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POLITICA
12 gennaio 2012
LA CORTE COSTITUZIONALE NON POTEVA CHE SBAGLIARE

La Corte Costituzionale ha bocciato come inammissibili i due referendum per abrogare la vigente legge elettorale. Da segnalare l’immediata reazione Di Antonio Di Pietro: “L'Italia si sta avviando, lentamente ma inesorabilmente verso una pericolosa deriva antidemocratica, ormai manca solo l'olio di ricino”. “Quella della Corte non è una scelta giuridica ma politica per fare un piacere al capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista che appoggia Monti, una volgarità che rischia di farci diventare un regime” (dal Corriere della Sera). Questo stile si commenta da sé ma la protesta conferma la tesi della qualità politica delle decisioni della Corte.

Parlando di “qualità politica” non si intende dire che quei supremi magistrati  favoriscano questa o quella fazione. Anche se ciò è largamente possibile. Si intende che, quando vertono su materie opinabili, le decisioni possano essere ritenute politiche: perché inevitabilmente lo sono. Se “opinabili” significa “soggette alle opinioni”, è inconcepibile che i giudici possano non averne.

Dunque bisogna sottolineare i vari passaggi.

Se si giudica una legge o una proposta di referendum che riguardi “temi sensibili” come l’aborto, l’eutanasia, la scelta fra maggiore governabilità o maggiore rappresentatività di una legge elettorale, ecc., è inevitabile che i giudici abbiano già da prima opinioni in materia. Ed è altrettanto inevitabile l’accusa di essersi lasciati trascinare da esse.

Viceversa, se una legge, o un referendum, sono cassati perché evidentemente e innegabilmente contrari alla Costituzione, la Corte dovrebbe andare indenne da qualunque accusa: ma così non è. Perché una volta constatato il fatto di cui si diceva - che cioè i giudici non possono non essere influenzati dalle loro opinioni in certe materie - tutti penseranno che sono stati influenzati dalle loro opinioni anche in questa materia. E dunque tutte le sue decisioni diverranno sospette.

Il caso di cui stiamo parlando si presta perfettamente allo scopo. Quando è stato proposto il referendum mi è sembrato naturale che, abolito il “Porcellum”, tornasse in vigore il Mattarellum. La Consulta non poteva che ammettere i referendum. In seguito, sul Corriere della Sera, ho letto argomentazioni che apparentemente incontrovertibili. Anche sulla base della costante giurisprudenza della Suprema Corte, da tali argomentazioni discendeva che i referendum non potevano che essere dichiarati inammissibili. Poi però ho letto che decine di costituzionalisti sostenevano che i referendum erano ammissibilissimi e non ho più avuto un’opinione, se non questa: la Corte Costituzionale sarà sicuramente accusata di avere adottato una soluzione politica, quand’anche una decisione politica non fosse.

Tutto questo prova che la Corte Costituzionale è un organo contraddittorio nella propria essenza. Nato per un controllo di pura legittimità costituzionale, ha vissuto l’esperienza del medico che, chiamato al capezzale del malato, invece di guarirlo, contrae la sua malattia. La Costituzione è piena di affermazioni vaghe, e dunque opinabili, e dunque politiche, e la Corte Costituzionale non ha potuto che emettere verdetti inattesi, e dunque opinabili, e dunque politici.

Non bisogna sognare che gli uomini si possano trasformare in angeli. Che essi possano non avere più viscere, cuore, cervello e opinioni. Dunque bisognerebbe ritenere intoccabili le leggi votate dal Parlamento che almeno delle sue decisioni risponde agli elettori. E per gli stessi motivi eventualmente delegare proprio alle Camere le decisioni sull’ammissibilità dei referendum. È vero che, in questo caso, i referendum entrerebbero per così dire in corto circuito: infatti il loro scopo è quello di fornire al popolo una possibilità di aggirare il Parlamento, esprimendo direttamente la propria volontà. Ma a questo si potrebbe ovviare o abolendo i referendum oppure ammettendoli tutti, dopo avere richiesto un numero di firme molto alto.

Nelle condizioni attuali abbiamo infatti un organo che sulla carta è di altissimo livello, nella concretezza riceve le critiche sguaiate di un Di Pietro senza neppure potere replicare con incontrovertibili argomentazioni giuridiche. Di incontrovertibile non c’è nulla, se i costituzionalisti erano divisi.

Nessuno è imparziale. Al massimo si può distinguere chi è in malafede da chi è in buona fede (ma non per questo è imparziale). Al posto dell’imparzialità bisogna richiedere la responsabilità. Non spero tanto di avere un giudice imparziale, araba fenice, quanto un giudice che, dell’eventuale patente ingiustizia inflittami, possa essere chiamato a rispondere dai suoi superiori. Nel caso dell’Italia, la massima autorità è il Parlamento. I magistrati che giudicano in nome del popolo italiano hanno solo vinto un concorso: i parlamentari, almeno, da quel popolo sono stati eletti.

La Corte Costituzionale non poteva che sbagliare: se non per gli uni, certo per gli altri.

giannipardo@libero.it,www,dailyblog.it


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ECONOMIA
2 novembre 2011
CONSEGUENZE DEL REFERENDUM GRECO

Il senso del referendum annunciato oggi dal Primo Ministro greco Papandreu sembra sfuggire a tutti. Come si può chiedere ai cittadini di fare enormi sacrifici per qualcosa di astratto come la partecipazione all’eurozona, o l’onore di fare la spesa con un biglietto di banca con scritto euro invece di dracme? Soprattutto se la gente è convinta che si stava meglio quando si usavano le dracme? Attualmente è come se Papandreu pensasse di chiedere ai suoi concittadini: “Preferite una diminuzione degli stipendi o una diminuzione dei prezzi?”

Per spiegare l’annuncio sono state fatte parecchie ipotesi. La prima è che il governo speri che i greci si rendano conto del drammatico momento e votino sì per sostenerlo. E chi è capace di credere questo è anche capace di sperare che, gettando una monetina, rimanga dritta sul bordo.

La seconda ipotesi è che si voglia provocare una crisi di governo per allargare la maggioranza, sempre a causa del drammatico momento.

La terza ipotesi è che l’annuncio di questo referendum corrisponda all’impossibilità di fronteggiare ulteriormente le proteste della popolazione e alla decisione di dichiarare il default della Grecia. La discussione fra tutte queste tesi potrebbe essere interessante se non fosse anche totalmente inutile. Infatti le Borse, col loro crollo, mostrano di avere capito una cosa soltanto: Atene abbandona l’euro. La Grecia se ne va e non paga i suoi debiti.

La cosa è talmente vera che molti si sono chiesti: e l’Italia, rischia di fare lo stesso? Per la sola possibilità di questo contagio, la differenza fra il rendimento dei nostri titoli di Stato e quelli della Germania è schizzata a 459 punti, un’enormità. E sotto attacco sono anche i titoli francesi, dal momento che le banche di quel Paese detengono molti titoli greci. Titoli che dall’oggi al domani rischiano di essere carta straccia.

Dire che tutto ciò susciti meraviglia sarebbe sbagliato. L’edificio della moneta comune è stato costruito sulla sabbia. Invece di unificare i sistemi economici e fiscali, e farne conseguire l’euro, si è realizzato quest’ultimo pensando che esso provocasse l’unificazione di quei sistemi. Oggi vediamo che l’operazione non è riuscita e che per giunta - con l’ingenuità degli sposi di provincia che, per dimostrare di essersi giurato amore eterno, non stipulano il regime di separazione dei beni - gli Stati firmatari non hanno previsto un modo per recedere dall’unione monetaria. Se ora la Grecia dichiara il proprio default (cioè smette di pagare i suoi debiti) e decide di uscire dall’euro, da un lato potrà certo farlo, visto che è uno Stato sovrano, dall’altro, per quanto riguarda le modalità del drammatico evento, tutti dovranno improvvisare. Il pullman dell’euro è partito per un viaggio senza ritorno e non s’è nemmeno portato dietro una ruota di scorta.

Purtroppo il problema non riguarda soltanto quella piccola nazione mediterranea. Fino ad oggi tutti hanno presentato il suo salvataggio economico come una impresa generosa e necessaria. Diamo una mano al collega in difficoltà. In realtà, tutti hanno temuto e temono enormi contraccolpi, perché se l’evento sarà tragico per la nazione interessata, rimarrà comunque pesantissimo anche per i Paesi europei. In particolare per coloro che hanno interessi in Grecia o ne detengono i titoli. Come si comporteranno i governi con le banche che, in conseguenza di quel default, rischieranno di fallire?

Non ci rimane che aspettare il corso degli eventi e le spiegazioni che, da domani, speriamo ci diano i competenti. Accoglieremo volentieri sia i loro lumi sia le loro correzioni: attualmente è solo possibile fornire un elenco di domande e tenere incrociate le dita.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

2 novembre 2011


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politica interna
11 ottobre 2011
EX FALSO QUODLIBET

Angelo Panebianco è un editorialista che merita stima. È pacato, è ragionevole, ciò che scrive è quanto meno plausibile. Anche l’articolo di domenica scorsa(1) non fa eccezione. Purtroppo sono discutibili le premesse. E da premesse infondate si ricavano solo conclusioni invalide. Come dicevano i romani, ex falso quodlibet, dal falso si può dedurre qualunque cosa. Il “falso” di Panebianco appare totalmente in buona fede ma le sue evidenze sono discutibili.

Per cominciare, riguardo al referendum sulla legge elettorale, può darsi che ci si stia bagnando prima che piova. Il parere pressoché unanime dei maggiori costituzionalisti è che esso sia inammissibile, secondo tutta la precedente giurisprudenza. Parlarne come di una certezza, se pure dopo avere accennato al giudizio della Consulta, è dunque fuor di luogo. Ma andiamo alle affermazioni più pregnanti.“Sappiamo che al governo non conviene il referendum”, scrive Panebianco. Ed è vero. Ma non è tutta la verità. Il referendum non conviene al Pdl, che è il maggior partito di centro-destra, perché vincendo perderebbe il vantaggio del premio di maggioranza; e non conviene al Pd, che è il maggior partito di centro-sinistra, perché vincendo perderebbe il vantaggio del premio di maggioranza. Ecco perché - al contrario di Di Pietro, che ne beneficerebbe - è stato così tiepido al momento di promuoverlo. Se alla fine il Pd si è piegato a sostenere l’iniziativa, è stato per ragioni di decenza: perché per anni ha sparato a zero su una legge che pure ha permesso a Prodi di non avere problemi alla Camera dei Deputati, con solo sei decimillesimi (0,06%) di voti in più rispetto al centro-destra.

Il sì al referendum danneggerebbe il Pd almeno quanto il Pdl. Ed anzi, se si pensa che è dato per vincente alle prossime elezioni, il Pd più del Pdl.

L'insofferenza per l'attuale sistema elettorale è talmente diffusa nel Paese che la vittoria del «sì» sarebbe molto probabile”. Perfetto. Ma è un’insofferenza artificiale, alimentata da una campagna corale che dura da anni, costante e martellante. Si è creata nella nazione l’idea assurda che una nuova legge elettorale chissà che cosa risolverebbe. Tanto che varrebbe la pena di buttare giù l’attuale governo e crearne uno diverso esclusivamente per varare una nuova legge. Ma non solo questo non è vero per nessuna legge elettorale (sono tutte necessariamente imperfette), nel caso concreto non esiste nemmeno un progetto unico e salvifico delle opposizioni. Non è un caso se la legge non è stata modificata neanche dall’ultimo governo Prodi.“[La vittoria dei sì] sarebbe un'altra sberla (forse definitiva) per il governo e la maggioranza, arroccati nella difesa dell'indifendibile”. Primo, che questa legge sia indifendibile fa parte di quella campagna costante e martellante di cui si diceva: in realtà la si è voluta com’è per eliminare l’instabilità dei governi e il voto di scambio. Secondo, non si vede perché definitiva, dal momento che i governi cadono solo quando c’è un voto di sfiducia. Terzo, sarebbe una sberla anche e soprattutto per il Pd.

“Dunque, la vera scelta sarà fra elezioni anticipate (ammesso che il presidente della Repubblica le conceda) e una nuova legge elettorale”. Eh no: questo “dunque” è da dimostrare. Dove sta scritto che il governo, pur di evitare la vittoria del sì al referendum, dovrebbe o votare una nuova legge elettorale o dimettersi e andare a nuove elezioni? Questi sono i desideri dell’opposizione e forse dell’editorialista.

Panebianco poi, ipotizzando un accordo tra Pdl e Udc, afferma che Casini “ha bisogno, per mettere in soffitta il bipolarismo, di eliminare il premio di maggioranza”. Ma questa è precisamente la ragione per la quale il referendum non piace né al Pdl né al Pd. E perché la proposta dovrebbe divenire appetibile, se la fa Casini?

Il sistema elettorale suggerito da Panebianco non è sbagliato, o non più di altri. È la premessa della necessità di una nuova legge elettorale, ad essere sbagliata. I dati di fatto sono molto più semplici e lineari: i governi cadono a causa di un voto di sfiducia e se non c’è il voto di sfiducia, questo esecutivo arriva al 2013. Se si sopprime il premio di maggioranza, la nuova norma danneggerà i due partiti che hanno la maggioranza relativa ciascuno nel proprio campo, il Pdl e il Pd, ma non nella stessa misura. Dal momento che il Pd è dato vincente, questo partito ne sarebbe danneggiato nelle elezioni del 2013 (o prima); mentre il Pdl ne potrebbe essere danneggiato nel 2018, quando Berlusconi, se sarà vivo, avrà ottantadue anni e il quadro politico sarà comunque completamente cambiato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

11 ottobre 2011

 (1)http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_09/la-soluzione-del-doppi-voto-angelo-panebianco_07049694-f24a-11e0-9a3e-cd32c10dad62.shtml


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politica interna
17 settembre 2011
IL REFERENDUM CONTRO IL "PORCELLUM" È SBAGLIATO - 1

Narrano che il re frigio Gordio, quando era ancora un contadino, avesse legato il suo carro con un tale nodo che nessuno riusciva a scioglierlo.  E si diceva che chi ci fosse riuscito sarebbe divenuto il padrone dell’Asia. Ci provò anche Alessandro, senza successo, ma invece di rassegnarsi tagliò il nodo con la spada, facendo avverare la profezia: infatti arrivò fino all’Indo.

La leggenda è divenuta un modello di comportamento: a volte, un problema difficilissimo - che non si può risolvere nel modo previsto - si può superare in un modo imprevisto e facilmente. Lo schema si ritrova nel modo in cui dicono Cristoforo Colombo sia riuscito a fare stare in piedi un uovo. Si potrebbe parlare ottimisticamente di “pensiero laterale” ma in realtà siamo di fronte a una violazione delle regole della sfida.

E tuttavia si può andare oltre. Indubbiamente, l’uso della spada è scorretto se lo scopo è quello di dimostrare la capacità di vincere la complessità del nodo gordiano. Ma se il problema è quello di liberare il carro dal vincolo, Alessandro è l’uomo giusto. La distinzione è importante: è da stolti credere di dimostrare le proprie capacità di risolutori del problema teorico violandone le regole, ma è ugualmente sciocco e improduttivo intestardirsi su un problema insolubile solo perché non si vuole usare la spada.

Tutto ciò vale anche in campo politico. Se si vogliono creare leggi perfette o riforme perfette, è meglio non porvi mano. Perché il semplice fatto che esse modifichino la situazione precedente disturba quelli che da tale situazione traevano vantaggio. Almeno per loro e per i loro protettori esse non sono perfette. Se dunque si reputa che un dato progetto darà risultati positivi, bisognerà usare la spada senza rimpianti e senza meravigliarsi delle proteste.

Un esempio da manuale è la legge elettorale. Sarà noioso ripetere per l’ennesima volta concetti elementari di diritto costituzionale ma è ovvio che la massima rappresentatività (legge proporzionale) azzera o quasi la governabilità, mentre la massima governabilità (sistema inglese) può lasciare non rappresentata in Parlamento una notevole percentuale di cittadini. Esempio teorico di quest’ultimo sistema: ammettiamo che ci siano tre partiti, A, B e C che hanno rispettivamente il 34, 34 e 32% dei voti. Se i cittadini votano ripetutamente un po’ di più per A o per B, il partito C, col 32% dei voti, non avrà nessun deputato in Parlamento (è il caso, anche se non così grave, del Partito Liberale inglese). Il sistema non può essere detto “giusto” e tuttavia assicura la governabilità al partito che ha avuto anche solo il 35% dei voti.

La nostra Costituzione è stata concepita da un’Italia scottata dall’autoritarismo fascista e dunque si preoccupa più di garantire la democrazia che la governabilità. Essa ha cominciato col rendere pressoché ornamentali le figure del Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica ed ha aperto la porta ad un assemblearismo che è uno dei mali della nostra patria. Anche per questo si era arrivati prima al “Mattarellum” e poi al “Porcellum”.

Chi ha concepito l’attuale legge elettorale ha mirato alla governabilità assegnando un notevole premio di maggioranza al partito (o alla coalizione) che ottiene più voti (teoricamente, con undici partiti, quello che avesse il 10% dei voti mentre tutti gli altri hanno solo il 9%). Si è subito obiettato che i senatori devono essere eletti su base regionale (art.57 Cost.), e dunque per il Senato il premio è stato modificato in questo senso. La legge ha infine stabilito che i candidati fossero designati dai partiti e non scelti dai cittadini.

Il “Porcellum”, come il sistema è stato chiamato con esibito disprezzo, è stato criticato perché privilegia il partito (o la coalizione) più forte e fa venir meno la rappresentanza proporzionale dei cittadini. Perché crea un Parlamento non di eletti, ma di “nominati”. Infine perché, con la disparità del metodo di assegnazione del premio di maggioranza, si possono avere maggioranze diverse alla Camera e al Senato. Per queste ragioni si raccolgono le firme per un referendum che dovrebbe abolire l’attuale legge facendo rivivere il (criticatissimo, a suo tempo) “Mattarellum”. Ma si tratta di un errore. Anzi, di parecchi errori.

Continua - Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

17 settembre 2011


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POLITICA
11 giugno 2011
TURRIS EBURNEA
Di Carlo Quinto crediamo di ricordare che lasciò il trono e si ritirò in convento per una crisi depressivo-religiosa. Di Diocleziano sappiamo ancora meno: cessò di governare l’immenso Impero Romano per andare a vivere da privato a Spalato, ma non conosciamo i veri motivi della decisione. E oggi, giocando con la fantasia, ci chiediamo se anche noi lasceremmo il trono d’Italia per andare in un posto qualunque. Un posto in cui non sapremmo più niente del Paese che abbiamo cercato di governare.
Dicono che comandare dia più piacere che fare l’amore ma non è impossibile che ci si stanchi di ogni sorta di piacere. Incluso quello di comandare. Soprattutto in un Paese, come l’Italia, in cui il comando è solo un’apparenza di comando e di fatto non comanda nessuno. I carabinieri e i poliziotti hanno dovuto assistere per anni al reato flagrante di blocco del traffico da parte degli scioperanti perché neanche il codice penale comanda in Italia. E quando finalmente lo Stato è intervenuto, è stato per depenalizzare il fatto. Oggi se in tre blocchiamo una strada, i carabinieri ci strapazzano e andiamo in galera. Se siamo trecento o ancor meglio tremila, i carabinieri ci fanno la scorta. Si comanda a turno.
Chi ha votato da sempre “contro i comunisti” ha esultato, nel 1994, quando la Sambenedettese di Silvio Berlusconi ha vinto contro la Juventus di Occhetto. “Ci siamo, ora finalmente si governerà secondo i principi liberali”. E invece il governo non durò neanche un anno. Berlusconi ha rivinto nel 2001 e nel 2008, ma non abbiamo visto né un governo che governa secondo principi liberali, né le realizzazioni sperate e promesse: la riforma della giustizia, la riforma del fisco, l’energia nucleare, il Ponte sullo Stretto. Colpa di Berlusconi? Non proprio. Siamo convinti che essendo sul trono, noi non avremmo saputo fare di meglio.
Qui non si riesce a far niente neanche avendo di fronte un’opposizione sfilacciata, parolaia e inconcludente come quella attuale. Il nemico più serio è il potere dei magistrati, Corte Costituzionale in testa, ma quello più possente è l’inerzia, la demagogia, la pochezza della nostra classe politica. Timida fino alla viltà dinanzi agli attacchi della demagogia. E dal momento che questa classe politica è emanazione del popolo italiano - di tutti noi che siamo come siamo - c’è ben poco da sperare. E l’opposizione non è migliore della maggioranza. Prodi non ci era simpatico, ma chi avrebbe fatto meglio di lui, fra il 2006 e il 2008?
Ora ci sono dei referendum, puramente demagogici e a volte autolesionisti (come quelli riguardanti l’acqua) e si assiste ancora una volta al festival delle deformazioni e delle bugie intese puramente e semplicemente a profittare dell’ignoranza del prossimo per andare contro il governo. C’è gente che, con aria seria, non dice di votare contro il nucleare, ma di votare “per la vita”. Dunque chi è per l’energia nucleare è un assassino. E  poi compriamo l’energia dall’assassino francese che l’ha prodotta.
In queste condizioni, il trono mi disgusta. Me ne vado all’Escorial, me ne vado a Spalato, me ne vado senza lasciare l’indirizzo.
Prima seguivo i dibattiti politici, poi ho seguito solo quelli meno faziosi e meno vocianti, poi nessun dibattito politico e recentemente salto spesso il telegiornale. Senza dire che, per regola costante, tolgo l’audio quando appaiono il Papa, Napolitano, Di Pietro e qualche altro. La mia salute ne ha risentito positivamente.
Noi italiani meritiamo tutti i guai che riusciamo a procurarci. Nel giugno del 1940 siamo stati felici dell’entrata in guerra, sperando grandi vantaggi e gloria gratuita, e solo perché è andata veramente male abbiamo poi fatto finta che il torto fosse del solo Mussolini. Domani, quando l’acqua scarseggerà e allo Stato (cioè a tutti noi) costerà di più, dimenticheremo che abbiamo preferito dar torto a Berlusconi che sostenere buone leggi. Con la nostra eterna disinvoltura, daremo la colpa a lui invece che a noi stessi. Se tutto questo di fatto non avverrà, non sarà perché sappiamo a cosa si sarebbe detto sì o no, ma solo perché non ci siamo scomodati per andare alle urne.
La saggezza ci indica la stoica via del disinteresse. Se riusciamo a non ascoltare troppo la televisione e a non vedere troppi giornali, possiamo anche sognare, emuli di Montaigne, di vivere chiusi nella nostra torre, con i nostri libri e la nostra musica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
11 giugno 2011


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POLITICA
20 luglio 2010
PERCHÉ NON VOTO RADICALE
Sento il dovere di spiegare perché non voto per il Partito Radicale.
Qualcuno potrebbe dire che il tema è paradossale: bisogna spiegare perché si fa una cosa, non perché non la si fa. Ma se uno dice: “Mi piace Parigi; ci sono stato una volta e ci vorrei tornare; ho il denaro sufficiente; ho il tempo libero; sto bene in salute e non ci sono difficoltà di sorta. Ma non ci andrò”, il suo interlocutore vorrà sapere perché non fa una cosa che,  dato quello che afferma, sarebbe naturale facesse.
Lo stesso è per me. Ho condiviso quasi tutte le campagne dei radicali, da quando esistono fino a non molto tempo fa; ho votato per quasi tutti i loro referendum; sono stato contento quando hanno vinto le loro battaglie per esempio in materia di divorzio ed aborto;  come loro sono estremamente laico e come loro ho tendenze anarcoidi; ci unisce pure il piacere di non intrupparci, di non cedere alla tentazione dell’interesse e perfino quello di andare contro le idee correnti: e tuttavia non posso essere radicale perché la politica per me non è testimonianza. È azione concreta. Se c’è un partito che predica la cosa giusta al 100%, ma non ha nessuna possibilità di realizzarla, e c’è un partito che predica una cosa giusta al 40%, ma può realizzarla, io voto per questo secondo partito.
So che moltissimi non sarebbero d’accordo. “Sei solo uno e non pesi quasi nulla. Perché non votare secondo coscienza?”; “Se tutti la pensassero come te, non ci sarebbero più i piccoli partiti e avremmo un sistema, come quello inglese, in cui solo due partiti sopravvivono”; e infine l’accusa più pertinente di tutte: “Tu sei l’esatto contrario di qualcuno che ha ideali politici: non credi in nessun partito e miri al risultato minimo purché più probabile. Un calcolo micragnoso cui obbedisci senza esitare pur sapendo che il tuo voto vale quanto quello dell’ultimo degli imbecilli”.
Touché, si direbbe nella scherma. Se c’è da dichiararsi colpevoli, sono pronto. Ma devo lo stesso proclamare la mia invincibile antipatia per i donchisciotte, per i cavalieri dell’ideale, per quei personaggi, come Marco Pannella, che si raccontano da mane a sera, con un diluvio di parole, la favola  della propria importanza.
Confesso addirittura di essere allarmato da chi ha alte visioni per il futuro. Nessun Presidente del Consiglio dei Paesi democratici ha mai raggiunto la fama di un Adolf Hitler o di uno Stalin, ma è anche vero che nessuno di loro ha mai fatto altrettanti danni. I grandi programmi sono pericolosi. Per me il più credibile teorico, in questo campo, è il Candide di Voltaire quando oppone ai grandi discorsi il suo pratico: “Il faut cultiver notre jardin” (“Sì, ma intanto pensiamo a zappare l’orto”).
Sarà che tendenzialmente disprezzo la politica. Reputo che ci si possa interessare attivamente ad essa solo se si è ambiziosi. Se si ama il potere e i suoi vantaggi, cose che non mi attirano affatto. Inoltre, se pure è vero che ai più alti livelli si incontrano persone al di fuori del comune, e magari con notevoli doti intellettuali, per arrivare lì bisogna prima avere a che fare con centinaia, con migliaia di persone interessate, piccine, ignoranti, fanatiche. Disonesti che si aspettano che tu lo sia quanto loro, per favorirli. Senza dire che bisogna trattenere le risa, all’idea di impegnarsi seriamente per divenire assessore in un comune di tremila abitanti.
Ma il disprezzo della politica non può tradursi in disimpegno. Una innegabile massima insegna: “Se tu non ti interessi di politica, sappi che la politica si interessa di te”. E dal momento che quello che essa vuole può essere diverso da ciò che voglio io, per così dire la tengo d’occhio e sono pronto a votare per chi può sventare il pericolo maggiore.  
Per anni ed anni, se m’avessero chiesto: “Per chi hai votato?”, ad essere onesto avrei dovuto rispondere: “Per nessuno. Ho solo votato contro i comunisti”.
Forse non sono l’ideale dello zoon politikòn, del cittadino, ma ho sempre dato un voto utile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 luglio 2010


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POLITICA
18 ottobre 2009
LE RIFORME CONDIVISE


Si parla di riforme della Costituzione e alcuni, come Gianfranco Fini, “auspicano” riforme condivise. Il verbo auspicare è truffaldino. Chi auspica non si attiva affatto per ottenere qualcosa, anzi  non la prevede neppure: guarda il volo degli uccelli (come gli auspici) e spera che essi predicano che le cose vadano in un certo modo. In un certo senso, auspicare è meno di sperare: perché la speranza, almeno, è del soggetto, mentre l’auspicio riguarda la sorte che è imprevedibile e dipende dal Fato.

Questo verbo conferisce tuttavia una sorta di superiore dignità a ciò che si dichiara desiderabile. Ogni sorta di alta autorità - Il Presidente della Repubblica, i Presidenti delle Camere, il Papa - non fa che auspicare e con questo dà la sensazione, alla collettività, di avere fatto la propria parte. In realtà non ha fatto niente e il problema. che non è quello di auspicare o no, rimane integro: è desiderabile, una certa cosa? Se sì, che cosa si può fare per ottenerla?

Per quanto riguarda le riforme costituzionali condivise, alla prima domanda (sono desiderabili?) sarebbe facile rispondere sì se tutti desiderassero le stesse cose; se invece si desiderano cose diverse, la condivisione non è possibile. Non si può ragionevolmente chiedere alla controparte di contribuire a fare qualcosa che le è sgradita. Tutto ciò posto, in un momento come quello attuale in cui qualunque consenso ad una proposta della maggioranza è visto come un tradimento, parlare di riforme condivise è farsi vento con il fiato. Se si vuole riformare qualche parte della Costituzione non rimane che farlo con la propria maggioranza. Poi, dal momento che la minoranza si precipiterebbe a promuovere il referendum abrogativo – come ha già fatto con successo una volta – tutto il problema si ridurrebbe alla campagna elettorale per quel referendum.

Non si tratta dunque di sapere se le riforme saranno condivise ma solo di sapere chi condurrà la migliore campagna di informazione, quando il popolo dovrà approvarle. Soprattutto tenendo presente che la gente non è competente di diritto costituzionale e ridurrà la questione ad interrogativi brutali e perfino fuorvianti. La riforma della giustizia per esempio potrebbe essere ridotta a questo quesito: “Volete che Berlusconi non sia condannato per i crimini che ha commesso e che i giudici debbano decidere sempre come vuole lui?” È ovvio che chi riuscisse a far credere che questo sia il problema indurrebbe chiunque a votare no. Voterei no anch’io, se fossi capace di credere una simile balla. Il problema consiste dunque nel dovere di spiegare di che si tratta, in modo da convincere della bontà dei propri argomenti chiunque non sia già convinto di dover in ogni caso “votare per Berlusconi” oppure “votare contro Berlusconi”.

In democrazia il comunicare è quasi più importante del fare. Se si fanno ben conoscere le difficoltà che incontra il governo, la gente apprezzerà il poco che è riuscito a fare; se non si sa illustrare la situazione reale, anche a fare cento, si rimprovererà al governo di non avere fatto centouno.

Tutto ciò induce alla tristezza. La democrazia rimane il miglior regime possibile ma è doloroso constatare come, dal momento che comanda la massa, si possa dipendere da chi riesce a presentarle un progetto – qualunque progetto! - nel modo più suggestivo: magari fino a condurre ad un disastro nazionale. La spedizione di Sicilia di Alcibiade apparve, prima che cominciasse, come una gioiosa avventura da cui tutti sarebbero tornati incolumi e ricchi. In realtà, dopo una tragica serie di rovesci e disastri, si concluse con la morte o la schiavitù di tutti i conquistatori. Atene dovette pentirsi amaramente di quell’iniziativa. Con animo non diverso applaudivano Hitler le folle di Monaco e di Norimberga: anche loro, suggestionate dal genio propagandistico di Göbbels, immaginavano un radioso futuro di prosperità e potenza. E tuttavia, invece di condannare Göbbels, bisogna imparare a fare meglio di lui e per scopi utili al Paese.

La bontà della riforma della nostra Costituzione dipenderà dal valore dei giuristi che la progetteranno, la sua approvazione dipenderà non dalla condivisione con la minoranza ma dalla pubblicità che si saprà fare alle modificazioni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 ottobre 2009

 


CULTURA
11 maggio 2009
LA ZAPPA SUI PIEDI
LA ZAPPA SUI PIEDI
In questi giorni si verificano avvenimenti che illuminano sulle non eccelse qualità degli intellettuali italiani.
Ecco l’antefatto. Nel 2005 fu votata una nuova legge elettorale, aspramente criticata dalla sinistra. La ragione fondamentale e quasi unica del rigetto di quella normativa fu il fatto che l’aveva voluta la maggioranza berlusconiana: la “convenzione coatta” fu quella di dirne tanto male che alla fine lo stesso Calderoli si accodò nella critica e la definì “una porcata”, essendo poi per questo citato ad nauseam: “Se lo stesso promotore la definisce una porcata…” I giornali a questo punto, per consacrarne la damnatio, crearono un neologismo: il “porcellum”. Dichiararsi a favore di quella legge sarebbe stato come dichiararsi a favore dei liquami fognari. Alla fine, dalle parole si passò all’azione e la sinistra promosse un referendum abrogativo. Quello stesso che il Pd, per non perdere la faccia, sostiene ancora oggi.
Ma fu un errore. Si sa bene che nessuna legge elettorale è perfetta, la coperta è sempre troppo corta: ma la legge del 2005 non era pessima e la riprova si ebbe con le elezioni del 2006. La sinistra vinse per sei decimillesimi del voto e tuttavia scampò all’assoluto pareggio dei seggi alla Camera perché beneficiò del confortevole premio di maggioranza previsto da quel sistema. Se ebbe difficoltà fu al Senato, dove la legge funzionava (per ingiunzione del Presidente della Repubblica, uomo di sinistra) su base regionale e non nazionale. Se la legge fosse stata quella originalmente presentata, che non faceva differenza fra Camera e Senato, ancora oggi avremmo il governo Prodi. Ma del “porcellum” bisognava comunque parlare con aria schifata. Bisognava abolire quell’obbrobrio. Bisognava promuovere un referendum.
Il referendum è ormai imminente e finalmente gli intellettuali di sinistra smettono di fidarsi degli slogan per analfabeti: guardano la realtà e vedono così che, se il referendum passasse, si otterrebbe una legge elettorale che attribuisce il premio di maggioranza al partito (non alla coalizione) più forte: e quale partito, nell’Italia di oggi, se non il partito di Berlusconi?
Michele Ainis, che pure è stato tra i promotori del referendum, oggi  è per il no e confessa candidamente la sua conversione ad U: “Il guaio è che le leggi elettorali non scaldano mai il cuore. Per lo più non ci facciamo neanche caso, come non ci s’accorge del motore rinchiuso dentro il cofano. E quasi nessuno capisce il meccanismo dei pistoni, pur capendo vagamente che da lì dipenderà il suo viaggio”. Traduzione: lui non ha capito la legge precedente ed ha promosso un sistema diverso senza comprenderne le conseguenze. Il meccanismo dei pistoni gli era ignoto, ma lo stesso ha ordinato di modificarlo: prosit.
E non il è solo. Riferisce Goffredo De Marchis sulla “Repubblica” (11.5.2009, pag.12) che si è costituito un comitato per l’astensione, cioè per far fallire il referendum. “Scendono in campo gli astensionisti illustri”, un “comitato delle arti e delle scienze” che si era già speso per il no contro la riforma costituzione del centro-destra. Ne fanno parte Claudio Abbado, Maurizio Pollini, Gae Aulenti, Renzo Piano, Inge Feltrinelli, Claudio Magris ed altri. Umberto Eco lo si dà per sicuro e si spera che Oscar Luigi Scalfaro accetti di essere il primo dei testimonial. La compagnia di giro, che prima aveva avuto l’ordine di affossare “il porcellum”, ora ha l’ordine di evitare la “deriva eversiva”, nientemeno, del referendum: l’ha detto Stefano Passigli, Idv, che organizza quel comitato.
I Soloni della sinistra, gli intellettuali a ventiquattro carati - tutti docenti di politologia! - in questa occasione hanno dimostrato che sono capaci di accodarsi all’antiberlusconismo senza un minimo di atteggiamento critico. Solo quando si trovano sul baratro sono capaci di accorgersi di ciò che era evidente per chiunque sapesse leggere e scrivere.
La tesi enunciata inizialmente non è un’esagerazione. Quando si tratta di andare contro Berlusconi, non è indispensabile usare l’intelligenza. Anche ad essere grandi intellettuali, se la parola d’ordine è quella di dire male della legge Calderoli, bisogna dirne male. Se si predica un referendum “contro Berlusconi”, dal momento che è contro Berlusconi, è giusto. E bisogna firmare. Fino ad accorgersi, ma solo nell’imminenza del voto, che è disastroso.
In realtà ciò che è più disastroso è il fanatismo e la mancanza di senso critico degli intellettuali firmaioli. L’ottusità di un ceto che politicamente ha l’intelligenza di una fila di processionarie.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, sui miei testi, mi farete piacere.
11 maggio 2009
michele.ainis@uniroma3.it

CULTURA
23 aprile 2009
LA POLITICA: I FATTI E LE PAROLE
LA POLITICA: I FATTI E LE PAROLE
Il nemico della democrazia è la dittatura ma c’è un secondo nemico, dall’aria mite e dimessa, che non è meno pericoloso: la noia. Quando, ascoltando il telegiornale, ci accorgiamo che le nostre orecchie hanno “staccato”, che percepiamo le parole ma non comprendiamo di che si tratta, significa che la noia sta prevalendo sull’informazione. Questo avviene quando si esagera parlando troppo di un certo evento – il terremoto, in questi giorni – e quando un argomento è insieme complesso e insignificante: per esempio la data del referendum.
Come se non bastasse, tutti i giornali parlano oggi di ciò che ha detto il Presidente della Repubblica Napolitano: testo che risulta incomprensibile a chi non sia uno specialista. Tant’è vero che gli esegeti a questo punto spiegano: ha bacchettato Berlusconi e l’ha invitato a non distruggere la democrazia. Al che esegeti di diverso colore replicano: ma no! Ha solo ribadito il dovere del rispetto della Costituzione. Non è differenza da poco: nel primo caso, siamo ad uno scontro istituzionale, nel secondo caso ad un esercizio retorico. Qual è la verità? La verità è che all’uomo della strada la cosa non interessa. Siamo troppo lontani da ciò che una persona normale considera “notizia”.
Il Presidente della Repubblica è una figura ambigua. Formalmente è una tale autorità che persino gli angeli si prosternano al suo passaggio. Sostanzialmente ha pochissimi poteri, anche se, quando li esercita, i giornali li amplificano come se avesse smosso il mondo. Solo poche volte egli ha una reale influenza sulla politica: quando scioglie o no le Camere, quando respinge una legge (ma deve poi lasciarla passare, se il Parlamento insiste), e poco altro. Per il resto, un suo monito, più che un avvenimento politico, è una seccatura. Il Presidente ha un’autorità morale e questa naturalmente, proprio perché morale, non vale quasi niente per gli addetti ai lavori.
Per quanto riguarda il referendum, si è stabilito di abbinarlo ai ballottaggi del 21 giugno e questa notizia, come forse si riuscirà a spiegare, è più saporita di quanto non si pensi.
La prima cosa da dire è che, per votare in questa data, bisogna approvare una legge. Dunque è necessario modificare le norme vigenti. E come mai a questa modifica si accoda anche il Pd? Come mai questo partito non si straccia le vesti, non protesta, non insorge per l’attentato alla democrazia? La risposta è semplice: mentre applaude Napolitano per la sua lettera, mentre si prosterna tutti i giorni dinanzi alle regole democratiche, dopo avere annunciato il proprio “sì” al referendum è d’accordo con la maggioranza per farlo fallire. Per questo bisogna allontanarlo dal 7 giugno, giorno in cui la gente andrà a votare per le europee. Perché, se il referendum passasse, il Pdl, vincendo le prossime elezioni, potrebbe poi governare da solo anche se avesse ottenuto solo il 35% dei voti. Un momento, dirà qualcuno: ma questa regola non varrebbe anche per il Pd? Sì, certo: se solo ottenesse più voti del Pdl. E questo è francamente inverosimile ancora per parecchi anni.
Ulteriore domanda: come mai il Pd e il Pdl si acconciano a votare una norma per modificare le regole correnti, e per votare il 21 giugno, quando si poteva rimanere nella legge e votare il 14 giugno? Anche qui la risposta è semplice: il costo dell’operazione. Come avrebbero potuto spiegare al proprio elettorato che accettavano una data che richiedeva un’organizzazione del tutto autonoma, con un costo ad hoc, e costringendo gli elettori – in teoria – a votare per tre domeniche di seguito? Confessando la volontà di annullare di fatto il referendum?
Infine qualcuno ha ventilato l’ipotesi che il referendum potrebbe ottenere il quorum se Berlusconi si impegnasse in prima persona in suo favore. E sappiamo che il Cavaliere avrebbe interesse a farlo. Non bisogna però dimenticare che si è evitato il 7 giugno per non danneggiare la Lega. Se Berlusconi facesse propaganda per il referendum rischierebbe l’alleanza con Bossi e per giunta non sarebbe neppure sicuro di portare a casa il risultato. L’ex imprenditore ha troppo senso pratico per commettere un simile errore.
Il succo della chiacchierata? La politica è fatta di parole, ma per capirla bisogna guardare solo i fatti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Se esprimerete il vostro parere, positivo o negativo che sia, su questo testo, mi farete piacere. Si accettano volentieri correzioni sui dati di fatto.
23 aprile 2009

CULTURA
17 aprile 2009
REFERENDUM: I VERI PROBLEMI

REFERENDUM: I VERI PROBLEMI

Il problema dell’abbinamento del referendum e delle elezioni ha fatto molto discutere, in questa occasione, ma il problema è più vasto. Quello strumento democratico ha infatti subito un notevole decadimento, negli ultimi decenni.

I radicali ne hanno abusato. Anni fa, per esempio, ne hanno proposto più di venti in una sola botta: di che far girare la testa a tutti. Fra l’altro un simile uso della consultazione corrispondeva non ad abolire una legge sgradita ma ad operare una notevole riforma dello Stato, aggirando i partiti e il Parlamento e attribuendo agli elettori una competenza tecnica che non hanno.

La Cassazione è intervenuta troppe volte per dichiarare inammissibili certi quesiti e lo ha fatto per motivi che i cittadini non hanno affatto capito.

Altra balordaggine è quella di ostinarsi a richiedere il sì per l’abolizione della legge e il no per il suo mantenimento. Si è chiesto agli italiani come la pensavano sul divorzio e chi lo voleva doveva dire no mentre chi non lo voleva doveva dire sì. Sarebbe stato così difficile mettere d’accordo legge e buon senso? I giuristi dicono che questa assurdità dipende dal fatto che il referendum è solo abrogativo; ma ci vorrebbe molto per modificare così il quesito: “Volete mantenere questa legge? Se dite sì, non si abroga; se dite no, si abroga”. Questo è proprio un paese di Azzeccagarbugli.

Ma le ragioni fondamentali per squalificare i referendum sono due: la futilità di certi quesiti (chi ha dimenticato il referendum sulla caccia?) e il fatto che la volontà popolare non sia stata obbedita. Gli italiani hanno votato entusiasticamente per la responsabilità civile dei giudici e non un solo magistrato ha poi pagato per i suoi errori. Da allora molti pensano: “Perché scomodarmi, se poi fanno lo stesso a modo loro?”

Per quanto riguarda il prossimo referendum, ecco il quesito sostanziale: volete che in Italia il partito che prende più voti abbia da solo la maggioranza in Parlamento? Tenendo presente che, nei tempi prevedibili, questo partito sarebbe quello di Berlusconi.

Tutti hanno parlato della necessità dell’accorpamento (che parola!) per risparmiare trecento milioni e devolvere la somma ai terremotati, mentre in realtà di questo costo non importa niente a nessuno. Neanche a Fini, che ha solo approfittato dell’occasione per farsi notare e mettere in crisi la Lega.

Il problema del denaro e dei terremotati è un alibi. La Lega sa benissimo che se passasse il referendum il Pdl non avrebbe più bisogno di nessuno: dunque essa perderebbe potere contrattuale, perderebbe elettori e forse cesserebbe di esistere. È comprensibile che si sia impuntata fino a minacciare di far cadere il governo. Spinta dalla necessità, è stata l’unica interamente sincera.

Il Pd avrebbe tutto l’interesse all’approvazione del referendum perché il giorno in cui gli italiani si stancassero di Berlusconi o del suo successore questo sarebbe l’unico sistema per andare al governo senza il condizionamento di alleati infidi o riottosi. Ecco perché si è dichiarato a favore del referendum abbinato alle elezioni importanti: la solidarietà con gli sfortunati abruzzesi è un alibi. Lo scopo vero è quello di far fuori Di Pietro e l’estrema sinistra.

Il Pdl sarebbe stato contento del sì ma non poteva correre il rischio di una crisi di governo. E poi la Lega è un alleato sufficientemente leale. Dunque ha accettato  la soluzione di compromesso non perché ami spendere soldi ma esclusivamente per non far correre rischi al governo.

L’ultima nota riguarda il futuro del referendum. Dal momento che il raggiungimento del quorum è divenuto un sogno improbabile, questo genere di consultazione elettorale rischia di sparire dalla pratica democratica. Se viceversa lo si abbina ad elezioni importanti (per esempio le politiche) si concede ad un determinato quesito un privilegio che non si è concesso agli altri. E i privilegi sono ingiusti. Il buon senso a questo punto dice che bisogna o votare sempre il referendum da solo, per ragioni di giustizia distributiva, oppure bisogna abolire il quorum.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 aprile 2009

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