innanzi tutto morale,giuridica, politica. Dipende cioè da punti di vista che si rivolgono, severi, allasoggettività degli attori: "Tu devi lasciare per sempre la politica","Tu devi restituire il maltolto","Tu meriti la galera". Ma tuttociò non serve a niente. Le dichiarazioni indignate e solenni non beneficiano inalcun modo la collettività. Anche mettere in galera i colpevoli serve a poco,dal momento che - a quanto si è sempre visto - non dissuade gli altri dal continuarenel malaffare. Dunque al massimo si aggrava l'affollamento carcerario. Ciò chesarebbe desiderabile non sarebbe tanto punire - o veder soffrire di più - icolpevoli che hanno rubato i soldi dello Stato, quanto fare in modo che ciò nonavvenga. Ed è chiaro che questo risultato non lo si può ottenere - o, almeno,non lo si è mai ottenuto - con i moniti, con le condanne morali e con lesentenze giudiziarie.

In certe civiltà esiste l'abitudine di lasciare sulmarciapiede una sedia con sopra una pila di copie del quotidiano locale. Chi nedesidera una si serve e mette i soldi in una cassetta. Naturalmente, se moltiprendessero il giornale senza pagarlo, o se qualcuno portasse via l'interacassetta, il sistema non potrebbe funzionare. E certo non cambierebbe le cose starea moralizzare i ladri di centesimi. O la civiltà di una comunità consente divendere i giornali sulla fiducia, oppure i giornali li deve vendere uncommerciante dall'occhio attento. Per la corruzione è lo stesso.

L'Italia ha dimostrato nel corso di molti decenni che non èpossibile sradicare la mala pianta della corruzione, e poco importa che illivello sia alto o basso, periferico o centrale. Non serve stabilire se idisonesti siano di destra o di sinistra: se c'è modo di arraffare il denarodello Stato, poco o molto che sia, s'è visto che quasi nessuno se ne priva. Ilrosario dei nostri scandali è talmente lungo da essere divenuto pesantemente noioso:cambiano solo i nomi. E proprio per questo bisogna smetterla di pensare dicavarsela con la reazione morale o giuridica. Bisogna trovare un'altrasoluzione.

Lo Stato ha il dovere di esercitare alcune funzioni che soloesso è in grado di esercitare, più alcune altre di cui reputa opportuno farsicarico, e tutti questi compiti richiedono un finanziamento. Purtroppo, laminaccia del giudice penale non si rivela sufficiente a frenare l'avidità dei funzionaridisonesti. La soluzione dunque non è bacchettare i colpevoli che hanno preso ilgiornale senza pagarlo, è togliere loro l'occasione di prenderlo. Per ognicompito dello Stato, bisognerebbe chiedersi se faccia veramente parte di quelliassolutamente necessari e imprescindibili, e se non lo è, abolirlo o lasciareche se ne occupino i privati. E ciò vale anche quando si tratta di compiti checorrispondono agli ideali più alti. Per esempio la sanità pubblica. Perfinoquando si tratta di soccorrere chi è in bisogno, la corruzione è in agguato.Basti vedere la quantità di truffe perpetrate ai danni dell'Inps, con lavolenterosa collaborazione dei cittadini più deboli (quegli stessi chedichiarano i politici disonesti da mattina a sera), dei medici superficiali ocorrotti, di funzionari di quel carrozzone assistenziale. In questi casi,bisogna ridurre drasticamente l'ambito dell'intervento statale.

Lo Stato italiano riesce a succhiare la metà di tutta laricchezza prodotta dalla nazione e questa è un'esagerazione, per non dire unarapina. Poi amministra somme di denaro straordinariamente grandi, incanalate inun numero straordinariamente grande di rivoli, e le occasioni di peculatodivengono tanto numerose da risultare incontrollabili. Soltanto un alto livellod'onestà potrebbe limitarle, ma noi non l'abbiamo. La soluzione dunque non puòche trovarsi all'altra estremità. Non: "essere tanto onesti da nonrubare", ma "non avere l'occasione di rubare".

Per questo si è partiti dal behaviourism: poco importaperché si prevarica tanto spesso. Tralasciando ogni tentativo di educazionemorale, ed anche di aggravamento delle sanzioni, bisogna impedire lapossibilità del suo verificarsi.

Naturalmente questo genere di considerazioni non ottieneascolto. Moralisti inguaribili, quando ci troviamo dinanzi alle conseguenze diciò che siamo, invece d'invocare una soluzione tecnica, invochiamo l'angelosterminatore. Cioè continuiamo a preferire la mitologia alla scienza.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

8 dicembre 2014


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POLITICA
12 ottobre 2010
LA REAZIONE DISPERATA DELL'INFERIORE

La notizia è scarna (1): un ventenne, per un banale diverbio, colpisce una donna con un pugno: la donna è in coma in ospedale, l’uomo in carcere.
Nell’umanità esiste la violenza intraspecifica. Questo ci pone un gradino più sotto dei tanti altri animali che risolvono le loro controversie con urli, parate, dimostrazioni di forza, ma senza passare a fatali vie di fatto. Non possiamo farci nulla: siamo una specie violenta e omicida anche se, come gli altri, abbiamo nel dna il divieto dell’aggressione al simile e soprattutto il divieto di far male ai bambini e alle donne. Questo divieto, si badi, non nasce dal fatto che essi sono meno forti fisicamente - ché questo potrebbe essere un motivo in più per aggredirli - ma perché rappresentano il futuro dell’umanità. Il colmo dell’orrore si raggiunge infatti ipotizzando una violenza su una donna incinta.
Come spesso avviene, gli istinti “morali” sono iscritti nel dna e poi ad essi si sovrappongono le regole religiose ed etiche che li sacralizzano. Oggi esercitare violenza su chi non può difendersi è visto come immorale, sleale e spregevole, senza che sia necessario ricordare i motivi etologici del divieto. Come mai tuttavia l’accumulazione dei divieti non riesce ad evitare fatti come quello narrato? La spiegazione va trovata nella “reazione disperata dell’inferiore”.
Se un uomo colto e civile si trova ad avere un diverbio con una donna e pensa di avere ragione, le citerà leggi e regolamenti, farà appello alla sua intelligenza e alla sua cultura, al limite si rivolgerà alla forza pubblica e al giudice. Perfino aggredito fisicamente da lei, si limiterà a schivare i colpi e trattenerla: proprio perché sicuro di sé. Viceversa l’uomo che si sa inferiore da tutti i punti di vista, e che da questa coscienza ha ricavato una sorta di sotterranea, costante e cocente frustrazione, in caso di difficoltà farà ricorso all’unica superiorità che crede di avere: la forza fisica.  Si tratta di una sorta di regressione ad uno stadio primitivo, cieco e sordo ad ogni altra motivazione.
L’accenno al mondo primitivo non è casuale. Se è vero che l’umanità, seguendo gli imperativi della specie, ha sempre rispettato donne e bambini, è anche vero che non ha mai dimenticato la loro inferiorità muscolare e per questo ha stabilito, una volta per tutte, che essi sono “inferiori” e, non essendo uguali, devono obbedire ai maschi adulti, unici “esseri umani” a pieno titolo. Solo in questo modo le donne beneficeranno dell’immunità fisica, che però perderanno non appena dimenticheranno il loro dovere di sottomissione. Questo è vero ancora oggi in gran parte del mondo.
Il fenomeno nuovo è che, almeno nei Paesi più sviluppati, le donne hanno chiesto parità di diritti. Da Emmeline Pankhurst alle recenti femministe, l’idea della “indiscutibile superiorità dell’uomo” è divenuta discutibile, col risultato finale che, almeno nelle Costituzioni e nelle proclamazioni ufficiali, si è affermato il dogma della parità.
 La differenza fra uomo e donna era comprensibile in un mondo in cui la forza fisica era fondamentale: la donna era più debole e dunque era inferiore. Ma in un mondo in cui conta la forza intellettuale, e in questo campo la donna è uguale all’uomo, la disparità diviene insopportabile. Non si vede perché un valente medico donna dovrebbe guadagnare meno di un valente medico uomo e non si vede perché un valente primario donna non debba dare ordini a meno valenti medici maschi.
Il giovane che ha quasi ucciso quella donna, a Roma, è una sopravvivenza del passato. Una sorta di ominide travestito da uomo contemporaneo che si sarebbe contenti di vedere ai remi di una galera, lì dove potrebbe dar ottima prova delle sue prestazioni muscolari.
C’è ancora un corollario politico. In caso di contrasto, gli Stati si scontrano sul campo di battaglia. Ma se uno dei due è manifestamente inferiore, può divenire sleale. Come l’uomo risolve la questione con una donna dandole un pugno, l’avversario vinto militarmente è capace di darsi al terrorismo, uccidendo persone inermi: donne, vecchi e bambini più deboli di lui.
Il terrorista è anch’egli una sorta di ominide che ha lunga vita solo perché il suo avversario è molto civile. Infatti se contro il terrorismo si adottassero i metodi di cui sarebbero stati capaci gli antichi romani, quel fenomeno sarebbe cessato. La stessa popolazione civile li massacrerebbe, per non incorrere nell’ira dei dominatori. Perché possono sfuggire i singoli pirati o i singoli terroristi, ma non le loro basi. E Pompeo sapeva con quale ferocia eliminarle.
(1)http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201010articoli/59339girata.asp
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
12 ottobre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta



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SOCIETA'
22 maggio 2010
L'ITALIA, UN PAESE DI FRUSTRATI


Dicono che stasera, alla partita Inter-Bayern, molti “guferanno” l’Inter e spereranno che perda. Fra questi contro-tifosi ci saranno i romanisti, che sono andati vicini allo scudetto e vedono l’Inter come Paperino vedeva Gastone, il cugino superfortunato. Ci saranno gli iuventini, memori di passate glorie e di recenti umiliazioni. Non mancheranno infine i milanisti, dal momento che nessuna guerra è tanto acre e spietata quanto la guerra intestina.
Tanti anni fa, nello stadio di una città del sud, vennero due squadre fiorentine per giocare una partita di “calcio storico”. Gli spettatori si aspettavano qualcosa di coreografico: dopo tutto non c’era un campionato e non c’era niente da ottenere. Assistettero invece ad una battaglia in cui le due squadre più che combattersi si azzuffavano, con una voglia trasparente di schiacciare e sterminare gli avversari. I toscani sono ancora quelli descritti da Dante.
Ma non solo i toscani. La vocazione alla guerra intestina è dell’intera nazione. Noi italiani non sempre abbiamo un nostro partito, ma sempre abbiamo un partito da odiare. A Milano, anche chi non è interista ha antipatia per il Milan e anche chi non è milanista ha comunque antipatia per l’Inter. Se siamo di destra odiamo la sinistra, se siamo di sinistra odiamo la destra, se guadagniamo molto disprezziamo i morti di fame, se siamo poveri odiamo i ricchi e tutti i benestanti. Pare che Montanelli dicesse che l’italiano medio che vede passare una Ferrari non si chiede come potrebbe comprarne una, ma come potrebbe tagliarle le gomme. E non c’è bisogno di alcuna dimostrazione: “Un uomo onesto quando mai potrebbe comprarsi un’automobile come quella?”
Questa tendenza a non credere ai meriti altrui e ad odiare i vincenti ha forse un’origine storica. I francesi hanno dominato l’Europa per secoli; gli spagnoli e gli inglesi hanno creato un immenso impero; i tedeschi, pur perdendo, hanno impaurito per due volte il mondo intero in modo indimenticabile e solo noi italiani, fra i grandi Paesi, come potenza politica non siamo mai stati nessuno. Ecco perché Metternich diceva che l’Italia è un’espressione geografica.
Questo ha avuto grandi conseguenze nel nostro inconscio collettivo. Non avendo particolari ragioni per stimare l’Italia politicamente, sentiamo la nostra nazionalità come qualcosa di estraneo e per questo siamo così corrivi a dirne male. Sparlandone diciamo male di “loro”, degli altri: noi personalmente non c’entriamo. Inoltre, dal momento che la nostra nazione è stata spesso dalla parte dei dominati e non dei dominatori, finiamo con l’identificarci con i perdenti e con l’odiare i vincenti. I vincenti sono “loro”, non “noi”. E infatti gli italiani non si fanno odiare, come soldati all’estero. Anche quando sono i più forti, come durante l’invasione della Grecia, in fondo al cuore si identificano più con i vinti che con dominatori arroganti come i tedeschi.
Noi odiamo i vincenti e questo spiega al passaggio l’odio per Silvio Berlusconi. Costui cumula tutte le caratteristiche negative: non è ricco per eredità (come Gianni Agnelli) ma s’è fatto i soldi da sé. Grave colpa. Per giunta s’è dato alla politica, un mondo in cui sono “tutti ladri”, e in esso è uno straordinario vincente. E allora, non il più grande farabutto d’Italia? E poi, avete visto che stile ha? È un cafone. Che è come dire: sì, Michael Phelps è un grande campione, ma avete visto il colore della sua tuta?
Tutto questo rende difficile e vagamente disgustoso seguire l’attualità. Da ogni parte si sentono voci di odio e di disprezzo. A ce l’ha con B, che gli risponde per le rime insultando al passaggio anche C, il quale ricambia disprezzando sia A che B, e tutti insieme, se partecipano ad un dibattito, litigano talmente che non si sente più nemmeno quello che dicono. I giornali sono pieni di polemiche, di accuse e controaccuse, in una guerra quotidiana di tutti contro tutti che alla fine annoia a morte. Il lettore alla fine ha voglia di odiare l’intero mucchio e poi si accorge che, così, è entrato nel gioco anche lui.
Che brutta cosa, la frustrazione. Il frustrato ignora la serenità che provoca il disteso riconoscimento dei propri limiti; il piacere dell’umiltà dinanzi al successo degli altri; la letizia dell’applauso rivolto al vincitore. Noi italiani ci vendichiamo di tutti ipotizzando che il successo sia sempre il frutto della raccomandazione, dell’imbroglio, della corruzione, perfino della prostituzione, se si tratta di una donna. L’ipotesi di un successo meritato non è mai la prima. Persino nel calcio, il successo della squadra avversaria è attribuito ad un arbitro disonesto.
Forse non abbiamo speranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 maggio 2010




POLITICA
22 maggio 2010
L'ITALIA, UN PAESE DI FRUSTRATI


Dicono che stasera, alla partita Inter-Bayern, molti “guferanno” l’Inter e spereranno che perda. Fra questi contro-tifosi ci saranno i romanisti, che sono andati vicini allo scudetto e vedono l’Inter come Paperino vedeva Gastone, il cugino superfortunato. Ci saranno gli iuventini, memori di passate glorie e di recenti umiliazioni. Non mancheranno infine i milanisti, dal momento che nessuna guerra è tanto acre e spietata quanto la guerra intestina.
Tanti anni fa, nello stadio di una città del sud, vennero due squadre fiorentine per giocare una partita di “calcio storico”. Gli spettatori si aspettavano qualcosa di coreografico: dopo tutto non c’era un campionato e non c’era niente da ottenere. Assistettero invece ad una battaglia in cui le due squadre più che combattersi si azzuffavano, con una voglia trasparente di schiacciare e sterminare gli avversari. I toscani sono ancora quelli descritti da Dante.
Ma non solo i toscani. La vocazione alla guerra intestina è dell’intera nazione. Noi italiani non sempre abbiamo un nostro partito, ma sempre abbiamo un partito da odiare. A Milano, anche chi non è interista ha antipatia per il Milan e anche chi non è milanista ha comunque antipatia per l’Inter. Se siamo di destra odiamo la sinistra, se siamo di sinistra odiamo la destra, se guadagniamo molto disprezziamo i morti di fame, se siamo poveri odiamo i ricchi e tutti i benestanti. Pare che Montanelli dicesse che l’italiano medio che vede passare una Ferrari non si chiede come potrebbe comprarne una, ma come potrebbe tagliarle le gomme. E non c’è bisogno di alcuna dimostrazione: “Un uomo onesto quando mai potrebbe comprarsi un’automobile come quella?”
Questa tendenza a non credere ai meriti altrui e ad odiare i vincenti ha forse un’origine storica. I francesi hanno dominato l’Europa per secoli; gli spagnoli e gli inglesi hanno creato un immenso impero; i tedeschi, pur perdendo, hanno impaurito per due volte il mondo intero in modo indimenticabile e solo noi italiani, fra i grandi Paesi, come potenza politica non siamo mai stati nessuno. Ecco perché Metternich diceva che l’Italia è un’espressione geografica.
Questo ha avuto grandi conseguenze nel nostro inconscio collettivo. Non avendo particolari ragioni per stimare l’Italia politicamente, sentiamo la nostra nazionalità come qualcosa di estraneo e per questo siamo così corrivi a dirne male. Sparlandone diciamo male di “loro”, degli altri: noi personalmente non c’entriamo. Inoltre, dal momento che la nostra nazione è stata spesso dalla parte dei dominati e non dei dominatori, finiamo con l’identificarci con i perdenti e con l’odiare i vincenti. I vincenti sono “loro”, non “noi”. E infatti gli italiani non si fanno odiare, come soldati all’estero. Anche quando sono i più forti, come durante l’invasione della Grecia, in fondo al cuore si identificano più con i vinti che con dominatori arroganti come i tedeschi.
Noi odiamo i vincenti e questo spiega al passaggio l’odio per Silvio Berlusconi. Costui cumula tutte le caratteristiche negative: non è ricco per eredità (come Gianni Agnelli) ma s’è fatto i soldi da sé. Grave colpa. Per giunta s’è dato alla politica, un mondo in cui sono “tutti ladri”, e in esso è uno straordinario vincente. E allora, non il più grande farabutto d’Italia? E poi, avete visto che stile ha? È un cafone. Che è come dire: sì, Michael Phelps è un grande campione, ma avete visto il colore della sua tuta?
Tutto questo rende difficile e vagamente disgustoso seguire l’attualità. Da ogni parte si sentono voci di odio e di disprezzo. A ce l’ha con B, che gli risponde per le rime insultando al passaggio anche C, il quale ricambia disprezzando sia A che B, e tutti insieme, se partecipano ad un dibattito, litigano talmente che non si sente più nemmeno quello che dicono. I giornali sono pieni di polemiche, di accuse e controaccuse, in una guerra quotidiana di tutti contro tutti che alla fine annoia a morte. Il lettore alla fine ha voglia di odiare l’intero mucchio e poi si accorge che, così, è entrato nel gioco anche lui.
Che brutta cosa, la frustrazione. Il frustrato ignora la serenità che provoca il disteso riconoscimento dei propri limiti; il piacere dell’umiltà dinanzi al successo degli altri; la letizia dell’applauso rivolto al vincitore. Noi italiani ci vendichiamo di tutti ipotizzando che il successo sia sempre il frutto della raccomandazione, dell’imbroglio, della corruzione, perfino della prostituzione, se si tratta di una donna. L’ipotesi di un successo meritato non è mai la prima. Persino nel calcio, il successo della squadra avversaria è attribuito ad un arbitro disonesto.
Forse non abbiamo speranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 maggio 2010




POLITICA
13 giugno 2009
GHEDDAFI SHOW
GHEDDAFI SHOW
Molti anni fa la BBC trasmetteva settimanalmente una conversazione di quindici minuti dal titolo “Letter from America”. Parlava Alistair Cooke, una sorta di monumento del giornalismo, morto poi novantaseienne nel 2004. Proprio questo insigne professionista una volta disse come andavano le cose in occasione di grandi incontri internazionali e conferenze. La gente si aspetta dai giornalisti che riferiscano tutto, mentre quei poveracci sono tenuti fuori dalle stanze in cui si parla seriamente, come il resto dei mortali. Possono solo dire a che ora è arrivato questo o quello, come erano vestiti, come hanno salutato e altri particolari assolutamente estranei alla sostanza dell’evento.
Né potrebbe essere diversamente. Nessuno deve aspettarsi che un incontro internazionale si tenga sotto l’occhio delle telecamere. Non possono essere mostrati a tutti gli scontri, i mercanteggiamenti, le minacce e tutte le armi, a volte piuttosto rudi, che i grandi usano per sostenere gli interessi del proprio Paese. Poi, dopo che si è discusso magari a colpi di calci negli stinchi, si stila un bel comunicato ufficiale ricoperto di glassa zuccherata. Le litigate furibonde divengono “colloqui aperti e franchi”, i rapporti tesi e i rancori divengono “tradizionali rapporti di amicizia”, e  quello si rende pubblico. La sostanza dell’incontro e il modo in cui si è effettivamente svolto sono cose che i comuni lettori apprendono dai ricordi degli interessati, decenni dopo. Ché anzi è proprio questa una delle ragioni del fascino della storia, quella vera. Cioè quella approfondita. È solo in questo genere di libri infatti che si vede come le cose realmente andarono. Il passato è spesso trasparente, l’attualità è spesso misteriosa.
Tutto questo rende ragionevole un certo disinteresse alla visita di Muammar Gheddafi. Si può essere indignati per gli onori tributati ad un dittatore, ma si scelgono gli amici, non i vicini di casa; si può essere divertiti dal narcisismo multicolore del personaggio, anche se non si può dimenticare quanto Mussolini tenesse all’effetto visivo; si può biasimare la cattiva educazione di chi arriva in ritardo a tutti gli incontri o l’ignoranza di chi pensa che la parola “democrazia” derivi dall’arabo, ma tutto questo non ha la minima importanza. Nella politica internazionale non si ha né il potere né l’interesse di giudicare gli altri. Non più di quanto, durante le olimpiadi, un lottatore possa prima esaminare il suo avversario dal punto di vista caratteriale o culturale.
Della visita di Gheddafi ognuno può pensare ciò che vuole. Tuttavia, se si vuol stare ai dati certi, bisogna dire: non ne so nulla e dunque non ne penso nulla. Se tutto ciò che è avvenuto dietro le porte chiuse sarà o non sarà nell’interesse dell’Italia, e se in concreto lo sarà in misura sufficiente per compensare i rospi che si son dovuti inghiottire, è cosa che solo il futuro ci dirà.
Se il governo italiano sarà stato messo nel sacco da colui che rimane orgogliosamente un beduino, tanto che vuole ricevere i suoi ospiti in una tenda, Roma avrà vissuto indimenticabili giorni di umiliazione. Se invece Silvio Berlusconi non avrà dimenticato, per amore di gloria o per vanità personale, le sue qualità di imprenditore,  e se sarà riuscito, come ogni buon commerciante, ad ottenere più di quanto ha dato, bisognerà essergliene molto grati. Non sarà la prima volta che si vendono fumo e lustrini in cambio di palanche.
Del resto, c’è un proverbio arabo che insegna: a un cane che ha denaro si dice signor cane.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 giugno 2009

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