.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
14 dicembre 2014
LA SINISTRA CHE NON HA CAPITO
Si legga anche l'Avviso all'inizio dell'articolo seguente.

Ci siamo: Pippo Civati minaccia la scissione e la costituzione di un ennesimo avatar del Pci, a sinistra del Pd. 
Le fratture, all'interno di una stessa formazione, sono nocive per tutti. La base è costretta a decidere se i "traditori" dell'idea sono quelli che rimangono o quelli che vanno via. Infatti i dissenzienti - persino nella religione, si pensi al Protestantesimo - si presentano spesso non come innovatori ma come restauratori. 
Se questa scissione si farà, Civati e i suoi amici affermeranno di voler ricostituire un partito fedele alle sue origini e ai suoi principi. Del resto, nel momento in cui il Pci morì e nacque il Pds, la scissione di Bertinotti portò il nome di "Rifondazione": un chiaro "ritorno al punto di partenza" e un'accusa di tradimento a chi rimaneva nel Pds. E i sostenitori saranno chiamati a distinguere - anche nell'urna - i buoni e i cattivi. 
I problemi ci sono per tutti. Anche perché non si può dire che Rifondazione Comunista abbia trionfato. Né si può essere sicuri che, a sinistra del Pd, ci sia abbastanza spazio per Sel e il nuovo partito. A meno che non si fondano. Ma tutto questo riguarda il futuro, mentre ci sono considerazioni che riguardano il presente.
Questa scissione non sarebbe sintomatica per un partito, ma per l'intera nazione. L'Italia è stata dominata intellettualmente dal Pci per decenni. La stessa Democrazia Cristiana, dal punto di vista economico, aveva inconfessati ideali comunisti. E il Pci, forte della natura messianica del suo messaggio, ha sempre avuto il progetto segreto di arrivare al potere da solo, al massimo con dei "compagni di strada" o utili idioti che dir si voglia. Questa risoluta volontà di dominazione, che già partiva dalla dittatura culturale, impedì un'accettabile tolleranza nei confronti del quasi-fratello Partito Socialista e si è perpetuata malgrado i cambiamenti di nome e di direttivi. Purtroppo, col fallimento dell'Unione Sovietica, mentre l'ex Pci si convertiva alla democrazia, la sua mentalità collettivista in economia rimaneva inconcussa, perché aveva messo radici da troppo tempo. Il risultato è stato l'Italia che abbiamo sotto gli occhi: cioè l'unico, tra i grandi Paesi, che non riesce a risollevarsi dalla crisi.
Qui si pone il fenomeno Matteo Renzi, il quale è uno dei pochissimi che hanno capito che il partito teneva una rotta sbagliata. Molti dei suoi arcaici dogmi davano risultati disastrosi, e per questo li ha contestati: l'eretico è arrivato a dire che "i sindacati si ascoltano, ma le leggi le fa il Parlamento". Si è dichiarato per le grandi riforme; per la modernizzazione dello Stato attraverso l'annullamento delle incrostazioni e dei privilegi, l'eliminazione delle spese inutili e l'irrisione di annosi pregiudizi. Insomma il nuovo Pd ha capito sia gli errori del passato, sia le necessità dell'avvenire, mentre la minoranza dura e pura, limitata dai paraocchi dottrinali, è rimasta in linea col Pci e vorrebbe ancora applicare le vecchie ricette.
Questa divisione fra la sinistra che ha capito e la sinistra che non ha capito si ritrova anche nel Paese, ed è possibile che nella base le percentuali siano diverse da quelle del Nazareno. La base ha sentito ripetere per troppi anni le stesse cose, per poter capire che erano sbagliate. La grande massa tende a credere che sia il Papa, ad essere divenuto eretico, e che, se si vuole rimanere fedeli all'idea, bisogna divenire Protestanti.
In tutto questo la sinistra estrema è favorita dal fatto che la fazione di Renzi forse ha "capito", certo non ha "fatto", anche se, a nostro parere, senza colpa. Ciò che è stato promesso era impossibile. La libertà d'azione del governo è stata limitata innanzi tutto dalla sua stessa opposizione interna; poi dall'immenso debito pubblico e dalla crisi economica, infine dai vincoli europei. Infatti le riforme sono ancora in itinere e per giunta, ammesso che le più facili - quella elettorale e quella del Senato - siano realizzate, ciò non cambierà affatto "verso" al Paese e non risolverà la crisi economica, come potrebbero forse fare soltanto un drastico taglio delle spese e una massiccia riduzione della pressione fiscale. Per non parlare della Giustizia e della Pubblica Amministrazione. Ma al riguardo è forse inutile nutrire speranze. Di tutto questo naturalmente si farà carico a Renzi: sarà un'ingiustizia, naturalmente, ma è così che va la politica. La sinistra che non ha capito, come fa già la Cgil, accuserà di tutti i mali della nazione la sinistra che ha capito. E l'elettorato potrebbe anche darle ascolto. 
Mentre l'Italia non sembra avere speranze e tutti i parametri volgono sconsolatamente al negativo, non si intravede salvezza in nessun partito. Non nel Pd diviso e paralizzato; non in Forza Italia, che sembra l'ombra di ciò che fu; non in partiti come la Lega o il M5S, che sanno soltanto promettere soluzioni mitologiche. Il problema non è "capire" o "non capire", il problema è che nessuno sa o può "fare".
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 dicembre 2014

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PD CIVATI MINORANZA

permalink | inviato da giannipardo il 14/12/2014 alle 12:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
23 luglio 2014
IL TEMPO NEMICO DEL M5S
Il Movimento 5 Stelle, che lo si apprezzi o che lo si deprechi, ha parecchi seggi in Parlamento. Dunque conta. E contano anche le sue vicende interne. Ma non tutti hanno la buona volontà di occuparsi, giorno per giorno, della cronaca minuta che lo riguarda. E del resto, per diagnosticarne l’evoluzione, è forse più importante annusare l’aria che seguire i battibecchi e le giravolte dei protagonisti.
Il Movimento non è nato, come il comunismo, da un’ideologia. I marxisti avevano un’idea precisa, anche se sbagliata, del modello economico e sociale che intendevano instaurare e dunque erano identificabili. Grillo invece è partito da un’opposizione netta e violenta contro i partiti e contro tutto, senza proporre un modello diverso. Il suo messaggio è stato un semplice “no”, e un invito - “andatevene” - espresso in modo volgare. Poi è stato come se il successo elettorale dicesse al M5S: “Ora avete la forza per agire in concreto e vi aspettiamo alla prova”. E qui si è vista la tara fondamentale del Movimento: non aveva la più pallida idea di ciò che avrebbe dovuto fare. 
Come se non bastasse, la realtà si è incaricata di porre subito il problema. Pierluigi Bersani è andato col cappello in mano a proporre a Grillo di partecipare al governo ma era passato troppo poco tempo dalle elezioni e il Movimento non se l’è sentita di smentirsi così nettamente. Aveva detto urbi et orbi che tutti i partiti erano squalificati e infrequentabili, aveva promesso agli elettori che esso sarebbe stato “diverso” e “fuori”, e non poteva dire di sì. Ma ora è passato un anno, e un po’ tutti siamo indotti a ripensare a quel bel detto (di Talleyrand?) secondo il quale si può fare di tutto, con le baionette, salvo sedercisi sopra. Nel senso che certi atteggiamenti possono essere momentaneamente utili, ma non possono rappresentare una posizione definitiva.
Il problema di chi dice soltanto “no” è che rischia, se non riesce a togliere il potere a chi ce l’ha, di divenire insignificante; e se ci riesce, di dover poi dire dei “sì” ed agire concretamente, perdendo la rendita dell’opposizione. È l’attuale problema dei “grillini”. Dopo che all’inizio si sono fatti inseguire per mesi dal Pd, un anno dopo sono loro ad inseguire il partito di Bersani. Forse perché comincia a serpeggiare la percezione della delusione degli elettori. A che scopo avere tanti deputati e tanti senatori, in Parlamento, se non si cava un ragno dal buco e non si influenza neppure il governo del Paese? Perfino il minuscolo Nuovo Centro Destra può dire “se è così non ci stiamo”, perché è essenziale per il Pd. Mentre finché regge la maggioranza di governo, finché regge l’alleanza con Forza Italia per le riforme, il M5S può pure abbaiare alla luna. Tutto questo è conseguenza dell’audacia, anzi, del colpo di genio di Renzi: alleandosi con Berlusconi per le riforme ha con ciò stesso resi irrilevanti i “grillini”. Oggi possono dire di sì, possono dire di no, possono creare qualche problema e qualche rallentamento, ma non sono affatto determinanti. Come se non bastasse, hanno dato all’opinione pubblica l’impressione che implorassero il Pd di concedergli udienza - loro che prima apparivano come quelli che avrebbero potuto concederla - e il Pd di Renzi, prima ha fatto fare loro anticamera, poi gli ha detto sul muso che tirerà comunque avanti per la propria strada.
Si comprende dunque il malumore di tanti, nel Movimento. Da un lato ci sono coloro che si chiedono, essendo contro l’intero sistema nazionale, a che serva battersi – a costo di qualche umiliazione – per ottenere una piccola modifica nella nuova legge elettorale. Dall’altro ci sono coloro che temono, se il tempo continua a passare, che gli elettori si accorgano della totale inutilità del Movimento, cui potrebbe conseguire una disastrosa batosta elettorale. E per questo vorrebbero entrare in gioco.
Non sta ai terzi dire chi ha ragione e chi ha torto. Forse si potrebbe sostenere, generosamente, che hanno tutti ragione e che il torto sta a monte. La realtà è piena di tante negatività, che dicendo no difficilmente si sbaglia. E sarà magari vero che, come ha detto qualcuno, “decidere corrisponde a ridurre tutti gli errori possibili ad uno”: ma chi decide di non decidere può pagarla ancor più caro. Chi dicesse di no a tutti i cibi morirebbe di fame. 
Col tempo Beppe Grillo e alcuni suoi amici si accorgeranno che senza dire dei sì e senza sporcarsi le mani non si costruisce nulla.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
22 luglio 2014

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. m5s pd riforme

permalink | inviato da giannipardo il 23/7/2014 alle 7:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
POLITICA
11 giugno 2014
LIVORNO NON ALLARMA IL PD MA L'ITALIA
Se in un cinema scoppia un incendio e la gente mantiene la calma, non si verificherà nessuna tragedia. Viceversa, se ognuno, in preda al panico, cercherà una sua soluzione, inclusa quella di calpestare i più deboli per arrivare prima alla porta, ci potrebbero essere molti morti. Ciò vale anche per i risultati delle elezioni. A lungo la nostra democrazia è stata bloccata dalla paura dei comunisti, ma quando è caduto il Muro di Berlino in molti siamo stati felici: finalmente avremmo potuto votare “per” qualcosa, e non “contro” qualcosa. Da allora, per il sistema capitalistico in economia e la democrazia come forma di governo, votare “a destra” o “a sinistra” non ha più fatto differenza. Tutto ciò fino alle elezioni del 2013, quando il Movimento di Beppe Grillo, essenzialmente inassimilabile e antisistema,  ha avuto quasi un quarto dei voti degli elettori ed ha tentato di servirsene per paralizzare la vita nazionale, dicendo no a tutto. Tutto ciò richiede una spiegazione. 
Delusi dalla politica, per lunghi anni gli italiani hanno anelato a “non morire democristiani”.  Poi, con la tempesta di Mani Pulite, morta la Dc, hanno creduto di avere la prova della corruzione della classe dirigente. E avendo finalmente visto le due estreme al governo, ne hanno dedotto che il problema non era la destra o la sinistra, ma l’intera classe politica. 
Quando a questa convinzione si è aggiunta la disperazione per la più grande stagnazione economica che si ricordi, i cittadini si sono comportati come gli spettatori del cinema in preda al panico. Quelle dovrebbero essere le uscite? e se non faccio in tempo? e se sono bruciato vivo? Ecco allora che tutti hanno preso in considerazione anche le soluzioni più improbabili o pericolose. I successi che Renzi amerebbe attribuire alla novità del suo stile, o Grillo alla sua protesta radicale, indicano soltanto la disperazione degli elettori. 
In questo clima l’arretramento del centrodestra era inevitabile: i moderati hanno paura dei cambiamenti dall’esito incerto e non a caso sono detti “conservatori”. Al contrario l’elettorato emotivo, quello che non ha voglia di conservare nulla, è attratto dai partiti che si dicono “progressisti” o “rivoluzionari”. Da ciò il successo dei “progressisti” del Pd o dei “rivoluzionari” del M5S. Ma i voti dati a queste formazioni sono tutt’altro che convinti. Chi votava per il Pci aveva in mente un marxismo fiabesco, ora quelli che hanno votato per il Pd per la prima volta, o gli arrabbiati del M5S, hanno soltanto avuto voglia di “fare qualcosa”, di “smuovere le acque”, di “far comprendere la propria esasperazione”. Ma questa non è un’ideologia e fra Pd e M5S il contrasto non potrebbe essere più marcato. 
Il Pd ha radici ideologiche tanto forti da essere stato per decenni paladino dell’economia marxista e della dittatura del proletariato. Il M5S è invece caratterizzato da una vertiginosa assenza d’idee: è più capace di gridare ciò che vorrebbe distruggere che di spiegare che cosa vorrebbe costruire al suo posto. La sua protesta è vagamente anarchica e nichilista. Dunque Il voto alle recenti consultazioni ha avuto connotazioni irrazionali. Si è votato soltanto sperando di scuotere l’albero e farne cadere i frutti vecchi e marci.
Il caso di Livorno è in questo senso emblematico. Il voto per un sindaco del M5S piuttosto che per l’ovvio candidato del Pd, non è un’adesione al M5S, è la bocciatura di un’ideologia che in quella città dovrebbe essere particolarmente nota e un voto di sfiducia nel Pd sentito come parte essenziale del sistema. Se i livornesi avessero creduto che il Pd è “insufficientemente comunista”, non avrebbero dovuto votare per l’insulso M5S, avrebbero dovuto rivolgersi al partito di Nichi Vendola, che della qualifica di comunista non si vergogna certo. Invece hanno soltanto voluto gridare “no!”, o forse quell’invito volgare e indeterminato che Grillo ha ripetuto fin troppe volte.
Il voto di queste settimane, più che alla vittoria di questo o quel partito, corrisponde al disorientamento dell’elettorato. Tanto che esso domani potrebbe cambiare radicalmente opinione, seguendo l’emozione del momento. Del resto, il voto a valanga non è stato a favore del Pd in quanto erede di un partito serio come il Pci, ma a favore di un partito transpartito che fa concorrenza allo stesso M5S in materia di demagogia e di promesse irrealizzabili. Quando ci sarà l’inevitabile delusione, che ne sarà di quel consenso? Renzi ha sparato tutte le cartucce verbali di cui disponeva ma arriverà un momento in cui le parole non conteranno più. 
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
10 giugno 2014

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. livorno pd m5s

permalink | inviato da giannipardo il 11/6/2014 alle 9:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
27 maggio 2014
POURVU QUE CA DURE
Per il Pd, un successo effimero?
===
Il tempo, si sa, scorre molto più lentamente per i giovani che per i vecchi. È per questo che la stagione fredda riesce a far dimenticare completamente com’era la stagione calda, e per la stessa ragione poi sembra che l’estate non debba finire mai. Che a scuola non si debba tornare mai, che l’unica realtà possibile siano le vacanze, il sudore, i bagni.
Crescendo tutto cambia. Il tempo si mette prima ad accelerare, poi a correre, infine a galoppare, e il vecchio si trova a chiedere: “Tre anni fa? Cinque, dite? Accidenti, come passa il tempo!”
Il presente conserva comunque a tutte le età un’incomparabile evidenza. Ciò che è lontano nello spazio o nel tempo (perfino la nostra morte) appare inverosimile e mitico, invece la realtà attuale si impone con tanta forza da divenire quasi banale. Un’anziana coppia di turisti, che aveva girato un bel po’, ogni tanto celebrava un rito. Dinanzi ad un tempio dorato lui chiedeva: “Qual è il posto più naturale in cui essere?” “Chiang Mai, in Thailandia”, rispondeva lei. E in un altro momento, lei chiedeva. “Qual è il posto più naturale in cui essere? Il Central Park di New York”.
Questa innocente suggestione deve però essere combattuta, se si vuol dare un giudizio sereno rispetto ai fenomeni che ci troviamo ad osservare. Quando si verifica un grande fatto non bisogna dedurre, dall’emozione del presente, che i rapporti di forza che esso ha prodotto siano definitivi, che in futuro non potrà che andar così. La storia è un continuo cambiamento. A volte proprio il più grande dei trionfi è la premessa per la successiva decadenza. Alessandro è capace di creare un grande impero, i diadochi sembrano soltanto capaci di contendersene i pezzi con le armi. E infatti, vista con gli occhi della storia, quella di Alessandro sembra piuttosto una fiammata isolata che una grande civiltà come l’Impero Romano. Napoleone trionfava sulla scena dell’Europa e la sua vecchia madre Letizia si limitava a commentare: “Pourvu que ça dure”, speriamo che duri.
Non durò, ma non se ne può dedurre una regola generale. Alcuni sbandati di una setta ebraica, perfino perseguitati, sono riusciti a poco a poco a creare la più grande religione del mondo, e certo negli anni di Paolo di Tarso nessuno avrebbe potuto prevedere i fasti di Giulio II. Il comunismo più duro ed utopico, quello di Mao Tse Tung, è scomparso come non fosse mai esistito e nessuno avrebbe potuto prevedere la trasformazione della Cina nel suo opposto economico.
Si può tentare di prevedere il futuro - nel medio termine - soltanto quando le condizioni di partenza sono stabili. Per esempio, per decenni, l’intera politica italiana è dipesa da queste due premesse: “Se volete la giustizia sociale e il trionfo del proletariato, votate Pci”, o al contrario: “Se non volete i comunisti al potere, e l’Italia vassalla di Mosca, votate Dc”. E questo ha reso eterna o quasi la Balena Bianca. 
Con l’implosione dell’Unione Sovietica, è venuta meno la paura dei comunisti. O, più precisamente, quella di vedere l’Armata Rossa a Roma come a Budapest nel 1956. E da quel momento la nostra politica è divenuta volatile. Viviamo in un altro mondo e ci sentiamo liberi. Per questa ragione la Dc, esclusivamente diga contro il Pci, è sparita. E ora anche Berlusconi si avvia a divenire una stagione del passato. Lo stesso Partito Comunista, pur spina dorsale dell’opinione pubblica intellettuale, si sfarina lentamente: e l’erosione alla lunga spiana anche le montagne. Quanto al Movimento di Grillo, così come potrebbe – in altre mani – trasformarsi nell’astro sorgente della politica italiana, potrebbe essere dimenticato fra qualche semestre. 
In questo momento la discussione si concentra sul Pd di Matteo Renzi, che  ha appena avuto un grande successo. Ma se già è difficile fare previsioni di lungo periodo sulla base delle elezioni in cui la gente sente di avere interesse a votare, cioè le politiche, figurarsi se qualcosa di serio può dedursi da elezioni che non producono cambiamenti visibili nella nostra realtà quotidiana. Se in molti posti la consultazione non fosse stata abbinata ad elezioni locali, l’astensionismo, già alto, sarebbe stato altissimo. Forse si sta sprecando troppo inchiostro, nelle riflessioni.
Non si tratta di negare il grande successo del Pd. Si tratta del dovere di essere cauti, nel momento in cui si tenta di dedurre le conseguenze di quel successo. Soprattutto nel momento in cui Matteo Renzi si trova inevitabilmente obbligato alla realizzazione almeno di alcune delle sue troppe promesse. 
La vittoria fa rifulgere l’aureola del conquistatore, ma la prudenza dice in un angolo: “Pourvu que ça dure”.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
27 maggio 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. renzi pd durata successo

permalink | inviato da giannipardo il 27/5/2014 alle 17:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
26 maggio 2014
RENZI, VITTORIA PER SQUALIFICA
Il successo del Pd ha una spiegazione 
===

La maggior parte dei commenti sui risultati italiani delle elezioni europee è allineata su due dati incontrovertibili: il trionfo di Matteo Renzi e il fiasco di Beppe Grillo. E su di essi si ricama in tutte le direzioni: la solidità del governo, l’improbabilità di elezioni a breve termine, la sorte delle riforme. Insomma la situazione politica italiana in generale: come se domani dovessimo ridistribuire i seggi in Parlamento secondo il recente voto. 
Non è detto che questa sia la chiave di lettura giusta. Non soltanto le elezioni erano europee e non italiane; non soltanto gli italiani avevano chiarissimo che esse non avrebbero influenzato la situazione politica italiana (cosa che spiega l’astensionismo), ma probabilmente i risultati che leggiamo non indicano nemmeno le tendenze d’opinione dell’elettorato. Il voto potrebbe essere stato più di negazione che di affermazione politica. Come del resto è avvenuto in Francia.
Gli italiani non sono pensatori al livello di Alexis de Tocqueville ma non sono neanche degli imbecilli. Lo stupefacente consenso manifestato per il partito di Grillo nel 2013 si spiega con un tanto acre e profondo disprezzo per la politica da far dire a molti che “peggio non potrebbe andare”. E allora votiamo per “un comico che dice ai politici le parolacce che vorremmo dirgli noi”. Fra l’altro, il messaggio era quello di un cambiamento radicale, pressoché rivoluzionario, e una massa di delusi e preoccupati si è detto: “Vuoi vedere che Bertoldo magari riesce dove non è riuscito Cavour?” L’elettorato era deluso tanto dalla sinistra quanto da Berlusconi ed era ridotto a sperare l’inverosimile. Il voto del 2013, prima ancora che a favore di Grillo, era una bocciatura per gli altri partiti e la manifestazione di un’incerta speranza.
Poi il M5S andò in Parlamento e non concluse nulla. Perché non poteva concludere nulla, data l’attuale macchina dello Stato. Ma per i suoi elettori questa fu una notizia. Essi avrebbero potuto dire a Grillo: “Siete al governo e non abbiamo visto niente di nuovo” e il comico cercò di schivare questa critica mantenendo la verginità del Movimento. Non alleandosi con nessuno e rinviando i miracoli al momento in cui il suo partito avrebbe potuto governare da solo. Fu un errore. A tutto ciò aggiunse l’atteggiamento dittatoriale nei confronti dei suoi parlamentari, la ripetitività dei comizi e degli insulti. Per non parlare di progetti utopici e in qualche caso antidemocratici, divenuti parossismo durante l’ultima campagna elettorale. Grillo era sicuro dei voti già ottenuti e convinto di catturarne altri. Ha sbagliato ambedue le previsioni. 
Il demagogo non si è reso conto che il suo Movimento è apparso inutile, in Parlamento. Se si è sempre contro tutti, è come se non si esistesse, si diviene un rumore di fondo fastidioso e dopo tutto ininfluente. E di ciò si sono accorti anche in molti. Per giunta, con la sua campagna gridata, Grillo, è riuscito ad allarmare molti italiani e a disamorare parecchi dei suoi elettori. Molti di loro, temendo di essere i soli a non sperare più in Grillo, e non credendo Berlusconi capace di arginarlo, hanno votato contro di lui senza disperdere i loro voti: cioè si sono turati il naso ed hanno sbarrato il simbolo del Pd. Fra l’altro, questo partito, meno estremista di un tempo, ha fatto sorgere molte speranze. In un certo senso, è come se il voto che prima è andato a Grillo, ora sia andato a Renzi, per le stesse ragioni. E con la stessa volatilità. 
Guardando i risultati elettorali, prima di parlare di successo di Renzi bisognerebbe parlare di voto di contenimento del M5S di cui ha soprattutto beneficiato il Pd. A questo dato se ne aggiunge un secondo. Renzi, venditore abilissimo anche se ciarlatanesco, ha promesso la Luna, ha parlato di una riforma epocale al mese, ed ovviamente non ha realizzato niente. Ma gli italiani hanno troppo buon senso per rimproverarglielo. Sanno bene che nessuno può fare miracoli in così poco tempo. Ma Renzi appare sinceramente intenzionato a provarci e allora ecco il voto della speranza. Grillo è una bolla di sapone, Berlusconi è fuori gioco (e comunque non gli consentirebbero mai di fare le riforme che forse saranno consentite al giovane Matteo), e allora concediamogli un’apertura di credito. Un po’ come il Premio Nobel per la Pace assegnato ad Obama quando ancora non aveva fatto nulla. Ti premio prima che tu lo meriti, nella speranza che lo meriti in seguito.
L’attuale successo di Renzi, come il successo di Grillo nel 2013, non sono significativi per le future elezioni politiche. Quella è una partita che rimane interamente da giocare.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
26 maggio 2014

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pd grillo renzi vittoria

permalink | inviato da giannipardo il 26/5/2014 alle 12:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
POLITICA
14 aprile 2014
PERCHÉ IL PD È CONTRO RENZI
Teme un successo alle europee e un disastro alle politiche
===

Non si rivela un segreto di Stato, affermando che Matteo Renzi è visto come il fumo negli occhi, in gran parte del Pd. In linea di principio ciò è normale. In ogni gruppo in cui tutti sono animati dall’ambizione non regna certo l’amore. Per un avanzamento tutti sono pronti a fare le scarpe a tutti, e non rifuggono dal tradimento e dal rinnegamento delle promesse. Anche quando hanno detto solennemente “Enrico, stai sereno”. Dunque il moralismo, rispetto agli atteggiamenti riguardanti l’attuale Presidente del Consiglio, è del tutto fuor di luogo. Caso mai, se qualcosa si può notare, è la sfrontatezza della contestazione interna. Dal monolitico Pci, in cui il capo aveva sempre ragione e al bisogno chiedeva ordini a Mosca, si è passati ad un partito che non solo ha una notevole opposizione interna, ma le sue critiche le rende pubbliche e non si preoccupa nemmeno di fingere l’unità d’intenti.
Tutto questo è eccezionale. Abbiamo sotto gli occhi il fenomeno di un generale che capeggia  un esercito che vorrebbe eliminarlo. La sua elezione fa pensare a quelle dell’Impero Romano della decadenza, quando il nuovo autocrate era nominato dai pretoriani, e dopo, l’elezione era ratificata da una larva di Senato. Renzi non è – come sembra – il segretario del Pd, è il risultato delle primarie e della simpatia televisiva che ha saputo suscitare. In un mondo in cui la popolarità è tutto, un giovane capace di farsi capire da chiunque e di far nascere ogni forma di speranza, non può che avere successo. E tuttavia nel Pd si contesta violentemente un segretario che, nel giro di un paio di mesi, ha fatto lievitare le intenzioni di voto a favore del Pd. Ciò merita spiegazione.
I maggiorenti di questo partito sarebbero felici di un successo alle europee, ma sarebbero ancor più felici se questo successo durasse, e si confermasse alle prossime politiche. Perché è in base ad esse, che si ha il potere. E in questo senso Renzi non promette nulla di buono. Già alcuni dei provvedimenti proposti non piacciono, ma anche quelli che potrebbero essere giudicati positivamente inducono a chiedersi: sono realizzabili? E se fossero realizzati, sarebbero utili al partito?
Finché si è trattato di progetti, senza scendere nei particolari – dove si nasconde il diavolo – tutti sono stati pronti ad applaudire. Se si promette lunga vita al maiale e ottime salsicce al suo proprietario, si ha il consenso di ambedue. Ma passando alla realizzazione delle promesse ci si accorge che il nostro è uno Stato ingessato, che non ha capitali da investire né cespiti su cui imporre nuove tasse. Che non è capace di seri tagli, perché il popolo italiano protesterebbe. E che ovviamente non può attingere al debito pubblico il quale fra l’altro, ironicamente, continua lo stesso ad aumentare. Qua non si tratta di essere severi col giovane Primo Ministro, ché anzi il suo atteggiamento ottimistico e sbarazzino ha indotto molta gente ad un’enorme apertura di credito. “Anche a non fare tutto quello che dice, vuoi vedere che magari finalmente qualcosa smuoverà?”. 
Ma il punto è che non basta il consenso, per quadrare il cerchio. I vecchi marpioni del Pd guardano lontano e sanno bene che alle speranze e alle promesse mirabolanti seguono le delusioni che a loro volta inducono al rigetto. Tanto più violentemente quanto più le promesse erano state prese sul serio. Se Mussolini è finito a Piazzale Loreto è anche perché, a parte qualche realizzazione, aveva “rintontonito” l’Italia con vent’anni di demagogia. 
La luna di miele delle speranze è normale che non duri. Il popolo, con buon senso, è disposto ad accontentarsi di qualcosa, ma se non ha niente, o troppo poco, si ha la reazione. Nel Pd temono proprio questo. Il Pci poteva promettere la Luna, e vivere tranquillo, perché non era mai chiamato al governo. Il Pd invece, essendo il Ncd politicamente insignificante, sarà considerato l’unico responsabile dei risultati. E come si difenderà dalla marea di critiche, come arginerà la débâcle dei consensi?
Renzi inoltre è a volte irritante. Si comporta come un dittatore che può imporre la sua volontà a tutti, ma questo potere non l’ha. E nel Pd tengono a ricordarglielo. Ma facciamo l’ipotesi che egli abbia realmente tutti i poteri: questo risolverebbe i suoi problemi? Assolutamente no. Qualunque provvedimento drastico comporta un mare di critiche. Semplicemente perché ogni rimedio ha le sue controindicazioni. Se Renzi velocizzasse la giustizia, si direbbe che essa è meno accurata e le sentenze sono divenute casuali. Se abolisse i mille intralci che paralizzano il lavoro, anche rilanciando la produzione,  si sentirebbe dire (soprattutto da sinistra!) che ha lasciato mano libera ai padroni perché sfruttino a sangue i lavoratori. Se tagliasse le costose pensioni sociali - spesso concesse a chi non vi aveva diritto - gli si direbbe che condanna i più deboli alla morte per fame. Se tagliasse la Sanità, si concluderebbe che “ormai solo i ricchi possono curarsi”. Bisogna proseguire? Se i dittatori governano con la polizia e l’esercito è perché il potere forte scontenta tutti. Anche quando -  può accadere - fa la cosa giusta. 
Questa è una partita che ragionevolmente nessuno può vincere. La nazione è in una situazione impossibile e le è pure impossibile muoversi per uscirne, dal momento che ogni soluzione è vista come anatema. Renzi rischia di concentrare sulla sua testa (e di riflesso sul Pd) le maledizioni di un elettorato gravemente deluso. 
Ecco la differenza di valutazione. Che importa vincere alle europee? Renzi e l’opinione pubblica si occupano del breve termine, il Pd guarda al medio termine: a quelle politiche che rischia di perdere in modo rovinoso. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 aprile 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pd renzi politiche europee

permalink | inviato da giannipardo il 14/4/2014 alle 9:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 febbraio 2014
IL SILENZIO DISGUSTO
Nella Pubblica Amministrazione esiste (o dovrebbe esistere) “il silenzio assenso”. Nella vita politica, almeno dal lato dei cittadini, esiste “il silenzio disgusto”. In questi momenti il privato cittadino, che magari ogni tanto scrive qualcosa sull’attualità, misura la propria fortuna: non è obbligato a commentare le imprese di coloro che dominano la scena. Può tacere e usare il telecomando per passare dal telegiornale ai disegni animati.
Lo sconforto attuale nasce dalla constatazione della distanza fra ciò che avviene a Roma e ciò che vivono gli italiani. Sembra assurdo che nella capitale non si percepisca l’indignazione di un Paese che vede i suoi rappresentanti accapigliarsi, all’interno dello stesso partito, non su come salvare la nazione dal baratro in cui è caduta, ma su chi deve sedere su una data poltrona. Non sul programma da attuare – da attuare sul serio, non da leggere come libro dei sogni per chiedere la fiducia – ma su chi dovrebbe attuarlo. E che infine rovesciano un governo il quale, bene o male, ha la fiducia del Parlamento, soltanto per sostituirlo con un governo fotocopia, sostenuto dalle stesse forze. Sempre che non ci siano incidenti di percorso e si finisca con l’andare di nuovo alle urne.
C’è da mettersi le mani sulle tempie e piangere lunghe lacrime silenziose. Infatti tutto ciò che si è detto è perfettamente vero. Nel bailamme che ci assorda si parla soltanto di qualche riformetta tecnica e del nome del nuovo Primo Ministro. Del vago programma ci si limita a dire che è lo stesso che doveva attuare Letta: e allora perché sostituirlo? Pura questione di persone. “Alzati tu che lì mi voglio sedere io”. E infine può perfino avvenire che, ritrovando una dignità smarrita chissà dove, Alfano e i suoi dicano di no e non si riesca a formare un nuovo governo.
Naturalmente qualcuno dice che questo esito è assolutamente da evitare, che le elezioni “anticipatissime”, soprattutto con il sistema instaurato dall’interventismo della Corte Costituzionale, sarebbero un disastro. Chissà perché. Si avrebbe voglia di chiederlo a quella sinistra che passa il tempo a togliersi il cappello dinanzi a qualunque decisione dei magistrati. Quella sinistra che è perfino disposta a delegare il potere legislativo a quello giudiziario. E ora come mai non pensa che l’attuale sistema elettorale, essendoci  imposto dalla Consulta, è sicuramente non solo migliore del “Porcellum”, ma anche perfetto e meraviglioso? O è soltanto che non si vuole permettere che il popolo bue metta becco su chi deve governarlo?
Si badi bene, non si vuol dare il torto di tutto quanto accade a Matteo Renzi. È un giovane politico ambizioso che legittimamente tira l’acqua al proprio mulino, e quand’anche ciò facesse a spese dell’Italia – e potrebbero essere spese pesantissime – non è lui, il colpevole: il torto, in democrazia, non è di chi fa una proposta, ma dei molti che l’accettano. E qui parliamo del Pd.
Chi è anziano, chi ha conosciuto il Partito Comunista Italiano, l’avrà magari odiato ma non lo ha disprezzato. Era forse un partito di fanatici, in qualche caso di criminali, ma non d’imbecilli dalle idee confuse. All’esterno si presentava come un monolito senza falle, una corazzata inarrestabile, un esercito più organizzato della stessa Falange Macedone. Ed ora ecco che i suoi eredi si presentano come una manica di dilettanti. Gente che non si rende conto dell’irritazione del Paese, che non si accorge di come è percepito lo spettacolo che offre. Enrico Letta non traboccava di fascino e di carisma, ma era un loro uomo: non andava congedato senza nemmeno gli otto giorni che un tempo si davano alle serve. Questa è stata una disgustosa dimostrazione di slealtà, e soprattutto una imperdonabile caduta di stile. Ma forse nel Pd lo stile non sanno più che cosa sia.
Il popolo non segue queste vicende con la passione e il rispetto che si immaginano nei palazzi romani. Il Pd, il partito che un tempo fu visto come il sobrio difensore dei lavoratori, oggi è percepito come un club di golf e di bridge in cui si litiga per il posto di cerimoniere. Infatti i membri del club sono degli oziosi che vivono di rendita e possono battersi per le cariche onorifiche. Gli impiegati, i cuochi e i camerieri che devono servirli fanno invece la fame e rischiano persino di essere licenziati.
Ecco le ragioni del silenzio. Condannare questa gente, manifestare il proprio disprezzo, sembra uno spreco di fiato. C’è solo da sperare che una catastrofe rigeneri questa povera nazione dolente e mandi via tutti questi signori. Non perché si possa sperare che coloro che verranno a sostituirli saranno migliori, ma soltanto per punire tutti quelli di cui oggi ci parlano i telegiornali.
Per non vederli più, almeno questo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 febbraio 2014


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PD RENZI LETTA

permalink | inviato da giannipardo il 14/2/2014 alle 20:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
9 dicembre 2013
RENZI: NO, WE CAN'T
Durante la campagna elettorale di Barack Obama si sorrise molto dei suoi due slogan tanto altisonanti quanto insignificanti: “Cambiamento” e “Sì, possiamo”. Ma cambiare che cosa e in quale direzione? E chi diceva che si potesse? Tutte domande rimaste senza risposta. Tuttavia Obama è stato eletto e ciò ha dimostrato che il messaggio non era: “Questo e quello sono sbagliati e li cambieremo così”, ma: “Voi siete scontenti della situazione attuale e tutti saremmo lieti di poterne uscire”. Nulla di più.
Qualcosa di analogo si verifica oggi in Italia. Matteo Renzi è stato eletto trionfalmente Segretario del Partito Democratico e tuttavia i suoi discorsi sono soltanto abili manipolazioni di parole, vaghe promesse, programmi simbolici (un miliardo risparmiato sulle spese della politica), acerbe critiche prive di destinatario. In linea con il modo in cui è apparso all’orizzonte.
Il giovane toscano si fece conoscere parlando di “rottamazione” della vecchia dirigenza del Pd, accusata alla Nanni Moretti di essere vecchia, non di altro. Mentre lui era giovane. Ma tutto ciò non significava assolutamente niente. Renzi non può sostenere che a quarant’anni lui sia migliore politico di Konrad Adenauer a ottanta. Non bisogna scambiare la qualità dell’etichetta con la qualità del vino. Ottaviano fu uno straordinario politico a vent’anni come lo era ancora De Gaulle da vecchio, ma soltanto perché sia l’uno che l’altro erano eccezionali comunque. Chi ci dice che Renzi sia tanto sopra la media?
Di straordinario ha la capacità di parlare a lungo facendo credere che dica qualcosa mentre in realtà non dice niente. Il suo racconto è un oceano di eccipiente in cui non si identifica il principio attivo. Solo sensazioni: “lui è diverso”; “lui è giovane”; “lui parla come noi”; “finalmente con lui cambierà qualcosa”. Yes, we can.
Ma nessuno deve criticarlo per questa tecnica politica. Quando Dick Fosbury ebbe l’idea di superare l’asticella del salto in alto di spalle inarcandosi ad onda al di sopra di essa come un serpente, sbalordì tutti, ma non gli si poté negare il titolo olimpico. Se molti candidati badano a sedurre gli elettori emotivamente e si disinteressano di un serio programma politico ciò avviene o perché non ne sono capaci o perché un programma non esiste, per nessuno. Qualcuno ha detto che si “vende” un Presidente degli Stati Uniti come si “vende” un detersivo, cioè con la stessa tecnica pubblicitaria.
Questo è il punto di vista dei candidati. Ma per spiegare l’ efficacia del metodo è opportuno prendere il problema dall’altra estremità: dal punto di vista del popolo. Se il Paese fosse ad un bivio – entrare in guerra o non entrarci, darsi un regime monarchico o un regime repubblicano – i candidati farebbero dell’una o dell’altra posizione la loro bandiera. Eleggendoli, gli elettori sceglierebbero l’una o l’altra soluzione. Ma facciamo l’ipotesi che la nazione si trovi di fronte a problemi molto complessi – tali cioè da non potere essere riassunti in una campagna elettorale fino a farne una questione di sì o di no – o anche di problemi di cui nessuno sa suggerire un’accettabile soluzione: è ovvio che il popolo non soltanto ne soffrirà, ma arriverà ad una sorta di disperazione. “Così non si può andare avanti”, “Qualcuno dovrebbe metterci rimedio”, “Qualcuno dovrebbe cambiare la situazione”. E allora ecco arrivare il candidato che non ne sa più della gente e che alla disperazione risponde con la speranza: “Change”, “We can”. Ma non offre nulla più della speranza
L’Italia è molto, molto scontenta. Il successo di Grillo non ha altra origine. Il popolo ha tendenza a rivoltarsi contro i suoi leader e perfino il gregge ordinato della sinistra ce l’ha con i grandi sacerdoti di quella che fu una Chiesa, il Partito Comunista. La “rottamazione” di cui tanto ha parlato Mattei è stata la condanna di quella dirigenza, ma una condanna immotivata. È vero, quel sinedrio non ha saputo tirare l’Italia fuori dai guai, ma ne sono forse stati capaci Monti, Berlusconi, Grillo e tutti gli altri? Ecco perché da un lato non si può rimproverare a Renzi un programma vago e al limite inesistente, e dall’altro non ci si può neppure aspettare molto, da lui.
Quello che manca non è soltanto un leader capace di prendere in mano la nazione e condurla verso la salvezza, manca anche la direzione in cui andare, per trovare quella salvezza. Fino a nuovo ordine Renzi è soltanto un utilizzatore della tecnica pubblicitaria che funziona nel mondo attuale. Quanto al cambiamento, meglio non sperarci molto. No, we can’t.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 dicembre 2013


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. renzi pd cambiamento

permalink | inviato da giannipardo il 9/12/2013 alle 10:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
politica interna
16 novembre 2013
UNA SCISSIONE SENZA FUTURO

I giornali si occupano delle vicende del Pdl, dei rapporti fra falchi e colombe, fra Berlusconi e i “governativi”, fra Alfano e Fitto. Hanno detto questo, no hanno detto quest’altro, pare che, sembra che, fino a concludere che si è arrivati, ieri, alla scissione. Ma questa è cronaca inutile, quasi chiacchiericcio, perché in realtà, come ripetutamente affermato in passato, tutto si è consumato  il giorno in cui i ministri, Alfano in testa, hanno rifiutato di dimettersi. Da quel momento essi hanno avuto l’alternativa tra tornare all’ovile a capo chino, per non contare più niente ed essere comunque considerati traditori inaffidabili, oppure proseguire nella strada intrapresa, per la semplice ragione che, fosse quella giusta, fosse quella sbagliata, ormai non ne avevano nessun’altra. E così è andata. Tutte le discussioni di questi giorni forse sono servite a ciascuna delle fazioni soltanto a dare in seguito all’altra la colpa di quanto avvenuto.
Ciò che val la pena di cercare di capire sono le conseguenze della scissione. Nell’immediato essa darà sicuramente luogo ad un nuovo gruppo parlamentare, ma è difficile che crei un partito credibile. Manca la caratterizzazione che dovrebbe renderlo necessario, com’è per la Lega. In caso di elezioni i suoi candidati correrebbero il gravissimo rischio di aver l’aria di dire: “Votate per noi perché abbiamo voglia di andare al governo”. Un po’ poco. Gli elettori votano per sé stessi, non per i candidati. Gli scissionisti non sembrano avere né un’identità (se non quella di “portatori d’acqua”, come si diceva una volta al Giro d’Italia) né un futuro, se non in un’eventuale gruppo centrale composito. Tipo di gruppo che fino ad ora non ha portato fortuna a nessuno. Le esperienze di Fini, Casini, Monti sono troppo recenti per rendere verosimile un suo successo.
La nuova miniformazione, com’è attualmente, non ha comunque potere negoziale. Il governo non può farne a meno, ma gli “scissionisti” non possono, eventualmente, farlo cadere, perché cadrebbero  essi stessi nel nulla. Dunque quelli che non hanno voluto obbedire a Berlusconi dovranno obbedire a Letta. È vero che così conserveranno la poltrona, ma non si sa neppure fino a quando. 
Politicamente, dal momento che anche Scelta Civica si è disgregata, da domani avremo di fatto un monocolore PD. Un partito che ha la maggioranza in Parlamento ma non nel Paese. Dopo la decadenza di Berlusconi, FI infatti passerà all’opposizione ed avrà vita facile. La legge finanziaria non piace. L’Unione Europea ci condanna. Il debito pubblico aumenta. La depressione non finisce mai. Il governo è affetto da grave immobilismo. La pressione fiscale è enorme. E FI è comunque un partito più credibile del movimento dei “grillini”, che rischia ancor di più una deriva folcloristica. Insomma alle prossime elezioni - c’è sempre la possibilità di un incidente di percorso - quando il suo leader non sarà Berlusconi, non foss’altro per età - FI potrebbe essere ancora il contraltare della sinistra. 
In questo frangente il Pd sta cercando di far passare la crisi come la conseguenza dell’egoismo di Berlusconi che vorrebbe far cadere il governo per vendicarsi del mancato sostegno contro certi magistrati. Ma è una lettura tutt’altro che plausibile. Con l’eventuale crisi non verrebbero meno i problemi giudiziari del Cavaliere. In realtà lo si attacca perché è chiaro che, scaricati i “governativi”, Forza Italia sarà nettamente all’opposizione, con a capo il nemico di sempre, che stia in Senato o altrove.
Probabilmente quello di Berlusconi è lo stesso calcolo di fine settembre. Le sue antenne politiche gli dicono che l’Italia è estremamente stanca dell’attuale situazione economica e non è un caso che nel discorso di oggi egli se la sia presa pesantemente con la Germania. Forse, se si sciogliessero le Camere, gli elettori premierebbero chi avesse il coraggio di indicare una coraggiosa via d’uscita dall’assetto attuale. 
Che Berlusconi abbia ragione o torto, il Pd, piuttosto che pensare alla propaganda, farebbe bene ad accorgersi che ora è caricato dell’intera responsabilità delle sorti del Paese: ecco un compito che, più che difficile, appare impossibile. La guida dell’economia è un’autentica quadratura del cerchio. Per giunta potrebbe verificarsi una gravissima crisi internazionale di cui il partito di Letta non sarebbe responsabile ma di cui la nazione gli addebiterebbe la colpa. Perfino in condizioni normali, se il governo “non si muove”, è accusato, perfino dalla Commissione Europea, di immobilismo e di tutte le possibili conseguenze di ciò. Se “si muove”, scontenta qualcuno (già oggi i sindacati, a cominciare dalla Cgil) e rischia parecchio alle nuove elezioni. Soprattutto quando si sarà visto che, se Renzi diviene segretario, cambierà soltanto lo stile e la sostanza resterà vacua.
Normalmente, mentre tutto va molto male a qualcuno, va almeno benino a qualcun altro. Nella nostra vita politica, invece, sembra che attualmente vada malissimo per tutti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
16 novembre 2013




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PDL PD FI ALFANO CASINI

permalink | inviato da giannipardo il 16/11/2013 alle 14:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
24 marzo 2012
L'ITALIA COME IL TITANIC

La sintesi politica del momento attuale è la seguente. Il governo è diviso sulla riforma del lavoro, tanto che se ne lava le mani affidandola al Parlamento. Si prevedono logomachie infinite e voto finale alle calende greche. Non si ha il coraggio di applicare immediatamente la riforma – come si sarebbe fatto con un decreto legge – per rispetto, si dice, delle norme costituzionali. Infatti esse parlano di “casi straordinari di necessità e urgenza” (art.77) che qui non ci sarebbero. Che urgenza c’è, se l’Italia rischia soltanto di fallire? Ma, dicono, la Costituzione è intoccabile. Dio mio, le si è toccato il sedere – come minimo - tante di quelle volte, in passato, che forse potrebbe essere divenuta una professionista del ramo. Ma anche le professioniste ridivengono vergini, quando serve. Oggi invece non c’è né necessità né urgenza. Annibale è alle porte, ma solo per dare alle porte una mano di vernice. 
Probabilmente in realtà il decreto è stato evitato per non mettere il Pd dinanzi ad una scelta ineludibile e alla fine mortale. Dove si vede che questo partito vale più dell’Italia.
E allora si va in Parlamento. Qui le domande divengono infinite. 
Se esso può cambiare tutto, perché il Pd e i sindacati si sono battuti a morte contro il governo, per mesi, prima del varo di questo disegno di legge, che così sembra divenire solo una mite proposta? Se nelle Camere il Pd, l'Idv e la Lega si uniscono per cambiare l'art.18 nel senso voluto dalla Cgil, che cosa può fare il Pdl? Quali sono i numeri? Se in Parlamento una legge si vota prima articolo per articolo (e i partiti di governo potrebbero dividersi sull’art.18) e infine si dà un voto complessivo all'intera legge, che avverrà se, sul voto finale, Pd e Pdl voteranno in modo difforme? Se sull’art.18 Lega e Idv votano col Pd, come voteranno sull’intera legge, prevarrà l’opposizione al governo o il favore all’art.18 modificato? E cadrà il governo? Infine, si può ipotizzare che il governo ponga la fiducia sul disegno di legge come attualmente formulato? Oppure sul disegno di legge come risulterebbe dalla discussione in Parlamento, salvo la parte sull’art.18, in cui il governo adotterebbe la formula Fornero-Pdl? E comunque, si arriverà al punto finale prima delle elezioni del 2013? E i mercati, le Borse, gli imprenditori stranieri crederanno di più ai vaghi voti del governo e di Napolitano, o al fatto che niente cambia, in Italia, per mesi e per anni, in campo lavorativo? Se qualcuno sarà in grado di rispondere a tutte queste domande, Nostradamus al confronto risulterà uno sprovveduto.
Nella nebbia si può forse intravedere un filo conduttore. In Italia nessuno si fida di nessuno. Se, in caso di licenziamento per ragioni economiche, si delegasse il giudice a decidere se veramente c’è una ragione economica, destra ed imprenditori pensano che il giudice, essendo di sinistra, darebbe ragione al lavoratore anche quando ha torto. E lo reintegrerebbe. Si è visto molte volte. Se invece, in caso di licenziamento per ragioni economiche, il ricorso al giudice per il reintegro non fosse mai ammesso o fosse reso difficile, i lavoratori e i sindacati pensano che gli imprenditori, disonestamente, gabellerebbero per “licenziamento per ragioni economiche” anche un licenziamento per ragioni sindacali, disciplinari o di semplice antipatia. E spesso avrebbero ragione. Non solo tutti considerano la controparte disonesta, ma il peggio è che tutti hanno buoni motivi per considerarla tale. 
C’è una soluzione? Certo che c’è, in ogni Paese rispettabile: il giudice terzo, il giudice onesto, il giudice non politicizzato, il giudice imparziale di cui ci si può fidare. Mentre se non c’è un giudice terzo, un giudice onesto, un giudice non politicizzato, un giudice imparziale di cui ci si può fidare, nessuna legge potrà mai funzionare.
Se fosse vero quanto è stato detto, e cioè che nel licenziamento per ragioni economiche non si può ottenere in nessun caso il reintegro, la formula Fornero in concreto renderebbe i licenziamenti praticamente sempre possibili, anche per capriccio, se pure pagando un consistente indennizzo. Sarebbe una soluzione brutale e ingiusta ma funzionale alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Più o meno come quando, durante il naufragio del Titanic, si decise quali persone dovevano salire sulle scialuppe di salvataggio e quali certamente sarebbero morte. Ma è una soluzione moralmente inaccettabile. Meglio annegare tutti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 marzo 2012
Ricordo che da settimane "il Cannocchiale" ha reso impossibile l'inserimento di commenti. Non riesce neanche a me.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. fornero ART.18 GOVERNO PD

permalink | inviato da giannipardo il 24/3/2012 alle 10:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
21 marzo 2012
IL PD DOPO LA ROTTURA DELLA CGIL
Habemus Papam. Il dilemma era: che avverrà se il governo veramente si intestardirà a cambiare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori malgrado il dissenso della Cgil?
Se in Parlamento il Pd votasse contro la riforma, sarebbe definitivamente fuori dalla maggioranza che sostiene il governo Monti e alle prossime elezioni pagherebbe un prezzo altissimo. Il governo infatti non cadrebbe, essendo sostenuto da Pdl e Udc, e quello di Bersani sarebbe indicato come il partito che agli interessi dell’Italia ha preferito la retorica, la demagogia, l’ossequio ai miti della sinistra trinariciuta. “Il Pdl e l’Udc hanno salvato l’Italia mentre il Pd ha preferito la piazza ed ha tradito l’impegno assunto”.
“Se invece – come scrivevamo qualche giorno fa - il Pd decidesse di votare la fiducia al governo Monti, se pure condendo la decisione con tutta la retorica possibile a proposito del dovere di salvare la Patria, di fatto si attuerebbe la più grave frattura fra il Pd e la Cgil dell’era repubblicana. La conseguenza più ovvia sarebbe che soprattutto la sinistra estrema e quella extraparlamentare griderebbero che il Pd non è affatto ‘il partito dei lavoratori’, ma ‘il partito dei padroni’, ‘il servo dei capitalisti’, ‘l’alleato della Confindustria’ e, ancora peggio, uno che ha fatto un favore a Berlusconi”. 
Non è una previsione catastrofica e non nasce da un pregiudiziale disprezzo per la sinistra: ma questa parte politica è da sempre il punto di riferimento degli scontenti e degli idealisti utopici, cioè dei massimalisti. I massimalisti sono, in termini volgari, quelli che vogliono la botte piena e la moglie ubriaca. E poiché in politica non si hanno scrupoli, tutti i vecchi rottami dell’estremismo di sinistra saranno felici di afferrare l’occasione con ambedue le mani. Gli insulti sono già pronti in magazzino. Come si diceva: “il partito dei padroni”, “il partito alleato con la Confindustria” e soprattutto “il partito di chi vuole i licenziamenti facili”. Dopo decenni di Quarantore e genuflessioni dinanzi all’art.18, come potrà il Pd spiegare alla propria base che quell’articolo era un errore?
Per giunta, la Cgil ha a sua disposizione un’eccellente argomentazione. Può dire – anzi la Camusso ha già detto - che in Germania, alla cui legislazione si è fatto riferimento in questa occasione, per i licenziamenti si dà al giudice la possibilità di scegliere fra l’indennizzo e il reintegro, mentre da noi per i licenziamenti “economici” è previsto solo l’indennizzo. E siamo sicuri che non si vestirà di ragioni “economiche” un licenziamento disciplinare o discriminatorio?
Giusta domanda. Cui nessun uomo delle istituzioni può dare in pubblico, e decentemente, la risposta giusta, la quale tuttavia è elementare: “Cara Cgil, in Germania forse ci si fida di quel giudice, in Italia dati i precedenti non ce ne fidiamo affatto. Abbiamo visto ordinare il reintegro persino di operai sabotatori o ladri”. E questo non lo si sa solo in Italia, lo si sa anche all’estero. Lo sanno le imprese che potrebbero venire ad investire in Italia.
La discussione politica, a sinistra, si trasformerà in un tiro a segno contro il Pd. Gli extraparlamentari, che hanno visto un Pd far posto a Di Pietro e lasciare a piedi loro, hanno giustamente il dente avvelenato. L’Idv, che di quella discriminazione ha approfittato, ha troppo pelo sullo stomaco e troppi pochi scrupoli per non comportarsi nello stesso modo. Già è per questo che è all’opposizione del governo Monti, invece di essere accanto al Pd. Una buona parte dei media, visceralmente di sinistra, è conscia che in fondo la battaglia dell’art.18, vinta da questo governo, è la stessa che il governo Berlusconi ha perduto a suo tempo. Dunque probabilmente affiancherà la retorica operaista e il risultato sarà in ogni caso pessimo, per la sinistra moderata.
In questi giorni abbiamo visto arrivare al pettine due nodi irrisolti per decenni. Da un lato, un debito pubblico semplicemente insostenibile (oltre ad essere assolutamente impossibile da ripagare) ha provocato la prevedibile sfiducia in un Paese a rischio fallimento; dall’altro, un Pci che non è mai riuscito a divenire un Psi, cioè che non è mai riuscito a sottrarsi all’abbraccio soffocante e infine mortale del massimalismo di sinistra, è costretto a fare i conti con se stesso. Purtroppo, nel frattempo gli italiani non centenari sono tutti stati allevati nella retorica dell’ultrasinistra e il vecchio partito somiglia a uno che non sappia nuotare e nel frattempo lotti contro chi cerca di salvarlo. 
Il vecchio cuore del Pci non ha mai smesso di cercare di uccidere quel Psi con cui avrebbe dovuto fondersi. Ed ha preferito che annegassero tutti e due.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 marzo 2012


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PD DGIL CAMUSSO MONTI

permalink | inviato da giannipardo il 21/3/2012 alle 12:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
17 marzo 2012
SE I SINDACATI DICESSERO DI NO
Nella situazione attuale, il governo, la Cgil, la Cisl, la Uil e la Confindustria dicono che, se non esistono certe condizioni minime, non firmano l’accordo. Purtroppo, le condizioni minime o non esistono per l’uno o non esistono per l’altro. 
Nell’antichità e nel Medio Evo si verificava qualcosa di simile con l’assedio. A volte esso si concludeva con un assalto vittorioso al castello, ma spesso si aveva uno stallo: l’assediante non riusciva ad entrare, l’assediato non riusciva a scacciarlo. E tuttavia alla lunga si manifestava una grande differenza, rispetto agli scacchi: l’assediato aveva bisogno di cibo e poteva arrendersi per fame; l’assediante era anch’esso in difficoltà, tanto che a volte desisteva.
Per quanto riguarda la riforma del lavoro, la situazione non è del tutto dissimile. Il “no” dei sindacati ha indubbiamente un peso ma non è un’arma risolutiva. Il governo  può infatti inviare comunque la riforma al Parlamento, e porre la questione di fiducia. Il problema si sposterebbe allora dal tavolo delle trattative alla società, ai partiti e al Parlamento.
Se i sindacati, in caso di un atto di forza, fossero in grado di mobilitare la società al punto da paralizzare l’Italia con una seria di scioperi, fino a mettere in pericolo la pace sociale e la stabilità economica, l’esecutivo potrebbe essere indotto a cedere. Ma i sindacati hanno ancora questo seguito? Essi avrebbero certo l’entusiastico consenso di personaggi esagitati come Landini della Fiom o i politici di Sinistra e Libertà, per non parlare dei fossili di Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, ma non è detto che avrebbero il sostegno del Pd. E questo potrebbe pesare parecchio, sia nel quantum delle adesioni alle manifestazioni, sia nel giudizio che i giornali darebbero della protesta. Si è visto con le manifestazioni Anti-Tav.
Il problema principale dunque non riguarda i sindacati o gli extra-parlamentari ma i tre partiti della maggioranza. Una volta che la riforma fosse definita, magari dopo l’abbandono del tavolo dei negoziati da parte della Cgil, che farebbe il Pd? Un tempo si diceva che la Cgil era la cinghia di trasmissione del Pci, poi si è detto che il Pd è la cinghia di trasmissione della Cgil: ora Bersani e i suoi avrebbero il coraggio di disobbedire al “loro” sindacato e a una buona parte della loro base, allevata nel più utopico massimalismo?
Se dovessero sposare la causa della Cgil poi dovrebbero votare la sfiducia a Monti. E questo probabilmente non basterebbe neanche a far cadere il governo, perché il Pdl (da sempre desideroso di attuare quella riforma) e l’Udc sarebbero in grado di confermare la fiducia all’esecutivo.  
La conseguenza sarebbe che il provvedimento passerebbe comunque e la situazione politica sarebbe totalmente cambiata. Il governo non sarebbe più l’espressione di una maggioranza tripartita ma di un centro-destra sostenuto da Pdl e Udc, cosa di cui sarebbe felice Silvio Berlusconi; il Pd invece sarebbe indicato come il partito degli sfascisti, il partito di quelli che non vogliono conformarsi ai pressanti consigli dell’Europa, il partito di quelli che vogliono fare fallire l’Italia come la Grecia. Pessimo affare.
Se invece il Pd decidesse di votare la fiducia al governo Monti, se pure condendo la decisione con tutta la retorica possibile a proposito del dovere di salvare la Patria, di fatto si attuerebbe la più grave frattura fra il Pd e la Cgil dell’era repubblicana. La conseguenza più ovvia sarebbe che soprattutto la sinistra estrema ed extraparlamentare griderebbe che il Pd non è affatto “il partito dei lavoratori”, ma “il partito dei padroni”, “il servo dei capitalisti”, “l’alleato della Confindustria” e, ancora peggio, uno che ha fatto un favore a Berlusconi. Se non è un pessimo affare, certo è una gatta da pelare.
In tutto questo frangente il governo potrebbe rimanere sereno e tirare diritto. Infatti, pretendendosi tecnico,  non dovrebbe mirare a rimanere al potere dopo le elezioni; dovrebbe essere pronto a fare le valigie, se battuto in Parlamento; e infine, più semplicemente, dovrebbe essere disposto a continuare a governare se pure con una maggioranza meno grande. Ma per profittare di questa comoda posizione dovrebbe essere capace di dimostrare fermezza. E questa non è una qualità che abbondi, a sud delle Alpi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 marzo 2012


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pd sindacati fornero

permalink | inviato da giannipardo il 17/3/2012 alle 19:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
22 febbraio 2012
IL PD NELLA PADELLA O NELLA BRACE
Il governo-senza-Berlusconi è stato invocato per anni da tutte le forze d’opposizione. Lo scopo è stato evidentemente quello di liberarsi dell’ingombrante Cavaliere, ma per “vendere” la proposta al grande pubblico è stato necessario sostenere che il governo in carica non fosse in grado di guidare il Paese, mentre un governo di competenti “avrebbe saputo che cosa fare”.
Da queste parole, “avrebbe saputo che cosa fare”, derivano parecchie conseguenze. In primo luogo, l’affermazione presuppone che non esista la politica (la cui caratteristica è la legittima discussione e lo scontro aperto sulle cose da fare) ma un’obiettiva identificazione delle necessità e delle priorità del Paese che solo i cretini e i fanatici – cioè quelli del partito avverso -  possono negare. Una conseguenza ulteriore è che in questa ottica il “governo dei tecnici” - non essendo legato a un partito, ai suoi pregiudizi e alle sue necessità elettorali - per ciò stesso non potrà che fare il vero bene del Paese. Dunque chiunque si dovesse mettere di traverso sulla sua strada sarebbe inevitabilmente visto come un fanatico, un rinnegato e un traditore. Sono passaggi logici assolutamente ineludibili. 
Proprio con la motivazione della natura salvifica e infallibile del “governo dei tecnici” i due massimi partiti italiani hanno accettato di farsi da parte e fino ad ora l’ossimoro governativo è andato avanti. Ma ecco che si profila un ostacolo capace di mandare all’aria questa bella costruzione fantastica. 
Come è noto, il governo Monti, estremamente preoccupato della crisi economica dell’Italia, riguardo alle decisioni da prendere si è molto appoggiato alle autorità europee. In cambio ha offerto sia provvedimenti di austerity  sia la riforma del mercato del lavoro e alcune liberalizzazioni. La prima parte è andata liscia, perché la sinistra è stata da sempre, in Italia come altrove, il “partito delle tasse”, e perché la destra non ha temuto un’impopolarità che casomai si scaricava sul governo. Ora si è passati alla seconda parte, si parla in particolare dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, e sono dolori. La Fiom promette scioperi generali, la Cgil si è messa risolutamente di traverso e il Pd non se la sente di dissociarsi sia dal suo sindacato di riferimento sia da una buona parte della sua base elettorale. Il segretario Bersani a questo punto ha pubblicamente e solennemente affermato che il suo partito non accetterà supinamente le decisioni del governo ma valuterà le sue proposte e dopo deciderà.
Bello, se fosse così. In realtà, chiedendo a lungo “il governo dei tecnici”, il Pd ne ha con ciò stesso certificato l’ “infallibilità”. Inoltre, votando l’investitura al governo Monti, ha dichiarato di avere fiducia nella sua azione non politica, attenzione, ma tecnica. E come nessuno si sognerebbe di discutere il modo in cui opererà il chirurgo cui si è affidato, nello stesso modo nessuno può discutere l’azione economica di un governo formato da altissimi competenti. Se la sinistra obietterà che quelle norme del governo sono “sbagliate e ingiuste”, smentirà se stessa quando chiedeva il “governo dei tecnici”. Una designazione che si continuerà a mettere fra virgolette perché né una politica né un governo potranno mai essere “tecnici”.
Ora tutto dipende dalla fermezza di Monti. Se manterrà o no ciò che ha promesso, cioè la proposta della riforma del lavoro “con o senza l’accordo dei sindacati”, magari ponendo la questione di fiducia per evitare agguati. Perché se sarà senza l’accordo dei sindacati – come è ragionevole prevedere – il Pd dovrà scegliere tra rompere con la Cgil e con buona parte di un elettorato cui ha parlato per decenni dell’art.18 come del Santissimo Sacramento oppure rompere col governo. Pur sapendo che facendolo cadere sarà accusato di essere “un fanatico, un rinnegato e un traditore” e di avere impedito che il “governo dei tecnici” (sempre naturalmente infallibile) facesse il bene del Paese. Berlusconi e i suoi amici, che per la riforma del mercato del lavoro sono sempre stati, grideranno alto e forte che la sinistra non voleva un governo che facesse il bene della nazione, ma un governo che obbedisse alla Cgil. Sarà demagogia, ma rischierà di essere vincente. Senza dire che in occasione di quel voto il Pd potrebbe anche spaccarsi.
Bersani dovrebbe esprimersi con minore sussiego. Quello che lo aspetta, sempre che Monti mantenga la parola, è la scelta fra la padella e la brace. 
La destra normalmente è realistica e pragmatica, e questo è in linea con la ragione. La sinistra al contrario è idealistica e non “ragionieristica”, dunque non raramente irragionevole, se pure con le migliori intenzioni. Accettando “il governo dei tecnici” la destra non solo si è scaricata dal peso dell’impopolarità dei provvedimenti necessari, ma ha potuto aspettarsi leggi e decreti in linea con la propria politica. Insomma Berlusconi avrebbe furbescamente ceduto il passo a un governo amico, mentre Bersani ha aperto le porte a un cavallo di Troia. Alle prossime elezioni potrebbe pagarla più cara di quanto non pensi. Il fatto che nel Pd se ne accorgano solo ora non depone a favore della loro lungimiranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
22 febbraio 2012


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PD MONTI ART.18

permalink | inviato da giannipardo il 22/2/2012 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
7 febbraio 2012
PARTITI SCREDITATI, NESSUNA ALTERNATIVA

Come spesso avviene, l’ultimo articolo di Galli Della Loggia sul Corriere della Sera (“Una maturità da ritrovare”), prezioso dal lato della diagnosi, è carente dal lato delle prospettive.

Si sostiene che la credibilità dei partiti è oggi vicina allo zero perché, in un momento di crisi, non loro, ma dei terzi sono stati chiamati a gestire la cosa pubblica. Malgrado ciò essi non procedono a nessuna seria riflessione autocritica. Non capiscono che dovrebbero riformare la legge elettorale e la Costituzione. Dovrebbero impedire che si prosegua nella situazione attuale in cui si osserva il prevalere di una “corporativizzazione” del Paese, come la chiama lui, con parola impronunciabile: cioè il prevalere di “gruppi professionali, di sindacati, di gruppi d'interesse” che “si sono impadroniti di fatto di una parte significativa del processo legislativo piegandolo ai propri voleri”. Bisogna veramente mettere rimedio a tutto questo. Fin qui il politologo.

La prima tentazione, letto l’articolo, è quella di lasciarsi andare a uno sconfortato pessimismo. A che scopo dire al malato che deve guarire del suo male inguaribile? I partiti potrebbero sfidare Galli Della Loggia a spiegare come realizzare ciò che consiglia. Ché se poi si constatasse che l’impresa è impossibile, sia lui sia tutti dovrebbero rinunciare a rimproverare i partiti per le loro supposte inadempienze.

La situazione attuale dell’Italia è drammatica perché raccogliamo fino alla feccia i frutti della mentalità imperante. In primo luogo delle illusioni politico-economiche degli italiani che si attendono tutto dallo Stato Provvidenza. Essi credono facilmente a Babbo Natale e i partiti, in passato ancor più di oggi, li hanno confermati in questa idea: l’immenso debito pubblico è una delle tante conseguenze di questa utopia e del gioco allo sfascio del Pci.

Inoltre abbiamo una Costituzione comunistoide, utopica e demagogica, che incoraggia i nostri difetti. Nata per lottare contro un fascismo defunto, ha di fatto lottato efficacemente contro la governabilità e la parola “decisionismo” è divenuta indecente. Come proporre le riforme? Chi decide è un eversore.

Ad aggravare tutto ci sono immarcescibili miti collettivi. La Costituzione è perfetta e chi vorrebbe cambiarla lo fa per gli scopi più biechi. I magistrati sono l’incarnazione terrena della giustizia divina. Chi propone di regolare ragionevolmente il lavoro o i sindacati è un nemico del popolo. E soprattutto chi è razionale e tiene conto della Tavola Pitagorica è insensibile ai Sacri Valori.

I partiti, secondo Galli Della Loggia, dovrebbero mettere rimedio a tutto questo, ma egli dimentica che essi hanno successo solo se alimentano e sfruttano questi miti collettivi. È vero, ora si ritrovano invischiati nello loro propria rete e nel momento del bisogno non possono rinnegare ciò che hanno predicato per decenni, ma contro un Pdl che avesse voluto cambiare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori il Pd avrebbe comunque lottato a morte, fino a minacciare la rivoluzione. E il Pdl avrebbe lottato a morte contro un Pd che avesse voluto reintrodurre e maggiorare l’Ici. Lo stesso vale per la Costituzione, i magistrati, i sindacati, le ferrovie e tutte le cose che non vanno. Quale esecutivo mai, di centro-destra o di centro-sinistra, potrebbe permettersi di dire, rispetto alla riforma delle leggi sul lavoro, “meglio se con l’accordo dei sindacati, diversamente si andrà avanti da soli”?

I miti collettivi del Paese, divenuti dogma, sono divenuti così possenti da condizionare i partiti e da spingerli ad un antagonismo tanto sterile quanto feroce. Se dopo la parentesi Monti uno di essi facesse marcia indietro rispetto a queste posizioni oltranziste, gli altri ne approfitterebbero solo per dargli addosso, non per fare marcia indietro essi stessi. La Stella Polare della politica italiana è la più miope demagogia a breve termine.

Quasi tre generazioni di italiani sono state educate a pensare che certi pregiudizi sono irrinunciabili. Qualunque riforma non solo danneggia qualcuno ma, quel ch’è peggio, favorisce qualcun altro: cosa insopportabile. Se una personalità emerge e vuole governare, che si chiami Craxi o Berlusconi, anathema sit, che sia maledetta.

Per guarire da questa sindrome non è sufficiente una nuova legge elettorale. Non è sufficiente “imparare la lezione” di questi mesi di crisi. Perfino un rinnovamento della Costituzione sarebbe insufficiente. Si tratta di cambiare mentalità. E dovrebbero cambiarla non solo i partiti, ma l’intera Italia. Il che corrisponde a dire che è meglio non sperarci.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

7 febbraio 2012

 

http://www.corriere.it/editoriali/12_febbraio_06/della-loggia-maturita-da-ritrovare_efafd056-5088-11e1-aa9f-fca1e0292c07.shtml


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. GALLI LOGGIA MONTI PARTITI PDL PD

permalink | inviato da giannipardo il 7/2/2012 alle 9:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
6 novembre 2011
BERSANI IN PIAZZA S.GIOVANNI

Il discorso di Pierluigi Bersani, di cui il “Corriere della Sera” dà notizia in una lunga cronaca riguardante la manifestazione di sabato in Piazza S.Giovanni, a Roma(1), è notevole perché è soltanto una serie di luoghi comuni – come si può vedere in nota 2 - e perché, malgrado ciò, dice e ripete una cosa importante rispetto al futuro politico dell’Italia: “Se diciamo ricostruzione, allora diciamo alleanza dei progressisti e dei moderati”.

Esaminiamo questa frase. Ricostruzione significa che l’Italia è distrutta e che bisogna rimetterla in piedi. Ma in tutto il discorso non si trova un solo accenno sul “come”. Dunque per questa parte la frase è vuota e va messa nel sacco col resto dei luoghi comuni(2).

Una “alleanza” significa l’abbandono definitivo del progetto veltroniano – tradito dallo stesso Walter Veltroni – di “andare da soli”. Neanche la persistenza della attuale legge elettorale, che assicurerebbe ad un solitario Pd, se fosse il più votato partito italiano, la maggioranza in Parlamento, è sufficiente a riesumare quel coraggioso intento. Dunque bisogna prevedere una coalizione: ma di chi con chi?

“Alleanza dei progressisti e dei moderati”, dice Bersani. I moderati non sono né il Pdl né la Lega, che hanno talmente governato male da distruggere l’Italia. Diversamente non ci sarebbe bisogno di ricostruirla. I moderati dunque non possono essere che l’Udc e i minipartiti che le stanno intorno. E chi sono i progressisti? Il Pd, naturalmente. Ma soltanto il Pd? Se così fosse, significherebbe che rimangono fuori dall’alleanza i Comunisti Italiani, “Sinistra, Ecologia e Libertà”, per non parlare di Beppe Grillo. E se questa è l’intenzione di Bersani – anche se non sembra essere quella di molti leader del suo partito – perché non lo ha detto chiaramente? Questa sì sarebbe una presa di posizione politica. Sapremmo tutti che cosa attenderci e il problema diverrebbe soltanto: a quali condizioni Casini si allea con Bersani?

Se invece il segretario del Pd non ha voluto dire questo, se a suo parere nell’alleanza dovrebbero essere inclusi i Comunisti Italiani, Sel, e magari Beppe Grillo, chi gli dice che “i moderati” ci starebbero? Si può anzi essere certi che se ne terrebbero il più lontano che sia possibile, per non perdere il loro elettorato. E la base del Pd, che contesta Renzi, accetterebbe Fini se Casini se lo portasse dietro?

E allora ci eravamo illusi. Avevamo detto che il nostro dottore in filosofia aveva detto molte sciocchezze e una cosa sensata, mentre ad un’analisi appena appena più attenta si vede che anche la cosa sensata era una sciocchezza. O, almeno, una cosa che non diceva niente. Come chi proclamasse solennemente: oggi pomeriggio andrò a passeggiare. Oppure me ne starò a casa. Ah, che notizia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 novembre 2011

 

(1)http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_novembre_5/pd-san-giovanni-1902057485944.shtml

(2) Pier Luigi Bersani difende il Pd rivendicando «di aver avanzato proposte su ogni decreto e di aver detto ogni santo giorno che Berlusconi doveva andarsene perchè ci ha condotto al disastro». L’ha detto ogni santo giorno! Questa sì è una fatica improba e meritoria. “Noi non cerchiamo ribaltoni o soluzioni di piccolo cabotaggio parlamentare. Se c'è discontinuità, se c'è cambiamento, se c'è una credibilità internazionale e interna da parte di un nuovo Governo, noi siamo pronti assieme a tutte le opposizioni a prenderci le nostre responsabilità, a dare un contributo di equità e di efficacia a misure che a questo punto debbono essere vere e proprie misure di salvezza nazionale. Ma tutto questo, se si determinasse, sarebbe un passaggio di transizione, l'avvicinamento ad un ciclo più radicale e impegnativo di cambiamento che potrà avvenire solo con il concorso attivo e l'assunzione di responsabilità e condivisione dei cittadini elettori”. “Sia chiaro comunque che anche un eventuale governo di transizione non potrebbe che muoversi nel senso di un nuovo patto sociale. Questo grande obiettivo, questa bussola sarà il lavoro per la nuova generazione. Nessuno sarà abbandonato, nessuna scelta sarà dimenticata ma il lavoro dei giovani sarà la bussola. Perché se l'Italia vuole avere un futuro deve mettere al lavoro la nuova generazione”. “Questa dunque è e resta la nostra proposta: alleanza dei progressisti e dei moderati per una legislatura di ricostruzione. Unità per la ricostruzione”.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. bersani s.giovanni alleanze pd

permalink | inviato da giannipardo il 6/11/2011 alle 11:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
11 ottobre 2011
EX FALSO QUODLIBET

Angelo Panebianco è un editorialista che merita stima. È pacato, è ragionevole, ciò che scrive è quanto meno plausibile. Anche l’articolo di domenica scorsa(1) non fa eccezione. Purtroppo sono discutibili le premesse. E da premesse infondate si ricavano solo conclusioni invalide. Come dicevano i romani, ex falso quodlibet, dal falso si può dedurre qualunque cosa. Il “falso” di Panebianco appare totalmente in buona fede ma le sue evidenze sono discutibili.

Per cominciare, riguardo al referendum sulla legge elettorale, può darsi che ci si stia bagnando prima che piova. Il parere pressoché unanime dei maggiori costituzionalisti è che esso sia inammissibile, secondo tutta la precedente giurisprudenza. Parlarne come di una certezza, se pure dopo avere accennato al giudizio della Consulta, è dunque fuor di luogo. Ma andiamo alle affermazioni più pregnanti.“Sappiamo che al governo non conviene il referendum”, scrive Panebianco. Ed è vero. Ma non è tutta la verità. Il referendum non conviene al Pdl, che è il maggior partito di centro-destra, perché vincendo perderebbe il vantaggio del premio di maggioranza; e non conviene al Pd, che è il maggior partito di centro-sinistra, perché vincendo perderebbe il vantaggio del premio di maggioranza. Ecco perché - al contrario di Di Pietro, che ne beneficerebbe - è stato così tiepido al momento di promuoverlo. Se alla fine il Pd si è piegato a sostenere l’iniziativa, è stato per ragioni di decenza: perché per anni ha sparato a zero su una legge che pure ha permesso a Prodi di non avere problemi alla Camera dei Deputati, con solo sei decimillesimi (0,06%) di voti in più rispetto al centro-destra.

Il sì al referendum danneggerebbe il Pd almeno quanto il Pdl. Ed anzi, se si pensa che è dato per vincente alle prossime elezioni, il Pd più del Pdl.

L'insofferenza per l'attuale sistema elettorale è talmente diffusa nel Paese che la vittoria del «sì» sarebbe molto probabile”. Perfetto. Ma è un’insofferenza artificiale, alimentata da una campagna corale che dura da anni, costante e martellante. Si è creata nella nazione l’idea assurda che una nuova legge elettorale chissà che cosa risolverebbe. Tanto che varrebbe la pena di buttare giù l’attuale governo e crearne uno diverso esclusivamente per varare una nuova legge. Ma non solo questo non è vero per nessuna legge elettorale (sono tutte necessariamente imperfette), nel caso concreto non esiste nemmeno un progetto unico e salvifico delle opposizioni. Non è un caso se la legge non è stata modificata neanche dall’ultimo governo Prodi.“[La vittoria dei sì] sarebbe un'altra sberla (forse definitiva) per il governo e la maggioranza, arroccati nella difesa dell'indifendibile”. Primo, che questa legge sia indifendibile fa parte di quella campagna costante e martellante di cui si diceva: in realtà la si è voluta com’è per eliminare l’instabilità dei governi e il voto di scambio. Secondo, non si vede perché definitiva, dal momento che i governi cadono solo quando c’è un voto di sfiducia. Terzo, sarebbe una sberla anche e soprattutto per il Pd.

“Dunque, la vera scelta sarà fra elezioni anticipate (ammesso che il presidente della Repubblica le conceda) e una nuova legge elettorale”. Eh no: questo “dunque” è da dimostrare. Dove sta scritto che il governo, pur di evitare la vittoria del sì al referendum, dovrebbe o votare una nuova legge elettorale o dimettersi e andare a nuove elezioni? Questi sono i desideri dell’opposizione e forse dell’editorialista.

Panebianco poi, ipotizzando un accordo tra Pdl e Udc, afferma che Casini “ha bisogno, per mettere in soffitta il bipolarismo, di eliminare il premio di maggioranza”. Ma questa è precisamente la ragione per la quale il referendum non piace né al Pdl né al Pd. E perché la proposta dovrebbe divenire appetibile, se la fa Casini?

Il sistema elettorale suggerito da Panebianco non è sbagliato, o non più di altri. È la premessa della necessità di una nuova legge elettorale, ad essere sbagliata. I dati di fatto sono molto più semplici e lineari: i governi cadono a causa di un voto di sfiducia e se non c’è il voto di sfiducia, questo esecutivo arriva al 2013. Se si sopprime il premio di maggioranza, la nuova norma danneggerà i due partiti che hanno la maggioranza relativa ciascuno nel proprio campo, il Pdl e il Pd, ma non nella stessa misura. Dal momento che il Pd è dato vincente, questo partito ne sarebbe danneggiato nelle elezioni del 2013 (o prima); mentre il Pdl ne potrebbe essere danneggiato nel 2018, quando Berlusconi, se sarà vivo, avrà ottantadue anni e il quadro politico sarà comunque completamente cambiato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

11 ottobre 2011

 (1)http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_09/la-soluzione-del-doppi-voto-angelo-panebianco_07049694-f24a-11e0-9a3e-cd32c10dad62.shtml


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. panebianco porcellum referendum pdl pd

permalink | inviato da giannipardo il 11/10/2011 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
5 settembre 2011
LA NEMESI DELLE PROSSIME ELEZIONI

Se non ci si sta occupando di eclissi, il futuro è sempre imprevedibile e dunque nessuno sa chi vincerà le prossime elezioni. Tuttavia il calcolo delle probabilità può indirizzare verso la previsione meno irragionevole.

Sappiamo che si stanno raccogliendo le firme per un referendum inteso ad abolire l’attuale legge elettorale. La consultazione dovrebbe avere il vento in poppa perché, per mesi ed anni, tutti si sono sentiti in dovere di dire peste e corna dell’attuale sistema. Si è addirittura arrivati ad affermare che il governo Berlusconi avrebbe dovuto dimettersi affinché un nuovo governo votasse una sola nuova legge: quella elettorale. Insomma si osava sostenere che quella fosse una finalità sufficiente per provocare una crisi di governo!

Come è ovvio, il Pd mentiva spudoratamente. Col suo enorme premio di maggioranza la legge elettorale, conviene moltissimo al partito che prende più voti. Se Prodi, con sei decimillesimi di voti in più rispetto al centro-destra, non ha avuto problemi alla Camera, è stato proprio a causa del “Porcellum”. Per giunta, è bastato che non accettasse Rifondazione Comunista nella coalizione per farla sparire dalla politica.

Il referendum è una manna solo per i partiti piccoli: per i Rutelli, i Diliberto, i Grillo, i radicali, tutti coloro che al quattro per cento non sono affatto sicuri di arrivare. Se passa, il Pd diviene un partito fra gli altri e per loro è la vita. Per formare un governo - con una maggioranza meno ampia di quella che avrebbe con l’attuale legge - dovrebbe andare a cercare alleati resi esosi dal digiuno del potere e dall’essere di nuovo diventati essenziali.

Purtroppo, certe bugie è impossibile rimangiarsele. Dopo avere gridato sui tetti quant’è cattivo il Porcellum, dopo aver bombardato per anni i propri elettori con una tesi a senso unico, come gli si potrebbe dire: “Votate no”?

Certo, bisognerà prima raccogliere le firme. La Cassazione dovrà ammettere il referendum. Bisognerà votarlo e avere il quorum prima delle prossime elezioni. Ma se tutto questo avverrà, vincendo nel 2013 che cosa farà la coalizione di centro-sinistra? Il nuovo governo infatti avrà una bella gatta da pelare. I guai dell’Italia sono strutturali, non congiunturali: e dal momento che le resistenze, quando si parla di cambiare queste strutture, sono imponenti, quante probabilità ci sono che un governo che ha imbarcato truppe raccogliticce, massimaliste e contraddittorie, possa raddrizzare la barca? Si potrebbero mai toccare, con alleati di estrema sinistra, le pensioni, i diritti sindacali, la sanità pubblica, i mille sprechi dello Stato? È vero, il governo Berlusconi ha deluso i suoi elettori liberali: ma quante possibilità ci sono che le riforme liberali le facciano Grillo e Vendola?

Sembra una Nemesi storica. La sinistra, in combutta con la Democrazia Cristiana, ha creato un enorme debito pubblico. Insieme con i sindacati, avendo di fronte governi deboli e preoccupati, ha creato una legislazione del lavoro paralizzante. Ha detto sempre di no a tutto e nel frattempo i mali si sono incancreniti. Se ora la Nemesi presentasse il conto finale, come potrebbe il nuovo governo risolvere d’un colpo il problema del debito pubblico, dell’assalto dei mercati internazionali, della disoccupazione, della recessione? Come affronterebbe la collera di una piazza nutrita per decenni di illusioni e allenata a chiedere la Luna? A chi potrebbe ancora dire di no?

Chi non voterà più per i partiti moderati regalerà al centro-sinistra un enorme vaso di Pandora. Andare per mare quando il tempo è bello è cosa di cui tutti sono capaci: ma quando il mare è in tempesta e la ciurma si rifiuta di obbedire neanche Ulisse scamperebbe al naufragio.

Votiamo dunque per il centro-sinistra. Sono decenni che afferma che gli altri non sanno governare: diamogli la barra del timone e godiamoci lo spettacolo. Forse faranno andare a picco la nave, ma almeno non potranno prendersela con nessun altro.

Ripensandoci, no: daranno la colpa al centro-destra. Sono troppo allenati, da sempre e comunque, a dire che la colpa è degli altri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it

5 settembre 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. prossime elezioni nemesi vittoria pd

permalink | inviato da giannipardo il 5/9/2011 alle 10:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
16 agosto 2011
STANCHI DI BERLUSCONI

Affaritaliani ha pubblicato un articolo in base al quale “Solo un quarto degli italiani, intervistati dall'Istituto Demopolis, ritiene che l'operato del Governo Berlusconi negli 12 mesi sia stato in linea con le reali esigenze del Paese”. Se si votasse oggi, il Pd sarebbe il primo partito italiano, col 28%; Il Pdl sarebbe al 26%; la Lega sotto il 10%; Il Terzo Polo sarebbe al 12,5%; Sinistra e Libertà sarebbe al 7,4%; l’Idv al 6,1%; il Movimento Cinque Stelle sfiorerebbe il 4% e il resto dei partiti di centro-sinistra sarebbe al 3,4%. “L'attuale sistema elettorale non permetterebbe però al Centro Sinistra di ottenere la maggioranza a Palazzo Madama. Il Terzo Polo “potrebbe essere l’ago della bilancia”.
I sondaggi non sono affidabili. Benché tutti vantino metodi scientifici, si contraddicono; e soprattutto ciò che è vero oggi non è detto sia vero domani. Ciò malgrado, non c’è dubbio che il centro-destra sia in perdita di consensi; dunque chi non intende votare per il centro-destra potrebbe votare per il centro-sinistra. Questo però non è “capace di rappresentare, agli occhi degli elettori, una credibile alternativa all'attuale maggioranza”. La tendenza, scrive l’articolista, “premia, ben oltre i propri meriti, il PD di Bersani”. A parte quel “propri” che dovrebbe essere “suoi”, non si vede il perché di parole tanto dure. La leadership di Pierluigi Bersani non sarà carismatica ma, se è legittimo vincere perché si è più veloci del concorrente, è altrettanto legittimo vincere perché il concorrente è più lento di noi. A meno che la frase non corrisponda, come i rituali insulti a Berlusconi, alla moda di trattare con disprezzo il Segretario del Pd.
Gli italiani sono scontenti. Lo sono soprattutto perché, ingenuamente, credono che un governo possa risolvere i problemi dell’economia. Ma se il centro-destra sarà mandato a casa, il centro-sinistra saprà che cosa fare della vittoria?
Il Pdl e la Lega formano un blocco che, malgrado le sue crepe, costituisce un insieme collaudato (al 36%). Il Pd invece dovrebbe avere nella coalizione l’Idv (6,1%), Sinistra e Libertà (7,4%) e, se raggiunge il 4%, il partitino di Grillo: amalgama difficile. A parte il fatto che c’è un’astensione del 26% e sono possibili notevoli sorprese. Ma ammettiamo che questo sia il risultato delle elezioni: come potrebbe governare il centro-sinistra con all’interno i guastatori di Sel, un infedele come Di Pietro e, chissà, un movimento come Cinque Stelle? Di quest’ultimo il Pd avrebbe qualche speranza di liberarsi non accettandolo nella coalizione, ma l’Idv e Sel contano di andare in Parlamento con le proprie forze e, una volta conquistata la posizione, è naturale che la sfruttino. Sel, in particolare, imporrebbe un programma di estrema sinistra: e le conseguenze si sono viste col governo Prodi.
Il sondaggio accredita il Terzo Polo di un bellissimo 12,5% che, da solo peserebbe più dell’Idv e di Sel messi insieme, per un’alleanza. Ma per stringerla e renderla accettabile ai propri elettori, Casini e i suoi amici vorrebbero tali garanzie di moderazione e centrismo che la coalizione sarebbe vista a sinistra come un tradimento degli ideali: una sorta di berlusconismo senza Berlusconi.
Visto però che il Terzo Polo è sicuro di arrivare in Parlamento con le proprie forze, il Pd potrebbe scegliere di allearsi con esso dopo le elezioni. Ma Casini e gli altri, dinanzi alla prospettiva d’essere intruppati con Nichi Vendola, Claudio Fava, Oliviero Diliberto, e, Dio non voglia, Beppe Grillo, sarebbero costretti a dire di no. La carta del Terzo Polo è una bella briscola ma non si sa come giocarla.
Si deve fare anche l’ipotesi che giochi a favore dell’alleanza col centro-destra la lunga astinenza dal potere del Terzo Polo. Esso ha dimostrato di sopravvivere senza Berlusconi, ma anche Berlusconi è sopravvissuto senza di esso. Se il Cavaliere rinunziasse a candidarsi sarebbe facile stringere un’alleanza con un personaggio come Angelino Alfano.
Il sondaggio non ci dice nulla sul risultato elettorale possibile. E se alle elezioni non si va, né per iniziativa del centro-destra (comodamente seduto al potere), né per iniziativa del centro-sinistra (che le elezioni le chiede ma non le vuole), è perché nessun leader è sicuro di come andranno le cose. Il Kriegsspiel è divertente ma la guerra vera è tutt’altro che un gioco: e infatti nessuno mostra istinti bellicosi. Gianfranco Fini meno di tutti.
Il problema non è quello di sapere a favore di chi, se ne costituirà l’ago della bilancia, si schiererà il Terzo Polo al Senato: il problema fondamentale è quello delle alleanze non indecenti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it
16 agosto 2011

http://affaritaliani.libero.it/politica/tre_italiani_su_4_bocciano_governo_crollano130811.html


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. sondaggio pd berlusconi

permalink | inviato da giannipardo il 16/8/2011 alle 7:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
31 maggio 2011
EVVIVA LA VITTORIA ALTRUI!
In democrazia nessun esecutivo rimane al potere indefinitamente. Se un partito appare inamovibile, come un tempo la Democrazia Cristiana, è segno che  in quel Paese qualcosa non va. E ciò che non andava allora era un Partito Comunista tanto potente da mettere in pericolo la libertà dell’Italia. Tolte queste eccezioni, l’alternanza al potere è la regola. Quand’anche una maggioranza facesse cose eccellenti il popolo si stanca di tutto. Perfino della manna. È in questo senso che il potere logora.
L’esultanza per la conquista del governo è nel costume, come gli abbracci e la gioia teatrale dei calciatori quando un compagno ha segnato una rete. Ma la felicità si giustifica quando la vittoria è stata lungamente attesa o quando è sorprendente. Si capisce dunque la gioia del centro-destra nel ’94, quando tutti si aspettavano la vittoria di Occhetto e si comprende la gioia del centro-sinistra, nel ’96, quando sentì di essersi vendicata della sberla precedente. Normalmente invece c’è di che essere contenti ma ricordando che la coalizione che è stata all’opposizione alla lunga vincerà, quand’anche non avesse idee e non avesse molto da rimproverare alla maggioranza. Obama ha vinto sbandierando un “change” senza nemmeno specificare di che cosa.
Se oggi il centro-sinistra vincesse le elezioni e Bersani fosse incaricato di formare il nuovo governo, il fatto farebbe parte della normalità. Berlusconi, salvo la sfortunata parentesi prodiana, governa ininterrottamente dal 2001 e il governo non ha mantenuto tutte le sue promesse. La stanchezza degli italiani sarebbe comprensibile. Soprattutto se pensiamo che gli inglesi sono stati capaci di stancarsi di Churchill e i francesi di De Gaulle. Per il centro-sinistra sarebbero normali i baci e gli abbracci, come quando si è segnata la rete della vittoria: ma farebbero parte del folklore.
E allora che dire dello smodato tripudio attuale della sinistra? Sembra che i commentatori siano tutti impazziti. Si comportano come se queste fossero state elezioni politiche e invece sono amministrative; si comportano come se fosse cambiato il mondo e invece il mondo non è cambiato; si comportano come se avesse vinto la sinistra e invece ha vinto l’ultrasinistra. Le grandi sorprese sono state Milano e Napoli e in questi capoluoghi hanno vinto un candidato vendoliano e un candidato dipietrista, all’origine contrastato dal candidato del Pd. Lo stesso partito che ora festeggia senza pudore la sua elezione.
Il Pd non gioisce di una vittoria che non c’è stata, ma della sconfitta di Berlusconi. Mostra così i suoi limiti programmatici ed ideologici. Infatti dovrebbe chiedersi se ora la vittoria alle politiche è più o meno probabile di prima.
Uno dei dogmi della democrazia è che le elezioni si vincono al centro, conquistando i voti di quelli che esitano fra le due grandi formazioni. E nulla di peggio si può fare che allarmare gli elettori. Si possono anche promettere lacrime e sangue ma solo se si tratta di salvarsi dall’oppressione nazista: se si tratta di normali elezioni, basta creare il sospetto che si voglia aumentare la pressione fiscale o permettere l’invasione degli immigranti, e si perdono le elezioni. Si può votare per De Magistris quando si è stanchi dell’immondizia e della puzza ma il malumore rientra quando si tratta del governo del Paese. In quel caso di solito la gente riflette di più.
Sono anni che auguriamo più fortuna al Pd. Sono anni che ci doliamo  del fatto che, dopo avere contribuito ad eliminare dalla scena politica Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi, quel partito abbia inspiegabilmente salvato il suo personale Jago nella persona di Di Pietro. E poi, invece di distanziarsene, s’è messo a corrergli dietro. Può sembrare incredibile ma anche chi non vota per il centro-sinistra oggi festeggerebbe, se il Pd avesse vinto contro Di Pietro e contro Vendola. Perché di un’alternanza abbiamo bisogno. Invece abbiamo aumentato la confusione, abbiamo fatto un più ampio spazio alla demagogia irresponsabile e dobbiamo anche subire lo spettacolo di un Pd che festeggia.
Somiglia a un tacchino che guarda compiaciuto la data del Natale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
31 maggio 2011


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PD demagistris vendola

permalink | inviato da giannipardo il 31/5/2011 alle 16:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
13 maggio 2011
PERCHÉ BEPPE GRILLO NON È UN CRETINO
Beppe Grillo non merita abbastanza stima perché si stia ad esaminare il suo comportamento, il suo linguaggio e la sua azione politica. Pierluigi Battista (1)  gli rende troppo onore, quando stigmatizza con molta ironia gli insulti che il comico distribuisce a pioggia, a Vendola, a Berlusconi, a Prodi, a Napolitano, a Pisapia e perfino alla Montalcini: ha il coraggio di chiamare “puttana” un’ultracentenaria.
Se Beppe Grillo si comporta in quel modo ed ha successo, non serve condannarlo: bisogna cercare la spiegazione del fenomeno. Magari partendo da qualche lustro fa.
In Italia il crollo del comunismo è pressoché coinciso con l’inizio del berlusconismo. Purtroppo, lo scontro fra un post-comunismo che si credeva vincente e un berlusconismo che pareva un passeggero fenomeno da baraccone, si risolse immediatamente con la vittoria di quest’ultimo e gli eredi del Pci non seppero spiegarsela. Anzi, non seppero darsi pace e concepirono un tale implacabile odio per il disturbatore da dimenticare che non si vince solo dicendo che l’avversario è brutto, sporco e cattivo: bisogna anche condurre una battaglia propositiva. Per anni hanno creduto che bastasse chiamare partito di plastica il partito che li batteva, senza capire che così dimostravano che la vera plastica è migliore del falso acciaio.
Il risultato è stato una straordinaria polarizzazione personale. Da un lato Berlusconi e dall’altro quelli che lo odiano, che vorrebbero abbatterlo con qualunque mezzo e con l’aiuto di chiunque: dai magistrati al Presidente della Repubblica, dalla stampa alla Corte Costituzionale, dalla Chiesa ai giornali stranieri. Se il diavolo dice male di Berlusconi, viene accolto come un fratello. Anche se è un notorio leader di destra, un “ex-fascista”, come direbbero loro. E dimenticando nel frattempo gli elettori.
I furbi (i contadini lo sono) hanno subito capito che la gara era a chi è più antiberlusconiano. Tu dici che Silvio è scorretto? Io dico che è un pericolo per la democrazia. Tu dici che è immorale? Io dico che è la vergogna del mondo. Antonio Di Pietro ha fatto un’eccellente concorrenza al Pd non con idee migliori ma con un estremismo più feroce e insulti più cocenti. Al punto da farsi rimproverare in Parlamento dall’ “alleato oggettivo” Gianfranco Fini.
Ma anche lui ha fatto male i suoi calcoli. Ha creduto che la sua antologia di contumelie fosse imbattibile e in realtà, come diceva Nenni, c’è sempre un più puro che ti epura. Per quanto si possa credere di essere arrivati all’ultima Thule, c’è qualcuno capace di andare un po’ più lontano. È come nell’asta: basta dire “più uno”. Il metodo ha fatto scuola e il risultato è Beppe Grillo.
Questo comico non viene dalla Luna. Ha capito che doveva dire le cose che dice Di Pietro, ma con maggiore violenza. Per lui è divenuta una colpa persino non essere giovani. È contro tutto e contro tutti, in base al principio che la situazione è sbagliata e bisogna ricominciare a ricostruire la società dalle basi. Magari con la non ricandidabilità di chi ha già fatto politica. Come dire che ad ogni Grand Prix ci vogliono piloti nuovi.
Naturalmente sono discorsi fantasiosi. La società è com’è. Non è che gli uomini, una volta che hanno votato per Grillo, divengono per miracolo altruisti e incorruttibili. Natura non facit saltus. Ma in realtà questi demagoghi non sono interessati al modo in cui si governa il Paese. Più furbi dei dirigenti del Pd hanno capito che con questo sistema non si va al potere e che, se si è condannati all’opposizione, in essa ha più successo chi è più apocalittico. Per questo a Grillo non interessa il fatto che la sua azione danneggi la sinistra.
Il Pd non rappresenta un’opposizione credibile ed è triste vederlo inseguire i demagoghi. Non è: “con questi dirigenti non vinceremo mai”, come gridava Nanni Moretti; è: “con questi metodi non vinceremo mai”. E qualcuno, a sinistra, queste cose le dice. Ma nel Pd continuano a giocare a chi è più duro:  personaggi come la seriosa Finocchiaro e l’acida Bindi, il greve Bersani e il velenoso Franceschini.
Neanche chi adora Berlusconi può essere contento di questa opposizione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
13 maggio 2011

(1)http://video.corriere.it/grillo-insulta-vendola/4bddede4-7d4a-11e0-9624-242b96a6d52e

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. BEPPE GRILLO DIPIETRO DEMAGOGIA PD PISAPIA

permalink | inviato da giannipardo il 13/5/2011 alle 17:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
POLITICA
22 dicembre 2010
VENDOLA E LA FINE DELLA STORIA
Ernesto Galli della Loggia è un vero intellettuale. Come parecchi dei migliori, crede ingenuamente che gli altri siano al suo livello e per questo non si sforza di essere chiaro ai più umili. Fra i quali il sottoscritto. A meno che - ma sarebbe un pensar male - egli non applichi il principio di Mallarmé per il quale bisogna “écarter l’importun”: tener lontano l’importuno lettore non in grado di capire ciò che è ermetico.
Ieri ha scritto un pregevole articolo su Nichi Vendola (1) e - se abbiamo capito bene -  ha ricordato che per decenni il Pci ha ritenuto di essere insieme l’inevitabile conseguenza dello sviluppo dell’umanità e il motore del suo successivo progredire. La sinistra aveva allora un rapporto essenziale con la storia “credendosene interprete autorizzata, protagonista decisiva ed erede universale”.
Ma questa ideologia è caduta insieme col comunismo e allora, sulla base del suo antico moralismo, se ne è riempito il vuoto con il codice penale. Gli avversari sono divenuti dei malfattori che bisognerebbe sbattere in galera. Il profeta di questa tendenza è stato Antonio Di Pietro, “con la sua sguaiataggine plebea”; ma anche questa soluzione di ripiego mostra ormai i suoi limiti: ed ecco appare Vendola. Nichi - ormai basta il vezzeggiativo - opera “il distacco completo dall'antico ormeggio ideologico”. Non è più una guida della storia, è un cantore della vita. Non parla, “intesse delle narrazioni”. Cioè, diciamo noi, la butta in poesia, sogno e testi di canzoni, per così dire. Non dice nulla ma lo dice in modo sognante e affascinante. Quanto meno per quel pubblico che in fotografia ama il “flou”. La sua politica è “fantasiosa capacità” di suggestione, “evocazione di sentimenti, immagini ed emozioni”. Fuffa.
Il politologo sembra non andare oltre questa impietosa diagnosi e invece chiunque tenga per la sinistra, o almeno per il bipolarismo, a questo punto dovrebbe essere molto mesto. Che crolli il mito di Karl Marx si può capire, visti i danni che ha provocato nel mondo: ma che la sinistra passi dal Capitale ai testi di Mogol, con tutto il rispetto, è inammissibile. Un tempo si sperava di non morire democristiani, ora con simili figure di punta della sinistra tutti dovrebbero cominciare a sperare di non morire berlusconiani. Anche quando Berlusconi come persona sarà morto da decenni.
Non sappiamo se Vendola sia in buona fede, speriamo di no. Se fosse in buona fede dimenticherebbe che la politica è prassi, non sogno. Saprebbe che il sogno si può utilizzare per abbindolare le folle - e Lenin, Mussolini, Hitler e tanti altri non hanno fatto altro - ma se si ottiene il potere poi bisogna governare. E governare non significa rendere tutti felici, dal momento che questo è impossibile. Si tratta di scegliere fra soluzioni diverse e alternative. O si aumentano i sussidi agli indigenti, e le imposte, oppure si abbassano le imposte, ma riducendo i servizi. Non una scuola e un ponte, ma o una scuola o un ponte. O un carcere o un ospedale. O la botte piena o la moglie ubriaca. Ricordando per giunta che il popolo non ringrazierà mai per ciò che ha ottenuto ma protesterà per ciò che non ha ottenuto.
Se i politici potessero permettersi di essere onesti, e cioè di dire la verità al popolo nella campagna elettorale, dovrebbero indicare non solo ciò che intendono fare, andando al potere, ma anche ciò cui intendono rinunziare pur di essere in grado di fare qualcosa. Perché questa è la politica in concreto.
La politica non è “narrazione”, “narrazione” sono le favole. Narrazione sono state l’Italia Imperiale e la Germania del Tausendjahr Reich. Realtà sono state la miseria sovietica e la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. E realtà sono stati i nostri emigranti analfabeti che hanno cercato fortuna negli Stati Uniti, nel primo Novecento. Vivendo una vita da miserabili per giunta da condannati allo stereotipo dell’italiano criminale.
Vendola non affossa il Pci, che non c’è più. E neppure il Pd, di cui non importa molto a nessuno. Rischia di contribuire alla morte di una grande idea generosa ma pragmatica: la socialdemocrazia. E lo fa appoggiandosi ad una grande massa di disorientati politici che applaudono gli estremisti e i demagoghi. Col rischio che la sinistra non vinca più, in tempi prevedibili. Oppure che vinca e produca disastri che prima pagheranno gli italiani, poi la stessa sinistra: a tempo indeterminato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 dicembre 2010
(1)http://www.corriere.it/editoriali/10_dicembre_21/galli-della-loggia-orecchino-populista_8ad3af36-0cc8-11e0-a1b6-00144f02aabc.shtml



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. VENDOLA GALLI LOGGIA DI PIETRO BERLUSCONI PD

permalink | inviato da giannipardo il 22/12/2010 alle 10:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 dicembre 2010
ELEGIA SULLA MORTE DELLA SINISTRA
Elegia sulla morte della sinistra: una morte che non si è ancora verificata ma che potrebbe aversi, se non nello spirito - ché l’essere di sinistra è una categoria mentale e caratteriale ineliminabile - certo nella vita politica.
Non c’è da compiacersene. Anche se è più facile dichiararsi vincitori quando l’avversario non si presenta, in democrazia la presenza di partiti contrapposti è garanzia di libertà e perfino di correttezza. Se, per tanti anni, la Democrazia Cristiana - e più tardi anche il Psi - hanno potuto imporre tangenti sui lavori pubblici, cioè istituzionalizzare il peculato, è stato perché il Pci - che non è mai andato al governo - non protestava. E non protestava perché anch’esso faceva i suoi bravi affari sottobanco e riceveva anche inconfessabili finanziamenti dall’Unione Sovietica. In quella situazione bloccata, il “bipolarismo imperfetto”, i due grandi blocchi hanno trovato una sistemazione di comodo estremamente lontana da quella legalità che oggi è diventata un mantra nazionale.
Forse, se il Pci avesse reputato concretamente possibile andare al governo, malgrado la divisione del mondo in due blocchi, avrebbe cavalcato la tigre della legalità quanto e più di oggi. Non sarebbe stato difficile: la corruzione era universale ed evidente. E infatti, non appena qualcuno decise che, essendo cessato il “pericolo comunista”, si poteva scoperchiare il Vaso di Pandora, è venuto giù tutto. Ed è nato il bipartitismo perfetto.
L’opposizione in democrazia non è un fastidio da eliminare, è una significativa componente del sistema se ha reali possibilità di andare al governo. Ciò la rende insieme audace e responsabile. Purtroppo un simile modello di opposizione in Italia è in pericolo. E per spiegarlo bisogna allineare alcuni dati.
È venuta meno la speranza palingenetica che teneva in piedi il Pci e la sinistra ha meno appeal che in passato. Nessuno crede che, andando al governo, essa possa, o debba, cambiare il modello di società. Si tratta dunque di qualche aggiustamento pragmatico della rotta. È troppo poco, per le menti semplici.
È venuta meno l’innegabile centralità dei successori del Pci. Non solo si sono abbassate di molto le percentuali dei consensi (dal 36%, se non ricordiamo male, del 1976, al 26% attuale, dieci punti), ma del vecchio partito è crollato perfino il sistema: si è passati dal monolitismo alla moda imperante di sparare a zero contro li Segretario.
Come se non bastasse, si era pensato ad un rinnovamento totale della linea politica, approfittando della nuova legge elettorale (voluta anche dai “democratici”), con lo slogan: o votate per noi, o disperdete il vostro voto. E poi si commisero due errori esiziali: prima si permise a Di Pietro di entrare nella coalizione col proprio simbolo, poi non si capì che bisognava contrapporsi a lui, quando cominciò a “sparare sul Comitato Centrale”, per usare l’espressione di Mao Tse Tung. Ci si lanciò invece in una rincorsa all’estremismo parolaio e questo ha portato il Pd all’afasia. Non solo non ha un programma ma teme sempre e soltanto di essere scavalcato a sinistra.
Infine, il caso Vendola. Dal momento che il Pd non ha saputo proseguire sulla strada del “partito di sinistra, moderato e ragionevole, adatto a governare”, la competizione si è spostata sul piano della protesta; del più stupido e sterile antiberlusconismo; del massimalismo utopistico; del sogno vago e confuso, ma sonoro e armonioso, di un Nicola Vendola.
Costui ha tutto per affascinare chi si accontenta dell’eleganza delle formulazioni astratte. È capace di inserire nel suo discorso politico la parola “racconto”, confessando così, freudianamente, di non collegare la politica alla realtà effettuale. E nel contempo ha tutto per allarmare i moderati: è di estrema sinistra; si proclama omosessuale; porta un orecchino che non significa niente ma disgusta gli anziani; non rifiuterebbe l’alleanza con la sinistra oggi extra-parlamentare; e infine ama proporre un profilo anti-partito, come se dovesse cambiare il mondo, mentre la nazione non crede più alle favole.
In queste condizioni, una vittoria della sinistra capace di governare diviene improbabile. Ecco perché si parla tanto di governi denominati con i nomi più fantasiosi, mentre la banale realtà è che, andando al voto, la sinistra teme di perdere. E teme, se vincesse, di trovarsi anche peggio di come si è trovato Prodi, col suo ultimo governo.
Non sta a chi non è di sinistra proporre un rimedio. Sia perché nessuno può farlo meglio degli interessati, sia perché forse un rimedio non c’è.
Tutto questo spiega la malinconica elegia. Il Pci era un partito antidemocratico e pericoloso, ma gli arrise per decenni un grande successo. La sinistra attuale è sinceramente democratica ma sta affondando nell’irrilevanza.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it
2 dicembre 2010
Le contestazioni argomentate sono gradite e riceveranno risposta.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. vendola sinistra pd pci dc bersani

permalink | inviato da giannipardo il 2/12/2010 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
POLITICA
31 agosto 2010
SE IO FOSSI BERSANI
Del campione in caso di sconfitta si dice che “non era in giornata”. Riguardo al perdente si ha invece tendenza ad essere spietati: ci si chiede perché non si ritiri a vita privata.
Questa durezza si osserva spesso nei confronti di Pierluigi Bersani: tutti sono pronti a spiegargli dove ha sbagliato, a dargli dei consigli e soprattutto a chiedersi chi potrebbe sostituirlo: dimenticando che atteggiamenti analoghi hanno avuto nei confronti di tutti i Segretari che lo hanno preceduto e che se un lungo sentiero in discesa ha condotto il Partito Democratico alla percentuale di appena un quarto dei votanti, non serve a nulla far finta che sia tutta colpa loro.
Bersani non ha vie d’uscita. Se fa la faccia feroce, si sorride: è il ruggito del topo. Se è moderato, lo si critica: così si farà superare da Di Pietro. Se sta zitto si dice che è insignificante. Se i media non si occupano di lui si dice che è irrilevante. Se non annuncia qualche grande iniziativa si dice che non ha un programma. Se infine esprime un’opinione, si trova subito chi lo contesta: nel suo partito infatti nessuno si crede obbligato a tacere almeno per non contraddirlo. In simili condizioni, chi potrebbe guidare un partito al successo? Se anche Bersani avesse una grandissima personalità, se fosse un genio politico e militare come Giulio Cesare, se fosse capace di suggestionare il prossimo come Adolf Hitler, non cambierebbe molto. Durante i secoli della lunga decadenza non sono mancati gli uomini eccezionali che hanno cercato di salvare Roma: ma il grande leader non può deviare il fiume della storia. Non ce l’hanno fatta Costantino, Stilicone, Ezio, Flavio Claudio Giuliano. Odoacre era all’orizzonte già alla morte di Augusto.
Pierluigi Bersani, anche ad ammettere che sia un mediocre, non è il problema: il problema è
...
L'articolo è leggibile a questo indirizzo: pardonuovo.myblog.it. Infatti questo blog - pardo.ilcannocchiale.it - funziona male. Richiede un tempo lunghissimo per inserire un articolo e ne sono stanco. Chiedo dunque che si abbia la pazienza di leggere gli articoli su pardonuovo.myblog.it. Si tratta solo di cambiare abitudini e dopo un po' di tempo non ci si pensa più. Vi ringrazio in anticipo. Gianni Pardo



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pd bersani

permalink | inviato da giannipardo il 31/8/2010 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
4 agosto 2010
IL PD NON CAMBIERA' IL "PORCELLUM"
Il luogo comune è un’affermazione che, come la briscola, vince contro qualunque carta che non sia una briscola. Naturalmente esso non sempre è veritiero ma contrastarlo è un’impresa tutta in salita. A cominciare dalla sorpresa dell’ascoltatore che ha l’aria di sentir dire che il sole è freddo.
Il luogo comune dispensa dall’esaminare il problema particolare. Se, a proposito di Anna Maria Franzoni, si è innocentisti, basta sparare un luogo comune: “Tutte le madri amano i loro figli. Come si può pensare che Anna Maria abbia ucciso il piccolo Samuele?” In realtà, da un lato esistono madri che uccidono i loro figli, dall’altro esistono gli errori giudiziari: bisogna dunque esaminare il caso in concreto.
La stramaledizione del “Porcellum” è un luogo comune ma non dimostra nulla. Tutte le leggi elettorali sono imperfette. Esse risultano di una ineliminabile scelta che, favorendo una legittima, lodevole esigenza,  danneggia un’altra legittima, lodevole esigenza. Ha certamente ragione chi, in Gran Bretagna, critica un sistema che riesce a lasciare senza peso in parlamento un partito che arriva a raccogliere una notevole percentuale di voti. Ha certamente ragione chi critica un sistema come il proporzionale puro che provocava un’insopportabile ingovernabilità del paese, con governi fragilissimi. In realtà il sistema maggioritario, a uno o a due turni, privilegia la governabilità; il sistema proporzionale, che fa posto anche a partiti dell’uno per cento, privilegia la rappresentatività del Parlamento. Per questo poi nascono sistemi misti, che vorrebbero cumulare i vantaggi: proporzionali con sbarramento, per eliminare dal panorama i partiti che non arrivano al quattro o al cinque per cento; proporzionali con premio di maggioranza (un surplus di parlamentari al partito che ottiene più voti), e via dicendo. Naturalmente ognuno di questi marchingegni ha i suoi sostenitori e i suoi nemici dichiarati.
La legge attuale è stata molto criticata per tre ragioni: per lo sbarramento al quattro per cento, per il premio di maggioranza e perché gli elettori non possono esprimere preferenze per i candidati. Tutti stanno a definire il sistema “orribile”, a dire che è “una porcata”, a soprannominarlo “Porcellum” e a farlo rinnegare perfino dallo stesso Roberto Calderoli che a suo tempo lo promosse. Esagerazioni.
In realtà, lo sbarramento al quattro per cento ha prodotto una semplificazione del panorama parlamentare e il premio di maggioranza ha per esempio permesso al governo Prodi - che per la Camera dei Deputati aveva vinto con uno scarto di sei decimillesimi dei voti, un sei preceduto da quattro zeri - di avere in quella sede una situazione priva di rischi. Naturalmente continuando a gridare sui tetti che la legge “non permetteva la governabilità”.
La scelta delle liste bloccate, criticabile come ogni altra, non nasce dal nulla. Da un lato si sono voluti sottrarre i candidati al mercato dei voti, dei favori e, Dio non voglia, delle promesse di corruzione poi mantenute. Dall’altro non si può dire che il sistema precedente rappresentasse precisamente la volontà degli elettori: era a discrezione del loro partito che i candidati fossero inseriti, o no, nelle liste elettorali.
Oggi da molte parti si parla di governi di variopinta denominazione che hanno in comune solo due cose: non ci deve essere Berlusconi e si deve cambiare la legge elettorale. Per la prima condizione, basterà convincere il Cavaliere a darsi all’ippica; per la seconda, invece, ci potrebbero essere difficoltà maggiori.
Le liste bloccate o no sono una questione secondaria; e anche l’eliminazione dello sbarramento al quattro per cento farebbe solo aumentare il chiacchiericcio parlamentare: essenziale è solo il premio di maggioranza. Gli unici due partiti che ne possono beneficiare sono il Pd e il Pdl e dunque sono loro che hanno tutto l’interesse a mantenerlo. Per quale ragione il Pd dovrebbe rinunciare ad un simile, grandissimo vantaggio, a suo tempo voluto anche da Walter Veltroni? Chi mai, sano di mente, segherebbe il ramo su cui è seduto? L’unica domanda seria è dunque: perché i rappresentanti del Pd parlano di legge orribile e da riformare?
Dimenticando che una forza politica non può essere costituita solo da ciò che non vuole, oggi c’è una velleitaria ed anzi finta coalizione che ha solo due principi unificanti: l’antiberlusconismo e l’ostilità all’attuale legge elettorale. Il Pd, pur di essere al centro dell’opposizione, fa finta di sostenere ambedue le tesi: vuol far credere che ci sia una convergenza verso un governo alternativo all’attuale, ben sapendo che questo è solo un sogno. In realtà, ha un solido interesse al premio di maggioranza e il giorno in cui si parlasse seriamente, come per un caso scopriremmo che il Pd non ha nulla contro questa parte del “Porcellum”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 agosto 2010

POLITICA
18 luglio 2010
BERSANI LEADER INADEGUATO
C’era una volta un sant’uomo che viveva in una caverna, in perfetta solitudine, pregando e facendo penitenza. Il diavolo avrebbe voluto indurlo a peccare ma non sapeva come fare. Che genere di peccati poteva commettere, quel vecchio? Provò dunque con l’ira. Gli rovesciava il catino con l’acqua, gli faceva trovare il pagliericcio per terra, gli sporcava la Bibbia col fango, ma il vecchio non se la prendeva. “Questo è il diavolo che vuol farmi arrabbiare”, diceva. E andava a riprendere un secchio d’acqua, rimetteva il pagliericcio sul letto, aspettava che la Bibbia si asciugasse.
Un giorno il diavolo ebbe un’idea. Si trasformò in una vecchina e cominciò a cercare di caricarsi sulle spalle una fascina di legna ma la fascina era troppo pesante e allora disfaceva il nodo sulla corda che la teneva insieme, aggiungeva altra legna, riannodava la corda e cercava di caricarsi la fascina sulle spalle. Non ci riusciva, allora disfaceva il nodo…
Il sant’uomo, che aveva visto tutte queste manovre durante la sua passeggiata, non poté trattenersi dal dirle: “Accidenti, benedetta donna, ma non lo capite che dovete togliere legna, non aggiungerne? Siete scema?”
Il diavolo allora riprese il suo aspetto normale e rise. Aveva vinto. Se c’è qualcosa che fa perdere la pazienza anche ai santi, è l’irrazionalità.
Pierluigi Bersani non può essere irrazionale come la vecchietta. Innanzi tutto è laureato in filosofia e Dio sa se in quella materia bisogna essere capaci di ragionare. In secondo luogo, malgrado questa specializzazione, si è fatto apprezzare in materia di economia: tutti ricordano le sue famose “lenzuolate”. Infine, quando vuole, si esprime pacatamente e con una qualche emiliana bonomia. E tuttavia il suo comportamento indigna.
Nei sistemi bipolari o bipartitici, al di fuori delle due grandi formazioni non v’è salvezza. Inoltre, all’interno di esse, ognuno, anche se ideologicamente ai margini, deve conformarsi al parere della maggioranza: il partito tende infatti ad avere il sostegno di metà della popolazione, non di estremisti ed idealisti di vario pelame.
Col proporzionale invece anche il partito che ottiene l’1% ha i suoi deputati e il problema è opposto: il partito dell’1,5% deve sottolineare tutte le differenze possibili col partito del 2% per dire agli elettori: “Votate per noi perché solo noi sosteniamo esattamente, al millimetro, le vostre idee. Cosa che nessun altro fa. Neanche il partito che ci somiglia di più”. Il sistema bipolare tende a nascondere le differenze (salvo quella fra le due grandi formazioni), il sistema proporzionale esalta le differenze anche fra partiti molto vicini ideologicamente.
Il nostro è un sistema bipolare ma non bipartitico perché accanto al Pdl c’è la Lega e accanto al Pd c’è l’Idv. Da questo consegue che, pur convenendo su alcuni punti generali (per la sinistra, l’antiberlusconismo), all’interno di ogni coalizione ogni partito cerchi di fare concorrenza all’alleato. Antonio Di Pietro non spera di rubare elettori a Berlusconi, cerca di rubarli al Pd presentandosi come il più antiberlusconiano, il più intransigente, il più estremista e per così dire “il più comunista”, cercando di recuperare anche gli elettori che furono dei Comunisti Italiani. E infatti dalle ultime elezioni politiche le intenzioni di voto a favore dell’Idv, rispetto al Pd, sono piuttosto aumentate che diminuite.
Se questa è la strategia dell’Idv, è ovvio che la strategia del Pd dovrebbe essere opposta. Non un antiberlusconismo di guerra, ma un semplice dissenso da Berlusconi. Non posizione negativa su tutta la linea, ma posizione critica riguardo ad ogni provvedimento. Invece si direbbe che Bersani sia terrorizzato all’idea di apparire meno intransigente di Di Pietro o di personaggi vagamente folcloristici come Dario Franceschini o Rosy Bindi.  Per questo insegue tutti, a sinistra. Annuncia continuamente l’apocalisse. Corruga la fronte e fa la faccia feroce. È  irragionevole e sconfortante.
Forse Pierluigi Bersani si è interessato più di filosofia che di comunicazione. Anni fa era famoso uno slogan commerciale: “Chi beve birra campa cent’anni” e un pubblicitario all’occasione diceva che la novità, nel suo campo, non era un optional “Perché se dico ‘Chi beve chinotto campa cent’anni’ la gente dirà: ‘Ah sì, chi beve birra campa cent’anni’. E va a comprare una birra”. Nello stesso modo il segretario del Pd dovrebbe capire che, se scimmiotta Di Pietro, tutti preferiranno l’originale all’imitazione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 luglio 2010

Oggi, 18 luglio, ho avuto infinite difficoltà per entrare nel sito e inserire questo articolo. Se in futuro il blog non dovesse essere aggiornato, significherebbe che il guasto si è confermato. I miei articoli si potranno sempre trovare su www.pardonuovo.myblog.it

POLITICA
19 giugno 2010
LA POLITICA DEL PD
Gli scacchi sono una lotta fra bianchi e neri. Se uno ha i neri, guarda i bianchi come nemici e cerca il modo di farli fuori. Finita la partita, se ne può fare un’altra, con i bianchi, e stavolta sono i neri l’esercito del male.
Nello stesso modo, si può cercare di rispondere a questa domanda: che cosa farei, se dovessi dare la linea politica al partito opposto al mio?
La prima cosa da vedere è quale sia “il partito opposto”. Si potrebbe infatti vedere come contraltare un partito come l’Idv, ma dal momento che esso è appare poco serio, parleremo del Partito Democratico.
Guardando il mondo da sinistra, la prima ovvietà è che oggi non si può proporre un rivoluzionario modello di società. Il Pci lo fece per decenni, ma allora si credeva ad una rivoluzione comunista oggi divenuta archeologia. Dunque una politica di sinistra deve agire nell’ambito del modello sociale attuale e dal momento che per il centro-destra e per il centro-sinistra sono uguali sia le condizioni di fatto sia gli strumenti che si possono utilizzare, le differenze fra i due tipi di politica non possono essere molto grandi.
Oggi è inutile proporre soluzioni miracolistiche perché anche il popolo sa che sono impossibili. Il Pci aveva il vantaggio di offrire un totale rivolgimento del società ma non fu mai chiamato a realizzarlo, il Pd invece non può denunciare una totale inefficienza nella lotta all’evasione fiscale, per esempio, perché è stato al potere per cinque anni con Prodi e D’Alema, più altri due anni recentemente e, senza sua colpa, non è cambiato molto. Né la sinistra ha potuto debellare la disoccupazione, il lavoro nero, gli incidenti sul lavoro e tutti quei mali che affliggono da sempre l’Italia. Dunque le promesse, in questo campo, sono inutili: la gente non le prende molto sul serio.
Lo spazio politico che rimane è quello delle piccole, utili proposte: proposte tali che, andando al governo, si possano effettivamente realizzare. Oppure tali che la stessa maggioranza le adotti subito, non potendo però evitare che l’opposizione se ne attribuisca il merito. Lo schema non dovrebbe essere: “Noi, al governo, faremo miracoli”, ma “Noi, al governo, faremo leggermente meglio”. È questo uno degli errori di Silvio Berlusconi: dalla mera fattibilità tecnico-economica è passato alla fattibilità politica, trovandosi infine ad avere fatto promesse che, con tutta la buona volontà, non poteva mantenere.
Lo Stato può essere paragonato ad una grande berlina, risultato di decenni di progresso automobilistico: nessuno mette in discussione che la migliore soluzione sia quella delle quattro ruote - non tre e non cinque - ma lo spazio per i miglioramenti esiste. C’è stato un momento in cui qualcuno ha inventato i freni idraulici, un altro gli ammortizzatori, un altro ancora la barra antirollio e, più recentemente, l’Anti-Bloc System. Ecco il campo dell’opposizione. Mentre la maggioranza dedica la maggior parte del suo tempo a far funzionare la macchina così com’è, l’opposizione potrebbe studiare i particolari migliorabili.
Naturalmente questo schema richiederebbe un’enorme mole di lavoro per piccoli progressi: ma è meglio non avere altro da proporre che critiche al governo? E magari, occasionalmente, insulti alla ministra Gelmini usando l’espressione “rompere i coglioni”, come ha fatto il Segretario Bersani?
Se si propone una riforma, esiste certo la difficoltà tecnica di farla capire alla gente: ma proprio per questo dovrebbe essere ben spiegata e l’opposizione non dovrebbe proporne altre per parecchio tempo. In modo che in giro ci si convinca che sarebbe utile e che il governo fa male a non realizzarla.
Facciamo un esempio ma che può dare un’idea. Gli italiani che devono fare un versamento alla posta si armano di santa pazienza: sanno che potranno dover impiegare mezz’ora, visto come funzionano gli uffici postali. E non è assurdo che – nell’epoca in cui si fa benzina con i distributori automatici – non si possano dotare gli uffici postali di una macchina con due fessure, una in cui si inserisce il bollettino e l’altra in cui si inseriscono i biglietti i banca? Se la procedura fosse possibile, quante benedizioni riceverebbe chi l’ha inventata e adottata?
L’Italia aspetta da sempre una grande riforma della Pubblica Amministrazione che forse non vedremo mai: non potremmo più semplicemente migliorare qualcosa?
Naturalmente le proposte dovrebbero essere abbastanza particolareggiate per suscitare le proteste degli interessati: solo questo le renderebbe credibili, rendendo credibile, di rimbalzo, l’opposizione. Fra l’altro, nel caso la maggioranza adottasse il provvedimento,  quelle proteste ricadrebbero su di essa.
L’opposizione, se vuole riconquistare l’elettorato, deve essere fattiva e credibile: esattamente ciò che oggi non è.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 maggio 2010

POLITICA
2 giugno 2010
ISRAELE È UNA LADRA
Se ti considerano un ladro, ti conviene rubare.
Questa massima può sembrare discutibile, ma acquista il suo significato quando si pensa alle ragioni per cui non bisogna rubare. Gli spiriti superiori dicono che l’imperativo categorico ce lo vieta; altri ricordano il Settimo Comandamento; i pragmatici infine pensano che non bisogna rubare perché si va incontro ad un mare di guai: nessuno ha fiducia nel ladro, con le conseguenze negative del caso. Si perdono gli amici, nessuno ci lascerebbe soli in una stanza in casa sua (ammesso che ci facesse entrare) e nessuno si metterebbe in società con noi, per qualunque impresa, perché temerebbe di vedersi imbrogliato e derubato. Per non dire che si potrebbe finire in carcere. A farla breve, il galantuomo ha interesse ad essere tale.
Ma proprio questa molla, l’interesse, crea il limite. Se Andrea viene giudicato un ladro, benché la sua condotta sia sempre perfetta, non si capisce perché (sempre eccettuando il caso che si obbedisca all’imperativo categorico o al Settimo Comandamento) non dovrebbe rubare. Non vale dire: “Ma in questo modo una volta o l’altra fornirà agli altri la dimostrazione che è veramente un ladro, perché nella nostra ipotesi gli altri non abbisognano affatto di questa dimostrazione. Loro SANNO che Andrea è un ladro. L’ulteriore conferma sarebbe accolta con indifferenza: come se qualcuno tentasse di spiegare che dopo il mercoledì viene il giovedì. L’unico vantaggio che può ricavare dalla propria situazione chi è giudicato un ladro, sempre e comunque, è che rubi, sempre e comunque.
Il ragionamento non è pirandelliano, ha conseguenze pesantemente concrete. Se la fazione opposta alla nostra, in politica, è animata nei nostri confronti da un invincibile pregiudizio, da una cieca ostilità, dal disprezzo più profondo o dall’odio, addirittura, è inutile cercare il dialogo, proporre accordi e compromessi. L’alternativa è soltanto vincere con la forza o perdere.
Il fossato che in Italia divide centro-destra e centro-sinistra è così profondo che, malgrado le belle parole di Giorgio Napolitano, non esiste nessuna possibilità di accordo, di dialogo, di collaborazione. Neanche su un tema ovvio come salvare i cittadini da un disastro naturale o il Paese dal fallimento. Anche se i capi, privatamente, riconoscessero che il provvedimento preso dalla fazione opposta è opportuno, il loro elettorato non la penserebbe così. Considererebbe un tradimento sostenere “quelli là”. È un dogma, hanno sempre torto. Per conseguenza è sciocco cercare ammorbidimenti, propri o della controparte, ricercare convergenze e un rapporto civile fra i partiti, nell’interesse del Paese. Da noi, chi ha la forza per governare, deve farlo senza mai dare ascolto all’opposizione e senza scrupoli: tanto, che sia colpevole o no, la controparte l’accuserà anche di questo, sempre e comunque.
L’esempio civile appena fornito diviene “selvaggio” se riguarda Israele. Questa democrazia è costantemente accusata di tutto, con eccessi di malafede che raggiungono livelli metafisici. A questo punto, Israele dovrebbe dire che fino ad oggi, per rispetto di se stessa, ha rispettato anche i nemici ed è stata leale. Da domani, dal momento che viene accusata di essere sterminatrice, genocida e nazista, si comporterà esclusivamente nei termini consigliati dal proprio interesse. Se, per esempio, i soldati temeranno che da una casa potrebbero sparare su di loro, si sentiranno autorizzati a distruggerla con una cannonata. Trovato qualcuno che reputano un terrorista, potrebbero ucciderlo sul posto, senza processo. Del resto i palestinesi cercano di ammazzare civili israeliani innocenti. Se infine una nave entrerà nelle acque territoriali sottoposte all’autorità di Israele senza permesso, dopo una breve intimazione il dietrofront la si affonderà.
Questa lezione Gerusalemme avrebbe dovuto impararla quando i palestinesi hanno cercato di contrabbandare armi con le ambulanze della Mezza Luna Rossa. Dopo un episodio del genere, si è autorizzati a sparare col bazooka contro le ambulanze che arrivano troppo veloci al posto di blocco. Così come la prossima volta che una nave cercherà di attraccare a Gaza, si può star certi che gli israeliani non invieranno una decina di soldati ma una decina di cannonate, da lontano. Cosa che, se fossero stati realisti, avrebbero dovuto fare già stavolta.
I Paesi del mondo che cosa potranno dire contro Gerusalemme, che non stiano dicendo già oggi? Gli israeliani sono scesi su una nave fiduciosi di avere a che fare con “pacifisti”, non certo per imporsi con la forza (non sarebbero scesi in dieci o dodici, se così fosse stato!), e si sono visti assalire da gente che voleva ucciderli a bastonate. Morale? Con certa gente non bisogna parlamentare. È talmente dura d’orecchio da sentire solo le cannonate.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 giugno 2010

POLITICA
5 aprile 2010
IL DISINCANTO
Narra La Fontaine che tutti gli animali della savana, saputo che il leone stava morendo, accorsero per vendicarsi  e colpirlo. Venne perfino l’asino, e anche lui gli tirò un calcio.
In questi giorni, anche come conseguenza delle elezioni amministrative, tutti fanno a gara per cantare il de profundis per il Pd e soprattutto per il suo segretario Pier Luigi Bersani. E tuttavia l’amore della verità, oltre alla paura di comportarsi da asini, obbliga ad uscire dal coro.
Bersani non suscita chissà che simpatie, ma addossargli  tutte le colpe sembra scorretto come fischiare un corridore che guida una Panda e compete con delle Ferrari. Il segretario guida un partito composito, incerto e contraddittorio. Per giunta, non ha il potere di indirizzarlo verso una coerente strategia: l’epoca autoritaria è finita e molte delle ambiguità di Pier Luigi appartengono in verità più al gruppo dirigente che a lui stesso.
La crisi del più grande partito della sinistra ha radici lontane. Il Pci ha perso l’autobus di una fruttuosa alleanza socialdemocratica con Craxi, non ha fatto i conti col proprio passato stalinista, non ha rinunciato alla sua vecchia mentalità e ai suoi vecchi metodi.  E tuttavia c’è forse una causa più profonda che si riassume in una parola: disincanto.
Il Pci ha avuto un enorme successo per almeno quarantacinque anni ed anche prima, se contiamo la Resistenza. In tutto questo tempo non è mai andato al governo (a parte il breve momento in cui Togliatti fu ministro) ma questo non l’ha affatto danneggiato. Esso infatti non proponeva qualche aggiustamento al modo di governare ma un diverso modello produttivo, un diverso e più equo sistema sociale, la fine dei privilegi e delle ingiustizie e insomma, se non proprio il famoso “paradiso dei lavoratori”, certo qualcosa di grandioso. Una rivoluzione pacifica, una palingenesi. La fortuna del partito è stata quella di non essere mai stato chiamato a mantenere le promesse. Gli elettori gli aprivano perciò un tale credito, da credere che il comunismo italiano, diverso dagli altri, sarebbe stato compatibile con la libertà. Era la Grande Speranza.
La sua tragedia è stata la fine del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica. Divenuto innegabile il disastro economico e sociale del “socialismo reale” dell’Est, il popolo di sinistra è stato peggio che perplesso; ma il colpo di grazia gliel’ha dato la fine della paura di quell’Armata Rossa che ha “rimesso in riga” l’Ungheria e la Cecoslovacchia. La società italiana ha permesso che il Pci, se pure cambiando nome e con un leader proveniente dalla Dc di sinistra, si confrontasse con la realtà del potere e purtroppo esso non ha dato buona prova di sé: al contrario ha dato uno spettacolo miserando di conati, contrasti e contraddizioni, con risultati praticamente nulli o addirittura negativi. Nulla di comparabile con le millenaristiche visioni coltivate per decenni. L’ultimo governo Prodi, più a sinistra del precedente, è stato la delusione finale.
Da quel momento si è avuta un’inarrestabile decadenza che prosegue anche oggi e di cui è ingiusto dare la colpa ai vari segretari. La verità nuda e cruda è che il Pci, comunque si chiami, non ha più un messaggio da offrire, nessun diverso modello di società, nessuna mirabolante speranza. È solo un umile partito socialdemocratico che da un lato non ha dato grande prova di sé, dall’altro, quand’anche avesse governato bene, ha perso il confronto con l’utopia. Tutto questo con un’aggravante: un tempo appariva talmente serio da fare paura, ora sembra coltivare l’antipatia dei moderati gridando, minacciando, insultando, annunciando catastrofi ed esiti dittatoriali ad ogni piè sospinto. E il risultato è che gli italiani votano per chi ha fatto sparire la spazzatura dalle strade di Napoli. Dal paradiso dei lavoratori al problema delle pattumiere: una discesa agli inferi.
Sarebbe bello potere a questo punto fornire una soluzione: ma se non la trovano gli interessati, è difficile che la trovino gli osservatori. Comunque è certo che essa sarà nella direzione del realismo e dell’umiltà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 aprile 2010


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. BERSANI PD PCI TOGLIATTI UTOPIA PRODI

permalink | inviato da giannipardo il 5/4/2010 alle 8:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
POLITICA
30 marzo 2010
L'INUTILE SUCCESSO DELL'ODIO

Il dato più significativo delle recenti elezioni, a parte l’inaspettato, grande successo del centro-destra, riguarda il futuro del centro-sinistra. Il Pdl gode già di una confortevole maggioranza in Parlamento e il voto alle amministrative non fa che confermargli la serenità con cui può apprestarsi a governare per il resto della legislatura. Viceversa il centro-sinistra non solo è all’opposizione, ma sembra in una situazione disperata dal punto di vista delle prospettive.
Prima di parlarne bisogna sgombrare il terreno dall’artificiale preoccupazione che si affetta, a sinistra, per il successo della Lega. Questo risultato, nel Veneto soprattutto, non ha molta importanza. L’elettorato ha pensato: se il Pdl ha concesso che un leghista fosse candidato a “governatore”, è segno che lo accetta come candidato che è anche suo. E allora perché dare un voto disgiunto, Zaia come governatore e il Pdl come partito? Comunque da anni ormai la Lega si è rivelata un alleato ben più sicuro e pronto a collaborare di quanto siano mai stati l’Udc e An. Questo “sorpasso” veneto somiglia più ad una staffetta che ad una competizione.
I casi più notevoli sono invece quelli dell’Idv e del Movimento di Beppe Grillo.
L’Idv ha avuto un successo che è utile per sé e mortale per il centro-sinistra: infatti l’odio non è un programma di governo. Basta chiedersi: se Di Pietro vincesse alla testa del centro-sinistra, quali riforme farebbe? E sarebbe in grado di farle? In positivo grida solo slogan vaghi (“un governo che governi nell’interesse di tutti e non di uno solo”, “un governo di persone per bene e non di inquisiti al servizio di un corruttore!”), in negativo scarica in ogni occasione una valanga di allarmi apocalittici. L’esperienza dell’estremismo al governo s’è già avuta con il governo Prodi. Tuttavia la semplicità, ripetitività e nettezza del messaggio alla fine ha pagato al di là dello sperato. Il successo del messaggio di odio, stupefacente per le sue dimensioni, si spiega col fatto che questo sentimento è stato coltivato ossessivamente, per anni, dall’intera sinistra. televisioni  e giornali inclusi. E la gente ha semplificato: “Di Pietro almeno gliele canta chiare, a Berlusconi; il Pd invece che fa?”
Più interessante è il successo del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Alla vigilia non avremmo attribuito a questa congrega di scalmanati neanche un minimo di peso e il fatto che abbia invece ottenuto percentuali di tre o più punti (facendo fra l’altro perdere Mercedes Bresso) è altamente significativo.
Il fenomeno rappresenta infatti il punto d’arrivo di una deriva verso il nulla che ha avuto questi passaggi: il Pci, con la rivoluzione marxista, proponeva un diverso modello di società; il Pd, con un messaggio meno netto, si è posto come alternativa socialdemocratica; l’Idv, pure rimanendo nella coalizione, ha adottato l’unica strategia di gridare il proprio odio per Berlusconi; il movimento di Grillo (il punto d’approdo) non propone un diverso modello sociale; non ha un programma di governo; non partecipa ad una coalizione: è odio allo stato puro. Per Berlusconi, per il centro-destra, per il centro-sinistra, per i ricchi, per le grandi imprese, per tutti. Un odio generalizzato e senza sbocchi. E dal momento che è difficile immaginare che gli italiani diano al movimento di Beppe Grillo la maggioranza assoluta dei voti, la sua non è neanche un’impasse: è un tunnel buio e senza uscita, in cui la sinistra tutta può smarrirsi senza ritorno.
E allora si è tentati di tornare indietro e vedere quando si è imboccata la strada sbagliata. Tutto cominciò quando Walter Veltroni permise a Di Pietro ciò che negava a Rifondazione Comunista, ai Comunisti Italiani e persino ai Radicali. Forse il partito sperava di avere in lui un alleato, ma quando è stato scavalcato a sinistra, avrebbe dovuto frenare e rinnegare l’ex pm. Invece ha sempre avuto l’aria di dire: “La penso così anch’io, ma non oso dirlo in questo modo”. Per giunta Pierluigi Bersani non ha elaborato un progetto alternativo credibile. Dire che “bisogna occuparsi dei problemi dei lavoratori”, che bisogna “fare qualcosa per far uscire il Paese dalla crisi” non è cosa che riscaldi i cuori: è acqua fresca.
Il Pd non si è reso identificabile dall’elettorato. Avrebbe dovuto contrastare Di Pietro continuamente, denunciando con veemenza il suo atteggiamento violento e sterile; avrebbe dovuto continuamente sfidarlo ad esporre il proprio programma di governo; avrebbe dovuto evidenziare spietatamente il vaniloquio demagogico di una protesta apocalittica e insulsa. Avrebbe dovuto mostrarsi alternativo all’Idv e non accodarsi mai ad essa. Invece la sua timidezza ha reso così poco credibile la sinistra che l’elettorato più coerente ora comincia a votare un movimento delirante, contro tutto e contro tutti, sostanzialmente anarchico e nichilista.
Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che quel grande e monolitico partito che fu il Pci si sarebbe avviato ad una decadenza così tragica da essere messo in pericolo – e in minoranza intellettuale – da un comico da avanspettacolo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 marzo 2010
POLITICA
11 marzo 2010
L'IDV NEMICA DEL PD
Un articolo di Maria Teresa Meli (1), sul Corriere della Sera, descrive l’imbarazzo del Pd, che pure ha deciso ad andare in piazza sabato 13 insieme con Di Pietro. Il primo rischio è infatti che l’ex pm inveisca pesantemente contro il Presidente della Repubblica e che ciò metta in un intollerabile imbarazzo Pierluigi Bersani e gli altri dirigenti del partito. Che fare, in questo caso? Andandosene, sancirebbero una rottura con l’Idv che non sentono di potersi permettere. Restando, avrebbero l’aria di avallare quelle parole. Secondo la Meli, Bersani avrebbe pregato Di Pietro di non prendere la parola, durante la manifestazione, ma ha ricevuto un secco no. Il titolo dell’articolo è: “Sabato dico quello che voglio”.
Il secondo, gravissimo rischio, è che, galvanizzati dalla retorica sommaria del tribuno, la folla fischi il Pd, giudicato molle e incapace di reazioni vigorose. Ci sarebbero da un lato la voce dal palco che denuncia con forza il male, senza guardare in faccia a nessuno, dall’altra un partito privo di coraggio, di idee e di progetti. La gente è poco capace di sottili disamine politologiche. L’impressione potrebbe essere che il Pd non sa che pesci prendere mentre almeno Di Pietro sa chi è il nemico: Silvio Berlusconi.
Sappiamo come si è arrivati a questo punto. Sbandierando il cappio della forca (non ha altre idee politiche), L’Idv prospera sull’antiberlusconismo, mentre il conato veltroniano di liberarsene è rimasto tale e il Pd al riguardo è ambiguo. Un giorno, a rimorchio di Di Pietro, insulta Berlusconi, un giorno, ohibò, dice che non bisognerebbe esagerare. E per la gente non è né carne né pesce. I fischi in piazza potrebbero drammaticamente certificarlo.
Più interessante è lo studio del futuro. Qui la chiave risiede nelle diverse aspettative dei due partiti. Mentre il Pd, erede dell’Ulivo e dell’Unione,  tende a riconquistare il governo, l’Idv non ci pensa neppure: e questo spiega i diversi comportamenti. L’ambizione del Pd non è quella di passare da una percentuale di x ad una percentuale di x+1 o +2, ma quella di ottenere più voti del centro-destra. E dal momento che le elezioni si vincono al centro, non deve apparire estremista. Se Veltroni non accettò l’apparentamento con Prc, Comunisti Italiani, ecc., fu proprio per far dimenticare Pecoraro Scanio e Diliberto. Eventualmente il Pd può pensare all’Udc, per non parlare dei fuorusciti dal partito come Rutelli o la Binetti, ma un personaggio come Di Pietro sarebbe impresentabile. E per questo molti commentatori implorano che si rompa con l’Idv. Perché nessuno riesca ad ottenerlo è un mistero che fa seguito al mistero delle ragioni per cui Veltroni accettò l’alleanza con l’Idv. Ma, a scanso di querele, è meglio non dilungarsi su questo argomento.
La linea dell’Idv ha tutt’altra spiegazione. Di Pietro non sarà un fine politologo ma ha due superiori qualità: ha buon senso ed è senza scrupoli. Il buon senso gli dice che la sua linea politica, anche se lo allontana dal governo, fa aumentare i suoi consensi. La mancanza di scrupoli lo rende incurante dei danni provocati nell’intera sinistra. A lui bastano i vantaggi che gli possono venire da questa strategia. L’Idv infatti non sogna di diventare da solo partito di maggioranza – sa che questo è impossibile – ma non tiene nemmeno a divenire il junior partner di un futuro governo. Sia perché crede poco al progetto di battere Berlusconi, sia perché preferisce un piccolo vantaggio proprio ad un grande vantaggio comune.
Quanto a coloro che lo seguono e lo applaudono, sono odiatori fanatici ed idealisti che non vogliono ottenere nulla di concreto e cui basta il piacere di dire tutta la loro virtuosa indignazione.
Di Pietro invece è realista. Tende a porsi volontariamente di traverso sulla strada del Pd perché agisce esclusivamente per sé e per chi lo segue molto da vicino. L’Italia la lascia a Berlusconi o, se lui morisse, a chiunque lo seguirà, di qualunque partito sia. Purché l’Idv aumenti i suoi voti, il suo potere e i suoi rimborsi elettorali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 marzo 2010
 (1) http://www.corriere.it/politica/speciali/2010/elezioni/notizie/di_pietro_bersani_colle_piazza_1519e4e8-2c10-11df-b239-00144f02aabe.shtml


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. napolitano dipietro bersani idv pd sabato 13

permalink | inviato da giannipardo il 11/3/2010 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
novembre        gennaio

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, rinvenibile su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.