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politica estera
28 marzo 2011
LA TATTICA MILITARE DI GHEDDAFI
Indubbiamente, in campo militare, ci saranno molte persone più qualificate per dibattere un problema di tattica. Ma, affinché gli altri possano lanciare la propria boccia, è pur necessario che qualcuno lanci il pallino.
Come mai le truppe di Gheddafi stanno indietreggiando a tutta velocità? Ai telegiornali piace presentare il fenomeno come la travolgente, irresistibile avanzata degli insorti: ma, a rifletterci, questa descrizione del fenomeno appare inverosimile. Se gli stessi insorti hanno resistito meglio, e per più tempo, all’attacco di un esercito regolare, fornito di artiglieria e di mezzi corazzati, come mai questo esercito non sarebbe in grado di resistere nemmeno un paio di giorni per difendere città come Ras Lanouf o Brega, che pure sono importanti terminali petroliferi?
La nostra idea, magari sbagliata, è che l’intervento degli aerei francesi e inglesi ha cambiato il quadro bellico. Dal momento che la Libia è un Paese prevalentemente desertico, dove non c’è dove nascondersi, e dal momento che esso non possiede un’aviazione che possa contrastare i velivoli moderni, i suoi mezzi corazzati si trasformano, da irresistibile vantaggio nei confronti di insorti armati solo di fucili, in bersagli facili. Sitting duck, anatre sedute, come dicono gli inglesi, parlando di navi da guerra non più in grado di governare.
Oggi un aeroplano può “illuminare” dal cielo un carro armato e annientarlo, senza scampo, con un missile a guida radar. Dunque il loro uso, mentre non dà più vantaggi militari (ed anzi provoca la morte dei carristi), distrugge inutilmente una parte delle risorse militari in materia di mezzi corazzati. È stato inevitabile ritirarli alla massima velocità, per salvarne almeno alcuni.
Gli anglo-francesi non sono affatto intervenuti in Libia per proteggere la popolazione civile, sono intervenuti risolutamente, e in modo precisamente bellico, a favore di una delle due parti in lotta. La Russia protesta con ragione. Una conseguenza di questo stravolgimento della Risoluzione 1973 dell’Onu è che, sempre a causa della natura del terreno, gli aerei possono distruggere tutti i mezzi che trasportano truppe, munizioni, rifornimenti e tutto quanto serve ad un esercito in campo. E un esercito privo di rifornimenti è presto sconfitto. Gli italiani hanno fatto questa esperienza proprio in Libia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Dunque conviene a Gheddafi ritirare al più presto le proprie forze in una località in cui il vantaggio del dominio dell’aria sia annullato o comunque grandemente ridotto: in zone più boscose (se ne esistono) o all’interno delle città sperando che i raid, per non uccidere molti civili, non le colpiscano.
Il tipo di conflitto è cambiato, in conseguenza dell’intervento straniero, e si è dovuta cambiare se non la strategia, certo la tattica. Probabilmente presto lo scontro sarà all’interno delle città, fanteria contro fanteria, cecchini contro cecchini, con l’uso dei mezzi corazzati e dell’artiglieria quando possibile. Naturalmente, questo scontro vede in vantaggio i governativi nelle città che sono loro favorevoli: ecco perché essi si ritirano a tutta velocità in quell’ovest in cui sanno di avere il supporto della popolazione e linee di rifornimento molto più corte. Mentre si allungano quelle degli insorti.
La previsione dovrebbe essere che, mentre per qualche giorno sembrerà che le truppe di Gheddafi siano scappate a gambe levate, presto esse dovrebbero stabilire ad ovest una linea del fronte a partire dalla quale inchiodare i rivoltosi, aspettando che gli anglo-francesi si stanchino di cercare obiettivi. Che magari non ci saranno più. Quando ciò avverrà, se avverrà, esse riprenderanno l’iniziativa. Approfitteranno del fatto di essere più numerose e meglio organizzate, in quanto esercito regolare, e tenteranno di riconquistare l’intero Paese.
Se tutte queste ipotesi sono ragionevoli, rimane vero ciò che era vero sin da principio: Gheddafi può essere abbattuto, e forse lo sarà, da un colpo di Stato o dal venir meno del sostegno delle tribù e dell’esercito, non dalla rivolta della Cirenaica. Ma, se ciò non avverrà, dal punto di vista militare l’avventura degli insorti, come non aveva prospettive prima, non le ha avrà neanche in futuro.
Qui non si vuole insegnare niente a nessuno. Il desiderio è solo quello di capire meglio. Se un tecnico militare interviene per indicare quali errori sono contenuti in questa pagina, saremo tutti lieti di saperne di più.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 marzo 2011


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28 marzo 2011
LA VITTORIA INUTILE
Corriere della Sera. Video di Lorenzo Cremonesi. Titolo: “Insorti deboli, senza i raid alleati non ce la fanno”. Riguardo alla situazione sul terreno, in questo come in altri casi, bisognerebbe avere notizie di prima mano. E comunque, per conoscere la verità storica, è sempre meglio aspettare che le acque si calmino. Ma ammettiamo che il titolo sia giustificato: quali ne sarebbero le conseguenze?
In diritto costituzionale si insegna che uno Stato è  costituito da tre elementi: territorio, popolo e governo. Un esempio: prima del 2003 in Iraq c’era un popolo, anche se composito; un territorio; infine un governo costituito, per così dire, dalla persona di Saddam Hussein. Si parla dell’Iraq perché uno Stato non è qualificato – quanto alla sua esistenza e alla sua “legittimità” – dalla plausibilità del suo governo, ma esclusivamente dal suo controllo del territorio. Uno Stato dittatoriale non è per questo meno “Stato”.
Molto tempo fa si cercò di non tenere conto di questi principi a proposito della Cina. Dal momento che le potenze occidentali non volevano riconoscere il governo comunista, per anni si considerò “governo legittimo” quello dei successori di Chiang Kai-shek, a Taiwan. Poi la Gran Bretagna, col suo solito pragmatismo, accettò il semplice fatto che il controllo della massima parte del territorio apparteneva al governo di Pechino e riconobbe la Cina di Mao. Gli altri Paesi naturalmente la seguirono, fino a togliere il voto del consiglio di Sicurezza a Taiwan per darlo alla Cina Popolare.
La “legittimità” di chi esercita il potere dipende soltanto dall’effettivo esercizio di questo stesso potere. È secondario che esso discenda dalla volontà dei cittadini (Francia) o dalla brutale violenza di chi di fatto domina il Paese (Saddam Hussein). In questo secondo caso è bene ricordare che della mancanza di libertà non è responsabile solo il dittatore: infatti, se non fosse sostenuto da chi approfitta di quella forma di governo (militari, capitribù, funzionari di partito ed altri), non rimarrebbe al comando. Durante i secoli dopo Augusto, l’imperatore aveva ogni potere: ma non sempre moriva nel suo letto.
Quello che importa in questo momento è che il governo di Gheddafi, in Libia, non è meno “legittimato” di quello di Assad in Siria, dell’oligarchia cinese o di Zapatero in Spagna. Ci si può dunque porre il problema: se il governo di Gheddafi è “legittimo”, gli insorti sono “illegittimi”?
Sì e no. Quando c’è una guerra civile, i ribelli sono sempre meno illegittimi a mano a mano che si avvicinano al potere. Quando alla fine lo conquistano, legittimi divengono loro (Cesare Battisti passa da traditore impiccato a eroe del Risorgimento), e il governo precedente, o chi ancora lo difende, diviene illegittimo. Dunque la legittimità dipende dal risultato delle armi.
Oggi in Libia gli insorti sono ancora illegittimi e mal si comprende l’intervento delle potenze europee. Infatti, se i rivoltosi da soli avessero la forza di rovesciare il governo e di sostituirlo, è chiaro che rappresenterebbero la maggior parte dei cittadini o, quanto meno, la loro frazione più forte. E diverrebbero la fonte della nuova legittimità. Se invece, da soli, sono meno forti dei sostenitori del Colonnello, è segno che, quando cesseranno i raid, quand’anche per il momento fossero riusciti a conquistare il potere, lo perderebbero. A meno che francesi e inglesi non siano disposti  a sbarcare in Libia e rimanerci a tempo indeterminato per sostenere il loro governo. Cosa di cui gli americani, dopo l’esperienza irakena, possono dire il prezzo. Ché anzi, in Iraq la popolazione non è ostile agli americani (l’ha dimostrato con il voto), mentre nella nostra ipotesi gli stranieri si troverebbero ad imporre un governo che la maggioranza della popolazione non vuole.
L’intervento nelle guerre civili altrui è raramente un buon affare. È concepibile che si aiuti la fazione la cui vittoria è già probabile, sempre che questa vittoria sia conveniente per chi interviene. In questo caso da un lato Cremonesi esclude la probabilità di una vittoria militare degli insorti, tale che li conduca fino a Tripoli, dall’altro non si sa bene chi questi insorti siano e che tipo di governo instaurerebbero.
Neanche gli attuali progressi dei rivoltosi fanno sparire le perplessità che questa azione militare ha suscitato sin dal principio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2011


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